Grexit

Diktat

Varoufakis: “Non solo la Grecia: così Schaeuble vuole imporre la Troika anche a Roma e Parigi”

La denuncia dell’ex ministro: “Temo che la Grexit sia inevitabile, servirà a incutere la paura necessaria per forzare il consenso di Italia, Spagna e Francia”.

di Claudi Pérez [© El País. Traduzione di Elisabetta Horvat] – Repubblica.it, 2 agosto 2015

ATENE – “Il sadico dispotismo dell’ideologia dominante”. “La lettura morale di questa crisi”. “L’abbraccio mortale del debito”. Yanis Varoufakis accoglie El País nella sua casa al centro di Atene; la sua ormai celebre moto è parcheggiata all’angolo della strada, pronta a ripartire rombando alla fine dell’intervista. Visto da vicino, Varoufakis è amabile, attento e disinvolto. Offre al giornalista una tazzina di caffè preparato di fresco, e subito si capisce perché la sua lingua è considerata una delle più affilate d’Europa. Parlando a mitraglia, usa toni tra il solenne e il drammatico, con l’economia e la politica come generi letterari al servizio di un alibi: la Grecia epitome della crisi europea, e quest’ultima vista non come una fase transitoria, ma come uno stato tendente a perpetuarsi.

Alcuni giorni fa ha lasciato il ministero. Come è cambiata la sua vita quotidiana?

“I giornali pensano che io sia deluso per aver lasciato il governo. Di fatto però io non sono entrato in politica per far carriera, ma per cambiare le cose. E chi cerca di cambiarle paga un prezzo”.

Quale?

“L’avversione, l’odio profondo dell’establishment. Chi entra in politica senza voler far carriera finisce per crearsi questo tipo di problemi”.

Intanto la Grecia continuerà a subire la tutela della Troika…

“Noi avevamo offerto all’Fmi, alla Bce e alla Commissione l’opportunità di tornare ad essere le istituzioni che erano in origine; ma hanno insistito per ripresentarsi come Troika. Ma l’ultimo accordo si basa sulla prosecuzione di una farsa, ma si tratta solo di procrastinare la crisi con nuovi prestiti insostenibili, facendo finta di risolvere il problema. Ma si può ingannare la gente, si possono ingannare i mercati per qualche tempo, non all’infinito”.

Cosa si aspetta nei prossimi mesi?

“L’accordo è programmato per fallire. E fallirà. Siamo sinceri: il ministro tedesco Wolfgang Schaeuble non è mai stato interessato a un’intesa in grado di funzionare. Ha affermato categoricamente che il suo piano è ridisegnare l’eurozona: un piano che prevede l’esclusione della Grecia. Io lo considero come un gravissimo errore, ma Schaeuble pesa molto in Europa. Una delle maggiori mistificazioni di queste settimane è stata quella di presentare il patto tra il nostro governo e i creditori come un’alternativa al piano di Schaeuble. Non è così. L’accordo è parte del piano Schaeuble”.

La Grexit è ormai scontata?

“Speriamo di no. Ma mi aspetto molto rumore, e poi rinvii, mancato raggiungimento di obiettivi che di fatto sono irraggiungibili, e l’aggravamento della recessione, che finirà per tradursi in problemi politici. Allora si vedrà se l’Europa vuole davvero continuare a portare avanti il piano di Schaeuble oppure no”.

Schaeuble ha suggerito di togliere poteri alla Commissione, e di applicare le regole con maggior durezza. Se sarà lui a vincere la Grecia è condannata?

“C’è un piano sul tavolo, ed è già avviato. Schaeuble vuole mettere da parte la Commissione e creare una sorta di super-commissario fiscale dotato dell’autorità di abbattere le prerogative nazionali, anche nei Paesi che non rientrano nel programma. Sarebbe un modo per assoggettarli tutti al programma. Il piano di Schaeuble è di imporre dovunque la Troika: a Madrid, a Roma, ma soprattutto a Parigi”.

A Parigi?

“Parigi è il piatto forte. È la destinazione finale della Troika. La Grexit servirà a incutere la paura necessaria a forzare il consenso di Madrid, di Roma e di Parigi”.

Sacrificare la Grecia per cambiare la fisionomia dell’Europa?

“Sarà un atto dimostrativo: ecco cosa succede se non vi assoggettate ai diktat della Troika. Ciò che è accaduto in Grecia è senza alcun dubbio un colpo di Stato: l’asfissia di un Paese attraverso le restrizioni di liquidità, per negargli l’imprescindibile ristrutturazione del debito. A Bruxelles non c’è mai stato l’interesse di offrirci un patto reciprocamente vantaggioso. Le restrizioni di liquidità hanno gradualmente strangolato l’economia, gli aiuti promessi non arrivavano; c’era da far fronte a continui pagamenti a Fmi e Bce. La pressione è andata avanti finché siamo rimasti senza liquidità. Allora ci hanno imposto un ultimatum. Alla fine il risultato è uguale a quando si rovescia un governo, o lo si costringe a gettare la spugna”.

Quali gli effetti per l’Europa?

 “Nessuno è libero quando anche una sola persona è ridotta in schiavitù: è il paradosso di Hegel. L’Europa dovrebbe stare molto attenta. Nessun Paese può prosperare, essere libero, difendere la sovranità e i suoi valori democratici quando un altro Stato membro è privato della prosperità, della sovranità e della democrazia”.

Anche se è vero che la Grecia ha cambiato i termini del dibattito, in politica si devono ottenere dei risultati. I risultati la soddisfano?

“L’euro è nato 15 anni fa. È stato concepito male, come abbiamo scoperto nel 2008, dopo il tracollo della Lehman Brothers. Fin dal 2010 l’Europa ha un atteggiamento negazionista: l’Europa ufficiale ha fatto esattamente il contrario di quanto avrebbe dovuto fare. Un Paese piccolo come la Grecia, che rappresenta appena il 2% del Pil europeo, ha eletto un governo che ha messo in campo alcuni temi essenziali, cruciali. Dopo sei mesi di lotte siamo davanti a una grande sconfitta, abbiamo perso la battaglia. Ma vinciamo la guerra, perché abbiamo cambiato i termini del dibattito”.

Lei aveva un piano B: una moneta parallela, in caso di chiusura delle banche. Perché Tsipras non ha voluto premere quel pulsante?

“Il suo lavoro era quello di un premier. Il mio, nella mia qualità di ministro, era di mettere a punto i migliori strumenti per quando avremmo preso quella decisione. C’erano buoni argomenti per farlo, come c’erano per non premere quel pulsante”.

Lei lo avrebbe fatto?

 “Chiaramente, e l’ho detto pubblicamente, ma ero in minoranza. E rispetto la decisione della maggioranza”.

Tsipras ha ribadito che non esistevano alternative al terzo riscatto; mentre lei, col suo piano B, sosteneva che un’alternativa c’era.

“Fin da quando ero giovanissimo, ho sempre respinto nella mia concezione politica il discorso thatcheriano dell'”assenza di alternative”. C’è sempre un’alternativa”.

Quale sarà l’eredità di Angela Merkel per l’Europa?

“L’idea europea non era quella di punire una nazione orgogliosa per intimorire le altre. Non è questa l’Europa di Gonzales, Giscard o Schmidt. Abbiamo bisogno di ricuperare il significato di ciò che significa essere europei, trovare le vie per ricreare il sogno di prosperità condivisa nella democrazia. L’idea che la paura e l’odio debbano essere le pietre a fondamento della nuova Europa ci riporta al 1930. l’Europa corre il rischio di trasformarsi in una gabbia di ferro. Spero che la cancelliera non voglia lasciarci un’eredità come questa”.

Grecia, lo stupro

Segnalato da Barbara G.

Di PierGiorgio Gawronsky – ilfattoquotidiano.it, 13/07/2015

La prima amara sorpresa di questo week end è stato un articolo di Varoufakis sul Guardian, in cui l’ex ministro delle Finanze di Tsipras rivela che la Grecia non ha un piano B in caso di mancato accordo con i creditori. Non ha preparato l’introduzione di una moneta nazionale, né ritiene possibile farlo in tempi rapidi: “In Iraq la creazione dal nulla di una nuova moneta richiese quasi un anno, 20 boeing 747, la mobilitazione dell’esercito Usa, tre società specializzate nella stampa di banconote, e centinaia di TIR. In mancanza di ciò, il Grexit equivarrebbe all’annuncio di una forte svalutazione cono 18 mesi di anticipo: causerebbe la liquidazione dell’intero stock di capitale greco, e il suo trasferimento all’estero con ogni mezzo possibile”.

L’articolo di Varoufakis è un must per chiunque voglia capire la crisi greca. Ma il paragrafo citato è inaccettabile, perché rivela un’incredibile superficialità del governo Tsipras e del suo ex ministro. Il quale oltretutto sopravvaluta di molto le difficoltà e i tempi dell’introduzione fisica di una nuova moneta: in Grecia gran parte della moneta è elettronica, per cui basta un click del computer della Banca di Grecia per crearla; e per il resto la gente è perfettamente in grado di crearsela da sola, firmando dei ‘pagherò’ in attesa delle banconote. L’articolo di Varoufakis ha invece disastrosamente rivelato alle controparti negoziali che le carte in mano a Tsipras sono ancora peggiori di quanto non si credesse. A causa dell’insipienza del suo governo (e della cattura della Bce da parte dei creditori), la Grecia è in balia dei suoi nemici (mi spiace, di questo si tratta). E questi ne hanno subito approfittato per umiliarla e schiacciarla fino in fondo, senza trovare resistenza.

La seconda amara sorpresa, di ieri, è infatti l’assurda lista di richieste totalmente distruttive che l’Eurogruppo ha subito presentato alla Grecia. Essa fa strame di qualsiasi parvenza di dignità e sovranità nazionale, e cancella ogni possibilità di ripresa in Grecia. Non solo l’austerità riprenderebbe su vasta scala e per un orizzonte del quale non si vede la fine. Non solo alla Grecia viene dettato un particolare assetto socio-economico senza lasciarle neppure la scelta delle virgole. Non solo non si offre ancora, in cambio, alcuno sconto sul debito (impagabile), trattandosi di pre-condizioni per future trattative. Ma anche tutti gli asset principali dello Stato greco verrebbero espropriati, a saldo (“a garanzia”) di una quota di debito, tolta la quale il debito resterebbe insostenibile e i greci ‘schiavi’ dei creditori.

Quando un debitore entra in una trappola di debito eccessivo alimentato dagli interessi, la colpa è di norma da ripartire fra creditori incauti e debitori poco trasparenti. Così è stato fino al 2010, quando la Grecia annunciò di non poter fare fronte alle scadenze e chiese di negoziare con i creditori: banche soprattutto francesi e tedesche.

Ma i governi europei si opposero, nell’interesse delle banche, e costrinsero la Grecia ad accollarsi altro debito pur di pagare le rate in scadenza e gli interessi montanti. E, violando i Trattati, si assunsero in proprio crediti e rischi che le banche, dopo aver lucrato sugli interessi per anni, volentieri scaricarono. In questo gioco ci rimettemmo soprattutto noi italiani. Il grafico qui sotto mostra la distribuzione del debito greco al 30-4-2015: rispetto al 2009 (grafico precedente) è ora quasi tutto in mani pubbliche, e la quota italiana è salita molto.

Che i debiti greci non fossero rimborsabili lo sapevano tutti già nel 2010 (grazie al Fmi). Perciò se gli andamenti del debito fino al 2009 sono da imputare a greci e banche, gli sviluppi successivi – accollare i debiti ai cittadini europei, aumentare il debito totale, imporre ai greci un’assurda austerità che ha distrutto il valore dei nostri crediti – sono da imputare unicamente ai governi europei. (Se qualcuno crede che la Grecia in questi anni non abbia fatto niente per pagare i debiti, o poche riforme strutturali, si informi meglio). Ma l’Eurogruppo a trazione tedesca rifiuta ogni responsabilità per le politiche depressive impartite. Dare tutta la colpa ai greci serve a proteggere l’ideologia dominante: se le cose vanno male non è colpa nostra. Ed a manipolare l’elettorato: fingono di difendere i nostri soldi mentre li gettano via in malo modo.

La violenza continuerà anche oggi? La Bce ci pensi. È l’unica in grado di stampare moneta in Europa; ma proprio per questo ha il dovere di farlo: nessuna economia moderna funziona senza. Deve farlo in particolare nelle occasioni tassativamente indicate dal Trattato sull’Ue: come all’art. 127 c.2 tr. 4°; e c.5; che in questo momento riguardano la Grecia. Non farlo significa bloccare l’intera economia greca, e fare un colpo di stato in Europa. Qui si gioca la vera partita, e qui le conseguenze saranno devastanti. Dobbiamo prendere atto che le nazioni debitrici dell’Eurozona sono alla completa mercé dei creditori; e questo grazie alla violazione dell’Art.7 Statuto Bce: la quale subordina la sua collaborazione monetaria con la nazione debitrice alla soddisfazione delle istanze dei suoi creditori. Se questo comportamento perdura, il governo greco dovrebbe ritrovare dignità, coraggio, e fiducia, ed uscire immediatamente dall’Euro.

Diario #03 – Il lungo sguardo

di Lame

Salonicco – 16 luglio

Ho sempre detestato, fin da giornalista pivella, i servizi incentrati su “quel che dice la gente”. Sono un orrido modo di disinformare perché prendere qualche passante a cazzo (termine tecnico) e riportare le sue opinioni, senza contesto e senza che la persona che parla abbia una ragione o una competenza specifica per dire la sua su una questione, non offre elementi di valutazione. È una pura espressione di pancia in cui chi legge può solo identificarsi emotivamente. Spazzatura, dal punto di vista informativo.
Quindi prendete queste righe per quel che sono: il racconto di una chiacchierata fatta ieri al bar sport sotto casa, condita da svariati ouzo, nel caldo della sera.
I personaggi di questa narrazione li trovo seduti sotto gli ombrelloni arancione stinti dal sole di un bar vecchio stile. Si chiamano “ouzerie” per la precisione: posti in cui bevi solo caffè greco (quello con i fondi dentro, per capirci) birra e ouzo. Fuori dal bar, sui tavoli allineati lungo i marciapiedi, riparati anche dai tamarindi che profilano tutte le strade di Salonicco, ci si siede quando il sole comincia a picchiare un po’ meno, verso le sette di sera.
È decisamente un bar da pensionati, con l’apparenza molto decadente, ma la clientela si rivela insospettabilmente interessante. C’è Jorgos, capelli brizzolati, maglietta e pantaloncini corti, fisico asciutto. Pensionato – dice lui – tra i più fortunati (penso ex funzionario dello stato, sui sessanta e più, probabilmente uno di quelli che Schauble vorrebbe al muro); c’è Iannis (farmacista in pensione che parla un buon italiano: ha studiato a Firenze, come molti greci che negli anni ’70 venivano in Italia per studiare. Ora vanno a Londra. Dice niente?) con i grossi occhiali fuori moda, la faccia tonda paciosa e un sorriso timido; infine Costantino, anche lui oltre i sessanta, ma in gran forma, barbetta trendy, maglietta e pantaloncini scelti con cura. È avvocato e anche lui parla un discretissimo italiano. Vera classe media.
Parliamo, ovviamente, del voto in corso al parlamento greco.
“Qual’è il sentimento prevalente tra le persone?” gli chiedo.
La risposta è unanime: “Confusione”. La gente non capisce, mi spiegano, come facciano molti parlamentari di Syriza a dire che voteranno no all’ “accordo” e ciononostante confermino la loro stima a Tsipras. Però poi, man mano che parliamo, sono loro stessi a darmi, forse inavvertitamente, una possibile spiegazione. Me la danno quando chiedo che cosa pensano di Tsipras come politico: “ha fatto errori – mi dice Costantino – ma è onesto”.
Da come ne parlano si capisce che ritengono questa caratteristica assolutamente prioritaria (e questo probabilmente riflette un’opinione generale. I sondaggi dicono infatti che il primo ministro greco gode ancora di una popolarità altissima, il 68 per cento se non erro). La sensazione è che se lo vogliano tenere ben stretto, nonostante tutto.
Parliamo a ruota libera di tutti gli aspetti della vicenda greca nelle ultime settimane. E mi colpisce l’assoluta mancanza di autoassoluzione, nei loro discorsi. Additano con certezza e chiarezza le colpe dei loro governi (i precedenti per molte cose, l’attuale per altre) nella gestione del paese e della situazione. Sanno che li aspettano tempi di una durezza “incomparabile a quello che abbiamo visto fino ad adesso”, come dice Jorgos. Ma non cercano scuse. Non addossano ad altri colpe che non hanno.
Però quelle che ci sono le vedono: Schauble, se potessero, lo metterebbero al muro. È lui, mi dicono, che ha bloccato ogni possibilità di una soluzione diversa. Salvano invece Frau Merkel. Chissà perché.
Dicono anche chiaramente che i termini economici di quel pezzo di carta sono impossibili da rispettare (insomma: non serviva un esercito di analisti del Fondo monetario per capirlo) e qui entra in gioco il problema dell’appartenenza all’Europa. Si capisce che sono (erano?) affezionati all’idea di Europa come comunità di popoli. L’idea che potrebbero non farne più parte sembra addolorarli molto. Ma è un tema su cui glissano parecchio, come se non volessero pensarci. E ripartono a dire che sarà molto, ma molto dura. Sottinteso: siamo disposti a fare cose inimmaginabili per non essere buttati fuori.
Non ho idea di quanto i miei nuovi amici (appuntamento oggi per l’aperitivo) possano rappresentare il pensiero di un intero paese. Di sicuro non corrispondono all’immagine di irresponsabili cicale che è stata propagandata. Anzi, a me pare che si stiano attrezzando psicologicamente ad affrontare una fase difficilissima e terribile della loro vita, come persone e come nazione, con dignità e lucidità. E anche con quel filo di rassegnazione agli eventi della vita che – mi ricordano – è stato insegnato loro da tremila anni di storia. Ecco, ci eravamo dimenticati di quanto lungo può essere lo sguardo di un greco.

5 mesi di battaglia

segnalato da nc60 (articolo originale e integrale segnalato da marco)

VAROUFAKIS: “ORA L’UNICA STRADA E’ GESTIRE BENE IL GREXIT”

di Harry Lambert (trad. Matteo Bartocci) – ilmanifesto.info, 13/07/2015

L’intervista. L’ex ministro delle finanze greco rilascia al settimanale britannico “New Statesman” la prima intervista dopo le sue dimissioni. E non risparmia dettagli e retroscena su nulla di quanto accaduto negli ultimi cinque mesi.

Harry Lambert del «New Statesman» ha realizzato la prima intervista a Yanis Varoufakis dopo le sue dimissioni dal governo greco. Una conversazione pubblicata integralmente sul sito www.newstatesman.com che ha avuto luogo prima dell’accordo di domenica notte. Ne pubblichiamo alcuni stralci.

Harry Lambert: come ti senti?

Yanis Varoufakis: (…) mi sento sollevato nel non dover più sostenere questa pressione incredibile a negoziare da una posizione che giudico difficile da difendere. (…) Le mie peggiori paure si sono confermare, ma la situazione si è rivelata perfino peggiore.

A che ti riferisci?

Alla mancanza totale di qualsiasi scrupolo democratico da parte dei supposti difensori della democrazia europea. (…) Nell’eurogruppo ho visto il più totale rifiuto a discutere di argomenti economici. Dicevo cose che avevo studiato a fondo e mi guardavano a occhi sbarrati. Come se fossi trasparente o non avessi detto nulla. Potevo cantare l’inno nazionale svedese e per loro era uguale. Per uno come me abituato al dibattito accademico è stato allucinante.

Questo atteggiamento c’era già quando sei arrivato, all’inizio di febbraio?

All’inizio alcuni si mostravano comprensivi a livello personale, anche nel Fmi. Ma poi ciascuno si trincerava dietro al copione ufficiale. Schäuble è stato coerente fin dall’inizio. Diceva che le elezioni in Grecia non potevano cambiare le decisioni assunte dai governi precedenti perché in Europa ci sono elezioni ogni mese e non si possono cambiare gli accordi ogni volta. A quel punto gli ho risposto che allora le elezioni nei paesi indebitati si potevano anche abolire. Rimase zitto. Forse pensava fosse una buona idea, anche se di difficile attuazione.

E Merkel?

Non era un mio interlocutore. (…) Mi hanno detto che lei era molto diversa. Che tranquillizzava il primo ministro (Tsipras, ndr) dicendogli: «Troveremo una soluzione, non ti preoccupare, fai i compiti a casa, lavora con la troika e tutto andrà bene, non accadrà nulla di terribile». Non era quello che sentivo io dalle mie controparti, il capo dell’eurogruppo e il dott. Schauble.

Perché siete arrivati all’estate allora?

Non avevamo un’alternativa. Il nostro governo era stato eletto con un mandato a negoziare. Per cui il primo obiettivo era guadagnare il tempo e lo spazio per farlo: negoziare e raggiungere un accordo. Non abbiamo mai rovesciato il tavolo dei creditori. Ma il negoziato è durato tanto perché i creditori non volevano assolutamente negoziare.

Ti faccio un esempio. Ci dicevano: abbiamo bisogno di tutti i dati fiscali e di tutti i dati sulle imprese a partecipazione pubblica. Abbiamo passato giorni a dargli questi dati e rispondere a dei questionari. Passata questa fase, ci hanno chiesto cosa volevamo fare con l’Iva. Glielo dicevamo e loro dicevano no senza proporre alternative. Poi passavano a un’altra questione, tipo le privatizzazioni. Gli raccontavamo le nostre intenzioni, le rifiutavano e passavano oltre, senza mai arrivare a nessun punto. Un cane che cerca di mordersi la coda. (…)

Fin dall’inizio la mia proposta era questa: la Grecia è fallita molto tempo fa, siamo d’accordo che va riformata. Ma il tempo è sostanza, e la Bce stava stringendo la liquidità per metterci pressione e farci capitolare. Alla troika ho detto: mettiamoci d’accordo su 3–4 cose, tipo il fisco e l’Iva e attuiamole subito. Voi in cambio limitate la stretta alla liquidità della Bce. Nel frattempo troviamo un accordo ampio e noi lo portiamo in parlamento.

Ci hanno detto: «Non potete introdurre leggi in modo unilaterale, sarebbe un atto ostile durante il negoziato». Dopo un po’ di mesi hanno fatto filtrare sui media che non avevamo approvato nulla e volevamo solo perdere tempo. (…) Finché la liquidità è stata tagliata del tutto e siamo finiti in default o quasi, verso il Fmi. Solo allora hanno fatto le loro proposte… tossiche e totalmente impraticabili. La tipica proposta che fai quando non vuoi un accordo.

Gli altri paesi indebitati che atteggiamento hanno avuto?

Fin dall’inizio il governo di questi paesi ci ha fatto capire che noi eravamo il loro peggior nemico. Il loro peggior incubo era un nostro eventuale successo. Se la piccola Grecia avesse potuto ottenere condizioni migliori di loro, il loro capitale politico si sarebbe disintegrato. Avrebbero dovuto dire ai loro popoli che non erano stati capaci di negoziare come noi. (…) Anche Podemos, la loro voce non ha mai penetrato le mura dell’eurogruppo. Si sono espressi a nostro favore più volte, ma più parlavano più il loro ministro delle finanze diventava ostile nei nostri confronti. (…).

Qual è secondo te il problema principale nel funzionamento dell’eurogruppo?

C’è stato un momento in cui effettivamente il presidente dell’eurogruppo ci ha cacciato via, facendo sapere che la Grecia era essenzialmente fuori dall’euro. C’è una convenzione per cui i comunicati dell’eurogruppo devono essere unanimi e il presidente non può escludere un paese dell’eurozona. Dijsselbloem ci ha detto: «Certo che posso farlo, ho chiesto un parere legale». A quel punto i lavori si sono fermati per una decina di minuti e ognuno si è aggrappato al telefono chiedendo ai propri esperti. Uno di loro, lì presente, mi si è avvicinato: «Devi capire che l’eurogruppo non esiste né per legge, né nei trattati». Quindi questo gruppo inesistente ha il potere più grande per decidere le vite degli europei. Non risponde a nessuno, non è codificato per legge, non ci sono verbali delle sue riunioni, agisce solo in maniera riservata. Nessun cittadino sa cosa venga detto lì dentro. E spesso sono decisioni di vita o di morte.

L’eurogruppo è controllato dal Germania?

In tutto e completamente. Il ministro delle finanze tedesco è il direttore d’orchestra. Tutti si accordano a lui e ne seguono il ritmo. Se l’orchestra stona, la rimette subito in riga.

Non ci sono contrappesi? Per esempio la Francia?

Il ministro francese emette rumori diversi da quelli tedeschi, rumori molto sottili. Ha usato sempre un linguaggio molto giudizioso, per non entrare in contrasto col collega tedesco. Non suonava lo stesso identico spartito ma non si è mai opposto. Alla fine la Francia ha sempre accettato le conclusioni del dott. Schäuble.

(…) pensi ancora che dopo Syriza l’unica alternativa in Europa saranno forze come Alba dorata in Grecia?

Nulla è determinato. Syriza oggi è una forza dominante. Se usciamo da questo disastro uniti e gestiamo un Grexit in modo appropriato, allora ci sarà un’alternativa. Non sono sicuro che abbiamo tutte le competenze tecniche e finanziarie per gestire l’uscita della Grecia dall’euro. Speriamo che ci aiutino esperti anche dall’estero.

Pensavi alla Grexit fin dal primo giorno?

Sì, certo.

E hai fatto preparativi?

Sì e no. Avevamo un piccolo gruppo, un «gabinetto di guerra» al ministero fatto da circa 5 persone. Ci siamo preparati sulla carta, in teoria, ma una cosa è parlarne tra 5 persone, un’altra preparare un’intera nazione a farlo. Serviva un ordine esecutivo per farlo. Che non è mai arrivato. Io pensavo che non dovessimo essere noi a decidere per il Grexit. Non volevo che diventasse una profezia che si autoavvera. (…) Credevo però che nel momento in cui l’eurogruppo ha chiuso le nostre banche avremmo dovuto dare più forza al processo.

Quindi, per quanto posso capire, c’erano solo due opzioni: una Grexit immediata o stampare una moneta parallela (Iou) e prendere il controllo della Banca di Grecia…

Sì. Non ho mai pensato di introdurre una nuova moneta. La mia visione — espressa nel governo — era che se avessero chiuso le nostre banche — cosa che io considero tuttora una mossa aggressiva di incredibile potenza — avremmo dovuto rispondere in modo altrettanto aggressivo, anche se senza passare il punto di non ritorno. Avremmo dovuto fare tre cose: emettere i nostri «Iou» o almeno annunciare che eravamo pronti a farlo, tagliare il nostro debito detenuto dalla Bce o almeno annunciare che eravamo pronti a farlo, e prendere il controllo della Banca centrale di Grecia. Avevo avvertito il governo che avrebbero chiuso le nostre banche per un mese, per costringerci a un accordo umiliante. E quando è successo molti miei colleghi ancora non potevano credere che stesse accadendo. E le mie raccomandazioni a rispondere in modo «energico», in ogni caso, sono state sconfitte in un voto.

Di quanto sconfitte?

Su sei persone abbiamo votato a favore solo in due. Quindi ho dato ordine di chiudere le banche in modo consensuale con la Bce e la Banca di Grecia. Anche se ero contrario so giocare in squadra e credo molto nella responsabilità collettiva.

Poi c’è stato il referendum.

Il referendum ci ha dato una forza incredibile. Che poteva anche giustificare una reazione dura contro la Bce ma quella stessa notte, mentre il popolo faceva esplodere il suo «no», il governo ha deciso di non adottare l’approccio «energico». Al contrario, il referendum doveva portarci a fare maggiori concessioni alle controparti: l’incontro del primo ministro con i partiti di opposizione aveva stabilito già che qualunque cosa fosse successa, qualunque cosa l’altra parte ci avesse fatto, noi non avremmo mai risposto in modo da sfidarli. E quindi essenzialmente avremmo iniziato a seguirli…senza più negoziare.

Sembri senza speranza, pensi che l’accordo in discussione sarà meglio o peggio?

Sarà molto peggio. Ho enorme fiducia nel nostro governo. Ma non vedo come il ministro tedesco possa acconsentire alla ristrutturazione del debito. sarebbe un miracolo (…).

(…) Capisco molto poco della tua relazione con Tsipras.

Lo conosco dal 2010, perché all’epoca ero molto critico con il governo anche se ero vicino alla famiglia Papandreou — e in un certo senso ancora lo sono. (…) Tsipras era un leader molto giovane che cercava di farsi un’idea di quanto stava accadendo, quali erano le cause della crisi e come doveva posizionarsi.

Ti ricordi il vostro primo incontro?

Certo, era la fine del 2010. Eravamo in un caffè, eravamo in tre. E all’epoca Tsipras non aveva le idee chiare sulla dracma o sull’euro. Io invece avevo idee molto precise su quanto stava accadendo. E da lì abbiamo iniziato a parlarne. Un dialogo mai interrotto, che credo abbia contribuito a formare le sue opinioni.

Come ti senti, dopo quasi cinque anni, a non lavorare più con lui?

Non è così perché siamo ancora molto vicini. Ci siamo lasciati in modo molto amichevole. Non abbiamo mai avuto un problema tra di noi. Mai, fino ad oggi. E poi sono molto vicino al mio successore, Euclid Tsakalotos. Non parlo più con Tsipras da un paio di giorni ma parlo tutti i giorni con Euclid. Non lo invidio.

Ti stupirebbe se Tsipras si dimettesse?

Niente mi stupisce più in questi giorni. La nostra eurozona è un luogo estremamente inospitale per le persone integre e oneste. Non mi stupirebbe nemmeno se accettasse un accordo molto brutto. Perché so che lo farebbe per il senso di responsabilità che prova verso il popolo e la sua gente. Perché non vuole che la nostra nazione diventi un paese fallito. Ma non tradisco le mie opinioni, elaborate dal 2010, secondo cui questo paese deve smetterla di chiedere prestiti e aumentare il debito pensando di risolvere i propri problemi. Perché non ha funzionato e non funziona.

Stiamo solo rendendo il nostro debito ancora meno gestibile, generando condizioni di austerità che ridurranno ulteriormente la nostra economia e trascineranno il peso della crisi ancora sulle spalle di chi non ha, creando una vera crisi umanitaria. Non lo accetto e non voglio farne parte.

GREFERENDUM

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Tsipras: «No ai ricatti e agli ultimatum». E annuncia il referendum il 5 luglio

Grecia. Il 5 luglio referendum sull’accordo proposto dei creditori. Nel frattempo chiesta un’estensione dei finanziamenti. Sulla legittimità del referendum si esprimerà il Parlamento. Ieri giornata di tensione in attesa del nuovo Eurogruppo di oggi. Atene sembra indirizzata verso un default con la volontà di rimanere dentro l’euro, ma potrebbe annunciare che non verrà pagato il debito. La palla a quel punto passerebbe ai creditori.

di Simone Pieranni – ilmanifesto.info, 27 giugno 2015

Tor­nato ad Atene, da Bru­xel­les, Tsi­pras ha rimesso nelle mani del popolo greco la deci­sione sulla pro­po­sta dei creditori. Il 5 luglio un refe­ren­dum, che dovrà essere prima rati­fi­cato dal par­la­mento (ma Syriza ha i numeri per appro­varlo), sta­bi­lirà se la Gre­cia accet­terà o meno le ultime pro­po­ste delle «istituzioni».

Tsi­pras, come altri mini­stri, si è già espresso per il «no» in modo chiaro, ma il governo farà decidere alla popo­la­zione greca. La deci­sione di Ale­xis Tsi­pras è giunta al ter­mine di una giornata convulsa, di grande ten­sione, pro­prio quando sem­brava deci­sivo l’incontro di oggi, tra pessi­mi­smo e sce­nari apocalittici.

Se sarà no, si va verso uno sce­na­rio di default con­trol­lato, ma senza uscire dall’euro. A quel punto saranno i cre­di­tori a dover accet­tare, ingo­iando un boc­cone amaro, o sbat­tere la Gre­cia fuori dall’euro.

Ieri, infatti, dopo l’ennesimo ver­tice con Mer­kel e Hol­lande, nell’ennesima gior­nata tesa vis­suta a Bru­xel­les, il premier greco Ale­xis Tsi­pras aveva respinto l’ultima offerta dei cre­di­tori specificando che Atene non avrebbe accettato «ulti­ma­tum e ricatti». Il pre­stito di 12 miliardi fino a novem­bre, con un’aggiunta di 3,5 miliardi imme­diati del Fmi in cam­bio da subito delle riforme richie­ste (altra auste­rity) e di nes­sun accordo sostan­ziale sul debito è stato giu­di­cato da Syriza una trap­pola che non scio­glie i nodi e che, molto pro­ba­bil­mente, avrebbe por­tato il governo a trat­tare un terzo memo­ran­dum a Natale con un paese sem­pre in ginoc­chio e senza più con­senso sociale e politico.

Soprat­tutto dopo i recenti ten­ta­tivi di Bru­xel­les nel son­dare altri par­titi poli­tici, un ten­ta­tivo di golpe soft, una strada che le «isti­tu­zioni» sto­ri­ca­mente cono­scono bene: com­prare la con­tro­parte per renderla mal­lea­bile oppure sca­ri­carla con un governo tec­nico di unità nazionale.

Tsi­pras ha detto di no, con­fer­mando le parole del mini­stro delle finanze Varou­fa­kis, che aveva definito «non praticabile» l’accordo e che oggi dovrà affron­tare un duris­simo Euro­gruppo (l’undicesimo sulla Gre­cia), e una volta giunto ad Atene ha con­vo­cato un con­si­glio dei mini­stri d’emergenza per pren­dere le deci­sioni imme­diate dopo il no a Bru­xel­les. La que­stione a que­sto punto, non ha a che fare con la ragio­ne­ria e l’economia, bensì con la politica.

Men­tre scri­viamo la riu­nione è ancora in corso. Ma Atene, molto pro­ba­bil­mente, si avvi­ci­nerà al default con la volontà di rima­nere den­tro l’euro. Salvo sor­prese, sicu­ra­mente saranno dram­ma­tiz­zati i toni e attuate tutte le misure neces­sa­rie a bloc­care i movi­menti di capi­tali inclusi i ban­co­mat. Il debito pub­blico greco è dete­nuto, all’80%, da fondi Ue, paesi mem­bri, Bce e Fmi. Per­ciò la palla per ora è soprat­tutto nel campo dell’Europa che all’Eurogruppo di oggi dovrà deci­dere se accet­tare la «ribel­lione» greca e con­trol­lare gli esiti di un ine­vi­ta­bile default suc­ces­sivo al Grexit (ipo­tesi caldeg­giata ieri dal pre­mier bri­tan­nico Came­ron, che l’ha per­fino «con­si­gliato» a Merkel).

Oppure nego­ziare su basi diverse. Atene infatti non ha alcuna inten­zione di annun­ciare motu proprio un’uscita dalla moneta unica, che si scon­tre­rebbe con le pro­messe elet­to­rali e con la volontà popo­lare: più pro­ba­bile che ci pos­sano essere gior­nate di «pre­pa­ra­zione» a un’uscita, sem­pre che sia cau­sata dai creditori.

Che l’aria sia cam­biata ieri, in un tur­bine di dichia­ra­zioni a seguito del sup­po­sto «no» greco, lo hanno dimo­strato fonti euro­pee che hanno comin­ciato a par­lare di un «piano B», una sorta di «quaran­tena eco­no­mica» che dovrebbe pre­ve­dere un default con­trol­lato. Dra­ghi e i cre­di­tori sanno che quei soldi sono ormai persi (il 30 scade la dop­pia tran­che al Fmi) e devono riflet­tere se continuare a soste­nere il sistema finan­zia­rio, man­te­nendo la Gre­cia all’interno dell’euro dando però fiato ai «ribelli», vedi Pode­mos (a novem­bre ci saranno le ele­zioni in Spa­gna), oppure dare la vittoria ai fal­chi alla Schäu­ble, con una «cac­ciata» della Gre­cia che potrebbe sca­te­nare un indesiderato effetto domino.

L’ipotesi del default con­trol­lato, dun­que, poli­ti­ca­mente potrebbe essere l’opzione più sag­gia, anche se, gioco forza, segne­rebbe un suc­cesso per Tsi­pras, per­ché dimo­stre­rebbe la pos­si­bi­lità poli­tica di ristrut­tu­rare il debito con la trojka. Un momento sto­rico che, così come un’eventuale «Gre­xit», potrebbe dare vita a feno­meni poco gra­diti ai credi­tori. La que­stione è dun­que pura­mente poli­tica e com­porta rifles­sioni che coin­vol­gono tutta l’Europa.

Qual­siasi deci­sione verrà presa, l’unione eco­no­mica come l’abbiamo con­ce­pita fino ad oggi, non sarà più. Del resto, il «con­tro piano» pre­sen­tato con pre­sun­zione dalle «isti­tu­zioni» (con quelle corre­zioni in rosso, sot­to­li­neate anche dalla stampa inter­na­zio­nale, come il Guar­dian, che al contrario di certi com­men­ta­tori nostrani, rispetta il fatto che un governo di sini­stra possa dire di no alle impo­si­zioni di chi fino ad ora ha sca­ra­ven­tato un intero paese in una crisi uma­ni­ta­ria senza precedenti) era parso fin da subito inac­cet­ta­bile ai greci.

Nella serata di ieri Tsi­pras è tor­nato ad Atene per infor­mare il governo e il paese sullo stallo dei nego­ziati, men­tre veni­vano rila­sciati alcuni stralci di un docu­mento pro­dotto da Atene, nel quale veniva riba­dito il «no» all’accordo proposto.

Secondo il governo greco si trat­te­rebbe di un’intesa che por­te­rebbe ad una nuova «cata­strofe umanita­ria». «Lo stermi­nio del nostro popolo», secondo il mini­stro del Lavoro. Il governo greco, si legge, «non ha il man­dato popo­lare per accet­tare simili richieste».

Nei 7 punti del docu­mento di Atene si legge che «la pro­po­sta da parte delle isti­tu­zioni comporterebbe pro­fonde misure reces­sive, che faranno male al tes­suto sociale già ferito del Paese, come pre-condizione per cin­que mesi di finan­zia­mento, che in ogni caso, è stato giu­di­cato del tutto ina­de­guato. Se que­sta pro­po­sta venisse accet­tata dal governo e dal par­la­mento, la popo­la­zione e i mer­cati dovreb­bero affron­tare altri cin­que mesi di ulte­riore auste­rity, che por­te­rebbe ad un altro nego­ziato in con­di­zioni di crisi. Que­sto è uno dei motivi per cui la pro­po­sta delle istituzioni non può essere accolta». Lo scopo dei cre­di­tori è chiaro: stroz­zare per cin­que mesi il paese, per por­tarlo ad un nego­ziato in con­di­zioni migliori (per loro).

E men­tre in serata la Reu­ters, citando fonti euro­pee, soste­neva che in realtà le parti sareb­bero più vicine di quanto sem­bri, altre fonti testi­mo­nia­vano una rot­tura che appare insa­na­bile. L’infinito «gioco del cerino» ini­ziato cin­que mesi, ormai è alle ultime battute.

L’Eurogruppo straor­di­na­rio, fis­sato ini­zial­mente alle 17, è stato anti­ci­pato alle 14, ma l’aria che tira è delle peg­giori. Il pal­lino, in quella sede, ce l’avranno soprat­tutto Dra­ghi e Angela Mer­kel, due figure che sulla difesa della moneta unica «costi quel che costi» hanno scom­messo tutte le proprie carte.

Le carte di Tsipras nella partita dell’Euro

di Alfonso Gianni – il Manifesto

La linea di Varou­fa­kis è chiara: «Faremo com­pro­messi con la Ue ma non fini­remo com­pro­messi». Ale­xis Tsi­pras dichiara alla Reu­ters che il governo lavora per una solu­zione che «rispetti il recente man­dato popo­lare come il qua­dro ope­ra­tivo dell’Eurozona», pre­ci­sando però che restano quat­tro punti di disac­cordo – non tec­nici, ma poli­tici – in mate­ria di rap­porti di lavoro (del resto il mer­cato del lavoro greco è già del tutto dere­go­la­men­tato), di sicu­rezza sociale, di aumento dell’Iva, di pri­va­tiz­za­zioni. Ovvero il cuore del pro­gramma sociale di Syriza.
(…)
Ma come sap­piamo il pro­blema è politico.

Se la Gre­cia se la cava, altri pos­sono per­cor­rere strade alter­na­tive all’austerità e l’influenza sul qua­dro poli­tico dei paesi in mag­giore dif­fi­coltà, che finora hanno ese­guito pedis­se­qua­mente i dik­tat della Troika tro­van­dosi peg­gio di prima, potrebbe essere letale per le destre che attual­mente li gover­nano. Il rife­ri­mento alla Spa­gna è d’obbligo.

Tut­ta­via, vale anche il ragio­na­mento con­tra­rio. Se la Gre­cia finisse in default, se – mal­grado le ultime dichia­ra­zioni più pru­denti della Mer­kel sulla per­ma­nenza greca nella Ue – ciò com­por­tasse una fuo­riu­scita dall’euro e quindi dalla Ue, non è affatto detto che per la finanza sarebbe pura godu­ria. Spe­rare infatti – scrive un edi­to­ria­li­sta del Sole24Ore – che il Gre­xit non abbia alcun impatto sui mer­cati finan­ziari e sull’economia degli paesi della Ue è come pre­ten­dere che una bomba esplo­dendo non fac­cia danni.

il marxismo libertario

 
 
E’ duro per l’Europa dei banchieri accettare la prospettiva di un’Europa dei popoli. Eppure è questa la minaccia rappresentata dalla Grecia di Tsipras. Se l’infezione si allargasse, allora lo 0,4 per cento della popolazione rischierebbe di diventare un po’ più povero

Nuovo giro di vite della Troika sulla Gre­cia. Si torna a par­lare di Gre­xit. Non è la prima volta in que­ste set­ti­mane, ma ora il tempo stringe. La liqui­dità scar­seg­gia e il paese elle­nico deve resti­tuire tra mag­gio e giu­gno al Fmi 2,5 miliardi di euro. A giu­gno e luglio sca­dono altri due bond verso la Bce per un importo ancora supe­riore di 6 miliardi. Se non doves­sero venire rim­bor­sati ces­se­rebbe anche la linea di cre­dito di emer­genza (Ela) da 73 miliardi messa a dispo­si­zione a caro prezzo dalla Bce per soste­nere le ban­che gre­che. E’ da dubi­tare che l’Eurogruppo di Riga del 24 aprile si mostri…

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