Italia

Il segreto di Emma

Migranti, Emma Bonino: “Siamo stati noi tra 2014 e 2016 a chiedere che gli sbarchi avvenissero tutti in Italia”

“All’inizio non ci siamo resi conto che era un problema strutturale e non di una sola estate. E ci siamo fatti male da soli”, ha spiegato l’ex ministra degli Esteri del governo Letta, evocando un accordo mirato a far sì che le operazioni fossero coordinate da Roma. Ora “disfare questo accordo adesso è piuttosto complicato”.

di F.Q., 5 luglio 2017

“Siamo stati noi a chiedere che gli sbarchi avvenissero tutti in Italia, anche violando Dublino”. Il sostanziale isolamento dell’Italia in Europa sulla questione immigrazione, secondo l’ex ministra degli Esteri del governo Letta Emma Bonino, è anche colpa dell’Italia stessa. “Nel 2014-2016”, quindi durante il governo Renzi, “che il coordinatore fosse a Roma, alla Guardia Costiera e che gli sbarchi avvenissero tutti quanti in Italia, lo abbiamo chiesto noi, l’accordo l’abbiamo fatto noi, violando di fatto Dublino”, ha detto alcuni giorni fa Bonino, intervistata dalla direttrice del Giornale di Brescia Nunzia Vallini durante la 69esima assemblea di Confartigianato Brescia.

Il riferimento era al fatto che l’operazione europea Triton, partita nel 2014 dopo la fine di quella italiana Mare Nostrum, prevede che le navi dei Paesi europei che pattugliano il Mediterraneo portino i migranti eventualmente soccorsi in Italia. Anche se Triton non è pensata come missione di salvataggio, bensì di controllo delle frontiere.

“All’inizio”, secondo l’ex titolare della Farnesina, “non ci siamo resi conto che era un problema strutturale e non di una sola estate. E ci siamo fatti male da soli. Un po’ ci siamo legati i piedi e un po’ francamente abbiamo sottovalutato la situazione”. Ora quindi si cerca di correre ai ripari, si litiga con Bruxelles e con gli altri Stati membri e facciamo fatica a farci ascoltare. Ma “disfare questo accordo adesso è piuttosto complicato”. Anche se “io non apprezzo per niente né l’atteggiamento spagnolo, né francese, né quello degli altri”.

Per la Bonino le speranze di migliorare la situazione al vertice di Tallinn, che inizia giovedì, per l’Italia sono davvero poche. Quanto alle intese con la Libia, “non si può fare un accordo, ammesso che sia accettabile, semplicemente perché ha due governi, due parlamenti, 140 tribù”. “Una delle cose di cui sono più orgogliosa – ha aggiunto – è Mare Nostrum”, l’operazione militare e umanitaria di salvataggio in mare avviata nell’ottobre 2013 proprio dal governo Letta e terminata nel novembre dell’anno successivo. “Sono convinta che sui cadaveri non si costruisce niente. Poi non l’abbiamo voluta più perché troppo cara. Poi è intervenuta l’Ue prima con Triton e poi con l’operazione Sophia“.

I pugni sul tavolo

segnalato da Barbara G.

di Mattia Feltri – lastampa.it, 19/05/2017

Ieri a Bruxelles c’erano due riunioni, una del Consiglio dei ministri europei degli Interni e l’altra del Consiglio dei ministri europei della Difesa. Ministri italiani presenti all’una e all’altra riunione? Zero. Nella prima riunione si parlava di un tema di cui noi italiani dovremmo avere orecchiato qualcosa: l’immigrazione; nella seconda si parlava di un tema già più ignoto, ma a occhio, abbastanza interessante: il futuro della difesa unica. Sottosegretari italiani presenti all’una e all’altra riunione? Zero. Dopo le due riunioni, i partecipanti dell’una e dell’altra si sono ritrovati in un pranzo collettivo per parlare di un tema che potremmo avere incrociato in qualche cronaca di tg: il terrorismo. Ministri o sottosegretari italiani presenti al pranzo? Zero. Certo è un vero peccato, perché se i nostri uomini di governo avessero incontrato i colleghi comunitari, si sarebbero cavati il gusto di battere i pugni sul tavolo, come è stato ripetutamente promesso. Invece, così, gli sarà toccato di batterli dall’Italia, e il rimbombo dell’irritazione arriva al massimo nella stanza accanto. E poi non è nemmeno la prima volta, succede di frequente, e purtroppo. Avranno di meglio da fare, oppure capiterà di perdere l’aereo, o più probabilmente gli toccherà di onorare convegni e salotti televisivi in cui dire che l’Europa così com’è non va. Anche se invece va, ma senza di noi.

Ps. Uno dei danni collaterali del riciclaggio sedentario di intercettazioni è che si finisce col non parlare mai delle colpe vere.

L’accordo illegale

25segnalato da Barbara G.

Perché l’accordo tra l’Italia e la Libia sui migranti potrebbe essere illegale

Migranti soccorsi al largo delle coste libiche, il 27 gennaio 2017. (Emilio Morenatti, Ap/Ansa)

di Annalisa Camilli – internazionale.it, 20/02/2017

Il memorandum d’intesa sui migranti firmato il 2 febbraio dall’Italia e dalla Libia potrebbe essere illegale. A sostenerlo è un gruppo di giuristi, ex politici e intellettuali libici che il 14 febbraio ha presentato un ricorso di 23 pagine alla corte d’appello di Tripoli. I sei libici, tra cui diversi ex ministri, sostengono che il memorandum sia incostituzionale. Innanzitutto perché, prima di essere firmato dal primo ministro Fayez al Sarraj a Roma, non è stato approvato dal parlamento libico e dal governo all’unanimità. Al Sarraj non ha ottenuto la fiducia dei parlamentari libici che si sono ritirati a Tobruk nel 2014. Inoltre l’accordo implicherebbe impegni onerosi da parte di Tripoli, che non erano contenuti nel trattato di amicizia tra Italia e Libia stipulato nel 2008, a cui il memorandum s’ispira.

L’avvocata Azza Maghur, tra i firmatari del ricorso, ha spiegato in un’intervista al Corriere della Sera che l’accordo tra l’Italia e la Libia viola i regolamenti europei sull’asilo, perché permette il respingimento dei profughi in un paese che non riconosce la Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951 e che non può essere considerato sicuro.

Inoltre, secondo Maghur, l’accordo prevede finanziamenti da parte dell’Italia che non sono stati quantificati, in cambio di un impegno da parte della Libia che è altrettanto vago. “C’è il rischio altissimo di creare un clima di razzismo, con migliaia di detenuti in uno stato che non ha polizia né esercito”, ha dichiarato Maghur al Corriere della Sera.

Il ruolo del parlamento italiano
Dubbi sulla legittimità dell’accordo sono stati sollevati anche in Italia. Secondo il professore di diritto costituzionale Paolo Bonetti, il memorandum non rispetta l’articolo 80 della costituzione italiana, che prescrive la ratifica da parte del parlamento dei trattati internazionali che sono di natura politica e che implicano oneri finanziari da parte dello stato.

“Il controllo parlamentare della politica estera è una delle caratteristiche essenziali della forma di stato democratica. La costituzione italiana anche in questo si distingue dallo Statuto albertino (articolo 5) grazie al quale l’Italia è stata trascinata nelle avventure più catastrofiche della sua storia: due guerre mondiali, tre avventure coloniali, tre alleanze militari sono state stipulate segretamente senza l’approvazione delle camere”, afferma Bonetti.

Secondo Bonetti l’accordo con la Libia è di natura politica: “È evidente che non si tratti di un accordo eminentemente tecnico, è un accordo di natura politica. C’è dietro tutta la critica al diritto d’asilo e alla cooperazione internazionale dell’Unione europea ed è così di natura politica che ha provocato il dissenso radicale di tutta una parte della Libia (il territorio controllato dal generale Khalifa Haftar)”, spiega Bonetti. E su questo la costituzione è chiarissima: non può avere alcun valore senza l’autorizzazione del parlamento.

“In secondo luogo”, spiega Bonetti, “il memorandum dice che non ci saranno nuove spese da parte dello stato, tuttavia non è chiarito quale sarà l’impegno economico italiano. Questi sono oneri alle finanze che devono essere precisati e che di nuovo implicano una legge di autorizzazione alla ratifica, che deve essere approvata dal parlamento”. Infine, secondo il costituzionalista, l’accordo viola la Convenzione europea sui diritti dell’uomo, che è inderogabile per gli stati membri dell’Unione.

“Gli stati nazionali non possono derogare a trattati internazionali con altri trattati internazionali. La Convenzione prevale su tutto il resto. L’Italia non può eliminare gli obblighi che comportano il divieto di trattamenti disumani e degradanti, e il divieto d’inviare i migranti in stati dove subirebbero trattamenti inumani e degradanti (articolo 3 della convenzione)”, conclude Bonetti.

La professoressa di diritto europeo Chiara Favilli, esperta di politiche europee di immigrazione e asilo, solleva un’altra questione che riguarda la sostenibilità economica del memorandum e l’origine dei finanziamenti destinati a questa intesa: “Nel memorandum Italia-Libia si precisa che non ci saranno stanziamenti aggiuntivi oltre a quelli già previsti, ma non si capisce bene a quale previsione ci si riferisce”, spiega Favilli. Come si finanzierà il memorandum? Questa materia è tutt’altro che chiara, secondo la docente di diritto europeo.”Si rinvia anche all’articolo 19 del Trattato di amicizia del 2008 che prevedeva un onere a carico del bilancio italiano per il 50 per cento e il restante a carico dell’Unione europea. Dalla legge di esecuzione del trattato si evinceva poi che quel 50 per cento a carico dell’Italia era di fatto pagato attraverso una tassa versata dalle aziende italiane impegnate in Libia come l’Eni. C’è da chiarire se questo articolo è ancora in vigore e altrimenti con quali fondi l’Italia provvederà a finanziare queste attività”.

Disarmo nucleare? No grazie.

segnalato da Barbara G.

Divieto armi nucleari. 123 stati votano Si. L’Italia no

valori.it, 28/10/2016

Disarmo nucleare? No grazie. Mentre 123 Paesi del mondo hanno votato all’Onu approvando una Risoluzione politica che chiede di avviare a partire dall’anno prossimo i negoziati per un Trattato internazionale che vieti le armi nucleari, il rappresentante italiano ha votato contro il provvedimento (insieme ad altri 37 Stati, tra i quali quasi tutte le potenze nucleari e molti dei loro alleati, compresi quei Paesi europei che, come l’Italia, ospitano armi nucleari sul proprio territorio come parte dell’accordo ‘nuclear sharing’ Nato). 16 i Paesi che si sono astenuti.

La votazione si è tenuta durante la riunione del Primo Comitato dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, che si occupa di disarmo e questioni di sicurezza internazionale. Grazie a questa Risoluzione (denominata L.41) viene fissata un Conferenza tematica delle Nazioni Unite a partire dal marzo 2017: una riunione aperta a tutti gli Stati membri con il fine di negoziare uno “strumento giuridicamente vincolante per vietare le armi nucleari, che porti verso la loro eliminazione totale”. I negoziati a riguardo continueranno poi nel mese di giugno e luglio.

Un totale di 57 nazioni sono stati primi firmatari del testo proposto, con Austria, Brasile, Irlanda, Messico, Nigeria e Sud Africa ad essersi assunti il compito di redigere concretamente la risoluzione.

Il voto Onu è avvenuto solo poche ore dopo l’adozione da parte del Parlamento europeo di una propria risoluzione su questo tema: 415 voti favorevoli (con 124 contro e 74 astensioni) ad un invito verso tutti gli Stati membri Ue a “partecipare in modo costruttivo” ai negoziati del prossimo anno. Un invito non raccolto dall’Italia che si è schierata contro la Risoluzione L.41 continuando, come nei passi precedenti di questo percorso, a sostenere la posizione degli Stati Uniti e delle altre potenze nucleari.

“Si è riusciti finalmente a formare un fronte unito tra gli Stati che da sempre di impegnano per il disarmo e tutti quelli che finora hanno rispettato il loro impegno di non dotarsi di armi nucleari (impegno presente nel TNP) a condizione che le potenze nucleari smantellassero i propri arsenali” sottolinea Francesco Vignarca coordinatore di Rete Disarmo. “Un risultato ottenuto poiché molti Paesi si sono stancati di non veder realizzata la parte dell’accordo in capo agli Stati nucleari”.

Le armi biologiche, armi chimiche, mine antiuomo e bombe a grappolo sono topologie di ordigni tutte esplicitamente proibite dal diritto internazionale. Attualmente per le armi nucleari esistono invece solo divieti parziali. Il disarmo nucleare è stata una delle priorità delle Nazioni Unite sin dalla creazione dell’Organizzazione nel 1945. Gli sforzi per far avanzare questo obiettivo fondamentale si sono fortemente rallentate negli ultimi anni, con le potenze nucleari che hanno deciso di investire pesantemente nella modernizzazione dei propri arsenali.

“È chiaro che un Trattato per la messa al bando delle armi nucleari che non veda tra i propri membri le potenze nucleari non sarà sufficiente per realizzare davvero un disarmo pieno” commenta Lisa Clark, dei Beati i Costruttori di Pace. “Dobbiamo quindi prepararci a un nuovo e lungo duplice lavoro. Da un lato portare avanti, a partire dall’anno prossimo, i lavori per il Trattato di messa al bando; dall’altro trasformare questo lavoro in un enorme movimento che entri dentro i meccanismi governativi delle potenze nucleari”.

Chiamare le cose col loro nome

segnalato da Barbara G.

di Roberto Settembre – libertaegiustizia.it, 25/07/2016

Il 15 luglio 2016 Ron Ben Ysai sul quotidiano israeliano Yedioth Ahronot ha detto: “Les démocraties occidentales sanctifient les droits de l’homme. Confrontées à une situation d’urgence, il va falloir qu’elles privilégient le caractère sacré de la vie par rapport aux sacro-saintes libertés individuelles”.
Affermazione quantomeno singolare, non essendo fondata neppure su un esame attento dei principi acquisiti negli ordinamenti delle democrazie occidentali: parliamo della CEDU, ad esempio, e della Convenzione di New York.

Infatti la Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU) ratificata dall’Italia con L. 4.8.55 n. 848, che al Titolo I sancisce il diritto alla vita (art. 2), alla libertà e sicurezza (art. 5), al processo equo (art. 6), al rispetto della vita privata e famigliare (art. 8), alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione (art.9), di espressione (art. 10), di riunione e di associazione (art. 11), di matrimonio ( art. 12), di ricorso effettivo (art. 13) e impone il divieto di tortura (art. 3), di schiavitù e del lavoro forzato (art. 4), di pena senza legge (art.7), di discriminazione (art. 14), di abuso del diritto (art. 17), pur prevedendo all’articolo 15 la “deroga agli obblighi della Convenzione in caso di stato di urgenza o di guerra o altro pericolo pubblico che minacci la vita della nazione, nella stretta misura in cui la situazione lo richieda e a condizione che tali misure non siano in contraddizione con gli altri obblighi derivanti dal diritto internazionale”, sancisce che:
“La disposizione precedente non autorizza alcuna deroga all’articolo 2, salvo per il caso di decesso causato da legittimi atti di guerra, e agli articoli 3, 4 (paragrafo 1) e 7”.
E l’articolo 3, ricordiamo, statuisce il divieto di tortura con le parole: “Nessuno può essere sottoposto a torture né a pene o trattamenti inumani o degradanti”.
Ne consegue dunque un corollario evidente: non è vero che il reato di tortura impedirebbe allo Stato di agire in maniera efficace contro i pericoli di una grave emergenza, potendo l’Alta Autorità addirittura sospendere tutta una serie di diritti previsti dalla Convenzione, meno quelli di cui agli artt. 2 (diritto alla vita), 3 (divieto di tortura) e 4 (schiavitù e lavoro forzato).

Ciononostante, commentando l’iter parlamentare per l’approvazione del reato di tortura, da pochi giorni sospeso e rinviato a data da destinarsi, il direttore del quotidiano Libero, Vittorio Feltri, ha detto: “Il reato che si vorrebbe castigare è quello di tortura. Ma quando si sostanzia la tortura? Quando si spengono sigarette sulle guance dei malviventi? Quando ad essi si infila un tizzone ardente nel retto? Quando li si interroga esercitando pressioni psicologiche eccessive? Quando si prendono a manganellate sul cranio certi dimostranti che spaccano vetrine e danno fuoco ai bancomat? Non si sa”.

La risposta a una simile affermazione è contenuta in modo esplicito nella Convenzione di New York del 1984, ratificata dall’Italia nel 1989, e quindi entrata nel nostro ordinamento
“Ai fini della presente Convenzione, il termine “tortura” indica qualsiasi atto mediante il quale sono intenzionalmente inflitti ad una persona dolore o sofferenze forti, fisiche o mentali, al fine segnatamente di ottenere da essa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che essa o una terza persona ha commesso o è sospettata aver commesso, di intimorirla o di far pressione su di lei o di intimorire o di far pressione su una terza persona, o per qualsiasi altro motivo fondato su qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o sofferenze siano inflitte da un agente della funzione pubblica o da ogni altra persona che agisca a titolo ufficiale, o su sua istigazione, o con il suo consenso espresso o tacito. Tale termine non si estende al dolore o alle sofferenze risultanti unicamente da sanzioni legittime, inerenti a tali sanzioni o da esse cagionate”.

Questo basterebbe per replicare in modo efficace e credibile a tali prese di posizione, quando la definizione del fatto e il suo inserimento nella Convenzione europea rendono inequivocabile la scelta di campo delle democrazie occidentali.

Invece, a 15 anni dai fatti del G8 di Genova luglio 2001, l’introduzione nel nostro ordinamento penale del reato di tortura è fermo al palo a data da destinarsi e, come ha pesantemente stigmatizzato l’on. Luigi Manconi, (cioè colui che propose anni fa il disegno di legge di cui parliamo) “un Senato inqualificabile e infingardo… ha argomentato sull’attentato di Nizza collegandolo al rischio, nel caso di approvazione della legge sulla tortura, di disarmare polizia e carabinieri davanti alla minaccia jihadaista”.

Tanto premesso occorre chiarire che in ogni Stato ci sono istituzioni che hanno il monopolio dell’esercizio della violenza e della forza. E sono le Forze dell’Ordine. Ma come la storia insegna, ogni potere, se non ha bilanciamenti e limiti al suo operato, tende a strabordare. E questo, detto banalmente, è un concetto generale sul quale si fonda l’ordinamento democratico. La tortura ne è una manifestazione, la più orrenda in tempo di pace, con cui il potere delle istituzioni che hanno il monopolio della forza e della violenza oltrepassa i propri limiti sugli inermi. I fatti di Genova del 2001 sono stati spaventosi, la peggior manifestazione di forza bruta su persone indifese dopo la seconda guerra mondiale in Italia.

Ma la lezione non è servita, e non è stato fatto ancora nulla in concreto per regolare l’esercizio della violenza da parte dello Stato, onde evitare che si ripetano e rimangano impuniti gli eventuali reati ad essa conseguenti. Ovviamente dobbiamo parlare di singole vittime piuttosto che di fatti aventi dimensioni collettive come è successo a Genova; ma cose del genere sono accadute ancora nelle caserme, nelle carceri e in altri luoghi, ripetendosi meccanismi simili nei casi Aldovrandi, Cucchi, Uva, per esempio, ma ben più numerosi quando non hanno causato la morte delle vittime.

Sul punto allora, quando si parla di questi fatti, definibili impropriamente e ingiustamente minori, bisogna evidenziare un allarmante sviamento dell’attenzione, causato dalla difficoltà di identificare la reale natura di queste condotte delittuose.

Si pensi cioè ai reati contestati ai pubblici ufficiali, quali minacce, percosse, lesioni volontarie, abuso di atti d’ufficio, che, nella loro dinamica fenomenologica, sfiorando e confondendosi con l’uso legittimo della violenza, spesso finiscono per camuffarsi nel superamento colposo della loro liceità. La conseguenza, allora, si riflette in prese di posizioni analoghe a quella del direttore di Libero: “Cos’è la tortura? Non si sa”. Pertanto, onde evitare pericolose imprecisioni, è necessario chiarire due aspetti.

Il primo, e bisogna dolorosamente prenderne atto, è che tali eventi si sono verificati ancora negli ultimi quindici anni senza che, nella maggior parte dei casi, siano stati identificati con certezza gli autori, e senza che ad essi abbia fatto seguito idonea sanzione.

Il secondo è che devono essere chiamati col loro nome: ma per essere chiamati col loro nome è indispensabile che ci sia una norma che lo preveda.
Sul punto è interessante rilevare come (e di ciò ne ebbi contezza nel corso del mio lavoro di giudice estensore della sentenza di appello sui fatti della Caserma di Bolzaneto nel G8 2001 a Genova) ci sia stata una fiera opposizione anche al solo uso della parola “tortura”, tanto che nel 2015 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Italia per averla praticata su un cittadino (ricorrente alla CEDU) in occasione dell’assalto della polizia alla scuola DIAZ.

Eppure l’Italia non solo ha ratificato la CEDU, ma anche, nel 1989, la Convenzione di New York del 1984, per cui non ci sono scuse per negare questa verità: il concetto è chiaro, l’ordinamento italiano lo ha recepito ratificando le Convenzioni, i fatti hanno dimostrato che la pratica della tortura non è estranea all’operato delle nostre FF.OO.

I fatti, appunto. Ma mentre i fatti-reato commessi dai manifestanti, ad esempio, hanno una precisa e severa connotazione giuridica, come la devastazione e il saccheggio, per cui le eventuali sentenze di condanna hanno la chiarezza inequivocabile del giudicato, gli eventuali fatti-reato commessi dai pubblici ufficiali, senza il loro giusto nome, restano imprecisi nella loro gravità, tanto che spesso i delitti che li connotano si estinguono per prescrizione, impedendo sia la giusta sanzione, sia un’adeguata indignazione collettiva che sarebbe utile in vista di un’evoluzione legislativa finalizzata a ridurre drasticamente in nuce il pericolo o la propensione a commettere tortura.

Sono infatti convinto che l’indignazione collettiva, se questi delitti venissero chiamati col loro nome, aprirebbe la strada all’ingresso dei principi costituzionali nelle scuole di formazione delle FF.OO, e, attraverso i codici identificativi (caratterizzati da tutte le cautele necessarie per garantire la sicurezza del pubblico ufficiale) sulle divise o sugli elmetti degli agenti, costituirebbe un valido deterrente.

Ma l’Italia, nonostante la messa in mora dell’ONU, e nonostante la condanna della CEDU, si è sempre rifiutata e continua a rifiutarsi di approvare il reato di tortura, come se fosse un tabù.

E questa non è cosa di poco conto: il concetto di tortura, la sua definizione normativa, il suo ingresso nell’ordinamento penale, non solo servirebbero a definire senza infingimenti determinate condotte criminali, ma costituirebbero un terreno di abominio sul quale chi volesse praticarla si muoverebbe con difficoltà.
Tuttavia ciò non è sufficiente, dovendosi fare anche una riflessione sugli effetti dell’introduzione di questo reato, perché quando questo tipo di norma non è efficace perde completamente la sua valenza deterrente.

Pertanto una norma che consenta di pronunciare in nome del popolo italiano una sentenza passata in giudicato e che permetta così all’opinione pubblica di aver chiaro cosa è stato commesso e da chi, non deve solo chiamare le condotte criminali col loro nome, ma deve individuarle, esemplificarle e renderle perseguibili.

Ebbene, credo che il progetto di legge, ormai congelato in parlamento, sia insufficiente e abbia limiti giganteschi gravidi di conseguenze negative per la giustizia.

In primo luogo la tortura, in questo disegno di legge, è qualificata come reato comune, così, per intenderci, come il furto che può essere commesso da chiunque, privandola viceversa della sua vera valenza, che nelle Convenzioni internazionali la identifica come precipuo delitto dello Stato, che solo lo Stato può commettere attraverso l’operato del pubblico ufficiale o di chi si fregia di questa qualità, sull’inerme alla sua mercé.

Reato proprio, quindi, e non reato comune.

Questo concetto è così importante, essendo la tortura un delitto talmente orrendo che in tutte le Convenzioni se ne prescrive l’imprescrittibilità, che se ne coglie un riflesso anche nella nostra Costituzione.

Si noti cioè che all’art. 13 è contenuta l’unica e sola ipotesi punitiva della nostra legge fondamentale: “E’ punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà”.

Ciò significa che la legge suprema dello Stato, fondativa della Repubblica democratica, sancisce non solo l’illiceità di questo tipo di violenza, ma la identifica come la più esecranda, e ne chiede la punizione, perché trattasi di un illecito tanto grave da mettere a rischio il senso stesso della Repubblica.

Codificare il reato di tortura come reato comune, significa tradire uno dei fondamenti della Costituzione della Repubblica Italiana, nata proprio per liberare gli esseri umani dal sopruso del potere.

La tortura è il delitto che non può e non deve venir confuso con i delitti che possono commettere gli individui privi dell’autorità dello Stato, essendo appunto solo e soltanto il delitto dello Stato, quando esercita il suo potere illimitato sull’inerme nelle sue mani.

Detto questo, e rilevato come questo disegno di legge preveda un’aggravante specifica qualora la tortura venga commessa dal pubblico ufficiale (aggravante facilmente vanificabile col bilanciamento delle attenuanti, le riduzioni di pena dei riti alternativi, tali da rendere del tutto priva di deterrenza la pena), va rilevato come anche nella costruzione della fattispecie rechi gravissime incongruenze.

Una di queste sta nel prevedere la necessità di provare la commissione di “violenze e minacce” (miracolosamente è stato cassato il -reiterate- così come era stato inserito nel disegno approvato alla Camera) per cui una singola violenza non costituirebbe tortura, come, ad esempio, spegnere una sigaretta in un occhio della vittima!

Ma c’è di più: per provare l’avvenuta tortura dovrebbe venir provato anche il danno psicologico, non essendo sufficiente provare l’evento. Provare l’avvenuto gioco della ruolette russa sulla vittima non basterebbe, senza aver provato il danno psicologico!

E’ chiaro allora che bisogna domandarsi perché mai si intenda introdurre una simile fattispecie di reato, e perché, ciononostante, lo si ritenga rischioso e limitante per le FF.OO.

C’è forse la volontà nascosta di far entrare nel nostro ordinamento qualcosa di simile alla prospettiva ventilata dal giurista americano Alan Dershowitz, che ha proposto, non potendo impedirsi la pratica della tortura, di introdurla in modo soft, legittimando l’uso di aghi sterili sotto le unghie del torturato ad opera di specialisti assunti con regolare concorso, previo mandato di tortura emesso dal giudice in caso di urgenza?

Se non ci sono limiti alla barbarie contro la quale sono state eretti i baluardi delle Convenzioni internazionali e in nome delle quali opera la CEDU, certamente nel nostro Paese esiste un problema di formazione delle FF.OO, mancando un’introiezione profonda dei principi costituzionali posti a salvaguardia dei diritti dell’uomo.

E ciò senza negare che nelle FF.OO siano presenti persone rispettabilissime, consapevoli del proprio ruolo e della propria funzione (tra di esse ci sono e ci sono stati veri eroi). Ma questo è un altro discorso: il problema è generale ed è quello della formazione specifica in vista di questo tipo di funzione, non potendosi lasciare all’iniziativa personale o alla coscienza del singolo il rispetto delle regole.

L’introduzione del delitto imprescrittibile di tortura ne costituisce un caposaldo imprescindibile.

I migranti italiani dell’eutanasia

E’ morto Max Fanelli, malato di SLA dal 2013, simbolo della battaglia per la legge sul fine vita. I nostri illuminati parlamentari riusciranno, fra un diktat e l’altro, a legiferare in materia? Tutti abbiamo diritto di decidere della nostra vita. Liberi fino alla fine.

segnalato da transiberiana9

Morire ‘in esilio’ in Svizzera: i migranti italiani del suicidio assistito

di Luigi Mastrodonato – news.vice.com/it, 18 novembre 2015

“Ogni settimana riceviamo tra le 70 e le 80 telefonate di persone disperate. A volte ci chiama anche la polizia, in incognito, ma noi siamo tranquilli perché non facciamo nulla di illegale.”

A parlare è Emilio Coveri, Presidente di Exit Italia – Associazione Italiana per il diritto ad una Morte Dignitosa. L’Associazione, nata nel 1996, si batte da diciannove anni per l’approvazione di una normativa italiana che accolga l’eutanasia, nonché per la legalizzazione del testamento biologico.

L’apertura anche solo di un dibattito politico sul tema in Italia sembra qualcosa di arduo. E questo nonostante nel 2014 un rapporto pubblicato da Eurispes abbia evidenziato come quasi il 60% degli italiani si dichiari favorevole all’eutanasia.

Il suicidio assistito in Svizzera

Basta guardare al di là del nostro confine, tuttavia, per riscontrare una situazione completamente diversa.

In Svizzera il suicidio assistito è legale dal 1942 — tanto per i residenti, quanto per i cittadini stranieri. I vari tentativi di ridimensionare questo diritto sono stati bloccati dalla popolazione locale. L’ultima volta nel 2011, attraverso i referendum.

Un contesto di questo tipo ha fatto sì che nel corso degli anni si sia creato un vero e proprio flusso di italiani decisi a morire in Svizzera. “È questa l’unica via d’uscita per quelle persone, gravemente malate e disperate, che hanno come ultimo desiderio quello di poter porre fine alle loro sofferenze e morire in modo dignitoso,” spiega a VICE News Emilio Coveri di Exit Italia.

L’associazione non si occupa direttamente delle sorti di queste persone. Se lo facesse, infatti, sarebbe perseguibile ai sensi degli articoli 579 e 580 del Codice Penale Italiano, che regolano l’omicidio del consenziente e l’istigazione al suicidio.

Exit, semplicemente, fornisce informazioni sul tema del suicidio assistito in Svizzera, pur non dando alcun contatto diretto con una delle quattro associazioni svizzere attive nel settore: Dignitas, Exit ADMD, Liberty Life e Spirit.

La ‘dolce morte’

Perché una persona possa effettivamente andare fino in fondo, è necessario che ottenga il placet da parte di una commissione medica formata da tre dottori, i quali redigono una cartella clinica.

Al termine delle analisi, se i medici avvallano l’eutanasia, uno dei tre si assume la responsabilità di proseguire nelle operazioni. L’abilitazione a procedere arriva solo per i malati terminali, o comunque per quelli affetti da malattie gravi e irreversibili.

Secondo la legge svizzera, il dottore è obbligato a fare di tutto per far desistere il paziente dal suicidio assistito.

Le statistiche di Dignitas parlano di un 40% di persone che cambiano idea all’ultimo momento, grazie al supporto dato dal medico svizzero incaricato. “In Svizzera non ci sono macellai di persone. Molti tornano indietro perché quando arrivano al punto di dover decidere non ce la fanno, scelgono la vita.” A parlare a VICE News è Mina Welby, moglie di Piergiorgio e fondatrice di SOS Eutanasia, un gruppo di disobbedienza civile che informa e in alcuni casi offre supporto logistico e finanziario alle persone che vogliono ottenere l’eutanasia.

Sempre per smentire le credenze più comuni, il Presidente di Exit Emilio Coveri ci tiene a sottolineare a VICE News che, a differenza di come titolava gran parte della stampa italiana, “non esiste nessuna clinica della morte.”

La procedura del suicidio assistito avviene infatti nell’ambulatorio del medico che ha assunto la pratica, ovunque esso si trovi. Il paziente ingerisce due pastiglie di antiemetico (anti-nausea) e poco dopo un bicchiere d’acqua al cui interno sono viene sciolta una dose letale – 15 grammi – di pentobarbital di sodio, un sedativo ad effetto rapido sintetizzato nel 1929. In pochi minuti, il paziente cade in un sonno profondo da cui non si sveglierà più.

Tutta la procedura viene filmata — così vuole la legge svizzera. L’articolo 115 del Codice Penale Svizzero afferma che “chiunque per motivi egoistici istiga alcuno al suicidio o gli presta aiuto è punito, se il suicidio è stato consumato o tentato, con la reclusione sino a cinque anni”.

Il filmato servirà dunque al medico legale e alla polizia per verificare che la morte sia avvenuta in modo volontario e non sia stata indotta dai presenti. È il malato che deve bere direttamente dal bicchiere, o comunque tramite cannuccia. Se non riesce, il mix letale viene immesso in vena, ma sarà comunque il paziente a premere il pulsante che lascia scorrere il pentobarbital di sodio.

Il prezzo di tutta la pratica si aggira tra i 5mila e i 10mila euro, ed include le visite e l’assistenza medica, l’espletazione delle procedure burocratiche, la cremazione della salma, il trasporto ed il servizio funebre.

Quanti italiani scelgono la Svizzera?

Secondo lo studio dell’Istituto di Medicina Legale dell’Università di Zurigo Suicide Tourism: a pilot study on the Swiss phenomenon, il numero di italiani che si è recato oltre confine per ricorrere al suicidio assistito è cresciuto di dieci volte tra il 2008, quando il dato fu però eccezionalmente basso, ed il 2012.

In realtà, il basso numero di arrivi registrati nel 2008 e nel 2009 non riguardava solo l’Italia; si trattava piuttosto di un fenomeno più ampio. La Dottoressa Saskia Gauthier dell’Università di Zurigo vede tra le possibili cause di questo calo i risultati di una sorta di ‘battaglia mediatica‘ avviata in quel periodo da diversi media internazionali, dovuta all’utilizzo su quattro pazienti della Dignitas nella primavera del 2008 di un metodo considerato troppo cruento: l’inalazione di elio.

W. Hamilton e R.D. Ogdeon, dell’UC School of Medicine di San Francisco, parlano diun caso la cui la morte effettiva avvenne 40 minuti dopo l’inalazione di elio tramite maschera, duranti i quali la persona incosciente gemeva e mostrava episodi di movimento dei bulbi oculari”. Si tratta di una metodologia di suicidio assistito successivamente abbandonata, portando a un ammorbidimento delle polemiche e dando il via a una nuova ondata di arrivi a partire dal 2010.

Un’alternativa alla malattia

Rispetto alle altre nazionalità, comunque, in questi ultimi anni gli italiani hanno fatto registrare un incremento di gran lunga maggiore in termini percentuali.

Tra il 2011 e il 2014 circa una sessantina di persone, che si erano informate tramite Exit, hanno poi deciso di andare fino in fondo. A queste cifre bisogna aggiungere tutte quelle persone che si sono appoggiate alle associazioni svizzere senza passare da intermediari italiani per la richiesta di informazioni e che, dunque, sono al di fuori delle statistiche dell’Associazione, così come quelle che hanno cambiato idea all’ultimo secondo.

Una di queste è Giovanna, 54 anni e gravemente malata, che già nel 2009 iniziò ad esprimere la volontà di porre fine alle sue sofferenze ricorrendo all’eutanasia. “Le spiegai che in Italia non è possibile” racconta a VICE News Mina Welby. “Due anni fa, poi, mi scrisse dicendo di avere urgentemente bisogno di me. Quando andai a trovarla, scoprii che lei aveva già contattato la Svizzera, aveva parlato con una delle associazioni per il suicidio assistito, insomma aveva fatto tutto da sola nonostante l’età e le difficoltà di informazione.”

Giovanna ha poi organizzato il viaggio, prenotato l’aereo e un albergo in Svizzera. Ma all’ultimo momento ha cambiato idea e ha deciso di spegnersi in Italia—cosa che è avvenuta due mesi dopo, in modo naturale.

Chi invece non è più tornata è Piera Franchini, un’anziana signora di Mestre, da anni malata di cancro. Senza qualcuno disposto ad accompagnarla, decise di rivolgersi a SOS Eutanasia per poter ottenere un supporto concreto al suo ultimo viaggio verso la Svizzera.

Marco Cappato, da anni nel Partito Radicale e attuale consigliere comunale a Milano, si offrì di accompagnarla. “Piera venne a Milano. Il giorno dopo andai a prenderla in macchina e ci mettemmo in viaggio per la Svizzera”, racconta al telefono a VICE News.

Dopo sette ore di viaggio, Marco e Piera arrivarono all’albergo, situato a 200 metri dal luogo dove ci sarebbe stato l’accesso al suicidio assistito”. Piera fu visitata da un medico. A lui diede conferma delle sue condizioni di salute, ribadendo poi la sua volontà di porre fine alla sua vita. La sera cenammo insieme in albergo; la mattina dopo si sottopose a una nuova visita con il medico”.

Anche il giorno successivo, Piera ribadì la sua volontà, ottenendo l’approvazione definitiva del medico a procedere con il suicidio assistito. “Terminata la visita, andammo con calma in una specie di ambulatorio”, continua Cappato. “Era arredato in modo confortevole, pieno di piante… nulla di squallido diciamo, non dava un’impressione ambulatoriale, quanto piuttosto quella di un luogo di accoglienza”.

A questo punto, però, sorse un problema: a causa di una difficoltà alla trachea, Piera insistette perché il mix letale le venisse iniettato via endovena. “Aveva paura che potessero andarle di traverso le sostanze”, ricorda oggi Cappato. I medici videro però in questa richiesta una sorta di esitazione, un ripensamento inconscio di Piera, o qualcosa di simile. Così, Marco dovette riportare Piera in Italia. La procedura venne tuttavia ripetuta un mese dopo — questa volta senza intoppi.

Sebbene Piera abbia posto fine alla sua vita nel nord della Svizzera, da un anno a questa parte la soluzione più semplice per un italiano che decidesse di ricorrere al suicidio assistito è probabilmente quella di rivolgersi a Liberty Life, la più giovane tra le associazioni svizzere che se ne occupano (è nata nel 2014).

Ciò che contraddistingue quest’ultima dalle altre è infatti la sua sede a Paradiso — un comune a venti minuti dal confine con la Lombardia. La vicinanza al nostro Paese e il fatto che l’associazione operi in italiano, aumenta esponenzialmente il suo appeal nei confronti degli italiani.

VICE News ha raggiunto Liberty Life al telefono. “Non parliamo mai di numeri in modo preciso; quello che le posso dire è che l’80% delle persone che si sono rivolte a noi nel 2015 sono persone italiane e che anche le richieste in corso per l’80% sono di persone italiane”.

Le difficoltà pratiche

Per un italiano che decidesse di cercare il suicidio assistito in Svizzera, non mancano alcune difficoltà di carattere più pratico. Innanzitutto, un’indagine dell’Accademia svizzera di scienze mediche (ASSM) rivela l’esistenza di obiettori di coscienza sul tema del suicidio assistito: mentre i tre quarti dei medici del campione si dicono tendenzialmente d’accordo alla concessione di questo diritto, meno della metà si dichiara poi disposto a passare dalle parole ai fatti. “Questi risultati mostrano l’ambivalenza del corpo medico a questo proposito,” afferma Michelle Salathé, Vicesegretaria Generale dell’ASSM.

Trovare un medico disponibile non è dunque scontato. Ma c’è altro problema. Accompagnare qualcuno a morire in Svizzera è considerato un reato penale dal Codice italiano: si rischiano dai 5 ai 12 anni di carcere, poiché il crimine ricade nel campo dell’istigazione al suicidio.

“Spesso i familiari non sono disponibili ad accompagnare perché hanno paura di essere incriminati dalla giustizia italiana. È successo di recente a una persona di Mantova che, una volta tornata in Italia dopo avere accompagnato la mamma a morire in Svizzera, ha ricevuto un avviso di garanzia”, racconta a VICE News Mina Welby, che aggiunge: “Andare soli, non avere la possibilità di avere un abbraccio prima di morire… c’è spesso una grande e terribile solitudine per le persone che prendono questa decisione”.

Marco Cappato racconta a VICE News che questa situazione non lo preoccupa: “Se dovessero aprire dei procedimenti nei miei confronti, avremmo raggiunto il risultato di avviare un dibattito pubblico sull’assurdità di una condizione che obbliga all’esilio delle persone che vogliono semplicemente decidere come porre fine alla propria sofferenza. Se invece non succedesse nulla, si creerebbe un precedente positivo e questo darebbe più tranquillità ad altre persone che volessero accompagnare amici o familiari all’estero”.

Emilio Coveri di Exit Italia ha citato anche casi di denunce esposte da membri interni alla famiglia del suicida, magari spinti da una cultura cattolica che non apparteneva invece né al parente defunto né all’accompagnatore.

Abbiamo chiesto al Presidente di Exit se secondo lui è qualcosa cambiato in Italia nel dibattito sull’eutanasia negli ultimi anni, e se è fiducioso per il futuro. “L’atteggiamento di medici e magistrati italiani è cambiato in positivo negli ultimi tre anni”, ha risposto con un tono tra lo speranzoso e l’afflitto.

“Finalmente qualcuno inizia a mettere davanti a tutto e tutti il paziente e i suoi problemi. Glielo dico sinceramente, io penso che né io né lei riusciremo mai a vedere la legge sull’eutanasia in Italia”. Salvo poi aggiungere: “Sono convinto che prima o poi, in un futuro lontano, arriverà”.

Divide, impera, spara

segnalato da Barbara G.

Solita strategia in Libia: divide, impera, spara

di Fulvio Scaglione, 25/02/2016

Niente da fare, non se ne esce. La strategia è sempre la stessa. Prendi uno Stato che ti interessa, diciamo la Libia, lo scardini a suon di bombe, lasci che i pezzi vadano alla deriva, poi decreti: non c’è nulla da fare, bisogna spezzettarlo. E prepari un’altra guerra o un’occupazione militare. Strategia illuminata, come dimostrano le condizioni del Medio Oriente in genere e, in particolare, dei Paesi come l’Iraq dove essa è stata applicata. Ma tant’è, si continua imperterrriti e indisturbati.

Il caso della Libia, se tale strategia fosse davvero applicata, potrebbe persino diventare più inquietante. Intanto, perché c’è il solito buo nero politico da rimontare. Una volta fatto cadere e ammazzare Gheddafi, ci siamo precipitati a riconoscere il Governo di Tobruk, perché più “laico” e soprattutto perché dotato di un’armata, quella guidata dal generale Khalifa Belqasim Haftar che è un vecchio amico degli Usa: già arruolato negli anni Ottanta ne tentativo di rovesciare il regime di Gheddafi, Haftar fu poi riscattato, portato in America, dotato di cittadinanza americana e nel 2011 riportato in Libia per dare un leader all’insurrezione contro Gheddafi. Nel 2015 è stato nominato ministro della Difesa e capo di Stato maggiore appunto dal Governo di Tobruk.

Peccato che ora siano proprio il “nostro” Governo, quello di Tobruk, e il “nostro” generale, Haftar appunto, a silurare il piano Onu per un Governo di unità nazionale, la cui richiesta (e questa è la posizione italiana) potrebbe poi aprire le porte a un intervento sotto l’egida delle Nazioni Unite. Mentre il Governo islamista (più o meno moderato) di Tripoli, che abbiamo fin qui osteggiato, sarebbe d’accordo.

Strategia e realtà in Libia

Bel colpo, grande strategia. Anche perché mentre i mediatori trattatano e l’Italia insiste, altri Paesi lavorano per mandare tutto a monte e arrivare alla famosa partizione del Paese: Tripolitania, Cireneaica e Fezzan. La Francia ha già mandato reparti speciali dell’esercito e dei servizi segreti a dare una mano alle truppe di Haftar, ora impegnate a scontrarsi con le milizie Isis attestate nella regione di Sirte. Le ragioni di Hollande sono chiare e sono le stesse per cui Sarkozy scatenò la guerra nel 2011: instaurare un protettorato sulla Tripolitania e garantirsi il controllo dei giacimenti off shore di gas e dei gasdotti. La Gran Bretagna, a sua volta, mira alla Cirenaica con i suoi pozzi di petrolio e il lungo confine con l’Egitto.

Ai di là dei politici, che perseguono lo spezzatino della Libia ma non lo dicono, si leva puntualmente il coro di coloro che approvano questa strategia, anzi la ritengono saggia. Di solito citano il caso dei Balcani come esempio riuscito di partizione lungo linee etniche. Riuscito? Oggi nei Balcani ci sono 13 mila soldati Onu (di cui 579 italiani), in Kosovo sono di stanza 16 mila soldati (di 34 Paesi) della missione Kfor (Kosovo Force) della Nato e, sempre in Kosovo, è stata costruita la base di Camp Bondsteel, uno delle più grandi tra quelle dell’esercito americano all’estero, capace di ospitare fino a 7 mila soldati. Che cosa pensate che succederebbe se questi presidi militari venissero ritirati? Credete che la strategia dello spezzatino resisterebbe? E poi perché i teorici di queste spartizioni non citano mai il caso della divisione tra India e Pakistan nel 1947, con un milione di morti subito, 70 anni di tensioni e di scontri in seguito e due apparati nucleari a fronteggiarsi?

Inoltre: davvero pensiamo di mandare, domani, decine di migliaia di soldati delle più varie provenienze a controllare che lo spezzatino in Libia stia in piedi? Per quanti anni li terremo laggiù? Siamo convinti che le tribù resteranno tranquille? Per non parlare dei movimenti terroristici di tutta l’Africa? È questa la strategia? E quanti morti nostri e loro abbiamo messo in bilancio?

Tutte queste teorie spartitorie hanno in realtà un solo obiettivo: rendere più facile il ritorno alla politica dei protettorati e dei mandati vecchia di un secolo. Ma nel frattempo è passato appunto un secolo e la strategia non funziona più. Riusciamo a rendere obsoleta la vecchia teoria di Marx: la storia è dramma, quando si ripete diventa farsa. Non la ripetiamo, rendendola però ancor più drammatica.

I No Triv d’Oltralpe sono al governo

segnalato da Barbara G.

Francia, stop alla ricerca petrolifera e investimenti nelle rinnovabili

di Maria Rita D’Orsogna – ilfattoquotidiano.it, 23/02/2016

Il governo francese, su proposta del ministro dell’Ecologia e dell’Energia di Francia, Segolene Royal, ha deciso di vietare tutte le operazioni di ricerca petrolifera sul proprio territorio. Non cercheranno più petrolio da nessuna parte – una decisione monumentale. Visto che in Francia in questo momento ci sono 54 permessi esplorativi e 130 domande di ricerca di petrolio, più di 180 istanze assegnate o da assegnare finiranno nel dimenticatoio.

Segolene Royal ha ricordato che spera che il diniego di nuovi permessi esplorativi porterà nuovi investimenti nelle rinnovabili e nell’efficienza energetica del paese. Dice anche che bloccare la ricerca di petrolio è una risposta naturale all’esigenza di diminuirne l’uso. La decisione verrà inglobata nell’Energy Transition Act, varato nel 2015 dalla Francia e che impone per il 2050 la riduzione dell’uso di energia del 50% rispetto ai livelli del 2012, e di un taglio del 30% dell’uso di fonti fossili entro il 2030.

Segolene Royal è stata da poco nominata presidente del Cop21, il ramo delle Nazioni Unite che si occupa di cambiamenti climatici. A gennaio era stata in visita in California, ad incontrare i leader dell’industria anche verde di questo stato, e poi all’Onu per discutere con il segretario generale Ban Ki Moon come fare per implementare al meglio le decisioni prese durante il summit del clima di Parigi. A New York disse: “Ogni nazione deve adesso trasformare gli impegni presi a Parigi in azioni concrete” e che l’Europa deve rimanere di esempio per altri paesi sulla transizione rapida verso l’energia pulita. Con questa decisione del no a tutti i nuovi permessi petroliferi, la Francia di Segolene Royal cerca di fare il suo primo passo.

La Francia diventa così la prima nazione d’Europa a vietare la ricerca petrolifera nei propri confini nazionali. Nel 2011 i cugini d’oltralpe avevano già vietato il fracking, prima di tutti gli altri, dando l’esempio a Bulgaria, Germania ed Olanda che hanno successivamente adottato provvedimenti simili o comunque molto restrittivi sull’estrazione di shale gas.  In Francia la persona che si occupa di ambiente e di energia è la stessa persona. In Francia negli scorsi anni hanno approvato leggi o preso decisioni per facilitare la creazione di giardini sui tetti o per incentivarne la solarizzazione, per pavimentare le strade con pannelli solari, per aumentare le tasse sulle emissioni di Co2, e pure per diminuire la propria dipendenza energetica dal nucleare.

E in Italia? Possiamo per una volta pure noi prendere decisioni grandi e lungimiranti e non solo sulla scia delle proteste popolari, quanto invece dall’alto, con intelligenza e programmazione e per il bene del paese?

Gli approfondimenti qui.

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Trivelle, il divieto della Francia e i sussidi dell’Italia

di Raffaele Lupoli – left.it, 26/02/2016

I sussidi pubblici, le royalties più basse d’Europa e per giunta detraibili dalle tasse. E perfino l’esenzione dall’Ici. Se qualcuno si chiede perché c’è ancora chi ha interesse a trivellare l’Italia nonostante i rischi ambientali e il prezzo del petrolio ai minimi storici, ecco la risposta. Nel nostro Paese il business delle concessioni petrolifere resta appetibile perché può contare sul sostegno delle politiche governative (le stime delle diverse forme di sostegno alle fonti fossili nel nostro Paese di aggirano attorno ai 17,5 miliardi di euro l’anno), che invece penalizzano le fonti pulite. Il decreto Milleproroghe in via di approvazione, per stare ai fatti più recenti, prevede la cancellazione della norma che prevede la progressività della bolletta energetica in base al principio che chi consuma di più (e non presta attenzione a efficienza e risparmio energetico) paga conseguentemente di più.

In attesa che gli italiani si esprimano attraverso il referendum del 17 aprile, è giunta ieri una sentenza della Corte di Cassazione che stabilisce l’obbligo di pagare l’Ici per quattro piattaforme di estrazione in acque italiane al largo dell’Abruzzo. Il Comune di Pineto, nel Teramano, si era opposto alla decisione delle commissioni tributarie provinciale e regionale di esentare le trivelle dalla tassazione sugli immobili in quanto non iscritte al catasto e strumentali rispetto all’impianto sulla terraferma a cui sono collegate.

Non la pensa così la sezione tributaria della Suprema Corte, che ritiene le piattaforme petrolifere assoggettabili alla categoria degli immobili ai fini civili e fiscali, quindi soggetti ad accatastamento e strumento che consente di produrre reddito. Dal canto suo l’Eni, proprietaria delle piattaforme in questione, fa notare che il governo con l’ultima legge di Stabilità ha abolito l’Ici-Imu sui cosiddetti imbullonati e sottolinea in una nota che questa sarebbe «la dimostrazione della grande irrazionalità di applicare agli impianti produttivi le imposte concepite per i plusvalori immobiliari e per il finanziamento dei servizi locali».

Intanto dalla Francia arriva la notizia che d’ora in poi saranno vietate le ricerche petrolifere su tutto il territorio nazionale. Il ministro dell’Ecologia e dell’Energia, Segolene Royal, ha spiegato che la mossa di non concedere più permessi di esplorazioni darà una forte spinta allo sviluppo dell’industria dell’efficienza energetica e delle rinnovabili, convogliando gli investimenti pubblici e privati su questo settore.

Il ministro francese, da poco nominata presidente della Cop21 e anche in questa veste alle prese con l’applicazione degli accordi sul clima di Parigi, fa compiere al suo Paese – che diventa così il primo in Europa a rinunciare a nuove trivellazioni – un importante passo avanti verso la riduzione delle emissioni climalteranti. «Dal momento che dobbiamo ridurre la quota dei combustibili fossili – ha chiesto Royal davanti ai parlamentari d’Oltralpe -, perché continuare a fornire autorizzazioni agli idrocarburi convenzionali?». Una scelta, quella francese, che rende più chiara la posta in gioco in Italia con il referendum del 17 aprile.

I grandi affari sotto il pelo dell’acqua

di Roberto Lessio e Marco Omizzolo – 26 ottobre 2015 – il manifesto

Tra le grandi con­trad­di­zioni che Ale­xis Tsi­pras dovrà scio­gliere ce n’è una che atte­sta tutta l’ipocrisia del capi­ta­li­smo e che riguarda anche il nostro paese. In breve: con gli accordi per il sal­va­tag­gio mone­ta­rio fir­mati dal governo e rati­fi­cati dal Par­la­mento quest’estate, la Gre­cia si è impe­gnata a soste­nere un pro­gramma di pri­va­tiz­za­zione dei ser­vizi idrici, par­tendo dalle città di Salo­nicco e Atene. La con­trad­di­zione sta nel fatto che nelle capi­tali dei due paesi con­si­de­rati lea­der dell’Ue, Fran­cia e Ger­ma­nia, i cit­ta­dini hanno già can­cel­lato le rela­tive pri­va­tiz­za­zioni dell’acqua con il loro voto. A Parigi la gestione era stata affi­data alle due mul­ti­na­zio­nali fran­cesi Veo­lia e GdF-Suez (quest’ultima nata dalla fusione tra Gas de France e Suez). Si tratta delle due aziende più grandi al mondo sia nei ser­vizi idrici che nello smal­ti­mento dei rifiuti, eppure espulse dal mer­cato per via refe­ren­da­ria. Per otte­nere la con­ferma del man­dato nelle ele­zioni del 2008 il sin­daco socia­li­sta Ber­trand Dela­noë aveva garan­tito il ritorno alla gestione inte­ra­mente pub­blica e gli elet­tori lo ave­vano pre­miato con il 70% dei voti. E infatti dal 1° gen­naio 2010 le bol­lette dell’acqua sono state abbas­sate e ci sono stati con­si­stenti risparmi di gestione. A Ber­lino invece il comune ha riscat­tato prima le quote dete­nute dalla mul­ti­na­zio­nale elet­trica tede­sca RWE per 658 milioni di euro e poi quelle di Veo­lia per 590 milioni. Anche in que­sto caso è stata rispet­tata la volontà degli elet­tori mani­fe­stata con un refe­ren­dum nel feb­braio 2011 con il quale 666mila ber­li­nesi si erano espressi per la ripub­bli­ciz­za­zione del ser­vi­zio. Altre otto città tede­sche, tra le quali Stoc­carda, hanno fatto la stessa scelta.

Ora anche in Gre­cia i cit­ta­dini dovranno ascol­tare la bella pre­dica della pri­va­tiz­za­zione. E que­sto dovrebbe acca­dere anche se già nel 2014 la Corte costi­tu­zio­nale elle­nica aveva sta­bi­lito che la ven­dita del ser­vi­zio idrico di Atene, voluta dal pre­ce­dente governo Sama­ras, è inco­sti­tu­zio­nale. La spe­ranza delle lobby dei ser­vizi idrici e delle loro appen­dici poli­ti­che è che accada qual­cosa di simile a quanto avve­nuto e sta avve­nendo nel nostro paese, mal­grado il risul­tato dei refe­ren­dum del 12 e 13 giu­gno 2011. Alcune sen­tenze della nostra Corte costi­tu­zio­nale dicono che il governo non può legi­fe­rare su norme modi­fi­cate dal voto popo­lare prima che siano pas­sati cin­que anni. La stra­te­gia adot­tata pre­vede invece di fare le stesse cose ma con pic­cole modi­fi­che. L’ultima l’ha appor­tata Renzi con la rein­tro­du­zione della pos­si­bi­lità di ven­dere ai pri­vati le quote in pos­sesso dei comuni nelle società che svol­gono i ser­vizi pub­blici: il mal­loppo così otte­nuto resterà fuori dal patto di stabilità.

Da tempo le due mul­ti­na­zio­nali sono pre­senti anche in Ita­lia e in qual­che caso, anche se indi­ret­ta­mente, sono socie tra loro. La giran­dola di inte­ressi che le carat­te­riz­zano è molto vicina sia al nostro governo che a quello fran­cese e tede­sco. Il gruppo GdF-Suez ad esem­pio è pre­sente in Acea Spa che, oltre alla capi­tale, gesti­sce l’acqua in cin­que dei sette ambiti ter­ri­to­riali della Toscana (inclusa Firenze), in Umbria, Fro­si­none e nel com­pren­so­rio sarnese-vesuviano in Cam­pa­nia. Acea, attra­verso Crea Gestioni Srl, è azio­ni­sta della Geal di Lucca, nel cui capi­tale sociale tro­viamo Veo­lia. Quest’altra mul­ti­na­zio­nale con­trolla la società Siba, che a sua volta è socia di GdF-Suez (attra­verso Degre­mont) nei due Con­sorzi che hanno costruito il mega depu­ra­tore di Milano: Milano Depur Scarl e Nosedo Scarl. Nel secondo con­sor­zio è azio­ni­sta anche la Lega delle Coo­pe­ra­tive, attra­verso Unieco. La Lega­coop, della quale era Pre­si­dente l’attuale mini­stro Giu­liano Poletti, è poi socia della stessa Acea negli ambiti toscani, insieme al Monte dei Paschi di Siena e al gruppo Cal­ta­gi­rone, altro grande azio­ni­sta di Acea.

Sia GdF-Suez che Veo­lia invece sono par­te­ci­pate dall’equivalente fran­cese della nostra Cassa Depo­siti e Pre­stiti: que­sta par­te­ci­pa­zione rap­pre­senta il modello finan­zia­rio che si vor­rebbe appli­care anche in Ita­lia. Il governo tede­sco è l’attuale pro­prie­ta­rio, sem­pre in via indi­retta, della Depfa Bank: banca pri­va­tiz­zata nel 1992 e tra­sfe­rita in Irlanda nel 2002 per motivi fiscali, spe­cia­liz­zata negli inve­sti­menti nel set­tore pub­blico in Gre­cia, Irlanda, Spa­gna e Ita­lia, acqui­stata dalla Hypo R.E. Bank (il secondo gruppo ban­ca­rio tede­sco negli inve­sti­menti immo­bi­liari) alla vigi­lia dello scop­pio della crisi finan­zia­ria del 2008. Que­sto gruppo poi è stato sal­vato dal governo tede­sco con 10 miliardi di euro come finan­zia­mento diretto e 142 miliardi sotto forma di garanzie.

Il motivo della nazio­na­liz­za­zione di Hypo risiede nella quan­tità enorme di titoli tos­sici che Depfa aveva nel suo bilan­cio. Pro­prio que­sta banca in Ita­lia ha finan­ziato, tra gli altri, le gestioni di Sori­cal in Cala­bria e di Acqua­la­tina nel basso Lazio. Entrambe società pubblico-private che hanno come part­ner Veo­lia, la quale, attra­verso Siba è a sua volta azio­ni­sta dell’Acquedotto Cam­pano e di Sici­lac­que. Veo­lia, in sostanza, sarà l’avversario prin­ci­pale del Pre­si­dente della Regione Sici­lia Rosa­rio Cro­cetta dopo la recente deli­bera regio­nale che vuole far tor­nare pub­blico l’intero ser­vi­zio idrico dell’isola.

Se vuole farsi un’idea di come fun­ziona l’intero mec­ca­ni­smo, Tsi­pras può fare una visita nel comune di Apri­lia. Per giu­sti­fi­carsi con la popo­la­zione rima­sta senz’acqua nelle ultime set­ti­mane, Acqua­la­tina ha dichia­rato che ciò era dovuto ai «con­sumi ano­mali» che si sta­vano veri­fi­cando in città, salvo poi sco­prire che la causa era una gigan­te­sca per­dita che per­du­rava da tempo in un quar­tiere peri­fe­rico. Dai rap­porti sulle gestioni di que­sta società si sco­pre che la per­cen­tuale di per­dite nel 2002, quando è suben­trata alle gestioni comu­nali, era del 74%: lo scorso anno le mede­sime disper­sioni sono state del 69% in tutta la rete. In com­penso ogni anno Acqua­la­tina, della quale sono pro­prie­tari al 51% i comuni pon­tini, paga fior di euro sui pro­dotti finan­ziari deri­vati sot­to­scritti con la banca nazio­na­liz­zata dal governo tedesco.