Grillo

Il Movimento 5 stelle non è più votabile

(Eppure è avanti nei sondaggi. Quanto può durare?)

segnalato da Barbara G.

di Paolo Flores d’Arcais – temi.repubblica.it/micromega-online, 18/03/2017

Nel numero di MicroMega da due giorni in edicola ho scritto [ma il testo è stato scritto oltre un mese fa n.d.r]: “Il M5S è un movimento carico di ambiguità, contraddizioni, difetti e magagne: predica ‘uno vale uno’ ma poi due vale più di tutti messi insieme (e uno dei due per merito dinastico)” seguono tre esempi e un “si potrebbe continuare a lungo”. Aggiungendo: “Ora in realtà il M5S dovrà scegliere. Proprio tra destra e sinistra. Non nel senso dei partiti, sempre più indistinguibili (…) ma certamente nel senso dei valori. D’altro canto se un movimento rinnova ogni giorno il suo peana alla Costituzione repubblicana, nata dalla Resistenza antifascista e col DNA ‘giustizia e libertà’ (…) non può poi contraddire questa scelta (…) come spesso sta accadendo. Se insiste nella contraddizione tra valori proclamati e azione politica, per il M5S l’implosione è inevitabile”.

Concludevo: “dovrà inventare forme di selezione dei candidati, e di partecipazione dei militanti, che non tracollino, come ormai troppe volte, in parodia della democrazia di base, fino alla tragica farsa. Perché democrazia non è premere il bottone like/dislike. Ogni risposta è condizionata (e talvolta comandata) dalla formulazione della domanda. Chi la controlla controlla ampiamente il voto. E il carattere democratico di un voto dipende dalla caratura della discussione, dalla sua ampiezza, dall’informazione critica che entra nel circuito, grazie al dovere dell’argomentazione reciproca: l’esatto opposto di quanto accade sul web. E la scelta dei candidati deve nascere dalla partecipazione alle lotte, dal contributo alla vita reale, del movimento: tutto ciò avviene faccia a faccia, nelle riunioni, non nell’anonimato del web. Dove – se va bene – si realizza un casting da show televisivo alla De Filippi o da ammiccamento su facebook o instagram per acchiappare e accattivarsi più ‘amici’. Procedure lontane anni luce dalla selezione democratica dei candidati”.

Ma ieri Grillo è andato oltre. Ha annullato le “comunarie” di Genova, che si tenevano con un sistema complicato, magnificato da Grillo come il migliore e da prendere a modello, non appena il risultato si sia scostato da quello previsto (non ha vinto il suo preferito). A questo punto sarebbe il caso che il M5S ufficializzasse nel suo non-statuto che i candidati li sceglie Grillo, e così per ogni altra nomina. Non sarebbe la tanto strombazzata democrazia-diretta-web, sarebbe almeno un’oncia di onestà.

Del resto, la democrazia nei partiti è sempre stata ed è, in realtà, una forma di cooptazione. Nel Pci si chiamava “centralismo democratico”, nel Psi era una democrazia di correnti (prima di Craxi, corretta dal 1980 con dosi massicce di cleptocrazia), nella Dc una poliarchia di clientele. Vorrà dire che il M5S lancia la formula del centralismo monocratico, o più esattamente della mono-e-tanticchia-crazia, a seconda di quanto potere volta a volta Grillo decida di conferire a Casaleggio jr.

In un numero precedente di MicroMega mi ero domandato fino a quando si sarebbe potuto votare ancora M5S: con rammarico, perché altri voti non di regime non se ne vedono. La misura era dunque già colma. L’ukase defenestratorio di Genova costituisce la goccia che fa traboccare il vaso: nemmeno il M5S è più votabile. La prossima volta, a meno di nuove liste di cui per il momento non si vede, e nemmeno intravede, ombra, per chi prenda sul serio la Costituzione, con i suoi valori intransigenti di giustizia e libertà, diventerà ragionevole non votare.

Scelta terribile, perché significa affidare la decisione agli altri elettori, rinunciare all’esercizio della propria sovranità elettorale. Ma cos’altro resta da fare, quando venga meno anche la possibilità del “meno peggio”, e sotto tutti i profili essenziali di negazione dei valori costituzionali tutte le liste abbondino e debordino?

Sorpasso e decollo M5S. Il fortino di Renzi restringe i confini del PD.

Dimensione Mendez

Nel giorno in cui il più importante quotidiano del Paese mette in stampa i risultati del sondaggio che sancisce il consenso senza precedenti del M5S (32,3%) e il precipitare del PD ormai quasi a livelli da Bersani 2013 (26,8%), l’uomo solo al comando Renzi decide di impartire al padre-padrone Grillo una lezione di democrazia.

Consolidati o meno che siano, i 5,5 punti di distacco elaborati da Ipsos (ma il sorpasso è comunque un dato comune in diverse rilevazioni), vengono legittimamente evidenziati dal Corriere della Sera come fatto politico di portata assoluta, e provocano in Matteo Renzi una reazione che, sfruttando il congresso PD, prende corpo con queste parole:

“Da Bagnacavallo a San Giorgio a Colonica, da Volpago di Treviso fino a Carpi, da San Martino in Rio che è in provincia di Reggio Emilia fino al circolo Pd di San Paolo del Brasile ieri i primi circoli si sono espressi…

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Critica della ragion grillina

segnalato da Barbara G.

Purezza e contaminazione. Trasparenza e retroscena. Regole e arbitrio. Analisi del M5S nell’anno della grande metamorfosi

di Marco Damilano e Alessandro Giglioli – espresso.repubblica.it, 12/10/2016

E’ nato sette anni fa, il 4 ottobre 2009, il giorno di San Francesco. Nel 2013, alle elezioni politiche, ha preso 8 milioni e 792 mila voti. Nel 2016 ha conquistato Roma e Torino. Oggi i sondaggi lo danno a ridosso del Pd, vincente in caso di ballottaggio. Prossimo obiettivo: la regione Sicilia.

Piaccia o no, il Movimento 5 Stelle è la risposta, per una grande fetta di italiani. Una risposta che si fatica ad analizzare e capire: per pregiudizi, spesso, ma anche per l’autentica difficoltà di spiegare la complessità di un fenomeno nato e cresciuto fuori dai binari tradizionali della politica, dei suoi luoghi e linguaggi. A rendere problematica l’osservazione “scientifica” del M5s c’è anche la sua natura disorganica, “liquida”, destrutturata. E le sue aporie: in filosofia indicano «la difficoltà o incertezza che incontra il ragionamento di fronte a due argomenti opposti entrambi possibili». Non solo incoerenze o contraddizioni, dunque, ma parti costitutive del Movimento proprio in quanto aporie, dialettica. È con questa chiave interpretativa che l’Espresso propone una Critica della Ragion Grillina.

Non sono-sono

«Il Movimento 5 Stelle è una non-associazione…», recita l’articolo 1 del Non-statuto. «Non è un partito politico, né si intende che lo diventi in futuro», si afferma all’articolo 4. «Non è previsto il versamento di alcuna quota, non si prevedono formalità maggiori per registrarsi rispetto all’adesione a un normale sito internet». E nella proposta di legge elettorale di M5S c’è la preferenza negativa, con cui cancellare i candidati sgraditi: sbarrare il nome di chi “non” piace. È il nocciolo duro dell’identità 5 Stelle: il Non. Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo, «Non chiederci la parola che squadri da ogni lato l’animo nostro informe…», scriveva il poeta genovese (Eugenio Montale, non Beppe Grillo).

O forse tra gli ispiratori inconsapevoli c’è il meno ricordato James Matthew Barrie, inventore della favola di Peter Pan e la sua Isola-che-non-c’è: «Le stelle, per quanto meravigliose, non possono in alcun modo immischiarsi nelle faccende umane, ma devono limitarsi a guardare in eterno. È una punizione che si è abbattuta su di loro così tanto tempo fa che nessuna stella ne ricorda il motivo». È questo l’incantesimo che tiene incatenate le 5 Stelle quando incontrano l’età adulta della politica: il governare. Trasformare il non in una scelta: un no oppure un sì.

Rifuggendo dalla tentazione di affidare la scelta a qualcun altro: le regole, la legge, la magistratura, l’Anac di Raffaele Cantone, il Consiglio di Stato, la Rete, i cittadini. Alla Rete è stata consegnata nel 2013, e poi nel 2015, la scelta dei candidati al Quirinale. Prima del voto romano, Virginia Raggi dichiarò di voler chiedere ai cittadini l’indicazione di un nome cui dedicare una via, lei non si assumeva la responsabilità di farlo. E anche di pensare a un referendum popolare per decidere se mantenere la candidatura di Roma alle Olimpiadi. Poi, ha deciso lei: ha detto no. Che differisce dal “non” appena in una lettera, ma per descrivere l’identità, dire chi sei, vale come l’addio all’adolescenza, il difficile passaggio alla maturità. Per i grillini il 2016 è questo: l’addio all’Isola che non c’è.

Democrazia diretta-delega

Referendum propositivo senza quorum, obbligo di discutere in Parlamento le leggi di iniziativa popolare, elezione diretta del candidato che deve essere residente nel collegio dove si presenta, abolizione del voto segreto, introduzione del vincolo di mandato. Il programma delle origini di Gianroberto Casaleggio predicava la necessità di«rivedere l’architettura costituzionale nel suo complesso in funzione della democrazia diretta». «Ogni collegio elettorale», aggiungeva il fondatore del Movimento, «dovrebbe essere in grado di sfiduciare e far dimettere il parlamentare che si sottrae ai suoi obblighi». Il mandato imperativo, vietato dall’articolo 67 della Costituzione, di cui Grillo chiede l’abolizione. Per limitarne gli effetti, M5S ha più volte chiesto ai candidati di firmare un impegno a non violare le regole del Movimento, con tanto di multa da 150 mila euro per i trasgressori, per danno d’immagine. E prima del voto romano la Raggi dichiarò all’Espresso che si sarebbe dimessa se fosse arrivata la richiesta di Grillo. Eppure, dopo tre anni di presenza in Parlamento, anche M5S sconta la rivincita della decrepita, imperfetta ma pur sempre senza alternative (per ora) democrazia rappresentativa. Blindata, nella proposta di legge elettorale del Movimento, dal ritorno della proporzionale e delle preferenze. Che nella Prima Repubblica significavano il massimo della delega degli elettori. E il minimo della responsabilità degli eletti.

Purezza-contaminazione

«In M5S c’è un prima e un dopo. Ci sono quelli arrivati prima del 2012, cioè la vittoria di Parma: io, Carla Ruocco, Paola Taverna e Roberto Fico. E quelli che sono arrivati dopo. Quell’anno è stato un po’ spartiacque. Chi è arrivato dopo spesso ha fatto prevalere la comunicazione alla sostanza». Così parlò Roberta Lombardi, la deputata romana che si propone in queste settimane come la custode della purezza della stirpe, della «limpieza de sangre», come gli inquisitori spagnoli del XV secolo.

Ossessione comune ai rivoluzionari di professione e ai fondatori di religioni. Gli apostoli Pietro e Paolo si scontrarono nella Chiesa delle origini: battezzare solo gli ebrei o anche i gentili? Più mondano il dilemma del Pci all’alba della Repubblica – restare il partito uscito dalla clandestinità o allargare la base – sciolto da Togliatti con un tratto di penna verde: l’amnistia per i fascisti significava sdoganare il partito legato all’Urss e garantirsi solide radici nella nascente democrazia italiana. Negli ultimi mesi il più voglioso di ripercorrere inconsapevolmente la strategia di Togliatti, quella del discorso ai ceti medi di Reggio Emilia (1946), è sembrato il candidato premier in pectore Luigi Di Maio: a pranzo con gli esperti internazionali dell’Ispi, accanto al presidente della Trilateral italiana, su un barcone sul Tevere per la festa dei trent’anni, in posa su una Mini d’epoca per “Vanity Fair”, accanto alla nota famiglia dei venditori ambulanti Tredicine. Tra lobby e star-system. Dalla Trilateral a Tredicine: strategie di accreditamento, legittimazione. Contaminazione. Contagio. Gli elettori li hanno preceduti: difficile restare duri e puri con milioni di voti.

Movimento liquido-partito leninista

«La massa aperta esiste fintanto che cresce: la disgregazione subentra non appena cessa di crescere. La massa chiusa invece rinuncia alla crescita e si preoccupa soprattutto della durata», scriveva Elias Canetti in “Massa e potere”. L’organizzazione di M5S in apparenza supera questa distinzione tipica del ‘900 della politica ideologica totalizzante, in realtà ne segue la stessa traiettoria. Il Movimento delle origini è come un fiume che accoglie tutti: non si pone il problema del blocco sociale di riferimento, come fa la sinistra in crisi, dà risposte e senso di appartenenza ai lavoratori liquidi della Gig economy, precari e sottopagati, ma anche al ceto medio impoverito e incazzato, in rivolta verso le forme di rappresentanza tradizionale, partiti, sindacati, associazioni, contro cui Grillo lancia i suoi strali nel 2012-2013. Con la crescita elettorale M5S ha il problema opposto: selezionare gli ingressi per permettere all’organizzazione di restare nel tempo, durare. Le espulsioni, le radiazioni, gli addii. Il Movimento che era liquido si consolida, si solidifica, fino a pietrificarsi. E ad assumere le sembianze di una nuova nomenklatura, di tipo leninista. Con i suoi apparatcik sul palco.

Playlist-ideologia

Il programma del M5S è un pdf in modalità playlist: pragmaticamente lontano cioè da ogni sistematizzazione organica, volutamente agli antipodi rispetto ai tomi dei vecchi partiti che includevano tutto e non portavano a niente. Tra i temi selezionati, alcuni sono più approfonditi (es: energia, informazione), altri sono affrontati in modo più generico (es: economia), altri ancora ignorati (es: diritti civili, immigrazione). Del resto il M5S nasce su battaglie verticali – ambientali, legalitarie o anticasta – e non da un’ideologia con pretese onnicomprensive. Perfettamente coerente con la contemporaneità liquida e post-sistematica, si direbbe. Ma proprio perché liquida, poi la realtà si infiltra dappertutto e propone questioni che non rientrano nel programma e che dividono la base così come i parlamentari (dallo ius soli alle unioni civili – e infinite altre). Come uscirne? La risposta, per il M5S, sta nella piattaforma Rousseau, con le sue proposte di legge su centinaia di temi, tutte da sottoporre al voto degli iscritti. «Una rivoluzione mondiale», secondo il responsabile della funzione Lex Iscritti Danilo Toninelli, deputato del movimento. Meno enfaticamente, un grande contenitore con l’ambizione di rappresentare (democraticamente) la sintesi tra solido e liquido, tra ideologia e playlist, tra strutturato e destrutturato.

Regole-arbitrio

Sono in corso e dureranno fino al 26 ottobre le votazioni on line con cui gli iscritti al Movimento decideranno se e quali modifiche apportare al “Non Statuto” e al “Regolamento” del M5S. Lo scopo è provare a superare, almeno un po’, un’antinomia storica del Movimento: quella tra la mistica della legalità (come obiettivo etico-politico) e una liquidità normativa interna che porta con sé ampi margini di ambiguità e imposizioni arbitrarie dall’alto, con in più la variabile della spersonalizzazione-deresponsabilizzazione costituita dal cosiddetto “staff” (anonimo) che si autoattribuisce il diritto di chiedere documentazione e di «avviare istruttorie» ( caso Pizzarotti ). All’origine di questa contraddizione tra obiettivo politico e pratiche interne c’è l’origine del M5S come rete molecolare di meetup che rigetta ogni burocrazia organigrammatica (vista come rendita di posizione e di potere tipica dei partiti).

L’incontro con la complessità della politica porta ora a moderare questo rifiuto: ad esempio a «indicare in modo più dettagliato i comportamenti sanzionabili (degli iscritti) attribuendo la decisione ad un organo terzo composto da portavoce e lasciando a Beppe Grillo le sole facoltà di annullare le sanzioni e di sottoporre la decisione ad una votazione on line degli iscritti». Per ulteriore paradosso, a richiedere una definizione meno arbitraria delle regole sulle espulsioni era proprio Pizzarotti, prima di lasciare il M5S.

Uno vale uno-Capi

L’antinomia precedente è intrecciata con quella (altrettanto congenita e storica) tra l’obiettivo della democrazia assoluta e l’esigenza-esistenza di gerarchie, di capi. Una questione persistente nel tempo e altalenante nei tentativi di soluzione: “nessun capo, decidono tutto gli iscritti”, Grillo capo politico, Grillo e Casaleggio insieme “garanti”, Direttorio nazionale, Direttorio locale, staff, Grillo di nuovo capo politico, ruoli di peso più o meno formalizzati o informali ma evidenti (come Roberta Lombardi, che in teoria è un semplice deputato ma conta più di altri). Di nuovo: è la complessità del reale che fa emergere catene di comando sul campo, che il “capo politico” Grillo talvolta alimenta, talvolta tollera, talvolta ignora (e talvolta cancella con una frase sul blog o in un comizio). Come nella voce sopra, all’origine c’è il rifiuto drastico dei vecchi e rigidi organigrammi di partito: comitato centrale, direzione nazionale, segreteria etc. Ma se su questa pars detruens nessuno ha dubbi, manca ancora la formula che impedisca all’utopia “uno vale uno” di rovesciarsi in una distopia di poteri di fatto, in equilibrio o squilibrio tra loro secondo capricciosi e impermanenti rapporti di forza.

Trasparenza-retroscena

Il primo incontro, chi può dimenticarlo?, all’hotel Saint John a San Giovanni a Roma. Neo-parlamentari che con l’iPad fotografavano i giornalisti, sublime rovesciamento dei ruoli, cronisti infiltrati che si fingevano deputati (i neo-eletti non si conoscevano tra loro), la promessa di mettere tutto in streaming per uccidere gli odiati retroscena dei giornali. Missione riuscita, con Pier Luigi Bersani, Enrico Letta e anche Matteo Renzi: epico lo scontro nel 2014 tra il premier incaricato e Grillo piombato a Roma per insultarlo on line, per tracciare una linea di confine, di qua o di là. «La trasparenza diventerà in futuro obbligatoria per qualunque governo o organizzazione. Non è corretto che qualcuno decida per i cittadini in base a logiche imperscrutabili e senza renderne conto», teorizzava Casaleggio. Tre anni dopo, si è vista la prima cittadina di Roma seduta sul tetto del Campidoglio per sfuggire a occhi e orecchie indiscrete. E i retroscenisti del Palazzo – disoccupati quando devono occuparsi di Pd o di Forza Italia, che noia – hanno ritrovato linfa vitale tra le correnti del M5S.

Riecco gli squali e i tonni, così il decano dei giornalisti parlamentari Guido Quaranta catalogava i colleghi del Transatlantico, in branco sulle prede. Solo che ieri erano i potenti boss dc, oggi gli spauriti aspiranti capicorrente grillini. Risorge il minzolinismo (da Augusto Minzolini: ieri giornalista-squalo, oggi nell’acquario come senatore berlusconiano) con i suoi stili narrativi: l’ira del capo sui seguaci, la rissosità tra i gerarchi, le veline, i virgolettati anonimi. La sindaca Raggi e il suo portavoce si fanno intercettare da un reporter a tavola, come accadde ai colonnelli di An che tramavano contro Gianfranco Fini. Solo che i protagonisti non sembrano in grado di tenere la scena, e neppure il retroscena. E così, tra il tripudio di facce, faccette, chi-sta-con-chi incorniciate nelle infografiche dei quotidiani e gli scoop sull’ultimo nominato in Campidoglio, manco fosse il Watergate, viene il dubbio che, alla fine, Grillo stia riuscendo nel suo intento. Uccidere quel che resta del racconto della politica con una dose sempre più massiccia di sconfortanti banalità.

Cambiamento-conservazione

«Apriremo il Parlamento come una scatoletta di tonno!», disse Grillo nel 2013. «Una rivoluzione democratica, non violenta, che sradica i poteri, che rovescia le piramidi». Scardinare le liturgie della vecchia politica: il programma di un cambiamento radicale, l’indicazione della terra promessa. Già qualche mese dopo l’ingresso a Montecitorio e Palazzo Madama, però, il proposito si era capovolto. Colpa della rottamazione di Renzi, un brand direttamente concorrenziale con M5S negli scaffali del supermarket politico, che pesca nello stesso mare dell’indignazione dei cittadini verso la casta del Palazzo. Renzi occupa il ruolo del riformatore costituzionale, il premier che vuole cancellare il Senato e il Cnel. E i 5 Stelle, di conseguenza, salgono sui tetti per difendere la Costituzione, si tramutano nelle sentinelle della Carta del 1947, dalla parte di Gustavo Zagrebelsky, Stefano Rodotà, Lorenza Carlassare, Salvatore Settis, nonostante siano rappresentanti di un elettorato giovane e giovanissimo. Dall’attacco alla difesa, anche nelle città. Un solo messaggio per dipendenti comunali, vigili, autisti dell’autobus, l’esercito degli assunti nelle municipalizzate: nessuno sarà tagliato. Rassicurante e moderato. L’eterno gattopardismo o il suo contrario: non cambiare nulla per avere la forza di cambiare tutto?

Militanza-competenza

Al debutto, al comune di Parma, il sindaco neo-eletto Pizzarotti chiese ai cittadini di inviare i loro curriculum per partecipare alla giunta da assessori. E impiegò due mesi per mettere a posto la squadra. Quattro anni più tardi Virginia Raggi non ha fatto pubblica richiesta di competenze, in compenso la ricerca di un nome all’altezza del delicato assessorato al Bilancio è durata ancora di più. Il mix delicato tra gli incarichi ai militanti della prima ora e quelli distribuiti ai tecnici svela un’altra metamorfosi del Movimento. Quando M5S ancora non esisteva e Grillo girava l’Italia con i meetup era naturale per lui far salire sul palco gli studiosi di nanoparticelle Stefano Montanari e Antonietta Gatti, il teorico della decrescita felice Maurizio Pallante, il consulente economico Beppe Scienza, la sindaca di Montebelluna Laura Puppato del Pd… Nel corso degli anni il Movimento ha incontrato altri esterni, l’economista no-euro Alberto Bagnai, il filosofo Paolo Becchi.

Più cresceva la nuova nomenclatura informale del Movimento, più le presenze degli esperti venivano meno. Nelle giunte del 2016, a Roma e a Torino, l’esperimento è sembrato tornare di moda, con Paolo Berdini all’urbanistica a Roma o Francesca Leon alla cultura a Torino. Compagni di strada, intellettuali, professori cui non viene chiesto di giurare fedeltà a Grillo e Casaleggio, ma accettano di fare una parte del cammino, come gli indipendenti di sinistra con il Pci. Fino a scivolare, sotto il Campidoglio, nell’esterna Paola Muraro, assessore all’Ambiente sotto inchiesta. O nel capo di gabinetto Carla Raineri, dimissionaria dopo la polemica sul suo compenso («le competenze si pagano», la difese la sindaca), insieme all’assessore al Bilancio Marcello Minenna, sostituito dopo lungo travaglio da Andrea Mazzillo. Il militante: che però era stato del Pd.

Cittadini-gente

Per Grillo M5S è «il cittadino che si fa Stato ed entra in Parlamento». Lo disse nel comizio finale di piazza San Giovanni il 22 febbraio 2013, alla vigilia del trionfo elettorale, forse il suo intervento più pensato e programmatico. «Pensava ml

Media vi odio-Media vi amo

Nessuna forza politica, nemmeno Forza Italia, ha mai avuto l’interesse verso la comunicazione e i media del M5S. Un movimento che nasce in un nuovo medium (Internet), da un fondatore che proviene da un altro medium (la tivù) al quale deve la sua notorietà pregressa ma anche il suo primo scontro politico (1986, l’anatema di Craxi e l’espulsione dalla Rai). E sono in tivù i primi “comizi” su temi civili (i monologhi di fine anno su Tele+, anni Novanta), è su un settimanale che Grillo scrive i suoi editoriali (“l’Internazionale”, dal 2008 al 2014). Ne deriva, per il M5S, un’attenzione per i media al limite dell’ossessione: gli attacchi continui ai giornali, il rapporto conflittuale e altalenante con i talk show, fino alla rilevanza decisionale all’interno dello stesso M5s dei “responsabili della comunicazione”, il cui ruolo sconfina spesso nella regia politica (ultimo caso, Rocco Casalino). «I giornali sono morti», ripete Grillo, poi però scrive al “Corriere della Sera” per spiegare il caso Roma (10 settembre scorso), così come già aveva fatto Casaleggio per spiegare il suo ruolo nel M5S, nella sua prima uscita pubblica (maggio 2012); e anche l’erede Davide affida al “Corriere” la sua prima intervista (giugno 2016). Quanta alla tivù, «è una merda» (Grillo dixit) però i parlamentari vengono sottoposti a training per bucare lo schermo. Incoerenze? Forse. O magari il segno di un rapporto intenso e quindi ricco di ambivalenze. Nemmeno così strano, per un partito nato in un’era in cui politica e comunicazione sono la stessa cosa.

Virus-antivirus

«Abbiamo piazzato trenta virus in una trentina di comuni», scrive Grillo all’indomani dei suoi primi eletti negli enti locali (2009). E poi: «Il virus della conoscenza non si può fermare, Ognuno è un trasmettitore e un ricevitore» (2010); ancora: «Il M5S è un virus, non una poltrona (2012), «Siamo un virus inarrestabile» (dopo la vittoria a Livorno, 2014) «Chi si risveglia è un virus, questo virus non si ferma» (2015). La metafora è chiara: una contaminazione positiva, per uccidere il corpaccione della casta e del palazzo.

Con il tempo però il virus diventa anche altro: quello degli “infiltrati” nel M5s (i parlamentari fuoriusciti e/o espulsi) e quindi contamina il M5S stesso (Roberta Lombardi: «Raffaele Marra è il virus che ha infettato il Movimento»). Il partito di Grillo da soggetto virale a potenziale oggetto di virus, insomma, in contemporanea con il passaggio dalla pura protesta alle responsabilità istituzionali. Un’evoluzione che però non può essere risolta in modo troppo semplificatorio o fatalista: perché alla fine quello che conta è la risposta dell’organismo all’agente esterno. E finora gli agenti patogeni sembrano aver più rinforzato che indebolito il M5S.

Ridere-arrabbiarsi

Henri Bergson insegna che il riso rinsalda le relazioni sociali tra coloro che ridono, definendo così la propria differenza rispetto agli oggetti del riso. Il comico Grillo è sempre stato consapevole di questa dinamica e gli inizi del Movimento stanno in una sorta di inedito “blocco sociale”: coloro che ridono con lui – Grillo – contro gli avversari verso cui è indirizzata la risata (Berlusconi-Psiconano, Bersani-Gargamella, Morfeo-Napolitano etc). Con la sua comicità Grillo declina e trasfigura la rabbia: e, nelle intenzioni, ne impedisce le derive brutali, la fertilizza politicamente. Il meccanismo tuttavia è instabile e sempre a rischio: il “vaffanculo” del resto è per sua natura in bilico tra gioco satirico e aggressione violenta, tra la leggerezza della comicità e la cupezza della collera. Ed è questa che spesso prevale, soprattutto sui social network, dove ogni critica al Movimento è seguita da aggressioni verbali poco ludiche e molto lugubri. Il cui effetto è ovviamente quello di un boomerang. Lo capì anche Casaleggio senior, all’indomani della sconfitta elettorale del 2014: quando raccomandò «più sorrisi e meno livore» e costruì un video ironico con Beppe Grillo che prendeva un Maalox.

Rete-Alveare

Per il M5S Internet è il tempio della democrazia dal basso, dove si propongono le leggi, si discutono e alla fine si votano (piattaforma Rousseau). È la democrazia più alta: non solo diretta, ma anche continua e in grado di autocorreggersi, come teorizzato dai “classici” della Rete e mostrato dal modello Wikipedia. Inoltre è il luogo della critica che stimola e aggrega la protesta-proposta dei cittadini. Il Web tuttavia è un Giano bifronte e, accanto all’agorà digitale, porta in pancia conseguenze negative secondo la stessa cultura del Movimento: la globalizzazione dei mercati che uccide il piccolo produttore locale, la concentrazione di ricchezze nelle mani di pochissimi “over the top”, l’esternalizzazione del potere da parte di dinamiche e algoritmi non trasparenti e non controllabili dai cittadini.

In più, con l’avvento dei social, la Rete scatena quelle dinamiche sociopsicologiche che lo scrittore Vincenzo Latronico ha definito “mentalità dell’alveare”: sospetti, accuse, minacce, congiure, allusioni, processi, bufale, insulti. Tutti rovesci della medaglia che lo stesso Casaleggio ha raccolto in un suo libro (“Insultatemi”, 2013) dove racconta di aver «scoperto di essere un pericoloso massone, frequentatore del Bilderberg ed espressione dei “poteri forti”: identità multiple, a me del tutto sconosciute». Insomma Internet è un’arma meravigliosa, ma a doppio taglio. Così il tecnoentusiasmo dei primordi viene affiancato da una riflessione più sfumata. O perfino dalla tecnopaura: come nel video postumo di Gianroberto Casaleggio, in cui la minaccia più seria per il futuro dell’umanità viene identificata in «un superorganismo che mescola Internet, intelligenza artificiale, Big Data». Si ama sempre Lawrence Lessig, certo: ma si inizia a temere che abbia ragione Evgenij Morozov.

Ignoranti e arrivisti

segnalato da Barbara G.

“Consumati da ignoranti e arrivisti”: Pizzarotti lascia il Movimento

Grillo è a Roma e schiva i giornalisti: «È una bella giornata» dice per non rispondere alle accuse del sindaco di Parma. Ma in città diluvia. E il Movimento balla ancora tra le pressioni su Muraro e l’addio di quello che è stato il primo cittadino a Cinque Stelle

di Luca Sappino – espresso.repubblica.it, 03/10/2016

«Senza Beppe Grillo io non mi sarei mai alzato dal divano. Però…». È con una serie di però che Federico Pizzarotti lascia il Movimento 5 stelle, «che non è più quello delle origini», dice, ed è anzi stato consumato da una serie di «arrivisti ignoranti che non sanno cosa significhi governare». Ringrazia Beppe Grillo che gli ha fatto tornare voglia di far politica, il sindaco di Parma, ma poi mette in fila tutti gli elementi della «mutazione» del Movimento, che «aveva solo un megafono e ora a un capo politico», che «voleva portare le telecamere dentro i consigli comunali e ora è diventato il Movimento delle riunioni a porte chiuse», che non voleva carrierismo e ora invece è pieno «di consiglieri comunali che non si sono ripresentati per un secondo mandato, in tutta Italia, pensando alle elezioni per il parlamento del 2018».

Federico Pizzarotti lascia dunque il Movimento 5 stelle di cui è stato il primo sindaco e lo fa dicendosi «un uomo libero, a differenza di altri». «Io penso le cose e le dico, per questo sono stato sospeso». Non fa, Pizzarotti, «come certi parlamentari, che anche a voi giornalisti», dice durante la conferenza stampa convocata in mattinata, «magari vi dicono cosa non va, ma poi vi chiedono di non comparire». Perché temono le reazioni dei vertici, le espulsioni, e l’assalto della base, che adeguatamente indirizzata può far male, come sa Pizzarotti che è stato più volte sottoposta alla gogna del blog: «Posso immaginare il simpatico trattamento che riceverò questo pomeriggio», dice con un mezzo sorriso.

Ne ha per il direttorio dei nominati («Eravamo persone libere, critiche. Adesso invece siamo quelli dei direttori, praticamente nominati, ratificati dalla rete»), per Luigi Di Maio («Son diventati di moda i lobbisti e gli incontri bilaterali, al posto degli streaming») e per Virginia Raggi («Cosa sarebbe successo se io avessi nominato uno con la tessera del Pd come assessore oppure uno che ha lavorato con Iren. Siamo stati messi in croce per molto meno»). Ma Pizzarotti è alla Casaleggio e a Beppe Grillo che dedica le migliori stoccate. «Lascio il Movimento e faccio un favore al garante», è la battuta, «che ancora una volta potrà non decidere». In realtà Pizzarotti più che un favore, ha anticipato Grillo, immaginando scontata la sua espulsione una volta che gli attivisti avranno finito di votare sulla modifica dello statuto e del regolamento del Movimento. La votazione sulla piattaforma Rousseau è aperta fino al 26 ottobre, e Pizzarotti ha giocato di anticipo. Senza svelare troppo del suo futuro.

«Non abbiamo ancora deciso se ci candideremo», dice sul suo eventuale secondo mandato a Parma, chiarendo così che il gruppo consiliare, che gli assicura ancora la maggioranza, non lo seguirà subito nell’addio al Movimento. È il primo caso, dunque, di un gruppo di 5 stelle che sosterrà un sindaco non del Movimento: «Sono io il sospeso, sono il che lascio», dice Pizzarotti. Che non spiega quindi se farà una lista civica – ma la farà – e si prende del tempo solo per smentire le voci («messe in giro da Roma») su una prospettiva nazionale e su un accordo già chiuso con il Pd. È semmai alla sinistra e a alcuni ex dem che guarda Pizzarotti, da tempo in linea con Pippo Civati, ad esempio. Pizzarotti non per nulla dice che il Movimento 5 stelle sbaglia nel non volersi alleare con nessuno: «Quando noi pensiamo a un governo 5 stelle e poi parliamo di non dialogare con nessuno, diciamo una cosa che non ha senso. Perché bisogna includere, dialogare, allargare, un po’ come facevano le prime liste civiche 5 stelle».

L’uscita del sindaco di Parma arriva così mentre Davide Casaleggio e Beppe Grillo sono ancora a Roma per una serie di riunioni sulle continue tensioni nel movimento. Tensioni non solo legate alla vicenda romana, che comunque tiene banco, con il cerchio che si stringe su Paola Muraro – per il proseguire dell’inchiesta – e sulle due nuove nomine, soprattutto quella del fedelissimo Mazzillo. Grillo schiva i giornalisti e dice «è una bella giornata, lasciatemi passeggiare in pace». In realtà a Roma piove.

Il grande bug

segnalato da Barbara G.

Il grande bug del Movimento 5 stelle

di Alessandro Giglioli – piovonorane, 13/05/2016

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L’assenza di regole certe è sempre stato il terreno più fertile per la subornazione del più debole di fatto al più forte di fatto.

Lo scrivevo una vita fa, a proposito delle modalità decisionali del Movimento 5 Stelle: in particolare, allora, sul cosiddetto non-statuto, basato sull’utopia iniziale secondo la quale “uno vale uno”.

A poco a poco il modello si è scontrato con la complessità della realtà. Che essendo notoriamente stronza, fa comunque emergere rapporti di forza, gerarchie, catene di comando, direttorii. E se queste gerarchie non sono regolate in modo chiaro e (il più possibile) democratico, ne consegue l’arbitrio da parte di alcuni. Cioè di chi questo arbitrio può esercitarlo.

Oggi è visto in modo plastico, più che nel passato: una mail in cui un non meglio precisato “staff di Beppe Grillo” chiedeva al sindaco di Parma «tutti i documenti connessi alla vicenda» per cui è stato iscritto nel registro degli indagati. «A una mail anonima non fornisco alcun documento», ha risposto Pizzarotti. E oggi, in conferenza stampa, sulpost che lo sospendeva dal Movimento: «Chi ha fatto il post? Il figlio di Casaleggio? Di Maio? Vogliamo governare un paese con l’anonimato? I regolamenti si rispettano lo faccio ogni giorno con correttezza ma questi ci devono essere».

Già: regolamenti incerti, gerarchie autoproclamate, mail anonime.

Chi è lo staff di Beppe Grillo? Nomi, cognomi, titolarità?

E in base a quali criteri questo staff si autoattribuisce il diritto di chiedere documentazione, di «avviare istruttorie»?

Chi ha deciso chi fa parte si questo staff? Quali sono i suoi poteri? E chi glieli ha attribuiti, cioè da quale legittimazione trae fondamento la sua autorità, quale che essa sia?

Questo è il bug del Movimento 5 Stelle.

Questo è il suo grande limite, quello che presta il fianco più facilmente ai suoi avversari.

E se era forse accettabile in una fase nascente – tutte le associazioni all’inizio hanno bisogno di un leadership carismatica e forte – non lo è più quando ci si candida a guidare il Paese. Un Paese che ha un grande bisogno di un’alternativa credibile e limpida a chi lo sta governando in base a una narrazione fantasmatica, favorendo poi nei fatti i pochi dell’establishment e riducendo i diritti e le condizioni di tutti gli altri.

E immagino la festa, oggi, nell’establishment e tra i renziani, nel vedere esposta in modo così palese questa stortura strutturale a cui il M5S non ha mai voluto porre rimedio.

Già, quello di oggi è anche lo spot migliore in cui il Pd potesse sperare, in vista del 5 giugno. Perché qualche elettore potrebbe chiedersi se anche al suo futuro sindaco un giorno verrà chiesto di inviare documenti da parte di un sedicente e autoproclamato staff.

Mancano due anni alle elezioni politiche, quelle che – probabilmente con l’Italicum – potrebbero vedere il M5S costituire davvero l’unica alternativa al presente.

Mi chiedo se di qui ad allora qualcuno vorrà porre rimedio, a questo bug.

Con la coscienza degli altri

Unioni civili, l’arte di non scegliere

Mappe. Pd e M5s lasciano la decisione ai parlamentari: l’analisi della composizione del loro elettorato spiega perché.

di Ilvo Diamanti – Repubblica.it, 9 febbraio 2015

Sulle “unioni civili” il Pd e il M5S – o meglio, Renzi e Casaleggio – scelgono di non scegliere. Decidono di lasciar decidere al Parlamento e ai parlamentari. Magari con voto – in alcuni casi – segreto. Perché, al momento del voto (segreto), “solo Dio ti vede”, come recitava uno slogan in occasione delle elezioni del 1948. D’altronde, il testo di legge sulle Unioni Civili arriva in Parlamento dopo mobilitazioni di segno opposto. In piazze dove campeggiavano bandiere alternative. Da un lato, le bandiere arcobaleno, agitate dai sostenitori delle unioni di “diverso gender”. Dall’altro, i vessilli e le parole d’ordine del Family Day. Secondo i quali le unioni civili non sono famiglie. E, se dello stesso sesso, non possono adottare bambini.

Ebbene, gli elettori del Pd come quelli del M5S erano, presumibilmente, presenti in entrambe. Comunque, le hanno guardate con eguale attenzione. Perché il Pd di Renzi e il M5S sono, entrambi, “partiti di massa”. Per ampiezza e per composizione della base elettorale. Non solo in termini di struttura sociale, ma anche sotto il profilo dell’orientamento politico. Nel Pd (Demos, novembre 2015), per quanto prevalgano le componenti di centrosinistra e di sinistra (70%), il peso degli elettori di centro e di centrodestra (meno aperti sui temi etici e della famiglia) è significativo. Ma soprattutto risulta estesa la quota di elettori che dichiarano una pratica religiosa “regolare”: quasi il 38%. Nella base del M5S, la frequenza alla messa (Demos, gennaio 2016) è meno ampia, ma comunque significativa. Raggiunge, infatti, il 26%. Ma il peso degli elettori di centro e di centrodestra raggiunge il 30%. Circa il doppio al Pd. Peraltro, il 44% degli elettori del M5S e il 56% di quelli del Pd esprime (molta o moltissima) fiducia nei confronti della Chiesa (Demos, dicembre 2016).

È per questo che, di fronte a temi eticamente sensibili, fra i gruppi dirigenti di entrambi i partiti prevale la prudenza. In particolare, quando si tratta di famiglia. D’altra parte, i risultati di un sondaggio condotto da Demos alcuni mesi fa spiegano in modo eloquente come qualsiasi posizione netta, sull’argomento, possa suscitare malessere e disagio fra gli elettorati dei due partiti. Di fronte all’idea di “riconoscere il matrimonio gay”, infatti, la popolazione italiana si presenta divisa. Meno del 52% si dice d’accordo. Una quota che sale circa al 60% fra gli elettori del Pd, ma si ferma al 51% fra quelli del M5s. I cattolici praticanti, che vanno a messa regolarmente, peraltro, si dicono contrari, in quasi due terzi dei casi. Così, qualsiasi scelta esplicita e decisa, da parte dei due partiti, in merito alle unioni civili, rischia – o meglio: ha la certezza – di sollevare dissensi. Di incontrare forti dissensi. Perché 4 elettori su 10, nel Pd, e quasi metà, nel M5S, sono, presumibilmente contrari. Senza considerare che la questione delle adozioni, da parte delle coppie gay, solleverebbe riserve e dissensi molto più ampi. Così, non c’è scelta con-divisa, fra i due elettorati, su questi argomenti. Come sanno i dirigenti dei partiti. Non per caso, si dice che la non-scelta “decisa” da Casaleggio sia avvenuta dopo aver consultato uno specialista di indagini demoscopiche come Roberto D’Alimonte. Ma i leader del Pd dispongono, a loro volta, di indagini ricorrenti e aggiornate, condotte da pollster affidabili.

Così, in questo caso, risulta chiaro come non vi sia possibilità di prendere una decisione netta senza lacerare la maggioranza parlamentare. Ma, soprattutto, la propria base elettorale. Senza alienare una parte di consensi. Perché i temi in questione investono direttamente la sfera dei “valori non negoziabili”. Sui quali, come ha rammentato Ezio Mauro di recente, il silenzio dei laici è fragoroso. In questo caso come e più di altri.

Così, i leader dei due partiti scelgono di non scegliere. Decidono di non decidere. O meglio, lasciano la scelta alla coscienza dei parlamentari. Che ciascuno di loro si assuma le proprie responsabilità. Mentre Renzi e Casaleggio che, come Grillo, non siedono in Parlamento, potranno ribadire la propria irresponsabilità. In casi come questi, conviene sempre affidarsi alla coscienza. Altrui.

Se ci lasci non vale

segnalato da Lame

Beppe Grillo vuole lasciare il Movimento 5 Stelle, ma Casaleggio non ci sta

di Andrea Signorelli – polisblog,it, 20/01/2016

Il leader M5S convinto di dover riprendere in mano la sua vita e i suoi spettacoli, ma per il suo sodale il momento non è quello giusto.

Non sappiamo davvero se Beppe Grillo sia vicino a lasciare il Movimento 5 Stelle, ma di certo ci sono parecchi indizi che fanno pensare che sarebbe sua intenzione allontanarsi parecchio dalla forza che ha fondato per trovare il suo posto da “padre nobile”, dietro le quinte, che fa qualche apparizione ogni tanto mentre il M5S corre sulle sue gambe essendo ormai diventato maturo.

Al di là del fatto che la cosa l’ha ribadita più volte lui stesso, ci sono tanti altri segnali che fanno pensare come il momento di un passo indietro sia giunto: il dominio “beppegrillo.it” è stato tolto dal simbolo del partito; le ultime apparizioni pubbliche del leader M5S (come a Pitti) non hanno avuto nessuna ricaduta politica davanti ai microfoni; la leadership di Di Maio & co. sembra essere convincente.

E in più, si sa, la politica non ha fatto bene al patrimonio personale di Beppe Grillo, che ha investito enormi risorse in questa sua avventura e che adesso si vuole concentrare sul suo nuovo spettacolo anche allo scopo di recuperare un po’ di introiti, che negli ultimi anni si sono quasi azzerati.

Il problema è che tutto ciò non avviene in un momento particolarmente roseo per il Movimento 5 Stelle: il “caso Quarto” ha portato parecchio scompiglio, facendo vedere come anche una forza come il M5S non riesca a tenersi completamente a distanza da certe situazioni. In più, la difesa in tv del triumvirato è stata tutto tranne che convincente e addirittura Roberto Fico si è trovato tirato in mezzo direttamente.

Insomma, il confondatore del M5S che continua a essere protagonista (ovvero Casaleggio) non ritiene che sia il momento più adatto per l’addio di Beppe Grillo alle scene della politica, e vorrebbe tanto rivedere il suo sodale prendere in mano la situazione, magari approfittando del grande raduno di Arezzo che il movimento sta organizzando per riportare i riflettori sul “caos banche”. Ma Grillo, da quel che si dice, è tutt’altro che convinto.

Caro Beppe Grillo…

segnalato da Chicco

Elezioni Regionali: lettera aperta a Beppe Grillo sul caso ligure

di Pierfranco Pellizzetti – ilfattoquotidiano.it, 12 aprile 2015

Caro Beppe Grillo,

noi non ci conosciamo personalmente, a parte amici comuni e un mio lontano ricordo di fratelli Grillo (segnalati un po’ destri e machisti) nella villeggiatura di Savignone; oltre a quello del giovane cabarettista ingaggiato per “tirare i comizi” ai candidati del PLI, allora dominato dal futuro ministro berluscones Alfredo Biondi. Tuttavia so che lei (o chi per lei) legge i miei pensierini, tanto da mettermi periodicamente alla berlina nel suo sito quale “blogger del giorno”. Anche perché nutro una certa sospettosità nei confronti della sua discesa in politica, che monopolizza il bacino di indignazione che altrove ha trovato riferimenti politici (a mio avviso) più solidi e coerenti.

Le scrivo in quanto entrambi genovesi, interessato/preoccupato per recenti vicende che potrebbero determinare o meno la rottura del blocco di potere che da decenni imprigiona la Liguria.

Dalle nostre parti i Cinquestelle si presentano come l’unica opposizione effettiva, mettendo in campo una squadra di ragazzini (nel senso in cui Elsa Morante scriveva “il mondo salvato dai ragazzini”), sotto la guida della battagliera Alice Salvatore, che dà corpo a un progetto che io stesso avevo coltivato insieme a don Paolo Farinella (prima di inseguire soluzioni notabilistiche ed ecumeniche, che si pretendeva di incarnare in un vecchio sindaco migliorista d’area cofferatiana): segnare un cambio generazionale nel territorio devastato dal degrado ambientale, dove i vecchi sono ormai assuefatti all’andazzo e i giovani vanno a spalare il fango.

Per questo, con un gruppo di attempati liberal, ho fatto endorsement per queste nuove entrate, la cui inesperienza viene largamente compensata dalla dedizione (mi sembra di scorgere nella candidata governatore la passione di antichi militanti nei movimenti giovanili dei partiti che furono). E se nei loro discorsi saltano fuori gli effetti di una indottrinamento fondamentalistico (tipo redenzione del male del mondo: l’uomo nuovo, dalla Prima Internazionale a Pol Pot?) ci diciamo che saranno recuperati a visioni critiche dalle repliche del reale: l’anagrafe (anche politica) è dalla loro parte.

Difatti la capolista Alice si sta battendo con coraggio nei talk show locali rintuzzando i marpioni della politica e non facendosi intimidire se un trucido (ovviamente di parte berluscones) tenta di irriderla con giochi di parole sul suo nome.

Sicché – ad oggi – le proiezioni non preconfezionate ipotizzano un esito in Liguria da fotofinish, con quattro candidati che si aggirano attorno al 20-25% dei consensi (in presenza di un non-voto ancora attorno al 50%): la renziana/burlandiana Lella Paita (che sta perdendo colpi, pur essendo partita dal 35/36% dei consensi), il famiglio di Berlusconi Giovanni Toti, l’uomo di Sel (e Civati, ma già in quota Burlando) Luca Pastorino e – appunto – Alice Salvatore. Questo il quadro. Ma il punto è: in tale contesto altamente contendibile, volete o no far vincere la vostra squadra?

Un dubbio acuito dalla gaffe del vostro parlamentare Alfonso Bonafede l’altro giorno ad Agorà, su RAI 3, quando ha mostrato di ignorare persino il nome della vostra rappresentante alle regionali liguri. Ma una conferma che si innesta sulla sensazione di una sua lontananza già psicologica dalle questioni del nostro territorio.

Intanto gli spazi pubblici sono tappezzati dai manifesti dei soliti noti, quello mediatico tratta con i guanti i residuati bellici in campo (nessuno ricorda a Paita le malefatte della passata gestione di cui è largamente corresponsabile o a Pastorino di essere sempre stato una rotella del meccanismo che produce le Paita. Per Toti ci sarebbe solo l’imbarazzo della scelta, a partire dalla lunga convivenza Scajola-Burlando). Niente.

Quando solo un forte presidio dello spazio pubblico, con l’entrata in gioco dei vostri pezzi da novanta a fianco dei candidati darebbe l’impressione a un elettorato da schiodare dall’indifferenza che il primo a credere nella possibilità di un cambiamento è proprio lei. O ha paura che una vittoria potrebbe farle scappare di mano giovani che inizino a camminare con le proprie gambe?

Non c’è più molto tempo. Attendo una risposta. Non a me, certo; ma alla gente di Liguria. Con i fatti.

Napolitano ha fallito

NAPOLITANO HA FALLITO, ORA GRILLO PUÒ STRAVOLGERE I GIOCHI

da ilfattoquotidiano.it (13/01/2015) – di Emiliano Liuzzi

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Giorgio Napolitano scende nel cortile del Quirinale e si dimette, ma di quello che aveva promesso di fare nell’accettare l’anomalia costituzionale del secondo mandato, lascia ben poco. Il professor Gianfranco Pasquino, politologo di area Pd, ma non gradito al corso renziano, con grande fatica (è amico del presidente) dice che il Napolitano bis è stato un fallimento, senza se e senza ma. Ha fallito sostanzialmente nell’affidarsi, secondo Pasquino, a mani cialtronesche, aspettarsi atti politici da chi della politica, nel senso più alto del termine, se ne frega. Ha forzato quelli che erano i suoi poteri, ha forzato la mano: ha imposto al Paese tre governi da lui concepiti: quello di Mario Monti, uno dei più disastrosi della storia repubblicana, quello presieduto da Enrico Letta e, a seguire, il corso renziano che, probabilmente è sfuggito anche alle mani di un Napolitano, ormai stanchissimo per raggiunti limiti di età. Non può che essere stanco uno che definisce il Quirinale “anche una prigione”. La metafora del presidente costretto non regge neanche per battuta.

Dunque lascia, ma anche questo lo fa in maniera anomala. Non ha mai annunciato le dimissioni, almeno fino alla fine. Ha scatenato il ciarpame parlamentare, senza smentire o precisare fino a quando ha potuto farlo. Definire il suo mandato e il suo stile è difficile. Ma non si può dire, come invece circola nelle parole delle migliori menti del Paese, che abbia difeso la Costituzione. Come si può dire una bugia del genere quando è Napolitano stesso quello che ha voluto, e segnato il suo mandato, una riforma che fa carta straccia di un terzo della Costituzione? Sarà anche la strada giusta, ma non è questa la volontà degli elettori.

Dobbiamo ringraziarlo? Difficile da stabilire anche questo, visto che il suo secondo mandato non era negato, ma neanche previsto, oltre ad aver sempre assicurato, fino allo scadere, che lui lasciava. Si chiamano bugie. Carlo Azeglio Ciampi si trovò più o meno nella stessa condizioni, ma gli ultimi sei mesi del suo mandato lavorò perché non ci fosse alcun bis. Napolitano invece ha negato e si è fatto rieleggere, ha trasformato l’arbitro che oggi invoca Matteo Renzi in un soggetto politico. E per questo oggi è così difficile eleggere il suo successore. Napolitano ha aperto una terza via, incostituzionale, e trasformato la repubblica parlamentare in una Repubblica semipresidenziale e imperfetta. Ecco perché è lecito che qualcuno si unisca al coro dei pochi: ha fallito. E chi lo potrebbe salvare, ancora una volta, si chiama Silvio Berlusconi. Già perché Berlusconi ha in tasca una sola carta da spendere e coincide con quella di Napolitano e porta il nome di Giuliano Amato. Sarebbe lui la protesi di quello che abbiamo già visto e vissuto e forse quello di cui questo Paese malandato non avrebbe bisogno.

Le carte a questo punto può sparigliare solo Beppe Grillo. Questa volta senza ostinarsi a ripetere quello che la Rete gli sussurra. Vada da Renzi e si dica disposto a votare Romano Prodi: in un colpo solo salterebbe quello che resta del patto del Nazareno e spaccherebbe un Pd e una sinistra (chiamiamola così, per abbreviazione) già in frantumi.

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Secondo fonti parlamentari, il primo voto per l’elezione del nuovo capo dello Stato dovrebbe tenersi il 29 gennaio p.v. Intanto vi segnaliamo un articolo sulla lunga lista di benefits di cui Napolitano godrà a vita quale presidente emerito della Repubblica, nonostante i tagli da lui annunciati nel 2007 e mai realizzati, perché ‘gli impegni di questi anni sono stati tali da non consentirgli di deliberare in materia’, secondo i comunicatori del Colle.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/01/13/napolitano-pensione-dorata-dal-maggiordomo-chaffeur-allufficio-100-mq/1336887/

Il buio oltre l’insulto

di pingon
Beppe Grillo durante le consultazioni in streaming con Matteo Renzi:
“Sono venuto qua per dimostrarti qualcosa in maniera educata, gioiosa, emotiva, appassionante ed è la prima volta che mi succede di non dare la fiducia ad una persona come te, non perché sei tu ma per quello che rappresenti. Tu rappresenti le banche, i poteri forti. Dici una cosa e poi la smentisci il giorno dopo. Sei un ragazzo giovane ma allo stesso tempo vecchio. Ti ho preso in giro e se ti sei offeso mi dispiace. Noi siamo i conservatori, noi siamo all’opposto vostro: noi… vogliamo l’acqua pubblica, tu la vuoi privatizzare, vuoi vendere l’ENI, l’ENEL, vuoi svendere la nostra sovranità, noi la vogliamo mantenere. Tu parli d’Europa ma l’Europa va cambiata per cambiare l’Italia. Tu sei una persona non credibile, qualsiasi cosa dici non sei credibile perché rappresenti della gente di cui noi siamo i nemici. Sono venuto a manifestarti la mia e la nostra totale indignazione a quello che tu rappresenti, il sistema che rappresenti. Noi faremo degli errori ma siamo coerenti con quello che facciamo. Non sei credibile perché rappresenti De Benedetti, rappresenti gli industriali, rappresenti gente che ha disintegrato questo paese. Io non sono democratico con voi, ti sei messo con un pregiudicato a fare la legge elettorale, insieme a Verdini che è uno della massoneria di Firenze. Tu sei una persona che rappresenta un potere marcio. Con gioia ti comunico che non abbiamo alcun tipo di fiducia in te e nel tuo sistema, io non sono più democratico con una persona come te.”
Oggi mi sono chiesta quanto pd ci sia dentro di me. In che percentuale. Quanta voglia di dialogare? Quanta volontà di collaborare?
La domanda giusta, allora, è: quanto m5s c’è in me? Quanta rabbia? Quanta delusione?
Io avverto solo il desiderio di cambiare. Voglio migliorare. E’ questa la risposta a tutte le mie domande.
Lo spettacolo offerto da Renzi-Grillo, cui oggi abbiamo assistito, mi ha letteralmente svuotata. Mi sono sentita impotente mentre guardavo due persone, in una sala della Roma istituzionale, litigare. Ma quelli siamo noi, li abbiamo mandati lì noi.
Io chiedevo cambiamento. Degli insulti non me ne faccio niente. Con il turpiloquio non diamo lavoro ai giovani, non paghiamo la pensione agli anziani, non impediamo di saltare nel vuoto a chi non sa più come provvedere economicamente alla propria famiglia.
Chi fra voi dice di aver votato perché Grillo andasse a insultare Renzi ha tempo. E’ un privilegiato. Mi dispiace moltissimo, ma è così. Non ve ne frega nulla dei poveretti che lì fuori non sanno come arrivare a domani. Voi non volete cambiare, avete solo bisogno di sfogarvi. E dopo? Che ne sarà di noi?
“Dimmi cosa vuoi fare. Io non ti darò la fiducia, per me sei inaffidabile. Voterò provvedimento per provvedimento. Quali sono? Che tipo di riforme? Secondo me i soldi andrebbero presi da qui. Le priorità per me sono…”
Non chiedevo molto. Portare la nostra voce in Parlamento significa rappresentare le esigenze dei cittadini, evidenziando, in tutti i modi democraticamente consentiti, i principali problemi del Paese. Infine, proporre delle soluzioni.
Questi sono i compiti di un’opposizione seria.
Oggi avrei voluto vedere qualcosa di diverso.
Il mio pensiero su Grillo non cambia: è dannoso per il Movimento, andrebbe allontanato.
Sopra ho riportato il suo discorso per un solo motivo: lo sappiamo. Lo sappiamo chi c’è dietro Renzi. Sappiamo che Renzi si contraddice un giorno sì e l’altro pure. Sappiamo che, quasi sicuramente, il suo Governo non sarà migliore di quello precedente.
Abbiamo deciso (chi? noi?) di non fare niente. Di stare a guardare. Ancora una volta.
Beh, per citare il buon Beppe: “Buona catastrofe”.