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Gli jihadisti raccontano…

segnalato da Barbara G.

Il gruppo Stato islamico raccontato da quattro jihadisti

Nella città costiera di Jableh, nel nord della Siria, dopo una serie di attentati rivendicati dal gruppo Stato islamico, il 23 maggio 2016. (Afp)

Subito dopo la fondazione del califfato, i miliziani del gruppo Stato islamico (Is) hanno abbattuto con una ruspa la frontiera tra la Siria e l’Iraq. Perché il califfato, in teoria, è universale: nella realtà, però, è profondamente influenzato dai contesti nazionali. I suoi tre bastioni, la Siria, l’Iraq, la Libia, non hanno molto in comune. Se in Libia la guerra è questione di milizie e tribù, per tanti in Siria l’Is è ancora il male minore rispetto al presidente Bashar al Assad, mentre in Iraq, in fondo, esprime la voglia di rivalsa dei sunniti, che erano al potere con Saddam Hussein e ora sono emarginati dalla maggioranza sciita.

E se a Parigi, a Bruxelles, in Europa si parla di islamizzazione del radicalismo, più che di radicalizzazione dell’islamismo, perché a muovere i foreign fighters spesso è tutto tranne che la religione, altrove, come in Tunisia, nei Balcani, nel Caucaso, molti miliziani dell’Is non sembrano essere un fenomeno poi così nuovo: sono mercenari. Combattono per uno stipendio. Il califfato vuole essere universale ma poi cambia di paese in paese. Di jihadista in jihadista.

Abdo, 23 anni, Aleppo

Quando ho conosciuto Abdo aveva un piercing al sopracciglio. Era al primo anno di università, e si era trasferito da Damasco ad Aleppo per unirsi ai ribelli. Distribuiva pane. Oggi ha 23 anni, e distribuisce ancora pane. Ma è del gruppo Stato islamico.

Ufficialmente si occupa di logistica: ci ritroviamo per caso nello stesso caffè a Urfa, in Turchia, una delle città di confine dove fanno base molte ong. La presenza dell’Is, qui, non è un segreto. A ottobre due attivisti siriani sono stati uccisi e decapitati. Per l’Is è stato facile infiltrarsi, anche perché alcune ong hanno scelto di assumere dei jihadisti: spesso avere in auto uno come Abdo è il solo modo per poter passare un checkpoint. Anche se nessuno può ammetterlo, tutta l’area di confine è ormai un sottobosco di relazioni ambigue. L’unica certezza, per ora, è che Abdo è arrivato ieri per una riunione, e domani torna ad Aleppo: per lui la frontiera è aperta. Per tutti gli altri no: la polizia spara sui profughi che tentano di attraversare.

Ad Aleppo, a un certo punto, Abdo è stato anche mio vicino di casa. Abbiamo cenato insieme mille volte. Ma non per questo ha voglia di parlare con me. “Perché mai dovrei parlarti? Nessun giornale ha un corrispondente dall’America che non parla l’inglese, e invece qui è normale che fate gli esperti di Siria e neanche conoscete l’arabo”, mi dice. “Ma cosa pensi di capire? Stai qui perché senza la guerra non sei nessuno. E invece così scrivi libri, giri il mondo… Guadagni con i morti. Non ho bisogno di te. Se ho voglia di dire qualcosa, ho internet, posso dirla da solo”.

Neppure i siriani però sembrano avere bisogno di te, gli dico. “Quali siriani?”, mi risponde duro. “Gli amici tuoi? I siriani che campano con lo stipendio delle vostre ong, e stanno al vostro servizio, a distribuire aiuti umanitari a quelli che voi stessi assediate e affamate? State tutti dalla parte di Assad: una mano li bombarda, e l’altra va a incerottarli. Noi abbiamo creato un governo dal nulla, dalle macerie, e nessuno fa la fame. Abbiamo ripristinato l’acqua, l’elettricità, riparato le strade. Una guerra non si vince senza sangue e sacrifici. E l’Europa, allora? Non fu liberata con le armi? Se i musulmani vogliono liberarsi dal nazismo, oggi, la guerra è un male necessario. Ed è una cosa chiara a tutti i siriani. Voi giudicate un governo in tempo di guerra con gli stessi criteri con cui lo giudichereste in tempo di pace”, dice. “Vedi? Non ha senso parlarti. Sei in malafede”.

“Non siamo in crisi. Tu ti perdi nella cronaca, Kobane, Ramadi, Palmira… E anche con Falluja, ora, cosa cambia?”, dice. “A me interessa il senso delle cose, la direzione ultima della storia. Vent’anni fa non esistevamo. Oggi siamo al centro dell’attenzione. Oggi negli Stati Uniti c’è una città a maggioranza musulmana [Hamtramck, vicino a Detroit]. Possiamo perdere Raqqa e Mosul ma possiamo comunque colpirvi in qualsiasi momento. Non ho bisogno di organizzare un attentato come quello dell’11 settembre. Posso spaccarti la testa con un mattone in questo esatto istante. Dove c’è un infedele, c’è un pericolo”.

Molti siriani sono arrivati all’Is da altre milizie jihadiste, cercando di unirsi a chi era meglio armato e finanziato. Abdo invece ha scelto subito l’Is. Per lui, avanzare per gradi ha significato la morte di tutti quelli che aveva intorno. Ha perso tutti, tre fratelli, una sorella, e anche il padre, morto di cancro a Damasco. Del gruppo con cui distribuiva il pane non è rimasto nessuno. Ma la morte, dice, non gli fa paura. “Sono pronto. La mia battaglia è ancora quella del primo giorno: libertà e dignità. Solo che ora ho capito che i nemici sono molti di più, e molto più forti di quanto credevo, la battaglia è molto più complessa: altrimenti sostituisci un’oppressione con un’altra, nient’altro. I ribelli vogliono solo arricchirsi. Non bisogna conquistare il potere, ma cambiare il modo in cui il potere è esercitato. E non ho paura di morire per questo. È il segno che sono sulla giusta via”.

Bilal, 31 anni, Tunisi

“Era il sogno di tutti, qui: Lampedusa. E invece ora il sogno è Raqqa. Lo Stato islamico. Andare in Italia non ha senso. Finisci in mezzo a una strada, a riempire casse di pomodori, venti euro per dodici ore e sempre a nasconderti, sempre con la paura addosso perché sei clandestino. Francia, Svezia, non fa differenza. Anche se hai un lavoro vero, in Europa resti sempre un arabo. Uno che se guarda una ragazza, lei chiama la polizia. Sempre un ospite, mai un cittadino, uno che deve scusarsi per essere lì. E invece non rubiamo lavoro a nessuno: anzi, siamo gli schiavi che consentono alla vostra economia di girare. Di cosa dovrei ringraziarti? Se tu hai quello che hai, è perché io non ho niente”.

Un ponte distrutto dal gruppo Stato islamico a Manbij, nel nord della Siria, il 23 giugno 2016. - Delil Souleiman, Afp

Un ponte distrutto dal gruppo Stato islamico a Manbij, nel nord della Siria, il 23 giugno 2016.(Delil Souleiman, Afp)

“Ma non ha senso rimanere qui. Perché in apparenza io e te siamo simili, è vero, la vita in Tunisia, l’unico paese dove la rivoluzione ha avuto successo, è una vita normale, dicono così, no? Ma osservami bene: io non ho che una copia di quello che hai tu. I jeans, il giubbotto di pelle… E invece è tutto finto. Non è pelle, è plastica. Sembriamo simili, ma io torno a casa stasera, a un’ora da qui, in un posto che non è la Tunisia che conosci tu, non è la Tunisia della Lonely Planet, è una fogna dove non ho l’elettricità, non ho l’acqua calda, ho solo un materasso per terra e delle coperte. Non ho neanche un lavoro, in realtà, è finto anche questo, e non solo perché sono un ingegnere e qui faccio la guida per i turisti, ma perché con quello che guadagno mi pago a stento i mezzi per venire qui, come mi pago una casa? Io torno a casa, la sera, e mi sento uno zero. Ho 31 anni, una laurea, e devo ancora chiedere a mio padre gli spiccioli per le sigarette. Se anche tu mi guardassi, non potrei permettermi di fare lo stesso, perché non potrei offrirti neanche un caffè per fare due chiacchiere. Non ho niente, posso solo tornare qui domani e vivere un altro giorno del cazzo identico a questo. Non sono niente”.

“Ho creduto nella rivoluzione. Ma è stato tutto inutile. Dite che la Tunisia è stabile, ma è immobile. Nel resto del mondo a vent’anni sei pieno di energie, di progetti. Avviare un’impresa, iscriverti a un dottorato. Cambiare città. O anche solo un viaggio, una vacanza. L’auto nuova. Ma io? Io la vita la vedo solo attraverso voi turisti. Mentre vi spiego Annibale, Cartagine, mentre guardate i mosaici: e vi guardo, intanto, guardo le vostre camicie dal taglio perfetto, le borse di cuoio, l’iPhone, e questa pelle liscia, sì, senza rughe, tracce di terra, le dita di chi non deve guadagnarsi il pane con il sudore, vi guardo, e immagino questa vita che non potrò mai avere, quello che per voi è normale, i figli, l’ufficio, la partita di calcetto. Vi guardo e vi odio. Abbiamo sbagliato, abbiamo pensato che il nemico fossero i vari Ben Ali: e invece avevamo contro tutto il mondo, perché quando 62 miliardari possiedono la stessa ricchezza di metà della popolazione del pianeta, quando un intero paese come la Grecia fa la fame, ed è la Grecia, non è la Somalia, è l’Europa, allora non è il problema di Ben Ali e dei conti svizzeri di sua moglie: è che tutti voi dovete rinunciare a qualcosa. Se io non ho niente, è perché tu hai tutto. Ma non l’avevamo capito. Non avevamo capito che la battaglia non si poteva vincere solo in Tunisia, perché non riguardava solo la Tunisia. Che non era solo questione di cambiare un governo, di rovesciare un regime. Perché siamo poveri, secondo te? Perché siamo analfabeti? Se siamo poveri, è prima di tutto a causa dell’Unione europea. Fate i paladini del libero mercato: poi versate sussidi ai vostri agricoltori e vietate le importazioni in Africa, mentre i vostri agricoltori esportano qui a prezzi più bassi dei nostri. Il libero commercio è la vostra libertà di produrre e vendere, e la nostra di comprare e indebitarci. Invece di studiare l’islam, vai a vedere cosa fanno il Fondo monetario internazionale, le multinazionali. Invece di pensare a Raqqa, pensa a Bruxelles. Abbiamo fallito non perché abbiamo osato troppo, ma perché abbiamo osato troppo poco”.

“Io non voglio diventare come te, non voglio fare una rivoluzione per diventare uno che per conservare i suoi privilegi, per comprarsi l’iPhone nuovo ogni sei mesi, è disposto ad affamare il resto del mondo. Perché questa è la tua società, questa è la tua cultura, mica Kant e Rousseau. Tu non ne vedi la violenza perché è una violenza sofisticata, ma non per questo meno feroce. Il sangue è la violenza dei poveri. E io non ho alternative. Non ho niente da perdere. Grazie all’11 settembre, siamo tornati a esistere. Se è di questo che avete bisogno per capire, per accorgervi di noi, l’avrete”.

Kareem, 57 anni, Baghdad

“Venite quando preferite”, dice gentile un assistente. “Il dottor Kareem sarà qui dalle 11”. In Iraq i comandanti dell’Is ti fissano un appuntamento come i geometri del catasto. Non sono miliziani, sono funzionari.

Vivono un po’ ovunque, nelle aree sunnite, e per i vicini di casa il loro ruolo, la loro identità, non sono un segreto. Se anche uno volesse chiamare la polizia, d’altra parte, non saprebbe chi chiamare. Baghdad, in teoria, ha un sindaco ma nessuno ricorda il suo nome. Chi ha un problema chiama la milizia di fiducia. Quelle principali sono due: Asaib Ahl al Haq, specializzata in attacchi agli occidentali, e le Brigate Badr, specializzate in omicidi con il trapano.

Kareem ha 57 anni, è un militare di carriera esperto in artiglieria. Si occupa di munizioni. E la ragione per cui ha scelto l’Is, dice, è semplice: “Non voglio che i miei figli siano costretti a emigrare in Europa”. Perché ormai l’intero Medio Oriente, dice, è un disastro. “L’Iraq è il quinto produttore al mondo di petrolio, ma gli abitanti di Baghdad hanno solo quattro ore di elettricità al giorno. Ed è la capitale. Non pensare al telefonino da ricaricare: pensa alle incubatrici negli ospedali. A chi ha bisogno della dialisi. Sono anni, qui, che rubate tutto, però vedete solo quello che avete voglia di vedere. E quindi ora gli eroi sono i curdi. Sono ladri come tutti gli altri, si spartiscono gli appalti tra amici, e appena avanzano di mezzo metro bruciano tutto perché gli arabi non possano tornare, e dicono che siamo stati noi: e occupano le nostre terre. Però per voi sono gli eroi di Kobane”, dice. “Perché hanno il petrolio. Perché sono i vostri mercenari, combattono su ordinazione in cambio del potere. Puoi mentire ai tuoi lettori ma non a me. Io conosco la verità quanto la conosci tu. Avete rovesciato Saddam ma non Assad, e perché? Perché Saddam ha tirato gli Scud su Tel Aviv, mentre Assad, padre e figlio, facevano solo chiacchiere. Dalle alture del Golan non è mai entrato in Israele neppure un gatto randagio”, dice. “Mi avete tolto tutto, ma non mi toglierete anche i figli: è il momento di rimboccarsi le maniche e ricominciare. Ricominciare dall’islam, che è l’unica cosa che ci ha dato dignità e grandezza. Non voglio che i miei figli siano costretti a vivere a testa bassa in una delle vostre periferie. Non sono un assassino. Sono un padre. Un padre come tutti”.

“Rispetto chi mi rispetta”, dice. “Ma non chi è ospite e si sente padrone. Ogni società ha le sue regole. E questa è la terra dell’islam: chi non è musulmano, rispetti le regole e sarà il benvenuto. Molti, qui, sono delle quinte colonne”, dice.

Il riferimento non è solo agli statunitensi: è soprattutto agli sciiti. Gli arabi sunniti in Iraq sono circa il 20 per cento della popolazione. Al potere negli anni di Saddam, ora si sentono emarginati dalla maggioranza sciita. Che Kareem, però, definisce in un altro modo: ingerenza iraniana. Non è solo un problema di sunniti contro sciiti, dice. “Alcuni musulmani usano l’islam per i loro interessi. Due anni fa sono stato con mia madre alla Mecca. Era la prima volta. Ma invece di trovare preghiera e spiritualità, ho trovato una specie di parco giochi con hotel a sette stelle. Per alcuni sembrava una vacanza invece di un pellegrinaggio. Non mi interessa se erano sunniti o sciiti: sono un pericolo per l’islam”.

Il punto in cui è esplosa l’autobomba piazzata dal gruppo Stato islamico nel quartiere Karrada di Baghdad, in Iraq, il 3 luglio 2016. - Khalid al Mousily, Reuters/Contrasto

Il punto in cui è esplosa l’autobomba piazzata dal gruppo Stato islamico nel quartiere Karrada di Baghdad, in Iraq, il 3 luglio 2016. (Khalid al Mousily, Reuters/Contrasto)

“La domanda più importante devi farla a te stessa. Perché ti hanno spedito in Iraq solo ora? Solo dopo che abbiamo fondato il califfato? Perché non eri qui durante l’embargo? Pensi davvero che siamo più violenti degli altri? L’embargo ha causato cinquecentomila morti: secondo te sono meno importanti solo perché sono morti senza violenza? Tu sei solo una pedina e non lo sai. L’islam significa sottomissione. Io sono servo di Dio, ma tu sei serva dei potenti. Stiamo entrambi combattendo, solo che tu stai dal lato sbagliato della storia”.

Mohammed, 26 anni, Sarajevo

“Chiamami Mohammed. Tanto per voi siamo tutti uguali. Se sei musulmano, sei musulmano e basta. Violento e ignorante. Tutto il resto, la tua storia, la tua vita, non conta. Se sei musulmano sei sporco e basta”.

Mohammed, in realtà, è l’ultimo nome che gli avrei associato: non fosse altro perché siamo a Sarajevo, è biondo, e mi aspetta al caffè Tito, che sembra un centro sociale, con birra e musica dei Blur. Ha una felpa con il cappuccio e un libro di Asimov, e indossa delle New Balance blu elettrico. Sembra appena tornato da una partita di calcetto. Invece è appena tornato dalla Siria.

La Bosnia ed Erzegovina ha 3,8 milioni di abitanti, per metà musulmani, e in alcune piccole comunità si applica illegalmente la sharia. Il più noto reclutatore europeo di jihadisti, Husein Bosnić, è di Sarajevo. Da qui sono arrivate le armi per gli attacchi di Parigi. Ma la vera guerra di Mohammed non è la Siria. Lui è nato nel 1990. “Ho un ricordo vago di mia madre”, dice. “Fu uccisa da un cecchino quando avevo tre anni. Sono cresciuto con mia nonna, una donna minuta, che parlava da sola. Sempre vestita di nero. Mio padre era un tipografo. Poi è diventato un alcolista. Diceva che era colpa mia. Che ero viziato, che quel giorno volevo a tutti i costi della cioccolata. Che altrimenti mia madre sarebbe rimasta a casa. Appena ho potuto sono andato via. Però credo che lui sia ancora vivo”, dice. Mohammed studiava. Ma poi ha avuto un po’ di problemi con la legge, un paio di risse, un furto. Ed è andato in Siria. “Mi impasticcavo tutto il tempo. Stavo diventando come mio padre”.

Un terzo dei 330 bosniaci che combattono con l’Is ha precedenti penali.

La guerra è finita nel 1995 con gli accordi di Dayton, che dopo centomila morti hanno creato un difficile equilibrio tra le etnie. La Bosnia ed Erzegovina è ora divisa in due entità, la Federazione croato-musulmana e la Repubblica serba. Ha cinque presidenti, di cui tre a rotazione uno ogni otto mesi, ha tre parlamenti, tre governi, 136 ministri. Centoventisette partiti.

La caccia ai jihadisti è affidata a ventidue diversi corpi di polizia. Il tasso di disoccupazione è al 43 per cento, e la disoccupazione giovanile è la più alta al mondo: 63 per cento. “Anche se lavori, è inutile. Non ce la fai”, dice Mohammed. “Lo stipendio medio è di 450 euro. Che futuro puoi avere, qui? Non hai neppure un presente. Io volevo ritrovare un percorso, una direzione. Ma non è una cosa mistica. Alla fine sono andato in Siria per la tua stessa ragione: fermare la guerra. Vedevo tutti quei ragazzini in televisione, in mezzo al sangue, e pensavo: anche io sono stato così. Non voglio che diventino come me. Solo che tu credi alle parole, io ai fatti”.

I bosniaci che hanno scelto l’Is sono di due tipi. I cinquantenni, o quasi, veterani delle guerre dei Balcani, usati come addestratori: e i loro figli, più o meno, ragazzi cresciuti tra le macerie della Jugoslavia. Tra eroina e povertà. E infatti per Mohammed la sharia, al fondo, significa rispetto dell’ordine. Inteso come rispetto dell’autorevolezza, però, più che dell’autorità. “Una società senza regole non può funzionare. Una società in cui ognuno è libero di decidere cosa è giusto e cosa è sbagliato, in cui ognuno è Dio di se stesso: non può funzionare, perché così, in realtà, prevalgono le regole invisibili. Le regole dei più forti”, dice.

L’infedele non è un non credente, ma più esattamente, un miscredente: ed è la cosa più pericolosa. “Perché tu pensi di non avere religione, di non credere. E invece credi nel mondo così com’è”. E il mondo così com’è, dice, “per me non ha spazio”.

“Perché mai dovrei credere nella democrazia? E Hitler, allora? Non fu eletto dalla maggioranza dei tedeschi? Milosevic? Governare, governare una società come la propria vita, è questione di saggezza, di riflessione. Non di numeri”.

“E comunque questa intervista è una perdita di tempo”, dice. “Tanto so perfettamente che secondo te sono uno che ha problemi. Ma chi è che ha più problemi, uno che prova a fermare una guerra o uno che continua a prendere il sole, mentre i bambini muoiono in spiaggia? Quello che ha bisogno dello psicologo, qui, non sono io”.

Focolaio belga

Segnalato da Barbara G.

Perché il Belgio è il focolaio del jihadismo europeo

Il bar Les béguines nel quartiere di Molenbeek, a Bruxelles, il 17 novembre 2015. Il locale era di proprietà di Brahim Abdeslam, uno dei responsabili degli attentati di Parigi

di Marie-Béatrice Baudet (*) – internazionale.it, 23/03/2016

Cercare di capire il motivo per cui il Belgio è oggi uno dei focolai del terrorismo in Europa significa esaminare diversi pezzi di un puzzle.

Il primo pezzo ha per simbolo la Grande moschea del parco del Cinquantenario, costruita nel cuore di Bruxelles, segno della forte influenza dell’Arabia Saudita, che l’ha finanziata alla fine degli anni sessanta, e della sua versione radicale e conservatrice dell’islam. Un terreno fertile per l’ideologia jihadista. Negli anni novanta lo sceicco francosiriano Bassam Ayachi ha tessuto una solida rete fondamentalista nel quartiere di Molenbeek-Saint-Jean, a lungo indisturbato dalle autorità federali belghe.

Questa “svolta salafita” dell’islam belga non si è limitata a Bruxelles. Ha riguardato anche altre città, come per esempio Anversa, dove è nata nel marzo del 2010 l’organizzazione Sharia4Belgium. Fouad Belkacem, il suo leader oggi in prigione, predicava all’epoca l’instaurazione della sharia nel paese e invocava la pena di morte per gli omosessuali. Il gruppuscolo salafita estremista riuscirà poi a estendere la sua influenza nelle Fiandre, in città come Mechelen e Vilvoorde, da dove molti giovani partiranno per combattere, a partire dal 2012, prima in Iraq e poi in Siria. Oggi dieci città in tutto il territorio belga sono considerate ad alto rischio dal governo federale e beneficiano di programmi di finanziamento per la lotta contro la radicalizzazione dei giovani.

Il secondo pezzo del puzzle potrebbe essere una “I”, come incrocio. Il Belgio infatti presenta molti vantaggi per un’organizzazione terroristica. Geograficamente si trova al centro dello spazio Schengen, dove è consentita la libera circolazione dei cittadini dell’Unione europea. Anche se i controlli alle frontiere sono stati rafforzati, è ancora abbastanza facile raggiungere la Francia, il Lussemburgo, i Paesi Bassi e la Germania, dove per esempio l’aeroporto di Düsseldorf offre molti voli economici per la Turchia, permettendo così di arrivare in Siria.

Il mercato illegale delle armi e la burocrazia

Il Belgio è anche uno snodo importante del traffico d’armi. Alla fine degli anni novanta, dopo le guerre nei Balcani e nel Caucaso, la mafia albanese e cecena si sono stabilite in diverse città del Belgio e hanno creato dei canali clandestini di approvvigionamento. È il caso di Charleroi, in Vallonia, dove Amedy Coulibaly, autore dell’attacco a un supermercato kosher di Parigi nel gennaio del 2015, si sarebbe procurato le armi. Tutte queste reti della criminalità organizzata sono utili ai gruppi jihadisti.

Il terzo pezzo del puzzle si potrebbe chiamare “particolarità politiche” del Belgio. Il paese è un rompicapo amministrativo e poliziesco che provoca numerose rivalità linguistiche e regionali. Bruxelles è costituita da 19 comuni, dove ogni sindaco ha poteri di polizia. La capitale belga è ugualmente divisa in sei zone di competenza della polizia federale. Per anni questo groviglio amministrativo ha impedito lo scambio di informazioni e ha ritardato diverse inchieste. Ancora oggi alcuni sindaci delle città belghe dicono di non conoscere precisamente la lista dei giovani a rischio di radicalizzazione residenti nel loro territorio e sottoposti a sorveglianza dalle autorità federali.

Infine, come in altri paesi europei, bisogna aggiungere un ultimo pezzo che riguarda le politiche di integrazione condotte nel paese. I reclutatori dei giovani che vogliono partire per la Siria approfittano del sentimento di frustrazione e di discriminazione provato da molti giovani e promettono ai futuri combattenti di passare dalla condizione di “essere uno zero a quelle di essere un eroe”. Una famiglia di origine marocchina su due è povera in Belgio. E i giovane di origine magrebina e turca hanno tra il 20 e il 30 per cento in meno di probabilità di trovare un lavoro rispetto a quelli di origine differente. Il gruppo Stato islamico sfrutta questo contesto economico.

Piccola storia di integrazione

segnalato da transiberiana9

ISIS, PARROCO RACCOGLIE FIRME CONTRO I JIHADISTI. I MUSULMANI “SIAMO CON LUI”

di Simone Bacchetta – Il Fatto Quotidiano, 02/09/2014

L’appello è stato lanciato a Soresina, in provincia di Cremona, da don Angelo Piccinelli. All’iniziativa hanno aderito le associazioni La fratellanza soresinese e al Manar. Previsto per l’11 settembre un momento di preghiera comune tra cristiani e fedeli del Corano.

Un momento di preghiera comune: cristiani e musulmani. I primi, che ascolteranno passi del Corano; i secondi, del Vangelo. Ambiente neutro, naturalmente. La data scelta, evocativa: l’11 settembre, 13 anni dopo la strage delle Torri Gemelle di New York. Un evento unico in provincia di Cremona. Succede a Soresina, dove la nutrita comunità islamica locale (un migliaio di persone che equivalgono al 10% della popolazione ma la percentuale sale al 20 se si considerano tutte le nazionalità straniere presenti) ha raccolto l’appello lanciato da don Angelo Piccinelli dalle colonne del periodico della parrocchia di San Siro vescovo. Il parroco, in sostanza, ha chiesto agli islamici soresinesi di prendere posizione contro le violenze perpetrate in Iraq e Siria dai terroristi del califfato dell’Isis. “La notizia che comunicano quotidianamente i media sulla situazione di intollerabile crudeltà che insiste in Iraq, verso i cristiani ma non solo, oltre alla stima verso gli islamici di Soresina che credo siano sensibili ad un modo alternativo, rispetto alle forme integraliste e perverse, di vivere e interpretare la religione, mi ha spinto a chiedere loro di prendere la distanze da tutto ciò in maniera chiara ed esplicita”. Una maniera di interpretare l’Islam, quella del califfato, che secondo il sacerdote rappresenta una “bestemmia” nei confronti del loro Dio misericordioso e onnipotente e che “disonora Maometto, il Corano, la fede islamica e i musulmani di tutto il mondo”.

L’appello di don Piccinelli è stato immediatamente raccolto: domenica 31 agosto, in piazza, le due associazioni musulmane La Fratellanza soresinese e al Manar hanno organizzato altrettanti gazebo per raccogliere le firme (una raccolta che proseguirà porta a porta e se necessario nei paese limitrofi) al fine di manifestare, in maniera tangibile, la propria condanna verso le brutalità di cui nelle ultime settimane si è reso protagonista il gruppo jihadista. Una condanna pubblica, “severa”. “Riprovazione totale verso questi atti e questi uomini, dannosi prima per noi che per voi cristiani – osserva Adnani Kadmiri Moulay Ameur, presidente della Fratellanza – Sono persone che sporcano la nostra reputazione di musulmani, di ospiti di questa terra. Dunque un caloroso ringraziamento va ai soresinesi autoctoni e in particolare a quelli che nei giorni scorsi hanno aderito alla nostra campagna di raccolta firme”. E sulla data scelta, l’11 settembre? “È la dimostrazione – commenta Adnani – che musulmani e cristiani sono fratelli e che possono stare fianco a fianco in qualsiasi circostanza. È una cosa bellissima. La prima volta che accade qui”.

Di integrazione compiuta, seppur tra qualche difficoltà, parla il parroco: “I loro figli vengono all’oratorio, partecipano alle attività di gruppo, sono rispettosi. Abbiamo donne islamiche all’interno dell’associazione di volontariato parrocchiale”. La comunità islamica lamenta però la mancanza di un luogo dove pregare, anche se trattative con la nuova amministrazione di centrosinistra, da tre mesi alla guida della cittadina, sono già state avviate. In occasione dello scorso Natale, era stata invece la Fratellanza a rivolgersi ai soresinesi – il tema della lettera l’attenzione all’inclusione sociale: “Mi auguro – aveva scritto il presidente dell’associazione – che la gente capisca che se gli autoctoni soresinesi cercano di avvicinarsi un solo passo verso di noi, noi correremo dieci passi verso di loro per una possibile e perfetta convivenza e integrazione con coloro che ci ospitano. La nostra comunità è extracomunitaria di origine, ma soresinese di residenza”. L’immigrazione, conclude, è un fenomeno “utile” per qualsiasi paese nel mondo.