giornalismo

Come TV e giornali stanno normalizzando il fascismo

segnalato da Barbara G.

di Matteo Lenardon – threvision.com, 11/12/2017

Si potrebbero usare tante parole per descrivere le persone entrate nella sede di “Como senza frontiere” per leggere un proclama anti-immigrati o i militanti di Forza Nuova che hanno manifestato sotto la redazione de la Repubblica, ma perché usarle quando basta il termine “idioti”?

I nazisti e fascisti che abbiamo visto – probabilmente le invasioni italiane più patetiche dalla sconfitta nel 1896 del nostro esercito per mano di etiopi scalzi armati di lance, spade e cavalli — hanno dominato l’attenzione politica e mediatica dell’ultima settimana. Renzi ha chiesto una netta condanna da parte di tutti i partiti e Salvini – no, non è necessario finire la frase. Dopo Ostia, questi fatti sono stati visti come l’ennesimo segnale del ritorno dell’estremismo di destra nella società italiana.

Tralasciando il disperato tentativo di acquisizione di elettori da parte della Lega Nord – e la corretta condanna del leader del partito di governo –, davvero sono loro, i tizi tipo quelli entrati nella sede di “Como senza frontiere”, in cima alla lista dei soggetti da arginare per fermare la diffusione del fascismo in Italia ?

Abbiamo visto tutti lo stesso video?

L’imbarazzo della gente seduta, la diffusa goffaggine esistenziale di chi parla, il tentativo di tutti i presenti di non guardarsi mai negli occhi, il controllo ossessivo dei propri orologi sperando che tutto finisse il più in fretta possibile – più che un’aggressione fascista mi ha fatto venire in mente quello che accade quando qualcuno si masturba su un autobus o una presentazione di Minimum Fax.

Io il video ho fatto fatica perfino a vederlo per intero. Così carico dello stesso fastidio e imbarazzo che provi quando guardi qualcun altro subire uno scherzo.

Solo il Paese convinto che Gomorra sia uno spot per la criminalità organizzata o che giocare a GTA5 possa diventare un trampolino per diventare serial killer poteva pensare che qualcuno, guardando un video del genere, sarebbe arrivato a pensare: “sai cosa? Credo che abbandonerò le mie decennali convinzioni che ripongo nella democrazia occidentale ed entrerò nel distaccamento veneto della crew del Patata dei Simpson”.

Lo stesso vale per quanto avvenuto sotto la redazione di Repubblica.

Sono una decina i militanti di Forza Nuova che arrivano, ripresi dal cellulari di un giornalista del quotidiano. Sono armati di fumogeni e indossano le maschere che usano le coppie scambiste nei porno amatoriali in dialetto pugliese. Non mi viene in mente nulla che puzzi di sfiga più di tutto questo. Ma le più alte cariche dello Stato hanno chiamato il direttore Mario Calabresi per testimoniare vicinanza e solidarietà.

Certo, è grave se c’è chi minaccia la libera informazione, ma è anche importante razionalizzare chi lo sta facendo e perché.

Alcune delle più importanti associazioni internazionali di psicologi hanno rilasciato dei vademecum per spiegare ai giornalisti il modo corretto di raccontare gli attacchi terroristi e le stragi nelle scuole o in altri luoghi pubblici. Raccomandano sempre di non sensazionalizzare la paura procurata, di non rendere i responsabili delle star. Di non usare i loro nomi. Di non mostrare le loro foto. Chiedono di non far girare in modo ossessivo i video che documentano le violenze. E soprattutto di non diffondere un eventuale manifesto.

Insomma, di non fare tutto quello che la stampa italiana continua a fare.

È stato dimostrato un collegamento diretto fra il modo in cui si raccontano simili avvenimenti e la frequenza con cui si ripetono. Non è un caso che la manifestazione di Forza Nuova sia avvenuta dopo così pochi giorni dai fatti di Como. E i fatti di Como dalla testata di Roberto Spada. Nei casi italiani non parliamo di stragisti, ma i profili umani sono identici: uomini emarginati incazzati con la società.

L’unica cosa che desiderano queste persone è farsi vedere e ascoltare. Il loro unico modo di farlo è tramite azioni di questo tipo. E i media stanno facendo di tutto per aiutarli.

Sempre più spesso non devono neppure indossare maschere o fare “irruzione” all’interno di associazioni per la difesa dei migranti.

I militanti neo-fascisti sono ormai ospiti fissi e dialoganti in tutti i maggiori talk show italiani. Servono a raccontare la “rabbia crescente” della popolazione italiana. Vengono presi per commentare i servizi su Rom e negri cattivi in quelle trasmissioni dove le persone urlano dentro split screen. Loro, gli italiani veri, stufi e arrabbiati per i soprusi degli stranieri, contro vari fantocci mosci che dovrebbero rappresentare la sinistra di questo Paese.

Formigli, il conduttore di Piazza Pulita, ha spiegato il perché di questi continui inviti nei talk show. “Ospitiamo Casapound,” dice in diretta su La 7, “perché siamo giornalisti. Sapere cosa pensa Casapound di queste violenze e aggressioni è una notizia”.

Ma Formigli era stato ospite di Casapound diverse settimane prima di queste aggressioni e violenze, in uno dei tanti “dibattiti” organizzati per mettere a confronto  Di Stefano con i principali giornalisti televisivi italiani. Dopo di lui sono andati Nicola Porro, Davide Parenzo e perfino Enrico Mentana. È un’operazione che fa comodo a tutti. CasaPound rimane on brand come partito fascista con il pollice opponibile e i giornalisti possono invece scrivere sui social di quanto siano “pluralisti” e “democratici” e altre stronzate tipo “le idee sbagliate si combattono con le idee giuste” — una di quelle cose in cui credono solo gli uomini convinti che le donne lesbiche esistono solo perché non hanno ancora accettato la loro richiesta di amicizia su Facebook.

Mentana sostiene di non stare “legittimando” Casapound: è la democrazia stessa a farlo. Ha ragione: lui, Formigli e tutti gli altri stanno solo normalizzando Casapound e il fascismo. I dibattiti a cui tanto tengono nessuno li ha mai visti. A meno che non si vogliano contare le poche decine di presenti e le 17.000 views su YouTube. Sono stati usati da CasaPound come propaganda.

Le loro foto, i volti di personaggi pubblici stimati e riconoscibili, sono state affisse per Roma e postate su tutti i social, come fossero manifesti elettorali. Il messaggio che vogliono veicolare è implicito: se il conduttore del Tg delle 20:00, quello che entra nelle case di tutti gli italiani, quello che modera i dibattiti per le politiche, che intervista Renzi e Di Maio, parla amabilmente con dei fascisti, che male fanno questi fascisti? E che differenza c’è veramente fra loro e gli altri partiti politici? Discutere con CasaPound di stronzate pop, tipo Che Guevara, in questi dibattiti o ospitare i suoi esponenti in TV significa far entrare nel dibattito nazionale anche tutto il resto della loro retorica fascista.

Anche negli Stati Uniti, dopo Trump e soprattutto dopo Charlottesville, i fascisti e i nazisti sono diventati “notiziabili” e sì, anche il giornalismo americano ha commesso l’errore, in alcuni casi, di normalizzare i fascisti, ma almeno nessuno ha lasciato Richard Spencer, il neo-nazista che ha coniato il termine alt-right, monologare per 40 minuti sulla CNN o su Fox News.

È stato invece preso a pugni in faccia. E la stampa ha poi discusso sulla necessità di prendere a pugni in faccia in pubblico i nazisti.

l giornalismo non può rimanere equidistante.

CasaPound deve rimanere un problema locale romano, come la metropolitana che si blocca con la pioggia e i gruppi indie che rovinano il rap. I giornalisti televisivi non possono Santorizzare i movimenti neo-fascisti come hanno fatto col M5S nel 2007-2008.

Il compito del giornalismo dovrebbe essere quello di annichilire i fascisti, riscrivendo il profilo LinkedIn con cui oggi si presentano: come movimento sociale e populista che viene dal basso, come ha fatto in modo esemplare fino a oggi solo l’inchiesta de L’Espresso. Non di renderli persone con cui relazionarsi. La satira dovrebbe quindi usare le inchieste giornalistiche e ridicolizzare i fascisti, sbriciolando la posa omoerotica da pseudo maschi alfa che fa sentire così “duri” e “pericolosi” i militanti di questi movimenti.

Negli Stati Uniti la riposta migliore alla marcia neo-nazista a Charlottesville è infatti venuta proprio dai comici del Late Night e delle tramissioni satiriche come quelle di Stephen Colbert o di John Oliver. Non hanno invitato i leader neo-nazisti a parlare nelle loro trasmissioni, non hanno romanzato il loro vissuto, non si sono raccolti in posizione fetale aspettando la morte, ma hanno messo in moto le loro redazioni giornalistiche per ridimensionare gli uomini che hanno terrorizzato gli Stati Uniti in figure patetiche. Non si tratta di ridicolizzare un pericolo reale, ma di riconoscere quando un pericolo proviene da personaggi ridicoli.

In Italia noi abbiamo Maurizio Crozza.

E le nostre trasmissioni “giornalistiche” sono Matrix di Nicola Porro, Mattino 5, il contenitore quotidiano di Canale 5 accusato di pagare i Rom per dichiarare che rubano migliaia di euro al giorno, Dalla Vostra Parte di Belpietro e Quinta Colonna di Del Debbio su Rete 4, La Gabbia di Paragone chiusa di recente su La 7 e ora Non è L’Arena di Giletti, che continuano a terrorizzare i loro spettatori creando un’emergenza che non esiste. Nel 2014 i reati sono diminuiti del 7% rispetto l’anno precedente. Nel 2015 dell’8%. Nel 2016 addirittura del 15%. Ma guardando i talk show e leggendo i giornali italiani sembrerebbe di vivere nella più grossa emergenza di criminalità della nostra storia. E sta funzionando: il 46% si sente in pericolo, il dato più alto negli ultimi dieci anni. L’approvazione nei confronti dello Ius soli fra gli italiani in 6 anni è crollata dal 71% al 44.

Volete veramente fermare il ritorno del fascismo nel nostro Paese? Cominciate dal giornalismo italiano.

Stampa (in)dipendente

segnalato da Barbara G.

La politica condiziona 8 giornalisti su 10: la ricerca e una prima risposta

di Cristiano Lucchi – perunaltracitta.org, 08/02/2016

Otto giornalisti italiani su dieci subiscono pressioni politiche che influenzano pesantemente la qualità del loro lavoro. Una pressione negativa che mina la loro autonomia e indipendenza in maniera direttamente proporzionale all’alto livello di corruzione percepita nel nostro Paese. Ne consegue che il 65% degli italiani ritiene non credibile l’informazione mainstream anche se, e sarebbe utile indagare il perché, continua in maggioranza ad affidarsi alla televisione e ai grandi siti di news estensione della più tradizionale carta stampata.

Sono alcuni dei dati allarmanti – a mio avviso sconvolgenti, considerato che il nostro Paese è ancora formalmente una democrazia – che emergono dalla ricerca MediAct (acronimo di Media Accountability and Transparency, che ha il merito di promuovere la trasparenza e la responsabilità nel giornalismo) condotta con interviste a ben 1.762 giornalisti in 14 paesi, dal 2010 al 2014.

Per l’Italia hanno elaborato l’analisi i professori Gianpietro MazzoleniSergio Splendore del Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche dell’Università degli Studi di Milano. Quest’ultimo ne ha curato anche la sintesi che vi invitiamo a leggere per approfondire il tema.

Ad influenzare negativamente il lavoro giornalistico in Italia ci sono naturalmente anche le pressioni economiche. Seppur minori a quelle dei partiti e degli esponenti politici è un dato che costringe a riflettere su quantol’intreccio perverso tra la forza degli inserzionisti pubblicitari e la debolezza contrattuale dei giornalisti, spesso sottopagati, abbassi la qualità complessiva di quello che in altri Paesi è ancora possibile definire Quarto potere.

Ed è proprio il confronto impietoso con gli altri Paesi protagonisti della ricerca a mettere in un angolo l’Italia. In Finlandia, Svizzera, Olanda, Germania, Estonia solo tra il 10% e il 20% dei giornalisti subisce pressioni. I picchi negativi si registrano in Romania, Tunisia, Giordania e Spagna che però, con percentuali all’incirca del 50-60%, relegano comunque il nostro Paese all’ultimo posto (80%).

Va evidenziato anche come i giornalisti italiani andrebbero sempre sostenuti e accompagnati nelle loro azioni di resistenza alle pressioni che subiscono. Azioni non diffusissime ma quando un giornalista ha il coraggio di lottare per il diritto all’informazione è necessario affiancarlo nel suo impegno. Ossigeno per l’Informazione, l’osservatorio sui giornalisti minacciati e le notizie oscurate in Italia è un buon punto di partenza per conoscere e attivarsi.

In questo quadro il dato positivo è che il 48% degli italiani inizia a discernere tra le buone e le cattive fonti di informazione. Sono quindi sempre più utili le app (sia per smartphone che per pc, come ad esempio Feedly), che offrono la possibilità di aggregare flussi informativi personalizzati con quei contenuti che nel tempo riterrete più affidabili e credibili, provenienti da testate giornalistiche, riviste online, siti specializzati, blog e via dicendo.

Una risposta modesta nella sua semplicità, ma che consente di avere uno strumento di lettura della realtà che ostacola chi vuole aggirare la democrazia con minacce e pressioni. Se nessuno di noi oserebbe bere da una fontana che getta acqua avvelenata perché far dipendere l’esito della nostra vita da informazioni eterodirette altrettanto pericolose?

Il giornalismo si suicida on line

Segnalato da barbarasiberiana

IL GIORNALISMO NON E’ MORTO. MA CERCA DI SUICIDARSI ON LINE

Albertopuliafito.it, 13/04/2015

Il giornalismo non è morto. Non morirà finché ci saranno notizie e storie da raccontare. Non morirà finché ci saranno persone che vorranno raccontarle e persone che vorranno leggerle, ascoltarle, vederle. Non credo si possa prescindere da questo punto di partenza.

Sia chiaro: personalmente, credo che anche la carta non sia affatto morta ma che si dovrà sempre più specializzare. Niente di nuovo: lo scriveva Philip Phelan addirittura nel 2008. E credo fortemente che la specializzazione sia un punto di forza anche online (viva la verticalità e le nicchie, per capirci).

Da qui a dire che la situazione del giornalismo online italiano sia rosea, però, ce ne corre.

In una spasmodica rincorsa all’ultimo click, le testate sul web tentano disperatamente di attirare i lettori e gli utenti con strategie di breve o brevissimo periodo, senza più cercare di fidelizzarli. È una gara ad accaparrarsi quanto più possibile, subito. Spesso con pratiche – in particolar modo sui social network – che mettono a repentaglio l’immagine stessa di una testata.

Oggi, Gabriele Capasso ha scritto questo sul suo profilo Facebook, prendendo le mosse da una condivisione “social” decisamente “ardita” da parte del Fatto Quotidiano.

Il 23 settembre 2009 uscì il primo numero del Fatto Quotidiano, nell’editoriale del direttore Padellaro si leggeva: «Ci chiedono: quale sarà la vostra linea politica? Rispondiamo: la Costituzione della Repubblica».

Il 13 aprile 2015 si legge che Calico Bombshell, la 22enne di 190 kg con una dieta tutta pizza e Coca-Cola e che ama spogliarsi in webcam ha una specialità: «strofinare la pancia sull’obiettivo».

L’editoriale di Antonio Padellaro cui fa riferimento Capasso è ancora online.

Se pensate che sui social valga tutto, allora probabilmente la vedete come il social media manager del Messaggero. Che, a un utente che si lamentava per l’ennesima condivisione acchiappa-click, rispondeva così:

Questo non è Il Messaggero. Questa è la pagina Facebook del Messaggero. […] Se vuole solo news selezionate compri il giornale invece di informarsi su Facebook che non è un giornale ma un social network

Quanti problemi da analizzare, in una sola frase, dal punto di vista del sottoscritto. E forse anche dal vostro, se siete arrivati da queste parti a leggere. L’identità di un marchio, di una testata, dovrebbe essere tale ovunque. Quindi anche su Facebook, per esempio. E poi, chi l’ha detto che sul giornale da comprare le notizie sono selezionate? Con tutte quelle pagine che si devono riempire, avrei comunque qualche dubbio.

Certo, c’è questo fatto che online ci sono le metriche che ti fanno misurare il numero di lettori di un pezzo: è un fatto del tutto inedito per i giornalisti abituati a confrontarsi solamente con le vendite della loro testata e non con i lettori del proprio pezzo. Ma le metriche sono tante (c’è anche il tempo di permanenza, per esempio. C’è la frequenza di rimbalzo. C’è la fidelizzazione degli utenti) e non ci sorprenderà scoprire che un pezzo sul famigerato video intimo di Belen ha fatto più click di un’analisi geo-politica sull’Isis. Ma cosa ce ne facciamo di tutti quei click, una volta che li abbiamo ottenuti?

Non solo: se gli utenti cominciano a lamentarsi è perché, evidentemente, non ne possono più della massificazione e dell’uniformazione, chiamiamola pure della buzzfeedizzazione della maggior parte delle testate italiane online. Buzzfeed c’è, esiste, è una realtà, ha una sua linea ben precisa e riconoscibile. Ma è Buzzfeed, appunto. A che serve che Repubblica e Corriere, per dire, ripropongano i 39 motivi per non venire in Italia proposti da Buzzfeed? Sul Guardian, sul New York Times, non le trovate le listine (con numeri rigorosamente non tondi perché così è più accattivante il titolo), c’è poco da fare. Ed è proprio questo il momento in cui differenziarsi e investire sul medio e lungo periodo. Prima che il lettore si stanchi definitivamente.

Perché l’altra faccia della medaglia di questa corsa alla massa è un progressivo deterioramento della professione giornalistica:

– notizie date appena possibile, senza verifica alcuna;
– il confine fra il vero e il falso diventa il verosimile. Se una storia è verosimile, ormai, vale la pubblicazione. Poi al massimo si ritratta oppure la si fa cadere nel dimenticatoio (per dire: che fine ha fatto il video visto da Paris Match e Bild?);
– notizie deformate dal titolo (che poi influenza tutto il resto)
– titoli che deformano qualsiasi tipo di “studio” per trasformarlo in qualcosa di “incredibile”, “sconvolgente”, “commovente”:
– eccesso di straordinarietà (e dunque normalizzazione della medesima. Se tutto è straordinario, non lo è più nulla);
– danni progressivi e permanenti al pubblico, che progressivamente perde l’abitudine all’approfondimento, in un circolo vizioso.

Questa ricerca spasmodica di click a ogni costo finirà per far male al giornalismo tutto. Anzi, lo sta già facendo da tempo: fa male ai professionisti, fa male agli editori, fa male al pubblico. Vista la premessa, devo per forza ribadire che il giornalismo troverà il modo di rinnovarsi e di reinventarsi, perché il pubblico c’è e le storie da raccontare anche. E gli strumenti offerti dal web, dalle app, dai social network, se usati bene, diventano una ricchezza per il giornalismo stesso.

Per il momento, però, i protagonisti del giornalismo online in Italia stanno facendo di tutto per impiccarsi all’ultimo click.

Da leggere anche:

News on paper needs a rethink, Philip Phelan, The Australian, 22 maggio 2008
Il giornalismo è morto: dai contenuti per far traffico, a quelli completamente falsi, Davide Tagliaerbe Pozzi, il Tagliaerbe, 8 luglio 2014
Spacchettare o morire, Pier Luca Santoro, DataMediaHub, 19 marzo 2015
Print isn’t dead – and we hope to prove it, Erik Jensen, The Guardian, 21 novembre 2013
Il medio dei media, Alberto Puliafito, TvBlog (Blogo.it), 2 aprile 2015
Obama is wrong. Traditional journalism isn’t dead, di Danny Hayes, Washington Post, 4 agosto 2013
Mondi paralleli, di Luca Sofri, 12 aprile 2015, Wittgenstein.it
Il giornalismo delle cazzate, di Massimo Mantellini, 2 marzo 2015, Manteblog.it
Post industrial journalism: Adapting to the Present, di Chris Anderson, Emily Bell, Clay Shirky, 3 dicembre 2014, Tow Center For Digital Journalism
Periscope ucciderà il giornalismo?, di Giuliana Grimaldi, 30 marzo 2015, ReMedia

Meglio se taci

“Meglio se taci”, contraddizioni e censura della libertà di parola sul web in Italia

Nel libro di Alessandro Gilioli (L’Espresso) e Guido Scorza (avvocato e blogger de ilfattoquotidiano.it) il caos normativo in un Paese in cui chi fa informazione online è ancora soggetto alla legge sulla stampa del 1948. E dove il digital divide è aggravato per parte politica da una “radicata subcultura nemica della libertà della rete”. 

di Eleonora Bianchini – il fattoquotidiano.it, 23 febbraio 2015

Ordine e contrordine, uguale disordine. Eccolo l’iter normativo che regola l’informazione sul web in Italia, dove i blog rischiano ancora di essere condannati per il reato di stampa clandestina e chi pubblica notizie può incorrere nell’esercizio abusivo della professione. Perché “non è possibile fare il giornalista senza tessera dell’Ordine, ma per averla bisogna fare il giornalista”.

meglio se taci internaSono solo la punta dell’iceberg delle contraddizioni riordinate in “Meglio che taci” (Baldini&Castoldi), il libro di Alessandro Gilioli (L’Espresso) e dell’avvocato e blogger de ilfattoquotidiano.it Guido Scorza. Un’inchiesta che attraverso esempi di cronaca mostra come spesso l’interpretazione delle norme si traduca in censura, obiettivo condiviso da disegni di legge presentati in Parlamento che puntano a imbavagliare il web, ignorando che i provvedimenti validi nel mondo reale sono già estesi anche in ambito digitale. Molto lontano dal “far west” immaginato da deputati e senatori, tra i quali prevale “spesso una radicata subcultura nemica della libertà della rete“.

Un caso in cui la difesa del diritto d’autore è diventato pretesto per censurare l’informazione è la vicenda del forfait di Gabry Ponte raccontata dall’emittente locale “Vera Tv Abruzzo”, che si è vista rimuovere i video su YouTube dove aveva ricostruito la vicenda. E poi c’è la vicenda di Carlo Ruta, blogger siciliano condannato per il reato di stampa clandestina in primo grado e in appello prima che la Cassazione precisasse che a un blog non è applicabile la legge sulla stampa del 1948.

Non ultima la storia di PnBox, web tv di Pordenone che dava semplicemente voce ai cittadini, segnalata all’ordine dei giornalisti per esercizio abusivo della professione. Un’accusa poi smontata davanti ai giudici: l’attività della web tv, hanno detto, “non è paragonabile a quella di un giornalista perché non prevede alcuna rielaborazione critica dei contenuti”. Stessa accusa anche per Pino Maniaci, direttore di TeleJato, tv antimafia di Palermo che dopo due rinvii a giudizio e altrettante assoluzioni, ha preso il tesserino dell’Ordine. Come se la “patente” da giornalista fosse la condizione indispensabile per denunciare fatti criminosi e infiltrazioni mafiose. E questo in cosa si traduce? Nel pagamento nel bollettino annuale all’Odg, che per Gilioli e Scorza è fatto di “burocrati e gabelle” e che “non ha più alcuna funzione se non quella di garantire stipendi, segretarie, uffici e brandelli di potere si suoi incravattati vertici”.

Lasciando da parte i casi giornalistici, in Italia il 34 per cento della popolazione non ha “mai aperto un browser” in vita sua. In più, siamo penultimi in Unione Europea per velocità della connessione misurata. Il digital divide italiano però si spinge oltre i confini della banda larga e “della scarsa penetrazione della rete nelle abitudini sociali”. Come? Ad esempio con il compenso per la copia privata promosso dal Mibac di Franceschini, che disincentiva l’acquisto di device digitali. Ed è anche il Paese dell’ostacolo al wi-fi, dove gli esercenti possono rischiare multe da migliaia di euro se mettono a disposizione della clientela alcuni tabletPerché in base all’articolo 110 del testo unico che disciplina la messa a disposizione del pubblico di apparecchi da gioco – “il cui impianto originario risale a un regio decreto del 1931″ – sono equiparabili alle slot-machine.

E se sul fronte trasparenza andasse meglio? Magari. Perché in Italia manca un Free of Information Act (Foia), legge che esiste dalla Svezia al Ruanda, per garantire ai cittadini una pubblica amministrazione trasparente. A dire il vero, ad annunciare un Foia nazionale era stato il governo Monti. Ma il testo non aveva nulla a che vedere con il modello Usa a cui avrebbe dovuto ispirarsi e ribadiva solo quello che le norme già prevedevano. Se esistesse, potremmo, ad esempio, conoscere nel dettaglio il contenuto del famigerato dossier Cottarelli sulla spending review. Proprio quello che né Palazzo Chigi né il Ministero dell’Economia allo stato attuale riescono a trovare.

Oltre i confini nazionali, poi, rimangono aperte le domande sulle policy arbitrarie di Facebook e Google, big player che godono di potere incontrastato sul mercato virtuale e che decidono anche quali notizie possono pubblicare gli utenti. In occasione della diffusione del video della decapitazione di James Foley, ad esempio, Dick Costolo di Twitter ha avvisato che la pubblicazione degli immagini avrebbe potuto causare la sospensione dell’account. Questioni in cerca di sintesi e risposte, che coinvolgono Europa e Stati Uniti. Senza spingersi tanto oltre, però, possiamo limitarci al recinto italiano. Per vedere che anche dentro i nostri confini c’è già – e ancora – molto da fare.