Legge elettorale

Rosatellum? Tirare le cuoia tirando a campare

segnalato da Barbara G.

di Tommaso Cerno – espresso.repubblica.it, 11/10/2017 

La politica rischia di soccombere sotto i colpi di quella fiducia invocata proprio per salvare la politica stessa. Roba che farebbe rivoltare nella tomba Giulio Andreotti, perché il Pd è riuscito dove nessuno poté prima, rovesciare il celebre detto “Meglio tirare a campare che tirare le cuoia”. Qui si tirano le cuoia convinti di tirare a campare. Importa poco come sia andata a finire in Aula.

E poco le polemiche e i presidi dei giorni scorsi. Importa poco che il governo abbia tenuto o non tenuto. Ciò che importa è il graffio che lo scontro a colpi di fiducia sulla legge elettorale lascia sulla pelle della democrazia. Quello faremo fatica a coprirlo con del maquillage elettorale. Il bello è che sarebbe bastato portare la legislatura a una dignitosa conclusione.

Consegnare al Paese la bozza di riforma elettorale come il topolino partorito da una montagnola, il Monte Citorio, che altro non era in grado di partorire. Con la sobrietà di una classe dirigente che si rimette al giudizio di un Paese che non si fida di lei. No, perché nemmeno questo si può nell’Italia delle promesse a sei zeri e dei fatti a zero. È tale il convincimento che l’abuso di regole riesca dove le regole da sole non bastano, a fermare cioè l’avanzata della protesta, che la politica scafata a parole e ingenua nei fatti ci casca pure sul Rosatellum, un ghirigoro italico con nome scritto in latino. Nel solito tentativo di mascherare dietro il neutro della lingua dei Cesari, il neutro politico dell’oggi, il nostro vagare nella democrazia, il non andare né avanti, né indietro.

Ciò che colpisce non è dunque l’esito finale. Né le polemiche. È che ci siamo stupiti. Stupiti di come siamo sempre stati. È questo caos il finale giusto, capace di far deflagrare quel che resta del centrosinistra e di aiutare proprio i Cinque stelle adesso che sembravano normalizzarsi. E utile a mostrarci qui dalla terra la cometa Pisapia, che ha lampeggiato in cielo meno del tempo che si sta a pronunciarne il nome. Tutto talmente scontato da farci pensare che non sia vero. Nemmeno il Palazzo – ripetiamo dentro di noi – può essere così lontano dalla gente da non rendersi conto che è meglio perdere con le regole della democrazia, piuttosto che vincere con la forza, anzi la forte debolezza di chi esercita lo strumento della fiducia dove non andrebbe mai utilizzato: riscrivere le regole del gioco. Una scelta che presenterà alla sinistra un conto salato. E creerà un precedente inquietante, perché sfonda il guard rail della prassi parlamentare in un punto critico, quello dove il pilota Paolo Gentiloni, così distante dallo strafare di Renzi, colui che passò per essere la panacea contro populismo e rabbia, nulla può contro il più antidemocratico degli abusi: l’abuso di democrazia.

Poco importa il fatto tecnico, la fiducia usata come ariete per portare a casa qualche modifica al proporzionale uscito dalla Consulta. Quel che pesa è il vulnus politico: il Pd prova a forzare sulla legge elettorale, cioè sull’armatura esteriore che dovrebbe favorire le alleanze alle politiche 2018, perché in cuor suo sa di non essere in grado di far nascere quelle alleanze da dentro, aggregando cioè al nucleo dei democratici chi condivide – pur con dei distinguo – la natura del progetto. Ecco che come topolini, appunto, finiamo per rovistare nella Costituzione. Siamo alla ricerca di soluzioni arrangiate, il modo più sicuro per consegnare il Paese alle destre. Il Pd sembra non capire che l’algoritmo elettorale, anche se scritto meglio, si trasforma in flusso di voti e in maggioranza di governo solo se nasce dentro le regole comuni, senza sospetti, senza equivoci. Se i cittadini non provano questa sensazione, la nuova legge si rivolterà contro l’inventore come un Frankenstein. E anziché aggiustare il Consultellum e aumentare la rappresentanza, scaverà un nuovo solco fra politica e antipolitica. È l’errore più grossolano che avrà l’effetto di rafforzare Grillo e dividere ancora di più la sinistra. Perché così si spegne il nucleo già intermittente del progetto originario. Che se non è più un partito, deve restare almeno democratico. Come scrissero dieci anni fa su quel simbolo.

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Zagrebelsky: rischiamo l’ennesima legge elettorale incostituzionale

segnalato da Barbara G.

di Silvia Truzzi – libertaegiustizia.it, 09/10/2017

Se questa fosse un’operetta morale, potrebbe intitolarsi Dialogo tra un realista e un utopista. Ma con Gustavo Zagrebelsky stiamo per parlare di temi assai prosaici, e non è il caso di scomodare Leopardi, anche se quel “Piangi che ne hai ben donde Italia mia” potrebbe fare al caso nostro.

Professore, ha recentemente detto che non ne può più di sentir parlare di legge elettorale. Prima del referendum, aveva detto la stessa cosa delle riforme costituzionali. 

È vero. Durante l’ennesimo dibattito alla vigilia del 4 dicembre ricordo che cominciai dicendo: ‘Non ne posso più”, suscitando un applauso. Evidentemente, gli infiniti discorsi su ‘le regole’ hanno stancato.

La legge elettorale è lo specchio della democrazia. Tra le leggi ordinarie, ha detto Carlo Smuraglia, la più vicina alla Costituzione.

Sì. Dovrebbe essere quella più vicina ai diritti politici dei cittadini. La legge elettorale crea, modella l’ elettore, gli dà o gli toglie potere. Dovrebbe essere la sua legge. Invece da anni è trattata come la legge dei partiti. Serve a regolare i conti tra loro, ad accaparrarsi posti. Il risultato delle elezioni interessa meno perché i giochi si vogliono fare prima, con la legge elettorale. Si capisce, allora, l’ estrema litigiosità e, al tempo stesso, il fastidio, anzi la nausea, dei cittadini che assistono al gioco dall’esterno.

Non le pare irrealistico che i partiti non pensino ai propri interessi?

Certamente. Quando i partiti scrivono la legge elettorale operano in causa propria e la posta, per loro, è grande.

Quindi li assolviamo.

Non si tratta né di assolverli, né di condannarli. Che ci sia sempre un retro-pensiero è inevitabile. C’ è sempre stato.
Manca quello che si chiama il “velo dell’ ignoranza” circa i propri interessi immediati.
Potendo fare calcoli, dell’ interesse generale non importa a nessuno. Tutto si risolve in convenienze e compromessi neppure dichiarati alla luce del sole. Ma ci sono i cittadini: per poco che si rendano conto di ciò che accade, si accorgono d’ essere trattati come meri strumenti, come pedine della dama. Ecco: non popolo ma pedine.

È sano fare una legge elettorale alla vigilia delle urne?

Per niente. Si dice sempre che se c’è una legge che dev’essere stabile è quella elettorale, proprio per evitare che si confezionino sistemi ad hoc. Esiste, per questo, un codice di buona condotta del Consiglio d’ Europa, datato 2003, citato anche da una sentenza della Corte di Strasburgo, che dice che un anno prima delle elezioni non si devono fare leggi elettorali. Una ovvia regola prudenziale come è questa implica che ci sia qualcuno a vegliare sulla sua applicazione.

Chi dovrebbe essere?

Questo è il punto dolente. Non vedo facili rimedi. Immaginiamo che si approvi una nuova legge elettorale in prossimità del voto e che questa legge sia incostituzionalissima, addirittura per contrasto evidente con i precedenti della Corte costituzionale. Le procedure non consentirebbero di rivolgersi a essa in tempo utile. Si voterebbe con quella legge e le nuove Camere resterebbero in carica tranquillamente, ma incostituzionalmente, in virtù del principio di continuità, già evocato in passato. Non ci si è resi conto per tempo di questa assurdità: la Corte costituzionale ha dato la mano per prima, poi sono venuti i commentatori e i politici eletti che, comprensibilmente, avevano tutto l’ interesse a terminare il mandato parlamentare. Con la conseguenza aberrante che le sentenze della Corte non hanno sortito effetto e il gioco può essere ripetuto all’ infinito: basta votare la legge quando non è più possibile ricorrere contro i suoi vizi.

E allora?

Oggi è troppo tardi ma, forse, il presidente della Repubblica avrebbe potuto dire per tempo: non promulgherò nessuna legge elettorale nell’ ultimo anno prima dello scioglimento delle Camere.
Cosicché si andrà a votare con le zoppicanti leggi sortite dalla Consulte: zoppicanti ma certo migliori dei pasticci cui stiamo assistendo.
In 4 anni il tempo c’era Ma adesso non c’è più. Dopo la sentenza che ha dichiarato incostituzionale il Porcellum, che secondo la Corte aveva rotto il rapporto di rappresentanza tra eletti ed elettori, ci si sarebbe aspettati che il Parlamento regolarizzasse la situazione.

Si potrebbe obiettare: è passato remoto.

O forse futuro prossimo: corriamo il rischio – fondatissimo – di avere un’ altra legge incostituzionale, contro cui non ci sarà il tempo per ricorrere alla Consulta. Quindi potremmo eleggere un’ altra volta il Parlamento con una legge illegittima, dovendo poi digerire la beffa di un’ eventuale sentenza della Corte che non servirebbe a nulla.
Qui il confine tra perversione democratica ed eversione è labile Diciamo così: sarebbe il picco di una scostumatezza costituzionale mai vista prima.

Proporzionale vs maggioritario: lei da che parte sta?

Le maggioranze speciali previste dalla Costituzione valgono a garanzia delle minoranze e sono sensibili al sistema elettorale. I premi elettorali rischiano di vanificare gli intenti dei costituenti. Si potrebbe pensare a una modifica della Costituzione in funzione di garanzia: se si introduce un premio di maggioranza, si adeguino i quorum costituzionali, alzandoli conseguentemente, per impedire ai vincitori di fare quel che vogliono a spese delle minoranze.

Dunque, meglio il proporzionale?

In generale sì: è il sistema più onesto perché riflette perfettamente il principio di rappresentanza elettori-eletti.
Non si presta a manipolazioni ma implica che i partiti si assumano responsabilità politiche e siano in grado di fare coalizioni. Oltretutto, maggioritari e premi di maggioranza applicati a sistemi politici frammentati come il nostro, dove il partito più forte è lontanissimo dalla maggioranza assoluta, provocherebbero una distorsione della rappresentanza inaccettabile.
Ma la sera stessa delle elezioni non si saprebbe chi ha “vinto” È curioso come questo formuletta, che sentivamo ripetere ogni minuto, sia scomparsa Oggi tutti stanno pensando a come trafficare la mattina dopo. Nella situazione attuale il maggioritario o il premio indicherebbero un vincitore. Ma subito dopo inizierebbero i guai perché le coalizioni fatte prima servono solo a vincere le elezioni per poi squagliarsi subito dopo. Non abbiamo riprove a sufficienza? Altro che stabilità, altro che “governabilità”!

Vogliamo parlare dell’ arte del trasformismo? Talora serve al governo a tirare avanti, ma a che prezzo per l’ integrità della politica? 

In questa legislatura un voltagabbana ogni tre giorni: un’interpretazione piuttosto disinvolta dell’assenza di vincolo di mandato. A metà dell’ Ottocento Walter Bagehot, nel commento alla Costituzione britannica, individuava quattro funzioni del Parlamento: legiferare, rappresentare il meglio della Nazione, controllare il governo e sostenerlo. Sostenere il governo se si è nella sua maggioranza, non sostenerlo se si è all’ opposizione. Si potrebbe studiare una riforma dell’ art. 67 della Costituzione che, garantendo la libertà di mandato per tutte le altre funzioni, ponesse limiti e prevedesse sanzioni (decadenza?) quando si ondeggia opportunisticamente sul quarto punto, il trasformismo vero e proprio, magari “incentivato” nel mercato dei voti. Anche qui, abbiamo bisogno di esempi?

A proposito: si aspettava il ritorno di Berlusconi? Come la mettiamo con l’ ineleggibilità?

Se la domanda è: ‘Può un ineleggibile essere a capo di un partito?’, le rispondo: ‘Quale norma lo vieta?’. Non si può ragionare alla buona e dire “se non è eleggibile, non può essere capo d’un partito che si presenta alle elezioni né comparire nel suo simbolo”. Diremmo che un partito comunista non può mettere la barba di Marx nel suo simbolo perché Marx non è eleggibile?

I principali leader politici non siedono in Parlamento: significa qualche cosa?

È una delle tante conseguenze dell’emarginazione del Parlamento. Siamo a Torino: Cavour dove costruiva la sua politica e faceva i suoi più importanti discorsi? A Palazzo Carignano. De Gasperi, Togliatti, portavano alle Camere i grandi temi della loro politica. La questione della legge elettorale dovrebbe, tra le altre cose, riqualificare la rappresentanza: ‘Il meglio della Nazione’, dicevamo.

Non ha detto che effetto le fa il ritorno del Cavaliere.

Un capolavoro che ci meritiamo: non siamo in grado di produrre novità politiche.

Renzi era nuovo: è politicamente invecchiato?

La sua retorica è fuori tempo.
Il futuro era la sua parola chiave, l’ha divorata e consumata. Alla Leopolda il motto era ‘Il futuro è ora’: provate a dirlo ai disoccupati, agli occupati precari e sottopagati, a quelli che non si curano perché non hanno soldi.

E la sinistra che impressione le fa?

Dopo il 4 dicembre si è aggrappata all’idea, sensata, di interloquire con i milioni di elettori che allora si sono mobilitati, pur disertando normalmente le urne. ‘Diamo loro motivo perché ritornino a votare’. Bene. Ma le pare che le cose che accadono possano suscitare speranze ed entusiasmi? Mancano drammaticamente la materia prima e la materia grigia.

Quale potrebbe essere il programma a grandi linee?

Non ci vogliono mille pagine ma nemmeno il poco spazio che abbiamo a disposizione.
Però si potrebbero elaborare proposte concrete sugli argomenti più urgenti che conosciamo tutti: lavoro; flussi migratori; cultura e scuola pubblica; diritto alla salute, corruzione, evasione fiscale. Poi c’ è un tema fondamentale: l’ ambiente, il territorio, il diritto dei cittadini di avere sotto i piedi una terra sana, accessibile, bella. I cittadini di Taranto non devono vivere nel terrore di ammalarsi per l’ aria che respirano, si deve abitare in case sicure e non abusive. E se uno vuole andare in spiaggia deve poterlo fare senza pagare. Sono programmi che costano e allora, oltre a dire che cosa si vuol fare, bisogna dire che cosa non si vuol più fare.

Torniamo alla legge elettorale. Gaetano Azzariti ha giustamente sottolineato che in una democrazia parlamentare la legge elettorale non serve a scegliere un governo, ma è lo strumento con cui i cittadini eleggono i loro rappresentanti. Una prospettiva completamente scomparsa dal dibattito pubblico.

Sono gli orizzonti divergenti dei sostenitori del proporzionale e dei fautori del maggioritario. Ma i cittadini non vogliono essere considerati pecore dentro il gregge o mucche dentro la mandria. I cittadini sono la forza che dà senso alla politica, ai partiti che esprimono idee e programmi per attuarle. Non si dovrebbe avere la sgradevole sensazione che i giochi siano già fatti, ma si dovrebbe restituire al popolo l’ idea di essere parte fattiva del gioco. E perché questo accada la legge elettorale non deve essere solo onesta, ma anche semplice e chiara, il contrario degli arzigogoli ai quali si dedicano gli esperti dei sistemi elettorali (quasi una categoria professionale).

Parliamo del Rosatellum nuova versione?

La legge elettorale deve anche essere ‘coerente’. Che senso ha dire agli elettori: vi diamo una quota di nominati e una quota libera? Cosa pensa il cittadino del “voto unico” che fa sì che il voto dato al candidato nel collegio uninominale si trasferisca automaticamente alla lista dei candidati nel collegio plurinominale e viceversa? Tutte le volte che logiche alternative s’ inseriscono nel meccanismo elettorale, sorgono dubbi sulla onestà della legge.

Con i “nominati” la selezione non la fanno gli elettori.

Gli appuntamenti elettorali sono spesso quelli in cui, all’opposto di quanto teorizzava Bagehot, emerge il peggio della Nazione. Per correre dietro ai consensi che servono per vincere, i partiti non vanno troppo per il sottile. Non fanno differenze tra il voto delle persone oneste, informate e disinteressate e quello delle persone disoneste, disinformate e interessate: anzi, per lo più si coccola la seconda categoria che può offrire pacchetti di voti. In una situazione socialmente decadente, emerge il degrado.

Che fare? Sorteggio?

Lucrezio nel De rerum natura racconta che gli Etiopi conferivano il potere del governo ai più belli: un sistema come un altro, no? Tornando seri, l’ elezione non può che rispecchiare il grado o il degrado di elettori, candidati ed eletti, a seconda di chi ha in mano il gioco. 60.000 firme L’ appello del comitato Il Coordinamento democrazia costituzionale – che prosegue le battaglie dopo aver salvato col referendum la Carta dalla riforma del governo renziano – ha approvato un appello in cinque punti per una nuova legge elettorale che, sia chiaro, parta dal presupposto di far scegliere i parlamentari dai cittadini. Al punto 1, per esempio, c’è scritto: “La partita che si sta giocando sulla legge elettorale è una partita sulla Costituzione perché il modello di democrazia consegnatoci dai Costituenti e convalidato dal referendum del 2016, è fondato sulla centralità di un Parlamento rappresentativo, attraverso il quale trova espressione il principio supremo che la sovranità appartiene al popolo”. Tanti i nomi in calce: da Villone a Gallo, da Carlassare a Grandi fino al presidente del comitato scientifico Pace. La petizione, lanciata dal Fatto Quotidiano, può essere sostenuta firmando sulla piattaforma di Change.org.

Legge elettorale e Ulivo 2.0

Le possibili leggi elettorali in vista del voto: dal «tedesco» al Consultellum

Il Parlamento ha sei mesi per approvare un nuovo sistema di voto. Il più in voga è il modello tedesco. Senza un accordo l’unica soluzione è armonizzare i sistemi esistenti.

di Renato Benedetto – corriere.it, 30 luglio 2017
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Rimandata a settembre la legge elettorale, le forze politiche hanno cominciato, senza fretta, a prepararsi, dopo che Sergio Mattarella la scorsa settimana ha ricordato per l’ennesima volta la necessità di trovare un’intesa sul sistema di voto: «È ancora possibile intervenire». La legislatura scade a marzo 2018: il Parlamento ha sei mesi per trovare l’accordo sfuggito a giugno, quando è saltato il patto tra Pd, 5 Stelle, FI e Lega sul modello tedesco.

Proprio da quel modello, pur con correzioni, vuole ripartire Silvio Berlusconi: quella riforma aveva i numeri per passare alla Camera e al Senato e, anche se non ha retto alla prova del voto segreto in Aula, è per l’ex premier l’unica strada. Che però, oggi, appare in salita, dopo che si sono tirati fuori Pd e 5 Stelle. I vertici M5S temono che mostrarsi seduti al tavolo con dem e FI, che della campagna devono essere i bersagli, possa essere nocivo in vista del voto.

Il Pd è diviso. Renzi, pur convinto della necessità di «un accordo con tutte le forze politiche», continua a rimandare la discussione nel merito e ad aspettare proposte: «Pronti a discuterle». La minoranza, più l’area Franceschini, chiede invece il premio di coalizione.

Intanto cresce il partito degli scettici, di chi pensa, come l’azzurro Giovanni Toti, che «alle elezioni prossime andremo con la legge in vigore oggi». Senza accordo non resta che una strada: tradurre in legge le modifiche della Consulta e armonizzare i sistemi per Camera e Senato. Forse anche con un decreto, se in Parlamento fallissero tutte le intese.

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I cattolici dem in fibrillazione: a settembre lancio dell’Ulivo 2.0.

Dario Franceschini, 58 anni, titolare dei Beni culturali

di Andrea Carugati – lastampa.it, 3 agosto 2017

«I Renzi passano, i cattolici democratici restano». Roberto Di Giovan Paolo, ex senatore Pd, è vicino a Dario Franceschini dai tempi della giovanile Dc, quando erano i ragazzi di “Zac,” Benigno Zaccagnini. A differenza dello storico portavoce Piero Martino, passato nei giorni scorsi in Mdp, Di Giovan Paolo, insieme a David Sassoli, fa parte della categoria da lui definita «irriducibili». Di quelli che intendono dare battaglia a Renzi dentro il partito. I cattolici di sinistra contro un segretario che «ha fatto suo il doroteismo di Gava», sorride l’ex senatore. Tappa fondamentale di questa battaglia sarà a fine settembre a Camaldoli, tradizionale location delle settimane della Fuci. «Tra noi cattolici il malessere è forte. E non è solo una questione di posti in lista. Il Pd non può diventare un partito personale, sarebbe fuori dalla sua cultura fondativa». A Camaldoli verrà lanciato un messaggio a Pisapia, ma anche a Renzi: «Serve un Ulivo 2.0 con il Pd come architrave», spiega Di Giovan Paolo.

Beppe Fioroni ieri in Transatlantico ha chiacchierato a lungo con Franceschini: «Ti saluto prima che ti infliggano cent’anni di reclusione…». Il riferimento è al libro che martedì sera «Dario» aveva consigliato a Renzi, “Cent’anni di solitudine” di Garcia Marquez. «Se qualcuno pensa a un Pd senza cattolici democratici non va lontano», avverte Fioroni. L’ex ministro si richiama alle parole del neopresidente della Cei Gualtiero Bassetti (e non è il solo): «Non serve un nuovo partito cattolico, ma una più attiva presenza sui temi della persona». Anche Fioroni ha in programma un appuntamento alla ripresa, il 30 settembre a Orvieto, sui cattolici e «le speranze degli ultimi». Un altro deputato vicino al ministro della Cultura parla di «forte fibrillazione». «A ottobre il Pd compie dieci anni: sarà il momento per fare un tagliando, confrontare il progetto e il manifesto dei valori a cui abbiamo lavorato con Pietro Scoppola con i risultati che abbiamo sotto gli occhi».

Gli ex diccì non ci stanno a passare per quelli che si ribellano per paura di perdere le poltrone. «Chi viene dalla Dc non può aver paura del confronto di linee», assicura Gianclaudio Bressa, sottosegretario agli Affari regionali. «Il Pd non può restare fermo sulle alleanze», insiste Sassoli. Dopo l’addio di Martino, la chat su Whatsapp dei franceschiniani è un fiume in piena. Il messaggio più frequente è «da soli non si fa nulla. dobbiamo muoverci in gruppo». Lo sguardo è rivolto a sinistra, «ma solo se nascerà con Pisapia e Prodi un nuovo Ulivo». «In una ridotta di sinistra che ci staremmo a fare?».

Per ora la linea è tentare di piegare Renzi al premio di coalizione, in asse con la corrente di Andrea Orlando, e contando sui numeri dei gruppi parlamentari. L’incubo di un Paese ingovernabile dopo le elezioni è stato al centro di una discussione una decina di giorni fa alla fondazione “I popolari”, guidata da Francesco Saverio Garofani e Pierluigi Castagnetti, che si è detto «molto pessimista» sugli esiti di un voto col proporzionale. Ieri il ministro della Giustizia ha lanciato l’associazione “Dems”, con l’obiettivo di «tornare al Pd delle origini e guardare a sinistra». Il 5 ottobre Orlando terrà un seminario sulla legge elettorale con Pisapia. Invitato anche Franceschini.

I gatti frettolosi fecero la riforma cieca

segnalato da Barbara G.

Di Lucia Annunziata – huffingtonpost.it, 08/06/2017

La gatta frettolosa fece i gattini ciechi. Il popolare proverbio, usato dalle mamme per controllare le impazienze di generazioni di bambini, stavolta si è elevato anche a norma politica: la legge elettorale frettolosamente messa insieme con un accordone da Santa Alleanza, fra quattro leader diversissimi tra loro, pur di andare alle elezioni, si è schiantata al primo voto in aula. Schiantata in mezzo a una coreografia – il cartellone che per errore manda in chiaro un voto segreto, accuse reciproche di tradimento fra partiti – che esalta un clima caotico, la mancanza di organizzazione, un’aria da rompete le righe, uno sbando ad alta intensità emotiva. Una scena da sussurri e grida. Insomma aria che parla in tutto di fine legislatura.

La camera ha vissuto così, come nei suoi momenti peggiori, il fallimento di quello che sicuramente possiamo considerare l’ultimo possibile tentativo di fare una legge elettorale. Una sconfitta che condiziona ora il modo di come si chiude la legislatura, ma anche gli equilibri dentro e fra partiti.

Per il Pd e per il suo leader Matteo Renzi, che sono state le forze che più si sono impegnate a portare a casa una legge elettorale, costitusce la seconda battuta d’arresto in pochi mesi. Non è una batosta pubblica come la prima, quella del Referendum, ma rimane una seconda brusca frenata di un progetto mirato a riportare un partito rinnovato (dopo scissione e congresso) e il suo segretario al centro della dinamica politica.

Perché Matteo Renzi e la sua organizzazione non riescano a “rialzarsi” è forse la parte meno visibile, e più significativa, di questa vicenda. Moltissimo ha a che fare con la turbolenta relazione fra il Segretario e il Sistema – intendendo per quest’ultimo in questo caso il complesso istituzionale, economico e politico, dato. Fra le due entità non c’è mai stato idillio, con un giovane fiorentino arrivato brandendo la bandiera della rottamazione e una Roma da tempo, cioè dall’ultimo anno di Silvio Berlusconi nel 2011, in bilico fra richiami europei, crisi economica, scollamento dei partiti, rabbia dei cittadini. La discesa a Roma del Rinnovatore, applaudita, facilitata, e spesso adulata, si è ben presto però rivelata incline anche a colpi testa, forzature, improvvisazioni. Insomma impresa spesso troppo solitaria ed autoreferenziale, per istituzioni molto consapevoli della fragilità degli equilibri complessivi. Al netto di discussioni di merito sulle scelte politiche, che pure hanno contato, è proprio il metodo renziano, la forzatura come cardine dell’azione politica, che ha costituito alla fine il peggior nemico del Premier/Segretario.

Questione, questa della forzatura, di non poco conto. Di questo si è trattato infatti per il Referendum: sarebbe stato diverso il percorso se i contenuti politici molto controversi di quella riforma non fossero stati proposti con la tagliola di un si o un no? A questa domanda, nelle ore della sconfitta, lo stesso Renzi sembrava rispondere con un forte dubbio.

La legge elettorale, anticipatrice necessaria di un ritorno anticipato al voto, è stata segnata dalla stessa voglia di forzare i processi, e infatti portata avanti con la stessa fretta. Incontrando le stesse razionalità, gli stessi dubbi. Nel caso specifico non si è trattato di un processo vasto e popolare come quello del referendum, ma si è trattato comunque di obiezioni pervenute dal mondo istituzionale. Confindustria, Ministero del Tesoro, Palazzo Chigi, Quirinale, in vari modi, hanno additato il pericolo di un voto anticipato in piena Finanziaria, con nodi irrisolti di debito pubblico, e rapporti incerti con la situazione internazionale. Ma quel che forse di più ha frenato la corsa sono state una serie di opinioni pesanti uscite dal seno dello stesso partito del Segretario. Alla fine di una settimana in cui si si sono messe in fila sulle pagine dei media dissensi espressi da Veltroni, Bindi, Prodi, Letta, Finocchiaro, e soprattutto Giorgio Napolitano, si può capire come molti nello stesso Pd cominciassero ad avvertire dubbi su quanto costasse questa legge.

Lo stesso dubbio sul costo ha schiantato il Movimento 5 Stelle, attraversato, a differenza del Pd renziano, da una feroce deriva interna di dissenso. Lo sbarco dei pentastellati fra i quattro firmatari del patto ha avuto in effetti per la organizzazione di Grillo l’impatto di un vero Congresso interno. Con due ipotesi in campo, entrambe rappresentative del bivio di fronte a cui si trova il movimento: la necessità di diventare sempre più istituzionali a fronte di un potenziale ruolo di governo e la fedeltà ai proprio principi di alterità. Alla fine ha prevalso quest’ultima.

Non è un caso che le accuse reciproche siano alla fine volate fra queste due forze, Pd e M5s. In questo processo erano diventate lo specchio di uno stesso drastico e forzato riadeguamento: il primo nella alleanza con Berlusconi, il secondo nella alleanza con il sistema.

La legge lascia entrambi i gruppi scossi, anche se non feriti. Sia Pd che M5s infatti possono ritirarsi, come già indicano che faranno, sulla più sicura spiaggia della identità separata.

In compenso la spericolata manovra lascia una ferita profonda sulla legislatura. Messa in discussione, messa da parte come cosa finita dai legislatori aspiranti stregoni, ne esce segnata dalla sua spendibilità.

Il finale caotico del voto, di cui parlavamo all’inizio, è infatti la rappresentazione di tutto quello che in questi ultimi cinque anni è diventata la politica: un instabile cocktail di ambizioni personali, arrembaggi, privatismo, nutritosi della e nella crisi dei partiti.

Non sarà un caso che l’accordo elettorale è stato formulato da Quattro leader nessuno dei quali siede in Parlamento. Né è un caso che appena arrivato in Parlamento l’accordo si sia liquefatto, come un gelato al sole di questo inizio di estate romana.

Inconsulto

La mossa politica della Consulta

Legge elettorale. “Dopo la sentenza la legge corretta è immediatamente applicabile”, scrivono i giudici costituzionali. Ma non è una legge omogenea con quella del senato. Salvate le pluricandidature (però con il sorteggio), affondato il cuore dell’Italicum: il ballottaggio

di Andrea Fabozzi – ilmanifesto.info, 26/01/2017

«Il punto chiave della mia riforma elettorale è il ballottaggio», ha detto e ripetuto Matteo Renzi; la Corte costituzionale ha cancellato il ballottaggio. Come da previsioni, l’Italicum passando attraverso il giudizio della Consulta perde il cuore («senza casca tutto, è un’altra legge», ha sempre avvertito il suo autore, D’Alimonte), salvando il premio di maggioranza ma solo al primo turno. Andrebbe a un partito capace di raggiungere da solo il 40%, eventualità che oggi i sondaggi escludono. Bisognerà pensare ad alleanze travestite da listoni unici. O spostare il premio alle coalizioni, in questo caso però riportando la legge elettorale in parlamento.

Smentendo invece le previsioni originarie, ma confermando le sensazioni dell’udienza di martedì e gli indizi contenuti nella relazione del giudice Zanon, la Corte costituzionale ha salvato le pluricandidature. E bocciato solo la possibilità per i capilista eletti in più collegi di scegliere discrezionalmente per quale seggio optare, successivamente alla proclamazione dei risultati. È questo un punto molto delicato della decisione di ieri, quello che verosimilmente ha impegnato di più la discussione dei giudici e ritardato la decisione (attesa per le 13, è arrivata alle 17). Sul ballottaggio invece la discussione si è concentrata sugli argomenti da inserire nelle motivazioni, che scriverà Zanon entro un mese: la bocciatura sarà spiegata con l’aggiramento del criterio della soglia minima per assegnare il premio.

SALVARE I CAPILISTA bloccati (quelli cioè che non devono guadagnarsi le preferenze) e salvare anche il diritto del capolista di «pluri candidarsi» (fino a dieci collegi diversi, dice l’Italicum) – secondo le aspettative e le speranze di Renzi, condivise dagli altri partiti maggiori – ha richiesto ai giudici l’individuazione di un criterio per la selezione del collegio, diverso dalla discrezionalità dell’eletto. Non lo avessero fatto avrebbero dovuto affidare al parlamento questo lavoro, e dunque non avrebbero potuto scrivere (come hanno fatto, nell’ultima fondamentale riga del comunicato) che «all’esito della sentenza, la legge elettorale è suscettibile di immediata applicazione». Questo criterio è il sorteggio, residuato nell’originale articolo del testo unico sulle leggi elettorali dov’è previsto come norma di chiusura: se l’eletto non sceglie entro otto giorni il collegio, allora decide il destino. Il che impedisce ai partiti di fare calcoli sui candidati arrivati secondi da promuovere o seppellire (in genere in base alla loro fedeltà al leader), ma continua a privare gli elettori del loro diritto di scelta – quello che invece era il presupposto della richiesta di incostituzionalità. Tant’è vero che c’è già l’ipotesi di nuove obiezioni di costituzionalità contro la legge appena nata.

I PROBLEMI NON FINISCONO qui, perché il collegio – proprio per effetto del ritaglio delle norme incostituzionali (in questo caso il comma 27 dell’articolo 2) – nell’Italicum corretto diventa la circoscrizione, il che significa che ci si potrà candidare più volte ma solo in regioni diverse. O quasi, perché un altro comma dell’Italicum che invece è sopravvissuto (la lettera b dell’articolo 1, l’originale emendamento riassuntivo Esposito) continua a parlare di collegi. È un altra incertezza che andrebbe risolta in parlamento.
Al contrario chi spinge per le elezioni anticipate (i renziani) enfatizza il passaggio finale del comunicato della Consulta. Effettivamente clamoroso. Non perché sia smentibile che la legge elettorale uscita dalla sentenza «è suscettibile di immediata applicazione»; questa al contrario è un’ovvietà per le sentenze di questo tipo. La legge elettorale, lo ha spiegato proprio la Consulta, è «costituzionalmente necessaria», dunque dev’essere sempre pronta all’uso. Ma questo Italicum corretto varrà solo per metà parlamento, ed è una legge assai diversa da quella in vigore per il senato (il Consultellum, scritto peraltro dagli stessi giudici). Le soglie di sbarramento sono diverse (più alte: 8% per i partiti che corrono da soli e 3% per quelli in alleanze), sono possibili le coalizioni (con uno sbarramento al 20%) e non c’è il premio di maggioranza. Tutt’altro che due sistemi «omogenei, non inconciliabili e pienamente operativi», come da precisa richiesta del presidente della Repubblica.

LE DUE RIGHE CONCLUSIVE dei giudici guardano solo alla situazione della camera e raccontano una mezza verità; sono più politiche che giuridiche. Non a caso nulla del genere era contenuto nel comunicato che annunciava la sentenza «gemella» del 2013 sul Porcellum. Al contrario, allora si riconosceva al parlamento la facoltà di intervenire sulla legge. E fu nelle motivazioni che i giudici spiegarono di aver prodotto una legge «complessivamente» applicabile, anche se precisando, come si deve a maggior ragione dire oggi, che «non rientra tra i compiti di questa Corte valutare l’opportunità e/o l’efficacia di tale meccanismo».
I giudici della Consulta hanno così accolto solo due richieste di incostituzionalità su undici. Può essere poco ma è tanto per il pool di avvocati che ha promosso i ricorsi. «È stato confermato il principio che leggi elettorali possono essere sottoposte alla Corte costituzionale anche prima del loro utilizzo a partire dai diritti dei cittadini elettori – dice il coordinatore del pool, Felice Besostri -. Il risultato dipende anche dall’atteggiamento dell’Avvocatura dello stato e dunque del governo, che ha chiesto l’inammissibilità totale dei ricorsi. Su questo abbiamo avuto ragione noi. Ne viene fuori una legge autoapplicativa sì, ma non omogenea con quella del senato. Il fatto che il Pd dica che la Corte ha salvato l’impianto dell’Italicum – conclude Besostri – conferma che quel partito ha perso ogni contatto con la realtà».

“Avanti tutta”

Segnalato da transiberiana9

ITALICUM, OPPOSIZIONI VIA DA COMMISSIONE. FI, SEL, LEGA E FDI: PD SE LO VOTI DA SOLO.

Aventino di tutti i gruppi di minoranza che si aggiungono al M5s. Guerini: “Mi sembra più una cagnara”. Renzi: “Avanti tutta, sostituire i commissari?Necessario per la democrazia”

Ilfattoquotidiano.it, 21/04/2015

L’Italicum se lo voti da solo il Pd. Anzi, neanche tutto. Leopposizioni abbandonano i lavori della commissione Affari costituzionali della Camera. Insieme al Movimento Cinque Stelle si mettono fuori anche Lega Nord, Sel, Fratelli d’Italia e Forza Italia (che finora aveva sempre votato la riforma elettorale negli altri passaggi parlamentari). Così si intrecciano il caos interno al Pd culminato con la sostituzione “ad hoc” di 10 commissari contrari all’Italicum (tra questi Bersani, Cuperlo e Bindi) e l’annuncio di una battaglia parlamentare che si annuncia più complicata del previsto per la maggioranza e in particolare per Matteo Renzi. Il capo del governo e segretario del Pd definisce “necessaria per la democrazia” la sostituzione dei deputati in commissione, mentre il ministro per le Riforme Maria Elena Boschi aggiunge che le minoranze hanno “poca dimestichezza con le regole della democrazia, non capisco questo atteggiamento”.

“Lasceremo al Pd tutta la responsabilità di approvarsi in Commissione l’Italicum blindato – spiega il capogruppo berlusconiano Renato Brunetta – a disonore del Partito democratico stesso”. Come già successo in altre occasioni si è formato, sulla questione, un inedito asse con Sel: “Non siamo abituati alle farse – dice il presidente dei deputati vendoliani,Arturo Scotto – E’ un fatto senza precedenti, è evidente che Renzi tratta la commissione come una sezione del Pd”. PerCristian Invernizzi (Lega Nord) nessuno ha voglia di “mischiarsi ai burattini di Renzi e di fare il loro gioco”. Secondo i regolamenti parlamentari di Montecitorio con l’abbandono dei lavori della commissione, cadono anche gli emendamenti proposti dalle opposizioni che rappresentano la gran parte dei 97 ammessi in votazione. Fratelli d’Italia, ha spiegato Ignazio La Russa, lascerà la commissione dopo aver illustrato le proposte di modifica. In questo modo si arriverà ancora più velocemente all’approvazione del testo.

Il Pd non sembra preoccupato, anzi: “L’Aventino non lo capisco – dice il vicesegretario Lorenzo Guerini – la commissione viene convocata secondo tempi e procedure sempre applicate, non c’è nessuna forzatura. Mi pare ci sia solo la volontà di fare un po’ di cagnara. La verità è che c’è qualcuno che non sa come spiegare come si fa a non votare una legge già votata in Senato e che ora è identica in commissione alla Camera”. Il riferimento è in particolare a Forza Italia che nel corso dei mesi ha contribuito a scrivere e ha accettato le successive modifiche alla riforma elettorale, con tanto di incontri tra Renzi e Silvio Berlusconi in persona. “Oggi fa scelte differenti, ma non sul merito della legge, e si è chiamata fuori scegliendo una deriva polemica non utile a Fi stessa”.

Il presidente della commissione Francesco Paolo Sisto (Forza Italia) ha sospeso i lavori per un’ora per vedere se i gruppi di opposizione ci ripensano, ma la Boschi ha assicurato che “se non dovessero rientrare proseguiremo con i lavori perché sono nove anni che aspettiamo di avere una nuova legge elettorale. La scelta di alcuni gruppi non possa interrompere un percorso di riforme che la maggioranza e il governo hanno diritti a portare avanti”.

In mattinata Guerini e Renzi avevano incontrato una delegazione di Scelta Civica, guidata dal segretario (e sottosegretario all’Economia) Enrico Zanetti. Quel che resta dei montiani, che lunedì avevano fatto capire che avrebbe disertato i lavori, ci hanno ripensato: resteranno in commissione e discuteranno i loro emendamenti perché “la legge elettorale sia migliorabile ma non invotabile“. Il Pd continua a cercare partiti-nanetti di maggioranza per rinsaldare il pacchetto di voti: tra i corteggiati c’è anche Per l’Italia-Centro Democratico.

Nel frattempo è stata ufficializzata la sostituzione dei 10 deputati Pd in commissione Affari costituzionali che non sono d’accordo con la linea del partito decisa nella direzione del Nazareno e poi ribadita nell’assemblea dei parlamentari democratici di Montecitorio. Ad essere sostituiti sono Pier Luigi Bersani, Gianni Cuperlo,Rosy Bindi, Andrea Giorgis, Enzo Lattuca, Alfredo D’Attorre, Barbara Pollastrini, Marilena Fabbri, Roberta Agostini e Marco Meloni. “Chi grida allo scandalo perché alcuni deputati sono sostituiti – scrive Matteo Renzi in un post su facebook – dovrebbe ricordare che è non solo normale ma addirittura necessario se crediamo ai valori democratici: si chiama democrazia quella in cui si approvano le leggi volute dalla maggioranza, non in cui vincono i blocchi imposto dalle minoranze”. D’altra parte “ci hanno insegnato che quando si vota all’interno di una comunità si rispettano le decisioni prese assieme”. I nuovi commissari Pd sono David Ermini, Alessia Morani,Giampaolo Galli, Franco Vazio, Stefania Covello, Paola Bragantini, Stella Bianchi, Maria Chiara Gadda, Edoardo Patriarca e Ileana Piazzoni.

L’ex presidente del partito Gianni Cuperlo parla di “un episodio che credo abbia pochi precedenti nella cronaca parlamentare. E’ successo in passato che un singolo parlamentare sia stato sostituito in commissione, ma qua siamo di fronte a unasostituzione di massa. E’ un precedente che forse dovrebbe fare riflettere. Io non ho mai chiesto all’assemblea del mio gruppo di essere sostituito nella commissione”.