inceneritore

Inceneritore e discariche nel segno del PD

Sardegna: a Macchiareddu un inceneritore brucerà 58 milioni di fondi pubblici

di Enrico Lobina – ilfattoquotidiano.it, 1 febbraio 2016

58.840.000 euro più Iva. Tanto costerà ai contribuenti sardi la inutile ristrutturazione totale (rudemente tradotta in “revamping”) dell’inceneritore di rifiuti della zona industriale cagliaritana.

Poteva essere l’anno della svolta: il bruciatore di rifiuti di Machiareddu da rottamare (obsoleto ed usurato, costretto a continue soste di riparazione – 25 nell’ultimo anno – con un costo medio annuo, per le fermate, di 750.000.000 euro), la pressione crescente dell’Unione Europea per una politica dei rifiuti più razionale (che dissuade l’incenerimento a vantaggio del riciclo), ma soprattutto una nuova sensibilità ecologica tra i sardi.

Le condizioni ideali per lanciare la raccolta differenziata integrale, sfruttare le belle esperienze di tanti comuni del territorio che applicano la differenziata da decenni (una decina ha superato il 75% di differenziata), con costi ridotti per i cittadini, meno residui da bruciare o buttare in discarica, il riutilizzo sistematico e razionale della mezza tonnellata scarsa di rifiuti che ogni sardo produce all’anno. Ed, infine, la realizzazione di impianti di smaltimento con tecnologie disponibili, efficaci e meno costose ed invasive per l’ambiente ed i cittadini, rispetto a quello di Macchiareddu.

La Regione, invece, con l’assenso silenzioso degli amministratori cagliaritani, ha deciso che bruciare i rifiuti non è demenziale. Un piano approvato dalla giunta nel 2014 mette sulla carta obiettivi ambiziosi (ridurre della metà i rifiuti urbani prodotti, aumentare le quote di riciclo, addirittura creare un marchio doc per il compost sardo), ma le risorse principali sono destinate proprio agli impianti di incenerimento. Alla faccia dell’Unione Europea, che ha rifiutato di finanziare l’operazione perché non conforme alle proprie direttive.

L’incenerimento, a prescindere dalla tecnologia e del materiale impiegato per la combustione, produce ceneri e fumi inquinanti contenenti polveri sottili.

Il piano Regionale prevede il potenziamento del brucia-rifiuti di Macchiareddu, capace di ridurre in cenere e liquami (un quarto del totale è da mandare in discarica) 124 mila tonnellate all’anno (delle 123 mila tonnellate di rifiuti indifferenziati prodotti nel cagliaritano nel 2013), cui vanno aggiunte le diecimila tonnellate di compost che nessuno vuole, e che il Tecnocasic brucia.

Poiché le percentuali di riciclaggio dovrebbero continuare a crescere, e la quantità di rifiuti indifferenziati ridursi, Macchiareddu servirà per bruciare rifiuti prodotti altrove, accrescendo magari i ricavi da energia elettrica (un sottoprodotto della combustione dei rifiuti) ma anche il pesante carico ambientale per il territorio del cagliaritano, oltre a disincentivare chi, responsabilmente, ha lavorato per aumentare le quote di rifiuti riciclati e l’educazione ambientale dei cittadini.

Nei 18 mesi di fermata degli impianti è poco evidente, ma certo, il destino in discarica delle 200.000 tonnellate non trattate da smaltire.

Assenti dalla discussione gli amministratori del Comune di Cagliari, maggiore azionista del Tecnocasic (gestore dell’impianto) e primi tributari che per cinque anni hanno, malgrado un chiaro ordine del giorno consiliare del 2011, prodotto chiacchiere sulla raccolta differenziata con il porta a porta. Zedda ed il Pd hanno accettato di far pagare ai propri cittadini la tassa sui rifiuti più alta in Italia, viziandoli alla raccolta indifferenziata con i cassonetti in strada. 

La giunta Zedda/Pd ha proseguito la politica di disinteresse delle precedenti giunte di centrodestra, non intervenendo sul bruciatore di Macchiareddu.

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Cagliari, no alla discarica. Il progetto del PD non è credibile

di Enrico Lobina – ilfattoquotidiano.it, 31 gennaio 2016

A Cagliari il Pd e il suo candidato sindaco Zedda spingono per lennesima discarica, sita in unarea considerata Sin (Sito di interesse nazionale). Unarea altamente inquinata.

Però le popolazioni, e i consigli comunali di Capoterra ed Uta, comuni della futura area metropolitana, respingono il piano elaborato dalla Regione con la complicità dell’amministrazione comunale cagliaritana. Rifiutano di pagare, con l’umiliazione del proprio territorio, l’inefficienza ambientale del Comune di Cagliari.

I consigli comunali di Uta e di Capoterra si sono espressi così contro la nuova discarica da due milioni di metri cubi di rifiuti (Chiediamo al consiglio di amministrazione del Cacip il ritiro immediato e la revoca del progetto definitivo della discarica di S’Ottioni Mannu di Uta). Essa sorge in una zona a ridosso del carcere, che viene considerata poco sicura rispetto ai rischi di alluvione, con conseguente inquinamento delle falde idriche.

Uno sconto sulla Tari, e qualche assunzione in discarica, non convincono una cittadinanza che esprime seri dubbi sulla credibilità complessiva del progetto e dei suoi proponenti. Tecnocasic, che gestisce lo smaltimento dei rifiuti nel cagliaritano, è da sempre feudo della politica (“ci sono sempre state polemiche ha denunciato il rappresentante della Fiom Cgil Mariano Carboni- e i rapporti politici sono sempre stati trasversali, non c’è mai stata differenza tra destra e sinistra”). Ha un maleodorante inceneritore Macchiareddu, inefficiente e non del tutto pulito: le centraline di controllo non sono mai state messe in funzione, l’Arpas ha sempre agito a colpi di deroghe prendendo sottogamba la reale portata inquinante dell’impianto”, ha denunciato recentemente la parlamentare di M5S Giulia Moi.

Sotto accusa è la politica di smaltimento dei rifiuti decisa dalla Regione e dal governo Renzi, che favorisce gli inceneritori dei rifiuti e le discariche, in controtendenza rispetto alla prevenzione, al riuso, alla raccolta differenziata ed al riciclo. L’Unione Europea si è rifiutata di finanziare queste politiche, perché si disinteressano delle sue raccomandazioni, e la Regione ha deciso di pagare con fondi propri, ossia dei contribuenti sardi. Le alternative ci sono. In questo caso, seguiamo la direttive europee.

La raccolta e lo smaltimento dei rifiuti (per i quali i cagliaritani pagano la tassa più alta in Italia) sono un ottimo business per la politica: un servizio che i cittadini sono costretti a pagare caro a prescindere dalla qualità ed efficienza ambientale ed economica.

La discarica di Uta dovrebbe ospitare i residui della combustione dei rifiuti, ma anche i rifiuti indifferenziati e non trattati, oltre a rifiuti speciali, ma sopratutto si riempirà di rifiuti non trattati nel periodo in cui l’impianto di Machiareddu verrà chiuso per i lavori di ristrutturazione.

Malgrado le rassicurazioni di Tecnocasic, le relazioni tecniche non escludono rischi per l’ambiente e per gli abitanti delle zone interessate dalla discarica.

Studi condotti su discariche apparentemente ben gestite concordano sugli eccessi di mortalità, oltre che per neoplasie, anche per malattie cardiovascolari, respiratorie, dellapparato digerente e del sistema nervoso. È stato inoltre riportato un aumentato rischio di malformazioni congenite in popolazioni residenti in prossimità di discariche. Rimangono aperti ed irrisolti i problemi legati all’inquinamento delle falde idriche

Né dalle discariche e dall’incenerimento dei rifiuti tra Uta e Capoterra trarranno vantaggio i cittadini di Cagliari: il Sindaco Zedda, malgrado una mozione approvata in Consiglio Comunale nel 2011, ha continuato a favorire la politica di Renzi e del PD, suoi attuali sponsor, tirando tardi sia sullestensione della raccolta differenziata (accumulando multe su multe) e favorendo il rinvio sine-die dell’appalto sulla raccolta dei rifiuti. Cagliari Città Capitale ha un altro progetto.

Le multiutility e l’inceneritore

segnalato da Barbara G.

Inquinamento, qui più che viver bene si muore bene

artventuno.it, 17/12/2015

Cremona è una piccola città con una grande storia. Cremona è una piccola città con tante storie. Una di queste è quella della sua locazione, in mezzo alla pianura padana e dove non tira un filo di vento; un clima perfetto per una vocazione agricola e dell’allevamento; un clima perfetto per produrre vegetali ed allevare i bovini da latte, dai quali si ricava buona parte del latte consumato nell’Italia intera.

A Cremona c’era una raffineria, che per circa 60 anni ha inquinato la nostra aria e le nostre falde acquifere. Finalmente si è riusciti a chiuderla, ma nessuno parla di bonifica per paura di dover dichiarare che tutta la citta poggia su metri di profondità di terreni da buttare.

A Cremona, a pochi chilometri, esiste una delle più grandi acciaierie d’Europa. Che illumina la notte cremonese (la luce delle sue siviere si vede a km di distanza) e che, nonostante si tratti di un impianto di recente costruzioni e quindi all’avanguardia, da un certo punto di vista, non può non inquinare e regalare dei begli strati di depositi bruni sui campi circostanti. E nei nostri polmoni.

A Cremona esiste un inceneritore. Nel 1994 i cittadini avevano votato contro, ma a Cremona hanno costruito un inceneritore. Che dovrebbe essere spento perché è obsoleto. Perché inquina. Perché indirettamente ha ucciso molta gente (a Cremona non tira un filo di vento ed il prodotto della termovalorizzazione ristagna). Perché a Cremona la raccolta differenziata dei rifiuti è stata propriamente implementata e quindi nel giro di 2-3 anni l’inceneritore potrebbe essere spento. Come da programma. Come da piano e cavallo di battaglia elettorale della attuale Amministrazione comunale.

La multiutility che gestisce l’inceneritore a Cremona e province limitrofe si chiama Lgh. L’altro grande gestore lombardo si chiama A2A che gestisce, tra gli altri, anche l’inceneritore di Brescia. A Brescia e Cremona si respira l’aria peggiore della Lombardia; la Lombardia è in Pianura Padana; la Pianura Padana è una delle aree più inquinate al mondo. A2A detiene delle quote di Lgh, la maggioranza delle quali è di proprietà della municipalità. A2A vuole acquisire il 51% delle quote di Lgh; il Comune dice che questo renderebbe tutto, diciamo, più vantaggioso per la comunità; più smart.

Se si cede il 51% delle quote si perderà la sovranità ed A2A, come da programma, importerà rifiuti dal Sud, soprattutto dalla Campania per bruciarli nell’inceneritore e per produrre utile; la produzione dell’utile è l’obbiettivo di ogni impresa. La salute dei cittadini non è l’obbiettivo di ogni impresa.
I rifiuti verranno bruciati appresso ad una città dove non tira un filo di vento; in un impianto dove il Comune più nulla fondamentalmente potrà (il caso di quanto sta accadendo a Brescia, dovutamente il suo inceneritore, in questi giorni mi sembra emblematico). I rifiuti verranno bruciati appresso ad una città dove potremmo cominciare a pensare di dismettere l’inceneritore. Appresso ad una città inquinata.

A Cremona abbiamo avuto la raffineria, abbiamo l’acciaieria ed un inceneritore. A Cremona si muore di tumore. Si muore tanto di tumore. Inceneritore fa rima con tumore. L’inceneritore potremmo spegnerlo; e potremmo risparmiare sui reparti di terapia del dolore all’avanguardia, che mi fa più che altro pensare che a Cremona si muoia bene, più che viverci.

Ed i nostri politici locali ci dicono che sarà un’operazione vantaggiosa per la comunità. Un’operazione che ci esproprierebbe del controllo locale e diretto dell’inceneritore ma, nel contempo (e non ci vuole un economista per capirlo; io non lo sono), ci caricherebbe degli eventuali oneri di perdite azionarie nella misura del 49% sul totale. I guadagni non li considero, perché è ovunque ampiamente e chiaramente dimostrato che questo tipo di impianti di guadagni non ne produce. Questa operazione vantaggiosa lederebbe eventualmente, a discrezione di A2A, anche i diritti di chi lavora in Lgh.

E non si potrebbe decidere direttamente dello spegnimento dell’impianto, che funzionerebbe ancora per anni. Inquinando le nostre terre i cui prodotti agricoli, mi vien da dire (sarebbe opportuno qualcuno sollevasse l’argomento, prima o poi), non saranno poi così sani.
Inquinando le nostre terre, la nostra aria, e forme tumorali di vario genere.

E la nostra Amministrazione ha fatto di tutto per non informare. E la gente si sta lamentando, sta capendo, ma la nostra Amministrazione finge che tutto vada bene. che tutti siano d’accordo. Felici. E questa cosa mi rattrista davvero perché potrebbe davvero essere tutto diverso. Migliore. Migliorabile.

Domani i nostri amministratori, anche chi ha fatto dell’ecologia la sua bandiera, si incontreranno per discutere e firmare la cessione del 51% ad A2A. i giochi sembrano fatti.
Io lavoro in un’altra città, ma vivo a Cremona dove sono nato. E sto pensando di andarmene. Perché a Cremona si muore bene. Aiuto.

L’inceneritore e il direttore

di Barbara G.

Faccio una premessa. Questa estate è uscita una notizia che avevo “messo da parte” per proporla in un periodo con maggior frequentazione. La notizia riguardava i risultati di uno studio epidemiologico sulla popolazione residente nelle zone limitrofe all’inceneritore di Vercelli, ora chiuso. Quella notizia ha, successivamente, avuto delle ripercussioni non proprio limpide. Lo scambio dell’altro giorno con M2c mi ha fatto capire che era il momento di ripescare il materiale…

Scusate la lunghezza e qualche ripetizione, ma l’ho assemblato al volo.

LO STUDIO EPIDEMIOLOGICO E IL SILURAMENTO DEL DIRETTORE ARPA

Studio dell’ARPA dimostra aumento patologie per emissioni inceneritore Vercelli, silurato il direttore

Di Simonetta Zandiri – tgmaddalena.it, 28/08/2015

Uno studio dell’ARPA di VERCELLI con dati choc (+400% tumori al fegato) sugli effetti dell’inceneritore sulla salute degli abitanti, Saitta nel panico per possibili richieste risarcitorie e l’ARPA “riorganizza” i dipartimenti rimuovendo l’autore dello Studio, nonché direttore dell’ARPA di Vercelli.

Il 30 giugno sul sito dell’ARPA un comunicato segue la presentazione, al Comune di Vercelli, dei risultati di un importante (e allarmante) studio epidemiologico sugli effetti dell’inceneritore  sulla salute dei cittadini residenti in prossimità dell’impianto. Dal comunicato una presentazione dell’analisi:

Lo studio epidemiologico aveva l’obiettivo di studiare i possibili effetti sulla salute, con particolare riferimento ai dati di mortalità e morbilità (ricoveri ospedalieri) per alcune cause correlabili alla residenza in prossimità dell’impianto di incenerimento dei rifiuti, basato sulla storia residenziale della popolazione nei comuni di Vercelli e Asigliano con un follow-up di mortalità e morbilità dal 1.1.1997 fino al 31.12.2012 (15 anni). L’esposizione dei residenti nell’area interessata dalle emissioni dell’impianto è stata stimata attraverso modelli di dispersione, rafforzati da dati provenienti da campagne di campionamenti ad hoc.

La popolazione residente è stata divisa tra esposti (residenti nell’area di ricaduta delle emissioni dell’inceneritore) e non esposti (residenti nei due comuni fuori dall’area di ricaduta).

È stato misurato il rischio di contrarre una patologia dei residenti nell’area di ricaduta verso l’area di non esposizione.

I risultati della mortalità mostrano rischi significativamente più elevati nella popolazione esposta per la mortalità totale, escluse le cause accidentali (+20%). Anche per tutti i tumori maligni si evidenziano rischi più alti tra gli esposti rispetto ai non esposti (+60%), in particolare per il tumore del colon-retto (+400%) e del polmone (+180%). Altre cause di mortalità in eccesso riscontrate riguardano la depressione (rischio aumentato dell’80% e più), l’ipertensione (+190%), le malattie ischemiche del cuore (+90%) e le bronco pneumopatie cronico- ostruttive negli uomini (+ 50%)

(Vedi la Presentazione studio epidemiologico Arpa sull’inceneritore di Vercelli from Vittorio Pasteris)

Risultati certamente allarmanti, il documento è disponibile per il download a questo link, dal sito dell’ARPA rimbalza attraverso i social network ed in pochi giorni la notizia arriva alla cittadinanza da tempo attenta e preoccupata alle problematiche dell’ambiente e della salute (in tutta Italia, qui il sito del Comitato Rubbiano per la Vita), e aumentano le preoccupazioni in una zona messa certamente a dura prova, nonostante la chiusura nel 2014 dell’impianto di incenerimento oggetto dello studio.

Lo studio era iniziato nel 2014 con un progetto del Ministero della salute, coordinato da ARPA PIEMONTE, ARPA VERCELLI (direttore Giancarlo Cuttica, con Ennio Cadum del dipartimento di Epidemiologia e salute ambientale), i Comuni di Vercelli ed Asigliano e l’ASL di Vercelli e, alla sua presentazione, il sindaco di Vercelli, Maura Forte, aveva annunciato la ferma opposizione per il futuro con un lapidario “a Vercelli mai più un inceneritore”. Tuttavia lo studio sembra essere allarmante anche per l’effetto dei pesticidi, ma ad una specifica domanda sul tema il sindaco Bongiovanni risponde: «I pesticidi? Per ora  preferiamo concentrarci sull’inceneritore».

Il 2 luglio i primi contraccolpi dopo la diffusione dei dati-choc di Arp: il comune di Asigliano annuncia una richiesta danni tramite una “class action”. “E nell’attesa di verificare se esistono gli estremi per una «class action», l’amministrazione di Asigliano ha chiesto al direttore Giancarlo Cuttica e a Franco Pistono di Arpa un incontro pubblico con la popolazione per illustrare i dati dello studio.” Pochi giorni dopo però l’amministrazione comunale rinvia l’incontro con i cittadini, previsto per il 9 luglio, anche a seguito del dibattito in Regione con l’assessore alla Sanità Saitta, l’8 luglio.

E’ proprio l’8 luglio che l’argomento arriva in Regione, con un Question time presentato dal consigliere regionale Gabriele Molinari (PD) proprio sui risultati dello studio. L’Assessore Regionale alla Sanità, Antonio Saitta, ex presidente della Provincia di Torino, uno degli sponsor politici (insieme all’ormai senatore Stefano Esposito) dell’inceneritore di Torino, forse restando ancora nel vecchio ruolo più attento agli interessi economici (si fa per dire) che alla tutela della salute dei cittadini, esordisce con una evidente critica alla metodologia, dichiarando di ritenere «poco corretto da parte dell’Arpa non aver informato né coinvolto l’Asl di Vercelli nella presentazione pubblica dei risultati dell’analisi epidemiologica e neppure l’assessorato regionale, che ha appreso i risultati solo dalla stampa locale. Ricordo che la stessa Asl di Vercelli, a suo tempo, aveva messo a disposizione i dati richiesti dal responsabile scientifico dell’Arpa per l’analisi epidemiologica»”

Eppure da una delle prime pagine dello studio salta all’occhio che l’ASL di Vercelli è coinvolta, con il Servizio di Igiene e Sanità Pubblica:

Fatta questa premessa, Saitta ha dichiarato di “condividere la decisione della direzione dell’Asl svolgere un prudente approfondimento dell’indagine”, per accertarsi che non vi siano realmente gravi rischi per la salute o che in passato non si siano causate patologie anche gravi e magari morti? Non proprio, almeno dalle parole usate da Saitta per motivare l’ulteriore approfondimento: “Sarà un confronto utile anche per individuare «le appropriate modalità di COMUNICAZIONE alla cittadinanza degli EVENTUALI RISCHI rilevati – conclude Antonio Saitta –. Ciò per evitare il rischio di un erroneo utilizzo mediatico o a FINI RISARCITORI di dati che invece hanno in primis una valenza scientifica di studio con potenzialità in ambito tecnico-programmatorio. ” (Fonte qui)

Sembra che non preoccupino troppo i rischi per la salute quanto i rischi di utilizzo a fini risarcitori di dati decisamente allarmanti, tanto più se arrivano da fonti ufficiali e accreditate.
O quasi.

Già, perché la vicenda si complica e approfittando della calura estiva e della disattenzione generale di chi si gode le tanto attese vacanze, l’ARPA annuncia il 6 agosto un’improvvisa riorganizzazione dei vertici della sezione di VERCELLI, definendola una nomina dei responsabili delle nuove “Strutture Complesse” e scompare il nome di Gian Carlo Cuttica, nominato nel 2010 direttore del dipartimento ARPA di Vercelli e co-autore dello studio.
L’11 agosto la notizia viene pubblicata su “Notizie Oggi Vercelli” con un titolo che non lascia dubbi: “L’Arpa silura il direttore dello studio sull’inceneritore”. “Difficile pensare che la pubblicazione dello studio epidemiologico per le zone esposte negli anni alle emissioni dell’inceneritore non abbia avuto un ruolo nell’allontanamento del dirigente, viste le tante prese di distanza riguardo ai dati emersi dallo studio che comunque confermano l’esistenza di una pesante criticità”.
Sempre nell’articolo viene riportata l’opinione di Legambiente che, in una nota del presidente provinciale Gian Piero Godio, esprime “apprezzamento per il lavoro dell’ex direttore”, dispiacere per “non poter più contare sulla sua competenza e obiettività” e si augurano “che le sue capacità siano impiegate in mansioni altrettanto importanti per la tutela dell’ambiente”.

Bisognerà attendere il 26 agosto perché la notizia della rimozione di Cuttica venga ripresa, con tinte sfumate, sull’edizione vercellese del quotidiano La Stampa che segnala l’anomalia di questa ristrutturazione nella quale solo Giancarlo Cuttica sembra essere  coinvolto dal processo di “adeguamento della struttura organizzativa dell’agenzia” voluto dal direttore generale Angelo Robotto. (…)

QUI il resto dell’articolo

LUCI, OMBRE E… INTERESSI (PRIVATI)

Lo strano caso dell’inceneritore di Vercelli

di Davide Serafin – possibile.com, 04/09/2015

(…) Pochi giorni dopo, il comune di Asigliano annuncia di voler promuovere una class action contro la società che gestiva l’inceneritore (Veolia) e la società attuale proprietaria (la multiutility Atena) mentre la sindaca di Vercelli, Maura Forte, annuncia “a Vercelli mai più un inceneritore”.

L’assessore regionale all’Ambiente, Valmaggia, chiamato a rispondere dei risultati della ricerca in Consiglio Regionale (8 Luglio), ha affermato in aula che “a seguito di questa indagine che ha fornito dei dati per certi versi preoccupanti, ma a volte anche difficili da interpretare, si provvederà ad ulteriori analisi ed approfondimenti e, soprattutto, a valutare se sia necessario un intervento di bonifica”, precisando che la responsabilità era della Provincia di Vercelli: “è la Provincia che rilascia le autorizzazioni ed è la stessa Provincia che ha commissionato sia l’ARPA che l’ASL per fare questo tipo di indagine” (Risposta orale a Interrogazione n. 546).

Ma è l’Assessore alla Sanità, Saitta, ad esprimersi più duramente contro Arpa, sottolineando come l’Asl di Vercelli non fosse stata coinvolta: “Ho chiesto ad ARPA una relazione, che il direttore regionale mi trasmetterà lunedì, prima di tutto sull’attività di controllo e monitoraggio dell’impianto negli anni passati perché l’agenzia regionale ne era responsabile e mi chiedo perché non sia stata svolta negli anni un’azione preventiva. Denunciare oggi rischia di apparire tardivo”.

Il 6 Agosto la rimozione di Cuttica, che viene resa pubblica a fine mese. Non serve specificare che è immediatamente partita la polemica. Giornali locali ipotizzano che la rimozione sia correlata alla divulgazione dei catastrofici dati epidemiologici e alla possibilità che Vercelli debba nuovamente ospitare un impianto di incenerimento dei rifiuti. A suffragio di tale ipotesi, viene portato l’articolo 35 dello Sblocca Italia, il quale prevede dodici nuovi inceneritori (con l’aggravio della preminenza dell’interesse nazionale, aspetto che fa decadere i cosiddetti vincoli di bacino), due dei quali in Piemonte. Valmaggia deve così ribadire, per ben due volte a mezzo stampa, che Vercelli non ospiterà un altro inceneritore. E’ il 2 Settembre e l’assessore incontra Maura Forte per ribadire: “Mai più Vercelli”. Il Nuovo Piano regionale dei Rifiuti (ancora in discussione in Commissione Ambiente) non prevede un secondo impianto. Gerbido è già in grado – da solo – di termovalorizzare la produzione di rifiuti della regione. E rispetto alla rimozione, afferma: “è una situazione di cui non ero al corrente […] non conosco i dettagli di ogni realtà locale”.

Trascurando il fatto che Arpa Piemonte è una Agenzia, dotata sì di autonomia, ma posta sotto il controllo e la sorveglianza diretta della Presidenza della Regione e che l’Assessore di diretta competenza dovrebbe essere informato sulla sostituzione del Direttore di un Dipartimento Provinciale, veniamo ad alcuni aspetti fattuali che in questa ricostruzione sono sfuggiti ai più.

1) Lo Sblocca Italia assegna la preminenza all’interesse nazionale, pertanto, stando a tale criterio, sono derogati i vincoli di bacino: gli inceneritori possono accogliere rifiuti anche da fuori regione e viene meno la correlazione con gli obiettivi posti dal Piano regionale dei Rifiuti;
2) La società Atena – proprietaria del sito – è nel mirino di Iren (gestore dei termovalorizzatori in buona parte dell’Emilia Romagna), che già la controlla al 40%. L’azienda multiutility intende espandersi in Piemonte e i rumors hanno fatto crescere il titolo in Borsa. L’operazione verrebbe conclusa entro fine anno, con una ricapitalizzazione di Atena;
3) Il nuovo Piano regionale dei rifiuti del Piemonte ha obiettivi deboli: secondo Legambiente, gli obiettivi che il Piano si pone al 2020 rispetto alla riduzione dei rifiuti e alla raccolta differenziata sono davvero miseri: “La proposta parla infatti di una riduzione del 5% dei rifiuti totali prodotti rispetto al 2010, per arrivare ad un valore pro-capite di produzione pari a 455 kg, paradossalmente 5 kg in più rispetto al dato già raggiunto a fine 2013” (Comunicato Stampa Legambiente del 23 Luglio 2015);
4) Saitta sostiene che l’Asl di Vercelli non è stata coinvolta nella divulgazione dei dati della ricerca epidemiologica, ma la medesima figura fra gli enti coinvolti nella Relazione finale della stessa, intitolata Progetto SESPIR – Sorveglianza epidemiologica sullo stato di salute della popolazione residente intorno agli impianti di trattamento rifiuti, finanziata dal Ministero della Salute nell’ambito del CCM, Centro Nazionale per la prevenzione ed il controllo delle Malattie;
5) Inoltre, non è vero che lo studio è stato concluso nel 2014, come scrive Arpa nel comunicato stampa. Lo studio SESPIR è stato concluso nel Dicembre 2013 e le risultanze – comprensive della nota spese – sono state inviate al Ministero della Salute il 10 Gennaio 2014;
6) Non è nemmeno vero che le (drammatiche) risultanze siano state divulgate solo a fine Giugno 2015. Il nome di Ennio Cadum, medico dirigente di Arpa e suo referente nel progetto SESPIR, compare fra i relatori al convegno “SALUTE E RIFIUTI: RICERCA, SANITA’ PUBBLICA E COMUNICAZIONE Risultati dei Progetti CCM 2010”, tenutosi a Roma, presso la sede del Ministero della Salute, il 6 Febbraio 2014;
7) La Ricerca si è meritata menzione su Epidemiologia e Prevenzione, Rivista dell’Associazione italiana di Epidemiologia. Nell’abstract è scritto che “nello scenario di base (ovvero quello attuale) sono stati stimati 1-2 casi annui di tumore attribuibili agli impianti (inceneritori, discariche e impianti di trattamento meccanizzato), 26 casi/anno di esiti negativi della gravidanza (incluso basso peso alla nascita e malformazioni), 102 persone con sintomi respiratori, e circa 1.000 persone affette da fastidio (annoyance) provocato dalle emissioni odorigene degli impianti”;
8) La ricerca aveva altresì lo scopo di verificare l’idoneità delle politiche regionali in materia di rifiuti, e la metodologia proposta è stata giudicata idonea allo scopo. Pertanto, il cosiddetto scenario Green (riduzione dei rifiuti, riduzione del numero di impianti e conseguente riduzione della popolazione esposta agli impianti), se applicato, determinerebbe un miglioramentodella situazione epidemiologica dell’80%;
9) Va da sé che, i numeri divulgati da Arpa nel comunicato del 30 Giugno, non sono verificabili nei documenti ufficiali di SESPIR in quanto, nella Relazione conclusiva, è pubblicata la sola tabella della valutazione sulla morbilità. Resta il fatto che, l’esposizione ai fumi dell’impianto di incenerimento di Vercelli – è scritto nella tabella riassuntiva dei risultati – determina un Indice di Rischio (RR) di contrarre tumori al Colon-Retto e al Fegato rispettivamente maggiore del 15% e del 17% in relazione ai non esposti;
10) I ricercatori hanno specificato i limiti di questa analisi, legati specialmente alla possibilità che, nel corso del tempo, l’impianto di Vercelli sia stato reso man mano più sicuro e meno inquinante.

In conclusione: non è ammissibile che i vertici regionali piemontesi siano letteralmente ‘caduti dalle nuvole’ sulle risultanze di una ricerca – conclusa da un anno e mezzo – alla quale ha partecipato attivamente una Agenzia sotto il controllo della sua stessa Presidenza. Non è ammissibile che, dinanzi ad una correlazione diretta fra malattia e inceneritori (sebbene non nei numeri indicati da Arpa nel suo comunicato stampa), sia perseguita una politica di gestione dei rifiuti che procede nel senso opposto alla difesa della salute pubblica. Il Nuovo Piano Regionale dei Rifiuti non è affatto un argine contro le nuove norme dello Sblocca Italia. Se il governo riterrà strategico inserire un secondo impianto di ‘termovalorizzazione’ in Piemonte, ha gli strumenti per farlo. Ed è altrettanto scontato che le località interessate abbiano, sin da ora, offerto resistenza a tali prospettive. Persino l’uso strumentale di una ricerca scientifica è arma lecita.

CONSIDERAZIONI SPARSE

Mi piacerebbe sapere se riportare notizie di questo genere è qualificabile come gufaggine, tentativo di mettere i bastoni fra le ruote a chi sta cercando di risolvere i problemi quando si risolvono. In tal caso dovremmo

  • aprire nuovi inceneritori
  • disincentivare la raccolta differenziata (altrimenti gli inceneritori non sarebbero redditizi)
  • a fine ciclo dell’inceneritore commissionare uno studio e scoprire cose che già sappiamo
  • procedere al risarcimento danni per chi denuncia gli Enti
  • avere un aggravio delle patologie a carico della Sanità Pubblica

Tralasciamo per un attimo tutto ciò che riguarda la corretta gestione dei rifiuti, l’economia circolare, la pianificazione dell’uso delle risorse naturali, l’effetto serra… (dici poco…). Fermiamoci a pure e semplici considerazioni economiche.

Chi paga l’aggravio della spesa sanitaria e i ricorsi? Chi lucra sugli inceneritori o noi con le nostre tasse?

Chi pagherà le sanzioni comunitarie quando non rispetteremo gli impegni relativi alla riduzione della produzione dei rifiuti?

Cosa si potrebbe fare con la riduzione della spesa di gestione dei rifiuti (che si può ottenere spingendo la raccolta differenziata)? E con il risparmio dovuto alla riduzione dell’incidenza delle patologie correlate?

Come dovrebbe agire un Politico (con la maiuscola) per occuparsi efficacemente di questi problemi?

La risposta la aspetto da chi sapete voi…