Jobs Act

Solo lavoro povero per le donne

Francesca Re David (Fiom): «Solo lavoro povero per le donne in Italia»

Occupazione. Intervista alla segretaria Fiom Francesca Re David sui dati Istat, sbandierati da Boschi e Renzi.

di Adriana Pollice – ilmanifesto.info, 2 agosto 2017

L’occupazione femminile cresce in Italia: spiega l’Istat che la percentuale di donne che lavorano ha raggiunto lo scorso giugno il 48,8%. Il risultato più alto da quando sono cominciate le serie storiche, nel 1977. La sottosegretaria alla presidenza del Consiglio, Maria Elena Boschi, ha esultato: «Qualcuno può ancora negare il successo del Jobs act?». Il segretario del Pd, Matteo Renzi, ha scritto nella sua enews del 31 luglio: «Il Jobs act funziona. E finalmente non lo mette in dubbio più nessuno».

Eppure il dato non dovrebbe suscitare troppo entusiasmo visto che la media europea è del 65,3%: si va dal 70% della Germania al 55% della Spagna. Il segmento che ha avuto la crescita maggiore di posti di lavoro è quello tra i 55 e i 64 anni (in tre anni è aumentato del 23%). Infine, oltre due terzi dell’aumento riguarda contratti a tempo determinato, mentre i contratti a tempo indeterminato risultano stabili. Chiara Saraceno su Repubblica ha attribuito il dato all’effetto della riforma delle pensioni targata Elsa Fornero e non al Jobs Act, visto anche l’assenza di crescita del tempo indeterminato. Francesca Re David, segretaria generale della Fiom, sottolinea un altro aspetto: «Si tratta di un tipo di lavoro così precario e sfruttato che, in questo senso, è un effetto del Jobs act».

Re David, come vanno letti i dati sull’occupazione femminile?
Dal Jobs act in poi la crescita degli assunti riguarda quasi sempre gli ultra cinquantenni. La disoccupazione giovanile è la più alta in Europa dopo la Grecia. La riforma del lavoro voluta da Renzi ha reso i licenziamenti più facili, una tendenza cominciata con l’articolo 18 della riforma Fornero: chi ha perso il posto o vive in una famiglia a rischio povertà, visto anche quanto poco viene pagato il lavoro operaio, ha scelto di accettare qualsiasi offerta, anche con paghe bassissime. E poi l’Istat inserisce nel calcolo anche chi ha lavorato solo un’ora nella settimana della rilevazione. Possiamo considerarla occupazione?

La crescita riguarda soprattutto i contratti a termine
Il dato riguarda le forme di lavoro che hanno un termine, cioè anche tipi di occupazione meno strutturati rispetto ai contratti a termine in senso stretto, che includono condizioni di lavoro migliori e maggiori diritti sindacali. Si tratta, in molti casi, di lavoro poverissimo. La crescita sbandierata a giugno arriva dopo un mese di maggio in negativo. La prova del nove ce la dà l’inflazione che non cresce, questo vuol dire che le famiglie non spendono perché ancora inchiodate dalla crisi, preoccupate della sussistenza. Le donne, poi, tradizionalmente occupano posti nel terziario e nei servizi alla persona, un segmento fortemente svalutato dal punto di vista dei compensi.

Nel terzo trimestre del 2016 il tasso di occupazione femminile al Nord era del 57,8%, in linea con l’Europa, mentre al Sud era fermo al 32,3%. Una tendenza che sembra proseguire.

I dati nel Mezzogiorno sono drammatici. Per cominciare, la disoccupazione giovanile è più alta di quella greca. In Italia le donne guadagnano comunque meno degli uomini ma al Sud si attestano su redditi bassi anche in virtù di una minore scolarizzazione, con un tasso di laureate più basso rispetto al settentrione. Al Nord reggono i grandi gruppi ma l’economia è comunque ferma perché manca una politica industriale. I finanziamenti a pioggia, voluti dal governo Renzi, non servono a invertire la rotta: i soldi vanno dove ci sono i soldi. Così il Mezzogiorno, e le donne, restano bloccati.

Morire di lavoro

di Emiliano Liuzzi – FQ, 11 aprile 2016 (pubblicato postumo)

Morire di Lavoro. E senza nessuna garanzia per chi resta.

Nemmeno sapere perché e come sia accaduto. Grazie ai governi di Enrico Letta e di Matteo Renzi, la legge che era in vigore nel 1965 è stata tanto semplificata che le società italiane con impianti in altri Paesi non devono neanche più comunicare all’Italia l’avvenuto infortunio.

Modifiche (nel 2014 con il Jobs Act, ad esempio) che hanno reso impossibile qualsiasi indagine per capire cosa sia realmente accaduto. Arriva una comunicazione dal governo libico piuttosto che kazako (luoghi dove, neanche a dirlo, lavora quasi esclusivamente l’Eni) che quasi sempre riporta l’arresto cardiocircolatorio. Che non è una causa di morte.

Quando viene restituito il corpo, in una cassa chiusa, ogni indagine è sostanzialmente impossibile. Questo vuol dire non vigilare sulla sicurezza e soprattutto dispensare l’azienda che assume i lavoratori in Italia e li spedisce all’estero (ancora l’Eni, in larga parte) da ogni tipo di risarcimento.

Una legge che esisteva dal 1965, disponeva che il datore di lavoro “deve, nel termine di due giorni, dare notizia all’autorità locale di pubblica sicurezza di ogni infortunio sul lavoro che abbia per conseguenza la morte o l’inabilità al lavoro per più di tre giorni”.

La denuncia deve essere fatta all’autorità di pubblica sicurezza del Comune in cui è avvenuto l’infortunio. Se l’infortunio sia avvenuto in viaggio e in territorio straniero, la denuncia deve essere fatta all’autorità di pubblica sicurezza “nella cui circoscrizione è compreso il primo luogo di fermata in territorio italiano” mentre per la navigazione marittima e la pesca marittima deve essere fatta alla autorità portuale o consolare competente.

La norma è stata abrogata dalla legge n. 98 del 2013 (il cosiddetto “Decreto del fare”). Tutto quello che ne segue è stato ricostruito dagli avvocati Luigi Pisanu e Ivano Iai di Sassari, che seguono il caso dell’infortunio mortale in Kazakistan di un lavoratore sardo impiegato dalla Elettra Energia S.p.A. in un cantiere gestito dalla Agip KCO, società di diritto olandese integralmente posseduta (manco a dirlo) dall’Eni. E qui corre l’obbligo di una parentesi.

Già, perché l’Eni, azienda statale, ha una serie di imprese controllate con sedi sparse tra paradisi fiscali e Paesi dove la pressione è più bassa o dove gestisce le proprie operazioni. C’è l’Agip Energy and Natural Resources, capitale di 5 milioni, che ha sede in Nigeria; la Burren Energy ltd, 62 milioni di capitale, che invece ha la sua sede alle Bermuda e alle Isole Vergini. Poi un’altra lunga serie di controllate tra Amsterdam, Londra e Cipro.

La mancata denuncia, poi, avrebbe dovuto anche essere corredata dalla precisa descrizione del fatto, dei nomi dei testimoni e del parere del responsabile della sicurezza aziendale. Un articolo che non esiste più.

L’infortunio dal quale gli avvocati sardi sono partiti è avvenuto in Kazakistan. Alla famiglia di Oreste Angioi, classe 1954, arrivano dopo diversi mesi dal decesso due certificati mortuari che attestano diverse date della morte: uno riporta come data il 15 marzo 2010, l’ altro dice il 14 marzo e cambia anche il luogo della morte.

La notizia sarebbe invece stata comunicata alla moglie e ai tre giovani figli il 16 marzo, per via telefonica. Un dettaglio, si fa per dire, che non è ancora stato chiarito. Soprattutto, la salma rientra in Sardegna quando sono ormai trascorsi dieci giorni e non è più possibile nessun esame autoptico anche e soprattutto perché, considerato che non è stata avvisata nessuna autorità di polizia italiana, bisogna fidarsi: del luogo dove l’incidente o il malore è avvenuto e sulle cause certificate di decesso che, anche stavolta, sono contraddittorie.

Quel che è certo è che Oreste Angioi, originario di Ottana in provincia di Nuoro (nota area di crisi del centro Sardegna, segnata proprio dalle dismissioni dell’Eni e dall’inquinamento), dopo una lunga serie di contratti di lavoro con la Elettra Energia S.p.A., quando muore ha un contratto a tempo determinato. Ed è particolare: sei ore al giorno che, però, in forza di un accordo integrativo, diventano dieci.

La visita medica disposta dall’azienda imponeva di evitare all’operaio lavori in altezza e qualsiasi sforzo. Ma la società ha continuato a sfruttare il dipendente fino alla morte, per poi cancellare ogni traccia. Anche l’ultima, quella della disposizione che prevede l’obbligo di comunicare il decesso alle autorità italiane, sebbene all’epoca dei fatti l’articolo 54 fosse ancora in vigore: l’Eni già sapeva che presto sarebbe diventata un’abrogatio ad personam, anzi ad societatem: ne ha semplicemente anticipato l’applicazione.

Non solo: il lavoratore aveva l’obbligo, prima di poter rientrare a casa, di lavorare 41 giorni di seguito. In un ambiente dove durante la stagione invernale si raggiungono i 35 – 40 gradi sotto lo zero e nei mesi caldi punte di 45 gradi. E con un aspetto allarmante: Angioi non poteva lavorare in condizioni climatiche estreme, né stressanti, come da precise raccomandazioni scritte del medico aziendale al datore di lavoro, in quanto affetto da fibrillazione atriale.

Il velo alzato sul mondo dei morlock

segnalato da Andrea

di Benedetto Vecchi – ilmanifesto.info, 10/10/2015

Tempi presenti. «Il regime del salario», le analisi di un gruppo di ricercatori e attivisti raccolte in un volume. Dal jobs act al job sharing, la discesa negli inferi della condizione lavorativa. Dai quali uscire senza sperare in facili scorciatoie.

L’inferno degli atelier della produzione non è necessariamente un luogo dove ci sono forni accesi, rumori assordanti, caldo insopportabile e dove gli umani sono ridotti a bestie. Il lavoro può essere infatti svolto in ambienti lindi dove viene diffusa musica rilassante e piacevole; oppure in case dove la sovrapposizione tra vita e lavoro è la regola e non l’eccezione. L’immagine più forte del lavoro non è data certo da «Tempi moderni» di Charlie Chaplin. L’omino con baffetti, cappello e bastone risucchiato negli ingranaggi delle macchine rappresenta con lievità l’orrore della catena di montaggio. Strappa un sorriso di fronte la disumanità dell’organizzazione scientifica del lavoro. Ma la rappresentazione del lavoro non è viene più neppure dalla folla rabbiosa di Metropolis di Fritz Lang. Sono due film dove è presente l’imprevisto dell’insubordinazione, della rivolta. Ma in tempi di precarietà diffusa, occorre leggere le pagine o far scorrere i fotogrammi del film tratto dal libro di Herbert George Wells La macchina del tempo per avere la misura di come è cambiato il lavoro.

Il romanzo dello scrittore inglese è utile non tanto perché ci sono gli eloi, umani ridotti a ebeti che possono consumare di tutto in attesa di essere divorati dai morlock umani-talpa che vivono nel sottosuolo per produrre chissà cosa. La macchina del tempo è un testo significativo perché rappresenta una società che ha occultato gli atelier della produzione, li ha sottratti allo sguardo pubblico. Sono come le community gated delle metropoli: zone dove lo stato di eccezione – limitazione dei diritti e della libertà personale — è la normalità. Per gli attivisti e ricercatori del gruppo «Lavoro insubordinato» sono espressione di un regime che non conosce faglie distruttive e dove la crisi è la chance che il capitale ha usato per affinare e rendere più sofisticate, e dunque più potenti, le forme di assoggettamento e di compressione del salario del lavoro vivo. Lo scrivono in un ebook dal titolo programmatico Il regime del salario che può essere scaricato dal sito internet www.connessioniprecarie.org. Ha una introduzione di Ferruccio Gambino e saggi di Lucia Giordano, Isabella Consolati, Roberta Ferrari, Piergiorgio Angelucci, Eleonora Cappuccilli, Floriano Milesi e Francesco Agostini. Sono testi sulle nuove normative che regolano il rapporto di lavoro, dal Jobs Act, all’introduzione dei voucher, al job sharing. E se per il Jobs Act il lavoro critico è facilitato dalla mole di materiali usciti sulla legge varata in pompa magna dal governo di Matteo Renzi come panacea per la precarietà diffusa e la disoccupazione di massa, meno facile è invece restituire il valore performativo che le disposizioni sui voucher e il job sharing hanno per l’intero «regime del salario».

L’impianto analitico proposto è efficace e condivisibile. Più problematiche sono le proposte politiche avanzate nel volume. Non perché impossibili, ma perché problematica è la prospettiva indicata come necessaria: organizzare l’inorganizzabile, cioè quelle nuove figure del lavoro, disperse, frammentate, sempre più individualizzate. È con questa prospettiva che occorre fare i conti. Il limite che emerge dalle proposte avanzate è infatti il limite che si incontra quando si cerca di lacerare il velo che occulta il lavoro contemporaneo. Fanno dunque bene gli autori a nominarlo. Non ci sono infatti facili scorciatoie da imboccare.

Il mimetismo che paga

Il Jobs Act è ritenuta la forma giuridica che istituzionalizza la precarietà. Matteo Renzi e la sua squadra di governo hanno aggirato lo statuto dei lavoratori vigente, modificandone l’articolo 18 (quello sul licenziamento senza giusta causa), ma non si sono mai scagliati contro la «filosofia» garantista dello Statuto. Hanno mimetizzato l’obiettivo — rendere normale la precarietà — con la retorica di sviluppare forme di tutela per i giovani precari. Così facendo sono però riusciti a produrre consenso alla istituzionalizzazione della precarietà, visto che il Jobs Act permette il licenziamento e prevede forme di significativi sgravi contributivi per le imprese, motivando le misure come incentivi all’assunzione dei lavoratori a tempo determinato e dunque alla crescita occupazionale, cresciuta sopra il 10 per cento dopo il 2008 a causa della crisi economica globale. Che questo non sia accaduto è oggetto delle polemica politica quotidiana, con errori e omissioni da parte del Ministero del lavoro, come ha testimoniato e denunciato la ricercatrice Marta Fana sulle pagine di questo giornale. Nel volume di «Lavoro Insubordinato» viene però messo in evidenza un altro aspetto, meno presente nella discussione pubblica. Il Jobs Act ratifica anche la compressione salariale in auge da decenni in Italia. Precarietà e salari stagnanti sono inoltre le fondamenta della progressiva e tendenziale trasformazione del lavoro vivo in un esercito di working poor.

Ma queste, direbbero i soliti buon informati, sono cose note. Meno evidente è la diffusione dei voucher e del job sharing.

Sull’uso dei voucher poco si sa. Le recenti statistiche parlano di una crescita esponenziale del loro uso da parte delle imprese. Si tratta della possibilità da parte delle imprese di «assoldare» lavoratori e lavoratrici per brevi periodi, ma anche per poche ore in cambio di un voucher che può essere ritirato dal singolo in alcuni luoghi preposti. Si tratta di un’attivazione al lavoro – l’espressione tecnica parla di lavoro occasionale — che non prevede nessuna forma di regolamentazione della prestazione lavorativa. Il singolo, infatti, non ha un contratto o una forma di collaborazione codificati dal diritto del lavoro. È solo fissato un tetto economico – i voucher non possono superare la cifra dei 7mila euro l’anno per il singolo lavoratore – ma nulla più. È una delle forme più radicali di precarietà che sono state imposte al lavoro vivo. E contempla anche una colonizzazione del tempo di vita: il singolo deve essere pronto a lavorare in ogni momento. A ragione, i voucher sono considerati la forma assunta da una logica di «usa e getta», che scarica inoltre sui singoli l’attivazione di tutele individuali riguardo la pensione, la formazione, la salute. Devono cioè intraprendere la discesa negli inferi della privatizzazione del welfare state. Lo stesso si può dire del job sharing, cioè la condivisione tra due persone della stessa mansione.

Immaginata come una forma di tutela per le donne entrate nel mercato del lavoro ma che non vogliono rinunciare alla cura dei figli, il job sharing rivela anche in questo caso il progressivo abbandono dello Stato nei servizi sociali. L’assenza di asili nido, scuole materne ricade sulle donne: cosa anche questa nota. Ma questo si traduce in una condizione di assoggettamento delle donne che condividono lo stesso lavoro. È infatti prerogative loro trovare la compagna di «avventura»; e ricade su di loro la perdita di salario e una scansione della giornata che solo i «creativi» della pubblicità possono rappresentare come espressione di una onnipotenza femminile che passa dal lavoro sotto padrone a quello di cura come se niente fosse, sempre senza mai scomporsi e mantenendo un seducente sorriso sulle labbra.

Neppure i cosiddetti ammortizzatori sociali sono omessi in questo volume: ogni acronimo e sigla usata nasconde la riduzione delle tutele a elemosine per i «senza lavoro». La disoccupazione è ridotta a fatto domestico, privato, del quale lo Stato non si cura, se non nelle forme compassionevoli dell’assistenza ai poveri.

Organizzare l’inorganizzabile 

È da qualche lustro che minoranze intellettuale e gruppi di attivisti segnalano che uno degli effetti delle politiche neoliberiste è la trasformazione dell’insieme del lavoro vivo nella marxiana «fanteria leggera del capitale». Possono essere molte le forme giuridiche usate, ma rimane il fatto, incontestabile, che l’universo dei diritti sociali di cittadinanza è stato sostituito da dispositivi dove la cittadinanza è vincolata all’accettazione del «regime del salario». Quello che veniva definito come tendenza, è quindi divenuto realtà.

Quale prospettiva politica attivare per un lavoro vivo frammentato, disperso, che spesso non ha luoghi dove incontrarsi? «Organizzare l’inorganizzabile» non è solo una suggestione, bensì un programma di lavoro politico per rendere maggioranza ciò che è patrimonio di minoranze teoriche e politiche. Il primo passo è il reddito di cittadinanza, va da sé, ma c’è un suggerimento del libro del quale fare tesoro.

Il reddito di cittadinanza non può essere immaginato come una ingegneria istituzionale, delegando alla Stato sia le forme che le modalità di erogazione. Se così accadesse tutte le forme di ricatto e di nuovo assoggettamento dalle quali il reddito di cittadinanza favorirebbe l’emancipazione, ritornerebbero sulla scena dei rapporti di lavoro. Per questo va messo in relazione proprio con il regime del salario.

La presa di parola proprio del lavoro vivo nella sua eterogeneità è certo un fattore primario, ma non risolutivo del problema. Serve immaginare forme di sciopero sociale efficaci. E attivare coalizioni sociali, sottraendole però alle alchimie autoconservative che assegnano alle organizzazioni sindacali date e della cosiddetta società civile il ruolo di gate keeper delle stesse coalizioni sociali.

Contrasto al Jobs Act: come ricostruire i diritti del lavoro

Come ridare tutele a tutte le forme di lavoro, dopo che il Jobs Act ha cancellato i diritti garantiti dallo Statuto dei lavoratori. È questo il tema di un convegno organizzato dalla Fiom-Cgil e dalla Consulta giuridica della Fiom, cui interverranno giuslavoristi, sindacalisti, rappresentanti di associazioni che si occupano delle nuove forme di lavoro.

L’incontro si terrà a Roma, presso l’Auditorium di via Rieti, mercoledì 18 marzo, dalle ore 14 alle ore 18,30 e avrà per titolo “Contrasto al Jobs Act: proposte e iniziative per un nuovo Statuto dei diritti di tutte le lavoratrici e di tutti i lavoratori”.

Il convegno sarà introdotto e coordinato da Elena Poli della Consulta giuridica Fiom nazionale.

Interverranno: Papi Bronzini (Basic Income Network Italia), Andrea Lassandari (giuslavorista, Università di Bologna), gli avvocati Franco Focareta e Alberto Piccinini, il giuslavorista Umberto Romagnoli, la segretaria nazionale della Cgil Serena Sorrentino, Anna Soru (presidente Associazione consulenti terziario avanzato), Alessandro Torti (Social Strike).

Concluderà Maurizio Landini, segretario generale della Fiom-Cgil.

Stabilità precaria

segnalato da barbarasiberiana

LEGGE DI STABILITA’ E RIFORMA DEL LAVORO. ANCORA TRUCCHI E INGANNI

Di Giovanni Principe

Una riforma che porterà un aumento dell’occupazione, in particolare giovanile, da cui deriverà una ripresa dei consumi e quindi del PIL.

Così il governo italiano ha presentato a Bruxelles gli interventi sul lavoro, fatti (decreto Poletti) o in programma (Jobs Act). Secondo il documento trasmesso alla UE, si avranno questi effetti perché si restituirà centralità al contratto a tempo indeterminato eliminando, con un opera di semplificazione, gran parte dei contratti precari e concedendo benefici economici a chi assumerà in pianta stabile.

Come abbiamo visto in un post precedente, queste affermazioni sono smentite dai fatti e dagli atti.

Il decreto Poletti ha reso più facile un contratto precario come quello a termine.

Il Jobs Act annuncia, in termini generici, una semplificazione: in concreto, però, prevede in modo circostanziato che l’uso dei voucher (lavoro “occasionale” pagato mediante buoni acquistabili in tabaccheria, finora previsto per l’agricoltura) sia esteso alle imprese familiari del commercio, turismo e servizi e a chi assume studenti nei periodi di vacanza; inoltre introduce un contratto di inserimento (a tutele crescenti) che si aggiunge a quello a termine e a tutti quelli che saranno semplificati (ma non abrogati) e dunque non restringerà ma allargherà il menù della precarietà.

I contratti “parasubordinati” (autonomi “atipici”) saranno aboliti solo se finti (come distinguere?).

Quanto infine all’articolo 18, se venisse di fatto abrogato, come annunciato, rendendo insindacabili i licenziamenti per motivi economici, si determinerebbe un’ulteriore pressione al ribasso dei salari, continuando su questa strada per abbassare il costo del lavoro, con un ulteriore effetto negativo sui consumi. Il documento presentato a Bruxelles però non ne parla: “L’Europa lo vuole” lascia il posto a “meglio che l’Europa non sappia”.

Ora, dopo il Jobs Act, è arrivata la legge di stabilità, che dovrebbe stanziare le risorse necessarie per completare la riforma: per incentivare i contratti a tempo indeterminato e per finanziare i nuovi ammortizzatori sociali che dovranno dare tutela, fiducia nel futuro, sicurezza, a chi perde il lavoro.

Andiamo allora a verificare qui di seguito come stanno le cose.

1 – Incentivi a favore delle assunzioni a tempo indeterminato.

Nella legge di stabilità (articolo 12) ai datori di lavoro privati, con esclusione del settore agricolo, che assumano con contratto di lavoro a tempo indeterminato è riconosciuto, per un massimo di tre anni, l’esonero dal versamento dei contributi previdenziali a carico dei datori di lavoro (senza che diminuisca la pensione futura del lavoratore), esclusi quelli dovuti all’INAIL, nel limite massimo di 8.060 euro su base annua (non cumulabile con altre forme di finanziamento).

Per misurare la possibile incidenza di questa norma, a cui è affidata tutta la scommessa per una ripresa dell’occupazione stabile, a tempo indeterminato, dobbiamo considerare i seguenti dati:

la normativa vigente già prevede incentivi per le assunzioni a tempo indeterminato. L’osservatorio del Ministero del Lavoro ne conta 41 al 2012 (l’elenco è qui di seguito). Si devono aggiungere gli incentivi introdotti dal governo Letta (D.L. 76/13): bonus per chi assume giovani fino a 29 anni e beneficiari di ammortizzatori sociali. Arriviamo così a 43.

Di questi, però lo stesso articolo della legge di stabilità ne abolisce uno (quello al n. 11 delle tabella). Si tratta dell’incentivo (art. 8 comma 9 della legge 407/90) destinato a chi assume lavoratori disoccupati da almeno 24 mesi e assimilati.

Lo stanziamento previsto per questa misura è di un miliardo all’anno fino al 2017 (per il 2018 cala a 500 milioni). La copertura finanziaria è assicurata da una riprogrammazione delle risorse destinate a cofinanziare i fondi strutturali comunitari (non ancora spese). Saranno i tecnici del Ministro della coesione territoriale a decidere (nei 60 giorni successivi all’approvazione della legge) quali progetti di sviluppo ne faranno le spese. In tempi di ristrettezze, i fondi europei possono far comodo per incentivare la stabilizzazione.

Peccato che la manovra nasconda un trucco contabile.

Se andiamo a vedere la spesa per incentivare le assunzioni negli anni passati, scopriamo che la misura che “tirava” più di tutte, quella a cui le imprese hanno preferito attingere per le assunzioni era esattamente quella che è stata abrogata. E sapete quanto “tirava”? Ve lo mostra la tabella qui di seguito, reperibile sul sito del Ministero del Lavoro (il dato è in migliaia di euro):

MISURA 2008 2009 2010 2011 2012
Assunzioni agevolate di lavoratori disoccupati da almeno 24 mesi e assimilati (L. 407/1990, art. 8, co. 9) 1.373.989 1.289.603 1.074.467 994.654 1.135.776

 

Parliamo dunque di qualcosa in più (mediamente) del miliardo di euro che verrebbe stanziato.

Conclusioni: le assunzioni a tempo indeterminato non vengono in alcun modo incentivate dalla legge di stabilità. Si modifica solo la normativa, aggiungendo un’ennesima misura al posto di quella che le imprese prediligevano, che viene abrogata.

Se si considera che quelle già in vigore non hanno dato grandi risultati (in particolare le ultime due introdotte da Letta sono state giudicate un flop) tutto lascia ritenere che la nuova non avrà lo stesso successo di quella che viene abrogata e che pertanto il saldo netto finirà per essere negativo. Per dirla in altre parole, non si stanzia neanche un euro in più e, anzi, si fa un po’ di cassa a spese degli incentivi alle assunzioni e dei fondi strutturali, per i progetti comunitari.

Se poi mettiamo in conto il fatto che i fondi strutturali sono destinati in prevalenza alle regioni “in ritardo di sviluppo”, ovvero al Mezzogiorno, mentre le assunzioni si concentrano nel Nord del Paese, si completa il quadro di una manovra che toglie ancora qualcosa a chi ha di meno.

2 – Fondi per l’estensione della indennità di disoccupazione

La legge di stabilità prevede inoltre (articolo 11), un apposito fondo per l’attuazione della riforma degli ammortizzatori sociali, inclusi gli ammortizzatori sociali in deroga (oltre ai servizi per il lavoro e le politiche attive, al riordino dei rapporti di lavoro e dell’attività ispettiva e di tutela e conciliazione), nonché per la riduzione degli oneri diretti ed indiretti sui contratti a tempo indeterminato a tutele crescenti, che dovrebbe essere introdotto dal Jobs Act. La dotazione ammonta a 2 miliardi di euro annui dal 2015.

Il conto è presto fatto: nel 2013 il solo fondo per gli ammortizzatori in deroga (lasciamo perdere tutto il resto) è stato (così come nel 2012) di € 2.118 milioni e per il 2014 siamo a m€ 1.720.

D’altronde nel Jobs Act è previsto che la platea dei destinatari dell’indennità di disoccupazione si estenda ai soli parasubordinati. Di cui, nel capitolo semplificazioni, si prevede un taglio (drastico?).

3 – Altre misure che hanno un impatto sul mercato del lavoro

Ci si dovrebbe fermare qui, alle misure di finanziamento del Jobs Act. Ma non è possibile, perché nella legge di stabilità sono contenute altre norme destinate ad avere ripercussioni sul mercato del lavoro, se approvate. Esaminiamo quella di maggiore rilevanza, che riguarda l’area del lavoro autonomo (o indipendente): le “persone fisiche che esercitano attività di impresa, arti e mestieri”.

Per questi soggetti è prevista la possibilità di applicare un regime forfetario, al posto del regime agevolato (dei “minimi”) che era stato introdotto con la Finanziaria 2008 dal governo Prodi (imposta del 5% per ricavi non superiori a 30,000€ in un anno).

La novità consiste in questo: i titolari di partita IVA, che abbiano ricavi modesti (nel nuovo sistema si va dai 15.000 ai 40.000 a seconda delle attività) non detraggono più i costi sostenuti (né scaricano l’IVA sugli acquisti) ma pagano un’imposta del 15% su un reddito determinato forfettariamente (applicando ai ricavi, al netto dei versamenti per i contributi previdenziali, un coefficiente di redditività che varia dal 40% all’86%, in base all’attività), che sostituisce Irpef, addizionali regionali e comunali e Irap (nel regime precedente vi era esenzione dall’Irap), oltre all’IVA, non più dovuta.

Proviamo ora a esaminare gli effetti che questa novità può avere sul mondo delle partite IVA. Per quelle “vere”, che ancora oggi sono la grande maggioranza di quelle individuali (l’80% secondo l’Associazione dei Consulenti del Terziario Avanzato, ACTA) la convenienza può variare a seconda dei casi, in base al confronto tra i costi effettivamente sostenuti e il coefficiente forfettario. Il quadro delle detrazioni e il calcolo per alcuni casi tipici ce lo fornisce la tabella qui di seguito, tratta dal Sole – 24 ore.

E’ facile constatare che ci si può guadagnare o perdere qualcosa, ma in entrambi i casi le differenze sono poca cosa.

Immaginiamo invece che si tratti di una finta partita IVA (ad esempio, del settore del commercio con un contratto da 15.000 euro più IVA) che non dovrebbe avere, in questo caso, molti costi da dedurre (poniamo, 1.500 euro): con il regime attuale sostiene un carico fiscale (tra imposta agevolata e contributi) attorno ai 3.500 euro e ne mette in tasca all’incirca 11.500. Con il nuovo regime, il suo reddito netto aumenterebbe all’incirca di 1.300 euro. Dunque l’aiutino è decisamente più consistente per le finte partite IVA. Ma lo sarebbe ancor più per il suo datore di lavoro, che si risparmierebbe di versare 3.300 euro di IVA.

Mettiamo ora il caso che si tratti di un commesso che si vede proporre di passare a partita IVA da un datore di lavoro per il quale sta lavorando a tempo indeterminato. Se oggi guadagna gli stessi 11.500 euro netti dell’esempio precedente, al datore di lavoro costa (grosso modo, a seconda delle detrazioni a cui ha diritto) di nuovo una cifra un po’ al di sopra dei 18.000 euro. Con il nuovo regime il carico fiscale diminuirebbe ancora di più perché scatterebbe la riduzione di 1/3 prevista per chi apre una nuova attività: diciamo, 1700-1800 euro, che si aggiungerebbero ai 3.300 del mancato versamento IVA. Proviamo a immaginare con quali argomenti il datore di lavoro potrebbe convincere il commesso a fare questo passo. Potrebbe magari dimostrarsi generoso e spartire un po’ di quei 5.000 euro (circa) di beneficio.

Ecco, la conclusione è che, in aggiunta alla maggiore precarietà indotta dalle misure previste dal Job Act e non contrastata dalle misure che la legge di stabilità doveva prevedere e non prevede, dobbiamo constatare anche questo: un incentivo molto allettante per indurre i lavoratori dipendenti, specie in piccole e piccolissime aziende, a passare alla partita IVA (finta).

C’è poi chi, maliziosamente, aggiunge un ulteriore elemento. Quel datore di lavoro, abbattendo il costo del suo commesso (che oltre tutto non figurerebbe più come costo di personale ma come acquisto di un servizio) potrebbe riuscire a restare nel limite dei 20.000 euro di costi all’interno del quale si può adottare il regime agevolato, proprio come il suo commesso. Pensate, dichiarando ricavi entro i 40.000 euro avrebbe anche, all’incirca, il suo stesso carico fiscale. E poi c’è chi vuol mettere datori di lavoro e lavoratori uno contro l’altro, quando sono praticamente alla pari… “committenti” e “fornitori”. Che potranno avere anche, finalmente, la soddisfazione di diventare imprenditori di se stessi!

Dieci domande

Le mie dieci domande a Matteo sul Jobs Act

da Huffingtonpost.it (27/09/2014) – di Stefano Fassina

Lasciamo sullo sfondo e in fondo la questione relativa alla possibilità di reintegro di una persona che lavora licenziata senza giustificato motivo, martellata dal Presidente del Consiglio. Concentriamoci sulle misure vere necessarie al contrasto della precarietà e alla valorizzazione del lavoro. In ordine di rilevanza: la politica macroeconomica; la regolazione del mercato del lavoro.

La politica macro-economica è la variabile decisiva. La ripresa dell’economia può arrivare soltanto da una forte ripresa della domanda aggregata. Soltanto così si possono determinare effetti positivi sulla quantità e qualità dell’occupazione. Insistere per la preliminare attuazione di riforme strutturali vuol dire ingigantire gli ostacoli alle riforme e aggravare le condizioni dell’economia. Allora, sarebbe utile sapere dal Governo, prima di decidere sulla regolazione del lavoro, quali passi avanti si fanno durante la presidenza italiana dell’Unione europea per correggere la rotta insostenibile del mercantilismo liberista. E, quindi, conoscere qual è il segno e quali sono i principali contenuti della legge di stabilità in arrivo. Ha un segno espansivo? Il segno espansivo è sufficientemente robusto da generare un effetto positivo sul Pil e sull’occupazione? Qual è la composizione in termini di spese e entrate? Qual è il programma su privatizzazioni e utilizzo di eventuali proventi?

In secondo piano, le regole del mercato del lavoro. Il disegno di legge delega ha principi ambigui che lasciano spazio a possibilità attuative di segno opposto. Il Parlamento non può dare una delega in bianco al governo. È necessario specificare i principi di delega in punti dirimenti. In particolare, prima di pronunciarsi sia la Direzione del PD sia, nella loro autonomia, i gruppi parlamentari, si dovrebbe rispondere alle seguenti domande:

  1. Quali tipologie contrattuali vengono cancellate? La delega prevede la cancellazione soltanto come eventualità.
  2. Quali tipologie contrattuali oggi escluse vengono coperte con misure di sostegno al reddito in caso di disoccupazione, di indennità di maternità, di indennità di malattia? Qual è l’ordine di grandezza della platea coinvolta? Nessuna informazione disponibile sul punto.
  3. Quale carattere hanno le misure di sostegno al reddito, indennità di maternità e indennità di malattia? Hanno, in parte, carattere assicurativo, ossia sono a carico di datore di lavoro e persona che lavora come è per i cosiddetti “garantiti”? Oppure, sono completamente a carico del Bilancio dello Stato? “Coprire” 500.000 precari costa oltre 4 miliardi all’anno. Quante risorse aggiuntive si rendono disponibili rispetto agli impegni degli ultimi anni per la Cassa Integrazione in Deroga (circa 3 miliardi nel 2013)? Quali capitoli di spesa si intendono tagliare per reperire le risorse aggiuntive necessarie?
  4. Che cosa vuol dire, per i neo assunti, “contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti in relazione all’anzianità di servizio”? Si elimina la possibilità di reintegro in caso di licenziamento senza giustificato motivo oppure tale tutela entra in vigore dopo un periodo tempo?
  5. Sia nel primo che nel secondo caso, come si indennizza la persona che lavora? Il condiviso obiettivo del governo di eliminare discriminazioni, implica che, in caso si elimini la possibilità di reintegro, il regime vale anche per i contratti in essere? Inoltre, l’indennizzo eventualmente introdotto vale sempre, ossia anche per i licenziamenti esclusi dalla possibilità di reintegro e per le imprese sotto i15 dipendenti? Oppure, rimangono lavoratori e lavoratrici di “serie B”?
  6. Qual è il canale di trasmissione tra eliminazione della possibilità di reintegro e maggiori assunzioni a tempo indeterminato? Il diritto del lavoro italiano viene classificato dall’Ocse molto flessibile anche per le imprese sopra i 15 dipendenti (si legga la comparazione sintetizzata dal prof Riccardo Realfonzo). Le imprese hanno decine di forme contrattuali “usa e getta&low cost” per assumere e licenziare, alle quali il “Decreto Poletti” ha aggiunto i contratti a termine senza causale reiterabili per 3 anni e i contratti di apprendistato, molto agevolati sul piano contributivo, senza requisiti di stabilizzazione alla fine del triennio. Perché l’eliminazione della possibilità di reintegro per licenziamenti senza giustificato motivo dovrebbe orientare le imprese a preferire un contratto più costoso a contratti molto meno costosi in quanto senza oneri per l’indennizzo in caso di licenziamento e caratterizzati da minori oneri contributivi (cocopro, associazione in partecipazione, Partita Iva, ecc)?
  7. Come disconoscere che l’unico effetto dell’eliminazione della possibilità di reintegro sia l’ulteriore indebolimento della capacità contrattuale delle persone che lavorano e, inevitabilmente, l’ulteriore riduzione delle retribuzioni, come avvenuto in tutti i paesi oggetto delle raccomandazioni di una Commissione europea segnata da forze conservatrici dedicate ciecamente all’impossibile mercantilismo liberista? In sostanza, l’accanimento terapeutico sulla svalutazione del lavoro, imposta nell’impossibilità di svalutare la moneta, oltre che regressivo sul piano dell’equità, è depressivo sul piano economico.
  8. Come si raccorda il contratto a tempo determinato senza causale introdotto dal “Decreto Poletti” e il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti? La soluzione indicata in alcuni emendamenti del Pd al disegno di legge delega prevede l’attivazione della possibilità di reintegro dopo un primo triennio di lavoro. È una soluzione considerata scarsamente innovativa, anzi alimentata da “conservatorismo e corporativismo”. Ma si è consapevoli che implicherebbe 6 anni di licenziabilità ad nutum dato che l’impresa avrebbe convenienza a fare prima, per un triennio, un contratto a tempo determinato senza causale o un contratto di apprendistato? Si è consapevoli che la mediana della permanenza di un lavoratore in un’azienda sopra i 15 dipendenti è 5 anni e per una lavoratrice 4 anni?
  9. È consapevole il governo che in nessun paese europeo alla persona che lavora è sottratto il diritto di rivolgersi a un giudice per licenziamento senza giustificato motivo?
  10. Infine, il governo non ritiene che, oltre a far ripartire la domanda aggregata, l’unica condizione per asciugare l’area della precarietà sia la riduzione e conseguente fiscalizzazione degli oneri sociali sul contratto di lavoro dipendente, come indichiamo da anni, altrimenti, anche in assenza dei contratti precari oggi disponibili, prevarrebbero comunque le finte Partite Iva, invincibili per via normativa o con i controlli della Guardia di Finanza e degli ispettori del lavoro?

Le risposte a tali fondamentali domande faciliterebbero la discussione nel Pd e, certamente, aiuterebbero a raggiungere un approdo unitario in Direzione e in Parlamento.