governo Renzi

Equitalia si terrà l’aggio. Restano pure gli interessi

di Marco Palombi – ilfattoquotidiano.it, 29/10/2016

Triskel182

equitaliaLa scoperta nel testo alla Camera: per i cittadini rimarrà (quasi) tutto come prima.

Il sospetto ci era venuto subito, ora è divenuto certezza nelle analisi dei parlamentari (e dei loro tecnici) che stanno lavorando al testo del cosiddetto “decreto fiscale”: l’abolizione di Equitalia è una pura operazione nominale. E neanche tanto profonda visto che dal 1° luglio scorso si chiama Equitalia Servizi di Riscossione e dal 1° luglio 2017 si chiamerà Agenzia delle Entrate Riscossione. Il nome Equitalia non c’è più, ma il resto? A leggere il decreto, ci sarà quasi tutto e in particolare il famigerato “aggio”, cioè il 6% (fino all’anno scorso era l’8%) che la società di riscossione carica sulle cartelle per finanziarsi.

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Stepchild Rendition

di Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano, 25 febbraio 2016 

Siccome ben 199 senatori, cioè la stragrande maggioranza del Senato, sono favorevoli a tutta la legge Cirinnà, compresa la stepchild adoption, il molto democratico presidente del Consiglio e segretario del Partito democratico (si fa per dire) ha deciso di stralciare, cioè di cancellare, la stepchild adoption dalla legge Cirinnà per compiacere i 121 senatori contrari. Nella democrazia alla rovescia, la minoranza mette sotto la maggioranza. E il governo pone la fiducia, nel silenzio complice del Quirinale e dei presidenti delle Camere, su una legge parlamentare su cui lo stesso Pd aveva lasciato libertà di coscienza, salvo ora imporre la coscienza (si fa sempre per dire) di Bagnasco, Alfano & C. con un voto blindato pro o contro il governo. Che, così, costringe chi non fa parte della maggioranza (M5S e Sel) a votare contro una legge a cui è favorevole. Se fino all’altroieri una minoranza usava la fiducia per costringere la maggioranza a votare leggi che non condivideva (Jobs Act, Italicum, nuovo Senato), ora lo fa per vietare alla maggioranza di approvare una legge che condivide. Siccome chi ha vinto le elezioni (Pd+Sel e 5Stelle, che nei sondaggi rappresentano due terzi degli elettori) vuole la stepchild, è naturale che la stepchild non passi, o passi dimezzata per ordine di chi le elezioni le ha perse (Lega e Pdl, ora sparpagliato tra FI, Ncd e pulviscoli vari che arrivano al massimo al 30% nei sondaggi) e di uno Stato estero.

Monica Cirinnà

Fino all’altroieri il Pd, a parte i soliti quattro catto, giurava che mai avrebbe accettato lo stralcio della stepchild. Ivan Scalfarotto, sottosegretario: “Chi oggi esulta per le unioni civili in Grecia esulterebbe se in Italia passasse una legge senza stepchild come quella greca?” (23.12).

Sergio Lo Giudice, senatore: “Stralciare la stepchild è un’ipotesi priva di fondamento: la legge sarebbe massacrata dalle sentenze europee dal primo giorno” (7.12). Renzi: “No allo stralcio della stepchild adoption: nasce come proposta della Leopolda e l’abbiamo appoggiata sin da allora” (29.12).

Monica Cirinnà: “La stepchild ci sarà” (30.12).Federico Fornaro, sinistra Pd: “Chi chiede lo stralcio vuole che l’Italia resti l’unico paese europeo senza una legge sulle unioni civili” (4.1). Pier Luigi Bersani, ex segretario: “No allo stralcio delle adozioni” (14.1). Paola Campana: “Nessuno stralcio, non si abbassa l’asticella sui diritti dei bambini” (14.1). Luigi Zanda, capogruppo al Senato: “Non si parli di stralcio della stepchild: il testo ha già subìto almeno 4 revisioni” (16.1). Giuseppe Lumia: “Non ci sarà nessuno stralcio. Il testo che contiene la stepchild adoption è equilibrato e in grado di avere il più largo consenso dell’aula” (4.2). Matteo Orfini, presidente Pd: “Tirare dritto con il testo Cirinnà. Non prendo in considerazione l’ipotesi che la legge non passi con anche la stepchild” (7.2). Ri-Zanda: “Avanti senza alcuno stralcio, passerà anche la stepchild” (8.2). Anna Finocchiaro, senatrice: “Ok stepchild. Da stralcio nessuna deterrenza a maternità surrogata” (9.2). Ri-Renzi ad Alfano: “La posizione del Pd non è per stralciare la stepchild” (14.2). Ettore Rosato, capogruppo alla Camera: “Si smetta di parlare di stralci: è in gioco un punto delicatissimo come la tutela dei minori” (15.2).

Roberto Speranza, sinistra Pd: “Non è immaginabile togliere la stepchild adoption” (17.2). Ri-Zanda: “Il gruppo Pd al Senato punta a portare avanti il ddl Cirinnà senza stralcio della stepchild adoption” (17.2). Ri-Cirinnà: “Se la legge cambia e diventa una schifezza, tolgo la firma e lascio la politica” (17.2). Luciano Pizzetti, sottosegretario alle Riforme: “La parola stralcio è una bestemmia” (18.2). Francesco Verducci, a nome dei 21 senatori “giovani turchi” Pd: “Chi parla di stralcio sa che renderebbe impossibile l’unità del Pd” (18.2).

Poi è bastato il fischio di padron Matteo col contrordine compagni, e tutti a cuccia: sì allo stralcio della stepchild adoption, evvai, evviva, che bello, è quello che abbiamo sempre sognato, com’è umano Renzi! In Vaticano hanno persino riaperto il Carnevale in piena Quaresima. Ma dove sono Scalfarotto, Zanda, Rosato, Speranza, Finocchiaro e Orfini con tutti i giovani turchi? E la Cirinnà, avrà già lasciato la politica? Si teme un rapimento, una rendition di massa modello Abu Omar. Forse Renzi li tiene segregati nelle segrete di Palazzo Chigi a pane e acqua con le omelie di Adinolfi dagli altoparlanti? Chi ha notizie faccia sapere. Intanto organizziamo le ricerche con i cani da valanga.

Ci piacerebbe tanto avere con noi l’impavido Francesco Merlo che, quando il M5S decise (come il Pd) la libertà di coscienza pur sposando in toto la legge, fremeva di sdegno su Repubblica contro “la giravolta di Grillo” che “si allea con Quagliariello in nomine Dei… nei tortuosi corridoi politici degli atti indecenti e nell’Italia delle sacrestie e dei campanili” contro “la civiltà europea della faticosa ma necessaria legge Cirinnà… la legge più moderna e più radicale che il Parlamento italiano possa approvare in materia di diritti civili, la sola che ci possa agganciare all’Europa”. Poi osservava sconsolato: “già si parla di ‘stralcio’, ‘emendamento’, di un altro ‘super canguro’, che è il lessico del rinvio, la più crudele pena inflitta all’Italia, condannata all’eternità dell’indolenza… alla morbidezza del peggio, al capriccio perverso dell’andreottismo, al rinvio come via italiana al vaffanculo”.

Ecco, ora che tutte queste belle cose le fa Renzi, servirebbe tanto la verve del Merlo. E invece niente, desaparecido anche lui. O forse, più semplicemente, stralciato.

La chiarezza non ci basta

Sulla morte di Giulio Regeni l’Italia non può chiedere solo chiarezza

Forze di sicurezza egiziane davanti all’obitorio dove è stato portato il corpo di Giulio Regeni, il 4 febbraio 2016 (Mohamed Shahed, Afp)

di Christian Raimo – internazionale.it, 5 febbraio 2016

I ragazzi muoiono. Giulio Regeni aveva 28 anni ed era al Cairo a fare una ricerca di dottorato sull’economia egiziana. In realtà – credo sia evidente a tutti – era uno che faceva coraggiosamente anche il giornalista free lance e cercava di riportare un minimo di verità e di luce su un paese governato dal regime militare oppressivo guidato dal generale Al Sisi. Era un giornalista senza protezione, il Manifesto che pubblicava i suoi pezzi era purtroppo una testata debole per garantirgliene una.

Soprattutto se si tiene conto che negli ultimi due anni in Egitto sono state uccise – stando ad Amnesty international – 1.400 persone ritenute oppositori del regime, e che nel paese sono all’ordine del giorno arresti di giornalisti indipendenti. L’impunità dei militari non si ferma neanche di fronte all’autorevolezza di un network come Al Jazeera: ad agosto due suoi giornalisti, Mohamed Fahmy e Baher Mohamed, accusati di aver “diffuso notizie false”, erano stati condannati a tre anni (poi sono stati graziati) per aver dato attraverso le loro inchieste copertura mediatica alle attività dei Fratelli musulmani.

Dall’altra parte però la morte di Giulio Regeni non parla soltanto del metodo intimidatorio del potere di Al Sisi, ma anche della debolezza che spesso il governo italiano mostra in queste situazioni. Possiamo sperare che stavolta sia diverso, ma è un fatto innegabile l’indulgenza che Matteo Renzi ha mostrato più volte nei confronti dell’autoritarismo di Al Sisi, a partire dall’imbarazzantissima intervista di luglio ad Al Jazeera quando lo definì “a great leader”, derubricando la questione degli attacchi seriali ai giornalisti a una sorta di inevitabile danno collaterale del nuovo potere egiziano.

Ma l’aspetto ancora più triste della morte di Giulio Regeni – che ha tutti i tratti di un omicidio per agguato e morte per tortura per il quale Renzi chiede semplicemente “chiarezza” – è che non è e non sarà un caso isolato.

Succede anche in un Paese come l’Italia, così preso dalle piccole beghe nazionali e devastato dall’antipolitica, che ci siano ragazzi e ragazze, uomini e donne che partono per documentare la violenza di regimi oppressivi e aiutare le popolazioni coinvolte. È accaduto a Giovanni Lo Porto, il cooperante ucciso in Pakistan da un attacco con i droni statunitensi, per il quale il governo italiano non è riuscito ad avere informazioni e scuse adeguate dal presidente Obama e ad allestire un decente momento di commemorazione nell’aula di Montecitorio.

È accaduto ad Andrea Rocchelli, fotoreporter ucciso in Ucraina nel maggio del 2014, che non ha meritato nemmeno una dichiarazione di condoglianze da parte di Renzi, e per cui – come ha ricordato recentemente Lucia Sgueglia – è stata aperta un’inchiesta di cui non importa a nessuno e che sta cadendo nel vuoto.

In tutto questo colpisce ascoltare ogni volta il presidente del consiglio parlare della sua vocazione politica come quella di un ragazzo che ha scelto di impegnarsi perché si trovava nel mezzo di quella grande fase di pacifismo internazionale degli anni novanta, negli anni della mobilitazione contro la violenza delle guerre nell’ex Jugoslavia e dei massacri in Ruanda. Di quella vocazione evidentemente non è rimasto molto.

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Il dolore e gli avvoltoi

Giulio Regeni

di Norma Rangeri – ilmanifesto.info, 6 febbraio 2016

Tutto il Manifesto in questo momento è accanto alla famiglia di Giulio Regeni, per condividere con i genitori il dolore di chi ha perso un figlio nel modo più crudele e violento. Un ragazzo che li rendeva orgogliosi perché studiava e univa l’impegno civile al suo lavoro di ricercatore. Una giovane persona curiosa del mondo, attenta ai problemi sociali di un paese dove il dissenso non solo non viene tollerato ma è selvaggiamente represso con il carcere, le sparizioni, le uccisioni.

Della sua profonda passione e della forte partecipazione alle vicende di quel paese è del resto piena testimonianza l’articolo che ieri abbiamo pubblicato sul nostro sito, e poi sul giornale. È il racconto, preciso e appassionato, di un’assemblea sindacale. Giulio spiega la difficoltà dei lavoratori del settore pubblico, la mancanza di democrazia nell’organizzazione del sindacato egiziano, e la fatica di opporsi al programma di privatizzazioni iniziato ai tempi di Mubarak in un paese ormai martoriato dalla repressione feroce di un regime sanguinario. Nel suo reportage si approfondisce l’analisi sociale e se ne ricava il giudizio politico, con la consapevolezza che tutto, libertà, lavoro e diritti, viene oggi giustificato, in quel paese, dalla guerra al terrorismo. E forse, leggendolo, la polemica nata attorno all’affrettata diffida scritta a nome della famiglia, potrà stemperarsi e trovare nella concitazione di quelle ore terribili, la sua unica, comprensibile spiegazione.

Ma nulla, purtroppo, può sfamare gli avvoltoi che hanno infierito in queste ore su Giulio Regeni. Quegli avvoltoi che vivono nella Rete e che lo hanno arruolato nei servizi segreti italiani coprendo la sua vita di fango, come a giustificare la sua morte. Purtroppo a questi bassifondi dell’informazione siamo abituati perché, come abbiamo scritto, siamo un giornale di frontiera che ha già vissuto sulle sue povere ma robuste spalle altri drammi e tragedie, sempre e solo legate all’impegno politico e giornalistico, al dovere di testimoniare. E così è stato anche nella terribile vicenda di questo ragazzo che aveva appena iniziato a scrivere per noi perché considerava «un piacere poter pubblicare sul manifesto», considerandolo «il giornale di riferimento in Italia», come scriveva nelle mail.

Oggi il suo corpo viene restituito al nostro paese. E mentre cominciano a emergere particolari sulle torture subite, il dittatore egiziano si mostra cortese e comprensivo verso il governo italiano messo nel grave imbarazzo di ritrovarsi il cadavere di un giovane italiano mentre discute di affari con il nostro ministro dello Sviluppo economico. L’incidente va archiviato, magari con la punizione esemplare di qualche poliziotto (si parla di due arresti). Uno di quelli indicati da Mona Seif, nota attivista dei diritti umani, autrice di un appello agli stranieri di non recarsi in questo momento nel suo paese dove «qualsiasi poliziotto di qualsiasi grado si sente in diritto di detenere e magari torturare chiunque cammini per strada».

Il caso Regeni va dunque risolto il più rapidamente possibile, così da riprendere presto le normali, anzi, le privilegiate, relazioni tra l’Egitto e l’Italia. Un punto fermo della nostra politica internazionale, una corsia preferenziale sullo scacchiere mediorientale, specialmente in vista di probabili, ravvicinati interventi militari in Libia, con il dittatore Al-Sisi schierato dalla parte giusta. Si chiama real-politik.

I doni e i pacchi della manovra di Renzi

segnalato da Barbara G.

Dalla tassa tolta a chi possiede uno yacht, agli ottanta euro per i militari. I soldi ai diciottenni e gli incentivi per cambiare il camper. Mentre il premier lancia il “risparmiometro”, ecco cosa ci regala la stabilità.

Pausa. Venti giorni di riposo per i parlamentari. Ai deputati servono per riprendersi soprattutto dalla maratona notturna fatta per passare in tempo la manovra e il bilancio dello Stato al Senato, che ha così potuto approvare il testo prima della scadenza. La legge di Stabilità è stata così varata e sotto l’albero arrivano diverse novità. Ma sono doni o “pacchi”?

Quello che è certo è che Matteo Renzi è uno che quando fa i regali se ne vanta. Ma trattandosi del presidente del Consiglio e della manovra finanziaria (seguita dal milleproroghe), non siamo nel campo della maleducazione. È legittima propaganda. Alla Renzi, ovviamente, con tanto di “risparmiometro” sul sito del Pd, curato dai senatori: «Calcola il tuo risparmio del 2016 grazie alle azioni del governo Renzi», è l’invito. Poi le domande, ognuna pronta a colpire il diretto interessato, ognuna utile ad annunciare un regalino: «Quanto hai pagato di Imu nel 2015?». «Hai la tv?». «Hai un professore in famiglia?». «Hai qualcuno che diventerà maggiorenne nel 2016?». «E un militare?»

Diciottenni e militari, sì. Partiamo da qui. I primi due doni che Renzi cita sempre, e che assicura saranno tali, sono gli 80 euro estesi in busta paga a militari e forze dell’ordine (e ai lavoratori delle Capitanerie, grazie ad apposito emendamento dell’aula), e poi i 500 euro per i giovani, in una card, da spendere in cultura. Le due misure valgono 300 milioni la prima, e 250 milioni la seconda. C’è chi dice che siano regali inutili, ovviamente. Per gli ottanta euro valgono gli argomenti usati per la precedente e generalizzata operazione; «Dare un bonus di 500 euro ai giovani, dando solo indicazioni molto vaghe su come questi possono essere spesi, non è cultura: i giovani hanno bisogno di fondi strutturali per poter usufruire di servizi, non di regali una tantum», è la posizione dell’Unione degli studenti sui consumi culturali. In molti poi hanno notato come l’operazione escluda i ragazzi extracomunitari, neodiciottenni, anche se regolarmente residenti in Italia: «È mancato il coraggio», ha detto anche il Pd Francesco Boccia, pensando al casino che avrebbe fatto la Lega. Renzi comunque scommette che saranno pensieri graditi.

Per le forze dell’ordine ci sono poi anche 35 milioni di euro per le assunzioni. Questo è però quello che potremmo definire un regalo anticipato, come quando si chiede ai genitori di sommare compleanno, Natale e onomastico per qualcosa di caro: i soldi servono infatti ad anticipare al prossimo anno le assunzioni già programmate nel 2017.

Continuando nella metafora natalizia, altro dono rivendicato dal premier è l’abolizione delle tasse sulla prima casa, tema a cui sono dedicate ben tre domande del “risparmiometro”.

Dopo il lungo dibattito (con, nel Pd, la minoranza intenta a ricordare al premier che la posizione del partito è sempre stata quella di una progressività e non dell’abolizione indifferenziata) sono esclusi i castelli, fortunatamente, perché in quel caso sì che sarebbe stato un pacco. Una modifica fatta a Montecitorio ha poi stabilito che anche le seconde case, se nella stessa città e date in comodato d’uso ai figli, pagheranno il 50 per cento di Imu e Tasi. Anche questo ve lo ricorda il “risparmiometro”.

I comuni, dice poi Renzi, non potranno compensare il minor gettito con nuove tasse. Ma in passato, bisogna notare, è il dono si è trasformato quasi subito in pacco. Scendendo più nelle minute, altro dono che fa la finanziaria del governo è certamente quello alle Scuole Paritarie. Dono o pacco, in questo caso, è questione di sensibilità. Sarà perché fanno anche il presepe e non solo l’albero, ma alle scuole private sono arrivati tre milioni di euro in più sul fondo annuale, ovviamente già confermato nella prima bozza. L’emendamento che ha previsto l’aumento porta la firma di Maurizio Lupi.

In più si segnala una piccola modifica che fa arrivare un milione di euro per ciascuno degli anni 2016, 2017 e 2018, alle scuole italiane non statali paritarie all’estero. Sotto l’albero delle scuole, pubbliche o private, manca però un altro regalo: il contestato “school bonus”, il credito di imposta per le erogazioni liberali fatte al singolo istituto, è stato posticipato di un anno.

Tra le cose aggiunte all’ultimo un dono è il milione l’anno in più, nel 2016, 2017 e 2018, che potrà spendere per le sue ricerche sul cervello la Fondazione Ebri-Rita Levi Montalcini. Saranno poi contenti all’Istituto nazionale di genetica molecolare, anche per loro c’è un milione anche se solo per il 2016. Di piccoli inserimenti così, dell’ultimo minuto, è piena la manovra. Un dono è certamente il bonus bebè di berlusconiana memoria. Il “risparmiometro”, furbissimo, vi chiede anche di comunicare in che mese dovrebbe nascere il pargolo, così da calcolarvi la busta: se avete un Isee inferiore ai 25mila euro, anche qui la cifra magica è 80 euro al mese. L’operazione costa 607 milioni.

Pacco è il limite per i pagamenti in contanti che sale a tremila euro: ma anche in questo caso per qualcuno sarà un dono e speriamo non siano però in tanti, viste le preoccupazioni di molti. La differenza tra dono e pacco, è spesso sottile. Un pacco è forse il canone Rai, almeno per chi non lo pagava. Finisce in bolletta, il contributo al servizio pubblico, ma scende da 113 a 100 euro ed è per questo che Renzi lo rivendica. Saranno dieci piccole rate mensili, e l’extra gettito servirà per aumentare la soglia di esenzione per gli ultra 75. Il giudizio va dato però considerando anche l’approvazione definitiva della riforma della Rai che dà molti più poteri al governo, con l’introduzione della figura dell’Amministratore delegato. Un pacco è sicuramente quello che è un dono per i possessori di imbarcazioni oltre i 14 metri. Sparisce infatti la tassa sugli “Yacht” voluta da Mario Monti. «È la riprova del proficuo confronto della nostra associazione con il governo», ha esultato il capo di confindustria nautica.

Altro pacco è il congedo parentale per i papà, finanziato e allungato: si passa dalla beffa del singolo giorno previsto da ministro Fornero a ben due giorni. Contenti?Mezzo pacco è il fondo per le rottamazioni. In parte perché non si capisce mai se il favore è più per chi deve acquistare l’auto o – combinato ai molti blocchi del traffico – alle case automobilistiche che devono piazzare modelli nuovi. In parte però perché il fondo è proprio esiguo: si prevedono, infatti, incentivi fino a un massimo di 8mila euro per chi rottama veicoli da euro 0 a euro 2 e passa almeno a un euro 5. Ma sul 2016 ci sono solo 5 milioni di euro e, pure limitando la platea ai soli camper, i fortunati (con il tetto a 8mila euro) non saranno che un migliaio. Che comunque, notano nel settore, è un quarto delle immatricolazioni annue.

La finanziaria è piena poi di piccoli e mirati doni. Uno, ad esempio, è quello per Matera. Sotto l’albero ci sono un po’ di risorse per il restauro dei Sassi, altri 20 milioni a quella che sarà la città europea della cultura 2019. La bolognese Fondazione per le Scienze Religiose Giovanni XXIIIcome nota Magister – l’istituto fondato da don Giuseppe Dossetti e da Giuseppe Alberigo, oggi diretto dallo storico della Chiesa Alberto Melloni, “consigliere” dell’attuale ministro dell’istruzione Stefania Giannini, per le “problematiche storiche, politiche e culturali”, sotto l’albero troverà 3 milioni di euro annui destinati a “infrastrutture di ricerca delle scienze religiose”.

Altro? Con poche righe introdotte alla Camera, i comuni di Barletta, Bisceglie, Margherita di Savoia e Trani sono stati autorizzati a spendere 5 milioni di euro ciascuno in più (nel patto di stabilità) negli anni 2016, 2017, 2018. L’obiettivo sembrerebbe nobile: la riqualificazione e rigenerazione delle coste. Gli studenti dei Conservatori potranno poi usufruire di un bonus una tantum da mille euro per l’acquisto di strumenti musicali. Gli sgravi fiscali sulle nuove assunzioni, infine, ci saranno anche nel 2016, ma più bassi. Se infatti fino al 31 dicembre se l’azienda vi tira fuori dalla disoccupazione con un contratto a tempo indeterminato (o meglio con un contratto a tutele crescenti) lo sconto arrivava a 8.060 euro l’anno per tre anni, nel 2016 lo sconto sarà al massimo di 3250 euro all’anno e per due. Che il regalo sia più alle imprese o ai lavoratori (che hanno perso l’articolo 18, e vedono ora monetizzabile il licenziamento) sta a voi deciderlo.

Partita di giro

segnalato da Barbara G.

Alcune considerazioni sulla legge di stabilità e il voto di fiducia.

Nb gli articoli sono di un paio di giorni fa.

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Stabilità 2016, una colossale partita di giro

L’ammontare reale della legge presentata dal governo la settimana scorsa si aggira intorno ai 14 miliardi di euro; i 16 miliardi che permetterebbero una manovra nominale di trenta dipendono dal giudizio della Commissione europea. Il taglio fiscale sulla prima casa rappresenta la principale, e forse unica, scommessa. Numerose le copertura “in prospettiva”, che non paiono esistere.

Di Alessandro Volpi (Università di Pisa) – altreconomia.it, 19/10/2015

C’è una nota molto assurda nella legge di stabilità varata dal Consiglio dei ministri, ed è forse la prova più lampante dei limiti delle politiche di bilancio imposte dall’Europa: nell’insieme infatti la manovra assomma a 27-30 miliardi, una forbice che dipende dalla possibilità o meno per il governo italiano di ottenere dalla Commissione europea uno “sconto” dello 0,2% del Pil, circa 3 miliardi, rispetto ai vincoli previsti per riportare il rapporto tra deficit e Pil vicino allo zero. In altre parole, non esiste ancora un’unica cifra complessiva della manovra per il 2016, in quanto è necessario attendere il responso della stessa Commissione a cui l’Italia ha spedito i propri conti perché venissero preventivamente esaminati.

Ma l’aspetto ancora più cervellotico è un altro: il nostro Paese dovrebbe deliberare aumenti del carico fiscale, tra Iva e accise, pari nel 2016 a circa 17 miliardi di euro, nel caso in cui non rispettasse i già ricordati vincoli imposti dall’Europa. Per scongiurare tale, insostenibile, rischio, il governo Renzi ha deciso di utilizzare poco più di 13 miliardi di euro, derivanti dalla differenza fra l’1,4% nel rapporto deficit-Pil, che rappresenta il limite fissato dai trattati europei, e il 2,2% che il medesimo governo ritiene “più giusto” dato lo sforzo sostenuto nel percorso di risanamento.

Se si sommano i due dati qui citati, e dunque il rapporto tra deficit e Pil salisse al 2,4, con il consenso della Commissione, ben 16 dei 17 miliardi necessari per evitare che scattino le ricordate clausole di salvaguardia deriverebbero dal mero allentamento dei parametri europei.
Per essere ancora più chiari, su una manovra nominale di 30 miliardi, 16 sono una colossale partita di giro dettata dalle strampalate regole europee. Per di più dal giudizio della Commissione europea discende la possibilità di realizzare questa stessa partita di giro, che con l’economia reale davvero non ha nessuna relazione.

Dunque l’ammontare reale della legge di stabilità, al netto degli astratti “europeismi”, si aggira intorno ai 14 miliardi di euro, una cifra decisamente più modesta, in gran parte destinata  a finanziare il taglio fiscale sulla prima casa, che costituisce la principale, e forse unica, scommessa della manovra. Una parte di questa cifra dovrebbe trovare le proprie coperture in una spending review drasticamente ridotta a poco meno di 6 miliardi, che rappresentano peraltro la più certa delle risorse a cui si unisce la riduzione della de-contribuzione per le assunzioni a tempo indeterminato.

Più incerti sono invece i 3,1 miliardi derivanti dalla generica dizione “ulteriori efficientamenti” e i circa 2 miliardi che dovrebbero provenire dal rientro volontario dei capitali dall’estero, una misura ovviamente una tantum. In questo senso, la legge di Stabilità 2016 rappresenta una sorta di manifesto della fine del rigore da un duplice punto di vista. Da un lato, infatti, si procede alla sterilizzazione dell’effetto dei vincoli europei attingendo a piene mani alle rimodulazione degli impegni già assunti in materia di riduzione del deficit, mentre dall’altro si utilizzano numerose coperture “in prospettiva”, che non paiono esistere nel momento in cui la legge viene disegnata e spedita in Europa.

La dimostrazione ancora più evidente di una simile impostazione emerge dai numeri del bilancio pluriennale che contengono tutte le clausole di salvaguardia imposte dai più volte citati vincoli europei e che non sono, al momento, in alcun modo rimovibili; l’impressione è, in sintesi, quella di una manovra che procede con una rotta descritta per il brevissimo periodo e che si affida alla forza della stabilità politica piuttosto che a quella delle cifre. Del resto, qualora la scelta fosse quella di costruire una manovra con le risorse reali, sarebbe davvero inevitabile dichiarare che la crisi è tutt’altro che finita. Appare dunque doveroso aggiungere un aggettivo molto esplicito al documento fondamentale in materia di finanza per il 2016, qualificandolo come “legge di Stabilità politica”; solo così risulta possibile comprendere la sua vera natura.

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La minoranza dem: ‘Non possiamo far cadere Renzi sulla manovra’

Il premier pensa al voto di fiducia. E così la sinistra del partito spera in qualche modifica, per giustificare il voto, dopo le accuse che parlano di una manovra «di destra» e addirittura «anticostituzionale»

Di Luca Sappino – espresso.repubblica.it, 20/10/2015

Mentre il ministro Gian Carlo Padoan deve spiegare al Sole24ore perché abbia cambiato idea (lui come molti renziani) sul limite per i pagamenti in contanti («Ho cambiato idea e rivendico il diritto a farlo», dice, «l’evidenza mi dice adesso che non c’è una correlazione tra il limite al contante e la dimensione dell’economia sommersa») nel Pd continuano i malumori sulla finanziaria del governo Renzi.

Ultimo punto di frizione è il ritardo sull’invio, a cinque giorni dall’annuncio, di un testo della manovra, di tabelle e schede da spulciare. L’hanno notato le opposizioni, come Forza Italia, l’hanno notato alcuni giornali, e l’hanno notato nella minoranza del Partito democratico. Si ricorda giustamente che la legge di stabilità andrebbe per legge consegnata alle camere entro il 15 ottobre di ogni anno, insieme al bilancio dello Stato.

E per rispondere all’obbligo di legge non bastano le slide mostrate in conferenza stampa, che sono l’unica cosa licenziata dal Consiglio dei ministri, però, evidentemente, almeno stando a quanto ammette lo stesso Padoan, che durante un convegno, sabato – come riporta il Fatto quotidiano – ha ringraziato i tecnici della ragioneria che starebbero lavorando giorno e notte per limare il testo. Sarebbero bastati gli annunci di Renzi, comunque, ad alimentare per settimane il dibattito nel Pd. Dall’abolizione indiscriminata della Tasi e dell’Imu, all’aumento del limite per i contanti, fino a canone Rai e al miliardo che il governo vuole tirare su autorizzando altre 22mila sale per i giochi d’azzardo, sono diversi i punti dove si registra una distanza.

Ma tra l’annuncio di una controfinanziaria e decine di interviste rilasciate ai giornali, cosa farà, questa volta, la minoranza dem? «Finirà come al Senato dove sulla riforma costituzionale si sono fatti approvare una scialuppa di salvataggio che non risolve il problema dell’elezione dei senatori e poi hanno votato disciplinati», dice un senatore polemico del gruppo misto. In realtà qualcosa di più è già successo.

Alfredo D’Attorre, ad esempio, ancor prima di vedere come andrà a finire la battaglia, ha alzato bandiera bianca e lasciato Renzi alla sua deriva, che fa così contenti Fabrizio Cicchitto e Angelino Alfano («La finanziaria è piena di nostre idee», dicono entrambi). «Il prossimo sarà un anno di campagna elettorale e noi dobbiamo costruire un nuovo soggetto di sinistra da presentare alle elezioni del 2017», dice D’Attorre a Goffredo De Marchis, su Repubblica: «Possiamo farlo solo partendo da una battaglia sulla Finanziaria e contro le ingiustizie sociali che porta con sé. Non potevamo farlo sulla riforma del Senato, non ci avrebbero capito».

D’Attorre, quindi, a giorni formalizzerà il ricongiungimento con gli altri ex Pd – Stefano Fassina, Sergio Cofferati e Giuseppe Civati – nel travagliato cantiere della Cosa Rossa, che però è per il deputato sempre meglio che votare l’ennesima fiducia. Già, perché da palazzo Chigi l’opzione fiducia è ormai data per certa. E questo però fa il vuoto attorno a Pier Luigi Bersani, che più di altri ha alzato i toni («Che cosa vogliamo fare dell’articolo 53 della Costituzione, che parla di progressività?», si è chiesto retorico: «Le norme sulla casa introducono per via di fatto un 53 bis: chi ha di più paga di meno»).

Da Roberto Speranza a Gianni Cuperlo, fino al presidente della commissione bilancio della Camera, Francesco Boccia, sono tutti al lavoro per «migliorare» la manovra. In particolare si punterà a strappare qualcosa sulla tassa sulla prima casa o forse, anche grazie all’intervento di Cantone, un parziale passo indietro sull’aumento del contante. Ma ancora Repubblica scrive ad esempio che il senatore Federico Fornaro, sempre della minoranza e componente della commissione Finanze, avrebbe schiettamente confidato al cronista che Renzi non può certo cadere sulla manovra. La fiducia, insomma, è la fiducia e pare Renzi se la meriti ancora. Nonostante le delusioni che la minoranza dem ha già avuto dall’Italicum, dal jobs act, dalla riforma del Senato. Nonostante Verdini e il ponte sullo Stretto.

Un elettore scrive tra l’allarmato e il provocatorio sulla bacheca facebook di Fornaro: «Corrisponde al vero quanto pubblicato da Repubblica stamattina, ovvero che il sen, Fornaro avrebbe detto che non si può fare cadere il governo sulla legge di stabilità, per cui se Renzi mette la fiducia, la sinistra del Pd mette la coda tra le gambe?». «Sull’eventuale voto di fiducia sulla legge stabilità è evidente che non si potrebbe invocare la libertà di coscienza», è l’educata risposta di Fornaro. Che poi rassicura: «Sarò tra quelli che lavorerà per migliorarla».

Lo stesso dice Roberto Speranza, con l’ufficialità di una comparsata ad Agorà, su Raitre: «Davanti ad una richiesta di fiducia al governo, io non penso ci siano le condizioni per far mancare la fiducia». Non si dica però che si rinuncia alla battaglia: «Ma non voglio partire da qui, perché altrimenti non c’è un dibattito possibile nel partito», continua l’ex capogruppo, «l’alternativa non può essere o esci dal Pd o mi fai l’applauso anche quando faccio qualcosa che non va bene».

Hanno ucciso i comunisti

(chi sia stato già si sa)

segnalato da Barbara G.

Fabrizio Cicchitto sta con Matteo Renzi: “Sciogliamo Ncd. Lui è andato oltre Craxi e Berlusconi: ha ucciso i comunisti”

Di Alessandro De Angelis – huffingtonpost.it, 19/10/2015

A un certo punto Fabrizio Cicchitto accenna il sorriso di chi la sa lunga: “La via d’uscita sulle unioni civili? Mi sembra che possa essere duplice: nel dibattito in Aula va sviluppato quel lavoro di confronto con l’elaborazione di emendamenti che non è stato fatto in commissione e poi si affermi il voto segreto e la libertà di coscienza, conoscendo la trasversalità delle posizioni sul merito”. Montecitorio, secondo piano. Fabrizio Cicchitto, ex capogruppo del Pdl nel fuoco della guerra frontale con le procure, ora Ncd, è presidente della commissione Esteri della Camera. La sua stanza è murata di libri. Due scatoloni strabordano con le sue due ultime pubblicazioni. La prima è L’uso politico della giustizia (contro le procure che hanno disarcionato Berlusconi), l’altra è La linea rossa (contro l’anomalia dei comunisti italiani): “Mi chiede di Renzi? È riuscito dove Craxi e Berlusconi non riuscirono: ha ucciso i comunisti. Per questo va costruito un nuovo centro alleato con lui”.

Partiamo dalle unioni civili.

Sì, e pure con calma. Perché c’è chi vuol fare di questo tema una sorta di guerra di religione tra una religione ultra-laicista e una religione ultra-cattolica. Mentre invece la questione va affrontata in termini a-ideologici, partendo dal fatto che la nostra società è totalmente cambiata e che quindi accanto ai rapporti e alle unioni etero si è affermata anche una dimensione omosessuale. Ciò premesso in termini assolutamente laici reputo che le due cose vadano nettamente distinte: matrimonio e unione civili, anche per una ragione di fondo. Io francamente reputo assolutamente preferenziale per un bambino e una bambina crescere avendo un padre e una madre, di due sessi diversi: affermazione contestabile ma è il mio pensiero.

E questo è un dato di fatto.

Lei ha fretta, le ho detto calma. Alla luce di questa valutazione generale, reputo che in commissione al Senato si sono scontrati due opposti estremismi. Quello della Cirinnà che è venuta meno al ruolo tipico di mediazione della relatrice – diversamente dalla Finocchiaro sulla legge costituzionale – e quello di alcuni amici dell’Ncd che hanno fatto un ostruzionismo portato all’eccesso impedendo anche una discussione sul merito e quindi la discesa in campo di quegli esponenti del Pd che in modo esplicito dicono che non sono d’accordo con la proposta di legge della Cirinnà.

Va bene, e questo è la situazione confusa che si è determinata. Faccia una proposta.

Io credo che io mio partito la debba porre così: questo tema non sta negli accordi di governo. E però anche qui va evitato l’opposto estremismo di chi dal Pd dice “faremo maggioranze variabili” e di chi dall’Ncd dice “faremo cadere il governo”. La via d’uscita può essere duplice: nel dibattito in Aula va sviluppato quel lavoro di confronto con l’elaborazione di emendamenti che non è stato fatto in commissione e poi si affermi il voto segreto e la libertà di coscienza, conoscendo la trasversalità delle posizioni sul merito.

Vediamo se ho capito bene: la Boschi dice libertà di coscienza. Lei dice sì, ma anche voto segreto.

Ha capito bene, dopo una discussione in Aula diversa da quella che c’è stata in commissione.

Presidente Cicchitto, fin qui le unioni civili. Ma allarghiamo il discorso. Anche su questa storia dice il suo partito sta esplodendo. Quagliariello se ne è andato, accusandovi di essere una stampella di Renzi. Siamo al dunque…

Mi sembra che il momento scelto da qualche amico di chiedere a l’uscita dal governo del nuovo centro destra sia il piu’ sbagliato di tutti. Sulle unioni civili la partita è aperta e rinviata alle idi di gennaio. E ancora di piu’ sulla legge di stabilità si è aperto un confronto nel Pd rispetto al quale non è che l’Ncd può rompere paradossalmente con un governo che fa delle cose contestate da sinistra.

Anche lei pensa che è una legge di stabilità che avrebbe potuto scrivere Berlusconi?

Beh, io non voglio dire che la legge di stabilità è fatta con lo stampino del Berlusconi del ’94, ma insomma… Ha per obiettivo la crescita e realisticamente chi l’ha fatta sa che per rimetterla in modo bisogna rimettere in moto i consumi – anche aumentando la circolazione del contante – e le imprese. La critica giusta è quella di aver tagliato in modo limitato la spesa pubblica, ma si immagini che sarebbe successo se l’avesse tagliata di piu’. Credo dunque che l’ira di Berlusconi sia solo apparentemente contro Renzi, ma in effetti è contro se stesso.

Perché? Si spieghi meglio.

Perché questo governo sta facendo una serie di cose che a lui non sono riuscite. Gliele elenco: la responsabilità civile dei giudici, il jobs act con l’abolizione dell’articolo 18, la detrazione dell’Irap, lo stesso divorzio breve che è un modo per sburocratizzare la vicenda giudiziaria dei coniugi. E poi l’aumento del contante e l’abolizione della tassa sulla prima casa. Per non parlare delle riforme costituzionali e della legge elettorale. E la prego di non eccitare il mio sadismo facendomi citare le frasi entusiaste con le quali Berlusconi e Romani esaltarono la legge elettorale e la legge costituzionale, ma su questo basta leggere il bell’articolo di Mattia Feltri sulla Stampa di qualche giorno fa.

Ma Mediaset, invece, è ancora al governo?

Intelligentemente per Mediaset il patto del Nazareno non è mai finito.

Ricambiata da una riforma della Rai che non apre il mercato ed è innocua per il biscione.

E questo lo ha detto lei…

Presidente, premesso che non amo paragoni perché spesso la storia si presenta spesso prima come tragedia poi come farsa, lei sta dicendo che Renzi sta realizzando ciò per cui Berlusconi è sceso in campo?

Attenzione, nella vita politica italiana dal ‘94 a oggi sono esplose due novità. Una è stata quella di Berlusconi. Il quale dopo la rivoluzione giudiziaria di Mani pulite coprì un vuoto politico sul centro distrutto a cannonate dall’uso politico della giustizia. Per vent’anni Berlusconi ha vinto e perso contro una invincibile armata. Alla fine secondo me va concludendo male il suo ciclo politico ripetendo oggi male ciò che nel ’94 diceva bene e asserragliandosi in una posizione di conservazione di sé stesso. Quando un partito perde 9 milioni di voti e due terzi del suo gruppo dirigente chi lo guida dovrebbe fare una riflessione autocritica, che invece non vedo.

E la seconda novità?

È Renzi, che nasce dallo stallo delle elezioni del 2013 e il sistema impallato da un movimento protestatario. Nello stallo sia Bersani che Letta marcarono il passo rischiando di dar via libera ad una ulteriore crescita dei Cinque Stelle e nella coscienza profonda del Pd riemerse la famosa invettiva di Moretti contro “i dirigenti coi quali non vinceremo mai”. Ed è esplosa la novità Renzi.

Vede una similitudine con Berlusconi?

Stanno su due piani diversi avendo entrambi, in contesti diversi, una grande capacità di comunicazione e di iniziativa politica. Per un paradosso della storia Renzi per salvare il Pd dallo stallo e il sistema istituzionale da una contestazione radicale è riuscito in quello che non riuscì né alla destra né a Bettino Craxi e neanche a Berlusconi: ha ucciso i comunisti.

A proposito di Craxi. Come se lo spiega il fatto che Renzi, trentenne, rottamatore, che si presenta come il nuovo che avanza, quando viene a Roma da Firenze come presidente della Provincia dorme al Raphael?

Conosco la sua perfidia e so come vorrebbe che le rispondessi, ovvero che nell’inconscio del giovane Renzi albergava il desiderio del potere e quindi ne frequentava i simboli, ma penso, banalmente, che è solo un caso. Il Raphael è un ottimo albergo vicino a palazzo Chigi, alla Camera e al Senato. Renzi è così de-ideologico che ha trascurato il precedente storico.

E per lei, ex socialista e ex berlusconiano, cosa rappresenta?

È stato il posto dove Craxi ha vissuto e il segno del livello di inciviltà in cui si arrivò a quei tempi. Ricorderà quando Occhetto convocò una manifestazione a piazza Navona affinché il deflusso si concentrasse al Raphael e avvenisse la lapidazione tramite monetine dell’avversario storico.

Dunque, se questa è la sua analisi, il destino anche del suo partito è l’alleanza con Renzi.

Finora Renzi ha evitato qualunque sistemazione politico-culturale complessiva della sua posizione, però se andiamo al nocciolo di quello che sta facendo diciamo che finalmente si afferma nel Pd una posizione di stampo blairiano che rappresenta il massimo della rottura rispetto alla Ditta. In una situazione di questo tipo, cosa dovrebbe fare il centro che già oggi collabora con Renzi: abbandonare il campo e seguire e Berlusconi in quell’intreccio di populismo lepenista e di familismo nostalgico che oggi caratterizza questo centrodestra? Io dico: il nuovo centro destra deve entrare nell’ordine di idee che il suo nome è cambiato nella sostanza politica e deve cambiare nella forma.

Sta dicendo che Ncd deve cambiare nome?

Sto dicendo non solo che deve cambiare nome perché adesso è l’ora di costruire un nuovo centro. Ma anche che esso deve allargarsi a tutte le forze politiche parlamentari che finora frantumate e divise hanno sostenuto Renzi certamente in condizioni di subalternità. Visto che Renzi è una cosa e il Pd è un’altra non credo che esistano le condizioni che queste forze entrino nel Pd, ma invece devono aggregarsi autonomamente, darsi una veste politica e culturale, avere anche una posizione contrattuale, e quando è necessario conflittuale, e anche con Renzi e col Pd ed esprimere anche un salto di qualità imposto dalla situazione.

Traduco: facciamo “I Moderati” per Renzi. Lo sta dicendo al suo partito, a Verdini a quel che resta di Scelta civica.

Sì, in tempi ragionevoli ma rapidi vanno superate tutte le sigle esistenti e va posto in essere un processo di rifondazione politico e culturale tale da unificare un campo che finora qualcuno, compresi alcuni renziani, ha trattato come “un volgo disperso che nome non ha”.

C’è chi dice no

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LA LETTERA DELL’INSEGNANTE: “HO RIFIUTATO L’ASSUNZIONE A SCUOLA, NON INSULTATEMI” 

La donna spiega le ragioni del suo no: “È un salto nel buio. Non difendo un privilegio ma un diritto”

di Marcella Raiola – Repubblica.it, 18 agosto 2015

CARO DIRETTORE,  ho 44 anni e faccio con passione l’insegnante pendolare da 13. Insegno Latino, Greco e materie letterarie nei licei classici della provincia di Napoli, e poche volte ho lavorato a meno di 25 chilometri da casa. Sono laureata e abilitata con il massimo dei voti e ho conseguito un dottorato di ricerca in Filologia. Sono iscritta in graduatorie che per legge sono provinciali, non nazionali, e ho pieno titolo all’assunzione.

Da 13 anni accumulo punteggio lavorando da “ultima arrivata”, con studenti, colleghi, dirigenti sempre diversi, e con meno diritti (niente ferie, niente scatti stipendiali).  A differenza di tanti altri, poche volte mi è capitato di lavorare su uno spezzone orario, cioè a stipendio ridotto, oppure su due o tre scuole. Non ho, come tanti miei colleghi di età compresa tra i 40 e i 55 anni di cui ho raccolto gli sfoghi dolorosi in questi giorni tesi e tristi, figli piccoli, disabili, genitori anziani da accudire da sola o una casa appena comprata con un mutuo salato, ma ugualmente non ho prodotto la famigerata domanda di deportazione.

“Deportare” è una parola forte, è vero, ma è affiorata spontaneamente alle labbra di lavoratori precari da dieci o addirittura venti anni, con alle spalle peregrinazioni in varie regioni e grandi sacrifici, sia per l’aggiornamento (a carico nostro) che per la maturazione di un punteggio che ora viene azzerato e vanificato. A quelli che puntano il dito contro di noi, in questi giorni, denigrandoci e accusandoci di “sputare in faccia al posto” per difendere il privilegio di lavorare “sotto casa”, voglio spiegare le mie ragioni e perché ci viene chiesto un vero e proprio salto nel buio. Quale lavoratore, dopo 15/20 anni di precariato, accetterebbe che un computer stabilisse dove deve andare a sopravvivere con mille euro al mese, andando a svolgere, per di più, mansioni ad oggi non definite e sicuramente diverse da quelle per cui ha studiato e lavorato?

La “fase” in cui la maggior parte dei precari rientra, infatti, me compresa, è quella in cui si viene assunti non da docenti, ma da “personale-jolly” e tuttofare, che il dirigente onnipotente utilizza a piacimento. Non solo. L’incarico che viene offerto ai precari dura solo tre anni e comporta l’obbligo di fare ulteriore domanda di trasferimento presso scuole del nuovo comprensorio in cui ci si verrà a trovare, con tanti saluti alla continuità. E dopo? È questa la grande “stabilizzazione”? I nostri detrattori dicono pure che i lavoratori devono spostarsi dove sono i posti, ma non si chiedono come mai i posti siano tutti al Nord, mentre è al Sud che occorrerebbero più insegnanti, dato l’alto tasso di abbandono e di dispersione scolastica.

Il piano di assunzioni del governo è solo un altro gigantesco taglio mascherato: il Pd aveva promesso il ritiro dei tagli Gelmini, 88.000 dei quali sono stati dichiarati illegittimi dal Consiglio di Stato, ma non ha mantenuto la promessa e si è invece inventato l’organico “funzionale”, con la conseguenza che una parte dei precari verrà assunta per fare chissà cosa chissà dove (probabilmente il “tappabuchi” fino alla fine della carriera). Un’altra cospicua parte, quella impossibilitata o indisponibile a cedere al ricatto della migrazione coatta e della dequalificazione professionale, resterà nelle graduatorie. Questo confligge con la sentenza della Corte europea del 26 novembre scorso, che condanna l’Italia per abuso di contratti a tempo determinato e impone l’assunzione di tutti i precari che hanno maturato 36 mesi di servizio.

Ci hanno chiesto di buttare a mare una vita di studio e sacrifici, di partecipare a una lotteria calpestando chi non può “concorrere”, nello spirito del “si salvi chi può”. Perché? Perché non posso insegnare le mie materie nelle scuole in cui lavoro da 13 anni e in cui ci sono classi da 34 alunni (una l’ho avuta proprio io, nel 2009-2010). Smembrate, potrebbero essere meglio gestite da un maggior numero di docenti? Perché chi ha punteggi altissimi deve finire a Pordenone mentre chi è in fondo alle graduatorie potrà coprire le cattedre su cui i deportandi lavorano continuativamente da anni? Qual è la ratio sottesa a questo sistema caotico e lambiccato?

Il governo sembra voler punire una categoria che ha protestato vigorosamente, negli ultimi mesi, contro una riforma che non piace a nessuno e i cui primi danni già si iniziano a vedere e, inoltre, penalizza le donne, che sono il welfare dello svantaggiato Sud. Faccio un appello a tutti i lavoratori: invece di dilaniarci, facciamo in modo che il lavoro non sia percepito o elargito come un favore, perché è un diritto costituzionale. Difendiamo la dignità del lavoro e la Scuola pubblica, che è di tutti e per tutti.

La RAI che vedRAI

Matteo Renzi è caduto dal cavallo della Rai

Da sempre le svolte politiche maturano in Parlamento e nei partiti, ma poi si sperimentano nella tv pubblica. Così le sue nomine, dai consiglieri a Campo Dall’Orto, mostrano l’invecchiamento precoce della rivoluzione renziana.

di Marco Damilano – espresso.repubblica.it, 6 agosto 2015

Monica Maggioni con Matteo Renzi durante un dibattito tv

«Sono dolente che per il modo con cui si svolgono le cose non mi sia possibile darle le consegne e porgerle di persona il mio saluto augurale: voglia credere che questo, anche se dato per lettera, è fervidissimo e che per l’affetto che ho preso alla Rai in 15 mesi di Presidenza mi dà una sincera soddisfazione di sapere che passa nelle sue mani esperte…». Era l’inizio di agosto anche allora, quasi settant’anni fa. Il 2 agosto 1946: con un biglietto su carta intestata dell’Eiar corretta a macchina con la scritta “Il Presidente Rai”, il primo presidente dell’azienda dopo la Liberazione del 1945 Arturo Carlo Jemolo salutava il suo successore, Giuseppe Spataro.

Jemolo era uno storico e giurista insigne, fuori dai partiti. Spataro era uno dei fondatori della Dc (le prime riunioni clandestine del partito si erano svolte nella sua casa romana), il sottosegretario per la stampa e l’informazione, un notabile potente che per tutta la sua presidenza (1946-1950) resterà deputato e nella direzione di piazza del Gesù.

Eccolo tracciato, una volta per tutte, il dna della Rai. Regola numero uno: le nomine da sempre si fanno in estate, all’inizio di agosto. Regola numero due: le svolte politiche maturano in Parlamento e nei partiti, ma si sperimentano prima nelle stanze della grande azienda del servizio pubblico.

Di cosa parliamo, quando parliamo di Rai? Le nomine in viale Mazzini eccitano la fantasia di politici, giornalisti e operatori del settore più di Sanremo, campionato di calcio e premio Strega messi insieme ma raccoglie l’indifferenza del pubblico. Sbagliando, però. La Rai anticipa e riflette la politica, più che lo schermo e uno specchio.

Breve storia, abbiate pazienza.

Nel 1945-46 l’epurazione di Jemolo e l’arrivo di Spataro anticipa in Rai la lunga stagione politica dell’egemonia democristiana. Nel 1961 viene nominato direttore generale un fiorentino di 41 anni che si chiama Ettore Bernabei. Direttore del “Popolo”, uomo di Amintore Fanfani, sembra l’ennesimo democristiano parcheggiato in Rai in vista di altri incarichi. Invece durerà fino al 1974. E sotto la sua guida da «tiranno illuminato», come lo definirà molti anni dopo Andrea Barbato, la televisione diventerà uno dei motori della modernizzazione italiana e strumento decisivo di lotta politica.

Nel 1975, quarant’anni fa, c’è la prima riforma della Rai. Viene limitato il potere del governo e della Dc (con gli alleati minori, i socialisti, i famelici socialdemocratici) di nominare i vertici di viale Mazzini. La nomina del Cda Rai viene consegnata al Parlamento, alla commissione parlamentare di vigilanza in cui c’è anche il Pci di Berlinguer che quell’anni stravince le elezioni amministrative e aspira a diventare forza di governo. «La Rai comincia a riflettere la dialettica culturale e sociale del Paese e la sua articolazione diventa più complessa, meno monopolitica e centralizzata», esulta il giovane responsabile stampa del Psi che si chiama, indovinate?, Fabrizio Cicchitto. E nasce la sequenza Fibonacci di viale Mazzini, il numero magico 732111: sette consiglieri Dc, tre socialisti, 2 comunisti, uno a testa al Psdi, Pri e Pli. Un anno dopo partono il Tg1 democristiano (direttore il moroteo Emilio Rossi, ferito alle gambe dalle Br nove mesi prima della strage di via Fani) e il Tg2 laico, con la direzione di Andrea Barbato.

Una breve stagione di libertà e di concorrenza, la professionalità del Tg1, il più autorevole canale di informazione e il Tg2 corsaro di Barbato, nell’Italia degli anni Settanta delle radio libere, dei primi esperimenti di tv via cavo e della scalata di Silvio Berlusconi. Alla fine di luglio 1977, sempre in estate, il Pci rientra per la prima volta nella lottizzazione: direttore dell’informazione regionale è il dc irpino Biagio Agnes, il condirettore è il capo della Federstampa, appena assunto in Rai, il “compagno scomodo” Sandro Curzi. «Lottizzano anche i comunisti», titola il “Corriere” (29 luglio 1977).

Domenica 7 dicembre 1986 è un’altra data storica per la tv italiana: per la prima volta l’Auditel fotografa i rapporti di forza tra la Rai e la Fininvest, il cavallo di viale Mazzini ne esce agonizzante, l’audience del servizio pubblico è appena tre punti sopra quella del Biscione. «La Rai era in gravissima crisi, doveva cercare una fetta di pubblico molto fedele ma che fino a quel punto era rimasto escluso dalla yv», ha ricordato Enrico Menduni, all’epoca consigliere di amministrazione in quota Pci.

«Gli unici erano i comunisti. Furono loro i nostri “taxi della Marna”, gli arruolati dell’ultima ora che ci fecero vincere la battaglia decisiva». Decidono in tre, a tavola, nella saletta riservata di un ristorante del centro di Roma: il dc Agnes, il socialista Enrico Manca (quello che ha cacciato Beppe Grillo dalla tv di Stato) e il comunista Walter Veltroni, giovane responsabile informazione di Botteghe Oscure.

Al Pci va la direzione di Raitre con Angelo Guglielmi e la direzione del tg3 con Curzi: le due anime, l’intellettuale di avanguardia e il giornalista di partito. Il Pci riporta una paradossale vittoria nel momento del suo minimo elettorale, alla vigilia del crollo del muro di Berlino e del cambio del nome. Per il sistema politico la tripartizione Dc-Psi-Pci è la lottizzazione perfetta. E invece è vicina la fine, Tangentopoli e la Seconda Repubblica. I partiti tradizionali spariscono dalla scena in pochi mesi. Al loro posto i due super-partiti che si sono formati sulle guerre mediatiche ed editoriali degli anni Ottanta-Novanta: il partito Rai, la sinistra Dc, il Pci. E il partito Fininvest di Berlusconi, Gianni Letta, Confalonieri, i socialisti, la destra dc. Il bipolarismo all’italiana, prima che dalle leggi elettorali, nasce dalla televisione. Ancora pensate che la tv non c’entri nulla con il resto del Paese?

Nel 1993 c’è un ritorno all’antico modello Jemolo, la Rai dei professori fuori dai partiti. Dura pochissimo. E nel 2005 la legge Gasparri consacra il ritorno in grande stile della lottizzazione partitica, con la vigilanza che elegge il cda e il governo che sceglie il direttore generale. A ciascuno il suo: ex direttori di giornali di partito, ex parlamentari, ex capi uffici stampa. E tutti contenti.

Arriviamo, finalmente, a oggi. Cosa dice questa tornata di nomine in viale Mazzini dello stato di salute del governo Renzi e della politica italiana? Il premier gioca a dire che non è colpa sua se è stato costretto a scegliere i nomi con i metodi del passato perché la legge Gasparri non è stata eliminata: la colpa è sempre colpa degli altri. Ma se non cambia la musica, cambiano i suonatori. E il concerto, già mediocre, rischia di trasformarsi in un’assordante cacofonia. Partiamo dalle dichiarazioni di principio: «Fuori i partiti dalla Rai.

La governance della Tv pubblica dev’essere riformulata sul modello Bbc (Comitato Strategico nominato dal Presidente della Repubblica che nomina i membri del Comitato Esecutivo, composto da manager, e l’Amministratore Delegato). L’obiettivo è tenere i partiti politici fuori dalla gestione della televisione pubblica».

Recitava così il punto numero 17 del programma dei cento punti presentato da Renzi alla stazione Leopolda nel 2011. In quell’edizione l’economista Luigi Zingales (nominato in seguito dal governo Renzi nel cda Eni da cui si è di recente dimesso) era stato travolto dagli applausi quando aveva tuonato contro i premiati per fedeltà al boss partitico di turno: «L’Italia è governata dai peggiori. L’80 per cento dei manager dichiara che la principale strada per arrivare al successo è la conoscenza di una persona importante, poi ci sono lealtà e obbedienza, la competenza arriva solo quinta».

Conoscenza o competenza? Guelfo Guelfi, per provenienza geografica, si presenta dal nome e dal cognome. La sua unica competenza, pare, sono le campagne di comunicazione della provincia di Firenze presieduta da Renzi. Ex lottacontinuista di piazza, testimone al processo Sofri-Calabresi, ma i giudici credettero a Leonardo Marino e non a lui, oggi è stato collocato nel cda Rai, una perfetta parabola craxiana.

Rita Borioni, nominata dal giovane turco Orfini, confessa di candidamente di non vedere Sky e ha all’attivo in tv il programma Stendhal per Red-tv, la rete di D’Alema che ha seguito il destino di tutte le iniziative del leader massimo, cioè il disastro. E di lei si potrebbe dire quello che gridava nel 1958 il capogruppo del Pci Pietro Ingrao nell’aula di Montecitorio chiedendo di sapere «a che titolo» il ministro delle Finanze Giulio Andreotti avesse nominato il suo collaboratore Franco Evangelisti nel cda della Rai: «Per quale merito? Nessuno riesce a saperlo. Per capacità giornalistiche? Non risulta a nessuno. Per doti particolari di amministratore? Non abbiamo notizie. Almeno informateci su questo punto!». Chissà cosa risponderebbe oggi Orfini. Perché sulla Rai, ahinoi, le domande sono sempre le stesse. Solo che cala la qualità delle risposte.

Il merito? Ciascuno può giudicare: i successi del sindacato giornalisti guidato da Franco Siddi, la qualità dei consigli di Paolo Messa all’Udc e al ministro Corrado Clini, gli ascolti di Rainews 24 della neo-presidente, la bravissima Monica Maggioni, le copie vendute dai giornali del simpaticissimo Arturo Diaconale e di Giancarlo Mazzuca, il bilancio di La7 diretta da Antonio Campo Dall’Orto, altro uomo della Leopolda.

Nel 2011 si chiedeva al raduno renziano: «Chi sono le persone che ispirano i giovanissimi?», con una risposta esattamente all’insegna dell’innovazione: «Le ricerche dicono: gli amici, il papà, la mamma». Rimane Carlo Freccero, indicato dal Movimento 5 Stelle (e da Sel) che ha compiuto la prima vera operazione politica della legislatura, semplice, pulita: votare il migliore. Perché c’è il merito, non sempre uno vale uno, Freccero per genio e sregolatezza vale tutti gli altri consiglieri messi insieme. Ed è stato lui a definire il renzismo in un’intervista a Daniela Preziosi sul “Manifesto” (30 ottobre 2014) come «fanfanismo digitale»: «Renzi fa un racconto consolatorio, una storia a lieto fine, come una soap opera. C’è la crisi e la gente non vuole essere angosciata. Il politico oggi ha il compito di tranquillizzare, infondere fiducia. Come le monarchie di una volta».

In ogni caso, come si dice, non è colpa dei nominati ma di chi ce li ha messi. E le nomine Rai mostrano l’invecchiamento precoce della rivoluzione renziana. Più che fanfanismo digitale è craxismo terminale. Non si vede per ora un disegno, un progetto, un’idea. Orfini vorrebbe essere il nuovo Togliatti, ma qui non ci sono le masse proletarie da portare nei luoghi di potere per combattere i comitati d’affari della borghesia. Non c’è la borghesia e neppure i partiti, ma piccoli circuiti di amici che si auto-assegnano qualche identità di circostanza per coprire il vuoto. Dalla grande massoneria alle loggette di provincia. Dalle sezioni del grande Pci al potere spartito con la playstation, davanti a un bigliardino. Dai potenti sindacati anni Settanta ai professionisti della (s)concertazione. Dai grandi quotidiani alle gazzette senza lettori e forse senza redattori. Dai poteri forti alle micro-lobby romane. Dal professionismo al rampantismo…

L’ennesima spartizione agostana dal 1946 a oggi, il delitto di mezza estate del 2015 è l’auto-rappresentazione di un potere in crisi, di una classe dirigente evaporata. E Matteo Renzi che si era candidato a fare la rottamazione, ancora una volta, dimostra che è più facile galleggiare sul nulla, cullarsi sui vizi del passato piuttosto che provare a costruire una nuova classe dirigente. Questa nuova-vecchia Rai è per paradosso la più anti-renziana che si possa immaginare, nel senso del Renzi prima maniera che sfoggiava autonomia, coraggio, capacità di dire di no al capo. Mentre ora il Renzi 2 sta per mettere la faccia e la firma su una nuova stagione di conformismo. L’ideologia delle buone notizie, come si chiamava ai tempi di Bernabei e della Dc, che però, almeno, sapevano raccontare il Paese.

Il cavallo di bronzo dello scultore Francesco Messina di fronte al palazzo del potere Rai di viale Mazzini è piazzato lì a testimoniare le tristi sorti dei conquistatori della tv di Stato. Nelle intenzioni dovrebbe rappresentare un destriero rampante, ma nell’immaginario si è capovolto nel suo opposto: l’ippogrifo che non riesce ad alzarsi in volo, il cavallo morente. Un simbolo rovesciato. Come il renzismo di oggi.