Gaza

Via Crucis

segnalato da Barbara G.

Israele spara sulla marcia palestinese: 15 morti a Gaza

Striscia di Gaza. Uomini, donne e bambini per il ritorno e il Giorno della terra: i cecchini israeliani aprono il fuoco su 20mila persone al confine. Oltre mille i feriti

di Michele Giorgio – ilmanifesto.it, 31/03/2018

Il video che gira su twitter mostra un ragazzo mentre corre ad aiutare un amico con ‎in mano un vecchio pneumatico da dare alle fiamme. Ad certo punto il ragazzo, ‎avrà forse 14 anni, cade, colpito da un tiro di precisione partito dalle postazioni ‎israeliane. Poi ci diranno che è stato “solo” ferito. Una sorte ben peggiore è toccata ‎ad altri 15 palestinesi di Gaza rimasti uccisi ieri in quello che non si può che ‎definire il tiro al piccione praticato per ore dai cecchini dell’esercito israeliano. ‎Una strage. I feriti sono stati un migliaio (1.500 anche 1.800 secondo altre fonti): ‎centinaia intossicati dai gas lacrimogeni, gli altri sono stati colpiti da proiettili veri ‎o ricoperti di gomma. È stato il bilancio di vittime a Gaza più alto in una sola ‎giornata dall’offensiva israeliana “Margine Protettivo” del 2014. ‎Gli ospedali già ‎in ginocchio da mesi hanno dovuto affrontare questa nuova emergenza con pochi ‎mezzi a disposizione. Hanno dovuto lanciare un appello a donare il sangue perché ‎quello disponibile non bastava ad aiutare i tanti colpiti alle gambe, all’addome, al ‎torace. ‎«I nostri ospedali da mesi non hanno più alcuni farmaci importanti, ‎lavorano in condizioni molto precarie e oggi (ieri) stanno lavorando in una doppia ‎emergenza, quella ordinaria e quella causata dal fuoco israeliano sul confine», ci ‎diceva Aziz Kahlout, un giornalista.

‎ Gli ordini dei comandi militari israeliani e del ministro della difesa Avigdor ‎Lieberman erano tassativi: aprire il fuoco con munizioni vere su chiunque si fosse ‎spinto fino a pochi metri dalle barriere di confine. E così è andata. Per giorni le ‎autorità di governo e i vertici delle forze armate hanno descritto la Grande Marcia ‎del Ritorno come un piano del movimento islamico Hamas per invadere le ‎comunità ebraiche e i kibbutz a ridosso della Striscia di Gaza e per occupare ‎porzioni del sud di Israele. Per questo erano stati fatti affluire intorno a Gaza ‎rinforzi di truppe, carri armati, blindati, pezzi di artiglieria e un centinaio di ‎tiratori scelti. ‎

‎ Pur considerando il ruolo da protagonista svolto da Hamas, che sicuramente ‎ieri ha dimostrato la sua capacità di mobilitare la popolazione, la Grande Marcia ‎del Ritorno non è stata solo una idea del movimento islamista. Tutte le formazioni ‎politiche palestinesi vi hanno preso parte, laiche, di sinistra e religiose. Anche ‎Fatah, il partito del presidente dell’Anp Abu Mazen che ieri ha proclamato il lutto ‎nazionale. E in ogni caso lungo il confine sono andati 20mila di civili disarmati, ‎famiglie intere, giovani, anziani, bambini e non dei guerriglieri ben addestrati. ‎Senza dubbio alcune centinaia si sono spinti fin sotto i reticolati, vicino alle ‎torrette militari, ma erano dei civili, spesso solo dei ragazzi. Israele ha denunciato ‎lanci di pietre e di molotov, ha parlato di ‎«manifestazioni di massa volte a coprire ‎attacchi terroristici» ma l’unico attacco armato vero e proprio è stato quello – ‎ripreso anche in un video diffuso dall’esercito – di due militanti del Jihad giunti ‎sulle barriere di confine dove hanno sparato contro le postazioni israeliane prima ‎di essere uccisi da una cannonata.‎

‎ La Grande Marcia del Ritorno sulla fascia orientale di Gaza e in Cisgiordania è ‎coincisa con il “Yom al-Ard”, il “Giorno della Terra”. Ogni 30 marzo i palestinesi ‎ricordano le sei vittime del fuoco della polizia contro i manifestanti che in Galilea ‎si opponevano all’esproprio di altre terre arabe per costruire comunità ebraiche nel ‎nord di Israele. I suoi promotori, che hanno preparato cinque campi di tende lungo ‎il confine tra Gaza e Israele – simili a quelle in cui vivono i profughi di guerra -, ‎intendono portarla avanti nelle prossime settimane, fino al 15 maggio quando ‎Israele celebrerà i suoi 70 anni e i palestinesi commemoreranno la Nakba, la ‎catastrofe della perdita della terra e dell’esilio per centinaia di migliaia di profughi. ‎Naturalmente l’obiettivo è anche quello di dire con forza che la gente di Gaza non ‎sopporta più il blocco attuato da Israele ed Egitto e vuole vivere libera. Asmaa al ‎Katari, una studentessa universitaria, ha spiegato ieri di aver partecipato alla ‎marcia e che si unirà alle prossime proteste ‎«perché la vita è difficile a Gaza e non ‎abbiamo nulla da perdere‎». Ghanem Abdelal, 50 anni, spera che la protesta ‎‎«porterà a una svolta, a un miglioramento della nostra vita a Gaza‎».‎

Per Israele invece la Marcia è solo un piano di Hamas per compiere atti di ‎terrorismo. La risposta perciò è stata durissima. Il primo a morire è stato, ieri ‎all’alba, un contadino che, andando nel suo campo, si era avvicinato troppo al ‎confine. Poi la mattanza: due-tre, poi sei-sette, 10-12 morti. A fine giornata 15. E ‎il bilancio purtroppo potrebbe salire. Alcuni dei feriti sono gravissimi.‎

Le donne di Gaza

segnalato da Barbara G.

di Alessandra Mecozzi – comune-info.net, 07/03/2016

Doveva essere una settimana dedicata a Gaza e all’inaugurazione del laboratorio Liutati di Gaza, la musica al lavoro contro la distruzione. Le cose sono andate un po’ diversamente. I ragazzi, il direttore e gli insegnanti, della scuola Al Kamanjati, di Ramallah, non sono riusciti ad avere il permesso per entrare,io l’ho avuto all’ultimo minuto quando ero arrivata già a Ramallah e fatto un “piano B”, pensando di non poter entrare. Alla fine ce l’ho fatta, grazie all’impegno di Meri Calvelli, direttrice dell’accogliente e super attivo centro di scambi culturali Palestina-Italia intitolato alla memoria di Vittorio Arrigoni dove avrà la sede, almeno all’inizio, anche il Laboratorio di Al Kamanjati, per il quale ho messo… la prima pietra, ovvero uno dei violoncelli da riparare, donati da un generoso liutaio francese, a Roma.

Ho mantenuto solo una piccola parte del “piano B”, visitando, e acquistando khefie multicolori, la fabbrica della famiglia Hirbawi, ad Hebron, l’unica rimasta a produrre kefie, dopo che il mercato è stato occupato dalla produzione cinese… La sua sopravvivenza è dovuta all’intelligenza della “diversificazione produttiva”: kefie di vari disegni e colori, non solo quelle tradizionali bianche e nere o bianche e rosse. Così la famiglia Hirbawi esporta con successo prodotti veramente belli, di qualità e buon gusto.

Ho cancellato invece, sia pure a malincuore, l’incontro con il Freedom Theater di Jenin, una volta avuto il permesso di entrata a Gaza. Tornarvi dopo sette anni è stato emozionante e sorprendente. Una gioia trovare mare e sole dopo tre giorni di freddo, pioggia e tormenta a Ramallah. Ma Gaza sorprende per molto altro. Meri stessa, che è con me ed è stata fuori un mese, si meraviglia per quanto è stato fatto di sgombero delle macerie e di ricostruzione in questo periodo. Immaginavo di trovarmi dentro una massa di macerie ma, almeno all’entrata e lungo il percorso per Gaza city, se ne vedono poche: da quando hanno avuto la possibilità di ricevere il materiale, hanno lavorato incessantemente. Grandi lavoratori, spesso per un lavoro di Sisifo, che ogni guerra (una ogni due anni ripetono tutti) costringe a ricominciare da capo.

Adesso regna la calma: passeggiando al porto vediamo barche che vanno e vengono, nelle poche miglia loro consentite, per la pesca o anche per gite turistiche; una bella moschea ricostruita, nuova di zecca, bianca e azzurra, svetta sul mare con i suoi minareti. La sera sul lungomare c’è una quantità di gente e (mai viste negli anni che ricordo) una gran quantità di macchine nuove e costose. Una piccola parte della popolazione si arricchisce, forse attraverso l’uso distorto di donazioni internazionali senza controlli. Ma ci sono zone dove la miseria è assoluta. Di questa grande disuguaglianza sociale c’è chi accusa la corruzione, chi il governo locale, chi l’Anp, decisamente non amata né a Ramallah né qui, ma la chiusura, l’impossibilità di entrare e uscire, sono gli effetti di un assedio che dura da circa dieci anni. Meri ci racconta i giorni e le notti di paura e di affanno durante la guerra, per aiutare gli sfollati, comprare e portare materassi e coperte, sotto le bombe….

Tutt’altra atmosfera oggi, quando assistiamo a un concerto, organizzato da Al Kamandjati insieme ai musicisti locali per inaugurare il progetto: possiamo vedere e ascoltare il saluto triste da Ramallah di Ramzi Aburedwan, il suo direttore, solo attraverso l’immancabile smartphone. Poi due ore di canzoni di lotta e di festa creano entusiasmo nel folto giovane pubblico, ragazze e ragazzi che si spellano le mani ad applaudire e cantano insieme alla band. Molte ragazze non portano più il velo, il clima è gioioso e, da me, totalmente inaspettato.

La sorpresa più bella sta negli incontri con le tante donne che inventano, creano, costruiscono, lavorano per la loro comunità senza stancarsi né lamentarsi, senza perdere il sorriso, costruttrici di futuro e di speranza, vera spina dorsale di resistenza. Ci accompagna quasi sempre Nashwauna giovane architetta-archeologa che avevamo conosciuto in Italia in occasione di un periodo di formazione con Iccrom (agenzia delle Nazioni Unite per i beni culturali). Siamo felici di ritrovarci qui e per prima cosa ci mostra il suo attuale lavoro: dirige il restauro di un antico monastero, Al Khader, creato 1700 anni fa, a Deir el Balah, a metà della striscia di Gaza. Diventerà una biblioteca per bambini, legata a Nawa (seme di palma), associazione per la cultura e le arti, la cui direttrice, Reem Abu Jaber, incontreremo subito dopo. Intelligente, energica, ha viaggiato molto, studiato al Cairo, e raccolto spunti e idee per il centro che dirige, dedicato ai bambini e alle loro famiglie. Il posto è molto bello, pieno di luce, con materiali naturali, mobili di legno chiaro e tanti colori intorno. Molte sono le attività: dall’educazione al riciclo e alla cura dell’ambiente, all’amore per la lettura, con il programma “amiamo leggere”.

Nata nel 2014, accoglie migliaia di bambini, impiega ventidue giovani donne e due uomini (con piccoli stipendi), cura i rapporti con le famiglie. Disegno, storia, ginnastica, artigianato e in futuro la musica: una comunità autogestita, dove il personale adulto, animatrici e animatori, si riserva una giornata, il giovedì, di training collettivo, inclusa la meditazione. L’uso equilibrato del tempo, per sé e per gli altri, è uno dei principi fondamentali di Nawa, insieme a quello della cultura come strumento di crescita: il suo slogan, “il potere della cultura affronta una cultura del potere” dice molto.

I bambini che hanno vissuto la paura e la distruzione della guerra, vengono coinvolti attraverso le varie attività nei valori fondamentali di Nawa: ambiente accogliente, libertà di parola, impegno e senso di appartenenza, sviluppo dell’autoapprendimento. “Non siamo una Ong e usiamo decisamente metodi diversi, il nostro obiettivo è fornire ai bambini, alle famiglie, a chi educa, nel centro della striscia di Gaza, attività che aiutino a conservare la cultura palestinese e a dare sicurezza di sé alle future generazioni”. Questa donna, creativa e instancabile, ci dice che sta crescendo una nuova leva, perché conta, nel giro di pochi anni, di trasferirsi in altra zona per costruire una analoga impresa.

Nashwa, la nostra accompagnatrice, è innamorata di questi luoghi e della bellezza degli edifici antichi per il cui restauro lavora: si illumina quando ci porta a visitare strutture restaurate, come il bellissimo edifico per la conservazione del patrimonio culturale, della famiglia Al Alami, si incupisce quando ci imbattiamo in una antica casa venduta ad un nuovo proprietario, che la sta facendo demolire.

Nel quartiere dove abita con la sua famiglia, Al Shejaeya, incontriamo le donne di Zakher, altra associazione, per lo sviluppo delle capacità femminili, anche essa in un bell’edifico restaurato, unico centro di donne, in un’area che ha visto un massacro di civili nell’ultima guerra. La cosa di cui la direttrice è orgogliosa è la “cucina femminista” Sarroud (pentola bassa con coperchio), a pochi metri di distanza, creato per rispondere ai bisogni delle donne a cui la guerra ha portato via il marito, rimaste sole a gestire casa e famiglia. La particolarità di Sarroud è che tutta la gestione della cucina, gli acquisti, la produzione di cibi, è fatta da donne: l’obiettivo dell’attività è fornire modesti redditi alle donne rimaste vedove, alle divorziate o a quelle sottoposte a violenza familiare.

Infine, in Gaza city, visiteremo a lungo la sede di Aisha, parlando con la giovane e attivissima Miriam, addetta alle “relazioni esterne”: Aisha è il nome della prima direttrice del centro, nato nel 2009 staccandosi dal Gaza Community mental health program (dopo quindici anni di attività), il suo significato è “vita”. Le donne di Aisha realizzano progetti finanziati da varie associazioni europee, inclusa l’italiana Gazzella, e hanno un vasto spettro di campi di attività. Vedremo al lavoro parrucchiere e truccatrici, donne che lavorano a maglia o a uncinetto, che producono artigianato: attività diverse che consentono un sia pur modesto reddito.

Altro importante settore è quello dedicato, con strumenti giuridici e psicologici, a combattere la violenza contro le donne e a proteggere le donne stesse, nonché i bambini. Ben 5.800 donne colpite dall’aggressione israeliana del 2014, sono state sostenute sia psicologicamente, sia fisicamente, anche, nei casi, più gravi con psicoterapia attraverso la clinica mobile. È così che molte donne acquisendo fiducia in se stesse hanno la capacità di dare sostegno ad altre.

Miriam ci racconta molto orgogliosa l’episodio di una frequentatrice del centro che, incontrata per strada una donna piangente a causa della violenza del marito contro se stessa e i bambini, sottratti dal marito per farli lavorare al mercato, è stata capace di fare causa, portarla in tribunale, farle riottenere i figli e farli tornare a scuola! Aisha, dice Miriam, è un agente di cambiamento sociale. E anche attraverso la formazione, sollecita   ragazze e ragazzi (“I giovani creano il cambiamento”) alla partecipazione politica nelle amministrazioni comunali, all’impegno per superare le divisioni politica – sempre un fattore paralizzante – attivando invece un lavoro sociale comune e servizi alla comunità.

Di politica, di partiti, di governo, si parla ben poco: la consapevolezza di una situazione difficilissima è diffusa, ma non ho sentito nessuna/o lamentarsi; tutti amano il proprio paese, ci interrogano sull’ostracismo della comunità internazionale, sul perché essere costretti a vivere in prigione e sul perché il nome di Gaza sia avvolto dal sospetto e dal rifiuto. Di risposte non ne abbiamo, possiamo solo assicurare di fare il possibile per trasmettere nel nostro paese immagini positive, racconti di storie e persone di grande vitalità e dignità, il loro desiderio, ma anche il loro diritto a una vita libera.

Presidio per Gaza

segnalato da crvenazvezda76

BASTA GUERRE! MAI PIU’ VITTIME! FERMIAMO LA STRAGE DI GAZA

L’Altra Europa per Tsipras – Comitato promotore di Milano

ovadia-gaza

Non si ferma la strage in Palestina, non si ferma l’orrore, non si smette di colpire civili innocenti.

Chiediamo che il nostro Governo si faccia promotore di una pressione internazionale su Israele affinché cessi il massacro.

Chiediamo che l’Italia smetta di vendere armi ad Israele: è un Paese in guerra, e la legge 185/90 vieta qualsiasi fornitura militare a paesi belligeranti.

Chiediamo che vengano sospesi gli accordi di cooperazione militare.

Non vogliamo che l’Italia si renda complice dei massacri addestrando sul suo territorio i soldati che andranno a combattere e a bombardare Gaza.

Chiediamo che l’Italia, con in carico la presidenza dell’Unione Europea, si assuma l’onere di rendere l’Unione Europea promotrice di una vera politica di pace: la diplomazia internazionale deve essere protagonista a tutela di tutte le vittime dei conflitti in corso.

Per Pace, Libertà, Giustizia in Palestina e Israele, in Siria, Iraq, Libia, Afghanistan e Ucraina…

Martedì 5 agosto, piazza Duomo, dalle 19 in avanti.

E con: Fiom, Arci, Coordinamento comitati L’altra Europa con Tsipras – Milano, Rifondazione Comunista, Sinistra e Libertà, Acli, Emergency…

Aspettiamo altre adesioni, ma intanto cominciamo a comunicare!

Verranno ad esercitarsi in Sardegna…

segnalato da barbarasiberiana

La notizia

RADAR, AEREI ED ESERCITAZIONI IN SARDEGNA. ECCO LA PARTNERSHIP MILITARE ITALIA – ISRAELE

Di Enrico Piovesana – Il Fatto Quotidiano 31/07/2014

Secondo un documento della Difesa, gli F-15 e gli F-16 dell’Israeli Air Force sono attesi al poligono di Capo Frasca (Oristano): sganceranno bombe inerti da una tonnellata. La cooperazione militare tra Roma e Gerusalemme comprende la fornitura di sensori radar “Gabbiano”, prodotti dalla Selex Galilelo e montati sui droni, e i cannoni navali da 76mm prodotti dalla Oto Melara: tutti armamenti utilizzati nella guerra a Gaza.

I cacciabombardieri israeliani voleranno presto dai cieli di Gaza a quelli della Sardegna per condurre esercitazioni di bombardamento insieme all’aviazione italiana e Nato. La notizia lanciata giorni fa dall’Unione Sarda sulla base di documenti militari ufficiali, trova conferma nelle informazioni ottenute dal IlFattoQuotidiano.it. Il “Programma esercitazioni a fuoco secondo semestre 2014″ del Reparto Sperimentale Standardizzazione al Tiro Aereo – Air Weapon Training Installation (Rssta-Awti), datato 3 marzo 2014, prevede che gli F-15 e gli F-16 dell’Israeli Air Force vengano al poligono di Capo Frasca (Oristano) a sganciare bombe inerti da una tonnellata.

Il documento non specifica le date della trasferta israeliana, ma lo Stato Maggiore della Difesa e l’Aeronautica Militare confermano la presenza programmata dell’aviazione israeliana in Sardegna per l’annuale esercitazione bilaterale “Vega” che solitamente si tiene tra ottobre e novembre con base all’aeroporto militare di Decimomannu (Cagliari), da cui dipende il campo di bombardamento di Capo Frasca.

Il ministero della Difesa, interpellato in merito, non ha rilasciato commenti. La questione è stata sollevata anche al ministero degli Esteri in un incontro tra il vice della Mogherini, Lapo Pistelli, e le associazioni pacifiste e disarmiste che chiedono al governo italiano lo stop immediato al supporto militare e alle forniture belliche a Israele, illegali per la legge italiana in quanto destinate a un Paese in guerra. Forniture che non si limitano agli ormai noti cacciabombardieri da addestramento M346 dell’Alenia Aermacchi – utilizzabili anche in “ruoli operativi” – ma che riguardano anche sistemi d’arma che già oggi vengono usati da Israele nella Striscia di Gaza.

Tra questi i potenti cannoni navali da 76 millimetri prodotti dalla Oto Melara (Finmeccania) montati sulle motocannoniere israeliane classe Sa’ar e ampiamente utilizzati in questi giorni per martellare la Striscia dal mare. Un altro esempio sono i sensori radar Gabbiano prodotti dalla Selex Galilelo (Finmeccanica), fondamentale equipaggiamento dei micidiali droni israeliani Hermes, regolarmente usati a Gaza per compiere bombardamenti missilistici – per la gioia dell’azienda produttrice Elbit, le cui azioni sono salite alle stelle dall’inizio del nuovo conflitto.

Esercitazioni aeree congiunte e forniture militari rientrano nel quadro degli accordi bilaterali dicooperazione militare stretti tra Roma e Tel Aviv nel 2005 (governo Berlusconi) e nel 2012 (governo Monti): accordi di cui in questi giorni di guerra le opposizioni, Sel e Cinquestelle, chiedono l’immediata sospensione.

La petizione lanciata da SardignaLibera

MORATORIA SULL’UTILIZZO DELLE SERVITU’ MILITARI IN SARDEGNA DA PARTE DI ISRAELE

Gli abitanti della Sardegna non vogliono essere complici del massacro palestinese ad opera delle forze armate israeliane le quali si esercitano nelle loro tecniche di sterminio utilizzando aeroporti e bersagli in Sardegna.

Firma anche te questa petizione che verrà inviata al Presidente, alla Giunta e al Consiglio della Regione Autonoma della Sardegna.

Questa moratoria è promossa da SardignaLibera:

http://www.change.org/it/petizioni/francesco-pigliaru-moratoria-sull-utilizzo-delle-servit%C3%B9-militari-in-sardegna-da-parte-di-israele?share_id=ipGcfhqggR&utm_campaign=autopublish&utm_medium=facebook&utm_source=share_petition

Perché Gaza è sola

segnalato da crvenazvezda76

PERCHE’ GAZA E’ SOLA

Luciana Castellina – Il Manifesto 30/07/2014

Il silenzio del movimento pacifista e l’ipocrisia dei media embedded.

Non voglio parlare nel merito di quanto sta accadendo a Gaza. Non ne voglio scrivere perché provo troppo dolore a dover per l’ennesima volta emettere grida di indignazione, né ho voglia di ridurmi ad auspicare da anima buona il dialogo fra le due parti, esercizio cui si dedicano le belle penne del nostro paese. Come si trattasse di due monelli litigiosi cui noi civilizzati dobbiamo insegnare le buone maniere. Per non dire di chi addirittura invoca le ragioni di Israele, così vilmente attaccata — poveretta — dai terroristi. ( I palestinesi non sono mai «militari» come gli israeliani, loro sono sempre e comunque terroristi, gli altri mai).

Ieri ho sentito a radio Tre, che ricordavo meglio delle altre emittenti, una trasmissione cui partecipavano commentatori davvero indecenti, un giornalista (Meucci o Meotti, non ricordo) che conteggiava le vittime palestinesi: che mascalzonata le menzogne degli anti istraeliani, tutti dimentichi dell’Olocausto – protestava. Perchè non è vero che i civili morti ammazzati siano due terzi, tutt’al più un terzo.

E poi il «Foglio» che promuove una manifestazione di solidarietà con le vere vittime: gli israeliani, per l’appunto.

Si può non essere d’accordo con la linea politica di Hamas – e io lo sono — ma chi la critica dovrebbe poi spiegare perché allora né Netanyahu, né alcuno dei suoi predecessori, si sia accordato con l’Olp ( e anzi abbia sempre insidiato ogni tentativo di intesa fra Hamas e Abu Mazen, per mandarla per aria). E però io mi domando: se fossi nata in un campo profughi della Palestina, dopo quasi settant’anni di soprusi, di mortificazioni, di violazione di diritti umani e delle decisioni dell’Onu, dopo decine di accordi regolarmente infranti dall’avanzare dei coloni, a fronte della pretesa di rendere la Palestina tutt’al più un bantustan a macchia di leopardo dove milioni di coloro che vi sono nati non possono tornare, i tanti cui sono state rubate le case dove avevano per secoli vissuto le loro famiglie, dopo tutto questo: che cosa penserei e farei? Io temo che avrei finito per diventare terrorista.

Non perché questa sia una strada giusta e vincente ma perché è così insopportabile ormai la condizione dei palestinesi; così macroscopicamente inaccettabile l’ingiustizia storica di cui sono vittime; così filistea la giustificazione di Israele che si lamenta di essere colpita quando ha fatto di tutto per suscitare odio; così palesemente ipocrita un Occidente (ma ormai anche l’oriente) pronto a mandare ovunque bombardieri e droni e reggimenti con la pretesa di sostenere le decisioni delle Nazioni Unite, e che però mai, dico mai, dal 1948 ad oggi, ha pensato di inviare sia pure una bicicletta per imporre ad Israele di ubbidire alle tante risoluzioni votate nel Palazzo di Vetro che i suoi governi, di destra o di sinistra, hanno regolarmente irriso.

Ma non è di questo che voglio scrivere, so che i lettori di questo giornale non devono essere convinti. Ho preso la penna solo per il bisogno di una riflessione collettiva sul perché, in protesta con quanto accade a Gaza, sono scesi in piazza a Parigi e a Londra, cosa fra l’altro relativamente nuova nelle dimensioni in cui è accaduto, e nel nostro paese non si è andati oltre qualche presidio e volenterose piccole manifestazioni locali, per fortuna Milano, un impegno più rilevante degli altri.

Cosa è accaduto in Italia che su questo problema è stata sempre in prima linea, riuscendo a mobilitare centinaia di migliaia di persone? È forse proprio per questo, perché siamo costretti a verificare che quei cortei, arrivati persino attorno alle mura di Gerusalemme (ricordate le «donne in nero»?) non sono serviti a far avanzare un processo di pace, a rendere giustizia? Per sfiducia, rinuncia? Perché noi — il più forte movimento pacifista d’Europa – non siamo riusciti ad evitare le guerre ormai diventate perenni, a far prevalere l’idea che i patti si fanno con l’avversario e non con l’alleato perché l’obiettivo non è prevalere ma intendersi? O perché – piuttosto — non c’è più nel nostro paese uno schieramento politico sufficientemente ampio dotato dell’autorevolezza necessaria ad una mobilitazione adeguata? O perché c’è un governo che è stato votato da tanti che nelle manifestazioni del passato erano al nostro fianco e che però non è stato capace di dire una parola, una sola parola di denuncia in questa tragica circostanza? Un silenzio agghiacciante da parte del ragazzo Renzi che pure ci tiene a far vedere che lui, a differenza dei vecchi politici, è umano e naturale? Privo di emozioni, di capacità di indignazione, almeno quel tanto per farsi sfuggire una frase, un moto di commozione per quei bambini di Gaza massacrati, nei suoi tanti accattivanti virtuali colloqui con il pubblico? È perché non prova niente, o perché pensa che le sorti dell’Italia e del mondo dipendano dal fatto che la muta Mogherini assurga al posto di ministro degli esteri dell’Unione Europea? E se sì, per far che?

Di questo vorrei parlassimo. Io non ho risposte. E non perché pensi che in Italia non c’è più niente da fare. Io non sono, come invece molti altri, così pessimista sul nostro paese. E anzi mi arrabbio quando, dall’estero, sento dire: «O diomio l’Italia come è finita», e poi si parla solo di quello che fa il governo e non ci si accorge che c’è ancora nel nostro paese una politicizzazione diffusa, un grande dinamismo nell’iniziativa locale, nell’associazionismo, nel volontariato.

Negli ultimi giorni sono stata a Otranto, al campeggio della «Rete della conoscenza» (gli studenti medi e universitari di sinistra). Tanti bravi ragazzi, nemmeno abbronzati sebbene ai bordi di una spiaggia, perché impegnati tutto il giorno in gruppi di lavoro, alle prese con i problemi della scuola, ma per nulla corporativi, aperti alle cose dell’umanità, ma certo privi di punti di riferimento politici generali, senza avere alle spalle analisi e progetti sul e per il mondo, come era per la mia generazione, e perciò vittime inevitabili della frammentazione. Poi ho partecipato a Villa Literno alla bellissima celebrazione del venticinquesimo anniversario della morte di Jerry Maslo, organizzata dall’Arci, che da quando, nel 1989, il giovane sudafricano, anche lui schiavo nei campi del pomodoro, fu assassinato ha via via sviluppato un’iniziativa costante, di supplenza si potrebbe dire, rispetto a quanto avrebbero dovuto fare le istituzioni: villaggi di solidarietà nei luoghi di maggior sfruttamento, volontariato faticoso per dare ai giovani neri magrebini e subsahariani, poi provenienti dall’est, l’appoggio umano sociale e politico necessario.

Parlo di queste due cose perchè sono quelle che ho visto negli ultimi giorni coi miei occhi, ma potrei aggiungere tante altre esperienze, fra queste certamente quanto ha costruito la lista Tsipras, che ha reso stabile, attraverso i comitati elettorali che non si sono sciolti dopo il voto, una inedita militanza politica diffusa sul territorio.

E allora perché non riusciamo a dare a tutto quello che pure c’è capacità di incidere, di contare?

Certo, molte delle risposte le conosciamo: la crescente irrilevanza della politica, il declino dei partiti, eccetera eccetera. Non ho scritto perché ho ricette, e nemmeno perché non conosca già tante delle risposte. Ho scritto solo per condividere la frustrazione dell’impotenza, per non abituarsi alla rassegnazione, per aiutarci l’un l’altro «a cercare ancora».

Il vero obiettivo

segnalato da barbarasiberiana

L’OBIETTIVO DI ISRAELE SONO I CIVILI

Di Gideon Levy* – Internazionale 14/07/2014

Lo scopo dell’operazione Margine protettivo è riportare la calma. Il mezzo per raggiungerlo è uccidere civili. Lo slogan della mafia è diventato la politica ufficiale di Israele.

Israele crede davvero che, se uccide centinaia di palestinesi nella Striscia di Gaza, regnerà la calma. Distruggere i depositi di armi di Hamas, che ha dimostrato di sapersi riarmare, è inutile. Abbattere il governo di Hamas è un obiettivo irrealistico (e illegittimo) che Israele non vuole raggiungere, ben sapendo che l’alternativa potrebbe essere molto peggiore. Quindi l’unico scopo possibile di questa operazione militare è questo: morte agli arabi, con il plauso delle masse.

L’esercito israeliano ha già una “mappa del dolore”, un’invenzione diabolica che ha preso il posto della non meno diabolica “banca degli obiettivi”, e questa mappa si sta allargando a ritmi nauseanti. Basta guardare le trasmissioni di Al Jazeera in lingua inglese – una tv equilibrata e professionale, a differenza della sua versione araba – per comprendere la portata del successo. La verità non la vedrete negli studi “aperti” di Israele – aperti, come al solito, soltanto alle vittime israeliane – ma la vedrete tutta intera su Al Jazeera, e forse resterete perfino scioccati.

A Gaza si stanno ammucchiando i cadaveri. È il conteggio disperato, e incessantemente aggiornato, delle uccisioni di massa di cui Israele si vanta, e che a mezzogiorno di sabato scorso già comprendeva decine di civili, compresi 24 bambini, più centinaia di feriti che andavano a sommarsi all’orrore e alla devastazione. Sono già stati bombardati una scuola e un ospedale. Lo scopo è colpire case, e nessuna giustificazione al mondo può bastare: è un crimine di guerra, anche se le forze armate israeliane definiscono questi obiettivi “centri di comando e controllo” o “sale riunioni”.

Fin dalla prima guerra del Libano, cioè da più di trent’anni, uccidere arabi è il principale strumento strategico di Israele. L’esercito israeliano non combatte contro altri eserciti: il suo obiettivo primario sono i civili. Tutti sanno che gli arabi nascono solo per uccidere ed essere uccisi: non hanno altro scopo nella vita, e così Israele li uccide.

Naturalmente, non si può non indignarsi per il modus operandi di Hamas. Non solo punta i suoi razzi contro centri abitati da civili in Israele e si posiziona all’interno di centri abitati (forse non ha alternativa, considerato l’affollamento della Striscia di Gaza): Hamas lascia la popolazione civile di Gaza indifesa di fronte ai brutali attacchi israeliani e non predispone sirene antiaeree, rifugi o spazi protetti. È un comportamento criminale. Ma i bombardamenti dell’aviazione israeliana non sono meno criminali, negli effetti e nelle intenzioni.

Nella Striscia di Gaza non c’è un solo edificio in cui non abitino decine di donne e bambini, quindi l’esercito israeliano non può sostenere di non voler colpire civili innocenti. Se la recente demolizione della casa di un terrorista in Cisgiordania ha ancora suscitato qualche protesta, per quanto flebile, in queste ore si stanno distruggendo decine di case, e con esse i loro abitanti.

Generali a riposo e commentatori in servizio attivo fanno a gara per avanzare la proposta più mostruosa: “Se gli ammazziamo i parenti, si spaventeranno”, ha spiegato senza batter ciglio il generale Oren Shachor. “Dobbiamo creare una situazione tale per cui, quando usciranno dalle loro tane non riconosceranno più Gaza”, ha detto qualcun altro. Senza pudore e senza essere messi in discussione, almeno fino alla prossima inchiesta delle Nazioni Unite.

Le guerre senza scopo sono quelle più spregevoli. Prendere deliberatamente di mira i civili è uno dei mezzi più atroci. Ora il terrore regna anche in Israele, ma è improbabile che anche un solo israeliano possa immaginare cosa significa questa parola per il milione e 800mila abitanti di Gaza, la cui vita, già infelice, ormai è assolutamente raccapricciante. La Striscia di Gaza non è “un nido di vespe”, come è stata chiamata, ma una provincia della disperazione umana. Nonostante le sue strategie del terrore, Hamas è tutt’altro che un esercito. Se è vero, come si va dicendo, che a Gaza Hamas ha scavato una rete tanto sofisticata di tunnel, perché non costruisce anche la metropolitana leggera di Tel Aviv?

La soglia delle mille incursioni e delle mille tonnellate di bombe sganciate è stata quasi raggiunta, e Israele aspetta una “foto della vittoria” che è già stata ottenuta: morte agli arabi.

* Gideon Levy è un giornalista israeliano. Scrive per il quotidiano Ha’aretz.