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Il vento fascista dalle periferie al Parlamento

Gli squadristi sono tornati in strada. Soffiano sul fuoco delle migrazioni e della crisi economica. Mentre crescono i consensi, i loro slogan tracimano nelle istituzioni.

di Giovanni Tizian – Foto di Espen Rasmussen – espresso.repubblica.it, 1 agosto 2017
Il vento fascista dalle periferie al Parlamento
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Braccia tese dietro le barricate. Ombre nere sulle periferie, strette nella morsa del degrado. Scontri con le forze dell’ordine per difendere «il diritto alla casa degli italiani» nelle borgate, sempre più distanti dai centri storici, da Palazzo Chigi, dal Parlamento, dal Campidoglio.

I fascisti sono tornati. Eredi dei “Boia chi molla”, fomentano e guidano le proteste. I loro consensi crescono, e sono entrati anche in diversi consigli comunali. I loro linguaggi e le loro parole d’ordine tracimano dai gruppi minoritari alle forze politiche più grosse, anche in Parlamento. Ostentano saluti romani sul web e nelle strade, organizzano ronde per la “sicurezza urbana” o contro gli ambulanti stranieri sulle spiagge, e perfino navi per bloccare gli sbarchi dei migranti.

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Mussolini? Un grande urbanista. Ma anche Hitler ha fatto cose giuste. Gli elogi al Duce e a volte anche al dittatore nazista da parte dei rappresentanti delle istituzioni davvero non mancano. In tutto l’arco costituzionale.

Periferie, la prima linea 
“Prima gli italiani”, è il grido dei guerrieri urbani del neofascismo romano. L’avanguardia che ha alzato il livello dello scontro sociale. Soffiano, i militanti neri, sulla miccia della guerra tra poveri delle periferie. «Resistenza etnica», la definisce Giuliano Castellino, ultras della Roma, leader del movimento “Roma ai Romani”, vicino a Forza Nuova. Castellino ha nel suo curriculum anche un apparizione nella Destra di Storace. “Roma ai romani”, insieme a Forza Nuova e CasaPound, si batte per «il diritto alla casa delle sole famiglie italiane».

Il 23 gennaio scorso, al Trullo, quartiere popolare di Roma, il gruppo si è mobilitato per difendere dallo sfratto una giovane coppia di romani abusivi, lei 17 anni e incinta, lui 20 anni e precario: a pagarne le conseguenze una famiglia egiziana, padre, madre e cinque figli, a cui la casa era stata assegnata. Dalla protesta all’azione, con i capi della destra radicale al fianco degli emarginati. A distanza di poco tempo si sono verificati altri due episodi simili. A San Basilio, periferia romana al centro di forti interessi criminali, a una famiglia di origine marocchina è stato impedito di entrare nell’alloggio assegnatole dal Comune: l’azione ha ricevuto la solidarietà di Forza Nuova e di “Roma ai Romani”. Tre settimane fa a Tor Bella Monaca, altro sobborgo dilaniato da spaccio e mafie varie, Howlader Dulal, 52 anni, cittadino italiano ma originario del Bangladesh, è stato aggredito. Aveva finalmente ottenuto l’appartamento popolare, ma il colore della pelle ha fatto la differenza: «Negro, qui non c’è posto per te. Le case sono tutte occupate», gli hanno urlato, ignoti, mentre lo picchiavano.

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Pugni, insulti e cinghiate: i fascisti sono tornati a far paura. Negli ultimi mesi sono aumentate esponenzialmente violenze, blitz, pestaggi. I responsabili, il più delle volte, appartengono a gruppi di estrema destra. I bersagli: migranti, Ong, militanti di sinistra.

Basta un soffio e il focolaio divampa. I movimenti neofascisti hanno trovato il loro campo di battaglia. Ecco cosa scriveva Castellino sulla sua pagina Facebook qualche giorno fa: «Il popolo di Tor Bella Monaca ha dimostrato con i fatti che Roma e i Romani sono sempre più con i fascisti». In un altro post del 15 giugno dettava la linea: «La patria si difende a calci e pugni». Nella foto pubblicata c’è anche il camerata Maurizio Boccacci, 60 anni, capo dell’organizzazione Militia Italia, storico leader dell’estrema destra dei Castelli Romani, già animatore di presidi di solidarietà a favore dell’ex capo delle SS naziste Erich Priebke, tra gli esecutori dell’eccidio delle Fosse Ardeatine.

 

Negli ultimi mesi Boccacci non ha perso un’udienza del processo Mafia Capitale: maglia verde militare, ascoltava in silenzio le accuse rivolte al suo amico Massimo Carminati, il “Cecato” dei Nuclei armati rivoluzionari. Boccacci e Castellino hanno anche un nemico comune: Emanuele Fiano, il parlamentare del Pd riferimento della comunità ebraica. «Fiano delle tue leggi ce ne freghiamo, eccoti il saluto romano», recitava uno striscione sequestrato dalla Digos di Roma al gruppo di Castellino. Dello stesso tenore le esternazioni social di Boccacci: «Fiano, pezzo di … Siamo fascisti e tanto basta».

Skinhead nelle istituzioni 
I gruppi della destra estrema si sentono forti. Sospinti dal vento che spira nel Paese e in Europa, hanno alzato il livello dello scontro. Legittimati dalle campagne xenofobe alimentate da leader dal grande seguito come Matteo Salvini. I flirt tra Lega e forze neofasciste – per quanto Salvini si sforzi di negarlo – non sono, del resto, un mistero.

Un esempio di joint venture politica con queste sembianze ha preso forma a Monza. La nuova giunta di centrodestra, Lega inclusa, ha nominato assessore allo Sport Andrea Arbizzoni. Eletto con Fratelli d’Italia, la comunità ideale da cui proviene è però Lealtà – Azione, gruppo d’area skinhead radicato in Lombardia. Arbizzoni tra il 2009 e il 2012 aveva ricoperto il medesimo ruolo ai tempi del sindaco leghista Mariani. Ma l’assessore – ultras nel tempo libero – non è l’unico ad avere avuto accesso ai palazzi delle istituzioni. Stefano Pavesi, pure lui di Lealtà – Azione, è stato eletto con la Lega Nord nel municipio 8 di Milano. Si è fatto notare fin da subito nel giorno della commemorazione dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, secondo lui «una logica conseguenza del vile attentato dei partigiani». Il 26 gennaio scorso, invece, all’incontro organizzato da una costola di Lealtà – Azione, dal titolo “Come il gender vuol sostituirsi all’uomo e alla donna”, ha partecipato Jari Colla, consigliere regionale del Carroccio. Matteo Salvini ripete spesso che fascismo e antifascismo sono ormai concetti del secolo scorso, che gli italiani vogliono guardare avanti. Salvo, poi, esprimere solidarietà al nostalgico del Duce titolare del lido di Chioggia. E non sembrano guardare oltre i movimenti di estrema destra che hanno trovato una sponda nella Lega. Come i militanti di Lealtà – Azione, appunto, che ogni anno salutano con il braccio teso i caduti della Repubblica sociale italiana nel cimitero Maggiore di Milano.

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Marco Tarchi: «L’estrema destra è sempre più forte per colpa dei partiti». «Il neofascismo è un frutto avvelenato della globalizzazione ed è sempre più forte in Italia e in Europa» dice il politologo, che avverte: «L’estremismo non è il populismo, hanno programmi completamente differenti».

Pugni e cinghiate 
Anche le squadracce sono tornate. E a volte usano le cinghie per punire i detrattori. Il 12 febbraio scorso a Vignanello, in provincia di Viterbo, Paolo, poco più che ventenne, viene aggredito da una quindicina di militanti di CasaPound. Colpevole secondo il branco di aver commentato sui social una vignetta sul movimento: “Chi mette il parmigiano sulla pasta al tonno non merita rispetto”. Versione ironica dello slogan reale con cui CasaPound ha tappezzato alcune città: “Chi scappa dalla guerra abbandonando famiglia, mogli e figli non merita rispetto”.

«Fermati», gli hanno intimato mentre una mano lo trascinava a terra. «Non devi più prendere in giro CasaPound». E giù botte. Sulla scena anche Jacopo Polidori, leader locale del movimento. «Con fare minaccioso batteva la cintura sul palmo della mano e poi sferrava quattro o cinque colpi sulla schiena di Paolo, non desistendo alle sue suppliche», hanno scritto i magistrati. A Paolo hanno fratturato il naso, rotto un dente e le cinghiate gli hanno lasciato delle escoriazioni sul dorso. «La prossima volta ti fai i cazzi tuoi», gli ha detto uno dei picchiatori prima di andarsene. Il 20 ottobre ci sarà il processo a carico di Polidori. Il leader nazionale di CasaPound, Gianluca Iannone, non ha condannato il gesto.

 

Ostia patria nostra 
Nel decimo municipio della Capitale, a Ostia, fra tre mesi si andrà alle urne per scegliere il nuovo presidente. Sarà il primo voto post scioglimento per mafia. Un anno fa alle ultime comunali CasaPound ha ottenuto il due per cento, e in alcuni seggi ha toccato punte del 10. In particolare a Nuova Ostia, zona popolare e con un alto tasso di criminalità. Un risultato che se venisse confermato a ottobre garantirebbe a Casa Pound un consigliere municipale. Nella stessa area di massimo consenso per il movimento, secondo i detective e la procura di Roma comanda il clan Spada. Un gruppo criminale, al centro di molti sospetti e di varie retate, l’ultima il 12 aprile scorso.

A Ostia CasaPound ha organizzato ronde su richiesta per cacciare i venditori abusivi stranieri dalla spiaggia. Sostiene le famiglie italiane che hanno occupato le case popolari a rischio sfratto. Accusa il Pd e commissario prefettizio del degrado in cui versa il municipio. Tra le figure del movimento che hanno riscosso più successo c’è Carlotta Chiaraluce, alter ego del responsabile del litorale romano, Luca Marsella. Candidata alle ultime comunali, ha raccolto più di 1.300 voti. Entrambi non hanno speso una parola sul potere locale del clan Spada. Forse perché in sintonia con i militanti di CasaPound c’è Roberto Spada, fratello di Carmine detto “Romoletto”, ritenuto dall’antimafia di Roma il capo del clan. I contatti con CasaPound risalgono all’anno scorso, titolo dell’iniziativa “Giovinezza in piazza”, promossa dal movimento di Iannone e dalla scuola di danza della moglie del fratello del boss.

Le foto che ritraevano Spada con i referenti locali di CasaPound innescarono polemiche politiche, ma a distanza di tempo i rapporti non si sono interrotti. Anzi, stando ai commenti pubblicati su Facebook, pare l’amicizia sia reciproca. L’ultimo contatto a fine giugno, quando Carlotta Chiaraluce sulla pagina di Roberto Spada ha scritto: «Ro’ più tardi passiamo», riferendosi a una grigliata in spiaggia organizzata da Spada, che vanta tra gli amici anche altri militanti dell’organizzazione di Iannone. Non deve stupire. È lo stesso Roberto Spada che sui social si schiera sulle posizioni del movimento dell’estrema destra. È contrario allo Ius soli, vorrebbe chiudere le frontiere. E condivide lo slogan “Prima gli italiani”. Tolleranza zero. Anche se, per paradosso, la sua famiglia ha origini nomadi.

Amministratori sotto tiro

segnalato da Barbara G.

Approvato al Senato il disegno di legge per la tutela di sindaci e consiglieri

In Marcia con gli amministratori sotto tiro

Sono 180 i “casi” di intimidazione censiti da Avviso Pubblico da gennaio a maggio 2016. Il 27% si è registrato in Calabria, e per questo il prossimo 24 giugno l’associazione ha convocato una manifestazione a Polistena (Reggio Calabria). Siamo di fronte a una “patologia della democrazia” dice ad Altreconomia il presidente, Roberto Montà: “Non possiamo accettare che chi, pro tempore, si mette a disposizione della propria comunità debba considerarsi una persona a rischio”

di Duccio Facchini e Luca Martinelli – 09/06/2016

Il 24 giugno 2016 si tiene in Calabria la prima Marcia nazionale degli amministratori sotto tiro, organizzata da Avviso Pubblico. L’associazione -che riunisce enti locali e Regioni che si occupano di formazione civile contro le mafie- studia da anni il fenomeno delle intimidazione nei confronti degli amministratori locali, e a fronte dei dati drammatici dei primi cinque mesi del 2016, che hanno registrato ben 180 casi, ha “deciso di creare un momento in cui il tema venisse portato all’attenzione dell’opinione pubblica, con un’iniziativa dal valore simbolico -spiega ad Altreconomia Roberto Montà, presidente di Avviso Pubblico-. Per questo attraverseremo il territorio di Polistena, in provincia di Reggio Calabria, un Comune che ha pesantemente pagato per il contrasto alla ‘ndrangheta: vogliamo dare un segnale contro il rischio che vive chi mette le proprie competenza a disposizione di queste comunità”.

Il 27% dei 180 amministratori minacciati da gennaio a maggio 2016 sono infatti calabresi, e per questo Avviso Pubblico ritiene necessario portare l’attenzione “su un territorio che vede gli amministratori particolarmente esposti, come confermano dati qualitativi e quantitativi -aggiunge Montà-.
L’idea iniziale era quella di portare qui gli amministratori, ma poi il percorso ha visto l’adesione di associazioni, di sindacati, di movimenti dell’antimafia. La scelta di coniugare la presentazione del Rapporto annuale ‘Amministratori sotto tiro’ e la marcia ci permetterà di associazione ai numeri anche volti e storie”.

Anche perché, sottolinea Monta, “il fenomeno ha una recrudescenza: verifichiamo una maggior violenza, maggior aggressività e maggior pervasività in alcune aree del Paese. Il fenomeno delle minacce e delle intimidazione ha, a nostro avviso, ragioni diverse: da una parte c’è chi paga scelte di carattere amministrativo, determinate politiche che i Comuni portano avanti, anche in tema di tutela dell’ambiente e del paesaggio, penso al ciclo dei rifiuti; in taluni casi, invece, il ‘problema’ è l’attenzione ai temi della legalità e del contrasto alle mafie. Capita, però, che gli atti siano  sintomo delle frustrazione, o di scarsa fiducia nelle istituzioni. Di fronte alla crisi economica, ed ai suoi effetti, gli amministratori come un terminale contro cui sfogarsi. Tutti questi sono elementi di patologia della democrazia. Perché non possiamo accettare che chi, pro tempore, si mette a disposizione della propria comunità, perché siamo il Paese dei 5mila Comuni con meno di 5mila abitanti, persone normali che conducono una vita normale, vedono le proprie auto, case, attività economiche, o peggio anche famigliari, minacciati. Il senso della marcia è dire: ‘chi vive questa condizione non è solo’. Perché minacce ed intimidazione spesso allontanano persona di qualità che avevano scelto di occuparsi della propria comunità”.

Alla conferenza stampa romana promossa da Avviso Pubblico per presentare la Marcia nazionale, che si è tenuta l’8 giugno, è intervenuta anche la senatrice Doris Lo Moro, presidente della Commissione d’inchiesta sugli amministratori minacciati, sottolineando come il Senato abbia approvato il disegno di legge a tutela di questi soggetti, alla cui stesura Avviso Pubblico ha contribuito con il proprio impegno. “Il punto principale, politico, è il riconoscimento del fenomeno -dice Montà-. E poi, sul piano penale, c’è l’introduzione di un’aggravante, che non qualificare gli amministratori come ‘soggetti speciali’. Questo potrà contrastare il riconoscimento di ‘attenuanti generiche’, e ci dice che i sindaci sono meritevoli di attenzioni particolari in quanto rappresentano un’istituzione”.

Non mi fido dei giornali

L’informazione attendibile? Per gli Italiani è in rete

di Andrea Ceron e Luigi Curini – lavoce.info, 26 gennaio 2016

Più della metà degli italiani sono convinti che la rete sia una fonte di informazione credibile. E non sono pochi quelli che la ritengono molto più attendibile dei giornali. Eppure, nei momenti di crisi sono i media tradizionali a generare un circolo virtuoso della fiducia verso le istituzioni.

Quanta fiducia nel web

La rete sembra godere di un ottimo stato di salute in Italia quanto ad attendibilità. Almeno questo è quanto emerge dall’ultima analisi Eurobarometro disponibile sul tema (l’Eurobarometro 82.3), che ha monitorato l’opinione pubblica in trentaquattro paesi europei. Con un 58,2 per cento di cittadini che considerano il web come una credibile fonte di informazione, l’Italia si colloca infatti in cima (sesto posto complessivo) alla classifica europea di chi esprime fiducia nei confronti della rete, addirittura prima tra i grandi paesi.
Il dato è considerevole ed è di quasi 10 punti superiore alla media europea (49,1 per cento), di 18 punti rispetto alla Spagna, di 23 rispetto alla Germania e di quasi 30 rispetto a Gran Bretagna e Francia.

Il grado di fiducia che gli italiani ripongono nel web è addirittura così elevato da risultare sensibilmente superiore a quello di cui gode la carta stampata, che rimane sì positivo, ma si ferma al 53,5 per cento.
Quel che più sorprende è però quel 17,6 per cento di italiani che si fidano della rete, ma non della carta stampata.

Il profilo di chi non si fida dei giornali

Ma chi sono costoro? E cosa li contraddistingue sulla base dei dati dell’Eurobarometro?
In prevalenza si tratta di uomini, tra i 35 e i 54 anni, interessati alla politica e che ne discutono attivamente. Contrariamente a quanto ci si potrebbe immaginare, coloro che guardano alla rete come “unico” medium in cui riporre la propria fiducia sono cittadini di ceto medio-alto, che si dichiarano soddisfatti della propria vita e del proprio lavoro, ideologicamente moderati e che non sono necessariamente euroscettici, almeno non più della media, né tantomeno più anti-immigrati.
Il giudizio negativo nei confronti del mondo del giornalismo viene peraltro da cittadini civicamente attivi che considerano la democrazia come un valore importante e che, paradossalmente, leggono spesso i quotidiani (solo il 6 per cento dichiara infatti di non farlo).
Insomma, nonostante bufale e teorie del complotto (o forse proprio per questo?), l’informazione disintermediata di Internet sembra piacere anche a chi sembra realmente difficile da relegare a un ruolo di “outsider”. Un dato che dovrebbe preoccupare? Forse sì, per almeno un paio di ragioni.
Il ruolo dei media tradizionali nelle democrazie occidentali è stato, da sempre, un tema molto discusso. Nonostante alcuni ritengano che giornali e televisioni (enfatizzando spesso i toni polemici) possano produrre disaffezione, prevale tra gli scienziati sociali l’idea che i media siano ancora in grado di generare un circolo virtuoso della fiducia verso le istituzioni, accrescendo il sostegno verso il regime democratico proprio di quei cittadini civici che sono parte integrante del sistema.
Questo è vero anche, se non soprattutto, in periodi caratterizzati dal verificarsi di scandali di natura politica, come quello che stiamo vivendo in Italia e non solo. In particolare, uno studio recente evidenzia come la stampa, in momenti di crisi, dia visibilità anche al punto di vista delle élite democratiche messe sotto accusa. Viene così garantito uno spazio per ribattere alle critiche e la diffusione delle contro-argomentazioni permette, in determinate circostanze, di contrastare il generale distacco da parte dei cittadini, fino a ripristinare, in modo sorprendente, un più alto grado di sostegno alla democrazia.
In rete, al contrario, tende a prevalere il risentimento verso le istituzioni colpite dagli scandali. Si finisce in altri termini per dare spazio – in modo univoco –a opinioni e notizie “negative” che spesso producono una sorta di “effetto eco” che va ad alimentare i sentimenti antipolitici e la generale disaffezione (anche in chi all’inizio disaffezionato non lo era).
La maggior negatività indica che la rete sia in senso metateorico più “cattiva”? Non necessariamente. Lasciando da parte ogni tentazione di determinismo tecnologico, i dati qui discussi servono solo a ricordarci quanto sia importante il ruolo che il giornalismo ricopre nelle democrazie, in tutte le sue varianti, comprese quelle “liquide”.
Capire le ragioni del perché quasi un italiano su cinque non abbia più fiducia nella carta stampata, ma invece ne abbia – almeno apparentemente – nell’oracolo Internet, è una sfida che acquista un valore niente affatto banale.

Professione Politico

di Barbara G.

Sono stata accusata di essere anti M5* “apprescindere”, anche se ho più volte espresso le mie pesanti perplessità su alcuni aspetti ben precisi che non condivido, o che mi appaiono alquanto oscuri. La cosa che mi infastidisce parecchio è l’atteggiamento di chiusura che noto quando si chiedono chiarimenti. Se il movimento è trasparente come una scatola di vetro quale è il problema nel rispondere a domande legittime, finalizzate a diradare alcuni dubbi? E mi scoccia molto che questa cosa venga spesso ribaltata come” non ha argomenti contro il m5* quindi la mette sul piano dei soldi”. Beh, ammettete che una considerazione del genere fatta da chi ha l’ossessione per la rendicontazione lascia un po’perplessi…

Ma visto che questi non vengono percepiti come argomenti politici, ritorniamo sul piano puramente politico. E mettetevi comodi.

Vediamo un attimo quali sono, più o meno, i pilastri del grillopensiero.

Democrazia diretta

Il popolo sceglie, decide, senza intermediari. Unico filtro, la rete. Come piattaforma, per la discussione e per la scelta. Il ruolo dei parlamentari depotenziato, ridotti a megafono della popolazione.

Concettualmente, la considero una boiata. Non ha senso (ed è sostanzialmente impossibile) governare un paese, svolgere l’azione legislativa, sulla base della democrazia diretta. Un paese di 60 milioni di abitanti, per giunta con profonde differenze economiche e sociali fra nord e sud, se non addirittura fra regioni contigue.

In Svizzera fanno i referendum propositivi? E allora? Facciamoli anche noi, ma non chiamatela democrazia diretta.

Non si costruisce un programma elettorale scegliendo i punti del programma su internet, manco fosse un questionario su donna moderna… È ovvio che salteranno fuori temi che, presi singolarmente, sono condivisibilissimi.  Ma come li leghi in un programma strutturato? Come bilanci le varie componenti del programma? Facciamo un ipotesi: se sono tutti punti che comportano un aggravio per le casse dello stato come copri gli interventi? E in ogni caso… come fai a bilanciare tagli e reperimento delle risorse se non esiste una visione di insieme delle problematiche, una filosofia di fondo che faccia da linea guida per stabilire priorità e criteri di intervento?

Questo aspetto, se poi si passa a considerare legge elettorale e riforme costituzionali, risulta ancora più evidente. E mi viene in mente (scusate se esprimo molto esplicitamente il mio pensiero) la farsa della legge elettorale targata cinque stelle. Mi spiegate che senso ha scegliere le caratteristiche della legge elettorale col televoto? Con quell’unica iniziativa il magico duo ha delegittimato il ruolo dei parlamentari e si è fatto beffe delle istituzioni, paragonando di fatto una cosa fondamentale come la legge elettorale, perno della democrazia, alle eliminazioni del Grande Fratello.

A mio modo di vedere, questa cosa è assolutamente imperdonabile, e da sola costituisce una valida motivazione per non prendere sul serio quello che arriva dal movimento. Anzi, dirò di più: quella mossa ha sputtanato il movimento stesso. Io ci ho visto un uso molto strumentale della buona fede di tutte le persone che, schifate dall’andazzo generale, hanno aperto una linea di credito verso un progetto alternativo, uno schema di gioco totalmente nuovo in cui avrebbero effettivamente potuto esprimersi direttamente per cambiare le cose, bypassando il marciume della politica.

Due e non più (di) due

Punto cardine della visione pentastellata è i numero limite dei mandati. Ho più volte detto che non sono per niente d’accordo. Dall’occupare lo scranno in parlamento per 40 anni al mandare dei dilettanti allo sbaraglio per poi rispedirli a casa quando hanno imparato qualcosa, di sfumature intermedie ce ne sono anche più di 50. Qui però bisogna fare un ragionamento molto complesso che ha a che fare con il concetto stesso di politica.

Un partito politico, secondo l’impostazione “storica” della politica, a cosa doveva servire?

Prima di tutto, a far crescere persone consapevoli del loro ruolo nella società, a far comprendere i meccanismi di funzionamento dello stato, a diffondere idee sulle cui basi ragionare di come migliorare il mondo. Ovviamente ogni partito aveva visioni diverse, bacino di riferimento diverso, ed obiettivi diversi. Dal bilanciamento di questi aspetti doveva derivare lo sviluppo della società, attraverso la presenza delle persone nelle istituzioni. Quindi: ogni partito coltivava la classe dirigente del futuro, facendo formazione ed operando una selezione. Queste persone poi potevano candidarsi a governare il Comune, la Provincia, la Regione… fino ad arrivare al Parlamento e al Governo. In linea di massima il processo era quello, c’era una crescita nelle competenze e nella visione politica.

Il fatto che ci fossero delle storture nel sistema, che in poco tempo si sia arrivati dalla visione della politica al servizio degli altri alla politica al servizio dei propri interessi non deve far perdere di vista secondo me questi concetti fondamentali. Queste storture, detto chiaramente, sono aumentate negli ultimi anni quando, da parte di tutti i partiti, si è voluta rimarcare una distinzione dalla “prima Repubblica”,  nella quale la politica è stata vista come “il male” da combattere con persone estranee (almeno a parole) al sistema.

La proposta M5* per risolvere queste storture è l’azzeramento della classe dirigente, la politica fatta da dilettanti provvisoriamente prestati alla politica. A me non sembra una soluzione, ma la prosecuzione della strategia post prima repubblica, solo un po’ riverniciata, e fatta da gente comune invece che da imprenditori di successo, dai loro avvocati, dalle loro damigelle.

Ovviamente è gente più onesta, sicuramente in buona fede. Ma ciò è sufficiente per governare un paese? Secondo me no. L’azione di formazione fatta all’interno di meet up a struttura molto locale non credo sia sufficiente per formare una classe dirigente, e in ogni caso richiede tempo. Solo chi masticava già politica è per me in grado di “stare sul pezzo”, di stare fra i potenti, di farsi rispettare (cosa non da poco). Invece quello che io ho visto sono stati ragazzini ritrovatisi in parlamento, con una presunzione data dalla percepita superiorità morale, che li ha portati a prendere a pesci in faccia tutti quanti, soprattutto i potenziali interlocutori che sarebbero stati utili per conseguire alcuni importanti successi. Ma a parte questo, pensiamo al “dopo”. fra due mandati avremo parlamentari rimandati a casa, consiglieri comunali rimandati a casa, consiglieri regionali mandati a casa. E via, persone totalmente nuove nei posti chiave, persone che avranno magari partecipato ai meet up ma che la politica attiva l’hanno vissuta molto ai margini, mentre le persone che hanno acquisito le competenze tornano a lavorare nelle retrovie (quando magari si poteva pensare di rimettere le loro competenze al servizio della collettività, candidando i migliori a ruoli di importanza maggiore).

E scusate se insisto su questo aspetto, ma anche sotto questo punto di vista credo sia stata fatta un’opera di delegittimazione della politica, delle istituzioni. La politica è una cosa maledettamente seria, e credo che ci debba essere il giusto bilanciamento all’interno delle liste di candidati, all’interno delle istituzioni: forze nuove e fresche che possono portare anche idee nuove, o vedere le cose secondo schemi e prospettive diverse, affiancati da persone che la politica, in sostanza, la vivono come professione, perché per vivere nelle istituzioni, vivere le istituzioni servono competenze, un certo background culturale, esperienza, doti di diplomazia. Cose che richiedono anni per essere affinate.

I costi della politica

Il dilettante fa politica per passione ma non per professione, si mette a disposizione degli altri quasi come se fosse una specie di servizio civile, quindi non deve guadagnare. Concettualmente la considero una fesseria. La politica, fatta a certi livelli, è un lavoro, e ti porta ad occuparti dell’azienda-stato, a decidere di questioni che riguardano la vita e i diritti di 60 milioni di cittadini. E’ una responsabilità della madonna, e le persone che si prendono questo carico devono essere adeguatamente retribuite. La convinzione che devono continuare a guadagnare più o meno quello che guadagnavano prima di entrare in politica (sintetizzando) è un’assurdità. Nessuno pretende che l’AD di una società guadagni come il magazziniere, perché devo pretenderlo da chi amministra l’azienda Stato? Sul fatto che ci debba essere equilibrio in tutte le cose è ovvio, ben venga una riduzione dello stipendio, ma quello su cui bisogna agire sono i privilegi: niente più ingressi allo stadio gratis, ad esempio. Mi può star bene che abbiano sconti sui mezzi di trasporto, gli spostamenti fanno parte del loro lavoro. Ma i rimborsi spese devono essere reali, dietro presentazione nota spese, e con un tetto. Perché chi arriva da fuori Roma abbia un contributo per la casa, chi sta a Roma però no. E ad esempio metterei ordine nella questione “portaborse”. Niente contributo per l’ufficio, ma collaboratori (scelti dal politico) ma assunti direttamente dal parlamento, con contratto ben definito e contributi pagati. Perché di casi di portaborse in nero mentre i datori di lavoro si tenevano il contributo spese ce ne sono stati un sacco e sarebbe ora di piantarla. Può darsi che nel frattempo qualcosa sia stato fatto, ammetto che su questo punto sono rimasta a qualche anno fa.

L’iniziativa di devolvere buona parte dello stipendio a fini di utilità sociale sarà anche meritoria, ma non è LA soluzione. Ci vuole una soluzione radicale, e valida per tutti. E che i soldi risparmiati vengano destinati a qualcosa di “comune”, non ad iniziative a spot, affinché gli effetti siano concreti e duraturi nel tempo.

Dio Rete

Non è una bestemmia. Il fatto è che nella politica attuale si sta attribuendo alla rete poteri che non ha, e sottovalutando le potenzialità che ha ai fini organizzativi e di diffusione delle idee. Nel Movimento questa cosa è molto marcata. Ma… come si fa a far dipendere aspetti importanti dell’attività del movimento se non sono chiare le regole di ingaggio? Se non è chiaro chi gestisce e maneggia fisicamente i flussi di informazione, e il sospetto che uno dei guru del movimento sia anche quello che potenzialmente ha il potere di gestire tutte queste info a suo piacimento, annullando completamente il concetto di Uno vale Uno?

Il movimento del Movimento

Resto convinta di una cosa. Il M5* è arrivato nelle stanze dei bottoni troppo in fretta, troppo numeroso, senza essersi fatto le ossa. Sono convinta che Grillo & C. fossero convinti di prendere loto meno (alle politiche, diciamo il 15%), e che la prima conseguenza si stata quella di sfoltire il seguito per tenersi stretto lo zoccolo duro di fedelissimi e ripartire da lì. Ma adesso… quali sono le intenzioni del movimento? Vuole puntare al comune di Roma, al Governo?

A Roma, col candidato giusto, avrebbe la strada spianata (ma non l’interesse a vincere, secondo me).

E al Parlamento, al Governo? Vogliono vincere? Se si, pensano di poterlo fare da soli, con questa legge elettorale e ora che è nato il Partito della Nazione?

Se vogliono veramente cambiare il mondo, devono scendere a compromessi. Se vogliono mantenersi duri e puri l’unica cosa che potranno raggiungere sarà qualche piccola vittoria in Parlamento, niente di più. Saranno disposti ad aprire una discussione fra i militanti su questi temi? Lo scopriremo solo vivendo.

In conclusione (scusate se l’ho fatta troppo lunga)…

Questi sono i motivi molto politici per cui non condivido impostazione e strategia del M5*. Se li definite “ideologici” perché ho idee diverse dalle vostre, sono d’accordo. Ma se con questo intendete che voglio demonizzare il movimento, vi sbagliate. Ci sono sicuramente un sacco di persone in buona fede che vorrebbero cambiare le cose così come le voglio cambiare io, o molti altri qui dentro, ma non credo che la struttura del movimento consenta realmente di fare ciò. E soprattutto, non vedo perché non si debba lavorare insieme su obiettivi comuni. Se lo scopo è quello di fare qualcosa per questo Paese, ovviamente. Per far ciò però ci vuole prima di tutto rispetto reciproco, invece vedo spesso demonizzazione dell’avversario per il solo fatto che ha fatto parte, o fa parte tuttora, del PD. C’è ancora un sacco di gente onesta e preparatissima nel PD, così come in altri partiti. E poi si richiede apertura di credito al M5S, dopo che si è trattato gli altri a pesci in faccia.

È vero, c’è del marcio in Parlamento (e non solo lì) ma se ci pensate bene, buona parte del marciume attuale è frutto della de-costruzione della classe dirigente apportata negli ultimi anni, che nel caso del PD non è iniziata ieri, anche se Renzi ha dato letteralmente il colpo di grazia.

Chiedo agli aderenti al M5SS due semplici cose.

Pensate veramente che il futuro della politica sia la non politica? Non sarebbe forse i caso di ricominciare a coltivare talenti e farli crescere nella società e belle istituzioni?

Sareste disposti a mettere da parte bandierine ed etichette per combattere battaglie comuni? Nelle prossime settimane, nei prossimi mesi, ce ne sarà un gran bisogno, per il bene di tutti.

Le controriforme di Renzi e la profezia nera di Cossiga

segnalato da Domiziasiberiana

di Domenico Gallo – ADISTA, 01/10/2015

Sono troppi anni che in Italia è stata imposta nel dibattito pubblico un’accesa discussione sull’esigenza di profonde riforme costituzionali ed istituzionali, al punto che ormai è penetrato nel senso comune lo stereotipo che la Costituzione del 1948 sarebbe un ferrovecchio di cui bisogna sbarazzarsi in nome della democrazia per far “crescere” il nostro paese. Pochi ricordano che questa discussione è partita dal vertice del potere politico, ha una ben precisa data di inizio ed un suo profeta: Francesco Cossiga.

Fu il Presidente della Repubblica dell’epoca che, il 26 giugno del 1991, mandò un formale messaggio alle Camere istigando il Parlamento ad attuare una profonda riforma della Costituzione, che avrebbe dovuto portare ad una modificazione della forma di Governo, della forma di Stato, del sistema dell’indipendenza della magistratura e ad abbandonare il sistema elettorale proporzionale a favore di un sistema maggioritario. Con questo messaggio Cossiga dichiarava obsoleto il modello di democrazia costituzionale prefigurato dai Costituenti, in quanto frutto della guerra fredda che avrebbe indotto i Costituenti stessi ad organizzare un potere “debole” custodito da garanzie “forti”, anziché un potere forte e stabile, svincolato da garanzie forti.

Quella che contestava Cossiga, in realtà, era l’impostazione antitotalitaria che aveva guidato le scelte dei Costituenti, determinati ad evitare che in Italia si potesse verificare un’eccessiva concentrazione di potere nelle mani dei capi politici, a scapito dello Stato di diritto e dei diritti dei cittadini, come era avvenuto con l’esperienza del fascismo.

L’esigenza delineata da Cossiga nel suo “profetico” messaggio alle Camere è quella di dare più potere al potere, di ridimensionare il sistema di pesi e contrappesi che fa sì che il potere di ogni organo trovi un limite nel potere di altri organi e che l’esercizio di ogni funzione di governo sia vigilata da robuste istituzioni di garanzia, capaci di assicurarne la conformità al diritto e di tutelare i diritti inviolabili dei cittadini. L’aspirazione è sempre stata quella di ricreare nuovamente un governo forte, se non addirittura un uomo forte, capace di realizzare la sua missione di governo, senza essere ostacolato dalle istituzioni rappresentative e da quelle di garanzia.

Dare più potere al potere è stato il leitmotiv che ha guidato il ventennio appena trascorso e le riforme che sono state praticate sia in tema di leggi elettorali che di modifiche formali alla Costituzione. Lungo i binari posti da Cossiga hanno viaggiato tutti i tentativi di riforma della democrazia costituzionale italiana, praticati nel tempo, con esiti vari, sia attraverso le riforme elettorali, sia attraverso le riforme della Costituzione del 48.

Il problema è che adesso questo lungo viaggio sta per terminare. Quando andranno a regime la riforma elettorale (italicum), la riforma del Senato, la riforma della pubblica amministrazione (che demolisce il principio costituzionale dell’imparzialità e del buon andamento), la riforma della scuola (che assoggetta l’istruzione pubblica ad una logica aziendale), le varie riforme del mercato del lavoro (che riconducono il lavoro a merce), allora si sarà completato un processo di vera e propria sostituzione del modello di democrazia, del modello di Stato e del modello economico sociale delineati nella Costituzione della Repubblica italiana.

Tutte queste riforme sono convergenti verso la creazione di un nuovo quadro istituzionale che si realizza con la figura dell’uomo solo al comando e con la sterilizzazione, se non l’abiura dei principi e dei valori che la Costituzione a posto a base della vita della Repubblica.

In questo contesto bisogna valutare l’ultima battaglia che si sta combattendo in questi giorni al Senato, intorno alla riforma/cancellazione del Senato ed al ridimensionamento dei poteri della Camera dei Deputati. In questo contesto risalta l’assurdità del compromesso sulla semi-elezione popolare dei senatori che ha fatto alzare bandiera bianca alla minoranza PD. Si tratta di compromesso che non restituisce ai cittadini il potere di elezione diretta dei senatori e lascia irrisolti tutti gli altri nodi.

In particolare: la sottrazione alle Regioni di ogni possibilità di governo del territorio; la sostanziale attribuzione al Governo del controllo dell’agenda dei lavori della Camera dei Deputati, già mortificata e sottoposta alla supremazia dell’esecutivo in virtù della legge elettorale voluta dal governo Renzi che garantisce al partito vincitore un premio di maggioranza sproporzionato come e peggio che nel “porcellum”, l’eliminazione della garanzia della doppia lettura per le leggi che riguardano i diritti fondamentali dei cittadini; la sproporzione numerica fra senatori (100) ed i Deputati (630) che rende irrilevante il ruolo del Senato nell’elezione del Presidente della Repubblica.

La riforma costituzionale è un po’ la linea del Piave sulla quale si può arrestare la controrivoluzione in atto. Riusciremo ad impedire che si realizzi la profezia nera di Cossiga?

La lista della spesa

Segnalato da barbarasiberiana

Un commento a “La lista della spesa”, il libro di Carlo Cottarelli

TAGLIARE (LA SPESA) NON E’ UN’OPERAZIONE CONTABILE

di Alessandro Volpi (Università di Pisa) – altreconomia.it, 03/06/2015

Lo Stato italiano spende poco più di 800 miliardi di euro l’anno. Negli ultimi cinque anni, l’aumento è di appena 4 miliardi di euro, tutti legati alla “previdenza”, e in particolare alle pensioni. Ministeri ed enti locali hanno saputo risparmiare. Come intervenire, quindi? “La strada percorribile appare quella meno legata alla dinamica delle cifre -scrive Alessandro Volpi-, ma fondata sulla revisione profonda della struttura stessa dello Stato”

Negli ultimi cinque anni la spesa pubblica italiana, al netto degli interessi sul debito, è cresciuta di appena 4 miliardi di euro, e tale lievitazione è dipesa unicamente dalla spesa degli enti previdenziali. Infatti, mentre tutte le altre voci della spesa primaria si riducevano di 24 miliardi, la spesa previdenziale aumentava di 28 miliardi. Ciò significa che a fronte di un significativo sacrificio imposto al bilancio pubblico, con pesanti ricadute, in particolare sulle generazioni più giovani, le pensioni hanno ricevuto maggiore protezioni rispetto ad altri interventi, subendo una più limitata contrazione del loro potere d’acquisto. Si tratta di uno dei tanti dati contenuti nel volume di Carlo Cottarelli, “La lista della spesa”, che fornisce una lucida analisi delle uscite pubbliche e contribuisce a sfatare diversi luoghi comuni. La spesa pubblica italiana ammontava nel 2013 -ultimo anno di cui l’Istat ha fornito le cifre definitive-  a 818 miliardi di euro, 78 dei quali erano costituiti dagli interessi sul debito pubblico, difficilmente contraibili a meno di non voler rischiare il default.

Sottratta quest’ultima cifra, la spesa primaria risultava quindi pari a 740 miliardi, la cui principale voce era rappresentata dalla spesa previdenziale, che assommava a 320 miliardi, il 43% del totale, e che era composta da pensioni, trasferimenti alle famiglie, sussidi di disoccupazione e altri interventi analoghi.

La seconda voce era costituita dalla spesa delle amministrazioni centrali dello Stato per un totale di 190 miliardi e al terzo posto si collocavano le spese delle Regioni, intorno ai 138 miliardi, di cui ben 109 indirizzati alla sanità.

Sulla scorta di questi dati emerge pertanto che il sistema di welfare italiano, costruito su pensioni, altre forme previdenziali e sanità, occupa il 60% della spesa pubblica italiana, alla quale andrebbe aggiunta anche una parte della spesa rivolta in tale direzione dagli enti locali.

Comuni e Province pesano assai meno nella lista complessiva della spesa, perché incidono rispettivamente per 61 e 9 miliardi.

Dopo aver snocciolato una simile serie di numeri, è possibile provare a tracciare qualche considerazione di ordine generale. In primo luogo, appare evidente che ridurre ulteriormente la spesa pubblica italiana non è semplice, perché questa ha già conosciuto, negli ultimi anni, tagli importanti, e perché tagliare significa quasi inevitabilmente mettere mano al nostro Stato sociale, vista la sua incidenza sul totale della spesa.

Peraltro, il limitato aumento di 4 miliardi, scaturito dalla crescita della spesa previdenziale, è stato largamente ridimensionato da un riduzione del potere d’acquisto dei pensionati del 10%. In altre parole, persino le fasce meno colpite dai tagli non hanno retto all’urto della crisi. Anche le amministrazioni centrali, che certo più di altre possono essere destinatarie di ulteriori tagli, hanno già conosciuto dal 2009 al 2013 una riduzione del 17% del loro budget.

È altrettanto visibile che, in percentuale, la spesa pubblica italiana non è più alta di quella di altri Paesi europei: solo per citare qualche esempio, è possibile ricordare che la spesa per le funzioni della Difesa è in Italia pari all’1,1% del prodotto interno lordo, contro l’1,3 per cento in media dell’area euro, e la spesa sanitaria italiana è vicina al 7%, mentre quella tedesca e francese sono di un punto più alte.

Solo la spesa previdenziale è, nel caso italiano, molto più elevata rispetto ad altri Paesi, anche perché strutturata in maniera assai differente. Dunque, la spesa pubblica italiana è stata già tagliata, è molto connotata in termini sociali e non è più alta della media europea. Parrebbe tutto a posto, ma non è così.

Il vero problema discende dal fatto che la nostra spesa è più alta, secondo le stime di Cottarelli, di circa 40 miliardi di quanto possiamo permetterci in base alla nostra capacità di produrre ricchezza. In questo senso, rischia di non essere sostenibile qualora si associasse, in assenza di una significativa ripresa, a un improvviso aumento del costo degli interessi o a un brusco calo delle entrate, determinato da una riduzione del gettito fiscale.

Come reagire, allora? In maniera quasi paradossale, la strada percorribile appare quella meno legata alla dinamica delle cifre, ma fondata sulla revisione profonda della struttura stessa dello Stato nelle sue diverse forme, dall’eccessiva frammentazione degli enti, a cominciare dagli 8mila Comuni, fino alle infinite centrali di acquisto di beni e servizi che andrebbero accorpate per determinare benefiche economie di scala.

Servono poi alcune altre condizioni, ancora una volta poco legate ai numeri: dalla capacità della politica di individuare priorità senza la quale è impensabile qualsiasi riduzione di spesa, alla semplificazione e alla chiarezza normativa che dovrebbero coinvolgere subito il settore degli aiuti alle imprese e la giungla delle agevolazioni fiscali.

Tagliare non può essere un’operazione contabile, ma la conseguenza di un’accurata riflessione istituzionale.