integrazione

Antiziganista a sua insaputa

segnalato da Antonella feat. Barbara G.

I diritti agli italiani, i doveri ai Rom: Virginia Raggi, antiziganista a sua insaputa.

di Carlo Gubitosa – “Matita rossa” – gubitosa.blogautore.espresso.repubblica.it, 10/06/2016

Di recente ho riassunto in questa infografica pubblicata nel volume “Tracce Migranti” alcuni dati sulla questione Rom pubblicati dall’associazione “21 Luglio”, che negli ultimi due anni ha prodotto nei suoi rapporti annuali quella che considero finora la piu’ seria analisi sul problema dell’antiziganismo, dei campi nomadi come ghetti segregazionisti, della logica emergenziale come comodo espediente per avere sempre un cattivo su cui puntare il dito mentre si chiedono voti ai cittadini.

Il Rapporto Annuale 2015 – scrivono dall’associazione – contiene inoltre un focus sulla situazione a Roma, dove oggi circa 8 mila persone vivono in baraccopoli istituzionali, micro insediamenti e “centri di raccolta”. Nel solo 2015, nella Capitale, le autorità locali hanno condotto 80 sgomberi forzati (+135% rispetto all’anno precedente, quando gli sgomberi erano stati 34). Tali azioni – prosegue il rapporto – in violazione dei diritti umani e del diritto internazionale, hanno coinvolto 1.470 persone, tra cui donne e minori, per un costo complessivo superiore a 1,8 milioni di euro, pari a 1.255 euro per ogni persona sgomberata“.

Ma per Virginia Raggi, in ossequio ai più classici stereotipi dell’antiziganismo, il “dato più devastante” relativo ai campi Rom e’ che ci costano troppo (e non che sono dei ghetti indegni dove il segregazionismo abitativo su base etnica nega a molti bambini il diritto alla scuola, alla salute e al futuro), il problema dei Rom e’ che non lavorano, li manteniamo con i nostri soldi, mandano a rubare i bambini, e se i campi Rom vanno chiusi perché ci obbliga l’Europa, e non perché i nuovi ghetti di Roma ci fanno schifo quanto il vecchio ghetto di Varsavia.

In breve, “i Rom devono pagare le tasse e rispettare la legge come gli Italiani, e i loro bambini devono andare a scuola” come se per loro fosse in vigore un regime fiscale e un codice penale a parte, con la contestuale sopensione dell’obbligo scolastico.

Verrebbe da chiamarlo razzismo, se fosse basato su una ideologia organica e su un sistema di pensiero strutturato, ma il problema e’ che quello della Raggi e’ un pensiero unico discriminatorio “a sua insaputa”, che non nasce da una ideologia organica, per quanto malata e aberrante, ma dal cocktail mortale tra ignoranza, superficialita’ e “buon senso” da bar, appena imbellettati con polvere di stelle. In altre parole il temibile, disinformato e pericoloso pensiero della “brava gente” animata da buone intenzioni e tanti pregiudizi, che nel nostro paese ha fatto danni quanto la cattiva.

Il problema non e’ una etnia su cui la politica scarica le proprie responsabilita’ e il cittadino le proprie frustrazioni, ma la negazione del diritto alla casa, un diritto che va riconosciuto ai Rom che vivono nei campi, ai poveri che vivono nei dormitori caritas, alle famiglie povere e sfrattate, ai giovani che cercano nell’occupazione quella soluzione al problema abitativo che nessun’altra agenzia sociale riesce a fornire.

Una soluzione che la politica potrebbe fornire con poco sforzo, a condizione di saper tenere la schiena dritta contro i palazzinari, contro l’ondata montante di insofferenza fasciopadana (che pure sposta voti) e contro le grandi aziende che preferiscono veder crollare le loro strutture dismesse piuttosto che accettarne l’uso a fini sociali (*).

Non si può ignorare inoltre un curioso paradosso: per Virginia Raggi i Rom (anche quelli con cittadinanza italiana) devono lavorare perché adesso “li mantiene lo stato”, e devono rispettare dei precisi doveri.

Ma per Raggi Virginia gli italiani (anche quelli di etnia Rom) devono avere un reddito di cittadinanza e farsi mantenere dallo stato, perché gli vanno riconosciuti dei diritti.

E il razzismo inconsapevole sta tutto qui: quando chiedi rispetto dei doveri per alcuni in base all’etica del lavoro mentre chiedi riconoscimento dei diritti per altri in base all’etica della sussidiarieta’, e la differenza tra gli “uni” e gli “altri” viene fatta su base puramente etnica.

Non mi basta che la Raggi parli di chiusura dei campi Rom ritrovando un europeismo che sembra perduto tra le fila della sua compagine politica, o che abbia fatto l’encomiabile sforzo di prendere atto che i Rom sono per la maggior parte cittadini italiani. Sul delicato tema dell’immigrazione, dell’integrazione e del razzismo non mi basta cambiare la classe politica.

Mi piacerebbe invece che si cambiasse mentalità a partire dalla capitale, passando dall’egoismo abbrutito di sempre (anche se verniciato a nuovo) ad una visione della socieà’ dove il nemico da combattere e’ la poverta’ e non sono i poveri, e si va a cercare la soluzione fuori dal recinto degli stereotipi.

Magari presentando il conto fiscale del disagio sociale a chi si e’ arricchito dalla crisi, quel 5% di famiglie che in base ai calcoli Bankitalia controlla il 30% della ricchezza nazionale, lasciando i piu’ poveri a scannarsi tra di loro per decidere se il nemico del giorno e’ il vigile urbano fannullone, l’insegnante parassita, l’invalido finto, il sindacalista inutile, il pensionato d’oro, il commerciante evasore o il Rom delinquente, con quest’ultimo che accontenta un po’ tutti perche’ tanto sara’ sempre e comunque “straniero”, “altro” e “diverso”, anche se in tasca ha un passaporto italiano.

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(*) A tal proposito si segnala questo.

Art. 42 Costituzione Italiana

La proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati.

La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti.

La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d’interesse generale.

La legge stabilisce le norme ed i limiti della successione legittima e testamentaria e i diritti dello Stato sulle eredità.

Secondo alcuni costituzionalisti, fra cui Paolo Maddalena, è centrale il concetto di “funzione sociale” della proprietà privata. Un immobile volutamente tenuto vuoto non assolve alla sua funzione sociale, di conseguenza la proprietà privata non è più “giustificata” e lo Stato (o altro Ente) può legittimamente appropriarsene per restituire alla società il bene, assicurandone l’accessibilità a tutti. Forse la terminologia utilizzata non è la più corretta, ma in sostanza un immobile inutilizzato può essere espropriato e restituito alla collettività.

Qualche tentativo in tal senso è stato fatto.

Beni privati e abbandonati, ok all’esproprio “Saranno restituiti alla funzione sociale”

repubblica.it, 30/04/2014

In nome della Costituzione la giunta de Magistris dà il via libera all’esproprio di beni privati e pubblici abbandonati. Capannoni industriali, palazzi, orti verranno restituiti ai cittadini con progetti di auto finanziamento. «Per la prima volta in Italia, dopo 66 anni di Costituzione, viene riconosciuta prima la proprietà del territorio che spetta al popolo e poi la proprietà privata », le parole dell’ex giudice costituzionalista Paolo Maddalena suggellano così le due delibere di giunta del Comune di Napoli per restituire “una funzione sociale ed economica agli edifici presenti sul territorio cittadino che sono inutilizzati o abbandonati siano essi di proprietà pubblica, ecclesiastica o privata”. «In caso di abbandono ci approprieremo di beni privati senza indennizzo. È questa l’assoluta novità», spiega in prima persona il sindaco Luigi de Magistris.

I provvedimenti hanno l’obiettivo di eliminare il degrado in alcune zone della città, e a valorizzare e regolarizzare esperienze ormai radicate come le case del popolo di Ponticelli, Bagnoli, Scampia. Per le strutture pubbliche che sono state “occupate” da cittadini, gruppi, comitati «secondo quanto previsto — spiega l’assessore al Patrimonio Alessandro Fucito — nessuno verrà cacciato via, ma i cittadini potranno proporre un progetto di utilizzo della struttura». Per quanto riguarda i beni già di proprietà del Comune, tra cui i 391 beni del Demanio di cui l’amministrazione ha fatto richiesta, si provvederà all’affidamento attraverso bandi. Più spinosa è l’apprensione di beni di proprietà privata. A fondamento dell’acquisizione di beni privati da parte dell’amministrazione, l’Osservatorio dei beni comuni istituito dal Comune di Napoli — come spiegato dall’ex giudice costituzionalista Paolo Maddalena — pone gli articoli della Costituzione (in particolare il 42) e gli articoli del codice civile secondo cui «la proprietà privata non è garantita come diritto soggettivo assoluto, ma esclusivamente in quanto finalizzata ad assicurare una funzione sociale del bene», consentendo al Comune di acquisire il bene in quanto «bene comune» della città a cui restituire «una funzione sociale e ed economica» da decidere attraverso «modalità partecipate». «Le case del popolo, le esperienze di autogestione dal basso, la partecipazione dei cittadini devono essere valorizzate » scrive il sindaco su Facebook. Il Comune è pronto a contenziosi e ricorsi. «Ma queste delibare segnano una svolta culturale » commenta Maddalena.

«Le due delibere approvate dalla giunta tutelano l’illegalità », attacca Gianni Lettieri, leader dell’opposizione in consiglio comunale e presidente di Fare Città. «Si è toccato il fondo: la giunta che si era presentata come vessillo di legalità – dice – arriva addirittura a legittimare le occupazioni abusive degli edifici pubblici». «La logica dell’occupazione forzata, dell’arroganza e del non rispetto della legge andrebbe combattuta senza se e senza ma», aggiunge Lettieri, «invece la giunta giustifica la presenza di alcuni gruppi che, con prepotenza, si appropriano di strutture pubbliche destinate alla collettività tramite discutibili soluzioni ad hoc. Alla luce di ciò, come devono reagire tutte le associazioni e gli enti che rispettano regole e procedure e che pagano le tasse?».

Musulmani in chiesa

Vicofaro, il vescovo vieta la preghiera dei musulmani in chiesa

Due parroci avevano accolto 18 profughi islamici. “Che problema c’è? – dice don Biancalani. Ma monsignor Tardelli non è d’accordo: “Questa confusione non aiuta”.

da Repubblica.it, 19 marzo 2016

Nel Pistoiese i rifugiati di fede musulmana potranno pregare anche in chiesa. Come nella parrocchia di Vicofaro, in provincia di Pistoia dove il parroco Don Massimo Biancalani sta organizzando, con il parroco don Alessandro Carmignani e un’associazione che si occupa di accoglienza, l’ospitalità di 18 profughi nelle tre parrocchie della zona. Allestendo anche spazi per la preghiera che, a Vicofaro, saranno anche interni alla stessa chiesa. “Che problema c’è – dice don Biancalani – Non avrebbe senso, se vogliamo fare vera accoglienza e integrazione, farli pregare in uno scantinato”. Così nella parrocchia saranno stesi dei tappeti nello spazio della chiesa individuato. “Chi vorrà potrà pregare dentro la chiesa, dalla parte dell’ingresso a nord – spiega don Biancalani -, chi non se la sentirà potrà farlo in un altro spazio. Non hanno bisogno di molto – aggiunge il sacerdote – l’importante per loro è orientarsi verso la Mecca”. I due parroci sono supportati dall’associazione Virgilio-Città futura. “Stiamo semplicemente seguendo l’appello di Papa Francesco”, dicono. E pensano a un percorso di integrazione e di conoscenza tra fedeli di religione cattolica e musulmani.

Ma il vescovo di Pistoia Fausto Tardelli non sembra d’accordo: “In merito a quanto vediamo scritto sui giornali o riferito da vari mezzi di comunicazione, si precisa che la doverosa, necessaria e rispettosa accoglienza delle persone che professano altri culti e religioni non si fa offrendo spazi per la preghiera all’interno delle chiese destinate alla liturgia e all’incontro della comunità cristiana”, scrive in una nota. “Per quella si possono trovare benissimo altri spazi e altri luoghi ben più adatti e più rispettosi anche di chi ha un’altra fede”.

“I motivi sono tanti e talmente ovvi che non è necessario nemmeno richiamarli – prosegue il vescovo -. I sacerdoti coinvolti in questa vicenda hanno ribadito che il loro pensiero e la loro volontà di apertura agli immigrati sono stati travisati, dal momento che non è assolutamente loro intenzione creare situazioni di confusione che non aiutano certo l’accoglienza”. “Sono per altro ben consapevoli – conclude il vescovo Tardelli – della necessità di agire in questo campo con grande attenzione e rispetto sia di chi viene che della popolazione residente al fine di realizzare una vera integrazione sociale”.

I due sacerdoti però vanno avanti. Dopo aver superato le difficoltà burocratiche di accredito per poter accogliere i profughi, si sono messi al lavoro per allestire i luoghi dove i rifugiati saranno ospitati. Servono letti, personale specializzato in grado di seguire gli immigrati nel percorso di integrazione. E infine ci sono i luoghi di preghiera per i fedeli di altre religioni, che in due delle tre parrocchie pistoiesi che collaborano al progetto saranno appunto ricavati in spazi adiacenti alla chiesa mentre a Vicofaro all’interno.

“Ogni parrocchia dovrebbe aprire le porte a queste persone disperate – hanno spiegato i due parroci -. Vogliamo essere un esempio di come la chiesa possa essere parte attiva in questa emergenza. Noi crediamo e speriamo che anche le altre parrocchie di Pistoia possano partecipare a questo percorso, anzi l’invito è quello di contattarci, di collaborare per rendere questo progetto di accoglienza più inclusivo possibile”.

Condominio solidale

Modena, inaugurato condominio solidale. Per avere la casa bisogna aiutare i vicini

Lo stabile è stato ristrutturato dal Comune della Ghirlandina, in collaborazione con Acer Emilia Romagna, ed è costituito da 19 appartamenti in cui vivono altrettante famiglie o anziani soli e in difficoltà, selezionati, oltre che sulla base della loro situazione economica, anche per la disponibilità a favorire coesione e integrazione. Il sindaco Muzzarelli: “È un modello che privilegia le relazioni tra vicini, in un sistema in cui ciascuno ha il dovere di fare la propria parte occupandosi anche degli altri”.

di Annalisa Dall’Oca – ilfattoquotidiano.it, 24 ottobre 2015

La regola è una, ma va rispettata: bisogna essere solidali nei confronti dei propri vicini di casa. Perché è sull’aiuto reciproco fra dirimpettai che si basa il condominio sociale, lo stabile di via Gottardi a Modena che il Comune della Ghirlandina, in collaborazione con Acer Emilia Romagna, ha inaugurato lo scorso 21 ottobre. Diciannove appartamenti in cui vivono altrettante famiglie o anziani soli e in difficoltà, selezionati, oltre che sulla base della loro situazione economica, anche per la disponibilità a collaborare. “All’atto pratico – spiega Gian Carlo Muzzarelli, sindaco di Modena – è un modello abitativo che privilegia le relazioni tra vicini, in un sistema in cui ciascuno ha il dovere di fare la propria parte aiutando gli altri”.

I compiti richiesti ai condomini di via Gottardi, quindi, riguardano sia la cura dello stabile, sia quella dei propri vicini di casa. Si va dall’occuparsi a turno delle zone comuni, all’aiutare gli anziani che abitano sullo stesso pianerottolo con le necessità quotidiane. O ancora, dall’apertura e il riordino dei locali del pianoterra utilizzati per attività di socializzazione, fino all’obbligo di garantire, a rotazione, una presenza continuativa nel condominio per poter intervenire in eventuali situazioni di bisogno, allertando con tempestività, in caso di necessità, medici curanti e 118.

Un esempio tra i primi in Italia, spiega il Comune, che introduce un elemento di novità: quello, appunto, di accostare agli anziani soli, famiglie disposte ad assisterli. L’amministrazione, per realizzarlo, ha deciso di riqualificare un edificio di proprietà pubblica rimasto vuoto per anni, in collaborazione con Acer. “Il risultato è che in via Gottardi vengono condivise le risorse personali tra i residenti in un’ottica di reciprocità – spiega Giuliana Urbelli, assessore cittadino al Welfare – mentre le fragilità, dovute all’isolamento e al senso di solitudine, possono divenire una risorsa grazie al tempo disponibile da dedicare agli altri”.

La gestione condominiale è in collaborazione con Acer, che si occupa degli interventi di manutenzione a carico della proprietà, del servizio di vigilanza dello stabile, della gestione condominiale e della riscossione dei canoni. “Tali canoni per gli anziani sono commisurati al reddito e partono da un minimo mensile di 50 euro, per chi percepisce fino a 600 euro”. Per quanto riguarda le famiglie, invece, l’affitto varia sulla base dell’Accordo territoriale del Comune di Modena, che riduce i canoni previsti del 30% per i genitori con due figli a carico, e del 40% per i nuclei più numerosi.

“Le famiglie che abitano oggi nel condominio – spiega l’amministrazione – sono 4, mentre gli altri appartamenti sono occupati da 12 persone in condizione di fragilità, di cui due coppie di anziani, otto persone anziane sole e una ragazza adulta”. I nuclei familiari residenti in via Gottardi sono stati scelti, partendo dalle liste d’attesa di Agenzia Casa, sulla base di diversi colloqui, “che ne hanno sondato la propensione e la motivazione a risiedere in un contesto particolare come il condominio solidale. “Si tratta di tre famiglie italiane e una di origine marocchina – spiega l’amministrazione – che è anche la più numerosa, con nonna e quattro figli, di cui due universitari e due adolescenti, che vivono con mamma e papà”.

Gli anziani del condominio sociale, invece, hanno avuto accesso agli alloggi (mini appartamenti privi di barriere architettoniche e adatti a utenti disabili) attraverso un bando dell’assessorato al Welfare del Comune: “Sono persone non completamente autosufficienti, ma comunque in grado di provvedere ai loro bisogni primari, la cui fragilità è soprattutto legata alla solitudine, alla mancata vicinanza di familiari o alla loro impossibilità a occuparsene”. Una sperimentazione, che però Modena spera di poter esportare anche al di fuori delle mura cittadine. “Sappiamo che intervenire sulle relazioni non è mai facile – precisa Urbelli – ma le famiglie che abitano qui sono molto motivate, e intenzionate a far funzionare al meglio questo modello di condominio in cui le persone si conoscono e si aiutano. Speriamo soprattutto che quest’esperienza funzioni da apripista per un nuovo tipo di welfare in grado di favorire la coesione e l’integrazione sociale”.

Roma, gli asili interculturali chiudono

segnalato da Barbara G.

Roma, gli asili interculturali chiudono. 300 bimbi senza integrazione. Le associazioni: “Colpa di Mafia Capitale e dell’incuria”

di Laura Eduati – huffingtonpost.it, 14/10/2015

A marzo Ignazio Marino aveva accolto questi bambini e ragazzi stranieri consegnando loro l’attestato di ambasciatori della cittadinanza. Sei mesi più tardi, proprio quando lo ius soli sta diventando finalmente legge facilitando il passaporto italiano ai minori nati in Italia, questi stessi giovani e giovanissimi perdono il centro interculturale e rischiano di rimanere senza sostegno all’integrazione.

E’ la storia di 300 piccoli che frequentano quattro centri ormai rimasti senza fondi e senza attenzione dal Campidoglio, anche per colpa di Mafia Capitale. Il primo, e più celebre a Roma perché centrale, è il Celio Azzurro. Gli altri tre sono Zero in Condotta, Armadilla e Nessun Luogo è lontano – questi ultimi due specializzati nel doposcuola degli adolescenti.

Esistono dagli anni ’90, la filosofia è quella di accogliere non solo piccoli italiani ma anche i figli dei migranti, aiutando i genitori a orientarsi nel difficile mondo burocratico e della salute.

“Un lavoro artigianale, una offerta di servizi socio-psicologici che nei nidi e nelle scuole dell’infanzia spesso mancano”, dicono gli operatori. “I Centri Interculturali sono dei luoghi di prevenzione del disagio e di coesione sociale”.

Un percorso che rischia di sparire in quanto il Campidoglio fornisce una copertura dei fondi soltanto fino al 15 ottobre, e poi chissà. Le quattro associazioni avrebbero voluto manifestare sotto la finestra di Ignazio Marino già il 13 ottobre, i bimbi avrebbero restituito la qualifica di “ambasciatori” per protesta, alla fine le dimissioni inaspettate hanno convinto gli organizzatori a cancellare la mobilitazione “per non cedere alla strumentalizzazione”.

Siamo rimasti senza interlocutori. La situazione è gravemente compromessa e temiamo che l’imperativo sia quello di chiudere quanti più servizi sociali possibile”, prova a spiegare Anna Aluffi, docente di Pedagogia Sociale e Interculturale all’università Roma 3 e presidente di Zero in Condotta.

“La situazione è sconvolgente ed è anche figlia della massima incuria. Da anni chiediamo al Campidoglio la lista dei centri per bambini finanziati come il nostro, ma sembra che la lista non ci sia”, continua Aluffi. Che non sa cosa promettere alle mamme che affidano i figli all’asilo e che forse saranno costrette a rivolgersi ad altre scuole, perdendo quell’aiuto specifico che viene garantito dai centri interculturali.

La rabbia è tanta, specialmente dopo le rivelazioni di Mafia Capitale. “Chiediamo senza sosta dal 2010 bandi che non arrivano e oggi rischiamo di chiudere per le motivazioni contrarie a quelle di Mafia Capitale che si è arricchita proprio con le proroghe”, scrivono le quattro associazioni in un comunicato. “Invece di far fuori i disonesti, di sospendere cautelativamente chi non sembra affidabile e lavorare con le persone perbene, si preferisce chiudere i servizi presenti in zone di Roma dove spesso i ragazzi e i bambini non hanno altro, gestite da Associazioni di gente per bene”.

Né la prima assessora ai servizi sociali Rita Cutini né l’attuale, ormai uscente, Francesca Danese hanno mai prestato orecchio alla richiesta del Celio Azzurro e degli altri centri. E così le quattro associazioni si rivolgono al prefetto Gabrielli, l’unica figura che in questo momento sembra mantenere le funzioni istituzionali in una capitale al collasso: “Tra due settimane 300 bambini rimarranno a casa. Sono anche suoi concittadini.Siamo certi che vorrà ascoltarci”.

(di Celio Azzurro avevamo parlato QUI)

Banchi multietnici

Segnalato da transiberiana9

Scuola, viaggio tra i banchi multietnici d’Italia. Dove lo straniero conta (e non pesa)

I politici soffiano sul fuoco per raccattare voti. Lo Stato non riesce a sgonfiare i numeri, alimentando il problema delle scuole con una densità di stranieri superiore al 30%. Ce ne sono 510 dove uno studente su due non è italiano, 27 dove l’80% è fatto di stranieri. Ma nel mucchio ci sono tre istituti, tre modelli di integrazione pienamente riuscita. Siamo andati a scoprirli. Ecco come funzionano

Di Chiara Daina – ilfattoquotidiano.it, 24/09/2015

Sono le otto di un martedì di metà settembre. Alla scuola primaria “Carlo Pisacane” di Roma è suonata la campanella. Arriva di corsa un signore in giacca, cravatta e ventiquattrore che tiene per mano il figlio. Sono italiani. Salgono le scale e dietro infilano il portone una donna con il capo coperto da un velo verde smeraldo e una bimba in tuta da ginnastica rosa. Due minuti e si presentano madre e figlia, con gli occhi a mandorla e poi un’altra italiana col suo bambino. Sul pavimento dell’atrio la scritta blu “mare madre”, incorniciata dalle onde. Ecco, chi entra lì è un cittadino del mondo. Le classi ghetto, le fughe bianche, lo straniero “nemico” abitano lontano, tra le paure sventolate dai politici a turno per spostare i voti. La realtà quotidiana parla d’altro: di integrazione vera, reale, quotidiana e vissuta. E noi siamo andati a vederla. Siamo entrati nelle scuole ai margini delle grandi città per capire come si fa “integrazione multiculturale”. Qualche dato, prima, per avere un’idea del fenomeno. In Italia ci sono 57mila scuole. Di queste, 2851 con una densità straniera che va dal 30% in su. In particolare, sono 510 quelle che superano il 50% e 27 quelle con oltre l’80% di stranieri.

Partiamo da Roma. È una giornata di sole. L’istituto Pisacane sorge in via dell’Acqua Bullicante 30, nel quartiere multietnico di Torpignattara, periferia sud-est della Capitale. In cortile 16 alunni con la pelle di tutti i colori sono seduti in cerchio. Gli altri fanno lezione nelle aule con le cartine dei cinque continenti fissate sui muri scrostati. Duecento iscritti totali. “Gli italiani sono ritornati da noi – dice Vania Borsetti, maestra qui da sette anni – sono figli di professionisti, registi, artisti, insegnanti.  Hanno capito che la diversità culturale tra i banchi è un valore e non un ostacolo. Oggi nelle classi prime gli stranieri sono il 50%, nel 2010 erano il 90%. Questa sì che è convivenza”. Nel 2009 la scuola è finita nell’occhio del ciclone a causa dell’alta presenza straniera, che superava il tetto del 30% per classe imposto dal ministro Gelmini. Alcune mamme italiane avevano trasferito i loro figli in altri istituti.  “Una mattina un’associazione di estrema destra occupò le scale d’ingresso, il quartiere era in rivolta, c’erano le telecamere della tv davanti alla scuola e i bambini spaventati”. Aprire le porte al territorio è stata la soluzione per non chiudere: “Dovevamo farci conoscere per non farci temere”. Le maestre hanno appeso al portone locandine in arabo, bengalese, cinese e italiano per invitare i residenti al coro, alle recite, i laboratori di arte, le feste dei popoli. Il 18 dicembre di ogni anno, per la giornata mondiale dei rifugiati, musicisti di fama internazionale fanno un concerto con gli studenti. “Palco, videoproiettore e server ce li prestano i commercianti. Ogni etnia prepara piatti tipici. L’ultima volta eravamo in 500”. I genitori nel 2013 hanno fondato l’associazione “Pisacane 011” che organizza corsi in palestra e in cortile aperti a tutti: quello di chitarra, sassofono e batteria, di teatro, sport, e l’aiuto compiti. Oggi quella scuola, all’incrocio tra un bar italiano e un negozio di cianfrusaglie cinese, è diventata il polo culturale del quartiere. “Offriamo un’educazione internazionale. Un bambino italiano e uno bengalese sono amici per la pelle, e la famiglia del secondo ha iniziato a visitare i monumenti di Roma. Un’alunna calabrese ha insegnato alla classe il suo dialetto per dimostrare che anche lei parla due lingue. Qui la doppia identità è forza. Perché il Miur non ci aiuta? Le nostre aule cadono a pezzi, molte non hanno le porte, una finestra è rimasta rotta per due mesi. E le ore di potenziamento della lingua italiana (L2, ndr) per chi è appena arrivato sono ridicole, solo 30 all’anno”.

Qui Esquilino, dove la segretaria è fatta da 4 mamme: due marocchine, una somala e una filippina

Ha stretto un patto con il territorio anche la scuola “Di Donato“, nel rione Esquilino, vicino alla stazione Termini. Ore 17.30. Lezioni terminate un’ora fa. Nel piano seminterrato con volta a botte ci sono almeno150 bambini impegnati in mille attività. Sono italiani, cinesi, bengalesi, mediorientali, nordafricani e rumeni. Fanno calcio, basket, pattinaggio, danza, pittura, teatro, musica, lettura, doposcuola. C’è anche una stanza per i giochi. La sede della web radio di Save the children. E dalle 20 alle 22 i balli popolari per i nonni e il fitness per insegnanti e genitori. A gestire lo spazio ci pensano le famiglie, a turno. In segreteria ci sono quattro mamme, due marocchine, una somala e una filippina. Il custode, filippino anche lui, è un papà che fa l’elettricista. La scuola è aperta anche nei weekend. Al sabato mattina ci sono i corsi di informatica per i piccoli. Alla domenica le feste (ogni volta dedicate a una cultura diversa), i laboratori di costruzioni, cucina tradizionale, tornei sportivi, sfilate di veli e abiti orientali, visione di documentari con dibattito. “L’ultimo era sull’immigrazione italiana in Belgio – spiega Francesca Valenza, genitore referente del progetto intermundia, finanziato dal Comune, che promuove l’integrazione nelle scuole romane, e ha sede lì – stiamo portando avanti un progetto sui rom, per capire chi sono e da dove vengono”.

Alla “Manin” gli iscritti italiani sono cresciuti del 30%

Per scelta tante famiglie italiane di altri quartieri hanno iniziato a mandare i figli alla Manin. Miriam Iacomini, maestra: “Gli iscritti italiani sono cresciuti del 30%. Sono figli di dirigenti e professionisti. Manca il ceto medio basso, più diffidente verso gli immigrati. Gli alunni in tutto sono 750, di cui il 51% immigrati”. Di nuovi arrivi dall’estero ce ne sono di continuo, almeno 30 all’anno. “In organico abbiamo 37 docenti, ogni volta chiediamo in ginocchio al Miur di darcene tre in più. Alle medie avremmo bisogno di un’altra classe. Altrimenti come facciamo ad accoglierli? Le ore di L2 non bastano, ma l’università ci mette a disposizione tirocinanti di lingue straniere per aiutare chi fa fatica a esprimersi”. La scuola va fuori. In Piazza Vittorio Emanuele con i gruppi di lettura e gli scacchi. Al Maxi e al Macro con le mostre di manufatti. Iacomini: “Abbiamo creato un’osmosi tra noi e gli abitanti. Così ci siamo salvati”.

Milano, al “Luigi Cadorna” una linea di confine tra Maghreb e movida

La scuola “Luigi Cadorna” di via Dolci 5, a Milano, ha fatto la stessa cosa per evitare le fughe bianche. Il posto non è dei più facili. È a due passi dallo stadio di San Siro, sul confine invisibile tra le case popolari delle famiglie magrebine e i palazzi dei milanesi abbienti. Dal 2006 è partita la collaborazione con associazioni locali, fondazioni e Consiglio di zona. Il dirigente scolastico Massimo Nunzio Barrella è fiero: “Grazie a loro oggi la scuola è aperta anche il sabato per scambi culturali e gare sportive. Il cortile ospita il mercato della Coldiretti, il martedì e il giovedì ci sono i corsi di italiano da tre ore per le straniere (una novantina) gestisti da nonne e mamme italiane con servizio di babysitting 0-3 anni”. Anche i genitori si sono dati da fare. Prima hanno creato un Comitato con una decina di commissioni all’interno. Poi nel 2007 alcuni di loro si sono uniti nell’associazione “Cadorna” per promuovere attività sportive, dal cacio all’hip hop, capoeira, basket, chitarra, lingue straniere. “Tutte le iniziative sono state raccolte in un diario distribuito agli allievi”. Il preside accende il computer e mostra una foto in cui è vestito con la dishdasha, la tunica bianca per gli uomini arabi, accanto a donne siriane e nordafricane in occasione di un party scolastico. “Erano felicissime di vedermi nei loro panni e io curioso dei loro costumi”. Gli alunni italiani dieci anni fa erano solo il 20%. Ora il 40%. Non per caso. La mentalità è cambiata: “I genitori decidono di mandarli qui perché sanno che una formazione multiculturale è più ricca di una monoetnica. Certo, le difficoltà non mancano. Poche ore di L2: 25. E qualche tensione. L’aiuto degli abitanti è stato decisivo e solo con loro possiamo migliorare”.

Quelle descritte sopra non sono soltanto tre scuole. Sono tre modelli di integrazione di successo, tre laboratori sociali da cui imparare. I dirigenti si sono dati appuntamento alla Biennale Spazio pubblico (organizzata dall’istituto nazionale di urbanistica) a maggio a Roma per un confronto a quattrocchi. Il workshop, coordinato da Vinicio Ongini, responsabile dell’Osservatorio nazionale per l’integrazione degli alunni del Miur, erano presenti altri cinque istituti esemplari.

Firenze, al “Sassetti Peruzzi” pochi fondi e docenti impreparati alla complessità etnica

Il “Sassetti-Peruzzi” di Firenze, una secondaria di secondo grado, ha una sede a Scandicci, in maggioranza italiana, e un’altra a Rifredi, periferia nord-ovest, in direzione Prato, con 331 alunni stranieri su 541, di cui 198 cinesi. Ha tre indirizzi: commerciale, socio-sanitario e turistico. E quattro problemi: difficoltà nella comunicazione con studenti (alcuni analfabeti) e famiglie cinesi, docenti impreparati alla complessità etnica, fondi scarsi per l’alfabetizzazione e per l’acquisto di testi semplificati, dispersione scolastica. “Tantissimi cinesi alternano la scuola a periodi di lavoro o viaggi in Cina” spiega Barbara Degli Innocenti, dirigente scolastica, che per contrastare il fenomeno da settembre 2014 ha attivato una sezione sperimentale apposta per loro. “Abbiamo tolto due ore di matematica e due di italiano per insegnare lingua e letteratura cinese. Lo studio di economia e diritto è bilingue. Il diploma sarà valido anche in Cina. È nata una partnership con due scuole della regione dello Zhejiang. A novembre il primo gemellaggio”.

Torino, al “Regio Parco” fino al 90% di stranieri

Semiperiferia est di Torino. Istituto comprensivo “Regio Parco”. Dal 30 al 90% la percentuale di bambini di altre nazionalità. Il cortile fino alle 18.30 è un luogo di ritrovo per genitori e alunni. Dipingono, giocano con la palla, lavorano la pasta di sale e l’argilla. La preside, Concetta Mascali, ha puntato sul coro: “Il nostro solista l’anno scorso era cinese. Cantare in italiano serve a impare la lingua”. E su un’orchestra di archi: “Ho lanciato una raccolta fondi per comprare violini e violoncelli. Due strumenti difficili che richiedono ascolto, collaborazione e disciplina”. Una richiesta: “L’università deve formare insegnanti con competenze multiculturali, che sappiamo la storia e la geografia dei popoli migranti, per essere  meno eurocentrici”.

Napoli, al “Bovio-Colletta” tra disagio sociale e progetti occasionali

Napoli, zona stazione. Qui si respira un forte disagio sociale. Per colpa del lavoro che non c’è e del basso livello di istruzione. Non solo perché ci vivono gli stranieri, che sono tantissimi. All’istituto comprensivoBovio-Colletta per favorire l’inserimento degli immigrati si leggono fiabe esotiche, si inventano racconti contro la discriminazione, si commentano film, si fanno lezioni anti bullismo. C’è anche un laboratorio di artigianato, danza e teatro per le mamme . “Quest’anno è durato solo un mese, nel 2014 è saltato, ci sono poche risorse – si lamenta la preside Annarita Quagliarella – siamo condannati a progetti occasionali”.

Tornando a Roma. Quartiere dormitorio tra Primavalle e Monte Mario. Accanto a un campo rom si trova l’Istituto alberghiero “Domizia Lucilla”. Da due anni c’è un progetto pilota che usa il cinema per insegnare la lingua italiana. “Gli studenti leggono la sceneggiatura, fanno il riassunto, modificano la trama, guardano le immagini con i sottotitoli in lingua originale” racconta Sergio Kraisky, insegnante.

Palermo, all’”Antonio Ugo” “le famiglie non si sentono diverse dai migranti”

Sicilia, primo approdo dei profughi. All’istituto comprensivo “Antonio Ugo” di Palermo, quartiere Noce, controllato dalla mafia, ci sono tre classe di minori non accompagnati provenienti da Senegal, Nigeria, Egitto. “Il Comune ha fatto resistenza ma poi ha ceduto – spiega Riccardo Ganazzoli, il dirigente – le famiglie non hanno battuto ciglio. Non si sentono diversi dai migranti, hanno lavori precari, sono monoreddito. Lo straniero è uno stimolo. Perché chi viene dalla miseria attribuisce alla scuola una funzione civile che noi abbiamo dimenticato”.

Integrazione in via Padova

I nuovi residenti sono giovani coppie e neolaureati

di Anna Giorgi – ilgiorno.it, 18 settembre 2015

Raffaela ha trovato il posto con un datore di lavoro pachistano (Newpress)

Milano, 18 settembre 2015 – Non è facile raccontare via Padova, perché quella strada lunga poco più di tre chilometri, che nasce come naturale prolungamento della commercialissima Buenos Aires, è un viaggio tra cinquanta etnie, un mosaico di umanità, un luogo in cui il mondo ti viene addosso. I peruviani che friggono i polli, il bar del Bangladesh, un ristorante cinese, un meccanico, un pusher, l’estetista italiana, l’alimentari indiano, poi c’è il degrado in zona Transiti, ci sono la “piccola Lima” e “Casablanca due”. Luci e ombre dell’unico quartiere veramente multietnico di Milano, il melting pot ha punti forti e punti deboli che si intrecciano in un paradosso solo apparente, se c’è integrazione. E via Padova mostra i primi segni di un riscatto, di quella che in termini di sociologia urbana si chiama «gentrificazione», i segnali concreti di una maggiore e sempre più convinta integrazione a dispetto delle polemiche politiche sulla sicurezza. Lo raccontano i dati, non le opinioni.

Per la Camera di commercio in via Padova ci sono circa 400 imprese straniere su un totale di 600. Gli egiziani sono il 30%, i cingalesi il 20-25%, i cinesi il 15-20%, queste le principali etnie di imprenditori. Ma il dato nuovo è che ogni impresa straniera dà lavoro in media a tre addetti, il 20% dei quali è italiano. I nuovi datori di lavoro, in questo contestato angolo di Milano, sono gli immigrati. Il dato in numeri assoluti: in via Padova si stimano circa 1.200 dipendenti di negozi o attività commerciali gestite da stranieri, di questi dipendenti – assunti a tempo indeterminato e con contratto regolare – 220 circa, sono italiani. Un numero che aumenta in media del 10% ogni anno. Se fino a una decina di anni fa lo schema, in questa zona, era il titolare italiano con dipendenti stranieri o il titolare straniero con dipendenti connazionali, ora la situazione sta cambiando. In meglio, se si considera nei termini di un processo di integrazione. E a confermare la tendenza c’è tutto un quadro di tessere che si incastrano a formare il puzzle di un quartiere che fino a qualche anno fa era decisamente «out».

I dati sulla criminalità, ad esempio. Nel 2008-2009 gli omicidi tra stranieri, rapine, furti e risse avevano imposto l’obbligo di servizi mirati da parte di polizia e carabinieri, a distanza di sette anni la situazione della criminalità da strada, quella che genera la percezione di maggiore insicurezza, ha subìto una brusca frenata. I furti, le rapine, le lesioni e le risse, cinque negli ultimi sei mesi, sono decisamente in calo, secondo prefettura e questura. Sganciandoci dai dati tecnici e dando un’occhiata anche agli studi delle agenzie immobiliari il fenomeno di ripopolamento di via Padova è in mano a giovani. Negli ultimi cinque anni, sette acquirenti di casa su dieci sono italiani. E il resto sono immigrati di seconda generazione, già socialmente inseriti.

«Via Padova è diventata più appetibile, il profilo del nuovo residente – spiegano gli agenti Tecnocasa della zona – è molto chiaro: neolaureato con impiego sicuro, coppia giovane di professionisti con figli piccoli». Oppure gli hipster, artisti amanti delle affascinanti e disordinate periferie multietcniche, che proprio periferie non sono perché a due passi da piazzale Loreto e dalle zone più servite. E se i prezzi degli appartamenti sono ancora abbordabili e quindi attirano, si crea un circolo virtuoso, perché chi compra oggi sarà poi la generazione del futuro di via Padova. Se tutti gli elementi vanno nella stessa direzione, si può sperare che la zona subisca quel processo che in altre città europee globalizzate è già avvenuto, come nella giamaicana Brixton a Londra, o come è stato per la più sofisticata Meatpacking a New York, dove la ferrovia sopraelevata, la high line che collegava tutte le fabbriche in disuso della zona, case di disperati fino agli anni Novanta, è diventata un giardino sospeso su Chelsea, una galleria di arte contemporanea open air.

 

Riflessioni di un italiano… svizzero

di Chicco

Cosa è l’integrazione? È mantenere la propria cultura e il proprio costume all’interno di un’altra società, o acquisire totalmente la cultura della società in cui si vive? Qual è il tempo “giusto” per definire l’integrazione un successo? Cosa è vera integrazione? Ponendomi queste domande ho provato a darmi delle risposte, che sono purtroppo labili. Sono labili perché basate su esperienze personali e quindi molto soggettive, ma soprattutto perché su questi temi “etici” ci sono più opinioni, che di certo non possono definirsi mai completamente sbagliate.

Innanzitutto ho provato a capire cosa significhi in realtà integrazione. Per quanto male possa addentrarmi nel cercare l’etimologia del termine, credo significhi “rendere integro”, aggiungere qualcosa in modo quasi impercettibile al fine di ottenere qualcosa di completo, ma quindi diverso rispetto alla partenza. A conferma della mia tesi, alcuni sinonimi ricorrenti sono completamento, perfezionamento, rinforzo, aggiunta. Insomma l’integrazione ci porta da uno stato di fatto a qualcosa di nuovo, e non può essere indolore né per chi quel qualcosa lo aggiunge né per chi faceva parte dell’intero.

Inevitabilmente qualcosa a cui siamo legati, qualche piccola tradizione verrà ad esempio sostituita da un mix di altre, portate da luoghi lontani, per la maggior parte di noi tradizioni peraltro quasi incomprensibili. Questo processo porta quindi con sé una domanda. Che non è solo accettare la convivenza con uno straniero e accettarne usi e costumi, ma anche che gli stessi, almeno in piccola parte, diventino miei, sostituendo qualcosa a cui potenzialmente potrei essere affezionato. Per integrarsi è necessario che le due parti in gioco abbiano la volontà di farlo, che gli “integranti” siano pazienti e benevoli quanto gli “integrati” (termini piuttosto ridicoli, lo ammetto, ma chiamarli in altro modo potrebbe portare ad altri pensieri), che si  trovino punti in comune da cui partire e che possano comunicare. Ovviamente è facile capire che bisogna essere molto fortunati, oltre che bendisposti, per completare un percorso di questo tipo in modo soddisfacente.

Per quel poco che vedo qui oltralpe, in un cantone tedesco della ordinata società svizzera, generalmente, con lo scarto di una generazione, l’integrazione (?) è quasi completa. Ma è un processo che non mi convince: se questa è l’integrazione alla quale si mira, forse si sta mirando male. I figli di immigrati, le seconde generazioni per intenderci, sono svizzeri in quasi tutti gli aspetti principali: parlano correttamente il dialetto locale, la lingua ufficiosa in ogni circostanza, partecipano alla vita locale come i cittadini “puri” e si ritengono svizzeri pur rimanendo legati, almeno a parole, alle realtà dei propri genitori. Dico ciò, perché i figli di italiani, per quanti almeno ne abbia conosciuti io, sono convinti di essere italiani solo perché usano parmigiano e bevono l’espresso, ma poi parlano un italiano imbastardito dallo schwizer dütch, non sanno cosa sia il pranzo domenicale e confondono facilmente un caffè lunghissimo con un espresso. Inoltre, non guardano alla loro nazione con nostalgia, ma con distacco e spesso malcelata disapprovazione… e chi ha qualche altro luogo comune da aggiungere a questi banali esempi faccia pure. La domanda è: sono integrati coloro che hanno perso il 95% della loro cultura madre, pur spacciando quel 5% per la parte dominante? È vera integrazione quella che piega la cultura dell’immigrante ad immagine e somiglianza di quella locale? Credo di sì, perché, come detto, “uno di seconda generazione” dirà di essere svizzero. Quindi farà parte del nucleo che ha inizialmente accolto la sua famiglia. Ma non sono sicuro che sia l’integrazione che vorrei io. O forse, ancora meglio, non è l’integrazione quello che voglio. Vorrei vivere in un paese libero davvero, dove la mia italianità non sia sbertucciata ad ogni angolo, dove non mi si chiami Schettino o BungaBunga giusto per farsi una risata. Dove, se parlo ad alta voce, non mi si guardi storto, o, se mangio più pane di tutto il resto dei commensali, non mi si dica sorridendo: “Sei italiano, ehhh?”.

Magari no, questa non è accoglienza e nemmeno integrazione. O magari lo è, e devo solo accettare che per integrarsi bisogna far fatica, e bisogna smettere di essere italiani (stranieri), ma bisogna iniziare ad essere svizzeri con una piccola parte di italianità (integranti). Anche se pare che queste battute stiano lì solo a rimarcare ogni volta le mie differenze, sono invece uno strumento utile a ricordarmi che, se voglio far parte di questa società, ho da modellare me stesso, in modo da inserirmi laddove trovo uno spazio per me. Non mi piace, non riesco proprio a farmi piacere questa visione di “integrazione”, ma alla fine però funziona: agli svizzeri non crea problemi, ed entro una, al massimo due generazioni, svizzeri lo si diventa. L’unica obiezione è, se si vuole, che la Svizzera sfrutta economicamente questa situazione. Lavoro a basso costo che proviene da oltre frontiera garantendo un buon risparmio alle piccole aziende sul confine. Ma anche su questo, chi ne esce scontento? Nessuno, mi pare. E se funziona così bene, e l’unico a cui sembra sbagliato sono io, cosa c’è di davvero sbagliato? È giusto che qui non possa viverci chi non abbia lavoro o diritto d’asilo? È giusto che qui sia necessario potersi assicurare per esser residenti? È giusto che un residente svizzero da più di vent’anni possa non ottenere la cittadinanza per il solo fatto di non saper scrivere correttamente in tedesco (o italiano, o francese)? È giusto che un figlio di stranieri nato, vissuto e che abbia studiato in Svizzera ancora non sia svizzero? Normalmente mi verrebbe da dire di no, ma ho il forte dubbio di sbagliarmi.

Forse sono solo io ad insistere di voler vedere l’integrazione come libertà di far tutto quel che mi pare, ovunque io sia, purché non ci siano mai atti violenti in mezzo e nel pieno rispetto della legge.

Ma poi penso… urtare la sensibilità di qualcuno non è atto violento? Privare qualcuno della sua tranquillità non è meschino?

Provocando provocando… Se a mia nonna “ghe piasen mia gli zingari, perché viven nele baracche” è giusto che io comunque li faccia insediare a 2 km da casa sua (privandola della sua tranquillità e urtando la sua sensibilità)? Esagerando ancora un po’, cosa c’è di sbagliato nel “padroni a casa nostra”?

Sono concetti semplici coi quali un gradasso borioso come Salvini riesce a far presa ottimamente. Sarebbe il caso per me di capire cosa c’è di giusto nel difendere il proprio spazio, le proprie abitudini e come evitare che delle paure legate a semplici pregiudizi possano venire utilizzate in una campagna elettorale.

Da dove vivo porto il mio esempio, per dire che dal Ticino in su i pregiudizi marciano forti nelle menti della maggioranza. Ma quella stessa maggioranza è capace di accogliere e dar da vivere in modo dignitoso a un 30% di immigrati (sul totale di abitanti). Quella stessa maggioranza che ti piega a sua immagine e somiglianza ti rende svizzero, ma è in grado di includere in sé un numero spropositato di nazionalità… forse tutte al 5%.

I sogni senza limite di Alexander Langer

segnalato da Barbara G.

di Franco Lorenzoni – internazionale.it, 02/07/2015

Nelle nostre società “deve essere possibile una realtà aperta a più comunità, non esclusiva, nella quale si riconosceranno soprattutto i figli di immigrati, i figli di famiglie miste, le persone di formazione più pluralista e cosmopolita”. (…) “La convivenza plurietnica, pluriculturale, plurireligiosa, plurilingue, plurinazionale appartiene e sempre più apparterrà, alla normalità, non all’eccezione”. (…) “In simili società è molto importante che qualcuno si dedichi all’esplorazione e al superamento dei confini, attività che magari in situazioni di conflitto somiglierà al contrabbando, ma è decisiva per ammorbidire le rigidità, relativizzare le frontiere, favorire l’integrazione”.

Così scriveva Alexander Langer nel 1994, nel Tentativo di decalogo per la convivenza interetnica, uno dei suoi testi più profondi e generativi che, fosse per me, lo ripubblicherei di continuo e lo consiglierei per le antologie scolastiche. In uno dei punti del decalogo sottolineava “l’importanza di mediatori, costruttori di ponti, saltatori di muri, esploratori di frontiera”. Occorrono “traditori della compattezza etnica”, ma non “transfughi”.

In quegli anni si era nel pieno del conflitto che stava insanguinando le regioni dell’ex Jugoslavia e Alex fu tra i pochi politici italiani ed europei a impegnarsi, con tutto se stesso, per tentare una soluzione pacifica e tenere aperta la comunicazione tra coloro che si opponevano al conflitto, dando vita con altri al Verona forum per la pace e la riconciliazione nei territori dell’ex Jugoslavia, che fu un luogo dove si riunirono gli oppositori alla guerra provenienti delle diverse regioni in conflitto.

Langer sentiva la violenza interetnica nella sua carne perché era nato nel 1946 a Vipiteno, nel Südtirol di lingua tedesca. Suo padre, nato a Vienna, era ebreo non praticante e sua madre era convintamente laica.

Vissuto in una famiglia aperta al dialogo, scelse di frequentare il liceo italiano dei francescani a Bolzano, città dove con altri ragazzi fondò la sua prima rivista, Offenes Wort (parola aperta) e, più tardi, Die Brücke (il ponte): un simbolo che avrebbe incarnato per tutta la vita, sia nell’audacia del segno capace di collegare due sponde distanti, sia nella fatica concreta del cercare e trovare e trasportare le pietre che possano incastrarsi tra loro per tenere su l’arco.

Il modo originale con cui Alex ha vissuto la difficile convivenza nell’Alto Adige-Südtirol lo ha portato a ragionare intorno alle contraddizioni interetniche in modo non ideologico, rifiutando ogni semplificazione.

Alex era perfettamente bilingue per scelta e il plurilinguismo in lui, che passava continuamente nei suoi ragionamenti dal tedesco all’italiano, era un piccolo allenamento quotidiano di immedesimazione nei pensieri e nelle ragioni dell’altro perché – come scrisse citando Ivan Illich – aiuta a “ripristinare, nelle nostre menti prima di tutto, con una solida base storica di quel che è stato e non di quel che potrebbe essere, la multiforme varietà del mondo”.

Quando studiava nella Firenze di La Pira e della comunità del dissenso cattolico dell’Isolotto, tradusse in tedesco Lettera a una professoressa, scritta dai ragazzi della scuola di Barbiana di don Milani. La sua velocità di traduttore era proverbiale, tanto che riuscì a rendere in simultanea in tedesco, sulla scena, il rapido affabulare e i molteplici dialetti portati in teatro da Dario Fo nel suo Mistero buffo, al tempo della sua tournée in Germania.

Alex era profondamente convinto che una “storia” unica e condivisa da tutti non esista. Che esistano sempre tante storie legate ai corpi delle persone, al loro sentire, al loro vivere, al loro pensarsi. L’essere nato in una regione plurietnica lo aveva infatti vaccinato per sempre dall’illusione dell’unicità.

Del resto il suo spirito profondamente libero e ribelle gli ha sempre reso insopportabili tutti i confini, a partire da quelli che delimitavano il suo campo. Nel 1977 a Roma, durante una manifestazione sfociata in violenti scontri, Alex non esitò a passare dall’altra parte per soccorrere un poliziotto ferito perché era evidente, per lui, che ogni vittima va soccorsa, al di là di ogni schieramento, perché il suo imperativo morale lo portava a stare sempre a fianco di chi era più fragile e vulnerabile.

Tenere sempre presente il punto di vista dell’altro è stato lo sforzo umano e intellettuale che ha dato forma alla sua vita.

Ascoltate per esempio il modo in cui racconta dei rom e dei sinti:

Popolo mite e nomade, che non rivendica sovranità, territorio, zecca, divise, timbri, bolli e confini, ma semplicemente il diritto di continuare a essere quel popolo sottilmente ‘altro’ e ‘trascendente’ rispetto a tutti quelli che si contendono territori, bandiere e palazzi. Un popolo che, un po’ come gli ebrei, fa parte della storia e dell’identità europea. (…) A differenza di tutti gli altri, rom e sinti hanno imparato a essere leggeri, compresenti, capaci di passare sopra e sotto i confini, di vivere in mezzo a tutti gli altri, senza perdere se stessi, e di conservare la propria identità anche senza costruirci uno stato intorno.

La distruzione inesorabile di un mondo conviviale (…) ha tolto agli zingari il loro mondo naturale: non si può togliere l’acqua ai pesci e poi stupirsi se i pesci non riescono più a essere agili, gentili e autosufficienti come una volta. Eppure bisogna che l’Europa con quella sua stragrande maggioranza di ‘sedentari’ accolga, anche nel proprio interesse, la sfida gitana e faccia posto a un modo di vivere che decisamente non si inquadra negli schemi degli stati nazionali, fiscali, industriali e computerizzati

Pensare che scelte di vita radicalmente altre possano essere di nutrimento per tutti è stata una delle convinzioni visionarie che Alex non ha mai abbandonato. Ma in queste sue parole riconosciamo anche dei tratti del suo carattere, perché Alex ha sempre desiderato passare “sopra e sotto i confini” di ogni genere, da incessante viaggiatore e tessitore di relazioni qual era.

Provando a condensare in affermazioni icastiche il suo pensiero, a volte Alex formulava quelle che chiamava “regolette”. Eccone una: “Ciascuno di noi non dovrebbe consumare nulla di più di quanto non possano consumare tutti i sei miliardi di abitanti del pianeta”. Questa regoletta limpidamente kantiana è, al tempo stesso, evidentemente necessaria eppure difficilmente attuabile, perché chi vive nel nord opulento del mondo difficilmente rinuncerebbe ai suoi privilegi.

Eppure, “perché ci sia un futuro ecologicamente compatibile”, spiega Langer in un altro suo scritto, “è necessaria una conversione ecologica della produzione, dei consumi, dell’organizzazione sociale, del territorio e della vita quotidiana. Bisogna riscoprire e praticare dei limiti: rallentare (i ritmi di crescita e di sfruttamento), abbassare (i tassi di inquinamento, di produzione, di consumo), attenuare (la nostra pressione verso la biosfera, ogni forma di violenza)”. Un vero “regresso” rispetto al motto olimpico del più veloce, più alto, più forte, da trasformare in “più lentamente, più profondamente, più dolcemente e soavemente”.

Continuare in ciò che è giusto

Alex, grazie alle sue frequentazioni tedesche, fu tra i primi in Italia a cercare di dare vita a un movimento verde che avesse anche rappresentanza istituzionale. Ma per indole, pur costruendo di continuo luoghi concreti di scambio, non si è mai accontentato di coltivare qualche piccolo orto o consolidare posizioni di potere stando nelle istituzioni. Pur essendo stato molto apprezzato per il suo lavoro nel parlamento europeo, in quel luogo sentiva di essere testimone di passaggio, rilanciando sempre in avanti il suo impegno, attento a ciò che sentiva più urgente e necessario.

Quando ideò nel 1988, insieme ad altri, la Fiera delle Utopie Concrete a Città di Castello, volle che in quell’appuntamento internazionale fossero presenti rappresentanti dell’Europa dell’est ben prima della caduta del muro di Berlino.

E poiché il tema della conversione ecologica riguardava tutti, gli sarebbe piaciuto che Città di Castello si trasformasse in una sorta di moderna Santiago di Compostela, cioè un luogo di pellegrinaggio laico europeo, dove recarsi per ascoltare e mostrare e condividere progetti concreti di conversione ecologica nei campi più diversi. L’immagine di Santiago mostrava bene come ad Alex premeva l’idea del lungo cammino, insieme individuale e collettivo, necessario perché le idee di trasformazioni radicali, sentite come necessarie, avessero il tempo di prendere corpo in individui concreti e in piccole comunità capaci di sperimentare concretamente le trasformazioni auspicate.

Il desiderio di essere “più lento” è condizione che negli ultimi anni è sempre meno riuscito a vivere, perché incapace di sottrarsi a impegni e urgenze sempre più pressanti. Ma quando uno si rende disponibile all’apertura all’altro senza remore, come Alex ha cercato di fare tutta la vita, la sua vulnerabilità diventa assoluta.

Il pomeriggio del 3 luglio 1995, a 49 anni, Alex si è tolto volontariamente la vita impiccandosi a un albicocco a Pian dei Giullari, alle porte di Firenze.

Eppure, anche in quel momento di massima disperazione, ha sentito il bisogno di rassicurare gli amici, scrivendo nell’ultimo dei suoi tanti bigliettini: “Non siate tristi, continuate in ciò che era giusto”.

Tre anni prima, quando si era tolta la vita la leader verde tedesca Petra Kelly, Alex l’aveva ricordata con queste parole: “Forse è troppo arduo essere individualmente degli Hoffnungsträger, dei portatori di speranza: troppe le attese che ci si sente addosso, troppe le inadempienze che inevitabilmente si accumulano, troppe le invidie e le gelosie di cui si diventa oggetto, troppo grande l’amore di umanità e di amori umani che si intrecciano e non si risolvono, troppa la distanza tra ciò che si proclama e ciò che si riesce a compiere”.

Quest’anno il premio Alexander Langer è stato assegnato ad Adopt Sebrenica, un gruppo di giovani di diversa nazionalità impegnati a tessere un dialogo nel paese dove nel luglio del 1995 si è consumato il più violento episodio di pulizia etnica dell’Europa del dopoguerra, con il genocidio di 8.372 musulmani di Bosnia commesso dalle truppe di Ratko Mladić.

Vent’anni fa Alexander Langer, il più lungimirante tra i nostri politici, ci ha lasciato “più disperato che mai”. Ma i suoi pensieri e il suo esempio credo abbiano ancora molto da insegnare a chi non voglia accettare che il mondo viva sotto il ricatto dell’etnocentrismo, che Alex definì “l’egomania collettiva più diffusa oggi”.

Per saperne di più

Fondazione Alexander Langer (sono presenti numerosi scritti, suddivisi per argomento)

Ricordo di Alexander Langer a 20 anni dalla morte, Camera dei Deputati

Radio Radicale – integrale

Video presentazione

Siamo di tutti i colori

Celio Azzurro, l’asilo interculturale di Roma, compie 25 anni. Ma il futuro è a rischio

Nato nel 1990, la sua missione è quella di accogliere prima di tutto i nuclei familiari meno abbienti. Nel centro sono passati più di 1000 bambini da più di 80 paesi. Il fondatore Guidotti: “Abbiamo messo a punto un metodo, vorremmo mettere a disposizione la nostra esperienza di ricerca educativa”.

di Cinzia Gubbini – Repubblica.it, 28 giugno 2015

Celio Azzurro compie 25 anni. E forse la migliore dimostrazione del successo di questa straordinaria esperienza educativa, che sorge nella “selva” del Monte Celio a Roma, è la maestra Fayo. È uno dei dieci educatori che ogni mattina fanno scuola a 60 bambini tra i 3 e i 6 anni. Ma anche Fayo è stata una delle bambine di Celio Azzurro, anzi: una delle prime iscritte. Erano in cinque quando tutto cominciò.

Giugno 1990. Per un gruppo di maestri, giovani e idealisti, arriva l’ok della Provincia di Roma: possono aprire un centro interculturale in una piccola struttura di legno, quasi una baita, che rischia di marcire sotto una fitta vegetazione. Collaborano con la Caritas Diocesana di Don Luigi Di Liegro. In quegli anni l’immigrazione non è ancora un’emergenza in Italia. Ma alla Caritas sanno che la società sta cambiando, vogliono fare qualcosa per i bambini. Proprio nel ’90 nella Capitale arriva un flusso di profughi somali e eritrei. L’amministrazione li piazza in alcuni hotel in periferia. I maestri di Celio Azzurro vanno a bussare alle porte di quelle famiglie spaventate e disorientate, cercano di far capire loro che possono fidarsi e che per i figli andare all’asilo, anche se non è obbligatorio, è importante. La pagano subito cara: nel gennaio del 1991 il centro viene dato alle fiamme. Rinasce solo grazie a una campagna di stampa.

Oggi, a due passi dal Colosseo, il Monte Celio è un ambiente molto “in”. Celio Azzurro però resta una “struttura resistente”, fedele alla missione di accogliere prima di tutto i nuclei familiari meno abbienti. Per loro la scuola è gratuita. Gli altri pagano una retta, inferiore a quella della maggior parte degli asili privati. In 25 anni qui sono passati circa 1000 bambini da più di 80 paesi, miscelando sapientemente famiglie fragili con quelle socialmente più agiate. Ogni anno Celio Azzuro deve dire di no a decine di famiglie che vengono a sostenere il colloquio sperando di far crescere il pargolo nel famoso giardino dell’asilo, in mezzo a bambini di ogni paese del mondo, dargli la possibilità di frequentare una scuola che non si vergogna di avere un progetto educativo forte e orientato alla diversità culturale.

L’esclusione delle famiglie che si candidano per entrare al Celio è il primo cruccio – ma non il solo – di Massimo Guidotti, l’unico superstite del gruppo originario dei fondatori, oggi direttore educativo del centro. Guidotti assomiglia un po’ alla sua creatura: struttura massiccia, modi semplici e spicci che nascondono una profonda e continua riflessione sul ruolo del maestro, sulla sorte della scuola oggi e su quel che resterà in futuro di un’esperienza come il Celio, arrivata a un quarto di secolo.

La previsione è amara: “Credo che Celio Azzurro morirà con noi”, dice Guidotti. Il pessimismo è dovuto ovviamente alla precarietà del finanziamento comunale con cui ogni anno deve lottare la cooperativa. Ma non solo: a “uccidere” il Celio è anche l’indifferenza. Il più bel regalo di compleanno per il centro interculturale sarebbe diventare oggetto di studio di qualche istituto di ricerca. Finora non è mai accaduto, benché il centro sia sbarcato addirittura nelle sale cinematografiche grazie al documentario “Sotto il Celio Azzurro”, di Edoardo Winspeare.  “Per carità, ci invitano ai convegni – racconta Guidotti – Ma vorremmo mettere a disposizione la nostra esperienza di ricerca educativa. Pensiamo ce ne sia un gran bisogno. Ormai possiamo dire senza presunzione di aver messo a punto un metodo. Non tutto è esportabile nella scuola pubblica, che è quella che ci sta a cuore. Ma molte cose sì”.

Quali sono allora i capisaldi del “metodo Celio”? Pochi, semplici, ma in effetti “alieni”. Prima di tutto gli orari: flessibili. “Ovviamente non vuol dire che ognuno viene e va quando vuole. Ma se un genitore si vuole fermare a prendere un caffè o a chiacchierare, vedere cosa fa il figlio, ci fa piacere. Nessuno resta fuori dalla porta, non abbiamo nulla da nascondere”, spiega Guidotti . D’altronde il secondo punto è proprio la presa in carico delle famiglie, e non solo del bambino: “La scuola non può riflettere se sia il caso di farlo o no, lo deve fare e basta. La famiglia va orientata, ascoltata, lo spazio della scuola o viene inteso come comunità oppure si creano i fenomeni di contrapposizione in cui l’insegnante perde completamente autorevolezza”.

Terzo punto: il rispetto dei tempi dei bambini: “Celio Azzurro è una scuola che va piano – dice Guidotti – qui innanzitutto si gioca. Non si sta seduti. Non si colora rispettando le cornici perché sennò c’è un problema cognitivo. Il bambino ha bisogno di correre e di saltare, ha bisogno di colorare come gli va, ha bisogno innanzitutto di relazionarsi con gli altri. Siamo sicuri – chiede il direttore del Celio – che a sei anni, in prima elementare, per un bambino sia naturale stare otto ore seduto? È un’esigenza degli insegnanti e dei genitori, o del bambino? Figuriamoci prima”. Quarto punto: la presenza di figure maschili. Per il Celio Azzurro l’educatore maschio insieme alle educatrici femmine è irrinunciabile: “Il problema è che sono sempre di meno – dice Guidotti – ormai l’insegnamento, soprattutto nell’infanzia e alle elementari, è esclusivamente femminile. E questo è un grosso guaio, perché la scuola dovrebbe rispecchiare la realtà della società. I bambini quando sono a scuola dovrebbero essere nel mondo. E nel mondo ci sono maschi e femmine”.

Ovviamente, nel mondo ci sono anche culture e lingue diverse. Ed ecco l’ultimo e più importante caposaldo del “metodo Celio”, cioè l’interculturalità: “Questa scuola è nata come profilassi a un problema sociale che secondo noi si sarebbe creato presto, e mi sembra che la storia ci abbia dato ragione. Ma anche qui: come si fa interculturalità? Vogliamo conoscere l’altro attraverso la cucina del suo paese o vogliamo conoscerlo come persona? Per noi l’interculturalità non è una materia disciplinare, ma è incontro reale – dice Guidotti – e non ci interessa partire dalle differenze, ma dalle somiglianze”.

Per ora, non è andata a buon fine neanche la richiesta di aprire una succursale di Celio Azzurro, vista la quantità di richieste. Soldi per il sociale non ce ne sono. “È sempre così: né soldi, né tempo per parlare delle problematiche di fondo”, è l’opinione di Guidotti. Che dice di sentirsi qualche volta come il Galileo di Brecht, che pensava di mettere a tacere le obiezioni degli aristotelici semplicemente invitandoli a guardare nel cannocchiale. Ma, come è noto, rifiutarono.

QUI il sito di Celio Azzurro