Legge 40

Madre per altri

La scelta di Kathy, «un regalo speciale»

Intervista. Le ragioni che hanno spinto una donna americana a decidere di partorire una bimba per una coppia che non può avere figli.

di Luca Tancredi Barone – ilmanifesto.info, 1 febbraio 2016

C’è un fantasma che ieri si aggirava per il Circo Massimo. È lo spauracchio che brandiscono le famiglie «canoniche», la minaccia che mina i pilastri della società italica maschia, ordinata ed eterosessuale. È il male assoluto che temono uomini e donne di destra e di sinistra, eterosessuali e anche molti e molte omosessuali. Ha la faccia di Kathy, trentanovenne statunitense, acconciatrice ed estetista, due figlie di 9 e 6 anni, un marito italiano. E un sorriso bellissimo. Lei ha scelto di essere una gestante per altri, una madre surrogata. Le tre parole che secondo lei definiscono le persone che decidono di fare la sua scelta sono «altruismo, orgoglio, regalo».

Perché ha deciso di prestarsi a portare in grembo il figlio di qualcun altro?
C’è una cosa che unisce me e mio marito: la voglia di aiutare gli altri, di restituire alla società qualcosa in cambio di tutte le opportunità che abbiamo ricevuto dalla vita. Ognuno ha scelto di farlo a modo suo. Essere gestante per altri è una cosa speciale che possono fare solo le donne. Sapevo che non desideravamo altri figli per noi. L’esperienza delle mie gravidanze mi era piaciuta. Durante la mia vita ho conosciuto moltissime coppie frustrate per le loro difficoltà ad avere figli. E ho un’amica del liceo che lo ha fatto, leggere il suo blog mi ha ispirato.

Che bisogna fare per diventare gestanti per altri?
Io mi sono rivolta a un’agenzia. Negli Stati Uniti ce ne sono decine. Io ne ho scelta una che lavorava localmente con madri e coppie del Texas e gestita da una donna. Bisogna fare domanda, superare una serie di esami psicologici, fisici ed economici. Ovviamente vogliono che tu sia fisicamente sana, ma anche che sia una persona equilibrata, capace di saper gestire le difficoltà – a volte ci vuole del tempo per rimanere incinta -, di saperti mettere in relazione con gli altri – perché dovrai mantenere un rapporto con i futuri genitori durante tutto il processo -, che abbia già avuto figli, e che non abbia alcuna difficoltà finanziaria o bisogno di denaro.

Come ha incontrato i futuri genitori?
La prima coppia che ho incontrato era una coppia eterosessuale. All’inizio, ti ci fanno parlare per telefono, poi ti incontri da qualche parte per chiacchierare. Ma con quella coppia non c’è stata chimica. Il marito era simpatico, ma la moglie era troppo ossessiva. Avevo l’impressione che avrebbe voluto controllare la mia vita, quello che mangiavo, quando riposavo. Così ho chiesto all’agenzia di farmi incontrare una coppia gay, perché mi sembrava che così nessuno avrebbe voluto amministrare il mio corpo. Per me è importante stabilire una relazione di fiducia: fai quel che è giusto, ci fidiamo. Dopo una settimana ho incontrato questa coppia di papà: tra l’altro, uno dei due è italiano, all’agenzia sembrava l’accoppiamento ideale con noi. Una donatrice anonima ha fornito gli ovuli, ed è nata una bella bambina 11 mesi fa.

Lo rifarebbe? Com’è stata l’esperienza?
Dal punto di vista emotivo e mentale, bellissima. Fisicamente invece ci sono state delle complicazioni gravi alla fine della gravidanza. Tanto che è finita con un’isterectomia, per cui non lo potrei rifare, no.

Un trauma, quindi.
Ci siamo spaventati quando abbiamo saputo che la placenta era cresciuta fuori dall’utero e che questo avrebbe potuto mettere in pericolo la mia vita. Mi hanno costretto al riposo assoluto. È durata tre settimane, fino al parto che è stato anticipato per questo. C’è stata una convalescenza più lunga che per un cesareo normale, ma si sono tutti presi cura di me, anche i papà della bimba. Io davo loro il latte – anche se questa è una scelta libera di ciascuna gestante – e loro mi portavano i pasti in ospedale. Ma, spavento a parte, l’esperienza è stata comunque molto bella.

Come lo ha spiegato a suo marito e alle sue figlie?
Con mio marito è stato facile: condivide il desiderio di aiutare chi ne ha bisogno. Con loro anche: ho dato loro una spiegazione molto concreta. Farò crescere un bimbo che non è mio per una famiglia che non lo può fare. Alle poche domande che hanno fatto, abbiamo risposto con tutta la precisione necessaria. Abbiamo anche spiegato la scienza che c’è dietro, che un dottore ha messo assieme le cellule e le ha messe dentro di me. Ora la adorano, e la trattano come una cuginetta.

Quindi mantenete i contatti con loro?
Certo. Sono una coppia bellissima, siamo diventati molto amici. C’è un’ammirazione reciproca. Loro, molto affettuosi, mi definiscono addirittura la loro hero. Li capisco, chiunque faccia questo regalo a una coppia sterile diventa il loro eroe.

E gli amici, come hanno reagito?
In generale, bene. Solo una mia amica, il cui marito è stato adottato, mi ha chiesto: perché non adottano invece di ricorrere a questa tecnica? Ma a parte lei, gli unici problemi sono venuti dal lato italiano della famiglia. Hanno fatto un sacco di domande. Sono sicura che non erano del tutto sinceri con me – penso che non abbiano capito davvero tutto il processo, anche se non mi hanno mai criticata apertamente. Ma i silenzi a volte possono essere molto espliciti.

Ci sono molte donne che credono che sia una violenza separare un figlio dalla madre biologica, e che prestarsi a portare il figlio di altri sia una forma di schiavitù femminile.
Mi sembra ridicolo. Non stai separando nessuno dai suoi genitori, non lo penso io e non lo penserà neppure lei quando crescerà. Non perché sia uscita dal mio grembo necessariamente ha a che vedere con me. La sua famiglia lei ce l’ha. Quanto alla schiavitù. Ovviamente, c’è una linea sottile. Sì, sono stata compensata anche io. Ma le dirò una cosa: la fatica non vale proprio i soldi che ti danno! All’inizio devi sottometterti a iniezioni dolorose per dieci settimane. Prendere farmaci e ormoni. Poi la fatica della gravidanza. E magari, come nel mio caso, finisci col rischiare la vita. Nessuna quantità di denaro ti ripaga per tutto questo. Ci saranno persone che lo fanno per soldi, non lo so. Ma la maggior parte delle persone lo fa per altri motivi. Quanto ai soldi, io la vedo così. Se esci la sera e devi prendere una baby sitter, o devi mandare tuo figlio all’asilo, paghi qualcuno per prendersi cura di tuo figlio o tua figlia. Per me è lo stesso per la surrogazione: paghi una persona perché si prenda cura di tuo figlio per nove mesi e per assicurarti che prenda tutte le precauzioni possibili per non fargli del male.

C’è una regolamentazione giuridica per tutto ciò?
Oh sì! Prima ancora di cominciare devi firmare 200 pagine di contratto legale, in cui c’era scritto che io ero solo responsabile di prendermi cura di me stessa. Nel contratto si esplicitava tutto. Per dire, loro avevano l’obbligo di identificare 3 persone di backup disposte a prendere in adozione il bambino nel caso fossero morti in un incidente prima del parto. È tutto molto controllato per proteggere la portatrice, i genitori e anche il bambino.

Sa che in Italia qualcuno ha proposto di condannare con due anni di carcere e un milione di multa chiunque faccia uso di questa tecnica per ottenere un figlio?
Sono basita. Pensa che, nel nostro caso, il papà “principale”, quello che è apparso subito sul certificato di nascita del bimbo, è proprio l’italiano. Ma lo trovo anche interessante. Nella mia agenzia, ho conosciuto una donna che venne dall’Italia e che finse con la sua famiglia di essere rimasta incinta negli Stati Uniti. Tornò a casa con il bimbo, senza raccontare come l’aveva avuto davvero. Mi era sembrato curioso. Ora la capisco molto meglio.

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«Perché io, donna e studiosa, dico no alle “madri in affitto”»

Daniela, la rappresentante per l’Italia al convegno mondiale che ha chiesto il divieto dell’utero in affitto: «La madre è quella che partorisce. Così si crea un mercato di bambini».

di Chiara Pizzimenti – vanityfair.it, 6 febbraio 2016

«La madre è quella che partorisce, punto. Non si può creare un mercato di bambini». Daniela Danna è forse la maggiore esperta italiana sulla maternità surrogata. Ricercatrice all’Università degli studi di Milano e insegnante di politica sociale, era a Parigi a rappresentare l’Italia al convegno sull’utero in affitto.

Il tema, è bene ripeterlo, non è inserito nel disegno di legge Cirinnà che regolamenta le Unioni Civili. Queste pratiche sono peraltro vietate in Italia dalla Legge 40. Eppure si parla più di questo argomento che degli articoli effettivamente presenti nel testo. «Forse unioni civili e stepchild adoption andavano separate. Così il testo sarebbe stato meno attaccabile sulla questione della maternità».

Lei era a Parigi all’incontro organizzato per dire no alla maternità surrogata.
«Abbiamo chiesto a tutti gli Stati di non permettere questa forma oppressiva con contratti perché va contro le basi della civiltà. Non può esistere un obbligo economico e giuridico di questo tipo».

Qual è secondo lei il rischio?
«Che la donna diventa una “fattrice contrattualizzata”, attrice di un mercato di bambini».

Come in India?
«Sì, un Paese con una grande disuguaglianza sociale, direttamente proporzionale alla possibilità di pagare una donna un’inezia per portare a termine una gravidanza. La donna non compare sul certificato di nascita e non può rivendicare la continuità alla crescita del figlio o della figlia».

Chi è secondo lei la madre?
«La madre è colei che resta incinta, anche con una fecondazione extracorporea, e poi partorisce. Nella gestazione il neonato o la neonata in divenire non hanno cognizione della madre biologica, della donatrice dell’ovulo, ma di chi li sta portando. Poi le madri possono essere più di una, una sociale e una biologica».

Nel suo ultimo libro, Contract Children. Questioning Surrogacy, lei spiega che in italiano sostituirebbe il termine «surrogata» con «maternità per altri».
«Sì, è la promessa che una donna fa ad altre persone di portare a termine una gravidanza e lasciare poi il bimbo alla cura di queste persone».

Se una persona senza contratto, per libera scelta, volesse partorire per altri, per lei sarebbe fattibile?
«Assolutamente sì a una gestazione per altri che sia etica, cioè libera, volontaria e gratuita».

 

Il bambino possibile

“Il bambino possibile”: se la fecondazione assistita diventa un ‘miracolo di volontà’

Una guida alla Pma che unisce la raccolta di informazioni tecniche alle risposte scritta dalla giornalista scientifica Adele Lapertosa. Per sapere come orientarsi tra le sigle, i dubbi medici, i prezzi e le possibilità e imparare a non vergognarsi mai del proprio percorso.

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Per capire cosa significhi sottoporsi a un tentativo di procreazione medicalmente assistita bisogna passarci, guardare il proprio compagno o compagna sperare, illudersi, frustrarsi. E alle volte vincere. Solo se uno c’è passato sviluppa gli anticorpi che gli permettono di filtrare le informazioni rilevanti da quelle irrilevanti, gli appigli illusori dell’anima dalle ancore materiali della tecnica. Solo se ci si è passati si può capire quanto crudele sia stata la legge 40 nei confronti delle migliaia di coppie che hanno sofferto, mese dopo mese per anni, l’impossibilità di realizzare una famiglia.

Per questo il libro di Adele Lapertosa, Il bambino possibile (Il Pensiero scientifico Editore, euro 15) riempie uno spazio difficile da spiegare altrimenti. Perché Adele non è solo una giornalista ma una mamma. Ed è mamma grazie alla fecondazione assistita. Le due cose unite fanno la volontà di raccontare un percorso, di raccontarlo con la passione di chi ha superato le proprie dodici fatiche e il rigore di giornalista scientifica. È la stessa autrice a spiegare che il libro nasce dalla volontà di regalare una guida a chi guarda al proprio percorso dal buco della serratura dell’imbarazzo, della vergogna. O semplicemente dell’ignoranza legittima di chi non ha mai considerato il proprio corpo un oggetto di intervento.

Tecnico ed emotivo insieme, Il bambino possibile racchiude in un solo volume le informazioni fondamentali per non perdersi nel dedalo di nomi, sigle, tecniche, prezzi e sofferenze che si vivono in un percorso di fecondazione. Informazioni spesso note, ma disseminate in Rete in modo confondente. Oppure meno note ma non verificate né supportate dalla scienza. Dalla scelta del centro cui affidarsi alla diagnosi pre-impianto fino ai riferimenti normativi, il libro affronta il percorso in modo volutamente didascalico. Rispondendo alle ossessioni più semplici eppure più difficili da liberare. A cominciare dalla domanda tabù, in grado di sovvertire la vita e schiacciare una coppia: “Perché è toccato a me?”.

Qui entra in gioco la consapevolezza di madre e di “sopravvissuta”. Sapersi destinati a non avere figli in modo naturale è una prova difficile, per non dire brutale, nei confronti di una coppia. Sovverte gli equilibri, tradisce la vostra privacy, è uno sguardo che viene a rovistare impudicamente sotto le lenzuola. Adele lo sa e per questo accompagna il lettore, prevenendo i riflessi psicologici, anticipando il bisogno di un supporto, anche clinico, fornendo un sentiero già tracciato e quindi più facile da seguire. Riflessioni non banali che investono l’intera sfera dei sentimenti – cosa ci succederà adesso? devo parlare con qualcuno? cosa dico in giro? – che servono a sollevare il lettore dal senso di inadeguatezza e di colpa. Oppure da quel fastidio insopprimibile verso la vostra migliore amica che, senza rendersi conto del vuoto che covate dentro, vi racconta ogni singola mossa di suo figlio e vi guarda come uno scherzo di natura.

Passata questa fase, ci sarà poi lo stordimento da acronimi: FivetIcsi, Imsi, Gift, Zift, TetTefna… C’è di che ubriacarsi e rinunciare. Soprattutto perché arrivare impreparati a un colloquio in un centro significa subire ancora di più il proprio “destino” invece che sceglierlo. E poi quale centro? Dove? Nel pubblico? Nel privato? E quanto si può continuare prima di considerarsi “dipendenti” da Pma? Vale la pena di espatriare per l’eterologa o aspettare in Italia? Tutte domande a cui il libro di Adele Lapertosa risponde con garbo e senza insolenza, sapendo lei stessa che alla fine del percorso, comunque sia andata, l’importante è non sentirsi “sbagliati”. Sentimento che una legge vessatoria si è permessa di inculcare a sufficienza in un Paese che continua a parlare di famiglia, ma a ostacolarla con ogni mezzo e ogni pregiudizio.

Adele Lapertosa vive tra Italia e Cile. Il 30 novembre sarà a Milano – ore 18, Casa della cultura –  e il 2 dicembre a Roma – associazione Luca Coscioni – per presentare il suo libro.