Giuseppe Sala

Giuseppe Sala ha fatto tris.

Giuseppe Sala ha fatto tris. Ha tre indagini in corso (e lo sa)

di Gianni Barbacetto

Triskel182

sala_brindisiGiuseppe Sala è tornato sindaco. Dopo quattro giorni, ha sospeso la sua autosospensione (giuridicamente insostenibile), dicendosi soddisfatto per l’incontro avuto in Procura generale dal suo avvocato, Salvatore Scuto: “Sereno e proficuo”, lo ha definito il legale. In verità, l’incontro è stato del tutto inutile, tanti sorrisi di circostanza e nessuna informazione sulle indagini, che i magistrati non possono dare. Non hanno offerto neppure garanzie su quando Sala sarà interrogato: lo decideranno loro. Quando mai chi indaga si fa dettare i tempi dall’indagato? Ma il sindaco di Milano doveva trovare un modo per uscire dall’impasse, dopo la strana autosospensione decisa d’impulso appena saputo di essere indagato. E allora la visita di Scuto in Procura generale è stata il pretesto da dare alla stampa per spiegare il ritorno.

View original post 1.026 altre parole

Girotondini à la Renzi

Comunali Milano 2016 – Toh, i girotondini: ieri barricaderi e oggi renziani (in incognito)

di Andrea Scanzi – FQ, 24 marzo 2016

Daria Colombo è brava scrittrice e attivista instancabile. Una di quelle persone senza le quali, per esempio, non ci sarebbero stati i girotondi nel 2002. Da pochi giorni è a capo della lista “arancione” per le Comunali di Milano. Venerdì scorso, con il marito Roberto Vecchioni, era a Massafra per ritirare il Magna Grecia Awards 2016. C’ero anch’io. Non la conoscevo personalmente. Donna garbata, elegante e colta. Dopo la premiazione, a fine cena, mi ha detto ironicamente che di lì a poche ore molti avrebbero parlato di lei. Non era difficile intuire che stesse alludendo alle elezioni di Milano: “Ti candidi a sindaco?”, le ho chiesto. Ha sorriso.

Daria-ColomboMagari col Pd?”, ho aggiunto scherzando. Mi ha risposto, sempre con garbo, che con il Pd non avrebbe potuto farlo: è un progetto che sente distante, ancor più con Renzi. Proprio per questo – scelta nobilissima – aveva avvertito il dovere di rimettersi in gioco in prima persona. “Non dentro il Pd, però. Non è un caso che il mio ultimo romanzo si chiuda proprio poco prima che il Pd nasca”. Il suo ultimo romanzo, peraltro bello, è Alla nostra età, con la nostra bellezza. Parte nel 1992 e si chiude nel 2007. “Nel terzultimo e penultimo capitolo si intuisce cosa pensi del Pd”, mi ha detto venerdì. Ecco: non ne pensa benissimo. Quella sera Daria Colombo non ha voluto sbilanciarsi ulteriormente, ma alla luce di quanto da lei affermato era lecito immaginarsi – come minimo – una candidatura alternativa a Sala.

Magari con Civati. La realtà è stata appena diversa. Daria Colombo è sì a capo della lista arancione, dunque non nel Pd renziano. Proprio come aveva anticipato. C’è solo un problema: la sua lista corre in appoggio di Beppe Sala. E quindi di Renzi. Siam sempre lì: alla presunta montagna che partorisce un topolino. Alla “sinistra” che abbaia tanto, ma che non morde mai e alla fine obbedisce puntualmente al Caro Leader. La solita sinistra salottiera e borghese, che gioca ancora a turarsi il naso convinta che il berlusconismo dichiarato (Parisi) sia peggiore, o anche solo veramente diverso, di quello mascherato (Sala-Renzi). Una sinistra ovviamente griffata Sel e doppiamente colpevole, perché si riduce a stampella connivente di Renzi.

Finge di contrastarlo ma, con la scusa sempiterna del “condizionarne le scelte combattendo dall’interno”, non è che l’innocuo cavallo di Troia del renzismo. La Colombo si è detta certa che i voti arancioni saranno decisivi per far vincere Renzi: come se fosse un vanto, come se la cosa non rendesse questa operazione ancora più surreale (e colpevole). A Milano la sinistra poteva vincere, e valeva la pena quantomeno provarci, ma sarebbe stato troppo rischioso o peggio ancora stancante: meglio tornare all’ovile, giocando inizialmente ai ribelli per poi agitare la spauracchio del “rischio centrodestra”.

Non stupisce che la lista pisapiesca-menopeggista piaccia a Gad Lerner, emblema del giornalista indipendente (con la tessera del Pd in tasca) e dell’attivista pensoso che ieri bivaccava al Bar Casablanca di gaberiana memoria e oggi ha un’idea sempre più calcistica della politica: il punto, per quelli come lui, non è essere di sinistra ma tifare – e votare – Pd. A prescindere da cosa faccia il Pd. Come se il partito fosse l’Inter, e pazienza se ieri c’era Mazzola e oggi Kondogbia.

È ogni giorno più avvilente constatare come i girotondini barricaderi di ieri si siano spesso ridotti a renziani (neanche troppo) in incognito. Più che continuare a ripetere che “non ci sono alternative a Renzi”, bisognerebbe dire una volta per tutte che è proprio la “sinistra” a non volere alternative. Se una figura caricaturale come Renzi è stata trasformata nel delirio generale in una sorta di “leader onnipotente”, è anche colpa di questa gauche caviar al livello minimo di coscienza.

Se questo è fango…

Primarie Milano, dire la verità su Sala è fango?

di Gianni Barbacetto – FQ, 22 gennaio 2016 

Le “primarie più belle del mondo” si stanno dimostrando una melassa piena di ipocrisia. Tutti a stringersi la mano e a farsi foto insieme, i quattro candidati sindaco a Milano, con qualche stilettata reciproca, certo, ma per carità, siamo tanto amici e corriamo tutti per l’obiettivo comune. In verità, si prenderebbero a sciabolate. Ma si guardano bene dal dirlo.

E le differenze – quelle vere – non emergono: tutti a parlare di periferie, navigli scoperchiati, posti di lavoro, salario sociale, aria pulita, cultura, musica, sport, pace e bene. Come se i programmi dovessero farli i candidati e non i partiti. Come se fossero quattro partecipanti a X-Factor che si contendono la vittoria con la proposta più fica. Come se qualcuno potesse dire in campagna elettorale che vuole le periferie abbandonate, l’aria più inquinata, la città più brutta, più traffico, più disoccupati, meno cultura e più tasse per tutti. Nessuno ha il coraggio di dire che – al netto di narcisismo e retorica politica – la contesa vera, tra loro, è un’altra: tra chi vuole la continuazione del “Modello Milano” (sinistra unita con i movimenti civici e i senzapartito) e chi vuole riconsegnare la città a Matteo Renzi, prefigurando il Partito della Nazione e riportando a Palazzo Marino il Partito degli Affari, con Cl e tutto il codazzo dei signori che erano a cena con Giuseppe Sala al Marriott Hotel mercoledì scorso. Dirlo ad alta voce è lesa maestà delle primarie. Se uno ci prova, viene additato come un guastatore che vuole rompere l’incanto, come un manovratore della macchina del fango.

Fango? È fango dire che non può fare il sindaco uno che ha gestito Expo senza un minimo di trasparenza, non dicendo la verità né sugli ingressi né sui conti? È fango dire che non può fare il sindaco uno che ha gestito Expo come fosse roba sua, distribuendo milioni di euro a sua discrezione, senza gara, privilegiando amici di Renzi come Oscar Farinetti? È fango dire che non può fare il sindaco uno che non si è accorto di che cosa combinavano i suoi più stretti collaboratori, prima che arrivassero le manette? È fango dire che non può fare il sindaco uno che dovrà forse testimoniare con imbarazzo al processo a Roberto Maroni che faceva pressioni per far assumere una sua amica a Expo? È fango dire che non può fare il sindaco uno che per farsi la sua villa al mare, a Zoagli, ha chiamato due architetti che contemporaneamente lavoravano per ExpoMichele De Lucchi (l’ideatore del Padiglione Zero, compenso 110 mila euro) e Matteo Gatto (architetto del Masterplan, dipendente di Expo spa). Con Sala, non si capisce dove finisce Expo e dove iniziano i suoi affari personali e la sua carriera politica: gli uomini Expo li ritrovi non soltanto a Zoagli, ma anche a Milano: stratega della sua campagna elettorale per le primarie è la Sec di Fiorenzo Tagliabue (che ha ricevuto, insieme alla Hill & Knowlton, 1,54 milioni di euro per l’attività di media relations di Expo).

Ribattono i suoi: nessun reato, dunque si può fare. Risponde lui: De Lucchi l’ho pagato 70 mila euro più Iva. Ma non vi spaventa questa leggerezza, questa superficialità, questa commistione? Volete proprio portarla a Palazzo Marino? Se un assessore usasse per casa sua (pagando, s’intende) un architetto a cui ha dato un incarico pubblico, un fornitore che sta lavorando per il Comune, non avreste nulla da dire? Giuliano Pisapia non mi risulta l’abbia fatto e non l’avrebbe tollerato per alcuno dei suoi assessori. È fango dire queste cose, pretendere un po’ di rigore, o almeno di decenza?