ISDS

L’Impero delle multinazionali

di Claire Provost – 15 febbraio 2016 – (Transnational institute)

 

I governi devono poter cambiare il loro sistema fiscale per assicurarsi che le multinazionali paghino il giusto e per garantire che servizi pubblici essenziali siano ben finanziati. Gli stati devono inoltre avere la possibilità di riconsiderare e ritirare benefici fiscali precedentemente concessi alle multinazionali se questi non sono più coerenti con le priorità nazionali.

Ma le loro possibilità di fare questo, di cambiare le leggi fiscali e perseguire politiche fiscali progressive, è limitata, grazie agli accordi di scambio e investimento. Nelle “corti delle multinazionali” che si stanno rapidamente espandendo, corti formalmente note come sistema di regolazione delle dispute stato-investitori (ISDS nell’acronimo inglese che sta per investor-state dispute settlement), gli investitori stranieri possono portare in giudizio gli stati direttamente ai tribunali internazionali.

Questo sistema è diventato sempre più controverso grazie ai negoziati sul TTIP tra Europa e Stati Uniti. Ma l’uso di ISDS è già racchiuso in migliaia di accordi di libero scambio e investimento che girano in lungo e in largo per il globo.

Poiché il controllo sulle tasse è visto come centrale nella sovranità di un paese, molti stati hanno incluso clausole di protezione in questi trattati per limitare le possibilità delle multinazionali e di altri investitori di portarli in giudizio per queste dispute. Ma un crescente numero di casi stato-investitore hanno nei fatti sfidato le decisioni fiscali del governo – dal ritiro di benefici fiscali precedentemente concessi alle multinazionali all’imposizione di tasse più alte sui profitti del petroliferi e minerari.

L’analisi di dati e documenti su centinaia di casi ISDS aperti finora rivela che gli investitori stranieri hanno già portato in giudizio come minimo 24 paesi dall’India alla Romania su dispute legate alle tasse – inclusi numerosi casi in cui le compagnie hanno usato questo sistema per sfidare, con successo – e abbassare – le tasse pagate.

Come gli accordi commerciali inibiscono la giustizia fiscale

Creato mezzo secolo fa, il sistema ISDS era originariamente disegnato avendo in mente le semplici dispute stato-investitore. Per esempio: uno stato fisicamente espropria la fabbrica di una società, la nazionalizza, e la società usa l’ISDS per garantirsi compensazione economica. Ma negli ultimi 15 anni le multinazionali e le loro squadre di avvocati hanno sempre più allargato i confini di questo sistema, sfidando un’ampia serie di azioni statali – incluse normative sanitarie e ambientali.

Paesi in africa, Asia, Europa, Nord e Sud America sono nel frattempo stati portati in giudizio da investitori stranieri su dispute riguardanti le tasse, con le multinazionali che contestano norme fiscali dall’IVA e dalle tasse sul reddito societario alle tasse sulle importazioni a quelle sugli extraprofitti eccezionali. Il Canada è stato portato in giudizio da una società statunitense che taglia legname su una questione di incentivi per le sue operazioni in Ontario, per esempio. L’Ucraina è stata citata in corte per i suoi piani di aumentare le royalties sul gas che produce.

Nonostante il fatto che gli stati sono sotto processo nei casi ISDS, gli elettori, i cittadini e i contribuenti ordinari hanno pochissimo accesso alle informazioni riguardanti molti di questi casi. La maggior parte delle udienze sono a porte chiuse e i documenti sono raramente resi pubblici. Le analisi dei dati e documenti disponibili dicono che almeno 24 paesi sono stati già citati in giudizio da investitori stranieri in 40 diversi casi in materia fiscale. I numeri reali sono probabilmente anche più alti.

L’inclusione nella nostra lista di casi fiscali non implica necessariamente un giudizio in favore delle misure fiscali dello stato. Gli stati non sono sempre democratici nè agiscono sempre nel pubblico interesse. Ma la minaccia è chiara: un ampio raggio di misure fiscali statali sono state contestate da società giganti attraverso il sistema ISDS. Il potere che questo da alle multinazionali di contestare politiche fiscali progressive dovrebbe preoccupare i cittadini di ogni paese che ha firmato trattati di scambio e investimento.

Ansiosi di attrarre investimenti stranieri, molti paesi in via di sviluppo hanno offerto giganteschi benefici fiscali alle multinazionali. I governi devono poter rivedere e riconsiderare le loro leggi fiscali e ogni incentivo fiscale che possono aver concesso ad investitori stranieri nel passato. I benefici fiscali costano ai paesi in via di sviluppo fino a 138 miliardi di dollari all’anno e ritirarli potrebbe liberare i fondi disperatamente necessari per la sanità e altri servizi pubblici essenziali. Nella sola Sierra Leone, le stime dicono che il paese perde fino a 199 milioni di dollari l’anno per gli incentivi fiscali concessi – tre volte il suo bilancio annuale.

Ma perfino la prospettiva di un caso ISDS può essere un potente deterrente per gli stati che prendono in considerazione di agire contro le multinazionali. Questi processi possono andare avanti per anni e sono estremamente costosi. Perfino se uno stato si difende con successo, spesso finisce con il dover affrontare conti degli avvocati da milioni di dollari. L’unico modo di agire sicuro è non sfidare mai le multinazionali – una prospettiva pericolosa per l’interesse pubblico che potrebbe bloccare una azione necessaria per la giustizia fiscale.

I paesi che hanno firmato trattati di scambio e investimento “devono essere molto cauti nel concepire e applicare le politiche fiscali” avvertiva nel 2006 un rapporto pubblicato dalla Inter-American Development Bank. Affermava che gli stati dovrebbero firmare questi trattai ma che “devono realizzare l’importanza di questa questione e le difficoltà economiche che potrebbero risultare da decisioni arbitrali (le ISDS sono per ora tecnicamente corti arbitrali, n.d.t) contro di loro quando ci sono verdetti secondo cui un ingiusto e non equo trattamento fiscale…viene equiparato ad esproprio indiretto. (Commento del traduttore: questa interpretazione estremamente estensiva è il piede di porco legale con cui i collegi ISDS hanno trasformato l’arbitrato sugli espropri in tribunale speciale per le multinazionali).

“Gli stati hanno vere difficoltà nel determinare in anticipo se andranno incontro a una contestazione di questo genere in relazione alle loro politiche fiscali, a causa dell’incerto stato della legge” affermò Matthew Davie, un avvocato di arbitrato in Nuova Zelanda in un articolo del 2015 nel Journal of International Dispute Settlement. “Per confondere ancor di più le acque, una serie di giudizi nei tribunali degli investimenti hanno messo in discussione l’efficacia delle clausole di protezione nel precludere contestazioni sulle norme fiscali.

Le clausole di protezione non hanno fermato i processi

La maggior parte dei casi ISDS finora sono stati aperti contro paesi in via di sviluppo. Ma stati più ricchi vengono citati in giudizio in modo crescente. Lo scorso anno la società JM Longyear, con sede in Michigan, ha portato in giudizio il Canada chiedendo 12 milioni di dollari su un caso di benefici fiscali per le sue operazioni di deforestamento nel paese. A settembre il processo è finito con un accordo segreto. La Spagna è stata citata in più di 20 casi separati su una serie di politiche che riguardano il settore dell’energia rinnovabile, inclusa una tassa sui profitti da generatori di elettricità e una riduzione dei sussidi per i produttori.

Globalmente, le multinazionali del petrolio, del gas e le società minerarie sono tra i maggiori utilizzatori del sistema ISDS. L’Ecuador è stato portato in giudizio più volte dalle società energetiche sull’introduzione di una nuova tassa sulle vendite e i profitti del petrolio e sulla cancellazione di benefici fiscali IVA per le società petrolifere straniere. In un caso in corso, il gigante dell’energia ExxonMobil sta domandando che la Russia lo rimborsi per i 500 milioni di dollari di tasse che ha pagato per un progetto di estrazione di petrolio e gas nell’oceano Pacifico, vicino all’isola di Sakhalin, a nord del Giappone.

In risposta alla crescente preoccupazione pubblica in Europa a proposito del TTIP, i proponenti del sistema ISDS hanno suggerito alcune riforme suggerendo di inserire nei trattati specifiche clausole che proteggano questioni come l’ambiente o servizi come il Servizio Sanitario Nazionale nel Regno Unito.

Ma queste cosiddette “clausole di protezione” non sono nuove, nè offrono agli stati molta protezione. Molti dei trattati di commercio e investimento già firmati includono tali clausole per limitare le possibilità degli investitori di contestare in giudizio casi fiscali. Il Energy Charter Treaty, ad esempio, è un grande e potente trattato multilaterale che ha una clausola di protezione fiscale. Il CETA, un controverso nuovo accordo negoziato ma non ancora ratificato tra UE e Canada, ne ha un’altra.

Nonostante alcune di queste clausole di protezione siano più forti e più chiare di altre, non hanno impedito agli avvocati di presentare casi ISDS relativi alle tasse, e non hanno impedito agli arbitri di consentire a prenderli in esame. La lingua in questi trattati è spesso convoluta e a volte contraddittoria, con eccezioni dentro le eccezioni – dando ai legali molta materia su cui argomentare ma rendendo difficile per i legislatori sapere quali atti potrebbero rischiare una contestazione in base al trattato.

Le riviste internazionali di diritto internazionale sono piene di dibattiti legali su quando una tassazione di investitori stranieri può essere considerata come esproprio o “trattamento iniquo” in base al regie ISDS. “In una disputa sugli investimenti, la stessa legittimità della tassa viene messa in discussione” ha affermato in un saggio del 2009 William Park, professore di diritto all’università di Boston e arbitro veterano. “In tempi passati, il rischio primario degli investitori era l’aperto e violento spossessamento dei loro beni. Nel mondo moderno, l’esproprio indiretto attraverso un eccesso regolatorio è spesso la più grande minaccia” afferma Matthew Davie, il legale arbitrale neozelandese, in un saggio pubblicato lo scorso anno che prediceva che il numero di casi ISDS relativi alle tasse potrà in futuro solo crescere.

“Gli stati spesso vogliono credere che una clausola di protezione li protegge ogni volta che sorge una disputa in campo fiscale. Un buon numero di verdetti arbitrali dimostra che non è così” conclude Timothy Lyons, avvocato e arbitro alla 39 Essex Chamber di Londra, in un articolo del luglio 2015 nella Global Arbitration Review. “Una clausola di protezione fiscale…può impedire che un tribunale arbitrale sia trasformato in una corte d’appello fiscale nazionale. Ma è improbabile che impedisca a un tribunale di assicurare che gli investitori siano protetti”.

La minaccia del TTIP

Se passerà, il TTIP assieme al TPP (Trans-Pacific Partnership) tra gli Stati Uniti e i paesi della regione Asia-Pacifico, espanderà in modo esponenziale il sistema dell’ISDS per coprire livelli record di investimenti stranieri diretti globale.

In risposta alle proteste pubbliche – e all’opposizione di alcuni membri dell’UE tra cui la Germania – la Commissione Europea ha svelato proposte per riformare l’ISDS e sostituirlo con una Corte degli Investimenti Internazionali. Ma questo nei fatti rischia di cementare ulteriormente il sistema, facendolo sembrare più “legittimo”, piuttosto che rimuovere lo speciale istituto attraverso il quale le multinazionali possono contestare leggi, regolamenti e altre azioni statali prese nel pubblico interesse.

E come altri trattati danno alle multinazionali accesso a questo sistema, il TTIP dice poco a proposito delle responsabilità degli investitori. Non c’è un sistema comparabile di giustizia internazionale perché gli stati possano citare in giudizio le multinazionali a rispondere delle loro azioni e mentre si espande il potere delle multinazionali con diritti e protezioni indiscriminati, le obbligazioni degli investitori sono raramente racchiuse in questi trattati.

Se uno stato ha una disputa con una multinazionale a proposito delle tasse che deve pagare, non può lanciare un caso ISDS – questo è un sistema a senso unico, accessibile solo agli investitori stranieri (le società nazionali non possono usarlo). E naturalmente se uno stato agisce contro una multinazionale su una disputa fiscale, può ben presto trovarsi alla sbarra a fronteggiare un costoso processo ISDS.

fonte: https://www.tni.org/en/publication/taxes-on-trial

tradotto da Lame

(nota del traduttore: l’originale contiene alcuni box interessanti con casi specifici e approfondimenti che per ragioni di lunghezza del testo complessivo non sono stati postati. Sono però una lettura estremamente interessante).

Ttip, il nostro futuro greco

Europa. Nel giorno del processo a Tsipras l’Europarlamento ha votato il Rapporto Lange. Così l’Europa della cittadinanza cede il passo all’austerity, all’ordoliberismo e agli interessi dei mercati.

di Francesco Martone – ilmanifesto.info, 19 luglio 2015

Per uno para­dosso od una signi­fi­ca­tiva coin­ci­denza lo stesso giorno nel quale pro­ces­sava Ale­xis Tsi­pras, il Parlamento Euro­peo avrebbe votato il rap­porto Lange sul Tran­sa­tlan­tic Trade and Invest­ment Partnership (Ttip). Raf­fi­gu­ra­zioni pla­sti­che ed evi­denti di come il pro­getto euro­peo di spa­zio di cit­ta­di­nanza comune abbia ceduto il passo a  quello eli­ta­rio dell’austerity, e dell’ordoliberismo a tutti i costi, ed agli inte­ressi delle imprese e dei mer­cati anche a costo della soprav­vi­venza di uomini e donne in carne ed ossa.

Il tema cen­trale del rap­porto Lange riguar­dava la cosid­detta «Inve­stor to State Dispute Set­tle­ment» (Isds). La sua appro­va­zione è stata giu­sta­mente con­dan­nata dagli atti­vi­sti delle cam­pa­gne internazio­nali con­tro il Ttip essendo poten­zial­mente lesiva dei diritti umani, dell’ambiente e del lavoro: è infatti un mec­ca­ni­smo che — sep­pur nelle correzioni addotte come com­pro­messo al ribasso dal gruppo socia­li­sta — subor­dina tut­tora il «cor­pus» dei diritti umani alla pre­va­lenza degli inte­ressi delle imprese e del mer­cato. Insomma con quella norma si crea uno stato di eccezione che può essere di volta in volta invo­cato dalle imprese per far valere i pro­pri diritti rispetto a nor­ma­tive rite­nute pre­giu­di­zie­voli. Una pro­gres­siva ero­sione della sovra­nità e del diritto all’autodeterminazione.

A parte la casua­lità det­tata dall’agenda e dagli eventi, esi­ste un filo rosso che lega il dibat­tito mattutino a quello pome­ri­diano, ed è quello dei diritti umani.

A suo tempo il rela­tore spe­ciale dell’Onu sulla pro­mo­zione di un ordine inter­na­zio­nale equo e demo­cra­tico, Alfred de Zayas puntò il dito con­tro la segre­tezza ed anti­de­mo­cra­ti­cità con la quale viene nego­ziato il Ttip e con­tro la clausola Isds.

Ai primi di giu­gno De Zayas assieme ad altri rela­tori spe­ciali dell’Alto Com­mis­sa­rio Onu sui Diritti Umani aveva pubbli­cato un appello pub­blico nel quale si denun­ciava di nuovo la man­canza di traspa­renza dei nego­ziati, e l’impatto «nega­tivo che que­sti trat­tati potranno avere sul godi­mento dei diritti umani, defi­niti in accordi internazio­nali vin­co­lanti, che siano diritti civili, cul­tu­rali, eco­no­mici, poli­tici o sociali, quali il diritto alla vita, al cibo, all’acqua, alla salute, alla casa, alla cul­tura, i diritti dei lavo­ra­tori». La clau­sola Isds inol­tre è con­si­de­rata «ano­mala» nel senso di assi­cu­rare pro­te­zione agli inve­sti­tori ma non agli stati ed alle popo­la­zioni, «per­met­tendo agli inve­sti­tori di por­tare in giudi­zio gli stati e non vice­versa». I rela­tori spe­ciali inol­tre denun­ciano i rischi deri­vanti dai trat­tati inter­na­zio­nali sugli inve­sti­menti rispetto alla capa­cità dei paesi inde­bi­tati di poter rine­go­ziare il proprio debito estero.

Non a caso tra i fir­ma­tari figura anche Juan Boho­sla­v­sky, esperto indi­pen­dente delle Nazioni Unite sugli effetti del debito estero sui diritti umani, in par­ti­co­lare i diritti eco­no­mici, sociali e culturali.

Boho­sla­v­sky, che ha svolto mis­sioni in Gre­cia ed in Islanda, sta lavo­rando ad una serie di dos­sier impor­tanti sul debito estero, seguendo le tracce del suo pre­de­ces­sore che stilò le linee guida sul debito estero ed i diritti umani appro­vate a suo tempo dal Con­si­glio Onu sui diritti umani, con l’astensione dell’Italia. A quel tempo c’era il governo Monti. Tra le rac­co­man­da­zioni quella di ricono­scere il diritto al default ed alla rine­go­zia­zione del debito da parte dei governi, qua­lora il paga­mento del debito com­por­tasse la vio­la­zione dei diritti umani fon­da­men­tali dei pro­pri cittadini e cittadine.

Né più e né meno di ciò che chiede la Com­mis­sione di Audit del debito pro­mossa dal Par­la­mento greco nel suo rapporto pre­li­mi­nare pub­bli­cato di recente. Ora Boho­sla­v­sky, sulla scorta del caso legale che sta con­trap­po­nendo l’Argentina ed un fondo avvol­toio di pro­prietà di un tale Paul Singer — primo finan­zia­tore dei repub­bli­cani Usa e che già par­te­cipò a pro­cessi di ristrut­tu­ra­zione del debito greco — sta ela­bo­rando una pro­po­sta di pro­ce­dura indipendente di arbi­trato sul debito che per­metta a cre­di­tori e debi­tori di sedere al tavolo nego­ziale a pari diritto. E che consenta appunto di capo­vol­gere la pira­mide met­tendo al cen­tro i diritti rispetto agli impe­ra­tivi della finanza.

Nel loro appello sul Ttip i rela­tori spe­ciali si rife­ri­scono poi alle norme Onu sulle imprese ed i diritti umani secondo le quali gli Stati hanno l’obbligo di assi­cu­rare il rispetto dei diritti dei pro­pri cittadini. Dà da pen­sare che pro­prio nella stessa sede delle Nazioni Unite a Gine­vra di lì a poco si sarebbe discussa la pro­po­sta avan­zata dall’Ecuador e da altri stati per un accordo vin­co­lante per le imprese trans­na­zio­nali ed i diritti umani.

Que­sta tappa del nego­ziato ha por­tato ad un impor­tante passo in avanti verso un regime vin­co­lante di responsabilizza­zione delle imprese mul­ti­na­zio­nali, invo­cato anche da doz­zine di movi­menti sociali di tutto il mondo attra­verso l’elaborazione e la pro­po­sta di un trat­tato dei popoli sulle imprese mul­ti­na­zio­nali ed i diritti.

Ebbene, pro­prio men­tre la Com­mis­sione si sta ado­pe­rando per addol­cire la pil­lola amara dell’Isds, dall’altra decide di diser­tare quel con­sesso. Dopo aver ten­tato invano di con­te­stare l’oggetto del nego­ziato, addu­cendo il pre­te­sto — sep­pur legit­timo — che tale trat­tato dovesse essere vin­co­lante per tutte le imprese non solo quelle mul­ti­na­zio­nali, a fronte della resi­stenza di alcuni paesi, il rappre­sen­tante Ue decise di abban­do­nare la seduta. Diser­tare la discussione sui diritti umani e sugli obbli­ghi delle imprese va di pari passo con la deter­mi­na­zione con la quale la stessa Com­mis­sione spinge sull’acceleratore del nego­ziato Ttip, e con la quale impone alla Gre­cia misure dra­co­niane che rischiano di aggra­vare ulte­rior­mente la situa­zione dei diritti del popolo greco.

Un segnale ulte­riore della crisi dell’Europa che si com­pie lungo le sue fron­tiere, da quella atlan­tica, a quella del suo Sud, dal Medi­ter­ra­neo, all’Ucraina.

Leggi anche:

http://ilmanifesto.info/il-pd-e-il-ttip/

http://ilmanifesto.info/incoerenza-italia-no-allarbitrato-nella-energy-charter-treaty-si-nel-ttip/

TTIP, appello ai Parlamentari Europei

Segnalato da transiberiana9

TTIP, APPELLO AI NOSTRI PARLAMENTARI EUROPEI CONTRO LA CLAUSOLA A FAVORE DELLE LOBBY

(AVEVA RAGIONE IL NANO, cit. Lame)

Monica di Sisto(*) – ilfattoquotidiano.it, 03/07/2015

Il Ttip torna in aula. Il Parlamento europeo, infatti, il 7 e l’8 luglio prossimi sarà chiamato a riesaminare il testo della Risoluzione con cui darà le proprie indicazioni politiche alla Commissione sull’andamento del negoziato transatlantico di liberalizzazione degli scambi e degli investimenti tra Usa e Ue. Lo scoglio che si troverà di fronte intatto è l’inserimento o meno della clausola Isds, cioè quel meccanismo che permette agli investitori dell’altra parte dell’Oceano di citare uno Stato che avesse introdotto una normativa a lui sfavorevole, anche se utile per i propri cittadini. La maggioranza parlamentare, infatti, si era spaccata su questo tema al punto che il presidente del Parlamento, il socialdemocratico Martin Schulz, per guadagnare tempo e riguadagnare numeri aveva rinviato il testo alla Commissione commercio internazionale (Inta) con la scusa che ci fossero troppi emendamenti da esaminare.

Ora, sotto la propria responsabilità, lo stesso Schulz ha proposto un testo di compromesso in cui, con un politichese impeccabile, nei fatti sostituisce l’Isds con lo stesso meccanismo, che evita di chiamare con lo stesso nome, ma definisce “meccanismo per risolvere le dispute tra investitori e Stati”, cioè precisamente la traduzione della sigla stessa. Un meccanismo cui, proprio come nell’Isds, possono ricorrere solo gli investitori, non gli Stati, tantomeno i cittadini semplici. Cause che potrebbero essere promosse “qualora gli interessi provati non possano minare gli obiettivi delle politiche pubbliche”, ma anche questo limite è posto senza spiegare che chi deciderà se gli obiettivi pubblici siano prevalenti o no sarebbe lo stesso meccanismo arbitrale, e non la giustizia ordinaria cui sono costretti a rivolgersi i cittadini semplici, ma anche le imprese che operano solo a livello nazionale o regionale. Quindi un compromesso che non mira alla sostanza, ma vuole offrire ai colleghi parlamentari un escamotage per votare l’Isds facendo finta di no.

Come vanno poi a finire solitamente queste cause lo spiega l’Unctad, Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo, nel terzo capitolo del suo Rapporto 2015 su Commercio e investimenti. A guardare superficialmente i numeri potrebbe sembrare che esse vadano abbastanza bene per gli Stati, che sembrerebbero prevalere nel 36% dei casi, su un 27% di sentenze a favore degli investitori.

Ma cosa succede quando disaggreghiamo queste sentenze? Lo ha fatto il team legale internazionale dell’International Institute for Sustainable Development (Iisd), di cui seguiamo il ragionamento. La base analizzata è di 255 cause private: 144 deliberate a favore degli stati mentre 111 a favore degli investitori. Scopriamo che 71 di queste sentenze (pag. 116) vinte dagli Stati erano decisioni sulla competenza dell’arbitrato che, nei fatti, terminavano i procedimenti. E che quindi solo in 71 casi, cioè nel 28% dei casi, gli Stati sono riusciti a fermare l’Isds contro gli investitori che vi ricorrevano, che sono risultati vincitori nel 72% dei casi e hanno potuto portare avanti il loro ricorso. Tolte queste cause, dunque, sulle 255 decisioni arbitrali totali, sono 184 le cause in cui si è arrivati a discutere il merito, e di queste gli investitori ne hanno vinte 111, cioè il 60 per cento. Quindi le nostre democrazie risultano più che esposte alla potenza degli interessi private.

In virtù di queste buone ragioni la Campagna StopTtip in tutta Europa lancerà una nuova mobilitazione via email, FacebookTwitter per chiedere nuovamente ai parlamentari europei di non cadere in questa trappola retorica. Anche perché molti eletti sembrano essersi accorti del nuovo espediente, e sono pronti a fermarlo. I tre parlamentari italiani Tiziana Begin del M5s, Sergio Cofferati del gruppo europeo socialdemocratico e Eleonora Forenza della sinistra ecologista hanno lanciato un appello tripartisan ai propri colleghi per escludere l’Isds dai futuri negoziati: “Chiediamo ai nostri colleghi e ci impegneremo nel prossimo passaggio parlamentare affinché non vengano approvati accordi al ribasso o posizioni ambigue che ledano anche indirettamente il diritto delle istituzioni Europee e degli Stati membri di legiferare in difesa dei diritti dei cittadini e dei consumatori”.

Un appello del tutto condivisibile che chiediamo venga sostenuto da tutti quei parlamentari che hanno a cuore i nostri diritti. Una lista di eletti che terremo con cura, e che renderemo nota con tutta la forza di cui saremo capaci.

*vicepresidente di Fairwatch, tra i promotori della campagna Stop Ttip Italia

Stop TTIP – No ISDS

segnalato da barbarasiberiana

Cari amici

Circostanze speciali richiedono azioni speciali. Questo è uno di quei momenti. Il Parlamento Europeo si appresta a votare una risoluzione critica (un parere) sul TTIP. Vi chiediamo quindi di agire ora per garantire una presa di posizione forte del Parlamento contro i tribunali privati delle multinazionali previsti dal TTIP. Dì #no2ISDS ora!

Al momento attuale i dibattiti sulla risoluzione sono ancora in corso con il voto in assemblea plenaria previsto per il 10 di giugno. Tra le varie commissioni del Parlamento Europeo che stanno contribuendo alla risoluzione, 5 di esse hanno già rifiutato l’ISDS (il meccanismo vincolante di risoluzione delle controversie tra stati e investitori, ovvero corti private dove gli investitori possono agire in giudizio contro gli stati nel caso in cui le azioni di uno stato vadano a ridurre i loro profitti). Questa è un ottima notizia ma il voto nella commissione competente (INTA o comitato del commercio) è previsto per questa settimana, il 28 di Maggio e al momento sembra che si stia andando verso un atteggiamento favorevole alle imprese e quindi ad una presa di posizione più debole nei confronti dell’ ISDS. Dite ai membri della commissione commercio di dire NO all’ ISDS!

145.000 cittadini hanno detto #no2ISDS nella consultazione fatta dalla Commissione lo scorso anno; e quasi 2 milioni di persone hanno firmato l’Iniziativa dei Cittadini Europei per fermare il TTIP. Ricordiamo ai Membri del Parlamento (MEP’s) che dovranno intraprendere questo importante voto che i cittadini europei si preoccupano del TTIP e non vogliono assolutamente l’ISDS.

Puoi farglielo sapere in meno di un minuto utilizzando questo semplice strumento online. Disponibile in otto lingue differenti, permette ai cittadini di tutta Europa di contattare i loro rappresentanti al Parlamento Europeo (MEP’s) e chiedere il loro impegno per dire NO ai diritti speciali per gli investitori stranieri. Per favore inoltra questa email anche ai tuoi amici e chiedigli di dire #no2ISDS!

Aspettando la prossima occasione Michael, Cornelia and Stephanie

Firma QUI per dire no al’ISDS

Firma QUI contro il TTIP