Isis

Siria, la guerra più lunga

segnalato da Barbara G.

Il 03/05/2017 a Cremona si è tenuto un incontro sul tema della guerra in Siria e dell’accoglienza, organizzato dalla Tavole della Pace e da altre associazioni. Gli ospiti erano Asmae Dachan, giornalista e scrittrice italo-siriana, e il sociologo Mauro Ferrari. La serata si è incentrata principalmente sulla testimonianza di Asmae. Di seguito riporto una intervista, pubblicata sul settimanale “Il Piccolo” di Cremona e ripresa dal portale Democratici nel Mondo, e il video dell’intervento della giornalista, pubblicato su welfarenetwork.it.

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Intervista ad Asmae Dachan, scrittrice e giornalista italo-siriana.

I suoi genitori sono nati ad Aleppo e lei ha tenuto un rapporto non solo affettivo, ma culturale e civile con il popolo siriano e il suo destino. Quando può, torna come giornalista in quelle aree martoriate e visita ai confini i campi profughi. ” La società siriana è stata spaccata in due, volutamente. Ma adesso è sbagliato descrivere quel dramma come una guerra civile. E’ un genocidio!” In questa intervista Asmae Dachan parla da musulmana, da teologa islamica, da pacifista, da ammiratrice di papa Francesco e sostenitrice del dialogo interreligioso. I negoziati internazionali in corso invece di spartirsi le aree di influenza dovrebbero assicurare prima di tutto il diritto del popolo siriano alla pace.

Il dramma della Siria può essere sintetizzato come “ la guerra più lunga” dei nostri tempi. Perchè sta durando così tanto e quali effetti sta producendo sulla stessa popolazione siriana?

La guerra in Siria è effettivamente la più lunga dell’ultimo secolo, sta durando più della Seconda Guerra mondiale. Sono passati 6 anni e ancora non se ne vede la fine. La stessa ONU la definisce la più grave crisi umanitaria dalla Seconda Guerra mondiale. Ma è una guerra di nuovo tipo: non c’è un esercito di uno Stato che combatte contro l’esercito di un altro Stato. La Siria non è invasa da uno Stato straniero. E’ lo stesso regime siriano di Bashar al Assad che combatte e bombarda il suo stesso popolo. La stessa opposizione armata, formata in un primo momento da militari siriani che si sono rifiutati di sparare sulla propria gente, hanno disertato e formato l’Esercito Libero Siriano, con l’andare del tempo sono stati ridimensionati se non sostituiti in ampie zone del Paese da formazioni estremiste e qaediste finanziate dagli Stati arabi del Golfo. Per questo sarebbe sbagliato analizzare il conflitto siriano solo con una interpretazione politica di parte: ha torto Bashar al Assad e hanno ragione i suoi oppositori. Oppure fa bene al Assad ad utilizzare la forza in una situazione di caos e hanno torto i suoi oppositori visto che, nel frattempo, in Siria si è infiltrato l’estremismo di radice islamica ed è nato l’Isis.

Qual’è allora il punto di vista che i negoziati sul futuro della Siria ma anche le opinioni pubbliche in Italia e in Europa dovrebbero privilegiare per capire meglio cosa sta succedendo in Siria ?

Adottare il punto di vista della società siriana, il punto di vista di una popolazione che nella sua grande maggioranza non ha voluto e non vuole ricorrere alla violenza, non vuole imbracciare per forza un fucile a sostegno o contro al Assad. Attenzione: non è una scelta di neutralità tra campi avversi. E’ la consapevolezza diffusa che la violenza speculare degli uni e degli altri non porta a nessuna liberazione. E’ soprattutto la consapevolezza che nel conflitto siriano sono entrati prepotentemente in gioco attori e interessi internazionali che ne hanno stravolto la portata: Iran e Russia da un lato, Arabia Saudita e Stati Uniti dall’altro non mostrano alcun interesse al destino e ai diritti umani del popolo siriano. Per non parlare della Turchia di Erdogan che ha fatto una sorta di doppio gioco: dichiararsi contro al Assad e poi bombardare i kurdi siriani; dichiararsi contro l’Isis e poi permettere che migliaia di giovani foreign fighters raggiungessero lo Stato Islamico. All’inizio non era così: nel marzo 2011, in coincidenza con le “primavere arabe” partite il 17 dicembre 2010 dalla Tunisia, gran parte dei giovani e degli intellettuali siriani si sono mobilitati pacificamente per chiedere democrazia e diritti. Per otto mesi in tutte le città siriane c’è stato un risveglio della società civile che chiedeva riforme e libertà. Il gesuita italiano padre Paolo dall’Oglio né è stato testimone e sostenitore, in coerenza con la tradizione siriana della convivenza e del dialogo tra le diverse religioni. Purtroppo il regime di al Assad ha deciso invece di ricorrere alla forza, di utilizzare l’esercito, ha scelto la repressione più violenta. Adesso quello che è sotto gli occhi degli osservatori che non si lasciano accecare dal tifo per gli uni o per gli altri è la realtà drammatica di un genocidio. In Siria non c’è una guerra civile, ma un genocidio.

Genocidio è un termine durissimo e ha anche una valenza giuridica importante nel Diritto internazionale: se c’è “genocidio” la Comunità internazionale avrebbe il “dovere” di fermarlo, di imporre almeno il cessate il fuoco. Che dati può fornire a proposito ?

Nel solo mese di aprile 2017 sono stati bombardati in Siria 24 obiettivi sanitari : ospedali, presidi da campo, banche del sangue, prontosoccorsi. Non si tratta di incidenti, ma di obiettivi scelti e ben individuati per terrorizzare la popolazione e costringerla ad andarsene. Il bilancio complessivo di questi 6 anni è spaventoso: non meno di 400.000 morti. In un Paese di circa 22 milioni di abitanti gli “sfollati” sono tra gli 8 e i 9 milioni. Attenzione: gli sfollati non sono i profughi. Sono siriani costretti ad abbandonare le loro case e che sono rimasti in Siria trovando riparo temporaneo in zone meno vicine alle linee di conflitto. A questi vanno aggiunti i siriani che, usciti dai confini, sono diventati “profughi”: almeno 6 milioni, 3 milioni dei quali in Turchia che per tenerli ha ottenuto il contributo finanziario dell’Unione Europea. Nel piccolo Libano che ha 3,5 milioni di abitanti i profughi siriani sono 1,2 milioni con enormi problemi di convivenza. Nella Giordania esiste in pieno deserto il più grande campo profughi che si possa immaginare, Zaatari: 80.000 siriani accampati nel nulla che sperano solo di andarsene e fuggire da scarsità di acqua, mancanza di servizi igienici, malattie infettive. In Siria è rimasta nelle proprie abitazioni un terzo della popolazione. E’ come se in Italia 40 milioni di abitanti su 60 fossero stati cacciati dalle proprie case. La violenza di questa guerra ha raggiunto livelli di disumanità spaventosi: bombe a grappolo, barili di esplosivo e acciaio, armi chimiche. I giovani costretti ad arruolarsi a forza da una parte o dall’altra. Per questo molti scappano. E poi l’uso dello stupro nei confronti di donne e persino dei bambini. E’ la logica di guerra che non è mai pulita né chirurgica. Infine l’adozione sistematica dello strumento militare dell’assedio di città, di quartieri, di villaggi per impaurire, cacciare o asservire. Dopo l’assedio di Sarajevo, tutti avevamo detto “mai più”. Invece….

Invece la storia si ripete in Siria in modo ancora più brutale, con ferite che sarà difficilissimo curare anche all’interno del mondo arabo e islamico. Oltre alle responsabiltà dell’Occidente, non c’è anche una responsabilità specifica dello stesso Islam soprattutto nei confronti dell’estremismo dell’Isis ?

Le reponsabilità storiche recenti e passate di Stati europei o degli Stati Uniti è evidente, ma preferisco non utilizzare mai il termine “Occidente” che lascia presagire come inevitabile lo scontro di civiltà. Francia e Gran Bretagna si sono spartite il Medio Oriente dopo la caduta dell’impero ottomano. La Siria e il Libano sono stati assegnati alla Francia. L’iniziale bandiera siriana è quella del 17 aprile 1946 quando la Siria diventa indipendente. La bandiera attuale è invece un’altra, quella preferita dalla famigli degli al Assad. In anni più recenti, gravissimo errore è stato quello di invadere l’Irak fortemente voluto dall’amministrazione Bush, ma non dall’ONU. Ci sono giovani irakeni che hanno vissuto solo in guerra, non sanno cosa sia vivere periodi di pace. La stessa cosa vale per molti giovani afghani e ceceni. L’Isis è riuscita ad arruolarli anche perchè la logica di guerra e del ricorso alla violenza è per loro più familiare della scuola, della libertà di giocare, della convivenza con altre etnie o religioni. La Siria dei miei genitori, originari di Aleppo, era composta da 47 etnie diverse e crocevia di molte religioni e correnti religiose. Adesso la possibilità di ricostruire quella convivenza su basi nuove, su basi democratiche è stata mandata in frantumi. Certo la Russia di Putin fa il suo gioco, visto che da decenni ha in Siria le proprie basi militari navali. Certo gli Stati Uniti pretendono di contare ancora in quello scacchiere così vitale per la produzione e il trasporto del petrolio. Ma c’è una responsabilità specifica gravissima di Stati come l’Arabia Saudita, sunnita, e l ‘Iran sciita che strumentalizzano la religione islamica per accrescere le proprie aspirazioni egemoniche. L’estremismo barbaro e folle dell’Isis è cresciuto in questo contesto fatto di ambiguità e rivalità tra Stati che invece di collaborare, mirano a indebilire l’altro. C’è infine una questione dottrinale all’interno dello stesso Islam. Come donna di fede islamica, laureata in teologia e Diritto islamico, come democratica sostengo che noi musulmani possiamo e dobbiamo delegittimare totalmente l’ isis e le sue giustificazioni e dichiarare incompatibili l’Islam e l’uso della violenza. Come dice papa Francesco le religioni possono e debbono essere solo religioni di pace e il Dio unico che preghiamo ammette un solo estremismo: quello della carità. Del resto la stessa parola islam deriva da salam che significa pace.

Le opinioni molto calunniate di Rania Khalek sulla Siria

segnalato e tradotto da nammgiuseppe

di Rania Khalek e Justin Podur – znetitaly.altervista.org, 31/03/2017

Quando la conferenza della giornalista Rania Khalek è stata cancellata il 27 febbraio il gruppo che l’aveva invitata, Students for Justice in Palestine – Università della Carolina del Nord (SJP-UNC), ha diffuso una dichiarazione che affermava che la cancellazione era dovuta alle “idee” di Rania sulla Siria e che il gruppo riteneva che “il suo invito avrebbe erroneamente implicato che il SJP condivideva tali idee”. Il gruppo ha anche aggiunto che “non sottoscrive né respinge le sue idee sulla guerra civile in Siria in quanto restano relativamente poco chiare secondo diverse opinioni dei nostri membri riguardo alle analisi di Rania”.

In reazione alla cancellazione un vasto numero di firmatari, molti dei quali impegnati nella solidarietà alla Palestina, ha sottoscritto una dichiarazione contro la messa al bando di Rania ma anche contro le liste di proscrizione in generale. Tale dichiarazione concludeva:

“I firmatari di questa dichiarazione hanno una pluralità di opinioni sulla Siria. Alcuni concordano con la Khalek; altri dissentono, in alcuni casi molto vigorosamente. Ma noi sentiamo che quando un gruppo che persegue la giustizia in Palestina sottopone oratori o membri a un banco di prova relativo alle loro opinioni sulla Siria, ciò conduce inevitabilmente a scissioni, messe a tacere, confusione e una grave erosione della fiducia. Va contro la possibilità che si apprenda gli uni dagli altri, cambiando punto di vista e ci si educhi a vicenda mediante l’attivismo. Dissensi su temi politici esistono all’interno di qualsiasi movimento di coalizione. Non devono essere resi materia di denigrazione mirata di attivisti del movimento”.

La dichiarazione “contro le liste di proscrizione” ha suscitata un’altra ondata di diffamazioni, poiché alcune delle stesse persone che avevano esercitato pressioni sul SJP perché cancellasse la sua conferenza hanno avvicinato firmatari per sostenere che non avrebbero dovuto firmare. Tra i loro argomenti che esiste e dovrebbe esistere un banco di prova politico, uno che Rania non ha superato. Da firmatario iniziale io stesso sono stato avvicinato più di una volta da amici che mi suggerivano che io non conoscevo realmente le idee di Rania.

Le persone che hanno scritto pubblicamente su Rania spaziano da molestatori davvero loschi ad accademici di sinistra che hanno sparato una rapida serie di articoli calunniosi e poi hanno manifestato sconcerto per le reazioni a essi. Ma a parte quelli che parlano a proposito di lei, è in realtà piuttosto difficile trovare fonti di quelle sue “idee” che apparentemente la squalificano dal parlare o pubblicare su qualsiasi argomento.

Preoccupato del fatto che forse non le conoscevo davvero ho cercato Rania per chiederle di queste “idee” molto calunniate ma raramente messe in onda.

Justin Podur (JP): Sei un’assadista?

Rania Khalek (RK): Non sono una tifosa del governo siriano. Non ho intenzione di sostenere il governo siriano.

Ciò cui mi oppongo è allo smantellamento dello stato siriano che è ciò che numerose potenze hanno fatto negli ultimi sei anni. Mi oppongo a questo perché abbiamo visto come vanno queste cose in Libia, Iraq, Afghanistan, Somalia e non vogliono vederle succedere in Siria.

Mi oppongo anche all’attuale alternativa al governo siriano, che è un mosaico di gruppi jihadisti salafiti che vogliono imporre una rigida legge religiosa, uccidere minoranze e lapidare donne per adulterio. Questo è inaccettabile a me e a molte persone, compresi miei parenti che vivono in Siria e che accade appartengano a minoranze.

JP: Dunque questa è la tua prima “idea”. In base alla tua interpretazione di ciò che è accaduto dopo la rimozione di Gheddafi in Libia, di Saddam in Iraq, e in altri paesi, ti opponi alla distruzione dello stato e sulla base della tua interpretazione di gruppi come Nusra e ISISI non appoggi l’opposizione al governo siriano. Quelli che per questo di definiscono assadista dovrebbero anche definire saddamisti quelli che erano contro la guerra in Iraq, gheddafisti quelli che si opponevano alla guerra in Libia, eccetera.

RK: Esattamente. E io penso che sia una presentazione scorretta e un dualismo inaccurato la tesi che se non appoggi questi gruppi islamisti ribelli che hanno ambizioni ultraconservatrici ciò ti dovrebbe rendere un sostenitore di un dittatore, e questo non è corretto.

Mi piacerebbe vedere una Siria democratica. Mi piacerebbe vedere una Siria in cui partiti diversi dal Ba’ath possano prosperare e partecipare a elezioni. Il fatto ora è che c’è un’insurrezione di estrema destra finanziata da alcune delle maggiori potenze del mondo alla ricerca della distruzione del paese. Nella situazione attuale è impossibile per il popolo sollecitare e ottenere riforme.

JP: Ah, anche qui c’è una genuina diversità di opinioni con i sostenitori della rivoluzione siriana che sostengono il contrario: che fintanto che Assad resta al potere non si possono avere riforme.

RK: Sì, ma questo dovrebbe essere un punto controverso di una discussione politica. Perché non possiamo discuterne?

JP: Sono d’accordo. La tua affermazione che le riforme sono impossibili mentre prosegue questa ribellione e l’affermazione che le riforme sono impossibili mentre il regime è al potere sono valutazioni diverse della situazione che dovrebbe essere possibile dibattere all’interno del movimento.

La mia domanda successiva: hai partecipato a una conferenza di pubbliche relazioni (PR) patrocinata da Assad a Damasco?

RK: Ho potuto recarmi in Siria, ho potuto ottenere il visto per la Siria, accettando di partecipare a una conferenza di due giorni a Damasco condotta da una ONG britannica filogovernativa.

Ci sono andata insieme con numerosi giornalisti di spicco di ogni canale importante in occidente: New York Times, Washington Post, NPR, BBC, LA Times, Telegraph, The Times (UK).

JP: Ho recentemente seguito un documentario della PBS di alcuni anni fa intitolato Inside Assad’s Siria[Dentro la Siria di Assad). Quel giornalista partecipava a una visita guidata del regime.

RK: Quello è l’unico modo per entrare nelle aree della Siria controllate dal governo. Permettono solo di vedere determinate cose. Se sei un giornalista dovresti tenerlo presente e renderlo chiaro.

JP: Capita spesso che se sei un giornalista che riferisce su un qualsiasi genere di conflitto, il solo modo per entrare consiste nell’andare con una parte o con l’altra. E’ uno dei motivi per cui è così difficile buone informazioni sui conflitti e una cosa su cui ha scritto l’hanno scorso Patrick Cockburn.

RK: Tutti quei giornalisti hanno accettato di andare a quella conferenza in modo di potersi recare nelle aree governative, dove vive la maggior parte delle persone che ancora restano nel paese. Se vuoi parlare con quelle persone devi ottenere un visto, il che significa che devi avere l’assenso del governo. Tutti hanno pagato il loro arrivo, il soggiorno, i trasporti. Io non sono stata finanziata dal regime. Ho pagato di tasca mia. Non ho neppure finito per presenziare alla conferenza. Ho deciso di non andarci quando ho scoperto che il mio nome era stato incluso nel programma anche se non avevo accettato di parlare (insieme con molti altri che non avevano accettato di parlare).

Giornalisti tradizionali hanno parlato a questa conferenza, in più di una sessione. Nessuno di loro è stato diffamato al modo in cui lo sono stata io. E’ stata una campagna per cacciarmi e ha funzionato. A causa di queste calunnie c’è stato un boicottaggio morbido di tutti i miei servizi, e questo è il punto.

Chiunque ripeta che io ho “parlato a una conferenza di pubbliche relazioni patrocinata da Assad in Siria” può essere fuorviato o malevolo, ma nell’un caso e nell’altro partecipa a un processo che cerca di assicurare che nessuno dei miei servizi sia messo in onda.

JP: Dunque, riguardo a questo punto: come ogni giornalista tradizionale che lavora sulla Siria e insieme con molti di loro ti sei recata in aree controllate dal governo e hai partecipato a eventi governativi con il permesso del governo.

La mia domanda successiva: Reuters, Al Jazeera e altri canali hanno riferito a dicembre 2016 che i ribelli avevano avvelenato l’acquedotto di Damasco. Ricordo che tu hai scritto via Twitter al riguardo. E in marzo un rapporto dell’ONU, esaminando fotografie satellitari e interrogando persone del luogo, ha affermato che si trattato di un bombardamento governativo contro il suo stesso acquedotto. Secondo il NYT nel marzo  del 2017 “investigatori hanno affermato che video dei bombardamenti, racconti di testimoni e immagini satellitari dimostravano che il sistema idrico era stato danneggiato in almeno due attacchi aerei usando bombe ad alto esplosivo”, e che l’idea le strutture idriche fossero state bombardate da terra era “incongrua con evidenze fisiche osservabili”. Cosa ne dici?

RK: I ribelli di cui parlavamo erano a Wadi Barada ed erano di al-Nusra (al-Qaeda in Siria; hanno cambiato nome di nuovo da allora, ma sono di al-Qaeda). Wadi Barada è da dove proviene l’acqua di Damasco. Le mie fonti sul campo hanno detto che i ribelli affiliati ad al-Qaeda avevano messo diesel nell’acqua. C’è stata un’interruzione dell’acqua: un male per tutti a Damasco, compresi miei amici che vivono là. La valle dove si trova quest’acqua è stata distrutta in alcuni bombardamenti. Entrambe le parti hanno incolpato l’altra, anche se ci sono state foto di ribelli in piedi sull’infrastruttura idrica distrutta. Ci sono affermazioni di entrambe le parti e in questo caso per me non ha senso che il governo bombardasse la sua stessa fornitura d’acqua.

JP: Damasco è la capitale, un’area tenuta dal governo. Anche questo a me pare discutibile. Il governo è stato brutale nei confronti di aree tenute dai ribelli, ma è difficile identificare quale potrebbe essere la logica della distruzione da parte del governo della propria fornitura d’acqua, e facile identificare perché i ribelli avrebbero voluto compierla.

RK: I ribelli lo hanno già fatto in passato, ad Aleppo; l’ISIS l’ha fatto quando controllava l’Eufrate.

Non ho alcun problema a credere che il governo in Siria abbia fatto brutte cose. Le ha fatte. In questo caso fonti di cui mi fido, che non sono del governo, mi dicono che questo rapporto è inaccurato. Non c’è alcun modo in cui io o i miei detrattori possiamo dimostrarlo una versione o l’altra.

JP: Dunque, secondo te, questa è una domanda aperta e oggettiva cui è difficile rispondere. Come molti altri tu hai riferito che i ribelli avevano danneggiato l’acquedotto e continui a ritenere che siano stati i ribelli. Anche questa a me pare un’area in cui si potrebbe dissentire dalle tue valutazioni delle prove e della logica.

Ora ho una domanda su cui persone ragionevoli non possono dissentire, affermazioni su di te che io ritengo sbagliate e voglio verificare. Un accademico ha detto che tu difendi “il bombardamento siriano di aree civili densamente popolare”. E’ così?

RK: Non l’ho mai detto. Nemmeno una volta. Mai. Questo è tutto.

JP: Farlo ti renderebbe una specie di mostro. Sarebbe una cosa orrenda da dire, come quando Hussam Ayloush del Comitato per le Relazioni USA-Islam (CAIR), uno dei tuoi detrattori, ha twittato che era “triste” che la caduta di un aereo militare russo ha ucciso “solo 92” persone, mentre l’aereo avrebbe potuto trasportarne 180. In seguito si è scusato, ma è difficile non notare che il suo primo istinto è stato di festeggiare delle morti e desiderarne di più.

RK: Non appoggio la violenza praticata dal governo siriano. Non l’ho mai fatto. Non lo farei mai. Non ho mai applaudito la violenza del governo siriano contro al-Qaeda. Civili? Non appoggerei mai, nemmeno in un milione di anni, la violenza contro i civili e non l’ho mai fatto.

JP: Lo stesso professore che ha detto che l’hai fatto ha detto anche che tu attacchi “organizzazioni rispettabili per i diritti umani che documentano simili crimini di guerra”. Non sono sicuro di che cosa egli intenda con “attacchi” ma qual è la tua risposta a ciò?

RK: Trovo davvero sorprendente che così tanti vogliano accettare qualsiasi narrazione ricevano da qualsiasi organizzazione, è solitamente si tratta delle stesse persone che contestano costantemente tali organizzazioni a proposito di altri temi, specialmente in relazione alla Palestina. Sulla Palestina sappiamo che tutto è tanto prevenuto. Sulla Siria si suppone che noi accettiamo  qualsiasi affermazione da parte degli stessi canali e delle stesse organizzazioni. Dovremmo sempre mettere in discussione queste cose, specialmente quando è implicato il nostro governo. Non sto negando che ci siano state atrocità. Ritengo necessario contestare organizzazioni per i diritti umani quando riferiscono affermazioni fatte senza prove.

JP: Dunque, per sintetizzare, se hai un’”idea” su questo, è che si dovrebbero “contestare organizzazioni per i diritti umani quando riferiscono affermazioni fatte senza prove”.

RK: Queste organizzazioni hanno una storia di ipocrisia riguardo ai fatti quando i paesi accusati sono dalla parte sbagliata della politica estera statunitense. Ci sono organizzazioni per i diritti umani che ricevono finanziamenti da USAID. E’ cruciale che mettiamo in discussione le loro affermazioni.

JP: Dunque stai dicendo: quando si riceve l’affermazione di un’atrocità, indipendentemente dalla fonte, si deve guardare alle prove.

JP: Sì, verificare le prove. Non prendere le affermazioni di gruppi ribelli alla lettera quando non ci sono sul campo organizzazioni indipendenti per i diritti umani. Il governo siriano mente molto. Penso non si debbano accettare neppure le sue affermazioni senza prove. A Gaza c’erano investigatori per i diritti umani e giornalisti indipendenti. In Siria non è così in nessuna delle parti. Tutto ciò che arriva dalla Siria, da una parte o dall’altra, dovrebbe essere considerato con una grossa dose di scetticismo.

JP: Dunque se il professore avesse riformulato “attacchi a rispettabili organizzazioni per i diritti umani” in “contestazioni di affermazioni che arrivano senza prove, anche da organizzazioni rispettabili per i diritti umani”, sarebbe stato su un terreno solido.

L’ultima cosa che questo professore ha aggiunto è stata che tu apparentemente insisti “che la resistenza siriana è composta solo da terroristi islamisti sostenuti dall’estero”. Immagino che lui sia turbato perché per chi è a favore dell’opposizione l’Esercito Siriano Libero (FSA) non è costituito da “terroristi islamisti sostenuti dall’estero”. Insisti che lo siano? Anche se lo facessi io penso che anche questa è una valutazione che potrebbe essere discussa, ma per favore dimmi come la pensi.

RK: Non uso il termine “terroristi”, dunque non accetterei quell’affermazione su di me. Quanto a quello che penso del FSA: era un insieme variegato di fazioni combattenti. Possono esserci stati alcuni moderati all’inizio, ma la cosa non è durata, e quello che conta è ciò che è diventato, cioè fondamentalmente assorbito negli altri gruppi islamisti armati. Il FSA ha operato al fianco di Nusra. Hanno un obiettivo simile, che è una qualche specie di stato con elementi islamisti. Ciò non significa che tutti quelli che hanno combattuto nel FSA stavano tentando di imporre uno stato islamico. Ma i combattenti più duri erano islamisti e settari ed è quel filone che è prosperato. A questo punto nel 2017 nessuno può citare un gruppo combattente che cerchi di rovesciare il governo che non sia completamente sunnita. L’opposizione armata non ha mai ottenuto il sostegno della maggioranza del popolo perché era settaria e alla fine interamente sunnita; combatteva per fini islamisti e per imporre uno stato islamico. La vasta maggioranza del popolo in Siria si oppone a ciò, persino persone che non appoggiano il governo. Temono più i ribelli di quanto temano il governo. Sto parlando dei fatti, qui, non delle mie opinioni. Nel 2017 c’è una forza combattente in Siria in cerca di rovesciare il governo che non sia settaria e islamista? Io non ne vedo una.

JP: E riguardo all’idea che ci sono consigli locali che fioriscono in aree ribelli?

RK: I consigli locali hanno rapidamente perso il controllo nelle aree ribelli. C’è ancora controllo locale in aree che hanno elaborato accordi di riconciliazione. Probabilmente procedendo ci sarà più controllo locale e questa è una buona cosa. I consigli locali nelle aree ribelli sono stati venduti da persone che volevano l’intervento.

Quello che vedo in Siria è molto diverso. Persone che appoggiavano l’opposizione ora partecipano a processi di riconciliazione e ci sono ONG mediatrici. I consigli locali alla testa di tali aree di accordi di riconciliazione non hanno avuto la possibilità di operare in aree dell’opposizione armata. L’opposizione armata dai sauditi, da Qatar, Turchia, Stati Uniti non ha alcun interesse alla democrazia reale, ai progressisti o alle femministe liberali nella regione. Quelle persone non hanno mai avuto alcuna possibilità.

JP: Dunque abbiamo qui due domande fattuali o forse analitiche: 1) Qual è la portata dell’opposizione non islamista armata? 2) In quale misura l’opposizione non armata è stata in grado di fiorire in aree tenute dai ribelli? Secondo la tua analisi la risposta a entrambe le domande è “virtualmente nessuna”. Ma anche questa a me sembrano domande su come uno valuta le prove riguardanti la guerra, non sul fatto che uno abbia qualche specie di ottica discriminatrice.

RK: Guarda, io sono una donna di una minoranza araba con parenti sia in Siria sia in Libano. I gruppi di opposizione diversi da al-Qaeda hanno spesso operato parallelamente a essa. Hanno ucciso persone come me unicamente in base alla loro identità. Qui non si tratta di appoggiare la dittatura. Si tratta della sopravvivenza per molte persone della regione. Per persone che non vogliono vivere in un sistema in stile Arabia Saudita. E’ questo che sta succedendo qui. Molte persone che stanno facendo questo a me provengono da un luogo realmente settario. Sono attaccata dagli elementi più conservatori della mia comunità. E’ stato davvero sorprendente vedere tante persone  prendere per buona la loro parte della storia e cancellarmi totalmente senza considerare che, ehi, forse persone come Rania …  non sto parlando per conto di altri ma sto parlando di un’opinione presente nella regione … c’è un motivo per cui qualcuno come me non vorrebbe vivere sotto persone simili.

JP: La cancellazione del tuo invito in febbraio è arrivata dopo alcuni tweet a proposito del wahabismo e del salafismo.  Hai scritto: “Sì, essere salafiti o wahabiti non significa essere violenti, ma decisamente significa essere fanatici e misogini”. Ho notato una velocissima e straordinaria reazione a quel tweet. Una delle prime reazioni che ho visto è stata qualcuno che ti ha detto: “Smettila di parlare della Palestina”, se ci credi. Ho visto quella reazione molte volte. L’ho trovata una reazione molto interessante: “smettila di parlare della Palestina”. Perché è quella la prima reazione? C’è un argomento che è fondamentalmente tabù in occidente, qualcosa di cui non si può parlare senza conseguenze potenzialmente gravi, e quando dici qualcosa che a questa gente non piace, ti dicono di “smetterla di parlare della Palestina” come se ogni altra parte della società non ti stesse già dicendo di chiudere il becco a proposito della Palestina.

RK: E’ davvero impressionante il modo in cui la solidarietà, i canali e gli attivisti a favore della Palestina siano stati attaccati fin dall’inizio da persone che appoggiano l’intervento in Siria. Fanno di tutto per mettere a tacere l’attivismo palestinese.

Persino nella regione oggi la Palestina è l’ultimo dei pensieri della gente. C’è anche un tentativo di equiparare la Siria alla Palestina. La tattica dell’affermare: se appoggi la resistenza in Palestina ma non l’opposizione siriana, allora sei un ipocrita e non hai diritto a parlare della Palestina. Ma sono diverse. La Palestina è occupata e colonizzata. Non occorre amare l’esercito siriano per riconoscere che è di quel paese e che combatte un’insurrezione in cui vi sono elementi stranieri. Non si può semplicemente appoggiare qualsiasi resistenza. Conta per cosa combatti. Se combatti il colonialismo, posso essere a favore. Se combatti per imporre uno stato islamico, non posso appoggiare questo.

Non c’è unanimità tra i palestinesi riguardo alla Siria. Molti palestinesi vivono in Siria. Ci sono palestinesi che appoggiano l’opposizione, palestinesi che hanno tentato di restare neutrali e palestinesi che combattono con il regime. Non è una situazione facile. Non c’è unanimità tra gli arabi o tra i palestinesi. E’ ipocrita usare la questione della Palestina per far passare la propria posizione sulla Siria.

JP: Sono stato colpito da come tutto è concentrato sull’impedire alle persone di parlare.

Ma tornando a quel tweet. Posso capire come essere definito “fanatico e misogino estremista” possa far imbestialire qualcuno che si identifica come salafita o wahabita e possa indurlo a ribattere definendoti islamofoba. Come reagisci a tale accusa?

RK: Ho fatto una dichiarazione al riguardo su Facebook. Non è islamofobo criticare salafismo e wahabismo, ideologie di estrema destra che promuovono il genocidio di minoranze e i cui sistemi di credenze sono alla radice ispiratrice di ciò che muove al-Qaeda e l’ISIS e gruppi simili a loro.  Per me è scandaloso vedere persone che cercano di sopprimere la critica di ideologie ultraconservatrici evocando l’islamofobia. L’islamofobia è un problema serio nel paese e non dovrebbe essere buttata lì superficialmente. E’ analogo a dire che chi critica il sionismo è colpevole di antisemitismo. C’è chi ha detto che io non sono mussulmana e dunque non posso criticare. Ma quelle ideologie mi riguardano direttamente; affermano che io sono da uccidere e non umana. Dunque da minoranza della regione ho ogni diritto di parlarne.

JP: L’accademico citato prima che ti accusa di mascherare i crimini del governo indica un articolo da te scritto su come le sanzioni stanno danneggiando l’economia siriana. Non sono sicuro di come la seconda cosa porti alla prima. Forse puoi approfondire.

RK: Io non nego che il governo siriano uccida gente. Ho visto i risultati dei suoi bombardamenti. Bombardano qualsiasi cosa. E’ un livello schiacciante, indiscriminato di violenza contro aree dell’opposizione. E l’opposizione ha ucciso decine di migliaia di soldati governativi. E’ una guerra tra due schieramenti. Ho detto che questa è una guerra tra due parti.

Ma non si dovrebbe credere alle classifiche che affermano che il governo è responsabile del 95% di tutte le uccisioni. Se il governo ha ucciso il 95% dei civili, allora la parte in guerra in cui c’è al-Qaeda ha ucciso solo forze governative ed è la forza combattente più nobile della storia. Non maschero le atrocità del governo. Ho detto qualcosa che è evidente: ci sono due parti che combattono e due parti che uccidono civili.

JP: Al-Qaeda è famosa per operazioni contro i civili. Ma continuiamo riguardo alle sanzioni.

RK: Ho scritto un articolo che diceva che le sanzioni sono distruttive per i civili. Non mi vergogno di scrivere al riguardo. Hanno cercato di distorcere i miei servizi sulle sanzioni dicendo che nascondono le atrocità del governo. Le sanzioni hanno distrutto l’economia siriana e reso realmente difficile ottenere aiuti umanitari in una delle maggiori catastrofi umanitarie. Gli Stati Uniti hanno inondato la Siria di armi e soldi a gruppi armati sanzionando contemporaneamente gli aiuti umanitari alla gente presa in mezzo al fuoco incrociato. E’ qualcosa che andrebbe contrastato. Stephen Zunes ha scritto a proposito delle sanzioni contro l’Iraq e su quanto orribili sono state. Dice che io copro il regime perché ho la stessa posizione sulle sanzioni contro la Siria, che per inciso hanno negato farmaci anticancerogeni per i bambini in Siria. L’ipocrisia è ridicola. Persone che si sono opposte alle sanzioni contro l’Iraq mi stanno attaccando perché ho la stessa posizione.

JP: E’ davvero bizzarro, perché se opporsi alle sanzioni contro la Siria ti rende un’apologeta di Assad, opporsi alle sanzioni contro l’Iraq deve renderti un apologeta di Saddam, e Saddam non è uno cui queste persone vorrebbero vedersi associate, non più che con Assad.

RK: Penso che la differenza sia questa: gli Stati Uniti hanno invaso l’Iraq con decine di migliaia di soldati statunitensi. La Siria è stata una guerra per procura in cui gli Stati Uniti hanno appaltato a gruppi jihadisti salafiti. Così non si vede che c’è una guerra contro la Siria.

JP: Per concludere vedo quattro cose qui:

1) un insieme di valutazioni che tu hai su argomenti specifici come l’acquedotto di Damasco, la portata dei gruppi armati non islamisti e del sostegno popolare all’opposizione e l’impatto delle sanzioni;

2) un insieme di tue idee politiche che sono piuttosto comuni nella sinistra, compreso un forte sostegno al laicismo, l’opposizione alle ideologie wahabita e salafita e scetticismo anche nei confronti di principali organizzazioni per i diritti umani quando presentano affermazioni che vanno oltre le prove da loro offerte;

3) un insieme di dichiarazioni su di te che sono false (ad esempio che tu “difendi attacchi contro civili”, “hai partecipato a un tour di pubbliche relazioni patrocinato da Assad, eccetera);

4) una combinazione di tutte queste cose per parlare delle tue “idee” come se tu avessi opinioni discriminatrici su determinati gruppi di persone.

Ma non è così. Tu sei una sostenitrice di sinistra di diritti uguali per tutti e hai idee inequivocabilmente antidiscriminatorie. Nessuno dovrebbe fare 3) e 4) e se qualcuno ha problemi con 1) e 2) dovremmo discuterne nel merito.

(Originale: https://zcomm.org/znetarticle/the-much-maligned-views-of-rania-khalek-on-syria/)

I complici siamo noi

Non sconfiggeremo mai il terrorismo islamico, finché saremo suoi complici

A quindici anni dalle Torri Gemelle, continuiamo a riempire di armi e soldi la monarchia saudita e i paesi del Golfo Persico, nonostante sappiamo benissimo che siano loro i padrini e gli ispiratori del terrorismo islamico. Da Al Qaeda all’Isis la musica non è cambiata

Gli jihadisti raccontano…

segnalato da Barbara G.

Il gruppo Stato islamico raccontato da quattro jihadisti

Nella città costiera di Jableh, nel nord della Siria, dopo una serie di attentati rivendicati dal gruppo Stato islamico, il 23 maggio 2016. (Afp)

Subito dopo la fondazione del califfato, i miliziani del gruppo Stato islamico (Is) hanno abbattuto con una ruspa la frontiera tra la Siria e l’Iraq. Perché il califfato, in teoria, è universale: nella realtà, però, è profondamente influenzato dai contesti nazionali. I suoi tre bastioni, la Siria, l’Iraq, la Libia, non hanno molto in comune. Se in Libia la guerra è questione di milizie e tribù, per tanti in Siria l’Is è ancora il male minore rispetto al presidente Bashar al Assad, mentre in Iraq, in fondo, esprime la voglia di rivalsa dei sunniti, che erano al potere con Saddam Hussein e ora sono emarginati dalla maggioranza sciita.

E se a Parigi, a Bruxelles, in Europa si parla di islamizzazione del radicalismo, più che di radicalizzazione dell’islamismo, perché a muovere i foreign fighters spesso è tutto tranne che la religione, altrove, come in Tunisia, nei Balcani, nel Caucaso, molti miliziani dell’Is non sembrano essere un fenomeno poi così nuovo: sono mercenari. Combattono per uno stipendio. Il califfato vuole essere universale ma poi cambia di paese in paese. Di jihadista in jihadista.

Abdo, 23 anni, Aleppo

Quando ho conosciuto Abdo aveva un piercing al sopracciglio. Era al primo anno di università, e si era trasferito da Damasco ad Aleppo per unirsi ai ribelli. Distribuiva pane. Oggi ha 23 anni, e distribuisce ancora pane. Ma è del gruppo Stato islamico.

Ufficialmente si occupa di logistica: ci ritroviamo per caso nello stesso caffè a Urfa, in Turchia, una delle città di confine dove fanno base molte ong. La presenza dell’Is, qui, non è un segreto. A ottobre due attivisti siriani sono stati uccisi e decapitati. Per l’Is è stato facile infiltrarsi, anche perché alcune ong hanno scelto di assumere dei jihadisti: spesso avere in auto uno come Abdo è il solo modo per poter passare un checkpoint. Anche se nessuno può ammetterlo, tutta l’area di confine è ormai un sottobosco di relazioni ambigue. L’unica certezza, per ora, è che Abdo è arrivato ieri per una riunione, e domani torna ad Aleppo: per lui la frontiera è aperta. Per tutti gli altri no: la polizia spara sui profughi che tentano di attraversare.

Ad Aleppo, a un certo punto, Abdo è stato anche mio vicino di casa. Abbiamo cenato insieme mille volte. Ma non per questo ha voglia di parlare con me. “Perché mai dovrei parlarti? Nessun giornale ha un corrispondente dall’America che non parla l’inglese, e invece qui è normale che fate gli esperti di Siria e neanche conoscete l’arabo”, mi dice. “Ma cosa pensi di capire? Stai qui perché senza la guerra non sei nessuno. E invece così scrivi libri, giri il mondo… Guadagni con i morti. Non ho bisogno di te. Se ho voglia di dire qualcosa, ho internet, posso dirla da solo”.

Neppure i siriani però sembrano avere bisogno di te, gli dico. “Quali siriani?”, mi risponde duro. “Gli amici tuoi? I siriani che campano con lo stipendio delle vostre ong, e stanno al vostro servizio, a distribuire aiuti umanitari a quelli che voi stessi assediate e affamate? State tutti dalla parte di Assad: una mano li bombarda, e l’altra va a incerottarli. Noi abbiamo creato un governo dal nulla, dalle macerie, e nessuno fa la fame. Abbiamo ripristinato l’acqua, l’elettricità, riparato le strade. Una guerra non si vince senza sangue e sacrifici. E l’Europa, allora? Non fu liberata con le armi? Se i musulmani vogliono liberarsi dal nazismo, oggi, la guerra è un male necessario. Ed è una cosa chiara a tutti i siriani. Voi giudicate un governo in tempo di guerra con gli stessi criteri con cui lo giudichereste in tempo di pace”, dice. “Vedi? Non ha senso parlarti. Sei in malafede”.

“Non siamo in crisi. Tu ti perdi nella cronaca, Kobane, Ramadi, Palmira… E anche con Falluja, ora, cosa cambia?”, dice. “A me interessa il senso delle cose, la direzione ultima della storia. Vent’anni fa non esistevamo. Oggi siamo al centro dell’attenzione. Oggi negli Stati Uniti c’è una città a maggioranza musulmana [Hamtramck, vicino a Detroit]. Possiamo perdere Raqqa e Mosul ma possiamo comunque colpirvi in qualsiasi momento. Non ho bisogno di organizzare un attentato come quello dell’11 settembre. Posso spaccarti la testa con un mattone in questo esatto istante. Dove c’è un infedele, c’è un pericolo”.

Molti siriani sono arrivati all’Is da altre milizie jihadiste, cercando di unirsi a chi era meglio armato e finanziato. Abdo invece ha scelto subito l’Is. Per lui, avanzare per gradi ha significato la morte di tutti quelli che aveva intorno. Ha perso tutti, tre fratelli, una sorella, e anche il padre, morto di cancro a Damasco. Del gruppo con cui distribuiva il pane non è rimasto nessuno. Ma la morte, dice, non gli fa paura. “Sono pronto. La mia battaglia è ancora quella del primo giorno: libertà e dignità. Solo che ora ho capito che i nemici sono molti di più, e molto più forti di quanto credevo, la battaglia è molto più complessa: altrimenti sostituisci un’oppressione con un’altra, nient’altro. I ribelli vogliono solo arricchirsi. Non bisogna conquistare il potere, ma cambiare il modo in cui il potere è esercitato. E non ho paura di morire per questo. È il segno che sono sulla giusta via”.

Bilal, 31 anni, Tunisi

“Era il sogno di tutti, qui: Lampedusa. E invece ora il sogno è Raqqa. Lo Stato islamico. Andare in Italia non ha senso. Finisci in mezzo a una strada, a riempire casse di pomodori, venti euro per dodici ore e sempre a nasconderti, sempre con la paura addosso perché sei clandestino. Francia, Svezia, non fa differenza. Anche se hai un lavoro vero, in Europa resti sempre un arabo. Uno che se guarda una ragazza, lei chiama la polizia. Sempre un ospite, mai un cittadino, uno che deve scusarsi per essere lì. E invece non rubiamo lavoro a nessuno: anzi, siamo gli schiavi che consentono alla vostra economia di girare. Di cosa dovrei ringraziarti? Se tu hai quello che hai, è perché io non ho niente”.

Un ponte distrutto dal gruppo Stato islamico a Manbij, nel nord della Siria, il 23 giugno 2016. - Delil Souleiman, Afp

Un ponte distrutto dal gruppo Stato islamico a Manbij, nel nord della Siria, il 23 giugno 2016.(Delil Souleiman, Afp)

“Ma non ha senso rimanere qui. Perché in apparenza io e te siamo simili, è vero, la vita in Tunisia, l’unico paese dove la rivoluzione ha avuto successo, è una vita normale, dicono così, no? Ma osservami bene: io non ho che una copia di quello che hai tu. I jeans, il giubbotto di pelle… E invece è tutto finto. Non è pelle, è plastica. Sembriamo simili, ma io torno a casa stasera, a un’ora da qui, in un posto che non è la Tunisia che conosci tu, non è la Tunisia della Lonely Planet, è una fogna dove non ho l’elettricità, non ho l’acqua calda, ho solo un materasso per terra e delle coperte. Non ho neanche un lavoro, in realtà, è finto anche questo, e non solo perché sono un ingegnere e qui faccio la guida per i turisti, ma perché con quello che guadagno mi pago a stento i mezzi per venire qui, come mi pago una casa? Io torno a casa, la sera, e mi sento uno zero. Ho 31 anni, una laurea, e devo ancora chiedere a mio padre gli spiccioli per le sigarette. Se anche tu mi guardassi, non potrei permettermi di fare lo stesso, perché non potrei offrirti neanche un caffè per fare due chiacchiere. Non ho niente, posso solo tornare qui domani e vivere un altro giorno del cazzo identico a questo. Non sono niente”.

“Ho creduto nella rivoluzione. Ma è stato tutto inutile. Dite che la Tunisia è stabile, ma è immobile. Nel resto del mondo a vent’anni sei pieno di energie, di progetti. Avviare un’impresa, iscriverti a un dottorato. Cambiare città. O anche solo un viaggio, una vacanza. L’auto nuova. Ma io? Io la vita la vedo solo attraverso voi turisti. Mentre vi spiego Annibale, Cartagine, mentre guardate i mosaici: e vi guardo, intanto, guardo le vostre camicie dal taglio perfetto, le borse di cuoio, l’iPhone, e questa pelle liscia, sì, senza rughe, tracce di terra, le dita di chi non deve guadagnarsi il pane con il sudore, vi guardo, e immagino questa vita che non potrò mai avere, quello che per voi è normale, i figli, l’ufficio, la partita di calcetto. Vi guardo e vi odio. Abbiamo sbagliato, abbiamo pensato che il nemico fossero i vari Ben Ali: e invece avevamo contro tutto il mondo, perché quando 62 miliardari possiedono la stessa ricchezza di metà della popolazione del pianeta, quando un intero paese come la Grecia fa la fame, ed è la Grecia, non è la Somalia, è l’Europa, allora non è il problema di Ben Ali e dei conti svizzeri di sua moglie: è che tutti voi dovete rinunciare a qualcosa. Se io non ho niente, è perché tu hai tutto. Ma non l’avevamo capito. Non avevamo capito che la battaglia non si poteva vincere solo in Tunisia, perché non riguardava solo la Tunisia. Che non era solo questione di cambiare un governo, di rovesciare un regime. Perché siamo poveri, secondo te? Perché siamo analfabeti? Se siamo poveri, è prima di tutto a causa dell’Unione europea. Fate i paladini del libero mercato: poi versate sussidi ai vostri agricoltori e vietate le importazioni in Africa, mentre i vostri agricoltori esportano qui a prezzi più bassi dei nostri. Il libero commercio è la vostra libertà di produrre e vendere, e la nostra di comprare e indebitarci. Invece di studiare l’islam, vai a vedere cosa fanno il Fondo monetario internazionale, le multinazionali. Invece di pensare a Raqqa, pensa a Bruxelles. Abbiamo fallito non perché abbiamo osato troppo, ma perché abbiamo osato troppo poco”.

“Io non voglio diventare come te, non voglio fare una rivoluzione per diventare uno che per conservare i suoi privilegi, per comprarsi l’iPhone nuovo ogni sei mesi, è disposto ad affamare il resto del mondo. Perché questa è la tua società, questa è la tua cultura, mica Kant e Rousseau. Tu non ne vedi la violenza perché è una violenza sofisticata, ma non per questo meno feroce. Il sangue è la violenza dei poveri. E io non ho alternative. Non ho niente da perdere. Grazie all’11 settembre, siamo tornati a esistere. Se è di questo che avete bisogno per capire, per accorgervi di noi, l’avrete”.

Kareem, 57 anni, Baghdad

“Venite quando preferite”, dice gentile un assistente. “Il dottor Kareem sarà qui dalle 11”. In Iraq i comandanti dell’Is ti fissano un appuntamento come i geometri del catasto. Non sono miliziani, sono funzionari.

Vivono un po’ ovunque, nelle aree sunnite, e per i vicini di casa il loro ruolo, la loro identità, non sono un segreto. Se anche uno volesse chiamare la polizia, d’altra parte, non saprebbe chi chiamare. Baghdad, in teoria, ha un sindaco ma nessuno ricorda il suo nome. Chi ha un problema chiama la milizia di fiducia. Quelle principali sono due: Asaib Ahl al Haq, specializzata in attacchi agli occidentali, e le Brigate Badr, specializzate in omicidi con il trapano.

Kareem ha 57 anni, è un militare di carriera esperto in artiglieria. Si occupa di munizioni. E la ragione per cui ha scelto l’Is, dice, è semplice: “Non voglio che i miei figli siano costretti a emigrare in Europa”. Perché ormai l’intero Medio Oriente, dice, è un disastro. “L’Iraq è il quinto produttore al mondo di petrolio, ma gli abitanti di Baghdad hanno solo quattro ore di elettricità al giorno. Ed è la capitale. Non pensare al telefonino da ricaricare: pensa alle incubatrici negli ospedali. A chi ha bisogno della dialisi. Sono anni, qui, che rubate tutto, però vedete solo quello che avete voglia di vedere. E quindi ora gli eroi sono i curdi. Sono ladri come tutti gli altri, si spartiscono gli appalti tra amici, e appena avanzano di mezzo metro bruciano tutto perché gli arabi non possano tornare, e dicono che siamo stati noi: e occupano le nostre terre. Però per voi sono gli eroi di Kobane”, dice. “Perché hanno il petrolio. Perché sono i vostri mercenari, combattono su ordinazione in cambio del potere. Puoi mentire ai tuoi lettori ma non a me. Io conosco la verità quanto la conosci tu. Avete rovesciato Saddam ma non Assad, e perché? Perché Saddam ha tirato gli Scud su Tel Aviv, mentre Assad, padre e figlio, facevano solo chiacchiere. Dalle alture del Golan non è mai entrato in Israele neppure un gatto randagio”, dice. “Mi avete tolto tutto, ma non mi toglierete anche i figli: è il momento di rimboccarsi le maniche e ricominciare. Ricominciare dall’islam, che è l’unica cosa che ci ha dato dignità e grandezza. Non voglio che i miei figli siano costretti a vivere a testa bassa in una delle vostre periferie. Non sono un assassino. Sono un padre. Un padre come tutti”.

“Rispetto chi mi rispetta”, dice. “Ma non chi è ospite e si sente padrone. Ogni società ha le sue regole. E questa è la terra dell’islam: chi non è musulmano, rispetti le regole e sarà il benvenuto. Molti, qui, sono delle quinte colonne”, dice.

Il riferimento non è solo agli statunitensi: è soprattutto agli sciiti. Gli arabi sunniti in Iraq sono circa il 20 per cento della popolazione. Al potere negli anni di Saddam, ora si sentono emarginati dalla maggioranza sciita. Che Kareem, però, definisce in un altro modo: ingerenza iraniana. Non è solo un problema di sunniti contro sciiti, dice. “Alcuni musulmani usano l’islam per i loro interessi. Due anni fa sono stato con mia madre alla Mecca. Era la prima volta. Ma invece di trovare preghiera e spiritualità, ho trovato una specie di parco giochi con hotel a sette stelle. Per alcuni sembrava una vacanza invece di un pellegrinaggio. Non mi interessa se erano sunniti o sciiti: sono un pericolo per l’islam”.

Il punto in cui è esplosa l’autobomba piazzata dal gruppo Stato islamico nel quartiere Karrada di Baghdad, in Iraq, il 3 luglio 2016. - Khalid al Mousily, Reuters/Contrasto

Il punto in cui è esplosa l’autobomba piazzata dal gruppo Stato islamico nel quartiere Karrada di Baghdad, in Iraq, il 3 luglio 2016. (Khalid al Mousily, Reuters/Contrasto)

“La domanda più importante devi farla a te stessa. Perché ti hanno spedito in Iraq solo ora? Solo dopo che abbiamo fondato il califfato? Perché non eri qui durante l’embargo? Pensi davvero che siamo più violenti degli altri? L’embargo ha causato cinquecentomila morti: secondo te sono meno importanti solo perché sono morti senza violenza? Tu sei solo una pedina e non lo sai. L’islam significa sottomissione. Io sono servo di Dio, ma tu sei serva dei potenti. Stiamo entrambi combattendo, solo che tu stai dal lato sbagliato della storia”.

Mohammed, 26 anni, Sarajevo

“Chiamami Mohammed. Tanto per voi siamo tutti uguali. Se sei musulmano, sei musulmano e basta. Violento e ignorante. Tutto il resto, la tua storia, la tua vita, non conta. Se sei musulmano sei sporco e basta”.

Mohammed, in realtà, è l’ultimo nome che gli avrei associato: non fosse altro perché siamo a Sarajevo, è biondo, e mi aspetta al caffè Tito, che sembra un centro sociale, con birra e musica dei Blur. Ha una felpa con il cappuccio e un libro di Asimov, e indossa delle New Balance blu elettrico. Sembra appena tornato da una partita di calcetto. Invece è appena tornato dalla Siria.

La Bosnia ed Erzegovina ha 3,8 milioni di abitanti, per metà musulmani, e in alcune piccole comunità si applica illegalmente la sharia. Il più noto reclutatore europeo di jihadisti, Husein Bosnić, è di Sarajevo. Da qui sono arrivate le armi per gli attacchi di Parigi. Ma la vera guerra di Mohammed non è la Siria. Lui è nato nel 1990. “Ho un ricordo vago di mia madre”, dice. “Fu uccisa da un cecchino quando avevo tre anni. Sono cresciuto con mia nonna, una donna minuta, che parlava da sola. Sempre vestita di nero. Mio padre era un tipografo. Poi è diventato un alcolista. Diceva che era colpa mia. Che ero viziato, che quel giorno volevo a tutti i costi della cioccolata. Che altrimenti mia madre sarebbe rimasta a casa. Appena ho potuto sono andato via. Però credo che lui sia ancora vivo”, dice. Mohammed studiava. Ma poi ha avuto un po’ di problemi con la legge, un paio di risse, un furto. Ed è andato in Siria. “Mi impasticcavo tutto il tempo. Stavo diventando come mio padre”.

Un terzo dei 330 bosniaci che combattono con l’Is ha precedenti penali.

La guerra è finita nel 1995 con gli accordi di Dayton, che dopo centomila morti hanno creato un difficile equilibrio tra le etnie. La Bosnia ed Erzegovina è ora divisa in due entità, la Federazione croato-musulmana e la Repubblica serba. Ha cinque presidenti, di cui tre a rotazione uno ogni otto mesi, ha tre parlamenti, tre governi, 136 ministri. Centoventisette partiti.

La caccia ai jihadisti è affidata a ventidue diversi corpi di polizia. Il tasso di disoccupazione è al 43 per cento, e la disoccupazione giovanile è la più alta al mondo: 63 per cento. “Anche se lavori, è inutile. Non ce la fai”, dice Mohammed. “Lo stipendio medio è di 450 euro. Che futuro puoi avere, qui? Non hai neppure un presente. Io volevo ritrovare un percorso, una direzione. Ma non è una cosa mistica. Alla fine sono andato in Siria per la tua stessa ragione: fermare la guerra. Vedevo tutti quei ragazzini in televisione, in mezzo al sangue, e pensavo: anche io sono stato così. Non voglio che diventino come me. Solo che tu credi alle parole, io ai fatti”.

I bosniaci che hanno scelto l’Is sono di due tipi. I cinquantenni, o quasi, veterani delle guerre dei Balcani, usati come addestratori: e i loro figli, più o meno, ragazzi cresciuti tra le macerie della Jugoslavia. Tra eroina e povertà. E infatti per Mohammed la sharia, al fondo, significa rispetto dell’ordine. Inteso come rispetto dell’autorevolezza, però, più che dell’autorità. “Una società senza regole non può funzionare. Una società in cui ognuno è libero di decidere cosa è giusto e cosa è sbagliato, in cui ognuno è Dio di se stesso: non può funzionare, perché così, in realtà, prevalgono le regole invisibili. Le regole dei più forti”, dice.

L’infedele non è un non credente, ma più esattamente, un miscredente: ed è la cosa più pericolosa. “Perché tu pensi di non avere religione, di non credere. E invece credi nel mondo così com’è”. E il mondo così com’è, dice, “per me non ha spazio”.

“Perché mai dovrei credere nella democrazia? E Hitler, allora? Non fu eletto dalla maggioranza dei tedeschi? Milosevic? Governare, governare una società come la propria vita, è questione di saggezza, di riflessione. Non di numeri”.

“E comunque questa intervista è una perdita di tempo”, dice. “Tanto so perfettamente che secondo te sono uno che ha problemi. Ma chi è che ha più problemi, uno che prova a fermare una guerra o uno che continua a prendere il sole, mentre i bambini muoiono in spiaggia? Quello che ha bisogno dello psicologo, qui, non sono io”.

Narco Isis

segnalato da Barbara G.

Quel traffico di droga dimenticato che finanzia il terrorismo nel mondo

Il Califfato tra Siria e Iraq è al centro dei commerci di stupefacenti verso l’Europa. Da Boko Haram in Nigeria ai taleban in Afghanistan i gruppi islamisti si arricchiscono.

di Antonio Maria Costa – lastampa.it, 10/02/2016

Antonio Maria Costa economista e docente universitario è stato direttore dell’ufficio Onu contro il narcotraffico dal 2002 al 2010

Le camicie nere jihadiste mirano a creare una teocrazia (califfato) dall’Africa occidentale all’Asia orientale, grazie a una potenza di fuoco e una strategia operativa capaci di sopravvivere alla reazione militare delle grandi potenze. Quali le fonti di finanziamento sulle quali contano? Recenti notizie mostrano una strategia economica che sfrutta la centralità del califfato fra i traffici globali di droga.

Il primo allarme proviene dal Centro per l’Analisi delle Operazioni marittime, di Lisbona.

In breve, il terrorismo approfitta del fatto che «il traffico marittimo in Europa non è controllato». Nel solo Mediterraneo migliaia di navi transitano mensilmente, molte provenienti da, o dirette verso aree controllate da gruppi affiliati all’Isis. Mentre l’attenzione è concentrata sui barconi stipati di migranti, non c’è sorveglianza sui mercantili che trasportano merci legali, certo – ma anche tanta droga e molto materiale bellico. Solo a gennaio 540 navi sono entrate nei porti europei, dopo avere sostato in Siria, Libia e Libano per ragioni sospette. Un tipico caso preoccupante: settimane addietro una nave di 76 metri, partita da Golchuk (Turchia), ha sostato a Misurata (Libia), per poi spegnere il transponder per diverse ore prima di approdare a Pozzallo, in Sicilia.

LE ROTTE TERRESTRI

Il secondo allarme proviene dal Pentagono, dove l’Africa Command ora riconosce che il Sahara rappresenta un altro buco nero nei meccanismi di controllo dei traffici aerei e terrestri. Infatti, data la carenza di controllo, nell’Africa occidentale sono emersi due snodi di commerci illeciti, nei golfi di Guinea e del Benin, dove la droga transatlantica approda prima di attraversare il Sahara grazie al coinvolgimento dei jihadisti di Aqim in Mali e Mauritania, Boko Haram in Nigeria, e Ansar-al-Sharia in Libia. Animano il traffico i cocainomani europei (5 milioni), che ne sniffano 150 tonnellate per un valore di 40 miliardi di dollari.

UN FIUME DI EROINA  

La terza notizia proviene dalle Nazioni Unite: nel 2015 la produzione di oppio in Afghanistan, pur se in declino, si è mantenuta sulle 3 mila tonnellate che, trasformate in eroina, è consumata da 3 milioni di tossicodipendenti dall’Atlantico agli Urali, per un valore complessivo di oltre 35 miliardi di dollari l’anno. A beneficiarne in Afghanistan sono i Talebani, Al Qaeda e Haqqani e poi, nei Paesi di transito, l’Isis in Siria/Iraq, Hezbollah in Libano e Al-Shabaab in Somalia. Secondo i servizi anti-narcotici russi, l’eroina che transita attraverso i territori controllati dal califfato, genera «un miliardo di dollari l’anno».

LE ANFETAMINE  

L’ultima notizia concerne le droghe sintetiche, soprattutto le anfetamine che, un tempo prodotte in Olanda e poi in Bulgaria, sono trafficate attraverso Turchia, Siria e Iraq, per finire soprattutto in Arabia Saudita, un paese che da solo confisca una maggiore quantità di captagone (il narcotico preferito localmente) del resto del mondo: 10 tonnellate l’anno. Se si considera che il volume di droga sequestrato in loco rappresenta circa il 10% del mercato nazionale, si conclude che un centinaio di tonnellate di anfetamine sono consumate annualmente in Arabia Saudita. I servizi segreti saudi confermano il coinvolgimento dell’Isis, mentre altri gruppi estremisti curano la coltivazione del cannabis nella valle della Bekaa, tra Siria e Libano, per l’esportazione nel Golfo – e in Europa.

In conclusione, quattro notizie convergenti su come l’Europa è circondata da flussi di droga dei quali beneficiano le mafie internazionali – e le camicie nere dell’Isis che, quando non gestiscono i traffici direttamente, tassano il transito nelle zone da esse controllate. La globalizzazione del terrorismo ha beneficiato dell’aiuto finanziario proveniente dai Paesi (sunniti) simpatetici alla causa del fondamentalismo, dal commercio del petrolio (in calo), e dal traffico di referti archeologici (in crescita, ora che è iniziato lo spoglio dei siti romani di Leptis Magna e Sabratha). Inspiegabilmente trascurata è stata la fonte tipica di fondi per il terrorismo internazionale: la droga, venduta in contanti (poi riciclati, da banche conniventi), oppure direttamente barattata (per armi e mezzi). Una circostanza sorprendente, dato che tutti i gruppi terroristici al mondo si sempre sono finanziati commerciando stupefacenti, a partire dai grandi movimenti in Spagna (Eta), Irlanda (Ira), Sri Lanka (Le Tigri Tamil), e ovviamente in Colombia (Farc) e Perù (Sentiero Luminoso). L’estremismo islamico ne segue il modello, che l’Europa rifiuta di riconoscere.

Affari e pallottole

segnalato da Barbara G.

Bombe per l’Arabia Saudita: fino a quando il Governo intende evitare le proprie responsabilità?

Continua la mancanza di presa di responsabilità del nostro Governo sul “caso” delle bombe partite dalla Sardegna destinate dell’Arabia Saudita: fino a quanto l’esecutivo di Matteo Renzi intende mantenere l’ipocrisia su queste forniture militari che ormai tutto il mondo conosce? Non sono più accettabili giustificazioni raffazzonate: il Governo deve rendere conto al Parlamento e all’opinione pubblica delle proprie decisioni politiche.
Fonte: Rete Italiana per il Disarmo – 04 dicembre 2015
Oggi, per l’ennesima volta il Governo italiano ha perso un’occasione per assumere la propria evidente responsabilità riguardo all’invio di bombe prodotte in Sardegna verso l’Arabia Saudita.
Dopo le esternazioni e le dichiarazioni della Ministro della Difesa Pinotti (“E’ tutto regolare…”, “Non sono ordigni italiani…”, “Si tratta solo di transito…”), le parole del Ministro Gentiloni in Parlamento (“Rispettiamo gli embarghi e convenzioni sulle armi vietate”) è stato oggi il sottosegretario Benedetto Della Vedova a rispondere in modo evasivo ad un’interrogazione urgente in materia, cercando di aggirare la questione per non entrare nel merito del problema.
Ormai tutto il mondo è al corrente, e lo ha dimostrato anche Rete Disarmo con documenti e informazioni di prima mano, che diverse forniture di bombe sono partite dalla Sardegna verso l’Arabia Saudita: si tratta di spedizioni rese possibili solo con l’autorizzazione del Governo sulle quali il ruolo del Parlamento è successivo (prende atto solo in un secondo tempo delle autorizzazioni emesse dal Governo) e in cui è irrilevante il fatto che la fabbrica in cui questi ordigni sono assemblati o fabbricati sia di proprietà tedesca.
Invece di scaricare la responsabilità sul Parlamento, i componenti dell’Esecutivo dovrebbero rivolgere precise domande su queste spedizioni all’Unità Autorizzazioni Materiali d’Armamento incardinata presso la Farnesina.
La domanda a cui il Governo di Matteo Renzi dovrebbe rispondere è una sola: chi ha autorizzato le forniture e le recenti spedizioni di bombe dall’Italia all’Arabia Saudita, Paese che sta bombardando lo Yemen senza alcun mandato delle Nazioni Unite?
Ci domandiamo fino a che punto il nostro Governo abbia intenzione di fingere agli occhi del mondo confermando nei fatti di non voler chiarire la questione e richiamando, nelle risposte ufficiali, vaghi riferimenti alla normativa nazionale che internazionale. Riferimenti che peraltro appaiono non pertinenti, come abbiamo già avuto modo di sottolineare. Ci domandiamo se i ministri del Governo stiano consapevolmente svicolando dalla questione o se non conoscano la normativa sull’esportazione di armi: situazione grave in qualsiasi caso.
La Legge italiana (numero 185 del 1990) non solo richiede di tenere in considerazione embarghi dell’Onu o dell’Unione Europea, ma vieta espressamente non solo l’esportazione, ma anche il solo transito, il trasferimento intracomunitario e l’intermediazione di materiali di armamento “verso i Paesi in stato di conflitto armato, in contrasto con i principi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, fatto salvo il rispetto degli obblighi internazionali dell’Italia o le diverse deliberazioni del Consiglio dei Ministri, da adottare previo parere delle Camere”. (art. 1. c 6a) e “verso Paesi la cui politica contrasti con i principi dell’articolo 11 della Costituzione (art.1. c6b).
La questione fondamentale è dunque questa: c’è una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu che abbia dato mandato alla coalizione guidata dall’Arabia Saudita ad intervenire militarmente in Yemen o c’è una decisione del parlamento che confermi una deliberazione del CDM a riguardo? No, non c’è: l’Arabia Saudita ha solamente annunciato all’Onu che sarebbe intervenuta militarmente in Yemen ma non ha mai richiesto alcun mandato per farlo.
In mancanza di questo esplicito mandato continuare ad inviare bombe e sistemi militari all’Arabia Saudite è una chiara decisione politica del Governo Renzi, che se ne deve assumere tutta la responsabilità.
Il sottosegretario Della Vedova, che nella risposta di oggi ha fatto riferimento a norme europee, dovrebbe poi sapere bene che la Posizione Comune 2008/204/CFSP (qui in .pdf) non essendo una direttiva, non ha valore vincolante e non prevede sanzioni. Richiede ai Paesi membri di verificare il rispetto degli otto criteri, ma la decisione finale nell’autorizzazione all’esportazione e all’invio di armamenti è di competenza dei singoli governi, in base alle proprie leggi nazionali. Non è quindi appropriato far riferimento alla Posizione Comune per giustificare la continua fornitura di bombe aeree alle forze armate dell’Arabia Saudita. Si dovrebbe invece valutare anche la situazione dei diritti umani e del rispetto delle convenzioni internazionali da parte dell’Arabia Saudita, paese nel quale – come riportano tutte le organizzazioni internazionali – persistono gravi e reiterate violazioni dei diritti umani, tra cui incarcerazioni immotivate, la tortura e la pena di morte attuata anche con decapitazione e crocifissione in pubblico. Considerazioni ancora più forti a pochi giorni dal 10 dicembre, Giornata Internazionale dei Diritti Umani.
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Da dove vengono le armi usate dai jihadisti dello Stato islamico

internazionale.it, 09/12/2015

Un fucile cinese Cq 5.56 sequestrato dalle milizie curde siriane a Kobane alla fine del 2014 e catalogato il 24 febbraio del 2015. (Conflict armament research/Amnesty international

In Siria e in Iraq i jihadisti del gruppo Stato islamico usano armi e munizioni provenienti da almeno 25 paesi, tra cui tutti i paesi membri del Consiglio di sicurezza dell’Onu e l’Italia. Lo denuncia un nuovo rapporto di Amnesty international pubblicato l’8 dicembre, intitolato Taking stock: the arming of Islamic State.

La maggior parte delle armi usate dal gruppo jihadista è stata sottratta dai depositi di armi in Iraq dopo la conquista di Mosul nel giugno del 2014. La mancanza di controlli e un fiorente mercato illegale permettono ai jihadisti di aver accesso a un numero consistente di armi e munizioni.

L’organizzazione non governativa ha catalogato più di cento tipi diversi di armi e munizioni finite nelle mani dei miliziani, sulla base dell’analisi di video e immaginigirati al fronte di cui è stata verificata l’autenticità. Gran parte delle armi sequestrate era stata fornita all’esercito iracheno dagli Stati Uniti, dall’Unione Sovietica e da altri paesi dell’ex blocco comunista durante la guerra tra Iraq e Iran negli anni ottanta. In Siria le armi usate dai miliziani sono state fornite dalla Russia, dai paesi dell’ex blocco sovietico e dall’Iran.

Il ruolo dell’Italia. Il rapporto di Amnesty international evidenzia come anche l’Italia abbia contribuito indirettamente ad armare il gruppo Stato islamico, rifornendo durante la guerra tra Iraq e Iraq (1980-1988) sia Baghdad sia Teheran.

Dal 2003, l’Italia ha partecipato alla cosiddetta guerra al terrore guidata dagli Stati Uniti. Per rispondere alla minaccia terroristica dopo gli attacchi dell’11 settembre, tra il 2004 e il 2007 è stato concesso ai paesi esportatori di armi di avere una maggiore libertà per trasferire armi all’Iraq senza troppa considerazione per i diritti umani, attraverso l’Iraq relief and reconstruction fund e l’Iraq security forces fund. In quel periodo la coalizione guidata dagli Stati Uniti ha firmato contratti per almeno un milione di dollari per trasferire armi e milioni di munizioni in Iraq, provenienti anche dall’Italia.

Infine, nel 2014, a causa dell’avanzata dello Stato islamico nel nord dell’Iraq e in Siria, gli Stati Uniti, insieme ad altri undici paesi europei tra cui l’Italia, hanno coordinato il rifornimento di armi per le truppe irachene, le milizie sciite e quelle curde.

La guerra tra Iran e Iraq all’origine del mercato di armi in Iraq. Il conflitto tra i due paesi medioorientali tra il 1980 e il 1988 è stato un fattore determinante per lo sviluppo del mercato globale illegale delle armi: all’epoca almeno 34 paesi fornirono armi all’Iraq, 28 paesi invece fornirono armi alla potenza rivale: l’Iran.

Nel 1990 le Nazioni Unite hanno approvato un embargo contro Baghdad che ha fermato l’afflusso di armi e munizioni verso il paese. Ma le forniture sono riprese in maniera massiccia dopo l’intervento militare degli Stati Uniti in Iraq nel 2003. Negli ultimi dieci anni, più di trenta paesi, tra cui i membri del Consiglio permanente dell’Onu, hanno fornito armi all’Iraq e la maggior parte di queste armi è al momento nelle mani dei jihadisti.

Proiettili da mortaio costruiti dallo Stato islamico e sequestrati dalle milizie curde siriane a Kobane. (Conflict armament research/Amnesty international)

Tra il 2011 e il 2013 gli Stati Uniti hanno concluso contratti miliardari con il governo iracheno per la fornitura di armi. Alla fine del 2014 sono state inviate munizioni e armi leggere per un valore di 500 milioni di dollari. Questo tipo di attività è proseguita, nell’ambito del programma del Pentagono per l’equipaggiamento e l’addestramento dell’esercito iracheno (per un valore di 1,6 miliardi di dollari). Dal 2011 sono stati mandati in Iraq 43.200 fucili d’assalto M4. Tra il 2011 e il 2013, gli Stati Uniti hanno mandato in Iraq 140 carri armati M1A1 Abrams, decine di aerei da combattimento F-16, 681 missili terra-aria portabili a spalla Stinger, batterie anti-aeree Hawk. Alla fine del 2014, Washington aveva inviato al governo iracheno armi leggere e munizioni per un valore di oltre 500 milioni di dollari.

La corruzione dell’esercito iracheno e dei funzionari governativi e la mancanza di controllo del territorio da parte delle truppe di Baghdad ha permesso che la maggior parte dei depositi e degli arsenali iracheni finissero nelle mani dei jihadisti o nel circuito illegale del commercio di armi.

Fatti e numeri

  • Tre. Il numero di divisioni di soldati (una divisione è formata da 40mila soldati) che lo Stato islamico potrebbe aver equipaggiato con le armi che sono state sequestrate nel solo mese di giugno del 2014.
  • Dodici. La percentuale del mercato globale di armi che negli anni ottanta è stata esportata verso l’Iraq.
  • Quindici. Negli ultimi dieci anni le armi negli arsenali iracheni sono aumentate di quindici volte, per un giro d’affari di 9,5 miliardi di dollari.
  • Venticinque. Le armi usate dallo Stato islamico in Siria e Iraq provengono da almeno 25 paesi.
  • Ventotto. Il numero dei paesi che hanno fornito armi all’Iraq e all’Iran durante il conflitto tra le due nazioni.
  • 650mila. Le tonnellate di munizioni che sono presenti sul territorio iracheno secondo una stima dell’esercito statunitense del settembre del 2003.
  • 1,6 miliardi di dollari. I finanziamenti approvati dal congresso degli Stati Uniti per sostenere l’esercito iracheno e le milizie sciite e curde contro lo Stato islamico.

Guerra e droghe

Il terrorismo non si nutre di Corano ma di Captagon

di Marco Perduca – huffingtonpost.it, 19 novembre 2015

In uno dei vari raid di mercoledì 17 novembre effettuati dalle forze speciali francesi a seguito degli attacchi a Parigi, in una stanza d’albergo di Alfortville, una delle banlieue della capitale francese, sono state ritrovati aghi e fili da intubazione. La camera era stata presa in affitto dal pluriricercato 26enne belga Salah Abdeslam. Le analisi della scientifica non hanno ancora determinato se il materiale medico sia stato utilizzato per confezionare le cinture esplosive dei kamikaze o se sia servito a iniezioni ipodermiche. O, magari, per entrambe le cose.

È noto che in tutte le guerre le prime linee usino stimolanti per affrontare in un pieno d’euforia il combattimento (vi siete mai chiesti perché l’eroina si chiami così?), ma era meno noto che queste, anche se chimiche, fossero prodotte là dove sono maggiormente utilizzate. Negli ultimi 10 anni, sia che si tratti di additivo per lo spasso dei giovani ricchi che di stimolante per chi combatte, in Medio Oriente c’è stata un’invasione di amfetamine e in particolare di Captagon.

Se prima della guerra in Iraq del 2003 la produzione era prevalentemente nel sud-est dell’Europa, principalmente in Bulgaria, mentre Turchia, Siria, Giordania e Libano, ma alle volte anche il Paraguay, erano vie del traffico verso i paesi del Golfo, da qualche anno la Siria è diventato il centro di raffinazione di Captagon per tutta l’area. Come la storia del proibizionismo ci insegna, le droghe, oltre a esser sostanze con effetti psicotropi e intossicanti, sono anche delle vere e proprie monete parallele. In tutto il Medio Oriente questa nuova stupefacente moneta si chiama, appunto, Captagon.

Il Captagon è un tipo di fenetillina (nota anche come amfetaminoetilteofillina o amfetillina), cioè uno psicostimolante sintetizzato per la prima volta nel 1961 dalla tedesca Degussa AG e utilizzata per circa 25 anni come farmaco alternativo, e più blando rispetto all’amfetamina nella cura della narcolessia, della sindrome da iperattività e, in alcuni casi, della depressione. Tanto gli importanti effetti collaterali, dovuti ad assunzioni prolungate, quanto l’abuso registrato all’inizio degli anni Ottanta negli Usa, l’hanno fatta inserire dall’Organizzazione Mondiale della Salute nelle tabelle della convenzione Onu sulle droghe del 1988. Reperite la materia prima, e mischiatala a dovere, con poche attrezzature si ottengono della pillole che sul mercato vanno dai 5 ai 20 dollari. Se assunte con la caffeina sono un potente stimolante che garantisce una significativa fonte di entrate di liquidità molto meno complessa da gestire del petrolio e dei reperti archeologici – o degli esseri umani.

Il 26 ottobre scorso all’aeroporto internazionale di Beirut sono state sequestrate due tonnellate di pillole Captagon nascoste in quaranta borse su un jet privato diretto in Arabia Saudita; pare che le autorità di Riyad ne abbiano sequestrate 55 milioni di pasticche nel solo 2014 – che per 5 o 20 dollari fanno… Se, com’è molto probabile, verrà confermato che si tratta anche di sostanze stupefacenti assunte dagli attentatori per doparsi, in aggiunta a tutte le restrizioni alle libertà personali che ci aspettano nelle prossime settimane, ci sarà anche da metter in conto un rilancio allarmista e proibizionista. Non sarebbe la prima volta.

Quel che però non verrà sottolineato con la dovuta attenzione è che non è per via del Corano che si accende la rabbia o si fomenta l’odio, ma piuttosto che senza un prodotto come il Captagon, una soluzione chimica che più laica non si può, non si accendono le furie omicide di un’organizzazione di criminali. Lo dico da antiproibizionsta, cioè da qualcuno che ritiene che anche queste sostanze debbano esser legalizzate per tentare di toglier loro il valore aggiunto della proibizione e, semmai, per creare una possibilità di controllo meno fallimentare, anche per quanto riguarda gli aspetti socio-sanitari, della produzione e commercio di roba come questa.

Come detto, il Captagon ha anche dei potenti effetti collaterali, ma prima che questi possano mettere in ginocchio i terroristi è auspicabile che la comunità internazionale trovi una risposta politica coordinata per “curarli” e “difenderci”.

http://video.huffingtonpost.it/embed/cronaca/droghe-e-guerra-5-cose-che-non-sai/5941/5933?responsive=true&generation=onclick&el=video991065640933811700

 

L’Isis siamo noi

segnalato da Barbara G.

Parigi – Iraq, sola andata. L’ISIS siamo noi

di Gabriele Neri – battibit.org, 14/11/2014

Ci deve essere stato un fraintendimento. Noi vi massacriamo dal 2001 per il petrolio e il gas. La nostra è una guerra per le risorse. Voi adesso ci massacrate per la religione.
Fermate i  lavori. In realtà è meglio dirla diversamente.
Noi vi massacriamo per il petrolio dicendo che è per la democrazia e contro il terrorismo. E così facendo, qualche anno fa, abbiamo armato il nuovo esercito iracheno sciita per contenere la guerriglia per bande che si è scatenata mentre abbiamo compiuto uno dei più grandi genocidi contemporanei. Per di più motivato con prove false (le armi di distruzione di masse inventate dai nostri Colin Powell).

Abbiamo buttato fosforo bianco su Falluja, diviso etnicamente un paese prima laico, importato la democrazia reintroducendo la pena di morte con processi sommari all’ex regime di Saddam Hussein, spiegato al mondo qual è la democrazia secondo noi, con le torture dei nostri soldati ad Abu Grahib (ricordate?), introdotto manuali sulla tortura, sequestrato persone in tutto il mondo con voli segreti (anche in Italia!), allestito Guantanamo, carcere degno dei nemici che diciamo di combattere.

Lo abbiamo fatto MENTRE Shell, Exxon, Eni, Total, Repsol e molte altre industrie del petrolio saccheggiavano oro nero dall’Iraq, garantendo la sicurezza degli impianti con mercenari privati. Abbiamo dipinto l’Iran come il mostro assoluto, fiancheggiatore di Al Qaeda. I barili di petrolio se ne andavano dal Golfo Persico e pensavamo che questa situazione di instabilità politica permanenete in Iraq ci conveniva, perché uno stato fantoccio non avrebbe turbato i nostri interessi. E il terrorismo stesso della banda di Bin Laden sembrava quasi sconfitto, lui stesso morto (?).

Solo che brutalizzare, stuprare, dividere, umiliare, massacrare milioni di persone nell’area ha avuto un effetto. Creare una banda di fanatici che, facendo leva sulla disperazione e la disumanizzazione dei disperati, ha colto l’opportunità di costruire uno stato dentro l’Iraq. L’ISIS o Daesh, come volete. Si appella alla vendetta dei sunniti vessati dagli sciiti che si sono ritrovati alla guida del traballante Iraq post invasione. E allora l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi, con cui facciamo grandi affari (vendiamo loro squadre di calcio e ci aiutano a pagare il debito pubblico), hanno drizzato le antenne. E mentre stringono mani a Obama, Renzi e Hollande da un lato, con l’altra allungano dollari e armi a questa nuova Isis. Con la scusa che combatte in Siria contro Assad.

Gli americani lo sanno e lo vedono ma non dicono nulla. Saranno pure dei fanatici ma ci servono per rovesciare un regime che ci sta sulle balle. Gli americani dopo l’Iraq hanno bisogno di porti sul Mediterraneo per ottimizzare l’espropriazione del petrolio medio orientale. La Siria è un obiettivo strategico, lo dicevano già dai tempi di Bush. E così chiudono tutti e due gli occhi. L’Isis diventa quello che è, uno stato organizzato tra Siria e Iraq. E mentre gli americani e gli occidentali si preoccupavano solo di garantire la sicurezza dei pozzi petroliferi coi contractor, l’ISIS, con armi e finanziamenti sauditi, conquistava il resto dell’Iraq, svaligando anche banche (come a Tikrit nel 2014) con riserve d’oro per milioni di dollari.

Questo nemico è truffaldino nei moventi tanto quanto noi che diciamo di essere in Medio Oriente per la democrazia o l’antiterrorismo. L’ISIS non fa una guerra di religione. Anche se la proclama e attacca in casa nostra il nostro modo di vivere, il nostro stile di vita. L’ISIS combatte una guerra di dominio e sfruttamento delle risorse. Si appella a Dio secondo una logica malata e deviata perché serve a far presa su una comunità umana lì in Medio Oriente brutalizzata e de-umanizzata dalla nostra guerra, una comunità disposta ad ogni forma di violenza e vendetta per quello che ha subito lì. La storia ci insegna che la guerra disumanizza sempre e porta a violenze  e sopraffazioni che sembrano inspiegabili. Come ci sembrano i fatti di Parigi. Ma l’ISIS ha presa anche qui, rastrellando il fondo della società, gli esclusi, gli alienati, quelli messi fuori dalla catena di montaggio sociale. I Jihadi John. Ovvero quegli umani brutalizzati e disumanizzati non dalla guerra, ma dall’alienazione prodotta dal capitalismo. E la risposta diventano le fregnacce para religiose dell’ISIS che offrono un movente a disperati che non hanno alcuno strumento culturale o morale per dare un senso alla loro vita.

E finché percepiremo lo shock solo quando toccherà a noi, in casa nostra, subire violenze ingiustificate e amorali, rimuovendo le stragi come quella di Beirut qualche giorno fa o, per citarne una, degli studenti socialisti che volevano aprire una biblioteca a Kobane, allora siamo disumani anche noi. Burattini incapaci di dare un senso e una visione alla nostra vita. Alla mercé della nostra personale ISIS: i Salvini che invocano altri (ancora!) bombardamenti sul medio Oriente indistinto, il Papa che parla di reazione dura e di terza guerra mondale (sì lo ha fatto), Obama e tutti gli altri cialtroni che ci governano, che sono parte integrante del problema.
Finché ci sarà sfruttamento, deprivazione della dignità e della sovranità dei popoli, i poveri saranno boccaloni dei fanatici che li manovrano. Qui e in Medio Oriente. L’Isis adesso va fermata sul campo, ma poteva essere fermata a monte, bloccando lo scempio della guerra in Iraq a suo tempo e cambiando politica nei confronti dei suoi finanziatori, che sono anche nostri finanziatori: gli sceicchi sauditi. E mi dispiace dirlo ma gli unici che stanno facendo qualcosa di concreto contro l’ISIS sono i curdi, che sono nell’elenco dei terroristi di qualsiasi governo occidentale. Preferiamo tenerci stretta la Turchia di Erdogan che schierarci dalla parte di un popolo che non ha neanche nazione ma che si è preso la briga di respingere il fanatismo sul campo di battaglia (mentre si deve difendere pure dai turchi contemporaneamente.)

Se vivessimo in un mondo multi polare per davvero, i paesi del mondo tutto si siederebbero attorno ad un tavolo all’ONU e con una forza militare internazionale metterebbero a tacere l’ISIS e la guerra civile in Siria. Come dovrebbero anche disarmare palestinesi e israeliani e porre fine alla follia attuando finalmente la soluzione di due popoli e due stati. Ma per farlo si dovrebbe anche dire che il mondo si impegna a ricostruire queste aree, non solo con le infrastrutture, ma a recuperare l’infanzia per le nuove generazioni, mandare a scuola chi deve starci, invece di tenere un fucile in mano. Amministrare per decenni queste aree con una forza internazionale, estromettendo gli interessi occidentali o regionali da queste zone. Ricostruire il senso morale e civile di popolazioni che non ce l’hanno più.  E’ un’utopia che il mondo non vuole e non può affrontare. Perché preferisce tenersi il regime di paura che ci rende tutti schiavi di logiche obbligate: la violenza chiama violenza. Che accresce e consolida gli interessi dell’ISIS. Che è il nome di un’organizzazione terroristica e anche il nome che dovremmo dare a tutto il fanatismo violento che tranquillamente pervade la nostra politica e la nostra visione religiosa, quando ci appelliamo alla guerra come risposta a un problema che per altro abbiamo creato noi.

http://www.battibit.org/parigi-iraq-sola-andata-lisis-siamo-noi/

 

A proposito di Isis

Attentati Parigi: per sconfiggere l’Isis è meglio essere razionali

di Peter Gomez – ilfattoquotidiano.it, 14 novembre 2015

“Ora saremo spietati su tutti i fronti”, Francois Hollande reagisce così alla carneficina islamista. Ed è comprensibile che lo faccia mentre a Parigi si contano i morti e ci si chiede se qualche terrorista sia ancora in fuga. D’ora in poi però più che spietati è bene tentare di essere razionali. Partendo da una serie di dati di fatto. La guerra con lo Stato Islamico è in corso ed è destinata a durare anni. Nell’opinione pubblica europea sono minoritarie le posizioni di chi, come il presidente della Camera, Laura Boldrini, afferma che “ci sono alternative all’azione militare”. A torto o a ragione, la maggioranza degli europei e dei loro governi dopo il massacro all’ombra della torre Eiffel vuole una reazione. Che prevedibilmente ci sarà.

Partendo da questa constatazione è quindi il caso di avviare una spiacevole riflessione su cosa si può davvero fare in Siria, in Iraq e in Europa. Dal punto di vista militare va ricordato che la guerra allo Stato Islamico non può essere vinta con i bombardamenti. Le bombe possono servire per rallentare l’avanzata dei guerrieri di Al Baghdadi. Ma non li sconfiggono. E anzi, con le centinaia di vittime civili che producono, finiscono per dare nuove ragioni a chi è intenzionato a colpire nel vecchio continente. Il probabile attentato all’aereo di linea russo di una decina di giorni fa e il massacro di Parigi ne sono la dimostrazione. L’Isis cita le operazioni francesi in Siria tra le ragioni che dal suo punto di vista hanno giustificato le azioni. E, verosimilmente, dà per scontati nuovi e più numerosi raid.

Contro il Califfato, se si sceglie la guerra, servono operazioni di terra. Ma se a muoversi fossero solo, o in maggioranza, gli eserciti occidentali il risultato politico sarebbe scontato: una sorta di scontro tra civiltà destinata a radicalizzare fasce sempre più ampie di popolazione mussulmana in tutto il mondo. Anche questo, a ben vedere, è uno degli obiettivi dell’Isis. Coinvolgere gli altri stati islamici è dunque una via obbligata. Ma, va detto chiaro, è pure una via complicatissima. In Iraq gli Stati Uniti non sono finora nemmeno riusciti a ottenere un vero appoggio da parte delle tribù sunnite, hanno speso 500 milioni di dollari per addestrare 60 (sessanta) miliziani siriani in funzione anti stato islamico, e la partecipazione di Emirati Arabi Uniti, Giordania e Arabia Saudita alla coalizione che bombarda i guerrieri è sostanzialmente di facciata. Gli accordi con gli sciiti (che continuano a subire attentati dinamitardi, l’ultimo a Beirut il 12 novembre ha fatto 43 morti) sono poi resi ardui dal loro legame col dittatore siriano Bashar Al Assad, appoggiato da Mosca. È indispensabile, per tentare di mettere assieme il puzzle, che Russia e Stati Uniti finalmente si parlino e trovino una via comune.

Per questo il premier italiano Matteo Renzi ha ragione quando dice che “la battaglia sarà lunga e difficile”. E lo sarà pure per l’Italia visto che il rischio terrorismo nel nostro Paese cresce di giorno in giorno. Roma per l’Isis è un obbiettivo reale. L’esperienza insegna che quello che lo Stato Islamico ha finora dichiarato via internet di volere fare, ha poi tentato di farlo. Spesso, come a Parigi, riuscendoci.

I nostri investigatori e la nostra intelligence, anche in virtù di antiche relazioni con le autorità di una serie di paesi dell’aerea, sono fino a oggi stati particolarmente bravi nel proteggerci. La stragrande maggioranza della comunità musulmana in Italia non vuole poi avere a che fare nulla con i terroristi. Ed è il caso che tutti i partiti politici si rendano conto di come, non per ideologia, ma almeno per convenienza, rafforzare rapporti con i suoi esponenti sia la cosa giusta da fare. Solo chi vive in quel mondo può segnalare i pericoli in essa presenti. Esattamente come è accaduto a partire dalla seconda metà degli anni Settanta in molte fabbriche italiane dove erano i sindacalisti, gli operai e gli iscritti al Pci a indicare i simpatizzanti dei brigatisti. Oggi si deve seguire la medesima strategia. Ricordando, senza voler lanciare inutili allarmismi, che per 4 volte negli ultimi 5 anni le autorità di paesi dell’Est come la Moldavia hanno scoperto tentativi di vendere materiale radioattivo a gruppi estremisti da parte di organizzazioni criminali. E che, salvo quanto mai opportuni ripensamenti, il Giubileo è alle porte. Come alle porte, o già tra noi, sono gli uomini e le donne dell’Isis.

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Le reclute dell’odio (Quegli assassini della “Scheda S” che crescono nelle banlieue)

di Renzo Guolo – Repubblica.it, 14 novembre 2015 (segnalato da GiuliaPingon)

LA FRANCIA ancora sotto tiro del jihad. Questa volta non più la redazione di un giornale o un ristorante ebraico, comunque simboli direttamente collegabili all’ostilità palese degli islamisti radicali ma bar e locali notturni, considerati dai fanatici luoghi di perdizione e del vizio occidentali. È quella che, dopo l’attacco a un deposito di gas di un “lupo solitario”, avevamo chiamato la jihad della vita quotidiana. La più subdola e pericolosa, perché, nell’intento di generare terrore, colpisce luoghi nei quali non ci si aspetta di essere colpiti dal furore ideologico e la sorveglianza è difficile.

Accade non casualmente, nel giorno in cui in Siria viene colpito Jihadi John, nell’Esagono ormai terra della jihad. Lo dicono i numeri dei foreign fighters transalpini e dei simpatizzanti radicali che non hanno voluto o potuto espatriare. Sono circa millecinquecento i giovani francesi riconducibili alla filiera islamista radicale coinvolti nel conflitto siro- iracheno. L’età media è tra i 15 e i 30 anni. Nel totale sono aumentati, nel 2015, dell’84% rispetto all’anno precedente. I convertiti autoctoni sono circa un quarto del totale: il 22% degli uomini, il 27% delle donne. I francesi che si trovavano nelle zone di combattimento all’inizio del 2015 erano 413 fra cui 119 donne. In 261 hanno lasciato la regione: 200 dei quali per tornare in Francia. Alla metà del 2015 erano 126 i caduti in combattimento. Cifre che facevano presupporre quello che è accaduto Le partenze sarebbero verso Siria e Iraq state molte di più se senza l’azione di prevenzione delle forze di sicurezza, che hanno fermato centinaia di persone prima che partissero, e i colloqui “dissuasivi” avviati dalla Dcri, i servizi d’informazione interni, mirati a fare sentire al potenziali jihadisti il fiato sul collo dello Stato. Un panorama ancora più problematico, se lo sguardo si allarga ai titolari di una scheda “S”, sigla che indica quanti sono ritenuti potenzialmente pericolosi per la sicurezza dello Stato: sono oltre cinquemila gli islamisti radicali che ricadono in questa classificazione. Cifra che impedisce una sorveglianza necessariamente indirizzata verso individui il cui grado di pericolosità viene ritenuto elevato. Non è casuale che alcuni degli autori degli attentati che, a partire dal 2012, hanno periodicamente colpito il paese, fossero titolari di una fiche “S”.

Questa terribile istantanea, che fissa numeri da brivido, fa comprendere come il livello di rischio sia enorme in Francia. Da tempo l’Is rivolge particolare attenzione all’Esagono, come ricorda la rivista

Dar Al Islam, edita da Al Hayat e specificamente rivolta al mondo francofono. Il fatto che l’Isis pubblichi una rivista in francese, testimonia l’importanza assegnata nella sua strategia alla penetrazione tra i musulmani francesi e francofoni. Dopo gli attentati a Charlie Hebdo la copertina di un numero della rivista, che ritraeva la Torre Eiffel, era titolata Allah maledica la Francia”. All’interno, oltre un articolo sul dovere di attaccare chi insulta il Profeta, un omaggio al “Soldato del califfato” Koulibaly, con la giustificazione religiosa del suo operato e un pezzo sull’inimicizia storica tra la Francia e l’islam. Alla Francia “crociata” gli jihadisti imputano il ruolo avuto nei conflitti in Afghanistan, Iraq, Siria e Mali. Ma la colpa si estende anche al passato, dal momento che, per gli islamisti radicali, la pesante eredità coloniale di Parigi ha prodotto deculturazione e secolarizzazione, anche nei paesi della Mezzaluna decolonizzati.

Odio e reclutamento prosperano per il diffondersi a livello globale dell’ideologia radicale. Ma nel caso francese si nutre anche di un malessere tutto transalpino. La situazione esplosiva nelle banlieue; la mancata integrazione, in assenza di politiche pubbliche falcidiate dalla crisi del welfare, dei giovani che le popolano. Il difficile rapporto tra i banlieusardes e le forze di polizia nei quartieri difficili, in un contesto nel quale la vita di strada ne fa presto clienti fissi di commissariati e tribunali. Naturalmente, tutto ciò non giustifica in alcun modo lo stragismo sanguinario che colpisce un paese che si vuole brutalmente terrorizzare con la violenza. Con le conseguenze sul piano della deriva xenofoba e delle torsioni della democrazia che si possono immaginare. Sparando sulla folla, gli jihadisti cercano una drammatica semplificazione del campo secondo la logica amico/nemico. Nell’intento di chiamare alle armi sempre più sostenitori in uno scontro che, nonostante la reazione che si profila all’orizzonte, non pare volgere al termine in tempi brevi.