investimenti

L’occasione persa del giovane fossile

segnalato da Barbara G.

I proclami del presidente del Consiglio sul rilancio delle energie pulite passati ai raggi X in questo contributo di Francesco Ferrante, ecologista e fondatore di Green Italia

di Francesco Ferrante – lastampa.it, 28/06/2016

Un’occasione persa. Sembra la sintesi più efficace per commentare la conferenza stampa con cui Renzi qualche giorno fa a Palazzo Chigi si è presentato per “rilanciare” le rinnovabili. Un’occasione persa sia per la riconquista del consenso all’indomani di un brutto risultato alle elezioni amministrative – che era uno dei motivi dichiarati dallo stesso premier nell’annuncio dell’”evento” – sia, per noi tutti cosa assai più rilevante, per tracciare un’idea, una linea di politica industriale, magari fondata su una strategia energetica, ad oggi del tutto assente.

In quella sede è stato detto che si stanziavano 9 miliardi in 20 anni per le rinnovabili e si sono presentati i progetti di investimento di tre aziende Eni, Enel e Terna. Ma se si va oltre le slides, ciò che resta è poco e non ha nulla a che vedere con il supposto “rilancio”.

Le risorse vere (che vengono dalle bollette elettriche) sono in realtà solo 430 milioni che saranno rapidamente esaurite nei prossimi sei mesi non appena si potranno fare le aste previste dal decreto la cui firma è stata annunciata dal Ministro Calenda e che nei fatti arriva dopo quasi due anni di ritardo. Un decreto dove ci sono molte assurdità e mentre si prevedono tagli anche rilevanti agli incentivi per le vere rinnovabili, si mantengono in vita quelli inutili e anacronistici per gli inceneritori, si regalano soldi per la conversione degli zuccherifici, si rinuncia ancora una volta a semplificare le procedure burocratiche. Peraltro, considerando i tempi di realizzazione degli impianti, nemmeno 1 MW di nuove rinnovabili verrà realizzato attraverso la aggiudicazione di queste aste per tutto il 2017.

E così anche per l’anno prossimo si confermerà il passo indietro della percentuale di produzione da energie rinnovabili cui abbiamo assistito dal 2015. Perché il fatto è che quando Renzi dice che siamo all’avanguardia in questo settore in Europa dice la verità, ma si scorda di dire che campiamo di rendita sul passato, e che purtroppo il trend positivo che ci aveva consentito di raggiungere il 40% di energia elettrica prodotta con fonti rinnovabili, di cui quasi l’8% con il fotovoltaico (un record mondiale di cui si dovrebbe essere orgogliosi ai tempi della Conferenza di Parigi sui cambiamenti climatici), si è invertito.

Sì: in questo campo si è davvero “cambiato verso” ma nella direzione opposta a quella che si sarebbe dovuto percorrere. Qui purtroppo infatti le idee, i comportamenti, le scelte politiche del Presidente del Consiglio sembrano una efficace metafora di una smarrita capacità di innovazione e visione del futuro.

Renzi si presentò sulla scena politica italiana da “rottamatore” e nel suo discorso pubblico, nonché nei suoi programmi con cui vinceva elezioni fiorentine e primarie democratiche, erano centrali argomenti quali Green Economy, rinnovabili, consumo del suolo. Insomma sembrava efficacemente rappresentare, insieme al superamento di una vecchia classe dirigente “fossile”, la necessità che si dovesse marciare anche verso una modernità fossil free che, sul modello delle esperienze internazionali, più avanzate costruisse una nuova economia, oltre che una “nuova” politica. Invece da quando si è insediato a Palazzo Chigi le scelte concrete sembrano andare in una direzione diametralmente opposta e sostanzialmente conservatrice, più attenta agli interessi dei soliti big players che non di quel diffuso sistema di imprese italiane che ha puntato sull’innovazione tecnologica per fare efficienza, rinnovabili, chimica verde.

Il primo segnale si ebbe con lo “spalmaincentivi” sulle rinnovabili. Un provvedimento inutile (il risparmio sulle bollette è stato come avevamo previsto inavvertibile e inavvertito) e scellerato in quanto come ogni intervento retroattivo ha scoraggiato investimenti come persino la non certo rivoluzionaria Assoelettrica ha certificato. Ma poi le cose, dal punto di vista del segnale politico, sono persino peggiorate con il decreto “sblocca Italia”, nel quale la sacrosanta idea di semplificare e sburocratizzare veniva declinata in favore di ricerca ed estrazione di oil&gas, realizzazione di inceneritori e di qualche infrastruttura (prevalentemente stradale).

Come se fossero quelle – simbolo e materialità – della old Economy le opere da sbloccare. E l’economia circolare? I processi autorizzativi lunghissimi che fanno lievitare i costi per le energie rinnovabili? La mobilità sostenibile?

Nel frattempo, è vero, in Parlamento con un paio di anni di ritardo arrivava all’approvazione del “collegato ambientale” in cui c’erano un po’ di norme che dovrebbero favorire quel tipo di economia (e ora siamo in atteso dei soliti relativi decreti attuativi), ma nel sostanziale disinteresse di Renzi che mai ne ha fatto oggetto del suo discorso pubblico, se non in un ormai famoso tweet del 2 gennaio 2015 dove annunciava il Green Act. Ancora aspettiamo. E nel DEF adesso lo si prevede (forse) per il 2017.

Un disinteresse che ha portato Renzi a un clamoroso errore di posizionamento in occasione del referendum notriv. Dopo aver capito che le norme che liberalizzavano ricerca ed estrazione di petrolio e gas erano insostenibili politicamente e averci quindi rinunciato, invece di capire che marciare in quella direzione avrebbe comportato un’inevitabile perdita di consenso, da Palazzo Chigi non sono riusciti a evitare una consultazione su un quesito marginale e hanno preferito cullarsi in una facile vittoria (di Pirro) cavalcando l’astensionismo, piuttosto che comprendere che così si sarebbero allontanati ulteriormente da quelle fasce di elettorato più giovani anagraficamente, più moderne e dinamiche. Quelle stesse che in queste ore tutti osannano perché le più sagge nel Regno Unito e che infatti nel nostrano referendum mostrarono più propensione alla partecipazione.

Renzi sembra cogliere il segnale all’indomani della sconfitta alle amministrative quando scrive che tra le cose su cui si deve caratterizzare la nuova azione del PD ci devono essere proprio le energie rinnovabili. Ma invece fa questa conferenza stampa in cui parte da una battuta “si siamo al servizio di una lobby, quella delle rinnovabili”, per presentare un po’ di greenwashing dell’Eni che ha in programma di mettere pannelli fotovoltaici in 400 ettari di suoi terreni bonificati o da bonificare. Per carità, un segno dei tempi positivo che persino il nostro campione fossile debba iniziare a fare un po’ di rinnovabili. E poi i programmi di investimento (all’estero) di Enel su rinnovabili e la digitalizzazione dei contatori che si sarebbe comunque fatta in ogni caso. Per arrivare poi a presentare gli investimenti di Terna per la modernizzazione della rete.

Interlocuzione con chi fa (o vorrebbe fare) concretamente le rinnovabili e efficienza nel nostro Paese per capire cosa servirebbe davvero? Nessuna. Contatti con il Coordinamento Free (che riunisce tutte le associazioni di impresa di quei settori) che proprio in quelle ore organizzava sua assemblea annuale per ascoltare le proposte per il futuro che ci permetterebbero di raggiungere obiettivi ambiziosi? Zero. E così si torna a quando – sin dai tempi della Prima Repubblica e quasi senza soluzione di continuità – le scelte energetiche del nostro Paese erano affidate a Enel ed ENI.

Certo per fortuna almeno l’Enel è cambiata reagendo a ciò che succede nel resto del mondo e oggi è una delle più grandi utilities globali impegnate sull’innovazione. Ma che senso ha affidare agli interessi parziali di due imprese private scelte collettive? Sarebbe mai possibile nel resto del mondo? Merkel presenta la Energiewende insieme alle utilities tedesche? O piuttosto un Governo dovrebbe capire quali sono le prospettive future più promettenti, prendere sul serio ciò che viene detto nelle conferenze internazionali, comprendere che ormai i “fossili sono dalla parte sbagliata della storia”, studiare il sistema imprenditoriale italiano che anche in questo caso è fatto di piccole e medie imprese innovative (spesso costrette a lavorare all’estero), e cambiare una strategia e energetica vecchia per scegliere la modernità? Qui sta l’occasione persa. Il mondo va avanti. Noi rischiamo di restare indietro.

Italia bocciata in Rinnovabili

segnalato da Barbara G.

Per l’Onu «l’incertezza politica ha offuscato molti mercati, compreso quello italiano»

Rinnovabili, l’Unep boccia l’Italia: 1 miliardo di dollari in investimenti, diminuiti di 30 volte

Dal 2014 al 2015 calo del 21%: i tagli retroattivi del governo Renzi agli incentivi «hanno contribuito»

di Luca Aterini – greenreport, 25/03/2016

Immagine1Nell’ultimo anno gli investimenti in energie rinnovabili nel mondo hanno tagliato un traguardo mai raggiunto prima, raggiungendo il record di 285,9 miliardi di dollari: finora, la vetta massima era stata raggiunta nel 2011, con 278.5 miliardi di dollari. Nella decima edizione del rapporto Unep (il Programma dell’Onu per l’ambiente) Global trends in renewable energy investment prodotto in collaborazione con la Frankfurt School e Bloomberg new energy finance ci sono molti dati che fanno ben sperare per un presente e futuro rinnovabile, ma si prende atto che il progresso non è stato certo omogeneo. C’è anzi chi ha indietreggiato parecchio, e tra i paesi che secondo l’Unep camminano a passo di gambero spicca l’Italia.

Come osservano da tempo anche le associazioni ambientaliste (data ieri l’ultimo rapporto di Greenpeace, mentre di fianco proponiamo il grafico elaborato da Legambiente), mentre nel mondo gli investimenti diretti allo sviluppo delle energie rinnovabili non fanno che salire, entro i nostri confini sono ormai in picchiata. Adesso arriva anche l’ufficialità da parte delle Nazioni unite: nel 2015 «l’Italia ha visto gli investimenti in energie rinnovabili scendere sotto 1 miliardo di dollari, in calo del 21% rispetto al 2014 e molto al di sotto del picco di 31,7 miliardi di dollari raggiunto durante il boom fotovoltaico del 2011». E la colpa di tale declino non va ricercata solo nella crisi economica, peraltro presente anche nel 2011. I tagli retroattivi del governo Renzi agli incentivi, osserva l’Unep, «hanno contribuito a smorzare l’interesse degli investitori in Italia lo scorso anno». Il Programma Onu per l’ambiente si riferisce qui evidentemente al cosiddetto “Spalma incentivi”, divenuto legge nel 2014 all’interno del decreto Competitività. Si tratta di uno dei primi provvedimenti voluti dall’attuale esecutivo a guida del premier Renzi, nonostante la pressoché unanime contrarietà da parte del mondo industriale e ambientalista, fino ad osservatori internazionali come il Wall street journal.

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Nuovi investimenti in energie rinnovabili, per Stato

Ma i problemi per le rinnovabili italiane non sono circoscritti ad un singolo provvedimento, quanto legati alla «incertezza politica» che «ha offuscato molti mercati, compreso quello italiano». Non consola sapere che l’Unep ci lega ad una folta compagnia, dalla Spagna alla Polonia alla Germania.

Dal 2004 a oggi, l’Unep stima che gli investimenti in energie rinnovabili abbiano toccato quota 12 trilioni di dollari. Fino a tempi recenti, i leader indiscussi in questa scalata erano nel mondo occidentale, con l’Europa in testa e l’Italia e la Germania in particolare (si guardi ad esempio alla crescita del fotovoltaico) come punte di diamante. Tali investimenti – finanziati tramite incentivi pubblici, dunque con risorse della collettività – hanno contribuito grandemente a far crollare il costo delle tecnologie rinnovabili, in un’azione meritoria di cui però oggi si avvantaggiano altri paesi. In Europa dal 2011 a oggi gli stanziamenti sono crollati del 60%, mentre nel 2015 per la prima volta nella storia la quota maggiore degli investimenti in rinnovabili è arrivata dai paesi in via di sviluppo, Cina e India in testa.

Anche altri paesi occidentali, come gli Usa con +19% negli investimenti nel 2015, continuano la loro corsa pur essendo partiti in sordina, mentre l’Europa e l’Italia in particolare rimangono ingessate.

Il rischio non è solo quello di non contribuire a sufficienza nella lotta ai cambiamenti climatici – senza le rinnovabili l’anno scorso sarebbero state emesse nel mondo 1.5 gigatonnellate di CO2 in più –, ma di scendere da un treno economico ormai avviato (proprio grazie ai nostri sforzi).

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Investimenti in energie rinnovabili, per Regione

Le energie rinnovabili rappresentano ancora oggi una minoranza della capacità totale installata nel mondo (circa il 16,2%) e una frazione dell’energia elettrica prodotta (10,3%), ma entrambi gli indicatori non cessano di crescere, e lo fanno sempre più velocemente. L’anno scorso il 54% di tutti i gigawatt installati nel mondo facevano capo alle rinnovabili, più di carbone e gas.

Nonostante ciò, la crescita delle energie pulite rimane minacciata su più fronti. Le centrali a carbone e gli altri impianti tradizionali, ad esempio – spiega il presidente della Frankfurt school of finance & management, Udo Steffens – hanno «una vita molto lunga. Senza ulteriori interventi di policy, le emissioni climalteranti continueranno ad aumentare per almeno dieci anni». Simili effetti sono dovuti al recente crollo dei prezzi di carbone, petrolio e gas, un fenomeno che interessa tutte le commodity e che impatta pesantemente anche sul riciclo e l’economia circolare. Anche qui la risposta deve essere politica, mettendo in campo strumenti come una riforma fiscale ecologica (intervenendo su emissioni e risorse), che potrebbe tra l’altro portare 30 miliardi di euro di gettito all’Italia. «Nonostante gli ambiziosi segnali arrivati dalla Cop21 di Parigi e la crescente, nuova capacità installata da fonti rinnovabili – conclude Steffens – rimane ancora molta strada da fare». L’Italia del governo Renzi continua però a marciare nella direzione sbagliata.

Nell’ultimo anno gli investimenti in energie rinnovabili nel mondo hanno tagliato un traguardo mai raggiunto prima, raggiungendo il record di 285,9 miliardi di dollari: finora, la vetta massima era stata raggiunta nel 2011, con 278.5 miliardi di dollari. Nella decima edizione del rapporto Unep (il Programma dell’Onu per l’ambiente) Global trends in renewable energy investment prodotto in collaborazione con la Frankfurt School e Bloomberg new energy finance ci sono molti dati che fanno ben sperare per un presente e futuro rinnovabile, ma si prende atto che il progresso non è stato certo omogeneo. C’è anzi chi ha indietreggiato parecchio, e tra i paesi che secondo l’Unep camminano a passo di gambero spicca l’Italia.

Come osservano da tempo anche le associazioni ambientaliste (data ieri l’ultimo rapporto di Greenpeace, mentre di fianco proponiamo il grafico elaborato da Legambiente), mentre nel mondo gli investimenti diretti allo sviluppo delle energie rinnovabili non fanno che salire, entro i nostri confini sono ormai in picchiata. Adesso arriva anche l’ufficialità da parte delle Nazioni unite: nel 2015 «l’Italia ha visto gli investimenti in energie rinnovabili scendere sotto 1 miliardo di dollari, in calo del 21% rispetto al 2014 e molto al di sotto del picco di 31,7 miliardi di dollari raggiunto durante il boom fotovoltaico del 2011». E la colpa di tale declino non va ricercata solo nella crisi economica, peraltro presente anche nel 2011. I tagli retroattivi del governo Renzi agli incentivi, osserva l’Unep, «hanno contribuito a smorzare l’interesse degli investitori in Italia lo scorso anno». Il Programma Onu per l’ambiente si riferisce qui evidentemente al cosiddetto “Spalma incentivi”, divenuto legge nel 2014 all’interno del decreto Competitività. Si tratta di uno dei primi provvedimenti voluti dall’attuale esecutivo a guida del premier Renzi, nonostante la pressoché unanime contrarietà da parte del mondo industriale e ambientalista, fino ad osservatori internazionali come il Wall street journal.

Ma i problemi per le rinnovabili italiane non sono circoscritti ad un singolo provvedimento, quanto legati alla «incertezza politica» che «ha offuscato molti mercati, compreso quello italiano». Non consola sapere che l’Unep ci lega ad una folta compagnia, dalla Spagna alla Polonia alla Germania.

Dal 2004 a oggi, l’Unep stima che gli investimenti in energie rinnovabili abbiano toccato quota 12 trilioni di dollari. Fino a tempi recenti, i leader indiscussi in questa scalata erano nel mondo occidentale, con l’Europa in testa e l’Italia e la Germania in particolare (si guardi ad esempio alla crescita del fotovoltaico) come punte di diamante. Tali investimenti – finanziati tramite incentivi pubblici, dunque con risorse della collettività – hanno contribuito grandemente a far crollare il costo delle tecnologie rinnovabili, in un’azione meritoria di cui però oggi si avvantaggiano altri paesi. In Europa dal 2011 a oggi gli stanziamenti sono crollati del 60%, mentre nel 2015 per la prima volta nella storia la quota maggiore degli investimenti in rinnovabili è arrivata dai paesi in via di sviluppo, Cina e India in testa.

Anche altri paesi occidentali, come gli Usa con +19% negli investimenti nel 2015, continuano la loro corsa pur essendo partiti in sordina, mentre l’Europa e l’Italia in particolare rimangono ingessate.

Il rischio non è solo quello di non contribuire a sufficienza nella lotta ai cambiamenti climatici – senza le rinnovabili l’anno scorso sarebbero state emesse nel mondo 1.5 gigatonnellate di CO2 in più –, ma di scendere da un treno economico ormai avviato (proprio grazie ai nostri sforzi).

Le energie rinnovabili rappresentano ancora oggi una minoranza della capacità totale installata nel mondo (circa il 16,2%) e una frazione dell’energia elettrica prodotta (10,3%), ma entrambi gli indicatori non cessano di crescere, e lo fanno sempre più velocemente. L’anno scorso il 54% di tutti i gigawatt installati nel mondo facevano capo alle rinnovabili, più di carbone e gas.

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Nonostante ciò, la crescita delle energie pulite rimane minacciata su più fronti. Le centrali a carbone e gli altri impianti tradizionali, ad esempio – spiega il presidente della Frankfurt school of finance & management, Udo Steffens – hanno «una vita molto lunga. Senza ulteriori interventi di policy, le emissioni climalteranti continueranno ad aumentare per almeno dieci anni». Simili effetti sono dovuti al recente crollo dei prezzi di carbone, petrolio e gas, un fenomeno che interessa tutte le commodity e che impatta pesantemente anche sul riciclo e l’economia circolare. Anche qui la risposta deve essere politica, mettendo in campo strumenti come una riforma fiscale ecologica (intervenendo su emissioni e risorse), che potrebbe tra l’altro portare 30 miliardi di euro di gettito all’Italia. «Nonostante gli ambiziosi segnali arrivati dalla Cop21 di Parigi e la crescente, nuova capacità installata da fonti rinnovabili – conclude Steffens – rimane ancora molta strada da fare». L’Italia del governo Renzi continua però a marciare nella direzione sbagliata.

Giovani operai indiani sfidano la Suzuki

segnalato da Antonella

Le Monde diplomatique (Il Manifesto), gennaio 2015 – di Naiké Desquesnes

Per attirare gli investitori in India, il primo ministro Narendra Modi propone di aumentare la flessibilità lavorativa. Come dimostra l’importante sciopero del 2011-2012 alla Maruti-Suzuki, i giochi non sono del tutto fatti. Solidarietà tra precari e dipendenti, rinnovamento sindacale: i giovani lavoratori resistono e sconvolgono il repertorio tradizionale della lotta in fabbrica.

Sesto produttore mondiale con due milioni di autoveicoli costruiti nel 2013, l’India spera di salire al quarto posto entro il 2016. La riforma del lavoro presentata a ottobre 2014 dal nuovo ministro Narendra Modi dovrebbe favorire un ritorno alla crescita pari a quella che il settore ha conosciuto negli anni 2000 (nell’ordine dell’8% l’anno in media). Essa impone la diminuzione degli ispettorati del lavoro, la “semplificazione” di alcune leggi, l’allungamento della durata dell’apprendistato, spingendo al ricorso sistematico a una mano d’opera non stabile e pagata meno. Queste misure sono in parte destinate ad attirare gli investitori stranieri, mentre la campagna del governo “Made in India” è al suo culmine. Esse rischiano di aggravare la precarizzazione che coinvolge l’industria da parecchi anni e che ha fatto emergere negli operai giovani pratiche e aspirazioni nuove. Il conflitto che ha scosso il costruttore Maruti-Suzuki nel 2011 e 2012, dove la mobilitazione persiste malgrado la durezza della repressione, funge sempre da modello.

La zona industriale di Manesar, sorta all’inizio del millennio, si estende ai bordi dell’autostrada che collega New Delhi a Jaipur, che si percorre in una nebbia di polvere e inquinamento, con i taxi collettivi (autorickshaws) che faticano a farsi strada tra i giganteschi camion. Tra un McDonald’s e una campo incolto dall’erba ingiallita, grandi cartelli pubblicitari annunciano la prossima nascita di un lotto di appartamenti – “lusso, calma e serenità”. Una volta superata la nuova città di Gurgaon, polmone economico di New Delhi dove si costeggiano centri commerciali, call center, abitazioni private, fabbriche tessili e agglomerati operai, un cartello avvisa: “Benvenuti nella zona industriale modello”. È in questa città rettilinea e senza alberi di Manesar che si trovano le nuove unità produttive della Maruti-Suzuki.

Nata sulle macerie dell’impresa di stato Maruti Motors Limited, creazione del figlio del primo ministro Indira Gandhi, la società nel 1981 prende la forma di una join-venture con la giapponese Suzuki  Motors, società straniera pioniera sul suolo indiano. Da questo parternariato pubblico-privato nasce la prima fabbrica a Gurgaon, dove si assembla la famosa Maruti 800, piccola utilitaria dalle forme angolose. In una situazione di quasi monopolio, l’impresa avvia allora la “rivoluzione delle quattro ruote”: commercializza dei motori a buon mercato accessibili alle classi medie-basse. Ben presto le principali arterie urbane si riempono di Maruti, simbolo dell’India moderna. Nel corso degli anni Novanta, decennio della liberalizzazione dell’economia, lo Stato si disimpegna progressivamente fino alla privatizzazione completa nel 2007 in favore di Suzuki, che detiene il 54.2% del capitale. Quell’anno a Manesar sono costruite delle linee di produzione supplementari progettate per diventare la fabbrica d’eccellenza del gruppo.

Dagli anni ’80 e per la prima volta nel mondo industriale indiano, il management di Maruti-Suzuki inculca la “cultura del lavoro” attraverso la puntualità, le scadenze rispettate, lo spirito di performance. La direzione applica il “toyotismo”, ricette di gestione del personale elaborate dal gigante giapponese Toyota. Macchine timbra cartellini sono installate ai portoni di entrata, “anche per i direttori”, precisa R. C. Barghava, presidente del gruppo Maruti e autore di un libro sulla sua storia. Gli operai arrivano quindici minuti prima per una serie di esercizi fisici obbligatori. Secondo il famoso principio del kaizen (messo a punto in Giappone), riunioni di emulazione collettiva, i “cerchi di qualità” ora diffusi complessivamente nel mondo dell’automobile intimano agli impiegati di proporre ciò che potrebbe migliorare la produttività giornaliera. Coloro che partecipano guadagnano in più il privilegio di pranzare con il capo. Un solo sindacato è tollerato nell’azienda: il Maruti Udyog Kamgar Union (Muku), un sostituto della direzione impiantato nel sito storico di Gurgaon. La fabbrica di Manesar non dispone di alcun delegato.

Aperte nel 2007, le nuove unità sono edificate “sul modello della fabbrica di Kosai, in Giappone, per introdurvi un alto livello di automazione e le migliori pratiche Maruto-Suzuki” s’inorgoglisce Barghava. Venuti dai villaggi vicini – molti precari tornano per la mietitura -, i circa quattromila operai lavorano sei giorni su sette, otto ore e mezza al giorno, senza contare il lungo tragitto in autobus e il quarto d’ora d’anticipo obbligatorio. Come lo raccontano Sateesh Kumar e Kushi Ram, rimossi nell’agosto 2012, “per i figli di contadini era prestigioso entrare in Maruti, ma la disillusione è stata veloce. Sulla catena di montaggio la pressione è permanente. Abbiamo quaranta secondi per ogni automobile per effettuare le nostre verifiche. Ci prendono per dei robot! Quando il collega non arriva a dare il cambio, dobbiamo continuare, e non siamo pagati per gli straordinari”.

I DIPENDENTI RIFIUTANO L’ADESIONE AL SINDACATO INTERNO

Gli operai sanno ugualmente che i loro stipendi non raggiungono, e di gran lunga, quelli della fabbrica madre di Gurgaon, dove i lavoratori strutturati (in minoranza) guadagnano circa 30.000 rupie al mese (350 euro), una somma che talvolta vale loro il soprannome di “aristocratici della classe operaia”. A Manesar la quota fissa dei salari prima del 2012 era soltanto di 5.000 rupie (58 euro), con una retribuzione totale che raggiungeva in media 8.000 rupie (85 euro) per un interinale, e 17.000 rupie (200 euro) per un lavoratore fisso.

Qualche minuto di ritardo, e la direzione preleva la metà dello stipendio giornaliero. Un’urgenza familiare senza aver avvertito con anticipo, e quasi tutta la quota variabile scompare. “Gli errori sono registrati nelle lettere di richiamo. Se tu ne hai due o tre, allora non puoi diventare un lavoratore dal posto fisso”, riferisce Bouddhi Prakash, operaio presso Suzuki Powertrain, che produce motori diesel e trasmissioni. L’intensificazione e la differenza di status tra dipendenti fissi e interinali sono al centro del conflitto che scoppia nel 2011. Nel mese di giugno, quando Maruti-Suzuki annuncia il passaggio di ruolo per la metà soltanto dell’organico di Manesar, gli operai presentano all’amministrazione locale una domanda di iscrizione a un sindacato indipendente. Fin dal giorno dopo, la direzione spinge i dipendenti a firmare una dichiarazione che attesti la loro adesione al sindacato interno. Solo il 10% si piega all’intimazione, altri cominciano un sit-in. È l’inizio del movimento.

“Quando siamo arrivati, uscivamo tutti dagli stessi istituti tecnici. Assieme eravamo apprendisti in fabbrica, si sono creati forti legami di amicizia. Di colpo alcuni si sono trovati ad essere di ruolo, altri sono rimasti precari, per lo stesso lavoro e per metà retribuzione”, testimoniano Kumar e Ram. Oltre alle differenze di stipendio, gli interinali non hanno accesso agli autobus aziendali e al premio di Diwali (festa delle luci, equivalente al Natale). Provenienti da famiglie contadine povere, questi giovani tra i 20 e i 25 anni provano un misto di invidia e rivolta nei confronti del modo di vivere dei centri urbani e commerciali di Gurgaon ai quali non possono accedere. Ranjana Padhi, membro dell’organizzazione non governativa People’s Union for Democratic Right (Pudr), analizza la mobilitazione come “il frutto di una forte consapevolezza di ciò che lo sfruttamento vuol dire, in un contesto dove la precarietà è la norma, mentre l’80% della mano d’opera era regolarmente assunta negli anni ’80. È ciò che ha fatto nascere questa solidarietà inedita tra lavoratori fissi e precari”. Un’unità favorita dall’occupazione della fabbrica, un metodo d’azione poco diffuso a Manesar, dove ci si raggruppa di solito davanti ai cancelli del sito senza entrarvi.

Dopo molte sospensioni e scioperi bianchi, la direzione decide la chiusura (lock-out) per trenta giorni per sciopero illegale con l’obbligo di firmare un impegno di “buona condotta”, per poter tornare al lavoro. Sebbene i sindacati siano legali dal 1927, il diritto di sciopero non esiste in India, che non ha ratificato la convenzione dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Oil) sulla contrattazione collettiva. Dopo nove mesi di lotte, nel marzo 2012, gli operai ottengono il riconoscimento del loro sindacato, il Maruti Suzuki Workers Union (Mswu). Non si era visto un tale braccio di ferro dal movimento contro la precarizzazione del 2005 presso il produttore delle due ruote Honda Hero.

Tuttavia, poiché la direzione disdegna sempre le rivendicazioni, la tensione si accresce il 18 luglio 2012 quando un caporeparto insulta un operaio facendo riferimento alla sua appartenenza alla casta degli intoccabili e lo licenzia. Il conflitto degenera. Avnish Kumar Dev, direttore generale delle risorse umane, trova la morte nell’incendio di uno degli edifici. Sono arrestati 148 operai, tra i quali i dodici rappresentanti del nuovo sindacato. Il mese successivo, la direzione licenzia senza preavviso più della metà del personale organico. “I lavoratori indiani non sono degli assassini, commenta l’esperto dei movimenti operai Djallal Heuzé. Si ricorre alla violenza quando non ci si può più esprimere altrimenti, quando il sentimento di ingiustizia è così forte che tutto esplode”.

A seguito della carcerazione dei dodici rappresentanti sindacali, è stato costituito un comitato provvisorio per sostenerli e proseguire il lavoro di sindacalismo autonomo. La direzione di Maruti Suzuki ha fatto concessioni. Ha risposto a molte rivendicazioni, predisponendo degli autobus per gli interinali, aumentando i loro salari del 25% e quelli dei lavoratori fissi del 75%: in particolare ha annunciato il progressivo abbandono del lavoro interinale, sostituito dal ricorso a lavoratori occasionali assunti direttamente dall’impresa. Questi operai sono pagati un po’ meglio degli interinali, con 12.000 rupie (140 euro) al mese, ma sono rimossi ogni sei mesi e sostituiti da altri. Essi vengono da regioni più lontane, al fine di evitare i contatti con le persone licenziate e la solidarietà con gli abitanti dei villaggi.

Nella primavera del 2013, la casa madre giapponese ha riorganizzato la direzione indiana e imposto due dei suoi – un amministratore aggiunto e un consigliere alle risorse umane. “In Giappone non ci sono stati scioperi durante gli ultimi cinquantotto anni. L’idea è di importare i metodi delle risorse umane del Giappone in India”, rivela un dirigente nel giornale economico Mint. Per Suzuki la posta in gioco è enorme: la multinazionale punta sull’Asia, e la sua fabbrica indiana è la più redditizia delle sue filiali. Polmone economico della regione, indispensabile ai subappaltatori che impiegano circa trentamila operai nei quartieri popolari e nelle baraccopoli di Gurgaon. Maruti-Suzuki sa esercitare il suo potere presso le autorità locali dello Stato dell’Haryana. Essa ha più volte brandito la minaccia della delocalizzazione, evocando allettanti proposte da altri Stati indiani. Allora il governo regionale ha usato il metodo forte.

UNIONE SACRA TRA GIUSTIZIA, STATO E MULTINAZIONALE

Un migliaio di poliziotti inviati dall’amministrazione locale sono appostati in modo permanente alla fabbrica di Manesar e all’interno dei suoi pullman. Sono state installate nuove video-camere. Fino a oggi, i centoquaranta operai, tutti accusati di omicidio, non hanno ottenuto la libertà provvisoria, un diritto accordato di solito dopo alcune settimane di carcerazione. “L’incidente ha compromesso la reputazione dell’India nel mondo. Gli investitori stranieri temono di investire i loro capitali in India per paura dell’agitazione operaia”, si può leggere nel testo della sentenza dell’Alta Corte del Punjab, dove è stato trasferito il processo.

Nonostante quest’unione sacra tra la giustizia, lo Stato e la multinazionale, la gioventù operaia non abbandona la sua rivendicazione di organi rappresentativi autonomi, indipendenti dalle confederazioni sindacali. Prima confederazione fondata nel 1920, la All India Trade Union Congress (Aituc), legata al Partito comunista indiano, è stata a lungo la più influente sulla zona industriale Gurgaon-Manesar. “È molto istituzionalizzata e lontana dalla gente: i suoi dirigenti sono dei notabili anglicizzati, formati a risolvere i conflitti dinanzi ai tribunali”, spiega Heuzé. Con la liberalizzazione dell’economia e l’arrivo delle imprese straniere, i sindacati confederali si sono ripiegati sulla funzione pubblica e su alcune imprese di Stato. Deboli nel settore privato, essi rappresentano solo i lavoratori dipendenti, tralasciando gli interinali che ormai costituiscono il grosso della mano d’opera. Dopo un tentativo di affiliazione alla All IndiaTrade Union Congress, “gli operai hanno deciso di agire senza il suo avvallo”, spiega Nayan Jyoti, studente sindacalista e membro dell’organizzazione Krantikari Naujawan Sabha. Hanno dato vita a sessioni di autoformazione e a modalità decisionali proprie, per essere rappresentati dai lavoratori della fabbrica piuttosto che da quadri esterni. Una mobilitazione che paga: nell’aprile del 2014, il sindacato indipendente Mswu è stato eletto nelle due fabbriche, Manesar e Gurgaon.

Mestieri green

DALL’AGRONOMO AL BIOARCHITETTO: LA RIVINCITA DEI MESTIERI GREEN CHE FANNO CRESCERE L’ITALIA

Tre milioni di posti di lavoro e il 61% delle nuove assunzioni nelle aziende che hanno investito in prodotti e tecnologie eco-compatibili.

da Repubblica.it (29/10/2014) – di Antonio Cianciullo

Un’azienda su cinque ha scommesso sul green. In questo gruppo di eco investitori tre su dieci hanno portato a casa un’innovazione e il 18,8% ha visto crescere il proprio fatturato nel 2013 facendo salire la cifra dei green jobs italiani a quota 3 milioni. Sono alcuni dei numeri di GreenItaly 2014, il rapporto di Fondazione Symbola e Unioncamere che verrà presentato la prossima settimana. È un affresco che rappresenta un panorama ampio, che va dai settori più tradizionali a quelli hi-tech, dall’agroalimentare all’edilizia, dalla manifattura alla chimica, dall’energia ai rifiuti. In tutto 341.500 aziende dell’industria e dei servizi, con almeno un dipendente, che hanno investito negli ultimi 5 anni o investiranno quest’anno in prodotti e tecnologie green.

Questo raggruppamento di imprese ha un profilo decisamente più competitivo della media. Il 19,6% esporta stabilmente, contro il 9,4% di chi non investe. Sono numeri che danno forza al lavoro. Nel 2014 le aziende italiane dell’industria e dei servizi hanno programmato di assumere 50.700 figure professionali green e 183.300 figure con competenze ambientali. In tutto fanno 234mila assunzioni, il 61% del totale. Del resto questa è la prospettiva europea. Di qui al 2020, secondo la Commissione, si creeranno 20 milioni di posti di lavoro verdi: il 70% di tutte le assunzioni previste dalle aziende nel 2014 e destinate ad attività di ricerca e sviluppo sarà coperto da green jobs (nel 2013 era il 61,2%).

Ma quali sono i mestieri verdi con più futuro? L’elenco è talmente lungo che, prendendolo per intero, risulta disorientante: va dal risk manager al green copywriter, dalla guida naturalistica all’esperto di bonifiche, dall’agronomo che seleziona le specie resistenti al cambiamento climatico al geologo specializzato in dissesto idrogeologico, dal progettista di impianti solari al carpentiere specializzato nella costruzione di tetti super isolati. Ma in realtà in quasi tutti i settori ci sono segmenti, più o meno consistenti, che si riconvertono alla logica della maggiore efficienza e del minor impatto.

Certo in alcuni casi la tendenza è più netta. La chimica è in fase di riconversione verde. L’edilizia è stata segnata da un cambiamento radicale e chiede progettisti, esperti di efficienza energetica, personale specializzato nei materiali ad alta coibentazione e basso impatto ambientale. L’agricoltura vede la continua avanzata del biologico. La gestione dei rifiuti ha bisogno di chimici e manager capaci di gestire il passaggio dalla discarica al riciclo.

“La migliore risposta alla crisi per un’Italia che vuol fare l’Italia è puntare su innovazione, conoscenza, qualità, bellezza e green economy”, propone Ermete Realacci, presidente di Symbola. “Affrontare questa sfida come un dovere, come l’adempimento burocratico a obblighi internazionali significa non aver colto la posta in gioco. È un atteggiamento rassegnato che fa pensare al Gattopardo: in uno dei dialoghi più celebri del libro, il principe di Salina spiega di aver avuto sette figli dalla moglie e di non averne mai visto l’ombelico perché sulla sua impenetrabile camicia da notte campeggiava il motto ‘Non lo fo per piacer mio, ma per dare un figlio a Dio’. Ecco, gli investimenti green sono anche un ‘piacere’ oltre che una cosa utile”.

Capacità di reggere la competizione globale e investimenti green viaggiano in parallelo: l’Italia avanza nei settori in cui innovazione e attenzione all’ambiente non vengono meno. Dall’inizio della crisi il fatturato estero della nostra manifattura è cresciuto percentualmente più di quello tedesco: 16,5% contro 11,6%. “Questi numeri spiegano perché la green economy appaia una scommessa ragionevole anche per le nuove imprese”, aggiunge Ferruccio Dardanello, presidente di Unioncamere. “Nel primo semestre del 2014 si contano quasi 33.500 startup green che hanno investito in prodotti e tecnologie verdi già nei primi mesi di vita o prevedono di farlo nei prossimi 12 mesi: ben il 37,1% del totale di tutte le aziende nate nei primi sei mesi di quest’anno”.