Lega

“Qui la sinistra è finta”

segnalato da Barbara G.

A Monfalcone, tra la rabbia operaia: “Qui la sinistra è finta”

La Danzica d’Italia. Manodopera straniera, posti perduti e redditi abbassati: così la roccaforte rossa cede dopo 25 anni

di Giampaolo Visetti – repubblica.it, 21/11/2016

MONFALCONE. “Siamo stanchi, abbandonati. Il cambiamento c’è, ma in peggio. La rottamazione c’è stata, ma i nuovi sono peggiori dei vecchi. Il Pd ora mangia con i padroni, non ha tempo per parlare con i lavoratori. E noi siamo poveri”. E’ ancora buio, tira la bora, tre gradi sopra zero. La massa degli operai Fincantieri preme ai cancelli nel quartiere storico di Panzano. I “bisiachi”, a costruire le grandi navi, sono rimasti in pochi. Erano cinquemila, non arrivano a settecento. La mano d’opera, di appalto in subappalto, arriva da lontano: Bangladesh, India, Europa dell’Est, meridione d’Italia. Il cantiere resta la “mamma”: prima dell’alba migliaia di auto, di corriere e di tir fanno tremare le casette inizio Novecento. Chi arriva in bicicletta viene fermato dai caporali che offrono contratti più lunghi e anticipi sulla paga. Anche uno straniero, da 600 euro, può superare i mille al mese. Alle finestre sono appesi manifesti: “Panzano libero”, “Basta Tir”, “Stop Bangla”.

Lo tsunami che in Friuli Venezia Giulia scuote il centrosinistra di Debora Serracchiani e Matteo Renzi, nasce qui. Monfalcone era la roccaforte rossa del Nordest: punte del 75%, sinistra al potere da un quarto di secolo. Mai un sindaco di destra. Domenica 6 novembre, poche ore prima che Donald Trump si prendesse la Casa Bianca, Anna Maria Cisint ha più discretamente consegnato anche la “Danzica d’Italia” alla destra e alla Lega. Silvia Altran, ex sindaca Pd, al ballottaggio è crollata al 37,5%. Per il Pd locale della vicesegretaria nazionale Serracchiani e del presidente dei deputati Ettore Rosato, pure renziano, un 2016 da incubo. In luglio hanno perso Trieste, Pordenone e il resto dell’Isontino. Ora lo spettro del tracollo e della destra si allunga sul referendum del 4 dicembre e sulle regionali 2018. “Di questa finta sinistra – dice Carlo Visintin, da trent’anni operaio Fincantieri – non ci fidiamo più. A Roma vara il Jobs Act e consegna i lavoratori al precariato e ai boss dei voucher. A Trieste ignora gli anziani e taglia la sanità. A Monfalcone accetta una centrale a carbone e ubbidisce a Fincantieri, rinunciando a difendere le vittime dell’amianto”.

A Pierluigi Bersani la frana politica nel Nordest non è sfuggita. “Una sberla storica – ha detto – non ci dormo la notte”. Agli operai e ai vecchi di Panzano gli equilibri dentro il Pd e gli scenari aperti dalle urne non interessano. Qui conta solo la vita e la realtà è che farcela è ogni giorno più difficile, quasi sempre più umiliante. “Umanamente – dice Tiziana Colautti, 47 anni, impiegata – siamo al limite. Monfalcone viene venduta agli stranieri, i nostri figli per sopravvivere devono andare via, ognuno è solo. Il nostro problema è mettere un piatto sulla tavola: il centrosinistra litiga sulle tasse per Airbnb, per non irritare i ricchi che affittano i patrimoni immobiliari. A questo punto meglio provare chi promette di difenderci”. La parola d’ordine è negare l’impatto della xenofobia, ma la paura di un’invasione straniera è pari all’indignazione contro la sudditanza delle istituzioni pubbliche rispetto alle imprese formalmente private, da Fincantieri alla centrale elettrica di “A2A”. In piazza della Repubblica le radici della rivolta sono sotto il sole. Prima del cambio turno in cantiere, gruppi di immigrati si contendono gli ingaggi di un subappalto, 3 euro all’ora e sacco a pelo in dieci in una stanza. Sulle panchine gli anziani piangono gli amici uccisi dal mesotelioma e i nipoti ancora intossicati dal carbone. “L’ex sindaca Pd – dice l’operaio Biagio Boscarol – ha transato con Fincantieri per 140 mila euro, un insulto ai caduti sul lavoro di tutta Italia. Lo Stato è il primo azionista, come l’ente pubblico che governa la centrale a carbone. Così nel cantiere è proprio lo Stato a sfruttare gli immigrati che rubano il lavoro ai residenti. Se il centrosinistra ignora la povera gente e liquida la solidarietà, la sua esistenza è inutile”.

Per Matteo Salvini, alla vigilia del ballottaggio, in centro è accorsa la folla del selfie. Assenti i leader Pd e 5 Stelle. “Non ci siamo accorti – dice Marco Rossi, segretario provinciale del Partito democratico – che le divisioni interne producono disorientamento e fanno marcire i problemi. Il riformismo dell’Ulivo accendeva la speranza, la sua brutta copia liberista e centralista moltiplica l’indifferenza”. Sotto accusa però sono proprio i vertici del partito, rei di affannarsi solo quando, come con la riforma elettorale, ci sono in palio le poltrone. Per il resto, ciechi. Umberto Pacor, tecnico di 25 anni, mantiene la figlia neonata con i turni di notte, lavorando in straordinario domenica e festività. “Ci riempiono di gente che non c’entra – dice – e regalano le imprese a oligarchi, emiri e mandarini dell’Oriente. Non ascoltano i giovani, facendoci passare per sfaticati. Forse anche noi abbiamo bisogno di qualcuno con il coraggio di dire, se non “prima gli italiani”, almeno prima le persone”. In via Marconi è di nuovo notte. I lavoratori con il casco in testa corrono a timbrare. Dopo una vita a sinistra, a Monfalcone per disperazione hanno votato la destra. In Friuli Venezia Giulia e nel Nordest per l’Italia si annuncia il prossimo terremoto: difficile che fra due settimane cambino idea e votino Sì al referendum.

Arfio per battere il MoV

Roma: parte la corsa al Campidoglio. Tutti cercano Marchini, Cicchitto: “Una grande lista civica per battere M5S”

di Andrea Carugati – huffingtonpost.it, 1° novembre 2015

Dopo il fallimento della giunta Marino, e quello ancora più eclatante della squadra di Alemanno, un fantasma si aggira per la Capitale: quello di una grossa coalizione con tutti dentro, o meglio: di una lista civica con tutti i principali partiti, dal Pd a Forza Italia, nel nome di Alfio Marchini, benedetto qualche sera da Berlusconi e da sempre in buoni rapporti con il Pd, tanto da essere determinante nel trovare le firme per dimissionare Marino. Un fantasma che per ora non ha padri né madri, e anzi a sentire i dem l’ipotesi di un sostegno a Marchini viene definita “improbabile”.

E tuttavia Fabrizio Cicchitto, ex berlusconiano di ferro e ora teorico del partito della Nazione, non ha paura a metterci la faccia e dire che “oggi a Roma parlare di centrodestra o di centrosinistra significa non capire il dramma che purtroppo la politica sta vivendo in questa città per cui l’unica via d’uscita è una grande lista civica che è tutt’altro che un’arca di Noè ma l’unica alternativa possibile al M5S”. Un listone civico che mescoli e nasconda i simboli dei vecchi partiti, salvando dal naufragio una parte della nomenklatura, e contrapposto ai grillini nel nome della politica. Un’ipotesi prematura ma tutt’altro che inverosimile. Tanto che lo stesso Marchini a Repubblica ha raccontato di quei dem che gli hanno già proposto, riservatamente, una lista “Democratici per Marchini”. Magari alleata con la lista di Forza Italia priva però del nome e del simbolo.

Al Nazareno per ora non si parla di possibili candidature. Renzi ha in testa solo il lavoro del “dream team” guidato dal prefetto di Milano Paolo Tronca che ha il compito di rimettere in piedi la città in un paio di mesi. Una mission assai più difficile dell’Expo, e tuttavia è a quel modello di successo che ormai il Pd attinge a piene mani. Oltre al pressing su Giuseppe Sala come sindaco di Milano, infatti, anche la squadra che dovrà traghettare Roma ha il timbro del “partito dell’Expo”: non solo Tronca, ma anche per il ruolo di subcommissari ai Trasporti e ai Rifiuti (i due capitoli più sofferenti nella Capitale) il premier guarda al team di Expo: per i trasporti si parla di Marco Rettighieri, general manager costructions per i padiglioni di Rho, e per i rifiuti a Gloria Zavatta, manager per la sostenibilità di Expo.

“Nomi forti, che ci aiutino a lasciarci alle spalle il disastro il prima possibile”, ha spiegato Renzi ai suoi. Dunque prima si testerà il lavoro del dream team, e solo tra qualche mese si passerà alla ricerca del candidato, con una serie di sondaggi che vedranno testato anche Fabrizio Barca, oltre ad alcuni ministri romani tra cui Beatrice Lorenzin, Marianna Madia e Paolo Gentiloni. Non Matteo Orfini, che ha già fatto capire di voler restare fuori dalla partita. Ma l’ipotesi di candidare un politico, almeno per ora, resta sullo sfondo. Troppo forte la bruciatura, troppo alto il rischio di non arrivare neppure al ballottaggio. Che, ad oggi, sembra assai più probabile tra Marchini e un grillino, con il Pd fuori dai giochi. Sempre che i dem alla fine non decidano di saltare sul carro del costruttore.

Nel caso del listone pro Marchini, resterebbero con tutta è probabilità fuori la Lega e Fratelli d’Italia, pronti a candidare Giorgia Meloni, la prima a ribellarsi all’ipotesi del costruttore ex rosso. Salvini, per ora, non si sbilancia: “La Meloni la conosco e la stimo, Marchini non lo conosco e non esprimo giudizi. Dico solo che l’ultima cosa di cui c’è bisogno in Italia, e in particolare a Roma e Milano è litigare”. Su Marchini la sua per ora è una posizione di attesa. Non ci sono stati incontri e neppure telefonate dirette. Nei prossimi giorni si attendono contatti con i vertici romani di “Noi con Salvini”, lo stesso Salvini ha spiegato che intende vedere “Alfio” dopo la manifestazione dell’8 novembre a Bologna. Ma di fronte all’ipotesi di un listone civico con dentro il Pd il Carroccio si chiamerebbe certamente fuori.

La sinistra di Sel e dintorni, a sua volta, pare aver definitivamente chiuso l’alleanza col Pd. Al prossimo giro si ragiona su una candidatura in proprio. Civati ha lanciato il senatore Walter Tocci, che fa ancora parte del Pd. Ma si sta ragionando anche sull’ipotesi di candidare Stefano Fassina, il nome più forte sulla piazza romana, per testare nella sfida clou delle amministrative 2016 la nuova forza politica che nascerà a gennaio. E senza alleanza con i dem, è probabile anche un sostegno di Civati.

In casa M5S regna ancora l’incertezza. Grillo e Casaleggio sono consapevoli di giocarsi la partita della vita, ma ancora oscillano tra la volontà di rispettare le regole e candidare un militante come i 4 consiglieri comunali uscenti (la favorita è l’unica donna, Virginia Raggi), o allargare le maglie delle prossime “comunarie” in modo da consentire la corsa a personalità civiche del calibro del giudice Ferdinando Imposimato. Casaleggio non è rimasto particolarmente colpito dalla performance tv dei 4 moschettieri due settimane fa da Lucia Annunziata a “In Mezz’Ora”. E tuttavia non intende derogare ai regolamenti che impediscono la corsa di un parlamentare in carica come Di Battista. Lavori in corso. L’unica certezza è che il “Dibba”, Grillo e anche Di Maio saranno in prima fila nella campagna elettorale con il Campidoglio. In ogni caso. Convinti di poter conquistare la Capitale sulle rovine dei partiti.

Promesse elettorali

Uno su due non crede al taglio delle tasse

da ilfattoquotidiano.it (con modifiche), 24 luglio 2015

Più di un italiano su due non crede nell’annuncio di abbassamento delle tasse fatto da Renzi. Secondo il sondaggio il 61% degli italiani non crede a questa promessa. Il 33% ne è invece convinto. Fra gli elettori del Pd, il 59% crede che all’annuncio di sabato scorso seguiranno i fatti.

Sergio Mattarella è il leader più amato dagli italiani, con il 62% dei consensi, stabile rispetto al dato della settimana scorsa. Matteo Salvini è l’unico leader che cresce negli indici di popolarità. Tra gli elettori dei Cinque Stelle Luigi Di Maio batte Beppe Grillo. Sono gli elementi principali, in sintesi, di due sondaggi di Ixè e Swg.

I partiti
Per Ixè il Pd si attesta al 33,8 per cento, mentre il Movimento Cinque Stelle è a un distacco esatto di 10 punti (22,8). La Lega Nord si conferma terzo partito con il 15,7, mentre Forza Italia scende addirittura al limite della doppia cifra (10 per cento). Riuscirebbero a varcare la soglia di sbarramento Sel (4 per cento), Fratelli d’Italia (3,4) e Ncd e Udc se si presentassero davvero insieme alle elezioni come Area Popolare (metterebbero insieme rispettivamente il 2,8 e l’1,3, raggiungendo il 4,1).

Renzi stabile, sale la fiducia nel governo
Per le rilevazioni Ixè per Agorà Estate (Rai Tre) la popolarità di Matteo Renzi è stabile al 31 per cento, mentre Salvini è comunque terzo, passando dal 23 al 24 per cento in una settimana. Seguono Beppe Grillo (22%), Silvio Berlusconi (13%) e Angelino Alfano (11%). Sale, intanto, di un punto percentuale la fiducia nel governo, che passa dal 27% della settimana scorsa al 28. Per Swg, mentre il Movimento Cinque Stelle cresce dal 24,4 al 26 per cento in una settimana, il vicepresidente della Camera Di Maio piace più del leader M5s Grillo (28 contro 24 per cento).

Infine l’immigrazione: quasi un italiano su due (49%) accoglierebbe dei migranti nel quartiere in cui abita e non accoglierebbe un campo rom. Alla domanda: accoglierebbe dei migranti nel suo quartiere? Il 49% del campione si è detto favorevole; il 45% contrario. Risultato diverso alla domanda se accoglierebbe un campo rom nel suo quartiere: il 78% degli intervistati si è detto contrario, il 17% favorevole.

La Soluzione Salvini

di Lame

I trentini sono democristiani dentro. Per ragioni antropologiche (nessun popolo di montagna è mai stato molto portato al cambiamento) e per ragioni storico/politiche.

Digressione: negli anni ’60 la Curia di Trento (una delle più ricche d’Europa) puntò i piedi in ogni modo contro una industrializzazione della città capoluogo: fabbriche voleva dire operai, che potevano diventare – anatema! – comunisti. Trento non ebbe mai una seria industria. Fine della digressione.

Il democristiano che è in loro si manifesta però anche nel rifiuto di ogni comportamento troppo esuberante. Le parole gridate, i gesti eclatanti scatenano l’orticaria collettiva.

A tutto questo hanno sempre aggiunto l’idea – mai espressa apertamente ma sempre sottilmente presente – che tutto quel che viene da sud sia alieno. Attenzione: sud è tutto ciò esiste sotto la chiusa della valle dell’Adige, a Borghetto.

Per queste due ragioni la Lega – nonostante qualche colorato personaggio – non ha mai avuto grande spazio in Trentino.

E proprio per questo mi pare che uno dei dati più significativi – e inquietanti – del voto di ieri sia una omogenea crescita della Lega. Un po’ dappertutto, un buon 5 per cento. A Trento è il secondo partito, dietro al Pd, col 13 per cento. E questo nonostante ci siano varie liste “civiche” che risucchiano, in modo più sobrio, le spinte localistiche e tribalistiche.

Per le stesse identiche ragioni il Pd trentino è solo blandamente renziano. In fondo non ne aveva bisogno: era un partito moderato già prima di Renzi.

Questa avanzata, non esplosiva, ma non indifferente della Lega – soprattutto perché omogenea sul territorio in un’elezione amministrativa dove dominano le fazioni di paese – è anche l’unico cambiamento rispetto alle precedenti amministrative. E, per non farsi mancare niente, la Lega diventa anche il partito guida del centro destra a Trento, staccando di 6 punti percentuali il secondo della coalizione, una civica.

Per il resto il Pd che vince a Trento, perdendo solo uno zero virgola, conferma una situazione stabile. Certo una disoccupazione al 6 per cento fa la sua parte nel confermare chi era già al governo. Che, a quanto pare, non è stato toccato nemmeno dallo scandalo dei vitalizi regionali esploso un anno fa. O forse un po’ sì, visto che il Movimento Cinque Stelle passa dal quasi 6 per cento delle provinciali 2013 (prima presenza) all’8 abbondante (ma è presente solo a Trento, Rovereto e Mori, comune della cintura roveretana, dove si prende un ottimo 17 per cento).

Che dire quindi di Salvini & C.? (che già gridano alla grande vittoria, vabbè)

Purtroppo l’unica ragione che mi viene in mente è quella del portafoglio. La crisi ha colpito anche il Trentino, anche se lamentarsi sarebbe peccato mortale, e il portafoglio della Provincia Autonoma si sta sgonfiando. Le persone percepiscono i tagli alla sanità (lamentandosi del brodo grasso) e la minaccia ad una qualità di vita (e di servizi pubblici) non indifferente.

Salvini comincia ad essere considerato, a quanto pare, una soluzione.

Il partito unico di Matteo

da La Stampa (10/10/2014) – di Massimo Gramellini

In Italia è rimasto un solo partito e non è di sinistra. Si chiama ancora Pd, ma è già la versione moderna, senza tessere né sacrestie, della Democrazia Cristiana, la balena interclassista che tutti criticavano e però votavano. Il processo ha raggiunto il suo culmine questa settimana con la sconfitta degli ultimi eredi del Pci sull’articolo 18. Renzi ha celebrato il proprio trionfo con una scelta mediatica significativa: andando a pontificare negli unici talk show che parlano all’ex popolo berlusconiano, quelli capitanati da Porro e da Del Debbio.

Con la spregiudicatezza tipica delle persone cresciute in un ambiente familiare sereno e quindi molto sicure di sé, l’annunciatore fiorentino sta disintegrando i tabù che hanno paralizzato per decenni i suoi predecessori comunisti e pidiessini. Il timore di avere nemici a sinistra e di mettersi contro la Cgil, ma soprattutto l’imbarazzo nel chiedere voti alla base sociale dell’incantatore di Arcore: liberi professionisti, commercianti, piccoli imprenditori e disoccupati, che secondo l’analisi pubblicata nei giorni scorsi dal Sole 24 Ore hanno «cambiato verso» alle elezioni europee, dirottando per la prima volta i loro consensi sul partito che finora gli aveva procurato solo attacchi di orticaria.

La realtà è che oggi chiunque, da Passera a Della Valle, pensi di entrare in politica per rifondare il centrodestra deve prendere atto che al momento non esiste un bacino di voti disponibile. Renzi ha fatto il pieno, lasciando scoperta solo la zona riservata ai piccoli borghesi impoveriti, cioè ai lepenisti italiani magistralmente interpretati dall’altro Matteo, il becero ma efficacissimo Salvini. Il resto è un mondo finito e svuotato di consensi che sopravvive sui giornali per vecchi automatismi che inducono i cronisti a interessarsi alle ultime convulsioni dei tirapiedi e dei traditori di Berlusconi. I voti di Alfano e di Monti sono già tutti in pancia al Pd. E quei pochi che restano a Silvio finiranno in parti uguali a Matteo uno e Matteo due.

L’unica terra di conquista elettorale è dunque quella che un tempo avremmo chiamato Sinistra. Sono i giovani e i precari attratti da Grillo (fino a quando?), i pensionati, i nostalgici dello Stato sociale e in genere gli oppositori di un sistema capitalistico che per un processo apparentemente ingovernabile sta privilegiando le rendite, disintegrando il ceto medio e creando sacche sempre più ampie di povertà.

Il pigliatutto di Palazzo Chigi, naturalmente, si considera di sinistra anche lui. Anticomunista, ma di sinistra. Solo che la sua non è la sinistra europea e statalista dei Palme e dei Mitterrand, ma quella anglosassone e meritocratica dei Clinton e dei Blair. Per chi non vi si riconosce rimarrebbe uno spazio persino più ampio di quello occupato dagli emuli dilettanteschi del greco Tsipras. Manca però appunto uno Tsipras. Cioè un leader in grado di indicare un modello sociale alternativo ma praticabile e di perseguirlo con coerenza. Difficile possa esserlo Civati e meno che mai Bersani e D’Alema, con il sostegno delle truppe brizzolate della Camusso. Se i grandi vecchi non se ne vanno dal Pd, non è per fedeltà a un partito che tanto non sarà mai più il loro, ma perché sanno che fuori di lì si condannerebbero all’insignificanza di un Gianfranco Fini.

Nella settimana in cui comincia ufficialmente l’era del partito unico, bisogna riconoscere che l’Antirenzi potrà nascere solo dentro il nuovo Pd, così come i rivali dei leader democristiani venivano prodotti in serie dalla stessa Democrazia Cristiana. Renzi lo sa talmente bene che sta provvedendo a ucciderli tutti nella culla. Ma con la consapevolezza che, come accade sempre in politica, prima o poi qualcuno riuscirà a sopravvivergli e a fargli la pelle.

Le ceneri del Carroccio

Da Il Fatto Quotidiano

2.102.969 persone, l’89,10% dei ‘votanti’, si sono espresse a favore dell’indipendenza del Veneto. I dati sono tutti da verificare – o forse addirittura inverificabili, trattandosi di una consultazione non ufficiale, addirittura di un ‘sondaggio’, come ha dichiarato il governatore Luca Zaia. Ciononostante, il significato simbolico della votazione è considerevole e – anche grazie all’amplificazione mediatica che ha saputo suscitare – destinato far discutere.

La memoria corre inevitabilmente al 25 maggio 1997, quando si tenne il Referendum per l’indipendenza della Padania indetto dalla Lega Nord di Umberto Bossi. Cui seguì, a pochi mesi di distanza (26 ottobre), l’elezione del Parlamento Padano. Sempre sul piano simbolico, vale la pena ricordare anche la prima Festa dei popoli padani (15 settembre 1996), in cui venne inaugurato il rito – per la verità piuttosto comico – dell’ampolla per il quale l’acqua del Po, prelevata dalla fonte di Pian del Re, veniva ‘celticamente’ vuotata da Riva dei sette martiri a Venezia. Erano gli anni delprogetto secessionista, poi edulcoratosi nel gergo ‘romanocentrico’ della devolution il cui disegno è stato però rigettato dal referendum costituzionale del 2006. Per quanto concerne la modificazione in senso federalista dell’architettura dello Stato, i passi compiuti sono infatti riassumibili nei seguenti: 1. La legge Bassanini (15 marzo 1997, n. 59) sul federalismo amministrativo, approvata dal primo Governo Prodi; 2. La riforma costituzionale del 2001 (poi confermata dal referendum del 7 ottobre 2001), realizzata anch’essa dalla coalizione di centrosinistra (sulla base di un testo approvato dalla Commissione bicamerale presieduta da D’Alema), che, stabilite le materie di sola competenza dello Stato centrale e quelle di competenza concorrente sia dello Stato che delle Regioni, lasciava alle Regioni la competenza ‘residuale’ sul ‘rimanente’ (il cosiddetto federalismo legislativo).

In sintesi, se ne possono trarre almeno due evidenze: 1. Sul piano legislativo, quanto alla questione federalista il contributo della Lega Nord si è rivelato essenzialmente nullo, visto che: 2. Le uniche riforme in tal senso – seppur discutibili e certamente incomplete – sono state approvate da governi di centrosinistra. Il che autorizza a sostenere che, concretamente, vent’anni di ‘leghismo’ si son risolti in un nulla di fatto, il solito buco nell’acqua dove, al sasso protervo dell’incompetenza ha fatto seguito dapprima il ben noto sciabordio folklorico-celoduristico, poi lo squallido disfacimento di una cricca di Lanzichenecchi che – tra trote, belsiti, cerchi magici e mutande verdi – ha dimostrato d’essere alla pari con i peggiori saccheggiatori capitolini.

Non è un caso, allora, che il movimento indipendentista capeggiato da Busato salga oggi alla ribalta delle cronache. Assistiamo con esso alla rottamazione del leghismo: acclarato il fallimento politico del Carroccio, la pulsione secessionista, amministrata per un ventennio dalla Lega, si ripropone sotto altra forma, attivando nuovi soggetti e capeggiata da altri protagonisti (in qualche caso anche leghisti delusi, come lo stesso Busato). Soltanto pochi anni fa un’iniziativa di questo genere sarebbe senz’altro stata monopolizzata dai Ras del Carroccio, gli stessi che oggi si trovano a rincorrere. Ma stavolta sembra proprio che manchi loro il fiato.

Vero o falso?

di barbarasiberiana

Due notizie
Una vera. E una, “presumibilmente”, falsa.
In fondo alla pagina la risposta.

NOTIZIA 1

E’ il 20 Marzo 2014 e si ritorna a parlare del problema immigrazione. Solo nelle ultime 24 ore sono stati soccorsi barconi che contenevano un totale di circa mille immigrati clandestini. Mobilitate numerose navi della Marina Militare per salvare gli extracomunitari provenienti dalle coste del Nord Africa.

La Lega, però, non ci sta: “Queste masse di persone partono dai loro paesi perché sanno che qui c’è una politica di immigrazione debole pronta ad accoglierli a braccia aperte, salvandoli e nutrendoli finchè non sono in grado di scappare dal centro di accoglienza e sopravvivere di espedienti a zonzo per le nostre città” ha dichiarato ieri il segretario Matteo Salvini. “Oltre che mettere in ginocchio il popolo italiano in termini di sicurezza, economia e serenità, questi sbarchi preoccupano dal punto di vista umano: i poveri immigranti rischiano grosso e questo è confermato dalle continue stragi sfiorate di cui sentiamo parlare ogni giorno al telegiornale.”

A dare visibilità al messaggio contenuto nelle dichiarazioni del segretario della Lega Nord Matteo Salvini, però, sono stati i sette militanti Diego e Giovanni Murtaro, Michele Brambilla, Gino Troisi, Giacomo Gremini, Fausto Sarti e Remo Girenni. Questi, senza pensarci due volte, sono partiti all’alba da Modena, la loro città, tutti a bordo di un’auto con un gommone al rimorchio, per arrivare a Melito di Porto Salvo, nell’estremo a Sud della Calabria. Da qui poi si erano imbarcati tutti a bordo di un gommone 7 metri che sventolava bandiera della Lega Nord per dirigersi in Tunisia. Lo scopo di tutto ciò sarebbe stato verificare la pericolosità di tale viaggio e testare la reattività dei sistemi di salvataggio nordafricani. Un obiettivo che però ha trovato il suo primo e ultimo scoglio a Malta, quando i sette hanno prima visto incendiarsi il motore del gommone e poi, dopo aver estinto le fiamme, hanno dovuto lanciare un razzo di segnalazione di emergenza. Questo, probabilmente per essere stato male indirizzato, ha in qualche modo bucato il galleggiante del gommone, mandando gradualmente a bagno i militanti del partito verde. Un secondo razzo è stato inviato.

A ricevere il messaggio la Marina Militare di Malta, che con i mezzi di soccorso a disposizione ha trainato ciò che restava del mezzo in porto e fornito le prime cure alle vittime.

In conclusione c’è da dire che, sicuramente, il primo degli intenti del viaggio è perfettamente riuscito. Una traversata del genere su un mezzo inadatto è pericolosa.

NOTIZIA 2

Collega Salvini, è una vergogna sentirvi in Aula perché per un anno e mezzo abbiamo lavorato con gli altri colleghi […] sei l’unico che non abbiamo mai visto in riunione […] Abbiamo lavorato nell’interesse delle piccole aziende, dei lavoratori e degli appalti pubblici sani. Come farà a spiegare ai suoi elettori che è un fannullone in questo Parlamento? È solo in tv e mai in aula, ma in riunione per lavorare. È una vergogna, sei un fannullone in questo Parlamento. Lo dico io.

A Strasburgo, l’eurodeputato socialista belga Marc Tarabella striglia Matteo Salvini sulla sua scarsa presenza ai lavori del Parlamento Europeo. Tarabella, di origini italiane, si rivolge a Salvini direttamente in italiano, dandogli del «fannullone» senza usare mezzi termini.

Tarabella, è relatore della Direttiva sugli appalti pubblici, in discussione ieri in Parlamento. Il leghista Salvini, insieme agli altri parlamentari citati da Tarabella ne è correlatore, ma a quanto pare non avrebbe mai partecipato ai lavori della commissione salvo poi criticare il lavoro svolto dai colleghi, accusandoli di aver prodotto solo «aria».

RISPOSTA

Quella vera è la NOTIZIA 2 
Qui il VIDEO

La NOTIZIA 1 invece è falsa. Ma qualcuno ha molta fantasia…..