Italicum

Inconsulto

La mossa politica della Consulta

Legge elettorale. “Dopo la sentenza la legge corretta è immediatamente applicabile”, scrivono i giudici costituzionali. Ma non è una legge omogenea con quella del senato. Salvate le pluricandidature (però con il sorteggio), affondato il cuore dell’Italicum: il ballottaggio

di Andrea Fabozzi – ilmanifesto.info, 26/01/2017

«Il punto chiave della mia riforma elettorale è il ballottaggio», ha detto e ripetuto Matteo Renzi; la Corte costituzionale ha cancellato il ballottaggio. Come da previsioni, l’Italicum passando attraverso il giudizio della Consulta perde il cuore («senza casca tutto, è un’altra legge», ha sempre avvertito il suo autore, D’Alimonte), salvando il premio di maggioranza ma solo al primo turno. Andrebbe a un partito capace di raggiungere da solo il 40%, eventualità che oggi i sondaggi escludono. Bisognerà pensare ad alleanze travestite da listoni unici. O spostare il premio alle coalizioni, in questo caso però riportando la legge elettorale in parlamento.

Smentendo invece le previsioni originarie, ma confermando le sensazioni dell’udienza di martedì e gli indizi contenuti nella relazione del giudice Zanon, la Corte costituzionale ha salvato le pluricandidature. E bocciato solo la possibilità per i capilista eletti in più collegi di scegliere discrezionalmente per quale seggio optare, successivamente alla proclamazione dei risultati. È questo un punto molto delicato della decisione di ieri, quello che verosimilmente ha impegnato di più la discussione dei giudici e ritardato la decisione (attesa per le 13, è arrivata alle 17). Sul ballottaggio invece la discussione si è concentrata sugli argomenti da inserire nelle motivazioni, che scriverà Zanon entro un mese: la bocciatura sarà spiegata con l’aggiramento del criterio della soglia minima per assegnare il premio.

SALVARE I CAPILISTA bloccati (quelli cioè che non devono guadagnarsi le preferenze) e salvare anche il diritto del capolista di «pluri candidarsi» (fino a dieci collegi diversi, dice l’Italicum) – secondo le aspettative e le speranze di Renzi, condivise dagli altri partiti maggiori – ha richiesto ai giudici l’individuazione di un criterio per la selezione del collegio, diverso dalla discrezionalità dell’eletto. Non lo avessero fatto avrebbero dovuto affidare al parlamento questo lavoro, e dunque non avrebbero potuto scrivere (come hanno fatto, nell’ultima fondamentale riga del comunicato) che «all’esito della sentenza, la legge elettorale è suscettibile di immediata applicazione». Questo criterio è il sorteggio, residuato nell’originale articolo del testo unico sulle leggi elettorali dov’è previsto come norma di chiusura: se l’eletto non sceglie entro otto giorni il collegio, allora decide il destino. Il che impedisce ai partiti di fare calcoli sui candidati arrivati secondi da promuovere o seppellire (in genere in base alla loro fedeltà al leader), ma continua a privare gli elettori del loro diritto di scelta – quello che invece era il presupposto della richiesta di incostituzionalità. Tant’è vero che c’è già l’ipotesi di nuove obiezioni di costituzionalità contro la legge appena nata.

I PROBLEMI NON FINISCONO qui, perché il collegio – proprio per effetto del ritaglio delle norme incostituzionali (in questo caso il comma 27 dell’articolo 2) – nell’Italicum corretto diventa la circoscrizione, il che significa che ci si potrà candidare più volte ma solo in regioni diverse. O quasi, perché un altro comma dell’Italicum che invece è sopravvissuto (la lettera b dell’articolo 1, l’originale emendamento riassuntivo Esposito) continua a parlare di collegi. È un altra incertezza che andrebbe risolta in parlamento.
Al contrario chi spinge per le elezioni anticipate (i renziani) enfatizza il passaggio finale del comunicato della Consulta. Effettivamente clamoroso. Non perché sia smentibile che la legge elettorale uscita dalla sentenza «è suscettibile di immediata applicazione»; questa al contrario è un’ovvietà per le sentenze di questo tipo. La legge elettorale, lo ha spiegato proprio la Consulta, è «costituzionalmente necessaria», dunque dev’essere sempre pronta all’uso. Ma questo Italicum corretto varrà solo per metà parlamento, ed è una legge assai diversa da quella in vigore per il senato (il Consultellum, scritto peraltro dagli stessi giudici). Le soglie di sbarramento sono diverse (più alte: 8% per i partiti che corrono da soli e 3% per quelli in alleanze), sono possibili le coalizioni (con uno sbarramento al 20%) e non c’è il premio di maggioranza. Tutt’altro che due sistemi «omogenei, non inconciliabili e pienamente operativi», come da precisa richiesta del presidente della Repubblica.

LE DUE RIGHE CONCLUSIVE dei giudici guardano solo alla situazione della camera e raccontano una mezza verità; sono più politiche che giuridiche. Non a caso nulla del genere era contenuto nel comunicato che annunciava la sentenza «gemella» del 2013 sul Porcellum. Al contrario, allora si riconosceva al parlamento la facoltà di intervenire sulla legge. E fu nelle motivazioni che i giudici spiegarono di aver prodotto una legge «complessivamente» applicabile, anche se precisando, come si deve a maggior ragione dire oggi, che «non rientra tra i compiti di questa Corte valutare l’opportunità e/o l’efficacia di tale meccanismo».
I giudici della Consulta hanno così accolto solo due richieste di incostituzionalità su undici. Può essere poco ma è tanto per il pool di avvocati che ha promosso i ricorsi. «È stato confermato il principio che leggi elettorali possono essere sottoposte alla Corte costituzionale anche prima del loro utilizzo a partire dai diritti dei cittadini elettori – dice il coordinatore del pool, Felice Besostri -. Il risultato dipende anche dall’atteggiamento dell’Avvocatura dello stato e dunque del governo, che ha chiesto l’inammissibilità totale dei ricorsi. Su questo abbiamo avuto ragione noi. Ne viene fuori una legge autoapplicativa sì, ma non omogenea con quella del senato. Il fatto che il Pd dica che la Corte ha salvato l’impianto dell’Italicum – conclude Besostri – conferma che quel partito ha perso ogni contatto con la realtà».

Democrack

Italicum e Ulivo, gli opposti Pd

Democrack. Polemica fra Renzi e minoranza: «C’è un disegno per screditare i gazebo. Mi accusano di non aver rispetto per il centrosinistra? Sono quelli che lo hanno rovinato». Bersani: «Non merita commento». Dal luogo di culto prodiano la ’sinistra’ chiede la modifica della legge elettorale. Per dire sì al quesito costituzionale.

Matteo Renzi con Roberto Giachetti, il candidato sindaco del Pd di Roma

di Daniela Preziosi – ilmanifesto.info, 13 marzo 2016

Lo scontro va avanti per tutto il pomeriggio a colpi di dichiarazioni e twitter. Renzi attacca da Roma, dalla terza giornata di Classe dem, la scuola di formazione Pd, dopo essere andato a trovare l’anziano leader radicale Marco Pannella («Un omaggio doveroso a un grande della storia italiana, l’ho trovato bello tonico»); la minoranza bersaniana risponde dalla kermesse di Perugia. Renzi prima promette che non userà l’occasione per «litigare», ma poi si fa prendere la mano: i giovani dem dispensano applausi ad ogni passaggio, il segretario-premier non resiste e si lancia nel dibattito postumo sull’Ulivo e sul centrosinistra. La minoranza dem, insieme a D’Alema e anche alla sinistra fuori del Pd lo accusa di essere il killer del centrosinistra per via dell’Italicum e del progetto di ’partito della nazione’: «Quelli che oggi mi vogliono dare lezioni e chiedono più rispetto per la storia dell’Ulivo sono quelli che hanno distrutto l’Ulivo consegnando per vent’anni anni l’Italia a Berlusconi». Da Perugia, e precisamente dal luogo in cui nel 2006 Prodi riunì i suoi ministri per affiatare il governo – senza ottenere i risultati sperati, notoriamente – risponde Pier Luigi Bersani, già ministro dei governi dell’Ulivo e dell’Unione: «Affermazioni del genere non meritano un commento. Renzi ricordi che noi l’abbiam fatto l’Ulivo».

Poi c’è la questione delle primarie. A Roma D’Alema annuncia che non voterà il candidato dem Giachetti; a Napoli Bassolino chiede di annullare il risultato della consultazione. Renzi, senza nominare nessuno dei né l’ex premier né l’ex governatore, non fa sconti: «Esiste un disegno per screditare le primarie», «Il principio del ’chi perde se ne va’ non mette in discussione le primarie ma mette in discussione il partito. Chi perde resta nel partito e fa battaglia dentro il partito, come ha detto Cuperlo che ringrazio, non prende il pallone e se ne va per conto suo e scappa». Infine: la minoranza Pd medita la scissione e punta a far perdere Renzi alle amministrative, come da lettura dei media? «Chi cerca di utilizzare strumentalmente il risultato delle amministrative in chiave interna sbaglia campo di gioco. Il campo di gioco c’è: chi vuole mandarmi a casa, la battaglia la farà al congresso del 2017». Ma da Perugia le accuse sono rispedite al mittente: «Noi non restiamo nel Pd, noi siamo il Pd. Il che è una cosa più profonda», si sgola Roberto Speranza. E su Renzi: «Sono abituato a un’idea di partito in cui il segretario lavora a unire il Pd, non a insultare la minoranza». I bersaniani restano nel partito «con tutti e due i piedi», ripetono Speranza e Bersani.

Ma è vero che non è ancora chiaro come condurranno la campagna del referendum costituzionale. Da Perugia viene rilanciata la richiesta di cambiare l’Italicum. Spiega il senatore Miguel Gotor: «Il problema è il rapporto tra la riforma del bicameralismo e la legge elettorale», «A me interessa capire quale sarà il rapporto con l’Italicum. Se il rapporto resterà questo, ci sarà un tipo di voto. Se sarà modificato, come auspico, ci sarà il sostegno al referendum». E il deputato Andrea De Giorgis: «La legge elettorale così com’è indebolisce la solidità del governo, in quanto riduce e mortifica la rappresentanza». Sull’Italicum, comunque votato dalla gran parte della minoranza Pd, Bersani è drastico: «Ne penso tutto il peggio possibile. Non è una novità e penso che sarebbe interesse di Renzi cambiarlo» perché M5S e destre «avrebbero l’occasione di mettere insieme un listone al ballottaggio e tentare di prendere tutto. Ma non sono sicuro che Renzi abbia ben presente il rischio».
Ma la modifica dell’Italicum e quella della legge elettorale dei futuri senatori sono condizioni per dire no al referendum, libertà che peraltro Renzi ha già annunciato di non voler concedere? Per ora la minoranza Pd non risponde: «Il referendum è lontano», ragiona Gotor, «ora siamo impegnati nelle amministrative che vengono prima e condizioneranno anche il tipo di campagna referendaria del Pd, sia della maggioranza sia della minoranza».

Chi invece ha di fatto già fatto capire che al referendum voterà no è Massimo D’Alema. Che nel pomeriggio arriva a Perugia per discutere di medioriente con il direttore della Stampa Maurizio Molinari. E decide di non rinfocolare le polemiche, e magari anche di rimediare ai giudizi poco generosi che nei due giorni precedenti ha espresso nei confronti della minoranza Pd: «Vorrei esprimere mio apprezzamento per il lavoro di elaborazione, mai come in questo momento c’è bisogno di idee nuove per rilanciare il ruolo della sinistra senza ripercorrere ricette già sperimentate da altri o anche da noi in altre epoche storiche». Vuole essere una frase gentile, ma nel luogo del rimpianto prodiano non suona poi così bene.

*

Bassolino preme sul Pd

Napoli. L’ex governatore spera ancora di essere lui il candidato del partito.

Antonio Bassolino

di Adriana Pollice – ilmanifesto.info, 13 marzo 2016

Al teatro Augusteo ieri mattina Antonio Bassolino ha detto cosa si aspetta dal Pd: «Cancellare il voto nei seggi dove si è violata la democrazia e violentata la Costituzione». Eliminare cioè i cinque gazebo, oggetto dei video di Fanpage e contestati nel primo ricorso (bocciato mercoledì scorso), dal calcolo complessivo: sottraendo quei voti, otterrebbe il ruolo di candidato sindaco della coalizione di centrosinistra a guida dem. «Bisogna cancellare una vergogna, un’offesa alla dignità di 30mila votanti delle primarie – ha proseguito -. C’è ancora la possibilità di ribaltare un autogol, di evitare un nuovo possibile suicidio del Pd».
Il teatro era pieno, circa 1.500 persone radunate per sostenere il secondo tempo di una battaglia che si annuncia lunga, così Bassolino ci scherza su: «Ci sono quasi tutti gli iscritti al partito». Il tesseramento del 2014 ne contava 2.800. In sala il suo stato maggiore a cominciare dal consigliere regionale Antonio Marciano, in prima fila, e l’eurodeputato Massimo Paolucci (fedelissimo di Massimo D’Alema) a coordinare l’organizzazione dietro le quinte. E poi tanti ex assessori, pezzi di apparato dell’epoca bassoliniana, arancioni delusi come Pina Tommasielli e Bernardino Tuccillo. Uno striscione sopra la platea segnalava la presenza dei supporter di San Giovanni a Teduccio, una volta quartiere operaio, da sempre feudo dell’ex governatore. Alle primarie il consigliere comunale della zona, Antonio Borriello, fedelissimo di Bassolino, ha però scelto all’ultimo minuto Valeria Valente: immortalato nel video finito in rete, rischia il deferimento agli organi di garanzia del partito.
Nessun accenno alla lista civica, ma la possibilità resta sul tavolo: «Aspettiamo l’esito del ricorso e poi vediamo» spiega dal palco. Il vicesegretario nazionale, Lorenzo Guerini, venerdì è arrivato in città per parlare con Bassolino, svelenire il clima, soprattutto prendere tempo ed evitare strappi. «Non sono in campo per far perdere il Pd o per perdere io – ha proseguito l’ex governatore -. Combatto per vincere. Domenica sera siamo arrivati a un’incollatura, vincendo politicamente e moralmente. E anche numericamente, se si dicesse la verità su quei seggi».
Stamattina si dovrebbe riunire il comitato delle primarie che dovrà valutare il secondo ricorso, l’esito tuttavia potrebbe slittare a domani. Nel caso di rigetto, ci sarà un nuovo appello agli organi nazionali. Intanto Bassolino prova a tenere alta la pressione sul partito: «Non può esserci un colpo di spugna burocratico, la questione è democratica. Abbiamo bisogno di verità per Napoli, la politica e l’opinione pubblica italiana. Finora ci hanno risposto con cavilli, sentenze preconfezionate tra Roma e Napoli. I ragazzi di Fanpage sono da ringraziare». Un discorso molto duro che, però, nasconde una contraddizione: durante le primarie del 2011, annullate per sospetti brogli, ne chiese comunque la convalida.
Nessuno strappo ma con la dirigenza dem resta un forte gelo: «L’Italia delle primarie non può essere quella dei codicilli. Non lo è stata quando ha vinto Renzi, che io ho votato. I vertici del partito e di Palazzo Chigi riflettano e intervengano. Attendo con fiducia l’esito del nuovo ricorso. Domenica sera mi sarei aspettato, un po’ ingenuamente, che squillasse il telefono da Napoli e Roma per dire ’grazie Antonio, hai contribuito a far vivere la politica’. Invece niente».
L’unica contestazione arriva dal Comitato cassintegrati e licenziati Fiat: vestiti da pulcinella, si sono presentati in quattro all’Augusteo per promuovere la loro lista operaia alle prossime comunali. I toni forti contro l’ex governatore non sono piaciuti, i supporter di Bassolino li hanno spintonati via.
La battaglia per adesso è in stallo: Valeria Valente, uscita vincitrice dalle urne con 542 voti, attende in silenzio l’esito del nuovo ricorso ma chiede di visionare i video completi sospettando che si sia scelto di danneggiare una parte sola. Bassolino è deciso a non fermarsi.

Vulnus

segnalato da Barbara G.

Accolti sei motivi di incostituzionalità dell’Italicum dal Tribunale di Messina

criticaliberale.it, 24/02/2016

Primo risultato a Messina, accolti sei motivi di incostituzionalità dell’Italicum.

Tribunale di Messina rimette alla Corte Cost. 6 delle 13 q. l. c. sollevate dai ricorrenti messinesi, accogliendo le argomentazioni del ricorso, ha rilevato dei profili di incostituzionalità dell’Italicum ed ha interpellato la Corte Costituzionale che adesso è investita della questione e dovrà giudicare se l’Italicum è incostituzionale. Con il ricorso, analogamente a quelli proposti dinanzi ad altri 18 Tribunali peninsulari, i cittadini elettori hanno richiesto di sentir dichiarare il loro diritto al voto libero ed eguale, secondo modalità conformi alla Costituzione, asseritamente violata, come fu per il porcellum, dall’Italicum. Primo in Italia, il Tribunale di Messina, con ordinanza 17/24.2.2016 ha dichiarato:  “sono rilevanti e non manifestamente infondate le questioni di costituzionalità sollevate nel giudizio, tutte incidenti sulle modalità di esercizio della sovranità popolare” approvando il ricorso in merito a sei, delle tredici, motivazioni presentate, in particolare nei seguenti motivi :

III° MOTIVO – Il “vulnus” al principio della rappresentanza territoriale.

IV° MOTIVO – Il “vulnus” ai principi della rappresentanza democratica.

V° MOTIVO – La mancanza di soglia minima per accedere ballottaggio.

VI° MOTIVO – Impossibile scegliere direttamente e liberamente i deputati.

XII° MOTIVO – Irragionevoli le soglie di accesso al Senato, residuate nella L. 270-2005

XIII MOTIVO – Irragionevole applicazione della nuova normativa elettorale per la Camera a Costituzione vigente per il Senato, non ancora trasformato in camera non elettiva, come vorrebbe la riforma costituzionale.

Ha pertanto disposto la trasmissione degli atti alla Corte Costituzionale, chiamata a pronunciarsi, ancor prima che la legge elettorale italicum venga applicata, onde non vanificare i diritti elettorali dei cittadini italiani, sulla legittimita’ costituzionale della stessa.

In caso di pronuncia di incostituzionalita’, gli effetti della sentenza della Corte, come fu per il porcellum, potranno condurre a votare secondo le regole del c.d, consultellum ( niente liste bloccate, niente premio di maggioranza senza soglia al ballottaggio).

Viene messo in discussione l’impianto derivante dal combinato disposto della riforma costituzionale in fase di approvazione e la legge elettorale ultrapremiale italicum, nei termini denuciati dai cittadini ricorrenti in Sicilia e in tutta Italia dal gruppo di avvocati organizzati dall’Avv.Felice Besostri. Il ricorso presentato a Messina è uno dei 18 depositati in diversi tribunali italiani. Un’iniziativa nata nell’ambito del Coordinamento per la  Democrazia Costituzionale, a curare il ricorso presentato a Messina, l’avvocato già Senatore e membro del CSM, Enzo Palumbo e gli avvocati  Tommaso Magaudda, Francesca Ugdulena, Giuseppe Magaudda.

Smontiamo l’Italicum

Italicum, 15 ricorsi in Corte d’appello su premio di maggioranza e ballottaggio. Due quesiti referendum in Cassazione

L’iniziativa è stata promossa dal Coordinamento democrazia costituzionale ed è guidata dall’avvocato che smontò il Porcellum. Tra i firmatari anche esponenti della minoranza Pd.

di F. Q. | 26 ottobre 2015

Ricorsi in quindici corti d’Appello e due quesiti per altrettanti referendum abrogativi depositati in Cassazione. La guerra all’Italicum è iniziata e a guidarla è il Coordinamento democrazia costituzionale che ha scelto di affidarsi all’avvocatoche già vinse una volta contro il Porcellum: Felice Besostri. Il legale, ex candidato M5S alla Consulta, a dicembre 2014 insieme al collega Aldo Bozzi riuscì ad ottenere la bocciatura da parte della Corte costituzionale della precedente legge elettorale. Al centro delle contestazioni sul nuovo sistema di voto: ancora una volta il premio di maggioranza, il metodo del ballottaggio e le norme sulle minoranze linguistiche.

Tra i firmatari dell’iniziativa ci sono diversi esponenti della minoranza Pd (Alfredo D’Attorre, Paolo Corsini, Lucrezia Ricchiuti, Corradino Mineo, Felice Casson e Walter Tocci). Poi i giuristi Gustavo Zagrebelsky, Nadia Urbinati e Sandra Bonsanti e rappresentanti dell’opposizione in Parlamento: l’ex Pd Stefano Fassina, gli esponenti Sel Loredana De Petris e Giorgio Airaudo. Il Movimento 5 Stelle ha annunciato di volersi accodare all’iniziativa. Da Palazzo Chigi fanno sapere di essere tranquilli e di valutare i ricorsi “prematuri” in quanto la legge, approvata a maggio 2015, entrerà in vigore a luglio 2016. “Sono un’iniziativa assolutamente rispettabile”, ha commentato il capogruppo Pd Ettore Rosato, “ma non siamo preoccupati rispetto alla tenuta del testo della legge elettorale, che è coerente con i principi affermati dalla sentenza della Corte costituzionale sul Porcellum”.

Obiettivo dell’azione giudiziaria: veder dichiarate incostituzionali parti del sistema di voto, seguendo un iter analogo a quello che portò allo stesso risultato rispetto al cosiddetto Porcellum. Destinatari dei ricorsi i 26 distretti di Corti d’Appello, ma anche singoli Tribunali civili. “Non possiamo aspettare 7 anni come l’altra volta”, aveva detto Besostri a maggio scorso a ilfattoquotidiano.it, “e speriamo che almeno un giudice faccia ricorso alla Consulta. Sono interventi riservati al singolo cittadino elettore”. Secondo l’avvocato i tempi questa volta potrebbero essere più rapidi: “Dipende dal magistrato: ma la questione si potrebbe risolvere anche in pochi mesi. Nel precedente del Porcellum si è perso tempo perché il tribunale e la Corte d’appello non avevano accettato il ricorso e abbiamo dovuto aspettare la Cassazione. Ma poi tra il deposito e la sentenza sono passati pochi mesi”. La seconda strada su cui intende muoversi il Coordinamento è quella del referendum abrogativo. In mattinata una delegazione ha depositato due quesiti sulla cui ammissibilità dovrà esprimersi la corte di Cassazione: questi riguardano la cancellazione della priorità assegnata alla figura dei capilista nei vari collegi con la facoltà loro concessa di candidature plurime e l’abbandono del meccanismo del premio e del ballottaggio.

Secondo Besostri sono 5 i punti di criticità che presenta l’Italicum. Innanzitutto “delegittima la Corte costituzionale“. Poi il premio di maggioranza: “Espresso in una percentuale minima di seggi, anche se prevede una soglia, non supera la contraddizione fondamentale che è tanto più consistente quanto minore è il consenso elettorale della lista beneficiaria”. Sotto accusa anche “la distribuzione del premio nelle circoscrizioni” perché sarebbe affidata a un algoritmo influenzato dalla partecipazione elettorale e dall’entità dei voti per liste sotto soglia nei collegi e nelle circoscrizioni. Inoltre il ballottaggio che “costituisce un modo di aggirare la necessità di una soglia minima per l’attribuzione del premio”. Infine le minoranze linguistiche: “Eleggono i loro rappresentanti al primo turno, ma contano ai fini del premio di maggioranza e partecipano al secondo turno, mentre gli italiani all’estero no”.

La nuova legge elettorale è stata impugnata con una serie di ricorsi analoghi, depositati in contemporanea, tra cui compaiono le sedi di Roma, Milano, Napoli, Venezia, Firenze, Genova, Catania, Torino, Bari, Trieste e Perugia. Ora spetta ai giudici valutare se accogliere le istanze. La vicenda ricorda quello che successe solo due anni fa con la precedente legge elettorale. La Consulta infatti a dicembre 2014 stabilì che il “Porcellum” era incostituzionale. I giudici hanno bocciato il premio di maggioranza del vecchio sistema perché, come si legge nelle motivazioni della sentenza, “foriero di una eccessiva sovra-rappresentazione e può produrre una distorsione, perché non impone il raggiungimento di una soglia minima di voti alla lista”. Ma nel mirino c’erano anche le liste bloccate “lunghe“, senza però escludere la possibilità di fare ricorso a delle liste “corte” che prevedono un “numero dei candidati talmente esiguo da garantire l’effettiva conoscibilità degli stessi”.

La peggior riforma

di Gaetano Azzariti, Lorenza Carlassare, Gianni Ferrara, Alessandro Pace, Stefano Rodotà, Massimo Villone – ilmanifesto.info, 13/10/2015

La proposta di legge costituzionale che il senato voterà oggi dissolve l’identità della Repubblica nata dalla Resistenza.

È inaccettabile per il metodo e i contenuti; lo è ancor di più in rapporto alla legge elettorale già approvata. Nel metodo: è costruita per la sopravvivenza di un governo e di una maggioranza privi di qualsiasi legittimazione sostanziale dopo la sentenza con la quale la Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità del «Porcellum». Molteplici forzature di prassi e regolamenti hanno determinato in parlamento spaccature insanabili tra le forze politiche, giungendo ora al voto finale con una maggioranza raccogliticcia e occasionale, che nemmeno esisterebbe senza il premio di maggioranza dichiarato illegittimo.

Nei contenuti: la cancellazione della elezione diretta dei senatori, la drastica riduzione dei componenti — lasciando immutato il numero dei deputati — la composizione fondata su persone selezionate per la titolarità di un diverso mandato (e tratta da un ceto politico di cui l’esperienza dimostra la prevalente bassa qualità) colpiscono irrimediabilmente il principio della rappresentanza politica e gli equilibri del sistema istituzionale. Non basta l’argomento del taglio dei costi, che più e meglio poteva perseguirsi con scelte diverse. Né basta l’intento dichiarato di costruire una più efficiente Repubblica delle autonomie, smentito dal complesso e farraginoso procedimento legislativo, e da un rapporto stato-Regioni che solo in piccola parte realizza obiettivi di razionalizzazione e semplificazione, determinando per contro rischi di neo-centralismo.

Il vero obiettivo della riforma è lo spostamento dell’asse istituzionale a favore dell’esecutivo. Una prova si trae dalla introduzione in Costituzione di un governo dominus dell’agenda dei lavori parlamentari. Ma ne è soprattutto prova la sinergia con la legge elettorale «Italicum», che aggiunge all’azzeramento della rappresentatività del senato l’indebolimento radicale della rappresentatività della camera dei deputati. Ballottaggio, premio di maggioranza alla singola lista, soglie di accesso, voto bloccato sui capilista consegnano la camera nelle mani del leader del partito vincente — anche con pochi voti — nella competizione elettorale, secondo il modello dell’uomo solo al comando. Ne vengono effetti collaterali negativi anche per il sistema di checks and balances. Ne risente infatti l’elezione del Capo dello Stato, dei componenti della Corte costituzionale, del Csm. E ne esce indebolita la stessa rigidità della Costituzione. La funzione di revisione rimane bicamerale, ma i numeri necessari sono alla Camera artificialmente garantiti alla maggioranza di governo, mentre in senato troviamo membri privi di qualsiasi legittimazione sostanziale a partecipare alla delicatissima funzione di modificare la Carta fondamentale.

L’incontro delle forze politiche antifasciste in Assemblea costituente trovò fondamento nella condivisione di essenziali obiettivi di eguaglianza e giustizia sociale, di tutela di libertà e diritti. Sul progetto politico fu costruita un’architettura istituzionale fondata sulla partecipazione democratica, sulla rappresentanza politica, sull’equilibrio tra i poteri.

Il disegno di legge Renzi-Boschi stravolge radicalmente l’impianto della Costituzione del 1948, ed è volto ad affrontare un momento storico difficile e una pesante crisi economica concentrando il potere sull’esecutivo, riducendo la partecipazione democratica, mettendo il bavaglio al dissenso. Non basta certo in senso contrario l’argomento che la proposta riguarda solo i profili organizzativi. L’impatto sulla sovranità popolare, sulla rappresentanza, sulla partecipazione democratica, sul diritto di voto è indiscutibile. Più in generale, l’assetto istituzionale è decisivo per l’attuazione dei diritti e delle libertà di cui alla prima parte, come è stato reso evidente dalla sciagurata riforma dell’articolo 81 della Costituzione.

Bisogna dunque battersi contro questa modifica della Costituzione. Facendo mancare il voto favorevole della maggioranza assoluta dei componenti in seconda deliberazione. E poi con una battaglia referendaria come quella che fece cadere nel 2006, con il voto del popolo italiano, la riforma — parimenti stravolgente — approvata dal centrodestra.

QUI il testo della riforma

Il giorno della spaccatura

segnalato da barbarasiberiana

ITALICUM, IL GIORNO DELLA SPACCATURA DEL PD. BERSANI, SPERANZA E LETTA VOTANO CONTRO RENZI

La giornata che era iniziata con la bocciatura delle pregiudiziali delle opposizioni si chiude nel caos per i democratici dopo la decisione di porre la fiducia. E ora il premier vuole asfaltare i suoi oppositori.

Di Marco Damilano – espresso.repubblica.it, 28/04/2015

C’è un seggio vuoto nell’aula di Montecitorio, accanto a quello occupato dal vice-segretario del Pd, il renziano Lorenzo Guerini, e resterà a lungo senza occupante. È il posto del capogruppo dimissionario Roberto Speranza, in dissenso con il segretario-premier Matteo Renzi. Alle tre e venti del pomeriggio, quando la ministra (così la chiama anche il circuito interno della Camera) delle Riforme Maria Elena Boschi dichiara che il governo metterà la fiducia sulla legge elettorale Italicum, Speranza non c’è.

Arriva più tardi, verso le quattro, mentre l’aula ribolle di rabbia: crisantemi lanciati contro i banchi del governo, urla contro la presidente della Camera Laura Boldrini («venduta!») e contro il governo («maiali, rottinculo», grida il forzista Maurizio Bianconi), sottili disquisizioni («Renzi fascista», esclama il forzista Renato Brunetta). Speranza si siede, imbarazzo con Guerini, i due quasi non si parlano, immagine chiave di una giornata che non potrà essere dimenticata.

Qualche minuto dopo, infatti, il mite, riflessivo, posato ex capogruppo annuncia il suo strappo: non voterà la fiducia al governo Renzi. Il Pd si spacca, sul provvedimento decisivo, la legge elettorale. A furia di tirare di qui e di là, la forzatura di Renzi produce un risultato certo, l’Italicum approvato a passo di carica, e una drammatica spaccatura nel Pd dove un’ala parla di Renzi come Enrico Berlinguer parlava di Bettino Craxi nel 1984, ai tempi della scala mobile. «È in gioco la democrazia», alza la voce Pier Luigi Bersani. Anche lui non voterà la fiducia, come Rosy Bindi. La minoranza del Pd passa all’opposizione. E in serata si aggiunge un altro no pesante: quello dell’ex premier Enrico Letta.

Eppure la seduta era partita più che soft: soporifera. E il voto sulle pregiudiziali di incostituzionalità , a voto segreto, alle due del pomeriggio avevano consegnato al governo il più schiacciante dei risultati. Più di centosettanta voti di scarto, 384 a 209 nel caso del primo voto, 385 a 208 nel secondo, nel segreto dell’urna, un baratro tra maggioranza e opposizione, a prova di qualunque imboscata di eventuali franchi tiratori. In Transatlantico, nella pausa pranzo, in molti scommettevano che con numeri così rassicuranti difficilmente Renzi avrebbe potuto mettere la fiducia per ammazzare il dibattito. Solo in due casi, infatti, la fiducia è stata utilizzata sulle leggi elettorali: nel 1923, governo Mussolini sulla legge Acerbo, e nel 1953, governo De Gasperi sulla legge Scelba, la legge-truffa. Altri tempi, di tragedia e di tensione. Oggi, 27 aprile 2015, il clima dentro e fuori l’aula era piuttosto grigio, di ferro e di fumo, di contrapposizioni arrugginite, di stanchezza.

Invece all’ora del supplì si è consumata una partita a poker con doppio bluff. Il bluff degli oppositori dell’Italicum: dimostrare che i numeri erano sicuri per poi tendere qualche trappola in qualche voto segreto su un emendamento minore. E quello di Renzi: fingere di credere alle buone intenzioni dichiarate della minoranza interna al Pd. Così il premier che aveva già vinto la partita ha proseguito nell’unico schema che gli è congeniale, come un giocatore costretto a ripetere all’infinito sempre la stessa mossa: stravincere. Asfaltare, come si dice su twitter, gli avversari. Non perdere un minuto. Correre, correre sempre. Si è vinto nei voti segreti? Bisogna stravincere.

Alle tre e venti tocca alla Boschi annunciare la fiducia che azzera il dibattito. L’aula esplode. Insulti, «non si tirano fiori in aula», si duole la Boldrini con i colleghi di Sel. «Non ci farete diventare un’aula di manipoli renziani. Diciamo no al fascismo di Renzi!», tuona Brunetta, beccandosi il rimprovero di Ignazio La Russa, «questa è una farsa, non è il fascismo!». «Questo voto è un’occasione perduta. Sarà lacerante. E sulla legge elettorale esiste l’eterogenesi dei fini, chi la fa per se stesso finisce per favorire qualcun altro», ragiona il decano di Montecitorio Pino Pisicchio, antica saggezza democristiana. La Lega non trattiene la contentezza. Il Movimento 5 Stelle alza il tono e promette due giorni di fuoco. Ma la polveriera è altrove. Nel Pd.

Il partito più grande, in questo momento, non ha neppure un capogruppo. A sostituirlo non è lo zelante Ettore Rosato, il vero capogruppo del Pd si chiama Matteo Renzi. Con la fiducia sull’Italicum ogni ponte è saltato. Il 15 gennaio di un anno fa il neo-eletto segretario del Pd aveva motivato l’incontro del Nazareno con Silvio Berlusconi con la necessità di una maggioranza larga per fare le riforme: «non è nel nostro stile farle da soli». Ah, che disgrazia le questioni di stile, dice la canzone di Ivano Fossati, al diavolo lo stile, domani l’Italicum sarà, forse, una buona legge elettorale invidiata da tutti, come promette Renzi, ma oggi è il nome di una divisione che attraversa quel che resta del Parlamento e spacca il Pd, rottama gli ultimi leader del passato. Per paura o per arroganza o per entrambe le cose. O per la coazione a ripetere di un leader costretto a interpretare sempre se stesso. Senza alternative.

QUI l’articolo completo di video.

“Avanti tutta”

Segnalato da transiberiana9

ITALICUM, OPPOSIZIONI VIA DA COMMISSIONE. FI, SEL, LEGA E FDI: PD SE LO VOTI DA SOLO.

Aventino di tutti i gruppi di minoranza che si aggiungono al M5s. Guerini: “Mi sembra più una cagnara”. Renzi: “Avanti tutta, sostituire i commissari?Necessario per la democrazia”

Ilfattoquotidiano.it, 21/04/2015

L’Italicum se lo voti da solo il Pd. Anzi, neanche tutto. Leopposizioni abbandonano i lavori della commissione Affari costituzionali della Camera. Insieme al Movimento Cinque Stelle si mettono fuori anche Lega Nord, Sel, Fratelli d’Italia e Forza Italia (che finora aveva sempre votato la riforma elettorale negli altri passaggi parlamentari). Così si intrecciano il caos interno al Pd culminato con la sostituzione “ad hoc” di 10 commissari contrari all’Italicum (tra questi Bersani, Cuperlo e Bindi) e l’annuncio di una battaglia parlamentare che si annuncia più complicata del previsto per la maggioranza e in particolare per Matteo Renzi. Il capo del governo e segretario del Pd definisce “necessaria per la democrazia” la sostituzione dei deputati in commissione, mentre il ministro per le Riforme Maria Elena Boschi aggiunge che le minoranze hanno “poca dimestichezza con le regole della democrazia, non capisco questo atteggiamento”.

“Lasceremo al Pd tutta la responsabilità di approvarsi in Commissione l’Italicum blindato – spiega il capogruppo berlusconiano Renato Brunetta – a disonore del Partito democratico stesso”. Come già successo in altre occasioni si è formato, sulla questione, un inedito asse con Sel: “Non siamo abituati alle farse – dice il presidente dei deputati vendoliani,Arturo Scotto – E’ un fatto senza precedenti, è evidente che Renzi tratta la commissione come una sezione del Pd”. PerCristian Invernizzi (Lega Nord) nessuno ha voglia di “mischiarsi ai burattini di Renzi e di fare il loro gioco”. Secondo i regolamenti parlamentari di Montecitorio con l’abbandono dei lavori della commissione, cadono anche gli emendamenti proposti dalle opposizioni che rappresentano la gran parte dei 97 ammessi in votazione. Fratelli d’Italia, ha spiegato Ignazio La Russa, lascerà la commissione dopo aver illustrato le proposte di modifica. In questo modo si arriverà ancora più velocemente all’approvazione del testo.

Il Pd non sembra preoccupato, anzi: “L’Aventino non lo capisco – dice il vicesegretario Lorenzo Guerini – la commissione viene convocata secondo tempi e procedure sempre applicate, non c’è nessuna forzatura. Mi pare ci sia solo la volontà di fare un po’ di cagnara. La verità è che c’è qualcuno che non sa come spiegare come si fa a non votare una legge già votata in Senato e che ora è identica in commissione alla Camera”. Il riferimento è in particolare a Forza Italia che nel corso dei mesi ha contribuito a scrivere e ha accettato le successive modifiche alla riforma elettorale, con tanto di incontri tra Renzi e Silvio Berlusconi in persona. “Oggi fa scelte differenti, ma non sul merito della legge, e si è chiamata fuori scegliendo una deriva polemica non utile a Fi stessa”.

Il presidente della commissione Francesco Paolo Sisto (Forza Italia) ha sospeso i lavori per un’ora per vedere se i gruppi di opposizione ci ripensano, ma la Boschi ha assicurato che “se non dovessero rientrare proseguiremo con i lavori perché sono nove anni che aspettiamo di avere una nuova legge elettorale. La scelta di alcuni gruppi non possa interrompere un percorso di riforme che la maggioranza e il governo hanno diritti a portare avanti”.

In mattinata Guerini e Renzi avevano incontrato una delegazione di Scelta Civica, guidata dal segretario (e sottosegretario all’Economia) Enrico Zanetti. Quel che resta dei montiani, che lunedì avevano fatto capire che avrebbe disertato i lavori, ci hanno ripensato: resteranno in commissione e discuteranno i loro emendamenti perché “la legge elettorale sia migliorabile ma non invotabile“. Il Pd continua a cercare partiti-nanetti di maggioranza per rinsaldare il pacchetto di voti: tra i corteggiati c’è anche Per l’Italia-Centro Democratico.

Nel frattempo è stata ufficializzata la sostituzione dei 10 deputati Pd in commissione Affari costituzionali che non sono d’accordo con la linea del partito decisa nella direzione del Nazareno e poi ribadita nell’assemblea dei parlamentari democratici di Montecitorio. Ad essere sostituiti sono Pier Luigi Bersani, Gianni Cuperlo,Rosy Bindi, Andrea Giorgis, Enzo Lattuca, Alfredo D’Attorre, Barbara Pollastrini, Marilena Fabbri, Roberta Agostini e Marco Meloni. “Chi grida allo scandalo perché alcuni deputati sono sostituiti – scrive Matteo Renzi in un post su facebook – dovrebbe ricordare che è non solo normale ma addirittura necessario se crediamo ai valori democratici: si chiama democrazia quella in cui si approvano le leggi volute dalla maggioranza, non in cui vincono i blocchi imposto dalle minoranze”. D’altra parte “ci hanno insegnato che quando si vota all’interno di una comunità si rispettano le decisioni prese assieme”. I nuovi commissari Pd sono David Ermini, Alessia Morani,Giampaolo Galli, Franco Vazio, Stefania Covello, Paola Bragantini, Stella Bianchi, Maria Chiara Gadda, Edoardo Patriarca e Ileana Piazzoni.

L’ex presidente del partito Gianni Cuperlo parla di “un episodio che credo abbia pochi precedenti nella cronaca parlamentare. E’ successo in passato che un singolo parlamentare sia stato sostituito in commissione, ma qua siamo di fronte a unasostituzione di massa. E’ un precedente che forse dovrebbe fare riflettere. Io non ho mai chiesto all’assemblea del mio gruppo di essere sostituito nella commissione”.