LGBT

Il matrimonio è quasi uguale per tutti

Segnalato da Barbara G.

(Il titolo originale è leggermente fuorviante, oltre che un tanticchia “ambiguo”, ma si tratta comunque di un passo estremamente significativo)

Unione europea, sentenza storica: il matrimonio egualitario è valido in tutti gli stati membri

gaypost.it, 05/06/2018

Con una sentenza storica, la Corte di giustizia dell’Unione Europea ha di fatto riconosciuto i matrimoni tra persone dello stesso sesso sulla base delle regole sulla libera circolazione delle persone nei paesi UE. Lo riferisce l’agenzia di stampa Agi.

Il caso di un cittadino romeno e uno statunitense

Esprimendosi sul caso di un cittadino romeno sposato con un americano, i giudici di Lussemburgo hanno stabilito che la nozione di “coniuge” comprende i coniugi dello stesso sesso. Il trattato di Schengen, infatti, stabilisce che i cittadini dell’Unione Europea hanno il diritto di circolare liberamente negli stati che aderiscono e, con loro, anche i familiari. Questo vale anche se non sono cittadini di uno Stato membro dell’Ue.

Uno Stato Ue non può impedire il soggiorno al coniuge

Secondo la Corte Ue, anche se gli Stati membri sono liberi di autorizzare o meno il matrimonio tra persone dello stesso sesso, non possono ostacolare la libertà di soggiorno di un cittadino dell’Unione. Non possono, cioè, rifiutare di concedere al suo coniuge dello stesso sesso, che non è cittadino Ue, il diritto di soggiorno sul proprio territorio.

Sentenza storica

La Romania, dunque, dovrà concedere al cittadino statunitense il diritto di soggiorno sul proprio territorio perché sposato con un romeno. Ma al di là del caso specifico, la sentenza ha un valore che tutti definiscono storico. Di fatto, riconosce il matrimonio tra persone dello stesso sesso al pari di quello tra persone eterosessuali per tutti i paesi dell’Unione.

La stagione dell’arcobaleno

segnalato da Barbara G.

comune-info.net, 18/01/2016

Sì intitola “Disegno di famiglia” il video voluto e pensato da Famiglie Arcobaleno, CondividiLove e Arcigay con il supporto di Ilga Europe, da pochi giorni diffuso sui siti e i social network delle associazioni. “Abbiamo chiesto ad alcuni bambini e bambine di disegnare le loro famiglie – spiegano gli ideatori – e i disegni sono stati in un secondo momento mostrati ad alcune persone incontrate casualmente per strada, alle quali è stato chiesto di commentarli. I bambini e le bambine provengono dalle più diverse tipologie di famiglie e le hanno disegnate: nessuna tra le persone che le ha successivamente commentate ha manifestato rifiuto o turbamento”.

Il video è stato realizzato per informare l’opinione pubblica sulla proposta di legge sulle unioni civili, discussa in questi giorni in senato. “Una legge – spiega Marilena Grassadonia, presidente di Famiglie Arcobaleno – che non riconosce la piena uguaglianza tra le coppie omosessuali e eterosessuali ma che puó rappresentare un primo passo verso il matrimonio egualitario, che è il nostro vero obiettivo. Tuttavia, da mesi questa legge è nel mirino di partiti ed associazioni conservatrici che mirano a depotenziarla cancellando la stepchild adoption, ovvero la norma che consente alle coppie gay e lesbiche con figli di dare una stabilità alla propria famiglia attraverso il riconoscimento del genitore non biologico. L’obiettivo è negare che quelle formate da gay e lesbiche siano famiglie come tutte le altre. L’obiettivo è negare ai nostri figli “briciole di diritti”, in attesa che abbiano diritti pieni come tutti i bambini di questo paese”.

“Da tempo – prosegue Gabriele Piazzoni, segretario nazionale Arcigay – assistiamo a discussioni di politici, opinionisti, personaggi di spettacolo, giornalisti; abbiamo visto movimenti schierarsi e poi dividersi, ma soprattutto abbiamo maturato la concreta sensazione che si sia perso di vista il cuore della questione, cioè il riconoscimento pieno dei bambini e delle bambine e delle loro famiglie dinanzi alla legge. Per questo abbiamo ritenuto giusto far parlare innanzitutto i bambini e le bambine e chiedere alle cittadine e ai cittadini di confrontarsi con i loro affetti, i loro sogni e le loro rappresentazioni”.

Al video è abbinato il sito disegnodifamiglia.it strutturato in percorsi domanda/risposta, cosi da fornire strumenti concreti per risolvere i dubbi più diffusi rispetto alle coppie formate tra persone dello stesso sesso e alle loro famiglie.

Tante piazze per l’uguaglianza

segnalato da Barbara G.

svegliatitalia

UNIONI CIVILI, ASSOCIAZIONI LGBT COMPATTE: “TANTE PIAZZE PER RACCONTARE L’UGUAGLIANZA”
Il 23 gennaio mobilitazione nazionale in numerose città italiane. Dal 26 gennaio presidio nei pressi del Senato.
8 gennaio 2016 – Non una ma tante piazze in tutta Italia per dare forza al traguardo dell’uguaglianza: in vista della discussione al Senato del ddl sulle unioni civili, le associazioni lgbt (Arcigay, ArciLesbica, Agedo, Famiglie Arcobaleno, Mit) si preparano a mettere in campo una mobilitazione capillare nelle principali piazze del Paese. Inoltre, nei giorni caldi della discussione a Palazzo Madama, cioè dal prossimo 26 gennaio, è previsto un presidio in piazza delle Cinque Lune, nei pressi del Senato, per testimoniare l’attenzione e l’apprensione per il dibattito in corso. “Non rispondiamo alla provocazione di chi in queste ore cerca di organizzare il solito schema delle piazze contrapposte: noi ci rivolgiamo al Paese intero”, mettono in chiaro i portavoce delle associazioni. “Abbiamo individuato il prossimo 23 gennaio come giornata di mobilitazione nazionale: stiamo lavorando sui territori, coinvolgendo sia le forze della società civile sia il mondo associativo delle realtà lgbt, per costruire le reti necessarie per far esprimere a gran voce la domanda di diritti e di uguaglianza che in questo Paese da troppo tempo rimane inascoltata. Non parleremo di una legge, bensì di un valore, cioè dell’uguaglianza di tutti e tutte, e del diritto di vivere in uno Stato laico. Staremo assieme alle famiglie, a tutte le famiglie. Assieme alle persone”. Attraverso le manifestazioni sarà rivolto il seguente appello a Governo e Parlamento:
“L’Italia è uno dei pochi paesi europei che non prevede nessun riconoscimento giuridico per le coppie dello stesso sesso. Le persone gay, lesbiche, bisessuali e transessuali non godono delle stesse opportunità degli altri cittadini italiani pur pagando le tasse come tutti. Una discriminazione insopportabile, priva di giustificazioni.
Il desiderio di ogni genitore è che i propri figli possano crescere in un Paese in cui tutti abbiano gli stessi diritti e i medesimi doveri.
Chiediamo al Governo e al Parlamento di guardare in faccia la realtà, di legiferare al più presto per fare in modo che non ci siano più discriminazioni e di approvare leggi che riconoscano la piena dignità e i pieni diritti alle persone gay, lesbiche, bisessuali e transessuali, cittadini e cittadine di questo Paese.
La reciproca assistenza in caso di malattia, la possibilità di decidere per il partner in caso di ricovero o di intervento sanitario urgente, il diritto di ereditare i beni del partner, la possibilità di subentrare nei contratti, la reversibilità della pensione, la condivisione degli obblighi e dei diritti del nucleo familiare, il pieno riconoscimento dei diritti per i bambini figli di due mamme o di due papà, sono solo alcuni dei diritti attualmente negati.
Questioni semplici e pratiche che incidono sulla vita di milioni di persone.
Noi siamo sicuri di una cosa: gli italiani e le italiane vogliono l’uguaglianza di tutte e di tutti.”

L’elenco delle piazze QUI e QUI.

L’evento fb QUI.

#Milano3ottobre

segnalato da Barbara G.

Milano, 3/10/2015, Piazza del Cannone ore 14.00

Appello per una manifestazione nazionale a favore della laicità delle istituzioni e della libertà delle cittadine e dei cittadini italiani.

L’Italia è un paese con un grave difetto di laicità, in cui la nostra libertà di essere, di amare e di decidere, è spesso negata e delegata ad altri.

A settant’anni dalla fine della guerra la Repubblica non ha ancora reso pienamente operanti i principi della Costituzione che proclama l’uguaglianza dei cittadini indipendentemente da ogni loro condizione personale e sociale, e la piena libertà di religione, garantendo finalmente a tutti parità di trattamento e riconoscendo i diritti dei non credenti.

Le spinte integraliste e xenofobe creano un clima nazionale ostile a qualsiasi nuova conquista di civiltà e ci condannano all’arretratezza legislativa sui maggiori temi dello sviluppo civile della contemporaneità.

Le battaglie per i diritti civili, per le libertà di coscienza e di scelta, per i diritti della persona umana, sono il cuore del progresso di un popolo civile e democratico.

La Repubblica, il Paese in cui lavoriamo, paghiamo le tasse e che amiamo, ha l’inderogabile compito, sancito dall’articolo 3 della Costituzione, di rimuovere gli ostacoli di ogni tipo che limitino di fatto la libertà e l’uguaglianza di ognuno, impedendone il pieno sviluppo come persona umana. Ma con ciò impedendo anche la piena realizzazione e il personale, irrinunciabile diritto alla ricerca della felicità.

Allargando questo concetto alla dimensione europea, ancor di più ci accorgiamo di quanto noi italiani siamo meno liberi, meno uguali, meno laici e meno felici dei nostri concittadini d’oltralpe.

E’ inconcepibile che le uniche spinte al progresso sociale italiano derivino da sentenze delle più alte Corti di Giustizia, e da reprimende delle istituzioni europee.

Chiediamo con forza e determinazione alla politica e alle istituzioni laiche e repubblicane d’Italia, che si mettano al lavoro da subito per rimuovere una lunga serie di insopportabili ostacoli alla nostra libertà.

Chiediamo:

  • una legge per il matrimonio egualitario;
  • una legge sulla fecondazione assistita;
  • che si legiferi in materia di autodeterminazione del genere ai fini della rettificazione anagrafica;
  • che venga applicata correttamente la legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza, regolamentando e controllando con efficacia il fenomeno dell’obiezione di coscienza dei medici;
  • che a ciascuno sia riconosciuta la libertà di scegliere in che modo lasciare questa vita;
  • che si approvi presto una efficace legge contro l’omotransfobia;
  • che “senza oneri per lo Stato” diventi una pratica nella gestione dei fondi per la scuola, e non vuote parole scritte nella Costituzione.

Noi siamo cittadine e cittadini italiani, nel pieno dei nostri diritti, ed esigiamo che le nostre vite, le nostre libere scelte, siano rispettate e riconosciute dallo Stato e dalla politica, e non siamo più disposti a tollerare che i nostri diritti vengano negati sulla base di supposti principi dottrinali che vorrebbero imporre a tutti la stessa morale e lo stesso modello di vita.

Per tutto questo, perché laicità significa tolleranza civile, autonomia del temporale dallo spirituale, rispetto dell’altro, pluralismo, difesa delle scelte morali del singolo, vi chiediamo di partecipare sabato 3 ottobre alla nostra manifestazione: una giornata che potete contribuire a rendere storica.

Evento facebook QUI

Come contribuire alle spese di organizzazione dell’evento

I fondi sono necessari per fare fronte alle spese di allestimento del palco, impianto audio e tutto ciò che è connesso all’organizzazione dell’evento.

Il dettaglio dei costi che dovremo sostenere sarà pubblicato online.

Sostienici anche tu con una donazione!

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oppure con bonifico:

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Causale: “Manifestazione Milano3ottobre”

Non genderalizziamo

di Barbara G.

Quando, ad un incontro sui diritti civili di cui vi ho parlato qui, ho sentito il presidente dell’Arcigay locale fare un paragone fra diffusione delle notizie relative alla “teoria del gender” e la questione dei “Protocolli dei Savi di Sion” ho pensato che, pur nella gravità della situazione, forse stava un tanticchia esagerando. E parlando di questi temi anche qui, sul blog, qualcuno ha scritto che è un errore dare voce a certi esaltati, perché in sostanza li si legittima.

Io sono invece sempre stata convinta che certi segnali non andassero in alcun modo sottovalutati, in quanto rappresentativi di un odio strisciante, di una paura data dall’ignoranza (intesa come non conoscenza) che si amplifica in rete e non solo, facendo da megafono a chi dispensa pillole di “verità” per creare ad arte il capro espiatorio, per puro calcolo politico, economico o perché crede veramente nell’esistenza di esseri umani di serie A e di serie B. Di esseri umani che ti depredano dei tuoi diritti e dei tuoi averi, del tuo “essere normale”. Come se estendere un diritto facesse diminuire quelli degli altri.

I fatti degli ultimi tempi però mi stanno facendo ricredere su una cosa: il rappresentante di Arcigay aveva parecchio ragione. Si stanno verificando molti episodi veramente preoccupanti già visti singolarmente, se poi li si mette uno in fila all’altro c’è da avere veramente paura.

Stanno criminalizzando pure tutte le iniziative volte a insegnare il rispetto per gli altri, che è, prima di tutto, rispetto anche per se stessi. E non vale solo per la questione dei diritti della comunità lgbt (e mi fa impressione parlare di comunità, perché implica il concetto di minoranza), l’avversione verso le iniziative connesse con l’educazione al rispetto implicano automaticamente l’avversione a tutto ciò che può essere fatto per abbattere gli stereotipi di genere e la differenza di trattamento fra uomini e donne. Emblematica è anche la psicosi che si è diffusa quando si è cominciato a parlare di educazione sessuale nelle scuole, ricondotta a questo fantomatico complotto della comunità gay. E lo stesso discorso può essere ovviamente esteso alle tematiche connesse con l’accoglienza dei migranti (anche qui la diffusione di notizie farlocche per diffondere l’odio è all’ordine del giorno).

E questi “discorsi” escono via via dalla rete, per entrare nelle delibere e nelle azioni dei nostri amministratori, e per dar luogo ad atti di propaganda (anche “maldestra”). Molto significativo è il caso di Venezia, che ha fatto tristemente da apripista.

Riporto qui alcuni fatti che si sono verificati nelle ultime settimane. QUI invece trovate un articolo in cui si stronca la visione “gay friendly” di papa Bergoglio. Quello che mi fa incavolare è che i media “tradizionali” quando trattano questi argomenti non entrano mai nel merito, si limitano a riportare la notizia senza spiegare veramente cosa si intende con “teoria del gender” e contro cosa lottano veramente quelli che si battono contro le politiche di inclusione e i progetti educativi.

Per contrastare tutto questo i “Sentinelli di Milano” stanno organizzando “Le nostre vite, la nostra libertà“, #Milano3Ottobre. Ne riparleremo più avanti

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Il Veneto approva la mozione anti-gender, ai bambini si dovrà dire che è sbagliato essere gay

gayburg.it, 02/09/2015

Le destre politiche hanno un grande convenienza nel diffondere isteria verso una fantomatica “ideologia gender” che potrebbe portarli a raccattare voti fra i bigotti che temono la diversità. In fondo anche il fascismo fece lo stesso, seminando paura e raccogliendo plausi per la sua persecuzione degli ebrei. Ma c’è da chiedersi se al giorno d’oggi la politica possa ancora permettersi di mettere a repentaglio la vita di migliaia di persone pur di riuscire ad accaparrarsi una qualche poltrona.

Non esiste alcuna ideologia gender e la scienza è stata categorica nel ribadirlo. Esistono solo movimenti ideologici che usano teorie da loro stessi create per poter giustificare il proprio la discriminazione: dato che non è bello dire che si odiano i gay, allora dicono che vogliono «difendere i bambini» dall’«ideologia gender». Non a caso tutte le rivendicazioni ci mostrano come non esista alcuna causa ed effetto fra chi parla di fantomatiche «scelte» del genere per poi chiedere l’omofobia non sia perseguita o che i figli dei gay siano privati da qualunque diritto civile. Non c’è ragione, solo discriminazione e pregiudizi.

Eppure con 24 voti a favore e 9 contrari il consiglio regionale del Vento ha approvato la vergognosa mozione presentata dal consigliere regionale di Fratelli d’Italia Sergio Berlato, nella quale si chiede che «la scuola non introduca ideologie destabilizzanti e pericolose per lo sviluppo degli studenti» e si invita anche ad introdurre nelle scuole dei corsi di esaltazione dell’eterosessualità, invitando le scuole ad indottrinare i ragazzi sul presunto «valore e la bellezza della differenza sessuale e della complementarietà biologica, funzionale, psicologia e sociale che ne consegue».

A chiarire la follia della norma è anche come fra le premesse si parli di «un’emergenza educativa» o come si dica che «l’educazione all’affettività è diventata sinonimo di educazione alla genitalità, priva di riferimenti etici e morali, discriminante per la famiglia fatta da un uomo e da una donna». Si sostiene anche che «in Paesi dove simili strategie sono state applicate, come in Inghilterra e in Australia, questo ha portato ad una sessualizzazione precoce della gioventù, con conseguente aumento degli abusi sessuali (anche tra giovani), dipendenza dalla pornografia, all’attività sessuale prematura con connesso aumento di gravidanze ed aborti già nella prima adolescenza, e all’aumento della pedofilia».

Tutte frasi che risultano un copia-incolla dalla petizione omofoba presentata al Presidente della Repubblica dall’associazione Provita Onlus, ora resa legge da chi pare non aver vergogna nell’usare come fonte una fra le realtà di istigazione d’odio più violente d’Italia.

Interessante è anche come la politica si sia ritrovata a scrivere le proprie teorie scientifiche anche in assenza di un qualsivoglia riscontro nel mondo accademico, come il sostenere che «la scissione tra il dato biologico e il dato psicologico non è solo impossibile, ma è anche pericoloso per lo sviluppo del bambino perché crea confusione, incertezza, doppiezza, laddove invece i minori chiedono certezza di ruoli e regole condivise».

Ancora una volta le istituzioni lanciano un messaggio malato al Paese, sostenendo che alcune persone debbano essere ritenute ideologizzate per il solo fatto di esistere e di chiedere rispetto. Si alimenta divisione, paura e violenza. Il tutto, peraltro, in una terra che le destre politiche hanno già gettato le basi di una una bomba ad orologeria in cui omofobia e xenofobia vengono coltivate dalle stesse istituzioni.

Clicca qui per leggere il testo della mozione.

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Levategli il vino

di Mauro Muafò – Il paese che non ama – espresso.repubblica.it, 11/09/2015

La nuova moda dei piccoli comuni amministrati dai leghisti è quella di usare la segnaletica locale come un quaderno per bambini, scrivendoci sopra la prima cretinata che passa loro per la testa.

Quello sopra è ad esempio l’uso creativo fatto dal primo cittadino di Capriolo, novemila anime nel bresciano, che era geloso del collega di Prevalle (settemila anime) che ha lanciato la tendenza qualche giorno fa.

L’amministrazione comunale, sfruttando una segnaletica adibita ad altre finalità, ha informato i cittadini di essere contraria “all’ideologia gender”: un’ideologia che neppure esiste ma che fa comodo spacciare per reale (ci sono milioni di articoli dedicati all’argomento, inutile dilungarsi anche qua su questa bufala della teoria gender).

Restiamo quindi in fiduciosa attesa di un sindaco che vorrà informarci di essere contrario all’ideologia degli unicorni o a quella di Super Mario.

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Trento, manifesto anti gender: la gaffe di Fratelli d’Italia

repubblica.it, 14/09/2015

Per contrastare l’educazione al rispetto delle differenze di genere in 21 scuole trentine, Fratelli d’Italia ha affisso a Trento un manifesto contro la cosiddetta “cultura gender”. L’attacco però nasconde una gaffe: è stata utilizzata una foto – quella di un ragazzo con il rimmel colato dal pianto – che rende omaggio a Leelah Alcorn, 17enne ragazza transgender morta suicida, negli Usa, perché i suoi genitori non l’accettavano e l’avevano costretta a seguire una “terapia riparativa”. Lo scatto è della fotografa inglese di origini italiane Rose Morelli, pensato proprio per sostenere il benessere delle persone transgender e dell’intera comunità lgbt.

Fatelo a casa vostra, finocchi!!!

Segnalato da Barbara G.

FATE PURE IL BLU E IL GIALLO, PERO’ FATELO A CASA VOSTRA FINOCCHI!

Di Daria Bignardi – barbablog.vanityfair,it, 07/07/2015

Ninna nanna per una pecorella è un libro pericoloso ed eversivo, e il primo cittadino della città più bella del mondo l’ha giustamente requisito da tutte le scuole materne di Venezia. Appena eletto, Luigi Brugnaro, uomo rigoroso e accorto, ha voluto dare un segnale forte a tutti i degenerati, gli Scalfarotti, i lupi, le pecorelle, gli anatroccoli e i Pinocchi del mondo: a Venezia non si scherza con l’educazione dei bambini.

Come ha scritto Tiziano Scarpa, le favole sono eversive: io aggiungo che a ben guardare tutta la letteratura lo è, quindi propongo al sindaco, di sicuro persona coerente, di fare un tale falò di tutti i libri in circolazione per la laguna che Fahrenheit 451 se lo sogna. In piazza San Marco. Non sarebbe un grande spot per la città? Altro che grandi navi e disoccupazione: è Il Brutto Anatroccolo il problema.

Oltre a Ninna nanna per una pecorella (pecorella curiosa che una sera decide di lasciare il gregge per seguire una stella, si perde, finisce tra un branco di lupi, ma mamma lupo la accoglie e l’alleva coi suoi cuccioli, sulla falsariga di Mowgli nelLibro della giungla di Rudyard Kipling) – che per Luigi Brugnaro è una storia sessualmente ambigua e rientra nei cosiddetti libri «gender» perché i ruoli sessuali dei genitori della pecorella non sono chiari e quindi la storia potrebbe creare traumi infantili – sono finiti nella lista di proscrizione altri quarantotto titoli come Piccolo blu e piccolo giallo di Leo Lionni, dove due colori tanto diversi sono così profondamente amici (e chiaramente finocchi) da mescolarsi per creare il verde, un messaggio pervertito, oppure Orecchie di farfalla o Il pentolino di Antonino.

Era ora che qualcuno puntasse il dito e smascherasse il grande complotto delle lobby gay per traviare i nostri piccoli. Complotto probabilmente iniziato con Hans Christian Andersen, il più grande autore di favole di tutti i tempi insieme ai Fratelli Grimm, l’autore del Soldatino di Stagno e dellaPiccola Fiammiferaia: di cui il sindaco Brugnaro evidentemente ignora che fosse omosessuale, altrimenti sarebbe intervenuto anche sulle sue storie. Qualcuno dovrà spiegargli che Andersen ha scritto la storia di un soldatino disabile perché si sentiva diverso.

Non solo era gay, ma portava scarpe numero 48. E con le sue favole ha cercato di traviare tutti i bambini del mondo. Noi – che siamo cresciuti con la storia della Sirenetta e dei Vestiti nuovi dell’imperatore – è un miracolo se non siamo diventati tutti gay o lesbiche (molti sì, e per colpa di Andersen, penserà ora Brugnaro). Tutto improvvisamente torna. La principessa sul pisello. Pornografia! Pedofilia! Depravazione!

Ma finalmente ora saranno smascherati tutti, questi pervertiti traviatori dell’infanzia. Basta favole. Basta racconti. Basta libri. Basta anche film, già che ci siamo: coi generi sessuali non si scherza. A cominciare da Morte a Venezia di quel degenerato di Thomas Mann, portato sullo schermo da quel non dico la parola di Luchino Visconti.

 

Vi dichiaro coniuge e coniuge

Di Barbara G.

Sta finalmente tornando d’attualità il tema dell’introduzione nell’ordinamento italiano del matrimonio fra persone dello stesso sesso. L’intervento del Parlamento è indispensabile per garantire l’applicazione dei principi sanciti, tra gli altri, anche dall’Unione Europea, ad oggi infatti tutti i ricorsi presentati alla Corte Europea si sono risolti in un nulla di fatto in quanto la materia è di competenza legislatore nazionale. Chi ha presentato ricorso in pratica si è sentito rispondere “hai ragione, ma non possiamo farci nulla”. Giusto per essere chiari.

Di seguito potete trovare gli elementi essenziali del DDL Cirinnà e lo “stato di avanzamento dei lavori” in Parlamento. Per una breve sintesi del quadro giuridico europeo, sulla base del quale saremmo tenuti a legiferare in materia, si rimanda a questo post.

Il DDL Cirinnà

Finalmente in Parlamento sta entrando nel vivo la discussione del testo presentato dalla senatrice Cirinnà, che riguarda unioni civili fra persone dello stesso sesso e regolamentazione delle convivenze per coppie etero e same sex. Il testo è frutto di un duro lavoro condotto nelle commissioni competenti, che ha condotto all’unificazione in un unico documento delle numerose proposte presentate da diversi soggetti politici.

In primis, in questo DDL vengono estese alle unioni civili fra persone dello stesso sesso le disposizioni previste dal Codice Civile per le coppie sposate in merito a:

  • diritti e doveri dei coniugi, doveri verso i figli;
  • indirizzo e residenza familiare;
  • concorso negli oneri, regime patrimoniale e pagamento degli alimenti;
  • responsabilità in caso di interdizione e amministrazione di sostegno;
  • diritti successori;
  • scioglimento del legame.

Insomma, l’unione fra persone dello stesso sesso è sostanzialmente equiparata al matrimonio, anche se porta un nome diverso. L’unica, sostanziale, differenza riguarda le adozioni, precluse in linea di principio alle coppie same sex: l’unica concessione prevista nel DDL riguarda infatti la possibilità di adottare dei figli del compagno/a.

Come detto sopra, questo testo introduce anche la disciplina della convivenza, che prevedrebbe i seguenti diritti e doveri:

  • assistenza: diritto di visita, assistenza e accesso ai dati personali (equiparazione familiari e parenti), possibilità di designare un rappresentante per decisioni in caso di malattia o morte;
  • abitazione: in caso di morte, diritto ad abitare nella casa del defunto per periodo uguale a quello della convivenza, subentro nel contratto di locazione;
  • graduatorie per le abitazioni popolari: la convivenza di fatto vale per la definizione di nucleo familiare;
  • obbligo al mantenimento e al pagamento degli alimenti in proporzione alla durata della convivenza;
  • equiparazione al coniuge per: partecipazione agli utili dell’azienda, possibilità di essere nominato tutore o similari, risarcimento danni da fatto illecito.

Questa parte mi sembra molto interessante, e lo dico in quanto “parte in causa”: convivo col mio compagno da parecchi anni, e quello che chiedevo ad una legge di disciplina delle convivenze in questo DDL l’ho trovato.

Complessivamente lo trovo un buon testo, anche se trovo paradossale dover introdurre lunghi giri di parole per non dover utilizzare esplicitamente la parola “matrimonio”. La parte sulle adozioni per me è un po’ troppo timida, ma siamo in Italia e tanta grazia che hanno inserito almeno l’adozione per i figli del compagno. Aspettiamoci duri scontri in aula, e speriamo che non venga stravolto il testo a furia di emendamenti; una volta approvata (si spera) la legge, col tempo la si potrà integrare e migliorare… anche i più scettici potranno rendersi conto che non c’è “sottrazione” ai propri diritti se li si estende anche agli altri.

Work in progress

Il testo unificato del DDL 14 denominato “Disciplina delle coppie di fatto e delle unioni civili” è stato depositato il 17/03/2015.

Dopo l’approvazione del testo base in Commissione Giustizia al Senato avvenuta a fine marzo (contrari FI, NCD e Lega) è arrivato il via libera in Commissione Affari Costituzionali al Senato (con il voto contrario di NCD e Lega Nord).

Come ampiamente prevedibile, in aula ci sarà battaglia: il 7 maggio è scaduto il termine per la presentazione degli emendamenti al DDL: ne sono stati presentati oltre 4mila. Oltre ai più di 3mila di Ap (dei quali 282 solo da Carlo Giovanardi), sono state 829 le richieste di modifica di Fi, 332 di Gal, 36 di M5S, 21 del gruppo Misto, 20 della Lega Nord e 15 del Pd. Sette, infine gli emendamenti presentati dal gruppo Autonomie per un totale di 4320 proposte di modifica.

Si ipotizza di poter iniziare la discussione al Senato entro la seconda metà di luglio. L’iter di discussione del DDL lo potete seguire qui.

Nota a margine #1 sugli emendamenti

Il buon Mario Adinolfi, pur senza sedere in parlamento, da giorni dice di essere lui il responsabile ultimo del blocco della legge. Dice di aver scelto lui l’ostruzionismo, di aver scritto lui gli emendamenti. Ha sostenuto anche che si sia di fronte ad «una legge di cui i proponenti stessi si vergognano» dato che a suo dire è scritta con termini dove «non capisce di che si parla». Leggete il suo post, perché ci sarebbe da sganasciarsi, se non fosse che poi qualcuno ci crede, a quello che lui scrive…

Nota a margine #2 sugli emendamenti

Io mi chiedevo come si potessero scrivere più di 4000 emendamenti su un testo tutto sommato piuttosto breve. Beata ingenuità…

Ne sono stati presentati 662 solo sul primo articolo. Le unioni civili sono diventate “unioni renziane”, magari da registrare dal commercialista, dai vigili urbani, dal Sindaco di Roma. La cosa preoccupante: qualche esponente di Pd ha messo in dubbio la stepchild adoption.

Leggete qui per gli altri.

In & out

Di Barbara G.

Mentre nella cattolicissima Irlanda vince il SI al referendum sull’introduzione del matrimonio fra persone dello stesso sesso e in Lussemburgo il premier di centrodestra Xavier Bettel si appresta a sposare il suo compagno, in Italia siamo ancora al palo con il DDL Cirinnà, che si prefigge l’introduzione delle unioni civili nell’ordinamento italiano.

Mentre la chiesa scozzese ammette ufficialmente la possibilità di avere sacerdoti gay e uniti civilmente con il partner, in Italia il card. Bagnasco vieta nella sua diocesi la veglia in ricordo delle vittime di omofobia (organizzata da alcune associazioni cristiane in occasione della giornata contro l’omofobia).

A Cremona invece, mentre in piazza del duomo si stava allestendo il presidio delle sentinelle in piedi (con gran dispiegamento di mezzi e poliziotti), poco lontano si teneva l’incontro sui diritti civili di cui abbiamo parlato l’altro giorno, che ha visto la partecipazione di Elly Schlein (eurodeputata PSE), Luigi Lipara (consigliere comunale), Gabriele Piazzoni (arcigay), con la moderazione di Eleonora Sessa e un contributo video di Daniele Viotti (europarlamentare PSE).

Il quadro che è emerso non è dei più confortanti: per quanto riguarda i diritti di LGBT in sostanza l’Italia è più vicina ai paesi dell’ex blocco sovietico rispetto a quelli dell’Europa occidentale. I cittadini italiani dagli ultimi sondaggi pubblicati sembrerebbero sostanzialmente pronti all’introduzione del matrimonio fra persone dello stesso sesso (il 55% degli intervistati si dichiara favorevole), i politici italiani invece sembrano ancorati ad una visione molto più limitata, forse più attenti a difendere il loro fortino elettorale che a lavorare per i cittadini. Soprattutto, è il linguaggio che in genere utilizza la classe politica italiana a destare preoccupazione, come evidenziato da un sondaggio compiuto all’interno della comunità LGBT europea lo scorso anno: il 91% degli intervistati, infatti, ritiene che i politici di casa nostra usino parole discriminatorie e omofobe abitualmente nel proprio linguaggio, contro il 44% della media europea (ne avevamo parlato QUI).

Per quanto riguarda il riconoscimento dei diritti civili di LGBT, i trattati europei parlano chiaro. Nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea (la cosiddetta “Carta di Nizza”, del 2000), e in particolare nell’articolo 9, si legge che «il diritto di sposarsi e il diritto di costituire una famiglia sono garantiti secondo le leggi nazionali che ne disciplinano l’esercizio». La possibilità di contrarre un vincolo matrimoniale e il diritto di formare una famiglia non vengono collegati alla eterosessualità dei soggetti coinvolti, aprendo così le porte a matrimoni o a forme di regolamentazione delle convivenze fra persone dello stesso sesso, purché ciò sia previsto dagli ordinamenti nazionali, tanto più che l’art. 21 della medesima Carta prevede la non discriminazione in base, oltre che al sesso, anche alle tendenze sessuali.

Sono state inoltre emanate alcune direttive che sembrerebbero garantire l’uguaglianza del trattamento dei due coniugi e delle relative famiglie, indipendentemente dal sesso dei due contraenti:

  • 2003/86/CE, relativa al diritto al ricongiungimento familiare per i cittadini di paesi terzi legittimamente residenti nell’Unione;
  • 2004/38/CE, riguardante il diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e soggiornare liberamente all’interno degli stati membri.

Purtroppo tutto ciò non è stato sufficiente per venir riconosciuti i diritti delle coppie di persone dello stesso sesso che si sono di volta in volta rivolte alla Corte Europea: i ricorsi sono sempre stati respinti, in quanto solo al singolo stato compete la promulgazione di leggi a tal proposito.

Un passo ulteriore è stato fatto a Strasburgo il 12 marzo 2015: nella Relazione Annuale sui Diritti Umani e la Democrazia nel Mondo 2013 (conosciuta come “Rapporto Panzeri”), matrimonio e unioni civili ricevono lo status di diritti umani e civili di tutte le persone, e tutti gli stati membri dovranno adoperarsi (dove non è già stato fatto) affinché questi vengano riconosciuti e garantiti.

L’attività delle commissioni europee che si occupano di parità di diritti è molto intensa, e i rappresentanti dell’unione si sono espressi anche con parole molto forti nei confronti degli stati membri che, in un modo o nell’altro, si sono resi responsabili di gravi atti lesivi dei diritti delle persone. L’ultimo esempio è relativo al caso del ragazzo italiano minacciato di morte in Ungheria per essere un attivista della comunità LGBT. Il rispetto dei diritti umani è requisito fondamentale per ottenere l’ingresso nella UE, paradossalmente i governi dei Paesi che stanno avviando la procedura per l’ingresso nell’Unione si dimostrano più sensibili a queste tematiche rispetto ad alcuni Stati membri.

Il problema però non è solo il “semplice riconoscimento” di un diritto che esiste già, di un’unione perfettamente valida in un altro stato: sono molte le problematiche che una differente legislazione a livello europeo si porta dietro, dalla difficoltà nel ricongiungimento familiare a situazioni potenzialmente paradossali, quali quella ironicamente presentata in questo video, realizzato dall’europarlamentare Daniele Viotti e dall’attore Carlo Gabardini e recentemente presentato a Bruxelles.

La situazione descritta sembra senza senso, ma il fatto è che affermazioni come “se consentiamo i matrimoni gay finiremo con l’ammettere la poligamia”, insieme all’ancora più assurdo “se riconosco un legame affettivo e io dico che ho un legame affettivo con il mio cane, allora di questo passo mi posso sposare il cane” sono fra gli argomenti che chi si occupa del tema si ritrova, spesso e (mal)volentieri, a dover controbattere, anche in sedi istituzionali quali le commissioni comunali.

Un altro rischio, qualora ci si limitasse a riconoscere le coppie registrate all’estero senza rendere possibile il matrimonio egualitario, potrebbe essere l’introduzione di una “discriminazione al contrario”, introducendo di fatto una legislazione più favorevole ai cittadini europei rispetto a quelli italiani.

Ora tocca al legislatore italiano muoversi. Prossimamente dovrebbe iniziare in Senato la discussione del DDL Cirinnà (ne parleremo prossimamente), ma sappiamo bene che i tempi saranno piuttosto lunghi. Ed è per questo che l’azione di pressione della cittadinanza, delle associazioni e delle amministrazioni è molto importante. Le battaglie che alcune amministrazioni stanno conducendo per l’istituzione dei registri delle coppie di fatto ovviamente a livello nazionale non cambiano nulla, ma possono permettere, a livello locale, l’accesso ad alcuni servizi, costituiscono un’opera di sensibilizzazione sul tema ed esercitano una pressione nei confronti del legislatore. Ed è inoltre molto importante attivare percorsi per la lotta alle discriminazioni, di qualsiasi natura esse siano, anche se talvolta questi argomenti diventano argomento di scontro ideologico fra maggioranza ed opposizione, inoltre i continui tagli ai bilanci dei Comuni non agevolano certo queste attività. Alcune amministrazioni si sono riunite nella rete RE.A.DY, che si propone di favorire politiche locali di parità rispetto all’orientamento sessuale e all’identità di genere e diffondere buone prassi sul territorio nazionale (QUI per ulteriori informazioni).

Un ruolo fondamentale per quanto riguarda l’inclusione e l’educazione al rispetto delle differenze spetta ovviamente alle istituzioni scolastiche, che hanno il compito di formare i cittadini di domani. Il lavoro di contrasto agli episodi di bullismo di stampo omofobo non può essere portato avanti senza il supporto delle associazioni che si occupano di queste tematiche, a dispetto dei tentativi di interferenza sulla linea educativa apportati da aderenti ad associazioni contrarie all’estensione dei diritti civili alla comunità LGBT. Sono sempre più frequenti i casi di volantinaggi fuori dalle scuole, oltre all’intromissione nell’attività formativa da parte di genitori appartenenti a queste associazioni, con pressioni su insegnanti e dirigenti scolastici affinché le tematiche connesse all’omosessualità (e talvolta anche quelle finalizzate all’abbattimento degli stereotipi di genere) non vengano trattate, citando la fantomatica “teoria del gender”.

L’unica strada realmente efficace da percorrere è quella del pieno riconoscimento dei diritti civili, passo veramente concreto per l’abbattimento degli stereotipi di genere, per eliminare ogni tipo di discriminazione, per garantire uguaglianza di trattamento e libertà di movimento sul territorio di tutti i cittadini, qualunque sia il loro orientamento sessuale, per portare un po’ di Europa nei nostri confini.

L’amore (im)possibile

segnalato da Barbara G

A Cremona il 23/05 si parlerà di diritti civili, regolamentazione delle convivenze, matrimonio fra persone dello stesso sesso. Lo faremo con Elly Schlein, Gabriele Piazzoni di arcigay, Luigi Lipara (consigliere comunale), e con un intervento di Daniele Viotti.

SpazioComune, piazza Stradivari 7, ore 15.

Evento facebook QUI

amore-impossibile

Una taglia sul gay

segnalato da barbarasiberiana

Domenica 17/05 si è celebrata la giornata mondiale contro l’omofobia. Il fatto che ci sia una “giornata mondiale” per tutto può forse far sorridere, ma non dimentichiamo che in Italia siamo ancora senza una regolamentazione delle unioni fra persone dello stesso sesso, in barba alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea e a numerose direttive che ci chiedono di porre rimedio ad un vuoto normativo, e che anche da noi si verificano episodi di violenza e bullismo a sfondo omofobo.

E se in Italia questa giornata è stata occasione per sensibilizzare, in modo allegro e colorato, persone e istituzioni sulla necessità di affrontare questi temi, non dimentichiamo che ci sono luoghi non molto lontani dai nostri confini dove gli atti discriminatori e di violenza nei confronti di persone LGBT stanno raggiungendo livelli preoccupanti.

Questa è la storia di Andrea, perseguitato dai neonazisti in Ungheria.

UNGHERIA, MINACCE DI MORTE E UNA TAGLIA SUL GAY ITALIANO

Andrea perseguitato dai neonazisti: offende i cristiani

Di Tonia Mastrobuoni – lastampa.it, 18/5/2015

La parata per i diritti gay in Ungheria protetta da agenti in tenuta anti sommossa

«Lavora qui il frocio italiano che ha insozzato la nostra bandiera?». L’immagine trema, il video su Youtube è girato di nascosto, la telecamera è all’altezza dei fianchi. Lui è Gyorgy Gyula Zagyva, un ex parlamentare di Jobbik, il partito xenofobo, antisemita e ultra nazionalista ungherese. L’interlocutore, il capo della sicurezza di una multinazionale americana. Zagvya lo incalza, rivolge insulti irripetibili e omofobi all’«italiano». Continua a chiedere di vedere il «dipendente che offende il popolo cristiano». È l’estate del 2014 e il calvario di Andrea Giuliano è appena cominciato.

Nelle stesse ore, sulle pagine Facebook di organizzazioni neonaziste come quella dei «Motociclisti dal sentimento nazionale» continuano ad arrivare migliaia di messaggi di insulti contro il ligure di 33 anni. Tra di essi «zingaro italiano, puoi correre, ma non ti puoi nascondere», alate riflessioni tipo «mica sarà un caso che abiti nel quartiere ebraico?». Ma anche le prime minacce di morte: «Vedrete che presto passerà a miglior vita». E c’è persino chi suggerisce come: «Ti inchioderemo il pene alla porta di casa». La colpa di Andrea: essere attivista gay in un Paese in cui il partito di estrema destra ormai raccoglie i favori di un ungherese su tre. E aver fatto umorismo sul club ultranazionalista di amanti delle dure ruote.

I «Motociclisti dal sentimento nazionale», guidati da un ex militante di Jobbik, Sandor Jeszenszky, hanno come emblema la bandiera della «Grande Ungheria», quella cancellata dalla storia quasi un secolo fa. Quella dei nostalgici ultra nazionalisti. Quella, per dire, che ingloba anche Trieste. Il loro motto, tanto per non lasciare dubbi sull’atteggiamento nei confronti degli ebrei è «Dai gas!». Peccato che il capo, Jeszenszky, sia stato fotografato anni fa in un locale di lap dance, mentre si esibiva in performance porno con un costume di paillettes – dettagli trascurabili di una solida biografia da persecutore di gay e infedeli e minoranze.

In ogni caso, alla parata per l’orgoglio omosessuale di Budapest dell’anno scorso, Andrea è su un carro e tiene in mano una parodia della bandiera dei motociclisti: al posto della moto stilizzata che la orna, c’è un fallo. È satira, ma per lui è la fine, la sua condanna. Sul sito nel club neonazi compaiono quasi subito la sua foto, il suo indirizzo di casa e quello del suo datore di lavoro. Cominciano a ricoprirlo di insulti e a mandare migliaia di mail al suo capo, chiedendo che licenzi l’italiano, reo di «infangare il Paese e la religione cristiana». Non solo.

Quando Andrea torna a casa, trova due energumeni che lo stanno aspettando. Lui riesce a scappare, ma da allora cambia casa dieci volte, vive da amici, modifica il suo indirizzo di residenza tre volte, limita i suoi contatti a chi conosce, evita i vicini sul pianerottolo. Non ha pace. E le minacce, nel tempo, peggiorano. Ad un certo punto sul sito di Jeszenszky appare una taglia: 10mila dollari per chi lo ammazza. Una condanna a morte.

Abbiamo incontrato Andrea in città, in un’associazione di attivisti per i diritti civili, «Aurora». In questi giorni è di nuovo agitato in vista di un’udienza in tribunale che è stata fissata a giugno: è finito perfino sotto processo. Il capo del club dei motociclisti lo ha querelato. Un po’ curioso, il concetto di diffamazione per un’associazione di estrema destra che esibisce cartine dell’Ungheria imperiale e slogan razzisti e antisemiti: «La mia domanda è – sostiene – come ho fatto a infangare il “buon nome” di un’associazione che promuove iniziative dal titolo “Dai gas” che passano provocatoriamente davanti alla sinagoga? E poi: è possibile infangare il “buon nome” di un’associazione che mi ha minacciato di morte?».

Il processo che Andrea ha chiesto contro i suoi persecutori è invece fermo. Il suo avvocato gli ha detto che se resterà bloccato per un altro anno e mezzo, potrà ricorrere alla Corte di Strasburgo. Ma per lui non è una consolazione. «La domanda, ancora una volta, è semplice: è legale quello che hanno fatto loro? No. È legale, quello che ho fatto io? Sì». Già, in uno stato di diritto. Ma l’Ungheria lo è ancora?

PER SAPERNE DI PIU

Le reazioni delle istituzioni.

Micaela Campana, parlamentare PD.

La storia di Andrea ci ha profondamente colpito e per questo abbiamo deciso insieme ai colleghi del Senato di presentare un uguale interrogazione sia alla Camera che al Senato per sollecitare la Farnesina a verificare i fatti e mettere in campo tutti gli strumenti a difesa della sicurezza del nostro connazionale diventato oggetto di un’odiosa campagna omofobica.

Aurelio Mancuso, presidente di Equality.

Ci stiamo sentendo con tutte le associazioni Lgbt italiane, con il Pd e i gruppi parlamentari: vogliamo interessare immediatamente il ministero degli Esteri perché se ne occupi. Si tratta di tutelare un italiano nella Ue, vogliamo assicurarci che viva in condizioni di sicurezza in quel Paese. L’Ungheria, peraltro, è già attenzionata nella Ue per lo scarso rispetto diritti degli omosessuali.

Daniele Viotti, europarlamentare PSE, ha sollevato la questione in aula a Strasburgo. Si parla di una taglia di 10mila euro sulla testa di Andrea. Oggi ci sarà un’informativa della Commissione europea in Aula sulla situazione in Ungheria.