Islam

Femminismo islamico

La sfida delle donne nell’Islam

Al di là dei più triti e fuorvianti luoghi comuni del passato, da tempo si muovono molte cose interessanti nel mondo dell’Islam per quel che riguarda le lotte condotte dalle donne. Come le grandi affermazioni ottenute in Tunisia e Giordania sul piano delle leggi istituzionali. Molta strada è naturalmente ancora da fare: la legge tunisina, per fare un solo esempio, resta discriminatoria in ambito familiare, mentre la Giordania, che ha finalmente abrogato il matrimonio “riparatore” in seguito a uno stupro, è ancora ben lontana dal raggiungere risultati significativi sul piano culturale e su quello dell’impunità delle violenze. Della “jihad delle donne” – una parola che i terroristi hanno trasformato in un qualcosa di terribile, ma “jihad” significa in realtà “sfida personale”, tentativo di superarsi -, a Roma abbiamo parlato a lungo con “Aisha”, una donna somala sunnita che da più di 25 anni vive in Italia e lavora con i migranti.

di Patrizia Larese – comune-info.net, 12 agosto 2017

In Tunisia ed in Giordania, l’estate del 2017 rimarrà un anniversario importante nella storia della difesa dei diritti civili e costituirà una pietra miliare lungo il difficile cammino di impegno e di lotta contro la violenza sulle donne.
Il 27 luglio 2017, dopo un iter parlamentare accidentato e ostacolato da ripetuti rinvii che avevano fatto temere un fallimento, il Parlamento tunisino ha approvato all’unanimità con 146 voti a favore la legge contro la violenza e i maltrattamenti sulle donne e per la parità di genere.
Sono stati emanati 43 articoli divisi in 5 capitoli per fornire misure efficaci per contrastare e punire ogni forma di violenza o sopruso basato sul genere. Il testo ha l’obiettivo di garantire alle donne tunisine rispetto e dignità a partire dall’uguaglianza tra i sessi, prevista dalla Costituzione, anche in ambiente lavorativo. L’attuazione della legge include la prevenzione, la punizione dei colpevoli e la protezione delle vittime. Viene offerta assistenza alle donne che hanno subìto violenza domestica e le stesse possono richiedere un’ordinanza restrittiva contro chi ha abusato di loro senza che sia aperta una procedura penale e senza che le vittime debbano chiedere il divorzio, nel caso in cui si tratti del marito.
La legge persegue le molestie nei confronti delle donne anche negli spazi pubblici, un vero tormento per le vittime, non più tollerabile. La nuova normativa prevede, per la prima volta, un’ammenda pecuniaria per i molestatori. Le pene si sono inasprite anche nei casi di violenza in famiglia e l’età del consenso è salita dai 13 ai 16 anni. È criminalizzato l’impiego di minori come lavoratori domestici e i datori di lavoro che non rispettano la parità salariale tra i sessi saranno soggetti a sanzioni.
Il punto cruciale della legge è l’abrogazione dell’articolo 227 bis del codice penale che concedeva una sorta di “perdono” agli stupratori di una minorenne in caso di matrimonio con la vittima. La nuova norma giuridica contempla invece pene molto severe per gli stupratori a cui non è più data alcuna possibilità di sfuggire alla legge. Questa attenuante, presente anche in codici penali di altri paesi, nel 2012 provocò scandalo e forte dibattito in Marocco, dove un’adolescente di 16 anni, Amina, si suicidò con il veleno per topi dopo che fu data in sposa al suo stupratore, evitandogli il carcere. Due anni dopo, il suo caso obbligò il Parlamento marocchino a cancellare con un nuovo emendamento quell’articolo indegno trasformando Amina in un simbolo per i diritti delle donne marocchine.
Il cambiamento di leggi e pratiche ingiuste sulle donne, purtroppo, vede la luce dopo molte vittime e un grande lavoro della società civile che, nel caso della Tunisia, ha avuto un ruolo primario per la stesura della legge.Tuttavia, non si può affermare che sia stato completato il disegno per una uguaglianza reale di genere, l’uguaglianza in ambito lavorativo di rispetto e dignità esiste ma la questione dell’eredità è ancora ferma. La legge tunisina rimane discriminatoria in ambito familiare dato che solo gli uomini possono essere considerati capofamiglia e nel ricevere un’eredità i membri femminili non hanno diritto a una quota pari a quella dei loro fratelli. Il dibattito è in atto e continua sia in Tunisia sia in Marocco, ma il cambiamento è ancora lontano.
A pochi giorni dalla vittoria delle donne in Tunisia, il 1 agosto 2017, anche la Giordania ha abrogato il matrimonio riparatore a seguito di una violenza di stupro.
“Questo è un giorno da celebrare”, ha detto Salma Nims, segretario generale della Commissione nazionale giordana per le donne. “È un momento storico non solo per la Giordania ma per l’intera regione, il risultato degli sforzi della società civile e delle organizzazioni per i diritti umani del Paese”.
L’articolo 308 violava apertamente i diritti umani secondo gli attivisti giordani. Questa legge permetteva agli stupratori di non essere perseguiti se avessero sposato le proprie vittime e non avessero divorziato per almeno tre anni.
Nell’ottobre 2016, il re Abdullah II aveva ordinato l’istituzione di una commissione reale di riforma del sistema giudiziario e del codice penale, in vigore nel paese dal 1960. A febbraio 2017, il comitato aveva raccomandato l’abrogazione dell’articolo 308.
“Dopo 57 anni, finalmente abbiamo compiuto un passo importante per la riforma della società e per l’eguaglianza tra i sessi”, ha detto Khaled Ramadan, parlamentare giordano e promotore della nuova legge.
Oggi mandiamo un messaggio a tutti gli stupratori, che i loro crimini non resteranno impuniti”. Quando la nuova normativa entrerà in vigore, la Giordania si unirà a paesi come il Marocco, in cui è stato abolito nel 2014.
Secondo l’organizzazione internazionale Human Rights Watch, altri paesi in cui sono ancora in vigore tali norme sono: Algeria, Iraq, Kuwait, Libia e Siria, così come è ancora presente nei Territori Occupati Palestinesi. L’Egitto ha già cancellato la norma nel 1999, mentre per il Libano e il Barhein la questione è in corso di dibattimento.

Incontro con “Aisha”, al quartiere Esquilino di Roma

In una torrida mattinata romana, seduta in un bar del quartiere Esquilino, converso amabilmente delle importanti conquiste delle donne tunisine e giordane con Aisha (il nome è di fantasia perché la persona per sua tranquillità preferisce rimanere anonima), una donna somala sunnita sulla cinquantina che da circa 26 anni vive in Italia.
Risponde alle mie domande in un ottimo italiano senza accenti e senza inflessioni dialettali, esprime tutta la sua solidarietà per la vittoria delle sue “sorelle”, pensa che siano due traguardi importanti per la difesa dei diritti delle donne in quei Paesi.
Mi racconta che è arrivata da sola in Italia, non porta il velo ma, dice, non lo indossava neppure quando aveva 20 anni e viveva nella sua Terra, perché la Somalia negli anni ’70 e ’80 era un Paese libero dove le donne, nei loro vestiti tipici con colorati foulard sul capo o grandi scialli, sempre abbinati alla tonalità dell’abito, si muovevano senza costrizioni, pur nella loro dignità di donne musulmane. Mi spiega che lei si sente una moderata e rispettosa dei precetti dell’Islam. È sposata con un italiano che si è convertito alla religione islamica già prima di conoscerla. Suo marito, da giovane, dopo aver viaggiato nei Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente, e, dopo aver conosciuto e studiato le culture di quei Paesi, ha deciso di abbracciare la religione di Mohammad (Maometto).
Aisha lavora nei centri di accoglienza per immigrati, sempre a contatto con persone indigenti e bisognose, ascolta ogni giorno decine di storie di donne musulmane immigrate, offre loro supporto per una più facile integrazione nel nostro Paese. Secondo la sua esperienza, molti stereotipi del mondo islamico, pur rimanendo presenti nei media e nell’opinione comune, sono ormai superati in Italia: la poligamia, per esempio e l’infibulazione. Ha visto che la maggioranza degli uomini musulmani sono convinti della propria monogamia.
La poligamia – mi conferma – storicamente si è rafforzata dopo vari conflitti bellici delle epoche iniziali dell’Islam (anche se c’era già, ovviamente, in tutto il mondo antico) ed era mirata soprattutto per consentire la sopravvivenza delle vedove e dei numerosi orfani che rimanevano privi di sostentamento e che erano destinati ad una sicura esistenza di stenti e di indigenza.
“L’infibulazione – mi spiega Aisha – non ha nulla a che fare con la religione islamica, è una pratica pre-islamica e si presume che provenga dagli Egizi, per questo motivo nel mio Paese veniva chiamata “infibulazione faraonica”. Fortunatamente non si pratica più da circa 25 anni, almeno nei centri più popolati. Era un’usanza che veniva messa in atto più per un equivoco sociale, una sorta di “ulteriore protezione e garanzia” dell’integrità intima delle ragazze, in qualche modo legata ad una prassi derivante dai precetti del Corano. Diverso è il caso della circoncisione dei maschi che è invece molto consigliata.”

foto: Natalia Andújar – WordPress.com

In Somalia nel 1991 è scoppiata una guerra civile (che non si può dire sia cessata del tutto malgrado l’attuale presidente sia stato votato da una grandissima maggioranza di somali) che ha provocato migliaia di morti ed una diaspora enorme. Chi, come Aisha, ha potuto, è fuggito, ora esistono comunità somale in tutto il mondo. “La gente del mio Paese – prosegue – è più praticante rispetto al passato e, in particolare, le donne oggi si coprono di più forse anche a causa della ferocia e delle violenze che sono state costrette a vedere e a subire durante il terribile conflitto e poi perché hanno riscoperto i benefici della fede, della fratellanza, del rispetto della vita, del creato e del suo Creatore.
Dopo l’11 settembre l’Occidente si è arroccato sui propri nazionalismi e vive i musulmani come nemici, non tutto l’Occidente fortunatamente. Ogni donna con il velo, ogni uomo con la barba, sovente, sono visti con sospetto, circospezione, diffidenza e le moschee, spesse volte, sono considerate potenziali luoghi di ritrovo per presunti terroristi.
Molti musulmani, a loro volta, dopo il crollo delle Torri Gemelle sentendosi più emarginati ed esclusi che in passato, hanno riscoperto le loro origini religiose e rafforzato le ritualità sia in moschea sia in comunità.
Il vivere maggiormente la religione è un riconoscimento di fede e di appartenenza.
Quando le chiedo come mai abbia deciso di non portare il velo lei, molto candidamente, mi risponde: “So che come donna musulmana è un mio limite, però, personalmente quando non porto il velo mi sento meno osservata, diciamo che è come se mi mimetizzassi un po’ anche se sono fiera della mia fede. Ora ci sono molte più donne col velo. Comunque indosso il velo come tutte le donne musulmane durante la preghiera e i riti. Il velo – prosegue Aisha – è un segno di dignità nei confronti di noi stesse e argina il narcisismo dell’anima, è un simbolo di modestia e di umiltà nei confronti della comunità e, naturalmente, un’offerta spirituale verso Allah”.
Non solo in Tunisia ed in Giordania le donne stanno compiendo enormi passi avanti sul percorso dell’indipendenza e dell’emancipazione ma, in Occidente, nel mondo musulmano è in atto un grande movimento femminile, il cosiddetto “femminismo islamico” che sta sfidando con grande determinazione i pregiudizi religiosi e culturali tradizionali.
La definizione di “femminismo islamico” sembra un ossimoro eppure esistono già in Europa e negli Stati Uniti donne che guidano la preghiera, imamah, teologhe, storiche, attiviste che combattono quotidianamente la loro personale jihad.
Questo movimento è esaminato con cura nel libro “La jihad delle donne” della giornalista Luciana Capretti (Salerno Editrice) in cui sono riportate numerose interviste di donne musulmane, la maggior parte figlie di seconda generazione, ormai inserite nel Paese che le ha accolte. Queste paladine del nuovo millennio lottano non solo per se stesse ma si impegnano per offrire aiuto ad altre donne musulmane perché possano conquistare una maggiore consapevolezza e determinazione per liberarsi, in molti casi, dal giogo della violenza domestica e da altri soprusi che sono costrette a subire nella vita di tutti i giorni.
“La chiamano la jihad delle donne, perché jihad, che i terroristi hanno trasformato in una parola terribile, simbolo di violenza ed orrore, significa in realtà “sfida personale”, tentativo di superare se stessi”1
Interessante la storia di Amina Wadud una donna di colore afroamericana con i capelli grigi, teologa che oggi insegna alla Starr King School e alla University of California di Berkeley che è diventata la prima imamah riconosciuta dei nostri tempi.

Una manifestazione delle donne giordane per l’abrogazione dell’articolo 308

Era il 18 marzo 2005 quando per la prima volta una donna ha sfidato l’ultimo avamposto di resistenza della supremazia maschile nell’Islam. Ha condotto la salh al-jum’ah, la preghiera del venerdì davanti a una ummah mista di fedeli, una comunità di uomini e donne alla Synod House della Cattedrale St. John the Divine di New York.” Amina, celebre per il suo libro “Qur’an and Women” (Il Corano e le Donne), prima analisi complessiva del Corano sulla base dell’uguaglianza dell’umanità è diventata il simbolo di una nuova corrente di femminismo.
Sherin Khankan, la prima donna Imam della Scandinavia. Di madre finlandese e padre siriano, un anno fa ha inaugurato la “Maryam Mosque”: una moschea femminile a Copenhagen dove, insieme con altre cinque Imam donne, guida la preghiera del venerdì, celebra nozze interreligiose e insegna ai giovani musulmani la via spirituale alla religione di Maometto. Si dichiara una femminista islamica. Ha imparato ad esserlo da suo padre, rifugiato siriano arrivato in Danimarca nei primi anni Settanta. Lui diceva che l’uomo perfetto è una donna. Ė una citazione del poeta sufi Ibn Arabi. Significa che un perfetto musulmano deve, in realtà, cercare di avvicinarsi all’ideale femminile. In una intervista a “Io Donna” del 3 aprile 2017 Sherin ha dichiarato che una delle esigenze emergenti per le giovani musulmane è quella di poter sposare un uomo di un’altra fede religiosa, pur continuando a essere musulmane a tutti gli effetti. L’interpretazione più diffusa della shar’ia permette a un uomo musulmano di sposare qualsiasi donna che abbia una fede monoteista, mentre ciò non è concesso a una donna musulmana, il cui marito può solo essere dello stesso credo religioso. Per una ragazza che cresce, studia e lavora in Europa le probabilità di innamorarsi e voler sposare un cristiano sono elevatissime. Così noi veniamo incontro a questa domanda celebrando nozze tra donne musulmane e uomini di altre fedi religiose, basandoci sul fatto che nel Corano non vi è esplicito divieto di matrimoni interreligiosi per le donne. Molte altre donne stanno seguendo gli insegnamenti di queste “Capitane Coraggiose”, costrette anch’esse ogni giorno a lottare per difendere se stesse ed i loro ideali e principi innovativi da una società e da una mentalità maschilista, ancora ben radicate con i loro usi e costumi.
Le femministe islamiche studiano ed analizzano il Corano con l’intenzione di riportare l’Islam alla sua essenza originaria, fatta di giustizia ed uguaglianza fra uomo e donna.

Note

1 “La jihad delle donne” di Luciana Capretti (Ediz. Salerno 2017) pag. 13.
2 http://www.iodonna.it/attualita/storie-e-reportage/2017/04/03/sherin-khankan-la-donna-imam-della-scandinavia-sono-una-femminista-islamico/?refresh_ce-cp

Fonti:
1. http://www.ansamed.info/ansamed/it/notizie/stati/tunisia/2017/07/27/tunisia-passa-la-legge-contro-la-violenza-sulle-donne_f1df185a-af91-4ddb-9d3f-bd7657b314f2.html
2. http://www.repubblica.it/esteri/2017/07/26/news/tunisia_legge_contro_violenza_donne-171724631/
3. http://www.lastampa.it/2017/07/28/societa/e-sempre-l-8-marzo/in-tunisia-passa-legge-contro-la-violenza-sulle-donne-4fzEQUGlXKQZYVxKsolWlI/pagina.html?lgut=1
4. https://www.hrw.org/news/2017/07/27/tunisia-landmark-step-shield-women-violence
5. https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/07/27/tunisia-passa-la-legge-contro-la-violenza-ce-vento-di-diritti-per-le-donne/3759085/
6. https://ilmanifesto.it/la-mobilitazione-delle-donne-tunisine-paga-la-legge-e-cambiata/
7. https://www.tpi.it/mondo/africa-e-medio-oriente/giordania/legge-stupro-matrimonio/
8. http://www.ilpost.it/2017/04/24/giordania-articolo-308/
9. https://www.amnesty.it/giordania-finisce-limpunita-gli-stupratori/
10. http://www.treccani.it/enciclopedia/islam-e-condizione-femminile_%28XXI-Secolo%29/
11. http://www.huffingtonpost.it/2016/07/13/velo-islamico-lavoro_n_10958322.html?utm_hp_ref=it-donne-islam
12. http://archivio.panorama.it/mondo/il-mio-iran/L-Islam-e-la-violenza-contro-le-donne-L-ANALISI
13. http://www.giovannidesio.it/articoli/donna%20e%20islam.htm
14. http://www.ingenere.it/finestre/donne-e-islam-una-passeggiata-libreria
15. http://www.lastampa.it/2016/11/23/cultura/opinioni/editoriali/per-i-saggi-del-cairo-il-velo-non-islamico-tjBhDmhFDLbOttB5XFGAAM/pagina.html
16. http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/11/velo-nellislam-una-scelta-libera-e-consapevole/526479/
17. http://www.iodonna.it/attualita/storie-e-reportage/2017/04/03/sherin-khankan-la-donna-imam-della-scandinavia-sono-una-femminista-islamico/?refresh_ce-cp
18. http://27esimaora.corriere.it/articolo/sapete-che-ce-un-femminismo-islamico-rilegge-il-corano-dalla-parte-delle-donne/?refresh_ce-cp
19. https://europa.eu/eyd2015/it/eu-european-parliament/posts/every-girl-and-woman-has-right-education
20. “La jihad delle donne” di Luciana Capretti (Ediz. Salerno 2017);
21. “Le donne nell’Islam” di Sherif Abdel Azim https://islamhouse.com/it/books/191529/

Musulmani in chiesa

Vicofaro, il vescovo vieta la preghiera dei musulmani in chiesa

Due parroci avevano accolto 18 profughi islamici. “Che problema c’è? – dice don Biancalani. Ma monsignor Tardelli non è d’accordo: “Questa confusione non aiuta”.

da Repubblica.it, 19 marzo 2016

Nel Pistoiese i rifugiati di fede musulmana potranno pregare anche in chiesa. Come nella parrocchia di Vicofaro, in provincia di Pistoia dove il parroco Don Massimo Biancalani sta organizzando, con il parroco don Alessandro Carmignani e un’associazione che si occupa di accoglienza, l’ospitalità di 18 profughi nelle tre parrocchie della zona. Allestendo anche spazi per la preghiera che, a Vicofaro, saranno anche interni alla stessa chiesa. “Che problema c’è – dice don Biancalani – Non avrebbe senso, se vogliamo fare vera accoglienza e integrazione, farli pregare in uno scantinato”. Così nella parrocchia saranno stesi dei tappeti nello spazio della chiesa individuato. “Chi vorrà potrà pregare dentro la chiesa, dalla parte dell’ingresso a nord – spiega don Biancalani -, chi non se la sentirà potrà farlo in un altro spazio. Non hanno bisogno di molto – aggiunge il sacerdote – l’importante per loro è orientarsi verso la Mecca”. I due parroci sono supportati dall’associazione Virgilio-Città futura. “Stiamo semplicemente seguendo l’appello di Papa Francesco”, dicono. E pensano a un percorso di integrazione e di conoscenza tra fedeli di religione cattolica e musulmani.

Ma il vescovo di Pistoia Fausto Tardelli non sembra d’accordo: “In merito a quanto vediamo scritto sui giornali o riferito da vari mezzi di comunicazione, si precisa che la doverosa, necessaria e rispettosa accoglienza delle persone che professano altri culti e religioni non si fa offrendo spazi per la preghiera all’interno delle chiese destinate alla liturgia e all’incontro della comunità cristiana”, scrive in una nota. “Per quella si possono trovare benissimo altri spazi e altri luoghi ben più adatti e più rispettosi anche di chi ha un’altra fede”.

“I motivi sono tanti e talmente ovvi che non è necessario nemmeno richiamarli – prosegue il vescovo -. I sacerdoti coinvolti in questa vicenda hanno ribadito che il loro pensiero e la loro volontà di apertura agli immigrati sono stati travisati, dal momento che non è assolutamente loro intenzione creare situazioni di confusione che non aiutano certo l’accoglienza”. “Sono per altro ben consapevoli – conclude il vescovo Tardelli – della necessità di agire in questo campo con grande attenzione e rispetto sia di chi viene che della popolazione residente al fine di realizzare una vera integrazione sociale”.

I due sacerdoti però vanno avanti. Dopo aver superato le difficoltà burocratiche di accredito per poter accogliere i profughi, si sono messi al lavoro per allestire i luoghi dove i rifugiati saranno ospitati. Servono letti, personale specializzato in grado di seguire gli immigrati nel percorso di integrazione. E infine ci sono i luoghi di preghiera per i fedeli di altre religioni, che in due delle tre parrocchie pistoiesi che collaborano al progetto saranno appunto ricavati in spazi adiacenti alla chiesa mentre a Vicofaro all’interno.

“Ogni parrocchia dovrebbe aprire le porte a queste persone disperate – hanno spiegato i due parroci -. Vogliamo essere un esempio di come la chiesa possa essere parte attiva in questa emergenza. Noi crediamo e speriamo che anche le altre parrocchie di Pistoia possano partecipare a questo percorso, anzi l’invito è quello di contattarci, di collaborare per rendere questo progetto di accoglienza più inclusivo possibile”.

La rivolta dell’islam e il fascino della violenza

Moschea di Parigi

Guido Caldiron intervista Vincent Geisser, presidente dell’Istituto di ricerca sul mondo arabo e islamico di Marsiglia

da il manifesto – 18 novembre 2015

Presidente dell’Istituto di ricerche e studi sul mondo arabo e musulmano dell’Università di Marsiglia e politologo del Cnrs di Parigi, Vincent Geisser è uno dei massimi conoscitori dell’Islam francese, cui ha dedicato numerosi studi, tra cui, Ethnicité républicaine, La Nouvelle islamophobieMarianne & Allah.

Con 6 milioni di fedeli, la Francia è uno dei paesi europei dove la presenza musulmana è più forte. Quale è stato l’effetto della strage di Parigi su questa vasta comunità?
Bisogna fare una premessa necessaria: i terroristi hanno scelto di colpire la Francia perché sperano che le loro azioni favoriscano un ulteriore sviluppo dell’islamofobia, una stigmatizzazione dell’intera comunità musulmana che li aiuti nell’opera di reclutamento. Detto questo, all’interno della comunità molto diversificata dei francesi di fede islamica, visto che vi convivono molti modi diversi di praticare la fede, mi sembra si possano cogliere due conseguenze immediate di quanto accaduto. Da un lato emerge la sensazione di sentirsi degli “osservati speciali», guardati con sospetto e, talvolta, assimilati tout cuort a degli jihadisti. Dall’altro, con il passare dei giorni sta però crescendo anche una mobilitazione per molti versi inedita: di fronte a quegli atti sanguinari è come se si stesse assistendo ad una sorta di rivolta morale proprio di quanti non accettano che i loro sentimenti religiosi siano così barbaramente associati alla violenza. I rappresentanti di associazioni, moschee, centri culturali stanno prendendo la parola in questi giorni per affermare il loro disgusto per il terrorismo proprio in quanto musulmani. A questo si aggiunge una forte rivendicazione di appartenenza alla Francia, ai suoi valori, perfino ai suoi simboli, a cominciare della bandiera. È qualcosa che si rende particolarmente visibile sui social network dove in molti hanno subito messo il tricolore sul loro profilo Facebook. In questi termini e in queste proporzioni mi sembra un fenomeno del tutto nuovo.

Dopo l’attacco a Charlie Hebdo e al supermercato kasher non si era visto nulla di simile. Lo Stato islamico ha forse commesso un errore nella sua strategia?
Sembra proprio di sì. Questa volta l’orrore allo stato puro si è imposto su qualunque esitazione o timidezza nella reazione. Molti musulmani avevano comunque condannato anche le stragi di gennaio, ma è certo che Charlie Hebdo era un simbolo controverso, divisivo, con cui molti fedeli faticavano a riconoscersi. Ora è diverso, tutti sono stati colpiti, tutti sono ugualmente vittime e il bagno di sangue a cui si è assistito ha prodotto una presa di coscienza collettiva, non ci sono state le manifestazioni di massa di allora, ma nessuno può più pensare che quanto accaduto non lo riguardi. Oggi i musulmani sono in prima linea contro il terrorismo.

Le biografie degli attentatori di Parigi, come già successo in passato, ci dicono che però anche i terroristi rivendicano la propria matrice islamica: che ruolo gioca la religione nel loro percorso?
Malgrado sia in nome della fede che dichiarano di passare all’azione, in realtà è la fascinazione per la violenza che sembra muoverli davvero. Dei militari francesi impiegati in Afghanistan mi spiegavano che secondo loro la vera religione di questi giovani europei che un tempo partivano per partecipare alla jihad a Kabul e oggi fanno lo stesso in Siria, non è l’Islam, ma la violenza. In alcuni casi si tratta di piccoli delinquenti che ad un certo punto vestono i panni dei «combattenti della fede», in altri di giovani incensurati ma in cui è forte e preponderante il desiderio di affermare se stessi attraverso il ricorso a dei metodi violenti. In questo senso, la loro alfabetizzazione religiosa è spesso molto superficiale e dopo un breve passaggio per le moschee o i centri culturali musulmani, si svolge prevalentemente a casa, attraverso la rete, o in piccoli gruppi che si riuniscono privatamente. Molti Imam dicono che la vera radicalizzazione non avviene mentre quei giovani frequentano ancora le moschee, ma quando smettono di andarci e iniziano a cercare messaggi più aggressivi: quello è il momento in cui si deve iniziare a preoccuparsi. E in cui entrano in gioco i reclutatori dei gruppi terroristi. Alla fine di questo percorso si sceglie di andare a combattere in Siria non solo per difendere il sedicente Stato islamico, ma anche per vivere un’avventura, per provare il brivido seducente del combattimento.

La strage di Parigi avviene a dieci anni esatti dalla grande rivolta delle banlieue: la deriva sanguinaria dei giovani jihadisti è anche frutto della sconfitta di quella stagione?
È difficile stabilire un qualche parallelo tra spinte che puntavano alla trasformazione della società e quelle che inseguono invece la sua completa distruzione. Nel 2005 i giovani delle banlieue bruciavano le macchine per farsi sentire, non certo le persone. Piuttosto, accanto all’indagine sulla radicalizzazione in termini religiosi di una fetta dei giovani delle classi popolari europee, bisognerebbe cominciare ad indagare il ruolo che forme di violenza sempre più distruttiva hanno assunto nei loro processi di socializzazione. Da questo punto di vista, non mi convincono le tesi sociologiche che attribuiscono all’islamismo radicale la patente di ideologia, per quanto disperata, degli “ultimi”. Qui è piuttosto con dei percorsi di autodistruzione che abbiamo a che fare.

fonte: http://ilmanifesto.info/lislamologo-geisser-finalmente-musulmani-in-rivolta/

La colpa è dell’Islam (?)

Parigi sotto attacco: la colpa è dell’Islam (?)

di Shady Hamadi – ilfattoquotidiano.it, 14 novembre 2015

“È l’Islam il problema. La violenza che vediamo è il naturale frutto di una religione violenta” è questa l’idea che si diffonde a macchia d’olio in queste ore. Era la stessa idea che dilagava nelle ore, e nei giorni, dopo la strage di Charlie Hebdo. Tutte le responsabilità sono affidate a questa fede che sarebbe in antitesi con tutte le cose belle (democrazia, libertà e illuminismo – una parola molto ricorrente) dell’Occidente. La nuova strage a Parigi, dove hanno perso la vita 127 persone, sarebbe l’ennesima conferma dell’idea all’inizio. Allora si può cominciare a dare la responsabilità di quello che succede a oltre un miliardo di persone.

Le forze reazionarie in Europa, i paladini dell’identitarismo, non aspettavano altro per cominciare il loro proselitismo politico: la raccolta del consenso. «Più sicurezza contro il nemico esterno, l’Islam» gridano in questi istanti gli imprenditori della paura in tutta Europa. E come potrebbero avere torto? Perfino persone che sono sempre state disposte al dialogo si arrendono di fronte a quella che pare l’evidenza: l’Islam è una religione dell’odio. Ripongono il dialogo nell’armadio dei ricordi e da moderati passano al gruppo di chi vuole la chiusura delle frontiere. “Questi musulmani”, ci diranno fra un po’, “sono tutti pericolosi. Il fondamentalista islamico è il nostro vicino di casa. Obblighiamoli a indossare un segno di riconoscimento. Magari una mezza luna”. Qualcuno potrebbe proporre di ritirare la cittadinanza a chi è nato e cresciuto nei nostri paesi da genitori musulmani perché potenzialmente pericoloso. Sarebbe sbagliata una scelta del genere? No, se viene generalizzato il problema e la colpa diventa di tutti indistintamente. Alla fine sono “Bastardi islamici” come titola Libero. Di fronte alla facilità di cadere nel bacino, sempre più capiente, dei partiti xenofobi europei l’unica cura pare quella difficile dell’analisi di quello che è il Medioriente oggi e la rilettura della nostra Storia, quella europea. Scopriremmo molte cose interessanti e, fra le tante, che, in alcuni periodi storici, quando è stata generalizzata la colpa a una etnia o gruppo religioso si sono aperti gli anni bui che sono terminati con i massacri di questi capri espiatori.

Buttare le colpe sull’Islam, questa entità vuota, sconosciuta a troppi, è un gioco estremamente semplice che si alimenta grazie all’ignoranza e che ci impedisce di ragionare su quali sono i motivi che creano il fondamentalismi. Dico fondamentalismi perché Boko Haram è differente da Isis; l’Isis è differente da Al Qaida. I contesti sociali, linguistici, storici dove sono nati questi fenomeni non hanno nulla in comune fra di loro se non l’estrema povertà causata dallo sfruttamento di risorse e lo strapotere di élite politiche e economiche che creano dislivelli di ricchezza enormi.

Al fondamentalismo islamico c’è chi, come le formazioni di estrema destra, invoca il ritorno allo status quo precedente al 2010, alle primavere arabe. “Bisogna far tornare i vecchi regimi perché davano stabilità!”, dichiarano, “perché Saddam, Asad, Gheddafi ecc… sono il male minore”. Ai musulmani servirebbero dei tutori, dei massacratori. Poco importa se chi li aiuta a instaurarsi al potere si definisce democratico. La morale qui non vale. Non vediamo invece che la maggior parte dei giovani arabi che entrano nelle formazioni fondamentaliste hanno 30 anni e sono cresciuti educati e formati proprio sotto questi governi considerati “mali minori e laici”. Con questo intendo che dobbiamo domandarci “cosa spinge alcuni giovani nati e cresciuti sotto i regimi – buoni, come li considera qualcuno – a propendere verso il fanatismo?”. La risposta è la costante mancanza di libertà, l’asfissia sociale, la consapevolezza di non poter cambiare le cose e l’accettazione – da parte di alcuni di loro − della morte come eventualità quotidiana.

Quest’ultimo punto è stato per me evidente due giorni fa. Camminavo nel centro di Beirut con un mio amico e da qualche ora c’era stato l’attentato che aveva causato quasi 50 morti. Intorno a noi la gente riempiva i bar e la vita procedeva tranquilla. Questo amico mi ha chiesto che cosa pensassi: “non ti sembra strano che tutto proceda come se nulla fosse”? “È la temporaneità”, gli ho risposto, «”la concezione che nulla sia duraturo. È tutto fragile. Domani può arrivare un aereo di chissà quale Stato, sganciare una bomba e andarsene. Tutti sanno che non ci sarà nessuna reazione. La vita si è plasmata qui, e in altri luoghi del mondo arabo, intorno alla costante insicurezza”. Non è una concezione vittimistica della vita ma direi l’accettazione dell’eventualità della morte. Così, noi in Europa, non capiamo che le vittime di Beirut sono vicine, insieme a quelle in Siria, in Palestina, Israele, Iraq e Yemen a quelle di Parigi.

Ma solo le ultime raggiungono lo status di vittime perchè ci identifichiamo con loro mentre le altre sono numeri. Quando proveremo empatia verso tutti; quando la smetteremo di chiedere a ogni musulmano vicino di casa di sentirsi in colpa e condannare gli attentati; quando proveremo tutti insieme, musulmani, cristiani, ebrei – tutti noi – la solidarietà a prescindere dalla nazionalità, allora il fondamentalismo avrà fine. Questo sforzo deve arrivare da tutte le parti. Preme però sottolineare che il punto essenziale, oggi, è capire che la Siria e la guerra (incompresa) che si combatte lì, ha ripercussioni dirette nelle nostre società. Solo la risoluzione di quella catastrofe, che miete centinaia di morti al giorno, può dare un contributo fondamentale alla stabilità dell’area. Ma la scelta per risolverlo non deve essere fra un regime e il fondamentalismo: dobbiamo scegliere il popolo, la gente.

Solo il dialogo ci salva dai tempi bui, ma questa strada è sempre la più difficile.

Più Europa

segnalato da n.c.60

Dall’Ucraina alla Grecia, dalla Libia agli sbarchi, occorre più Europa

da romanoprodi.it, 14 febbraio 2015

Prodi: «Da Tripoli a Kiev questa Europa è assente su tutto»
Prodi boccia senz’appello la politica Ue sulle grandi crisi «Il ruolo dell’Italia nello scacchiere comunitario? Esistere…»
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Intervista di Marco Ballico a Romano Prodi su Il Mattino del 13 febbraio 2015

Il suo prossimo incarico sarà ai vertici dell’Onu? «No no, direttamente Papa». Qualche colpo di tosse, i postumi di un’influenza, ma Romano Prodi conserva lo spirito. Gli serve soprattutto quando lo si sollecita sull’Italia. «Il ruolo del nostro paese nello scacchiere europeo? Esistere». Diventa serissimo invece, il Professore, quando si parla dell’Ue: «Assente su tutto». Dalla crisi ucraina ai guai della Grecia, dalla Libia al tema più generale dei flussi migratori, l’ex presidente della Commissione, ieri al centro Balducci di Zugliano a un convegno su fedi religiose e politica, sottolinea la debolezza dell’Europa.

L’ambasciata italiana a Tripoli ha rinnovato in queste ore l’invito a lasciare il territorio per l’avanzata jihadista. Che ne pensa?

La situazione è precipitata, ma quel paese da anni non è più governato. Il fatto che sia la concentrazione delle partenze clandestine è la conferma di come risulti diviso non solo nelle regioni tradizionali Tripolitania, Fezzan e Cirenaica, ma in varie altre tribù, oltre al governo di Tobruk. Questa è la Libia.

Se l’aspettava?

Non poteva esserci diversa conseguenza di una guerra sciagurata voluta sconsideratamente dalla Francia e che l’Italia ha seguito in modo folle e incomprensibile. Non avevo mai visto un paese che paga una guerra fatta contro di lui.

Il problema dell’immigrazione rischia di essere ulteriormente amplificato?

Più amplificato di così… Quando per l’Onu fui inviato delle Nazioni Unite nell’Africa subsahariana il presidente del Niger mi anticipò che la sua popolazione sarebbe raddoppiata in meno di vent’anni. Tutto questo in un paese con un’età mediana di 18 anni. Tutto previsto. E oggi non sono nemmeno possibili accordi che, in passato, hanno quantomeno ordinato il fenomeno.

Che cosa si può fare?

Far sì che ci siano meno morti possibile.

Qualcuno ha proposto la sospensione del trattato di Schengen. Può essere una soluzione?

Schengen riguarda la circolazione interna all’Unione. Quello che serve è una politica dell’immigrazione europeaattiva, a partire dagli accordi con i governi di provenienza, da un aiuto allo sviluppo, da intese sull’entrata primitiva e sulla redistribuzione tra i diversi paesi.

L’Europa manca su questo fronte?

L’Europa manca su tutti i fronti in questo periodo storico. Speriamo almeno che si trovi l’accordo sulla Grecia. È successo altre volte che l’Europa si salvasse dall’abisso all’ultimo minuto.

Va rinegoziato il debito greco?

Certamente, ma bisogna vedere come. Ben sapendo che la Grecia non sarà mai in grado di ripagarlo.

La Ue che tratta con Putin?

Quella non è Europa, quella è la Germania.

E Hollande?

È la Germania che dà un po’ di pluralismo alla situazione, ma fa tutto da sola. A confermare che l’Europa manca. Pure formalmente data l’assenza del suo rappresentante al tavolo. Anche un po’ buffo che noi chiamiamo Europa quella che è Germania più Francia. Interessante poi che non ci fossero gli Stati Uniti al tavolo.

Come lo interpreta?

Un paese europeo si assume direttamente la responsabilità politica sul caso Ucraina. Fatto nuovo perché la Germania non aveva mai voluto in precedenza la responsabilità conseguente alla leadership.

Se c’è stato, si è minimizzato il ruolo di Federica Mogherini, Alto rappresentante per la politica estera Ue?

Fa parte della crisi europea.

Come distribuisce le responsabilità della vicenda ucraina tra Stati Uniti e Putin?

L’invasione della Crimea è un fatto molto serio e molto grave. Ma c’era un impegno quando cadde l’Unione Sovietica di non portare la Nato verso quei confini. L’atto finale del mio governo, nel 2008 alla riunione di Bucarest, vide l’Italia, assieme a Germania e Francia, votare contro la proposta di Bush di inserire Ucraina e Georgia nella Nato. Negli ultimi tempi l’Europa ha invece solo subito la politica americana, salvo in questi ultimissimi momenti di rinascita di una politica tedesca.

La via delle sanzioni contro Mosca?

Registro che non colpiscono gli Stati Uniti. Siamo andati a traino di una politica che non era né nel nostro interesse né in quello della pace.

L’accordo di Minsk per il cessate il fuoco?

Bene. Ma speriamo venga applicato.

Lei ha agito con successo per l’allargamento della Ue. Come legge la situazione attuale per una ex terra di confine come il Friuli Venezia Giulia?

La mia ultima iniziativa politica forte fu sulla Slovenia. Mi pare che non abbia dato frutti cattivi. Questa è la Ue che volevo, una Ue che non avesse il filo spinato alla stazione di Gorizia. Il fatto che oggi sia attraversata da flussi migratori non è un problema regionale, nemmeno italiano. È un problema mondiale. La parte che ha fame, vuole emigrare e ha le informazioni per farlo è enorme. Non la potremo mai assorbire tutta, ma una politica unitaria riuscirebbe almeno a gestirla. Dopo di che ci sono i casi di guerra e il problema si complica ancora di più.

Come si combatte il terrorismo?

Tutte le grandi potenze ne sono terrorizzate. È un’opportunità per convincerle a uno sforzo comune, iniziando da un’azione sui paesi satelliti amici. Non è facile, tanto più che ci sono almeno altri due posti al mondo pronti per diventare Isis. Una è la zona subsahariana, per effetto della tragedia libica. Si parla di milioni di Kalashnikov portati via dall’arsenale di Gheddafi. L’altra è il Sinai, luogo solo un po’ meno rischioso al momento.

Voglia di Isis

segnalato da barbarasiberiana

“NOI MUSULMANI DELLE PERIFERIE D’EUROPA, VI SPIEGHIAMO LA NOSTRA VOGLIA DI ISIS”

di Christian Elia – glistatigenerali.it, 14/11/2014

Riporto qui questo articolo che avevo già segnalato, perché ricollegato ad uno scambio di opinioni che ho avuto con Marcoghibellino l’altro giorno.

“Piove. Come sempre. Malmo è così: a volte sembra che ti piova anche dentro. Non riesco proprio ad abituarmi. Però va bene, perché non si nasce tagliati per l’esilio. Un senso di disagio permanente, in fondo, ti ricorda la tua storia”. Hafez vuole essere chiamato così. “Il mio nome non lo scrivere, la mia storia è complicata. Metti il nome del padre di Assad, una piccola provocazione. Magari a qualcuno viene voglia di capire cosa è stata capace di fare questa famiglia a un popolo intero”.

Hafez è siriano, rifugiato politico in Svezia, dopo il viaggio che milioni di siriani hanno iniziato nel 2011, verso l’Europa, quando possono permetterselo, o verso un altrove qualsiasi. Lui, però, ha una storia differente. Studente di medicina, parte volontario nel 2003 per l’Iraq. “Vuoi ancora sentire questa storia? Davvero pensi che interessi ancora a qualcuno? Per noi l’invasione dell’Iraq era quello che era: una brutale aggressione a un popolo intero. Lo stesso regime che per anni è stato un solido alleato di Europa e Stati Uniti diventa un nemico. E’ stato indecente credere alle motivazioni umanitarie. Un massacro è un massacro e basta. Partimmo in tanti, pieni di rabbia. Ma in realtà quell’entusiasmo non durò a lungo. La realtà dell’opposizione alla coalizione emarginò molto presto chi, come me, veniva da un percorso politico laico, progressista. Tornai a Damasco, deluso e ferito, nella gabbia di tutti i giorni”.

I funerali di Samir Kassir

Una gabbia che nessuno ha saputo spiegare meglio di Samir Kassir. Giornalista e scrittore libanese, ucciso da un’autobomba a Beirut nel 2005. Il suo libro L’infelicità araba, edito in Italia da Einaudi, è il manifesto di una generazione a cui manca l’aria. “Non è bello essere arabo di questi tempi. Nel mondo arabo il mal di esistere è la cosa meglio ripartita. E’ la zona del mondo dove, a eccezione dell’Africa sub-sahariana, l’uomo ha minori opportunità. A maggior ragione la donna”. scrive Kassir. “L’infelicità araba ha questo di particolare: la provano quelli che altrove parrebbero risparmiati, e ha a che fare, più che con i dati, con le percezioni e con i sentimenti. A iniziare dalla sensazione, molto diffusa e profondamente radicata, che il futuro è una strada costruita da qualcun altro”.

Un senso di claustrofobia, un’eredità storica, un’autorappresentazione che parte dall’accordo Sykes-Picot (con il quale le potenze occidentali disegnarono il futuro Medio Oriente dopo la Prima Guerra mondiale) e arriva a G.W.Bush, sempre nel ruolo della vittima. Un documentario di Michelangelo Severgnini e Alessandro Di Rienzo, del 2006, prodotto da PeaceReporter, lo spiega in modo magistrale questo sentimento. Dal titolo, Isti’mariyah, colonialismo, che racconta il sentire di una generazione. Storia di chi non riusciva più ad avere fiducia in un Occidente che troppe volte ha saputo solo mostrare il suo volto predatorio e pieno di contraddizioni, pretendendo democrazia e portando guerra. Parla di Shadi, ma potrebbe essere Hafez.

Perché un uomo come Hafez, che oggi ha 40 anni, è nato, vissuto e cresciuto con una certezza: l’assenza di alternative. “In Siria, nel 2011, ci abbiamo creduto. Non lo nego, anche se oggi mi sento un ingenuo. Ho immaginato che una grande onda si fosse sollevata, che milioni di giovani arabi avessero preso in mano il loro futuro. Lo ricordate il discorso di Obama all’università del Cairo nel 2009? In fondo era quello che ci diceva: non faremo più gli errori del passato, non useremo la forza per la nostra agenda, ma vi sosterremo se ci proverete da soli. E lo abbiamo fatto, facendoci massacrare. Le parole d’ordine sono semplici, forse troppo per voi che siete abituati alla filosofia. Per noi era solo immaginare una vita senza corruzione, dove un lavoro lo trovi se sai fare qualcosa e non se tuo padre è nelle grazie del clan al potere. Dove, in un caffé, puoi dir la tua senza sparire nella notte. Dove le risorse dei paesi arabi non siano il conto privato all’estero di famiglie di satrapi, ritenuti grandi statisti, ma vengano distribuite a tutta la popolazione. Ho fallito ancora: nessuno ha appoggiato la rivoluzione siriana dell’inizio, lasciandola sprofondare in un incubo sanguinoso. Ho deciso che non posso più buttare la mia vita, ho colto l’unica opportunità che mi restava: farmi profugo, farmi esule. Perché altre opportunità non me ne hanno date”.

Molti ex compagni di Hafez, però, non sono andati via. Tanti di loro sono entrati nelle brigate, Is compreso. “A voi manca un elemento chiave per capire la situazione: il discorso sociale. La matrice religiosa è forte, di sicuro orienta la leadership. Ma state sicuri che è la questione sociale quella che riesce, più di tutto, ad affascinare una generazione intera. Perché di redistribuir ricchezze, nazionalizzare i proventi della vendita delle risorse, dare servizi di base alla popolazione civile parlano solo loro. I discorsi che io, da giovane di sinistra, facevo all’università sono adesso diventata un’agenda in mano ad altri, per il nostro fallimento e per la vostra incapacità di sostenere le forze progressiste, in Siria come altrove. Guardo il mio Paese morire, attraverso una finestra di Malmoe, mi piove dentro. Sento che si prepara la ‘normalizzazione’ di Assad, ponendo l’eterna trappola a quelli come me: o accetti di vivere in una dittatura o sarai in balia del caos, del fondamentalismo e della violenza. Non doveva andare così, non è possibile che sia stata questa l’unica vita possibile”.

La periferia di Malmoe e la periferia delle grandi città britanniche. Il grigio, forse, come cifra comune. Almeno questo pensava Reyaad Khan, 20 anni, di Cardiff. Morto in battaglia in Siria. “Non capirete mai quel che succede se non riuscite a immaginare, se non vi immedesimate in questa War on terror generation. Bisogna comprendere il trauma profondo generato in chi ha vissuto la sua formazione negli ultimi tredici anni. Immaginate: un quotidiano vilipendio, una costante demonizzazione dei musulmani, che scorre su un nastro di storie che raccontano di morti, distruzioni, violenza pornografica, assenza di speranza. Immaginate che questa sia la vostra adolescenza”. Lo scriveva qualche giorno fa Alyas Karmani, impegnato da anni nel tessuto sociale lacerato delle periferie delle città britanniche, in un bell’articolo pubblicato dal The Independent.

Karmani parla di Reyaad e di tutti gli altri. Sono tanti. Sono quei ragazzi della periferia grigia dell’Europa e del mondo ricco, periferie che nessuno è mai riuscito a colorare di speranza. Perché Reyaad, prima di morire in battaglia, era stato intervistato da un programma televisivo britannico, raccontando i sogni infranti di un ragazzino. I sogni di chi è nato in Gran Bretagna, ma scopre che anche se suo padre si è spezzato la schiena per anni, dicendo sempre sì, non alzando mai la testa per protestare, non è riuscito a rendere suo figlio uguale agli altri.

Perché si cresce e si capisce che non è un documento (quando c’è, perché in Italia non c’è) che rende tutti uguali di fronte al futuro. Non sei davvero francese, inglese o americano. Sei sempre Reyyad, non potrai mai immaginare di diventare altro, di avere le stesse opportunità dei tuoi coetanei bianchi e di buona famiglia. Perché essere musulmano diventa uno stigma e allora la scelta si fa piccola, claustrofobia: rimuovere tua identità o pagarne il prezzo, portarne il peso. Ed ecco che Reyaad, davanti al giornalista, parla dell’orrore delle guerre per la libertà, di società ingiuste, di frustrazioni. E magari la soluzione la immagini nelle colonne dei pick-up di Is. Perché ti fai convincere che non ci sarà riscatto senza violenza. Ti lasci affascinare da chi ti promette una società più giusta, laddove quella che si pensa giusta ti ha tradito a Guantanamo e ad Abu Ghraib, ti tradisce ogni giorno abbandonandoti in quelle periferie.

I Rayeed sono tanti, come racconta ancora il Guardian, in una dolorosa Spoon River della generazione perduta, di quei ragazzi che non hanno più trovato una speranza. Abdullah, Amer, Jaffar e tanti altri. Facce da bambini, a volte. Che sono nati altrove, portandosi appresso l’infelicità araba, nelle valigie di cartone dei loro genitori. Un fardello condiviso con Hafez e tutti gli altri che sono rimasti, in Siria, in Egitto o altrove. Tanti, troppi che sognano un futuro non grigio, scambiandolo per il nero di Is o di altri, credendo a chi promette giustizia sociale, lotta alla corruzione, protezione, libertà. Non è così, è ovvio, ma se non si coglie la fascinazione che questo mondo sta esercitando, se non ci sarà un orizzonte altro da offrire ai Reyaad e agli Hafez del mondo, se non si ascolta la loro domanda di giustizia, il grigio diventerà nero. In un attimo.

Non in mio nome

segnalato da barbarasiberiana

Igiaba Scego – Internazionale.it, 07/01/2015

Oggi mi hanno dichiarato guerra. Decimando militarmente la redazione del giornale satirico Charlie Hebdo mi hanno dichiarato guerra. Hanno usato il nome di dio e del profeta per giustificare l’ingiustificabile. Da afroeuropea e da musulmana io non ci sto.

“Not in my name”, dice un famoso slogan, e oggi questo slogan lo sento mio come non mai. Sono stufa di essere associata a gente che uccide, massacra, stupra, decapita e piscia sui valori democratici in cui credo e lo fa per di più usando il nome della mia religione. Basta! Non dobbiamo più permettere (lo dico a me stessa, ai musulmani e a tutti) che usino il nome dell’islam per i loro loschi e schifosi traffici.

Vorrei che ogni imam in ogni moschea d’Europa lo dicesse forte e chiaro. Sono stufa di veder così sporcato il nome di una religione. Non è giusto. Come non è giusto veder vilipesi quei valori di convivenza e pace su cui è fondata l’Unione europea di cui sono cittadina. Sono stufa di chi non rispetta il diritto di ridere del prossimo. Stufa di vedere ogni giorno, da Parigi a Peshawar, scorrere sangue innocente. E ho già il voltastomaco per i vari xenofobi che aspettano al varco. So già che ci sarà qualcuno che userà questo attentato contro migranti e figli di migranti per qualche voto in più. C’è sempre qualche avvoltoio che si bea delle tragedie.

È così a ogni attentato.

A ogni disgrazia cresce il mio senso di ansia e di frustrazione. A ogni attentato vorrei urlare e far capire alla gente che l’islam non è roba di quei tizi con le barbe lunghe e con quei vestiti ridicoli. L’islam non è roba loro, l’islam è nostro, di noi che crediamo nella pace. Quelli sono solo caricature, vorrei dire. Si vestono così apposta per farvi paura. È tutto un piano, svegliamoci.

Per questo dico che mi hanno dichiarato guerra. Anzi, ci hanno dichiarato guerra.

Questo attentato non è solo un attacco alla libertà di espressione, ma è un attacco ai valori democratici che ci tengono insieme. L’Europa è formata da cittadini ebrei, cristiani, musulmani, buddisti, atei e così via. Siamo in tanti e conviviamo. Certo il continente zoppica, la crisi è dura, ma siamo insieme ed è questo che conta. I killer professionisti e ben addestrati che hanno colpito Charlie Hebdo vogliono il caos. Vogliono un’Europa piena di paura, dove il cittadino sia nemico del suo prossimo. E in questo vanno a braccetto con l’estrema destra xenofoba. Tra nazisti si capiscono. Di fatto vogliono isolare i musulmani dal resto degli europei. Vogliono vederci soli e vulnerabili. Vogliono distruggere la convivenza che stiamo faticosamente costruendo insieme.

Trovo bellissimo che alla moschea di Roma alla fine del Ramadan, per l’Eid, ci siano a festeggiare con noi tanti cristiani ed ebrei. Ed è bello per me augurare agli amici cristiani buon Natale e agli amici ebrei happy Hanukkah. È bello farsi due risate con gli amici atei e ridere di tutto. Si può ridere di tutto, si deve. Ecco perché questo attentato di oggi è così pauroso. Fa male sapere che degli esseri umani siano stati uccisi da una mano vigliacca perché volevano solo far ridere, ma fa male anche capire il disegno che c’è dietro, ovvero una volontà di distruzione totale.

Una distruzione che sapeva chi e cosa colpire.

Niente è stato casuale. Sono stati spesi molti soldi da chi ha organizzato il massacro. Sono stati scelti uomini addestrati. È stato scelto un target, la redazione di un giornale satirico, che era sì un target simbolico, ma anche facile da attaccare. Tutto è stato studiato nei minimi dettagli. D’altronde una dichiarazione di guerra lo è sempre. Chi ha compiuto questo attentato sa cosa produrrà. Sa il delirio che si sta preparando. Allora se siamo in guerra si deve cominciare a pensare come combatterla. In questi anni la teoria della guerra preventiva, dell’odio preventivo, delle disastrose campagne di Iraq e Afghanistan hanno creato solo più fondamentalismo.

Forse se si vuole vincere questa guerra contro il terrorismo l’Europa si dovrà affidare a quello che ha di più forte, ovvero i suoi valori. Chi ha ucciso sa che si scatenerà l’odio. Ora dovremmo non cascare in questa trappola. Ribadire quello che siamo: democratici. Ha ragione la scrittrice Helena Janeczek quando dice che liberté, égalité, fraternité è ancora il motto migliore per vincere la battaglia. E i musulmani europei ribadendo il “Not in my name” potranno essere l’asso nella manica della partita. L’Europa potrà fermare la barbarie solo se i suoi cittadini saranno uniti in quest’ora difficile.

Quella “pazza” di Oriana

segnalato da barbarasiberiana

SULL’ISLAM NON AVEVA RAGIONE QUELLA “PAZZA” DI ORIANA FALLACI

Valerio di Fonzo – blog.you-ng.it, 27/08/2014

In risposta all’articolo Sull’islam aveva ragione quella “pazza” di Oriana Fallaci” apparso su ilgiornale.it in data 26 agosto 2014 (e non 1014 come potrebbe sembrare).

L’odio per l’Islam, il fallimento dell’integrazione: in queste righe sembra di leggere la cronaca di oggi.

Leggete queste righe come fossero un saggio scritto ieri, e avrete una valida analisi dei fatti di attualità degli ultimi giorni. Ma, com’è ovvio, le righe che seguono sono state scritte da Tiziano Terzani non in queste ore, ma in risposta ad Oriana Fallaci ed al suo articolo “La Rabbia e l’orgoglio” scritto all’indomani dell’11 settembre del 2001, dopo l’attacco alle Torri Gemelle. Ho deciso di ripubblicare un estratto dei suoi scritti sul rapporto tra l’Islam e l’Occidente, in quanto molta gente è ancora convinta che Oriana Fallaci avesse ragione, e che lo scontro totale debba prevalere. Il risultato è sotto gli occhi di tutti.

IL SULTANO E SAN FRANCESCO

Non possiamo rinunciare alla speranza

Oriana, dalla finestra di una casa poco lontana da quella in cui anche tu sei nata, guardo le lame austere ed eleganti dei cipressi contro il cielo e ti penso a guardare, dalle tue finestre a New York, il panorama dei grattacieli da cui ora mancano le Torri Gemelle. Mi torna in mente un pomeriggio di tanti, tantissimi anni fa quando assieme facemmo una lunga passeggiata per le stradine di questi nostri colli argentati dagli ulivi. Io mi affacciavo, piccolo, alla professione nella quale tu eri già grande e tu proponesti di scambiarci delle “Lettere da due mondi diversi”: io dalla Cina dell’immediato dopo-Mao in cui andavo a vivere, tu dall’America. Per colpa mia non lo facemmo. Ma è in nome di quella tua generosa offerta di allora, e non certo per coinvolgerti ora in una corrispondenza che tutti e due vogliamo evitare, che mi permetto di scriverti.

Davvero mai come ora, pur vivendo sullo stesso pianeta, ho l’impressione di stare in un mondo assolutamente diverso dal tuo. Ti scrivo anche – e pubblicamente per questo – per non far sentire troppo soli quei lettori che forse, come me, sono rimasti sbigottiti dalle tue invettive, quasi come dal crollo delle due Torri. Là morivano migliaia di persone e con loro il nostro senso di sicurezza; nelle tue parole sembra morire il meglio della testa umana – la ragione; il meglio del cuore – la compassione.

Il tuo sfogo mi ha colpito, ferito e mi ha fatto pensare a Karl Kraus. “Chi ha qualcosa da dire si faccia avanti e taccia”, scrisse, disperato dal fatto che, dinanzi all’indicibile orrore della Prima Guerra Mondiale, alla gente non si fosse paralizzata la lingua. Al contrario, gli si era sciolta, creando tutto attorno un assurdo e confondente chiacchierio. Tacere per Kraus significava riprendere fiato, cercare le parole giuste, riflettere prima di esprimersi. Lui usò di quel consapevole silenzio per scrivere ‘Gli ultimi giorni dell’umanità, un’opera che sembra essere ancora di un’inquietante attualità.

Pensare quel che pensi e scriverlo è un tuo diritto. Il problema è però che, grazie alla tua notorietà, la tua brillante lezione di intolleranza arriva ora anche nelle scuole, influenza tanti giovani e questo mi inquieta. Il nostro di ora è un momento di straordinaria importanza. L’orrore indicibile è appena cominciato, ma è ancora possibile fermarlo facendo di questo momento una grande occasione di ripensamento. E un momento anche di enorme responsabilità perché certe concitate parole, pronunciate dalle lingue sciolte, servono solo a risvegliare i nostri istinti più bassi, ad aizzare la bestia dell’odio che dorme in ognuno di noi ed a provocare quella cecità delle passioni che rende pensabile ogni misfatto e permette, a noi come ai nostri nemici, il suicidarsi e l’uccidere. “Conquistare le passioni mi pare di gran lunga più difficile che conquistare il mondo con la forza delle armi. Ho ancora un difficile cammino dinanzi a me”, scriveva nel 1925 quella bell’anima di Gandhi. Ed aggiungeva: “Finché l’uomo non si metterà di sua volontà all’ultimo posto fra le altre creature sulla terra, non ci sarà per lui alcuna salvezza”.

E tu, Oriana, mettendoti al primo posto di questa crociata contro tutti quelli che non sono come te o che ti sono antipatici, credi davvero di offrirci salvezza? La salvezza non è nella tua rabbia accalorata, né nella calcolata campagna militare chiamata, tanto per rendercela più accettabile, “Libertà duratura”. O tu pensi davvero che la violenza sia il miglior modo per sconfiggere la violenza? Da che mondo è mondo non c’è stata ancora la guerra che ha messo fine a tutte le guerre. Non lo sarà nemmeno questa.

Quel che ci sta succedendo è nuovo. Il mondo ci sta cambiando attorno. Cambiamo allora il nostro modo di pensare, il nostro modo di stare al mondo. E una grande occasione. Non perdiamola: rimettiamo in discussione tutto, immaginiamoci un futuro diverso da quello che ci illudevamo d’aver davanti prima dell’11 settembre e soprattutto non arrendiamoci alla inevitabilità di nulla, tanto meno all’inevitabilità della guerra come strumento di giustizia o semplicemente di vendetta. Le guerre sono tutte terribili. Il moderno affinarsi delle tecniche di distruzione e di morte le rendono sempre più tali. Pensiamoci bene: se noi siamo disposti a combattere la guerra attuale con ogni arma a nostra disposizione, compresa quella atomica, come propone il Segretario alla Difesa americano, allora dobbiamo aspettarci che anche i nostri nemici, chiunque essi siano, saranno ancor più determinati di prima a fare lo stesso, ad agire senza regole, senza il rispetto di nessun principio. Se alla violenza del loro attacco alle Torri Gemelle noi risponderemo con una ancor più terribile violenza – ora in Afghanistan, poi in Iraq, poi chi sa dove – alla nostra ne seguirà necessariamente una loro ancora più orribile e poi un’altra nostra e così via.

(…)

Niente nella storia umana è semplice da spiegare e fra un fatto ed un altro c’è raramente una correlazione diretta e precisa. Ogni evento, anche della nostra vita, è il risultato di migliaia di cause che producono, assieme a quell’evento, altre migliaia di effetti, che a loro volta sono le cause di altre migliaia di effetti. L’attacco alle Torri Gemelle è uno di questi eventi: il risultato di tanti e complessi fatti antecedenti. Certo non è l’atto di “una guerra di religione” degli estremisti musulmani per la conquista delle nostre anime, una Crociata alla rovescia, come la chiami tu, Oriana. Non è neppure “un attacco alla libertà ed alla democrazia occidentale”, come vorrebbe la semplicistica formula ora usata dai politici. Un vecchio accademico dell’Università di Berkeley, un uomo certo non sospetto di anti-americanismo o di simpatie sinistrorse dà di questa storia una interpretazione completamente diversa. “Gli assassini suicidi dell’11 settembre non hanno attaccato l’America: hanno attaccato la politica estera americana”, scrive Chalmers Johnson nel numero di The Nation del 15 ottobre. Per lui, autore di vari libri – l’ultimo, Blowback, contraccolpo, uscito l’anno scorso (in Italia edito da Garzanti, ndr) ha del profetico – si tratterebbe appunto di un ennesimo “contraccolpo” al fatto che, nonostante la fine della Guerra Fredda e lo sfasciarsi dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti hanno mantenuto intatta la loro rete imperiale di circa 800 installazioni militari nel mondo. Con una analisi che al tempo della Guerra Fredda sarebbe parsa il prodotto della disinformazione del Kgb, Chalmers Johnson fa l’elenco di tutti gli imbrogli, complotti, colpi di Stato, delle persecuzioni, degli assassinii e degli interventi a favore di regimi dittatoriali e corrotti nei quali gli Stati Uniti sono stati apertamente o clandestinamente coinvolti in America Latina, in Africa, in Asia e nel Medio Oriente dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ad oggi.

Il “contraccolpo” dell’attacco alle Torri Gemelle ed al Pentagono avrebbe a che fare con tutta una serie di fatti di questo tipo: fatti che vanno dal colpo di Stato ispirato dalla Cia contro Mossadeq nel 1953, seguito dall’installazione dello Shah in Iran, alla Guerra del Golfo, con la conseguente permanenza delle truppe americane nella penisola araba, in particolare l’Arabia Saudita dove sono i luoghi sacri dell’Islam. Secondo Johnson sarebbe stata questa politica americana “a convincere tanta brava gente in tutto il mondo islamico che gli Stati Uniti sono un implacabile nemico”. Così si spiegherebbe il virulento anti-americanismo diffuso nel mondo musulmano e che oggi tanto sorprende gli Stati Uniti ed i loro alleati.

Esatta o meno che sia l’analisi di Chalmers Johnson, è evidente che al fondo di tutti i problemi odierni degli americani e nostri nel Medio Oriente c’è, a parte la questione israeliano-palestinese, la ossessiva preoccupazione occidentale di far restare nelle mani di regimi “amici”, qualunque essi fossero, le riserve petrolifere della regione. Questa è stata la trappola. L’occasione per uscirne è ora. Perché non rivediamo la nostra dipendenza economica dal petrolio? Perché non studiamo davvero, come avremmo potuto già fare da una ventina d’anni, tutte le possibili fonti alternative di energia? Ci eviteremmo così d’essere coinvolti nel Golfo con regimi non meno repressivi ed odiosi dei talebani; ci eviteremmo i sempre piu’ disastrosi “contraccolpi” che ci verranno sferrati dagli oppositori a quei regimi, e potremmo comunque contribuire a mantenere un migliore equilibrio ecologico sul pianeta. Magari salviamo così anche l’Alaska che proprio un paio di mesi fa è stata aperta ai trivellatori, guarda caso dal presidente Bush, le cui radici politiche – tutti lo sanno – sono fra i petrolieri.

A proposito del petrolio, Oriana, sono certo che anche tu avrai notato come, con tutto quel che si sta scrivendo e dicendo sull’Afghanistan, pochissimi fanno notare che il grande interesse per questo paese è legato al fatto d’essere il passaggio obbligato di qualsiasi conduttura intesa a portare le immense risorse di metano e petrolio dell’Asia Centrale (vale a dire di quelle repubbliche ex-sovietiche ora tutte, improvvisamente, alleate con gli Stati Uniti) verso il Pakistan, l’India e da lì nei paesi del Sud Est Asiatico. Il tutto senza dover passare dall’Iran. Nessuno in questi giorni ha ricordato che, ancora nel 1997, due delegazioni degli “orribili” talebani sono state ricevute a Washington (anche al Dipartimento di Stato) per trattare di questa faccenda e che una grande azienda petrolifera americana, la Unocal, con la consulenza niente di meno che di Henry Kissinger, si è impegnata col Turkmenistan a costruire quell’oleodotto attraverso l’Afghanistan.

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Sappiamo che poi il mondo rispose alla minaccia del terrorismo con la guerra, così come la signora Fallaci incitava. A distanza di 13 anni possiamo dire che aveva ragione Terzani. Il terrorismo non è stato per niente scalfito.

 

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