libero mercato

Il campo conteso da globalisti e sovranisti

segnalato da Barbara G.

La resistenza è spesso molecolare, disordinata, a volte apolitica: è disagio sociale, protesta locale, aggregazioni di corto raggio e breve durata, disordine d’ogni sorta. Eppure, vi sono segnali che lasciano margini di speranza

Indignados in piazza a Madrid nel 2011

di Loris Caruso e Alfio Mastropaolo – inlamifesto.it, 18/04/2017

L’elezione di Donald Trump potrebbe costituire l’avvio di una profonda ristrutturazione degli schieramenti in campo: di quelli politici e di quelli dei loro supporters, che agiscono al di fuori della sfera politico-elettorale, ma che con i partiti in senso proprio hanno legami strettissimi: marciano divisi, per colpire uniti. Da un lato c’è uno schieramento che potremmo chiamare «globalista». Per esso la consegna del pianeta al mercato è giusta e inevitabile. In linea di massima questo è lo schieramento che al momento prevale alla guida delle democrazie sviluppate. Salvo aver alfine trovato un rivale assai temibile.

È ancora un’ipotesi: grazie a Trump di schieramenti se ne potrebbe costituire un altro, che potremmo denominare «sovranista», la cui struttura portante sarebbe fatta di quei partiti che ordinariamente vengono classificati come populisti. Secondo questo secondo schieramento il rimedio ai danni prodotti dai globalisti non consiste nel sottrarre spazi al mercato, ma nel restringere il mercato entro i confini nazionali, dandogli lì piena libertà di manovra. L’altra caratteristica dello schieramento sovranista sta nella sua capacità di strumentalizzare le sofferenze e le paure di una parte delle vittime dei globalisti, da esse traendo parte non secondaria del suo seguito elettorale.

Tra i due rivali, uno ben solido, l’altro in via di consolidamento, c’è più accordo che contrasto. Wall street non ha manifestato sofferenza dopo la vittoria di Trump. La Brexit non ha prodotto effetti sconvolgenti, e la borsa di Londra se la cava egregiamente. Se così fosse, sarebbe un’invenzione straordinaria: il capitalismo fa opposizione al capitalismo. Evviva il capitalismo! Divergono sui mezzi: l’uno considera lo Stato un ingombro, l’altro uno strumento. Forse è un conflitto ciclico nella storia del capitalismo. Quello che è verosimile è che i sovranisti non riusciranno a sfuggire dal labirinto di vincoli in cui i globalisti hanno cacciato le società occidentali e proveranno a mascherare il loro fallimento con un po’ di misure illiberali, antidemocratiche, razziste. Trump ha già cominciato. Anzi, ha fatto di meglio. Ha ripreso a bombardare, con tanto di motivazioni umanitarie. Non senza ottenere il plauso dei globalisti-liberali.

C’è forse qualche somiglianza con i contrasti che divisero negli anni 20-30 dello scorso secolo i fascisti da una parte dei liberali. Poi, allora, le cose evolvettero. I liberali presero le distanze, rinunciarono al liberismo, inventarono il New Deal, si appropriarono dell’interventismo statale fascista, ma lo rinnovarono radicalmente in senso democratico. Le analogie sono intriganti, ma non sono mai perfette e non vanno esagerate. Non sappiamo nemmeno come il contrasto tra globalisti e sovranisti evolverà. Potrebbe anche evolversi positivamente. I globalisti potrebbero, almeno alcuni, scoprire di aver esagerato e che l’involuzione autoritaria è troppo rischiosa. Vedremo. Come tutte le trasformazioni, anche questa è incerta.

Anche perché le resistenze non mancano. Negli anni 20-30 c’erano grandi partiti socialisti e comunisti, a volte brutalmente repressi, ma che rappresentavano un principio di resistenza. Oggi c’è resistenza, ma ha altre forme, giacché quei partiti hanno deciso di confondersi nello schieramento globalista. La resistenza attuale è spesso molecolare, disordinata, a volte apolitica: è disagio sociale, protesta locale, aggregazioni di corto raggio e breve durata, disordine d’ogni sorta.

Tra le forme più paradossali c’è persino il voto per i partiti populisti: che se per alcuni implica adesione, per altri è un voto di «odio». Li si vota perché non c’è di meglio, perché è il voto che reca più disturbo.

La resistenza dispersa non è una condizione inedita. Prima che nascessero i grandi partiti di massa, gli strati popolari erano classificati come classes dangereuses: erano le folle del 1789 del 1848, che i partiti socialisti promossero a classes laborieuses, dotate di un’identità e una soggettività collettiva, protagoniste di grandi cambiamenti.

È immaginabile un riorientamento analogo delle resistenze che caoticamente si manifestano di questi tempi? Non è facile. Una cosa era contrastare lo Stato e le imprese, un’altra rovesciare il mercato globale, gli evanescenti labirinti della governance sovranazionale e i bit della speculazione finanziaria. Eppure, vi sono segnali che lasciano margini di speranza. Il nemico è possente, globalista o sovranista che sia. Ma è possente perché i suoi avversari sono deboli. Ma fino a un certo punto.

Le grandi mobilitazioni sociali di carattere «universalistico» apparse dal 2011 non sono un incidente. Sono manifestazioni di una rivolta collettiva che ha indossato prima le vesti degli Indignados spagnoli e greci, di Occupy, di Gezi Park, della francese Nuit Debout e che poi ha avuto qualche non secondario sbocco elettorale. La rivolta movimentista e l’esodo elettorale dai partiti tradizionali sono a volte riusciti a intrecciare protesta politica e protesta sociale. Tra le vittime del nuovo ordine (o disordine) e le oligarchie cova un conflitto che evoca le grandi retoriche rivoluzionarie: la virtù contro la corruzione, il basso contro l’alto, i produttori contro i parassiti, il «popolo» contro la «corte» (oggi la «casta»). Va da sé che è tutt’altro modo di interpretare il conflitto «basso contro alto» rispetto a quello dei populisti-sovranisti. Nessuno che abbia seguito agisce oggi al di fuori di questa frattura.

Negli Usa la campagna di Sanders è stata fatta in gran parte da attivisti di Occupy, così come la campagna pro-Corbyn nel Labour. Podemos non sarebbe nato senza gli Indignados. Syriza ha vinto le elezioni dopo un lungo ciclo di mobilitazione sociale. Il governo più progressista d’Europa, quello portoghese, è una coalizione tra il partito socialista e partiti della sinistra radicale, resa possibile da un intenso ciclo di mobilitazione anti-austerity. In Francia Mélenchon cresce nei sondaggi anche sull’onda della Nuit Debout. Altre nuove forze di sinistra avanzano in Olanda e in Belgio. La resistenza molecolare prova a coagularsi. Non ci sono quindi alibi per la sinistra italiana: non è vero che nella crisi cresce solo la destra.

Forse il problema italiano è che questo spazio è stato occupato dai grillini, o è stato loro consegnato. Oppure che l’equivoco del Pd si è dissolto solo di recente.

Ma bisogna anche imparare dagli altri. Le nuove forze di sinistra, dove conquistano consensi importanti, non sono stanchi mosaici di ceti politici di lungo corso. Spiazzano, disorientano, agiscono come outsiders, quasi come alieni. Inventano nuove forme organizzative. E soprattutto ci credono, e spiegano a coloro cui si rivolgono che le attuali ingiustizie non solo non hanno niente di naturale e di obbligato, ma sono pure superabili. Purché lo si voglia.

Pubblico vs privato negli USA

CITTADINA DEL KENTUCKY AVVIA LA GESTIONE DI UNA NUOVA STAZIONE DI BENZINA DI PROPRIETÀ COMUNALE

traduzione di Nammgiuseppe

da www.znetitaly.org (18/09/2014)

GasStation

Agli inizi di questo mese la piccola città di Somerset, nel Kentucky, ha fatto notizia a livello nazionale quando ha aperto una stazione di rifornimento di proprietà e gestita dal comune in un tentativo di ridurre i prezzi della benzina per i residenti del luogo. Per la sua vicinanza al lago Cumberland, una popolare destinazione turistica, la città di 11.000 abitanti ha combattuto a lungo con gli alti prezzi del carburante, specialmente nei mesi estivi tra il Memorial Day e la Festa del Lavoro. Sotto la guida del sindaco Repubblicano Eddie Girdler la cittadina di tendenze conservatrici ha acquistato per 200.000 dollari un deposito di carburante e ha speso 75.000 dollari per costruire l’infrastruttura per distribuire benzina al pubblico, compresa l’installazione di dieci pompe. La città oggi acquista la benzina da un fornitore locale (Continental Refining Company) e utilizza dipendenti comunali di altri uffici a turno gestire la stazione.

In una città in cui i prezzi della benzina nelle stazioni private possono avere picchi d’aumento da 20 a 30 centesimi al gallone nei fine settimana, la stazione pubblica non punterà a realizzare un profitto. L’ufficio del sindaco intende, invece, fissare i prezzi in modo che la città raggiunga il pareggio rispetto al costo del carburante più i costi operativi. Tuttavia un obiettivo aggiuntivo consiste nell’offrire un incentivo agli automobilisti diretti al lago Cumberland a fermarsi a Somerset per rifornirsi, generando così affari aggiuntivi – e maggiori entrate fiscali – per i ristoranti, i negozi e altre piccole attività della città.

I proprietari di stazioni di rifornimento e le loro associazioni regionali e nazionali (come l’Associazione dei Commercianti di Petrolio del Kentucky, l’Associazione dei Commercianti di Petrolio degli Stati Uniti e l’Associazione dei Commercianti di Alimentari del Kentucky e l’Associazione dei Minimarket del Kentucky) hanno gridato al socialismo e denunciato l’iniziativa della città come un tentativo di “interferire con il libero mercato”. Tuttavia in prezzi inferiori della benzina si stanno dimostrando molto popolari presso i residenti locali e il sindaco Girdler non sta mostrando segni di voler fare marcia indietro. “Se non lo fa il governo per proteggere il pubblico, allora chi lo fa?”, ha dichiarato ai giornalisti. “È compito del governo proteggerci dalla grande industria”.

Anche se la stazione di rifornimento di proprietà pubblica di Somerset è la prima nel suo genere in un bel po’ di anni, essa si rifà a una ricca tradizione statunitense di imprese comunali che riducono i costi per i residenti locali, offrono servizi a chi è malservito o sfruttato dagli operatori privati e consentono la partecipazione della comunità alle decisioni economiche. Storicamente la proprietà e gestione comunale di industrie e servizi strategicamente importanti era normale nelle città statunitensi. Spesso comprendeva metropolitane, tram, bus, centrali elettriche, linee elettriche, reti telefoniche, sistemi idrici e fognari, ferrovie, fabbriche di ghiaccio, stazioni ferroviarie e di autobus, strutture di trasporto merci, negozi di alimentari, aziende di distribuzione del carbone, strutture alberghiere e altro.

Un’eredità di tale approccio è rappresentata dalle 2.000 aziende dell’elettricità di proprietà comunale che, assieme a cooperative, forniscono più del 25 per cento dell’elettricità della nazione. Un altro esempio è la Banca del North Dakota, di vecchia data e di grande successo, fondata nel 1919 (assieme a un mulino e silos gestito dallo stato e a un programma statale di assicurazione) dalla Lega Apartitica al governo dello stato in reazione alla sofferenza dei contadini locali causata da imprese fuori dallo stato.

Come attestano sia la storia sia eventi recenti a Somerset, il sostegno alla proprietà e all’imprenditorialità pubblica a livello locale, municipale, è trasversale rispetto alle ideologie e affiliazioni politiche. Naturalmente la proprietà e gestione pubblica di una stazione di servizio per ridurre il costo di combustibili fossili ad alto contenuto di carbonio e molto inquinanti solleva importanti domande legate al cambiamento ambientale e climatico. Alla fin fine, tuttavia, quello che è importante non è il tipo d’impresa di proprietà e gestione pubblica bensì piuttosto il paradigma che la proprietà municipale offre alle comunità per riacquistare il controllo diretto di decisioni economiche vitali che influenzano la loro vita quotidiana. Anche se oggi hanno municipalizzato una stazione di servizio, forse in futuro i cittadini di Somerset – come i loro omologhi di Boulder, Colorado – premeranno per un’azienda pubblica che promuova una maggior generazione di energia rinnovabile. Il sindaco Girdler allude a una simile prospettiva più vasta. “Siamo una comunità che ha deciso che abbiamo una spina dorsale e che non permetteremo alle compagnie petrolifere di imporci cosa possiamo e cosa non possiamo fare”, ha dichiarato. “Partiremo dal piccolo. Dove arriveremo da qui, davvero non lo sappiamo”.

Lo spirito della resistenza è vivo

Fonte: http://zcomm.org/znetarticle/kentucky-city-begins-operating-new-municipally-owned-gas-station/

Originale: Community-wealth.org