Italia

Scusate il ritardo.

Emissioni inquinanti, Italia inadempiente sui dati del 2015: ‘Comunicati fuori tempo per problemi tecnici’. Unico Paese dell’Ue

Triskel182

Roma non ha fornito a Bruxelles informazioni relative a oltre 3.000 stabilimenti. Lo si legge sul sito dell’E-Prtr, il Registro europeo del rilascio e trasferimento degli inquinanti: “Non sono state comunicate entro la data richiesta”, marzo 2017.

L’Italia è l’unico Paese a non aver fornito alla Commissione europea i dati relativi al 2015 sulle emissioni inquinanti di oltre 3.000 stabilimenti nei tempi stabiliti dal Regolamento comunitario. Così, ora che il registro è pubblico, nella mappa delle circa 30mila industrie dei Paesi membri e di Islanda, Liechtenstein, Norvegia, Serbia e Svizzera, la Penisola è un buco nero senza alcuna informazione. E la situazione non cambierà almeno fino a novembre.

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La doppia morte di Giulio Regeni

segnalato da Antonella

di Luigi Manconi – ilmanifesto.it, 06/09/2017

Pensandoci bene, trascorso un certo numero di ore ed esercitata la più rigorosa autodisciplina per non incorrere in eccessi ineleganti, devo concludere che l’esito dell’audizione del Ministro Angelino Alfano presso le Commissioni Esteri di Camera e Senato è stato addirittura rovinoso. A parte le solite e lodevoli eccezioni – in questo caso particolarmente rare – il senso complessivo della discussione ha evidenziato alcuni elementi decisamente imbarazzanti.

E se le principali considerazioni sul merito e sulla sostanza di un dibattito deludente sono state già espresse, rimangono alcune questioni in apparenza di dettaglio che sono persino più rivelatrici. Eccole.

Giulio Regeni, nel corso dell’audizione, ha subìto quel meccanismo che abbiamo chiamato di «doppia morte».

È un dispositivo che è stato applicato, in numerose circostanze, nei confronti di vittime di abusi e violenze da parte di uomini e apparati dello Stato. Chi ne ha patito i danni si è ritrovato oggetto, nel corso dell’inchiesta e del dibattimento, di una vera e propria deformazione della sua identità. Alla morte fisica segue un processo di degradazione della persona, della sua biografia e della sua vicenda umana. Lentamente, la vittima rivelerà comunque una sua colpevolezza (e chi può dirsi totalmente innocente?). È quanto, in ultimo, accade a Giulio Regeni. Da molti degli interventi nel corso della seduta, si ricavava la sensazione quasi palpabile che il ricercatore italiano sia stato – a sua insaputa, per carità – una spia britannica: presumibilmente torturato e ucciso nella stessa Cambridge, in una oscura sentina di quell’Ateneo, al fine di metterlo a tacere. Non esagero (basti ascoltare il resoconto di quel dibattito e i suoi toni). Di conseguenza, se ne dovrebbe dedurre che il regime di Al-Sisi non sarebbe, certo, il più liberale del mondo ma, per «ragioni geo-strategiche» e per realismo politico, le sue responsabilità nell’orribile omicidio di Regeni andrebbero messe in secondo piano rispetto alle più gravi colpe della democrazia inglese. La quale ultima ha mosso e continuerebbe a muovere le fila di una trama spionistico-diplomatica nella quale si è trovato impigliato inavvertitamente «il povero ragazzo». Si badi al linguaggio. Perché, a tal proposito, insistere nel definire «ragazzo» un giovane uomo di 28 anni? E perché «studente», dal momento che aveva la qualifica professionale di ricercatore? Per la verità, in tanti interventi quelle parole così maldestre e le altre cui alludevano (l’ingenuità, la sprovvedutezza, l’inesperienza) rivelavano un sentimento assai diffuso tra i membri di quelle stesse Commissioni ma anche in parte della classe politica e della stessa opinione pubblica: un astio malcelato nei confronti di chi è giovane, intellettualmente preparato, ricco di talento e – ahi lui – grosso modo di sinistra. E, infatti, la figura così limpida e fascinosa di Giulio Regeni suscita, in alcuni segmenti della mentalità comune, un sentimento assai simile a una sorta di sottile invidia. Può sembrare tragicamente grottesco, se solo si pensa al corpo straziato di Regeni. Eppure credo che sia così: lo spirito del tempo porta con sé un rancore e una voglia di rivalsa che rendono insopportabile la limpidezza di quelle figure che si trovano a essere, nell’agonia e nella morte, simbolo intenso di valori forti. Da qui, l’irresistibile pulsione a lordarle, quelle figure, o almeno a ridimensionarle per ridurle alla nostra mediocre misura. Si tratta di meccanismi che degradano l’identità e la reputazione e che richiamano l’odiosa pratica del character assassination. Ancora. Nel corso dell’audizione il deputato Erasmo Palazzotto ha chiesto che le Commissioni Esteri ascoltino i genitori di Regeni e il loro legale, Alessandra Ballerini.

La proposta non è stata finora accolta e temo che non verrà presa in considerazione.

Al di là delle motivazioni formali, la vera ragione è che, da sempre, nei confronti dei familiari si assume un atteggiamento sminuente, se non denigratorio, anche quando si propone come massimamente rispettoso. «La più affettuosa comprensione» e la «la più doverosa solidarietà», ovviamente, verso il loro dolore e, allo stesso tempo, la riduzione delle loro parole alla sola dimensione dell’emotività. Dunque, la voce del cuore come contrapposta alla ragion di stato. Ma questo, oltre a essere meschino, è sommamente sciocco. La politica, l’autentica politica, quella intelligente e razionale, quella lungimirante e capace di una prospettiva strategica, ha sempre tenuto in gran conto la sfera dei sentimenti, delle passioni e delle sofferenze. Le vittime e i familiari delle vittime hanno svolto spesso un ruolo cruciale proprio nel dare profondità e razionalità all’azione pubblica e al ruolo delle istituzioni.

I genitori di Giulio Regeni, da oltre un anno e mezzo, svolgono una funzione essenziale non solo perché esprimono il senso di un dolore incancellabile, ma anche – ecco il punto – perché trasmettono un’idea politica saggia sulle cause dell’omicidio del figlio, sulle circostanze e il contesto che lo hanno prodotto e, infine, sulle scelte da adottare affinché quella morte non cada nell’oblio.
Quindi l’audizione dell’altro ieri, tra i molti altri significati (pressoché tutti negativi), si è configurata come una ulteriore occasione persa. La tragedia di Giulio Regeni viene in genere considerata come un fatto non politico o pre-politico o, nell’interpretazione più favorevole, umanitario. Mentre, all’opposto, può ritenersi che le questioni sollevate da questa vicenda – non solo da essa, ovviamente – possano costituire il cuore della politica e il suo fondamento materiale e sociale.

Zerbini

segnalato da Barbara G.

Alfano il cameriere, l’Italia lo zerbino: così si frolla il cadavere di Giulio Regeni

di Giulio Cavalli – left.it, 05/09/2017

Angelino Alfano ha strizzato il proprio povero vocabolario per difendere la scelta del governo di rispedire in Egitto l’ambasciatore italiano seppur in assenza di qualsiasi passo in avanti nella ricerca della verità sulla morte di Giulio Regeni. “L’Egitto è un partner ineludibile dell’Italia, allo stesso modo come l’Italia è imprescindibile per il Cairo” ha dichiarato ieri di fronte alle commissioni di Camera e Senato riunite ieri per fare il punto sulla vicenda.

In sostanza il Ministro agli Esteri ha preso ispirazione da Il Trono di Spade citando Stannis Baratheon: “Cos’è la vita di una sola persona di fronte a un regno?”. Nulla. Certo.

Poi è riuscito a trattare l’inchiesta del New York Times come se fosse uno spiffero di corridoio.

La chiamano “realpolitik” e invece è la codardia di chi molla il colpo fingendo che ci siano interessi più alti di una verità negata. È la solita Italia: quella che commemora con aule universitarie morti di cui non ci hanno raccontato abbastanza, provando a convincerci che davvero funzioni commemorare una storia che non ci è nemmeno stata raccontata.

Sullo sfondo c’è la Procura di Roma, incagliata in una mancata collaborazione con l’Egitto che è vergogna aggiunta alla vergogna, che ora deve farsi carico anche del peso politico, oltre che giudiziario.

Sullo sfondo gode Al Sisi, governante dalla scarsissima democrazia, che sorride mentre usa l’Italia come lettiera. C’è sempre un motivo superiore, quando i governanti non hanno il coraggio di dichiarare la resa.

Ma ve lo ricordate quando il governo egiziano ci disse che Regeni era morto in un incidente stradale? Ve lo ricordate Al Sisi quando mentì dicendo che Regeni non era conosciuto dai servizi segreti egiziani? Ecco. Non è nemmeno più indignazione: è uno scoramento, che puzza.

NazItalia

Il vento fascista dalle periferie al Parlamento

Gli squadristi sono tornati in strada. Soffiano sul fuoco delle migrazioni e della crisi economica. Mentre crescono i consensi, i loro slogan tracimano nelle istituzioni.

di Giovanni Tizian – Foto di Espen Rasmussen – espresso.repubblica.it, 1 agosto 2017
Il vento fascista dalle periferie al Parlamento
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Braccia tese dietro le barricate. Ombre nere sulle periferie, strette nella morsa del degrado. Scontri con le forze dell’ordine per difendere «il diritto alla casa degli italiani» nelle borgate, sempre più distanti dai centri storici, da Palazzo Chigi, dal Parlamento, dal Campidoglio.

I fascisti sono tornati. Eredi dei “Boia chi molla”, fomentano e guidano le proteste. I loro consensi crescono, e sono entrati anche in diversi consigli comunali. I loro linguaggi e le loro parole d’ordine tracimano dai gruppi minoritari alle forze politiche più grosse, anche in Parlamento. Ostentano saluti romani sul web e nelle strade, organizzano ronde per la “sicurezza urbana” o contro gli ambulanti stranieri sulle spiagge, e perfino navi per bloccare gli sbarchi dei migranti.

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Mussolini? Un grande urbanista. Ma anche Hitler ha fatto cose giuste. Gli elogi al Duce e a volte anche al dittatore nazista da parte dei rappresentanti delle istituzioni davvero non mancano. In tutto l’arco costituzionale.

Periferie, la prima linea 
“Prima gli italiani”, è il grido dei guerrieri urbani del neofascismo romano. L’avanguardia che ha alzato il livello dello scontro sociale. Soffiano, i militanti neri, sulla miccia della guerra tra poveri delle periferie. «Resistenza etnica», la definisce Giuliano Castellino, ultras della Roma, leader del movimento “Roma ai Romani”, vicino a Forza Nuova. Castellino ha nel suo curriculum anche un apparizione nella Destra di Storace. “Roma ai romani”, insieme a Forza Nuova e CasaPound, si batte per «il diritto alla casa delle sole famiglie italiane».

Il 23 gennaio scorso, al Trullo, quartiere popolare di Roma, il gruppo si è mobilitato per difendere dallo sfratto una giovane coppia di romani abusivi, lei 17 anni e incinta, lui 20 anni e precario: a pagarne le conseguenze una famiglia egiziana, padre, madre e cinque figli, a cui la casa era stata assegnata. Dalla protesta all’azione, con i capi della destra radicale al fianco degli emarginati. A distanza di poco tempo si sono verificati altri due episodi simili. A San Basilio, periferia romana al centro di forti interessi criminali, a una famiglia di origine marocchina è stato impedito di entrare nell’alloggio assegnatole dal Comune: l’azione ha ricevuto la solidarietà di Forza Nuova e di “Roma ai Romani”. Tre settimane fa a Tor Bella Monaca, altro sobborgo dilaniato da spaccio e mafie varie, Howlader Dulal, 52 anni, cittadino italiano ma originario del Bangladesh, è stato aggredito. Aveva finalmente ottenuto l’appartamento popolare, ma il colore della pelle ha fatto la differenza: «Negro, qui non c’è posto per te. Le case sono tutte occupate», gli hanno urlato, ignoti, mentre lo picchiavano.

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Pugni, insulti e cinghiate: i fascisti sono tornati a far paura. Negli ultimi mesi sono aumentate esponenzialmente violenze, blitz, pestaggi. I responsabili, il più delle volte, appartengono a gruppi di estrema destra. I bersagli: migranti, Ong, militanti di sinistra.

Basta un soffio e il focolaio divampa. I movimenti neofascisti hanno trovato il loro campo di battaglia. Ecco cosa scriveva Castellino sulla sua pagina Facebook qualche giorno fa: «Il popolo di Tor Bella Monaca ha dimostrato con i fatti che Roma e i Romani sono sempre più con i fascisti». In un altro post del 15 giugno dettava la linea: «La patria si difende a calci e pugni». Nella foto pubblicata c’è anche il camerata Maurizio Boccacci, 60 anni, capo dell’organizzazione Militia Italia, storico leader dell’estrema destra dei Castelli Romani, già animatore di presidi di solidarietà a favore dell’ex capo delle SS naziste Erich Priebke, tra gli esecutori dell’eccidio delle Fosse Ardeatine.

 

Negli ultimi mesi Boccacci non ha perso un’udienza del processo Mafia Capitale: maglia verde militare, ascoltava in silenzio le accuse rivolte al suo amico Massimo Carminati, il “Cecato” dei Nuclei armati rivoluzionari. Boccacci e Castellino hanno anche un nemico comune: Emanuele Fiano, il parlamentare del Pd riferimento della comunità ebraica. «Fiano delle tue leggi ce ne freghiamo, eccoti il saluto romano», recitava uno striscione sequestrato dalla Digos di Roma al gruppo di Castellino. Dello stesso tenore le esternazioni social di Boccacci: «Fiano, pezzo di … Siamo fascisti e tanto basta».

Skinhead nelle istituzioni 
I gruppi della destra estrema si sentono forti. Sospinti dal vento che spira nel Paese e in Europa, hanno alzato il livello dello scontro. Legittimati dalle campagne xenofobe alimentate da leader dal grande seguito come Matteo Salvini. I flirt tra Lega e forze neofasciste – per quanto Salvini si sforzi di negarlo – non sono, del resto, un mistero.

Un esempio di joint venture politica con queste sembianze ha preso forma a Monza. La nuova giunta di centrodestra, Lega inclusa, ha nominato assessore allo Sport Andrea Arbizzoni. Eletto con Fratelli d’Italia, la comunità ideale da cui proviene è però Lealtà – Azione, gruppo d’area skinhead radicato in Lombardia. Arbizzoni tra il 2009 e il 2012 aveva ricoperto il medesimo ruolo ai tempi del sindaco leghista Mariani. Ma l’assessore – ultras nel tempo libero – non è l’unico ad avere avuto accesso ai palazzi delle istituzioni. Stefano Pavesi, pure lui di Lealtà – Azione, è stato eletto con la Lega Nord nel municipio 8 di Milano. Si è fatto notare fin da subito nel giorno della commemorazione dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, secondo lui «una logica conseguenza del vile attentato dei partigiani». Il 26 gennaio scorso, invece, all’incontro organizzato da una costola di Lealtà – Azione, dal titolo “Come il gender vuol sostituirsi all’uomo e alla donna”, ha partecipato Jari Colla, consigliere regionale del Carroccio. Matteo Salvini ripete spesso che fascismo e antifascismo sono ormai concetti del secolo scorso, che gli italiani vogliono guardare avanti. Salvo, poi, esprimere solidarietà al nostalgico del Duce titolare del lido di Chioggia. E non sembrano guardare oltre i movimenti di estrema destra che hanno trovato una sponda nella Lega. Come i militanti di Lealtà – Azione, appunto, che ogni anno salutano con il braccio teso i caduti della Repubblica sociale italiana nel cimitero Maggiore di Milano.

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Marco Tarchi: «L’estrema destra è sempre più forte per colpa dei partiti». «Il neofascismo è un frutto avvelenato della globalizzazione ed è sempre più forte in Italia e in Europa» dice il politologo, che avverte: «L’estremismo non è il populismo, hanno programmi completamente differenti».

Pugni e cinghiate 
Anche le squadracce sono tornate. E a volte usano le cinghie per punire i detrattori. Il 12 febbraio scorso a Vignanello, in provincia di Viterbo, Paolo, poco più che ventenne, viene aggredito da una quindicina di militanti di CasaPound. Colpevole secondo il branco di aver commentato sui social una vignetta sul movimento: “Chi mette il parmigiano sulla pasta al tonno non merita rispetto”. Versione ironica dello slogan reale con cui CasaPound ha tappezzato alcune città: “Chi scappa dalla guerra abbandonando famiglia, mogli e figli non merita rispetto”.

«Fermati», gli hanno intimato mentre una mano lo trascinava a terra. «Non devi più prendere in giro CasaPound». E giù botte. Sulla scena anche Jacopo Polidori, leader locale del movimento. «Con fare minaccioso batteva la cintura sul palmo della mano e poi sferrava quattro o cinque colpi sulla schiena di Paolo, non desistendo alle sue suppliche», hanno scritto i magistrati. A Paolo hanno fratturato il naso, rotto un dente e le cinghiate gli hanno lasciato delle escoriazioni sul dorso. «La prossima volta ti fai i cazzi tuoi», gli ha detto uno dei picchiatori prima di andarsene. Il 20 ottobre ci sarà il processo a carico di Polidori. Il leader nazionale di CasaPound, Gianluca Iannone, non ha condannato il gesto.

 

Ostia patria nostra 
Nel decimo municipio della Capitale, a Ostia, fra tre mesi si andrà alle urne per scegliere il nuovo presidente. Sarà il primo voto post scioglimento per mafia. Un anno fa alle ultime comunali CasaPound ha ottenuto il due per cento, e in alcuni seggi ha toccato punte del 10. In particolare a Nuova Ostia, zona popolare e con un alto tasso di criminalità. Un risultato che se venisse confermato a ottobre garantirebbe a Casa Pound un consigliere municipale. Nella stessa area di massimo consenso per il movimento, secondo i detective e la procura di Roma comanda il clan Spada. Un gruppo criminale, al centro di molti sospetti e di varie retate, l’ultima il 12 aprile scorso.

A Ostia CasaPound ha organizzato ronde su richiesta per cacciare i venditori abusivi stranieri dalla spiaggia. Sostiene le famiglie italiane che hanno occupato le case popolari a rischio sfratto. Accusa il Pd e commissario prefettizio del degrado in cui versa il municipio. Tra le figure del movimento che hanno riscosso più successo c’è Carlotta Chiaraluce, alter ego del responsabile del litorale romano, Luca Marsella. Candidata alle ultime comunali, ha raccolto più di 1.300 voti. Entrambi non hanno speso una parola sul potere locale del clan Spada. Forse perché in sintonia con i militanti di CasaPound c’è Roberto Spada, fratello di Carmine detto “Romoletto”, ritenuto dall’antimafia di Roma il capo del clan. I contatti con CasaPound risalgono all’anno scorso, titolo dell’iniziativa “Giovinezza in piazza”, promossa dal movimento di Iannone e dalla scuola di danza della moglie del fratello del boss.

Le foto che ritraevano Spada con i referenti locali di CasaPound innescarono polemiche politiche, ma a distanza di tempo i rapporti non si sono interrotti. Anzi, stando ai commenti pubblicati su Facebook, pare l’amicizia sia reciproca. L’ultimo contatto a fine giugno, quando Carlotta Chiaraluce sulla pagina di Roberto Spada ha scritto: «Ro’ più tardi passiamo», riferendosi a una grigliata in spiaggia organizzata da Spada, che vanta tra gli amici anche altri militanti dell’organizzazione di Iannone. Non deve stupire. È lo stesso Roberto Spada che sui social si schiera sulle posizioni del movimento dell’estrema destra. È contrario allo Ius soli, vorrebbe chiudere le frontiere. E condivide lo slogan “Prima gli italiani”. Tolleranza zero. Anche se, per paradosso, la sua famiglia ha origini nomadi.

Il segreto di Emma

Migranti, Emma Bonino: “Siamo stati noi tra 2014 e 2016 a chiedere che gli sbarchi avvenissero tutti in Italia”

“All’inizio non ci siamo resi conto che era un problema strutturale e non di una sola estate. E ci siamo fatti male da soli”, ha spiegato l’ex ministra degli Esteri del governo Letta, evocando un accordo mirato a far sì che le operazioni fossero coordinate da Roma. Ora “disfare questo accordo adesso è piuttosto complicato”.

di F.Q., 5 luglio 2017

“Siamo stati noi a chiedere che gli sbarchi avvenissero tutti in Italia, anche violando Dublino”. Il sostanziale isolamento dell’Italia in Europa sulla questione immigrazione, secondo l’ex ministra degli Esteri del governo Letta Emma Bonino, è anche colpa dell’Italia stessa. “Nel 2014-2016”, quindi durante il governo Renzi, “che il coordinatore fosse a Roma, alla Guardia Costiera e che gli sbarchi avvenissero tutti quanti in Italia, lo abbiamo chiesto noi, l’accordo l’abbiamo fatto noi, violando di fatto Dublino”, ha detto alcuni giorni fa Bonino, intervistata dalla direttrice del Giornale di Brescia Nunzia Vallini durante la 69esima assemblea di Confartigianato Brescia.

Il riferimento era al fatto che l’operazione europea Triton, partita nel 2014 dopo la fine di quella italiana Mare Nostrum, prevede che le navi dei Paesi europei che pattugliano il Mediterraneo portino i migranti eventualmente soccorsi in Italia. Anche se Triton non è pensata come missione di salvataggio, bensì di controllo delle frontiere.

“All’inizio”, secondo l’ex titolare della Farnesina, “non ci siamo resi conto che era un problema strutturale e non di una sola estate. E ci siamo fatti male da soli. Un po’ ci siamo legati i piedi e un po’ francamente abbiamo sottovalutato la situazione”. Ora quindi si cerca di correre ai ripari, si litiga con Bruxelles e con gli altri Stati membri e facciamo fatica a farci ascoltare. Ma “disfare questo accordo adesso è piuttosto complicato”. Anche se “io non apprezzo per niente né l’atteggiamento spagnolo, né francese, né quello degli altri”.

Per la Bonino le speranze di migliorare la situazione al vertice di Tallinn, che inizia giovedì, per l’Italia sono davvero poche. Quanto alle intese con la Libia, “non si può fare un accordo, ammesso che sia accettabile, semplicemente perché ha due governi, due parlamenti, 140 tribù”. “Una delle cose di cui sono più orgogliosa – ha aggiunto – è Mare Nostrum”, l’operazione militare e umanitaria di salvataggio in mare avviata nell’ottobre 2013 proprio dal governo Letta e terminata nel novembre dell’anno successivo. “Sono convinta che sui cadaveri non si costruisce niente. Poi non l’abbiamo voluta più perché troppo cara. Poi è intervenuta l’Ue prima con Triton e poi con l’operazione Sophia“.

I pugni sul tavolo

segnalato da Barbara G.

di Mattia Feltri – lastampa.it, 19/05/2017

Ieri a Bruxelles c’erano due riunioni, una del Consiglio dei ministri europei degli Interni e l’altra del Consiglio dei ministri europei della Difesa. Ministri italiani presenti all’una e all’altra riunione? Zero. Nella prima riunione si parlava di un tema di cui noi italiani dovremmo avere orecchiato qualcosa: l’immigrazione; nella seconda si parlava di un tema già più ignoto, ma a occhio, abbastanza interessante: il futuro della difesa unica. Sottosegretari italiani presenti all’una e all’altra riunione? Zero. Dopo le due riunioni, i partecipanti dell’una e dell’altra si sono ritrovati in un pranzo collettivo per parlare di un tema che potremmo avere incrociato in qualche cronaca di tg: il terrorismo. Ministri o sottosegretari italiani presenti al pranzo? Zero. Certo è un vero peccato, perché se i nostri uomini di governo avessero incontrato i colleghi comunitari, si sarebbero cavati il gusto di battere i pugni sul tavolo, come è stato ripetutamente promesso. Invece, così, gli sarà toccato di batterli dall’Italia, e il rimbombo dell’irritazione arriva al massimo nella stanza accanto. E poi non è nemmeno la prima volta, succede di frequente, e purtroppo. Avranno di meglio da fare, oppure capiterà di perdere l’aereo, o più probabilmente gli toccherà di onorare convegni e salotti televisivi in cui dire che l’Europa così com’è non va. Anche se invece va, ma senza di noi.

Ps. Uno dei danni collaterali del riciclaggio sedentario di intercettazioni è che si finisce col non parlare mai delle colpe vere.

L’accordo illegale

25segnalato da Barbara G.

Perché l’accordo tra l’Italia e la Libia sui migranti potrebbe essere illegale

Migranti soccorsi al largo delle coste libiche, il 27 gennaio 2017. (Emilio Morenatti, Ap/Ansa)

di Annalisa Camilli – internazionale.it, 20/02/2017

Il memorandum d’intesa sui migranti firmato il 2 febbraio dall’Italia e dalla Libia potrebbe essere illegale. A sostenerlo è un gruppo di giuristi, ex politici e intellettuali libici che il 14 febbraio ha presentato un ricorso di 23 pagine alla corte d’appello di Tripoli. I sei libici, tra cui diversi ex ministri, sostengono che il memorandum sia incostituzionale. Innanzitutto perché, prima di essere firmato dal primo ministro Fayez al Sarraj a Roma, non è stato approvato dal parlamento libico e dal governo all’unanimità. Al Sarraj non ha ottenuto la fiducia dei parlamentari libici che si sono ritirati a Tobruk nel 2014. Inoltre l’accordo implicherebbe impegni onerosi da parte di Tripoli, che non erano contenuti nel trattato di amicizia tra Italia e Libia stipulato nel 2008, a cui il memorandum s’ispira.

L’avvocata Azza Maghur, tra i firmatari del ricorso, ha spiegato in un’intervista al Corriere della Sera che l’accordo tra l’Italia e la Libia viola i regolamenti europei sull’asilo, perché permette il respingimento dei profughi in un paese che non riconosce la Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951 e che non può essere considerato sicuro.

Inoltre, secondo Maghur, l’accordo prevede finanziamenti da parte dell’Italia che non sono stati quantificati, in cambio di un impegno da parte della Libia che è altrettanto vago. “C’è il rischio altissimo di creare un clima di razzismo, con migliaia di detenuti in uno stato che non ha polizia né esercito”, ha dichiarato Maghur al Corriere della Sera.

Il ruolo del parlamento italiano
Dubbi sulla legittimità dell’accordo sono stati sollevati anche in Italia. Secondo il professore di diritto costituzionale Paolo Bonetti, il memorandum non rispetta l’articolo 80 della costituzione italiana, che prescrive la ratifica da parte del parlamento dei trattati internazionali che sono di natura politica e che implicano oneri finanziari da parte dello stato.

“Il controllo parlamentare della politica estera è una delle caratteristiche essenziali della forma di stato democratica. La costituzione italiana anche in questo si distingue dallo Statuto albertino (articolo 5) grazie al quale l’Italia è stata trascinata nelle avventure più catastrofiche della sua storia: due guerre mondiali, tre avventure coloniali, tre alleanze militari sono state stipulate segretamente senza l’approvazione delle camere”, afferma Bonetti.

Secondo Bonetti l’accordo con la Libia è di natura politica: “È evidente che non si tratti di un accordo eminentemente tecnico, è un accordo di natura politica. C’è dietro tutta la critica al diritto d’asilo e alla cooperazione internazionale dell’Unione europea ed è così di natura politica che ha provocato il dissenso radicale di tutta una parte della Libia (il territorio controllato dal generale Khalifa Haftar)”, spiega Bonetti. E su questo la costituzione è chiarissima: non può avere alcun valore senza l’autorizzazione del parlamento.

“In secondo luogo”, spiega Bonetti, “il memorandum dice che non ci saranno nuove spese da parte dello stato, tuttavia non è chiarito quale sarà l’impegno economico italiano. Questi sono oneri alle finanze che devono essere precisati e che di nuovo implicano una legge di autorizzazione alla ratifica, che deve essere approvata dal parlamento”. Infine, secondo il costituzionalista, l’accordo viola la Convenzione europea sui diritti dell’uomo, che è inderogabile per gli stati membri dell’Unione.

“Gli stati nazionali non possono derogare a trattati internazionali con altri trattati internazionali. La Convenzione prevale su tutto il resto. L’Italia non può eliminare gli obblighi che comportano il divieto di trattamenti disumani e degradanti, e il divieto d’inviare i migranti in stati dove subirebbero trattamenti inumani e degradanti (articolo 3 della convenzione)”, conclude Bonetti.

La professoressa di diritto europeo Chiara Favilli, esperta di politiche europee di immigrazione e asilo, solleva un’altra questione che riguarda la sostenibilità economica del memorandum e l’origine dei finanziamenti destinati a questa intesa: “Nel memorandum Italia-Libia si precisa che non ci saranno stanziamenti aggiuntivi oltre a quelli già previsti, ma non si capisce bene a quale previsione ci si riferisce”, spiega Favilli. Come si finanzierà il memorandum? Questa materia è tutt’altro che chiara, secondo la docente di diritto europeo.”Si rinvia anche all’articolo 19 del Trattato di amicizia del 2008 che prevedeva un onere a carico del bilancio italiano per il 50 per cento e il restante a carico dell’Unione europea. Dalla legge di esecuzione del trattato si evinceva poi che quel 50 per cento a carico dell’Italia era di fatto pagato attraverso una tassa versata dalle aziende italiane impegnate in Libia come l’Eni. C’è da chiarire se questo articolo è ancora in vigore e altrimenti con quali fondi l’Italia provvederà a finanziare queste attività”.

Disarmo nucleare? No grazie.

segnalato da Barbara G.

Divieto armi nucleari. 123 stati votano Si. L’Italia no

valori.it, 28/10/2016

Disarmo nucleare? No grazie. Mentre 123 Paesi del mondo hanno votato all’Onu approvando una Risoluzione politica che chiede di avviare a partire dall’anno prossimo i negoziati per un Trattato internazionale che vieti le armi nucleari, il rappresentante italiano ha votato contro il provvedimento (insieme ad altri 37 Stati, tra i quali quasi tutte le potenze nucleari e molti dei loro alleati, compresi quei Paesi europei che, come l’Italia, ospitano armi nucleari sul proprio territorio come parte dell’accordo ‘nuclear sharing’ Nato). 16 i Paesi che si sono astenuti.

La votazione si è tenuta durante la riunione del Primo Comitato dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, che si occupa di disarmo e questioni di sicurezza internazionale. Grazie a questa Risoluzione (denominata L.41) viene fissata un Conferenza tematica delle Nazioni Unite a partire dal marzo 2017: una riunione aperta a tutti gli Stati membri con il fine di negoziare uno “strumento giuridicamente vincolante per vietare le armi nucleari, che porti verso la loro eliminazione totale”. I negoziati a riguardo continueranno poi nel mese di giugno e luglio.

Un totale di 57 nazioni sono stati primi firmatari del testo proposto, con Austria, Brasile, Irlanda, Messico, Nigeria e Sud Africa ad essersi assunti il compito di redigere concretamente la risoluzione.

Il voto Onu è avvenuto solo poche ore dopo l’adozione da parte del Parlamento europeo di una propria risoluzione su questo tema: 415 voti favorevoli (con 124 contro e 74 astensioni) ad un invito verso tutti gli Stati membri Ue a “partecipare in modo costruttivo” ai negoziati del prossimo anno. Un invito non raccolto dall’Italia che si è schierata contro la Risoluzione L.41 continuando, come nei passi precedenti di questo percorso, a sostenere la posizione degli Stati Uniti e delle altre potenze nucleari.

“Si è riusciti finalmente a formare un fronte unito tra gli Stati che da sempre di impegnano per il disarmo e tutti quelli che finora hanno rispettato il loro impegno di non dotarsi di armi nucleari (impegno presente nel TNP) a condizione che le potenze nucleari smantellassero i propri arsenali” sottolinea Francesco Vignarca coordinatore di Rete Disarmo. “Un risultato ottenuto poiché molti Paesi si sono stancati di non veder realizzata la parte dell’accordo in capo agli Stati nucleari”.

Le armi biologiche, armi chimiche, mine antiuomo e bombe a grappolo sono topologie di ordigni tutte esplicitamente proibite dal diritto internazionale. Attualmente per le armi nucleari esistono invece solo divieti parziali. Il disarmo nucleare è stata una delle priorità delle Nazioni Unite sin dalla creazione dell’Organizzazione nel 1945. Gli sforzi per far avanzare questo obiettivo fondamentale si sono fortemente rallentate negli ultimi anni, con le potenze nucleari che hanno deciso di investire pesantemente nella modernizzazione dei propri arsenali.

“È chiaro che un Trattato per la messa al bando delle armi nucleari che non veda tra i propri membri le potenze nucleari non sarà sufficiente per realizzare davvero un disarmo pieno” commenta Lisa Clark, dei Beati i Costruttori di Pace. “Dobbiamo quindi prepararci a un nuovo e lungo duplice lavoro. Da un lato portare avanti, a partire dall’anno prossimo, i lavori per il Trattato di messa al bando; dall’altro trasformare questo lavoro in un enorme movimento che entri dentro i meccanismi governativi delle potenze nucleari”.

Chiamare le cose col loro nome

segnalato da Barbara G.

di Roberto Settembre – libertaegiustizia.it, 25/07/2016

Il 15 luglio 2016 Ron Ben Ysai sul quotidiano israeliano Yedioth Ahronot ha detto: “Les démocraties occidentales sanctifient les droits de l’homme. Confrontées à une situation d’urgence, il va falloir qu’elles privilégient le caractère sacré de la vie par rapport aux sacro-saintes libertés individuelles”.
Affermazione quantomeno singolare, non essendo fondata neppure su un esame attento dei principi acquisiti negli ordinamenti delle democrazie occidentali: parliamo della CEDU, ad esempio, e della Convenzione di New York.

Infatti la Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU) ratificata dall’Italia con L. 4.8.55 n. 848, che al Titolo I sancisce il diritto alla vita (art. 2), alla libertà e sicurezza (art. 5), al processo equo (art. 6), al rispetto della vita privata e famigliare (art. 8), alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione (art.9), di espressione (art. 10), di riunione e di associazione (art. 11), di matrimonio ( art. 12), di ricorso effettivo (art. 13) e impone il divieto di tortura (art. 3), di schiavitù e del lavoro forzato (art. 4), di pena senza legge (art.7), di discriminazione (art. 14), di abuso del diritto (art. 17), pur prevedendo all’articolo 15 la “deroga agli obblighi della Convenzione in caso di stato di urgenza o di guerra o altro pericolo pubblico che minacci la vita della nazione, nella stretta misura in cui la situazione lo richieda e a condizione che tali misure non siano in contraddizione con gli altri obblighi derivanti dal diritto internazionale”, sancisce che:
“La disposizione precedente non autorizza alcuna deroga all’articolo 2, salvo per il caso di decesso causato da legittimi atti di guerra, e agli articoli 3, 4 (paragrafo 1) e 7”.
E l’articolo 3, ricordiamo, statuisce il divieto di tortura con le parole: “Nessuno può essere sottoposto a torture né a pene o trattamenti inumani o degradanti”.
Ne consegue dunque un corollario evidente: non è vero che il reato di tortura impedirebbe allo Stato di agire in maniera efficace contro i pericoli di una grave emergenza, potendo l’Alta Autorità addirittura sospendere tutta una serie di diritti previsti dalla Convenzione, meno quelli di cui agli artt. 2 (diritto alla vita), 3 (divieto di tortura) e 4 (schiavitù e lavoro forzato).

Ciononostante, commentando l’iter parlamentare per l’approvazione del reato di tortura, da pochi giorni sospeso e rinviato a data da destinarsi, il direttore del quotidiano Libero, Vittorio Feltri, ha detto: “Il reato che si vorrebbe castigare è quello di tortura. Ma quando si sostanzia la tortura? Quando si spengono sigarette sulle guance dei malviventi? Quando ad essi si infila un tizzone ardente nel retto? Quando li si interroga esercitando pressioni psicologiche eccessive? Quando si prendono a manganellate sul cranio certi dimostranti che spaccano vetrine e danno fuoco ai bancomat? Non si sa”.

La risposta a una simile affermazione è contenuta in modo esplicito nella Convenzione di New York del 1984, ratificata dall’Italia nel 1989, e quindi entrata nel nostro ordinamento
“Ai fini della presente Convenzione, il termine “tortura” indica qualsiasi atto mediante il quale sono intenzionalmente inflitti ad una persona dolore o sofferenze forti, fisiche o mentali, al fine segnatamente di ottenere da essa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che essa o una terza persona ha commesso o è sospettata aver commesso, di intimorirla o di far pressione su di lei o di intimorire o di far pressione su una terza persona, o per qualsiasi altro motivo fondato su qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o sofferenze siano inflitte da un agente della funzione pubblica o da ogni altra persona che agisca a titolo ufficiale, o su sua istigazione, o con il suo consenso espresso o tacito. Tale termine non si estende al dolore o alle sofferenze risultanti unicamente da sanzioni legittime, inerenti a tali sanzioni o da esse cagionate”.

Questo basterebbe per replicare in modo efficace e credibile a tali prese di posizione, quando la definizione del fatto e il suo inserimento nella Convenzione europea rendono inequivocabile la scelta di campo delle democrazie occidentali.

Invece, a 15 anni dai fatti del G8 di Genova luglio 2001, l’introduzione nel nostro ordinamento penale del reato di tortura è fermo al palo a data da destinarsi e, come ha pesantemente stigmatizzato l’on. Luigi Manconi, (cioè colui che propose anni fa il disegno di legge di cui parliamo) “un Senato inqualificabile e infingardo… ha argomentato sull’attentato di Nizza collegandolo al rischio, nel caso di approvazione della legge sulla tortura, di disarmare polizia e carabinieri davanti alla minaccia jihadaista”.

Tanto premesso occorre chiarire che in ogni Stato ci sono istituzioni che hanno il monopolio dell’esercizio della violenza e della forza. E sono le Forze dell’Ordine. Ma come la storia insegna, ogni potere, se non ha bilanciamenti e limiti al suo operato, tende a strabordare. E questo, detto banalmente, è un concetto generale sul quale si fonda l’ordinamento democratico. La tortura ne è una manifestazione, la più orrenda in tempo di pace, con cui il potere delle istituzioni che hanno il monopolio della forza e della violenza oltrepassa i propri limiti sugli inermi. I fatti di Genova del 2001 sono stati spaventosi, la peggior manifestazione di forza bruta su persone indifese dopo la seconda guerra mondiale in Italia.

Ma la lezione non è servita, e non è stato fatto ancora nulla in concreto per regolare l’esercizio della violenza da parte dello Stato, onde evitare che si ripetano e rimangano impuniti gli eventuali reati ad essa conseguenti. Ovviamente dobbiamo parlare di singole vittime piuttosto che di fatti aventi dimensioni collettive come è successo a Genova; ma cose del genere sono accadute ancora nelle caserme, nelle carceri e in altri luoghi, ripetendosi meccanismi simili nei casi Aldovrandi, Cucchi, Uva, per esempio, ma ben più numerosi quando non hanno causato la morte delle vittime.

Sul punto allora, quando si parla di questi fatti, definibili impropriamente e ingiustamente minori, bisogna evidenziare un allarmante sviamento dell’attenzione, causato dalla difficoltà di identificare la reale natura di queste condotte delittuose.

Si pensi cioè ai reati contestati ai pubblici ufficiali, quali minacce, percosse, lesioni volontarie, abuso di atti d’ufficio, che, nella loro dinamica fenomenologica, sfiorando e confondendosi con l’uso legittimo della violenza, spesso finiscono per camuffarsi nel superamento colposo della loro liceità. La conseguenza, allora, si riflette in prese di posizioni analoghe a quella del direttore di Libero: “Cos’è la tortura? Non si sa”. Pertanto, onde evitare pericolose imprecisioni, è necessario chiarire due aspetti.

Il primo, e bisogna dolorosamente prenderne atto, è che tali eventi si sono verificati ancora negli ultimi quindici anni senza che, nella maggior parte dei casi, siano stati identificati con certezza gli autori, e senza che ad essi abbia fatto seguito idonea sanzione.

Il secondo è che devono essere chiamati col loro nome: ma per essere chiamati col loro nome è indispensabile che ci sia una norma che lo preveda.
Sul punto è interessante rilevare come (e di ciò ne ebbi contezza nel corso del mio lavoro di giudice estensore della sentenza di appello sui fatti della Caserma di Bolzaneto nel G8 2001 a Genova) ci sia stata una fiera opposizione anche al solo uso della parola “tortura”, tanto che nel 2015 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Italia per averla praticata su un cittadino (ricorrente alla CEDU) in occasione dell’assalto della polizia alla scuola DIAZ.

Eppure l’Italia non solo ha ratificato la CEDU, ma anche, nel 1989, la Convenzione di New York del 1984, per cui non ci sono scuse per negare questa verità: il concetto è chiaro, l’ordinamento italiano lo ha recepito ratificando le Convenzioni, i fatti hanno dimostrato che la pratica della tortura non è estranea all’operato delle nostre FF.OO.

I fatti, appunto. Ma mentre i fatti-reato commessi dai manifestanti, ad esempio, hanno una precisa e severa connotazione giuridica, come la devastazione e il saccheggio, per cui le eventuali sentenze di condanna hanno la chiarezza inequivocabile del giudicato, gli eventuali fatti-reato commessi dai pubblici ufficiali, senza il loro giusto nome, restano imprecisi nella loro gravità, tanto che spesso i delitti che li connotano si estinguono per prescrizione, impedendo sia la giusta sanzione, sia un’adeguata indignazione collettiva che sarebbe utile in vista di un’evoluzione legislativa finalizzata a ridurre drasticamente in nuce il pericolo o la propensione a commettere tortura.

Sono infatti convinto che l’indignazione collettiva, se questi delitti venissero chiamati col loro nome, aprirebbe la strada all’ingresso dei principi costituzionali nelle scuole di formazione delle FF.OO, e, attraverso i codici identificativi (caratterizzati da tutte le cautele necessarie per garantire la sicurezza del pubblico ufficiale) sulle divise o sugli elmetti degli agenti, costituirebbe un valido deterrente.

Ma l’Italia, nonostante la messa in mora dell’ONU, e nonostante la condanna della CEDU, si è sempre rifiutata e continua a rifiutarsi di approvare il reato di tortura, come se fosse un tabù.

E questa non è cosa di poco conto: il concetto di tortura, la sua definizione normativa, il suo ingresso nell’ordinamento penale, non solo servirebbero a definire senza infingimenti determinate condotte criminali, ma costituirebbero un terreno di abominio sul quale chi volesse praticarla si muoverebbe con difficoltà.
Tuttavia ciò non è sufficiente, dovendosi fare anche una riflessione sugli effetti dell’introduzione di questo reato, perché quando questo tipo di norma non è efficace perde completamente la sua valenza deterrente.

Pertanto una norma che consenta di pronunciare in nome del popolo italiano una sentenza passata in giudicato e che permetta così all’opinione pubblica di aver chiaro cosa è stato commesso e da chi, non deve solo chiamare le condotte criminali col loro nome, ma deve individuarle, esemplificarle e renderle perseguibili.

Ebbene, credo che il progetto di legge, ormai congelato in parlamento, sia insufficiente e abbia limiti giganteschi gravidi di conseguenze negative per la giustizia.

In primo luogo la tortura, in questo disegno di legge, è qualificata come reato comune, così, per intenderci, come il furto che può essere commesso da chiunque, privandola viceversa della sua vera valenza, che nelle Convenzioni internazionali la identifica come precipuo delitto dello Stato, che solo lo Stato può commettere attraverso l’operato del pubblico ufficiale o di chi si fregia di questa qualità, sull’inerme alla sua mercé.

Reato proprio, quindi, e non reato comune.

Questo concetto è così importante, essendo la tortura un delitto talmente orrendo che in tutte le Convenzioni se ne prescrive l’imprescrittibilità, che se ne coglie un riflesso anche nella nostra Costituzione.

Si noti cioè che all’art. 13 è contenuta l’unica e sola ipotesi punitiva della nostra legge fondamentale: “E’ punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà”.

Ciò significa che la legge suprema dello Stato, fondativa della Repubblica democratica, sancisce non solo l’illiceità di questo tipo di violenza, ma la identifica come la più esecranda, e ne chiede la punizione, perché trattasi di un illecito tanto grave da mettere a rischio il senso stesso della Repubblica.

Codificare il reato di tortura come reato comune, significa tradire uno dei fondamenti della Costituzione della Repubblica Italiana, nata proprio per liberare gli esseri umani dal sopruso del potere.

La tortura è il delitto che non può e non deve venir confuso con i delitti che possono commettere gli individui privi dell’autorità dello Stato, essendo appunto solo e soltanto il delitto dello Stato, quando esercita il suo potere illimitato sull’inerme nelle sue mani.

Detto questo, e rilevato come questo disegno di legge preveda un’aggravante specifica qualora la tortura venga commessa dal pubblico ufficiale (aggravante facilmente vanificabile col bilanciamento delle attenuanti, le riduzioni di pena dei riti alternativi, tali da rendere del tutto priva di deterrenza la pena), va rilevato come anche nella costruzione della fattispecie rechi gravissime incongruenze.

Una di queste sta nel prevedere la necessità di provare la commissione di “violenze e minacce” (miracolosamente è stato cassato il -reiterate- così come era stato inserito nel disegno approvato alla Camera) per cui una singola violenza non costituirebbe tortura, come, ad esempio, spegnere una sigaretta in un occhio della vittima!

Ma c’è di più: per provare l’avvenuta tortura dovrebbe venir provato anche il danno psicologico, non essendo sufficiente provare l’evento. Provare l’avvenuto gioco della ruolette russa sulla vittima non basterebbe, senza aver provato il danno psicologico!

E’ chiaro allora che bisogna domandarsi perché mai si intenda introdurre una simile fattispecie di reato, e perché, ciononostante, lo si ritenga rischioso e limitante per le FF.OO.

C’è forse la volontà nascosta di far entrare nel nostro ordinamento qualcosa di simile alla prospettiva ventilata dal giurista americano Alan Dershowitz, che ha proposto, non potendo impedirsi la pratica della tortura, di introdurla in modo soft, legittimando l’uso di aghi sterili sotto le unghie del torturato ad opera di specialisti assunti con regolare concorso, previo mandato di tortura emesso dal giudice in caso di urgenza?

Se non ci sono limiti alla barbarie contro la quale sono state eretti i baluardi delle Convenzioni internazionali e in nome delle quali opera la CEDU, certamente nel nostro Paese esiste un problema di formazione delle FF.OO, mancando un’introiezione profonda dei principi costituzionali posti a salvaguardia dei diritti dell’uomo.

E ciò senza negare che nelle FF.OO siano presenti persone rispettabilissime, consapevoli del proprio ruolo e della propria funzione (tra di esse ci sono e ci sono stati veri eroi). Ma questo è un altro discorso: il problema è generale ed è quello della formazione specifica in vista di questo tipo di funzione, non potendosi lasciare all’iniziativa personale o alla coscienza del singolo il rispetto delle regole.

L’introduzione del delitto imprescrittibile di tortura ne costituisce un caposaldo imprescindibile.