Libia

Minniti vs Minniti

segnalato da Barbara G.

Migranti e respingimenti in Libia: nove anni dopo Minniti contraddice se stesso

“Il contrasto in acque internazionali è un’assurdità irrealizzabile”, affermava nel maggio 2008 l’allora “ministro ombra” a proposito degli annunci del governo Berlusconi. Oggi rivendica iniziative per le quali il nostro Paese è già stato condannato dalla Corte europea dei diritti umani

Marco Minniti

di Duccio Facchini – altreconomia.it, 17/08/2017

Il contrasto in acque internazionali è un’assurdità irrealizzabile. Parliamoci chiaro: pensiamo che basti mostrare la faccia feroce in tv o minacciare 18 mesi di Cpt per fermare persone disperate che, pur di arrivare in Italia, affrontano la morte attraversando mari e deserti?

Queste parole risalgono alla fine del maggio 2008. Il neonato governo Berlusconi aveva appena annunciato respingimenti in mare, soprattutto in Libia, per fermare i flussi migratori. Chiamato da l’Espresso a commentare le scelte dell’esecutivo -al Viminale c’era il leghista Roberto Maroni- fu l’allora “ministro ombra” alla Sicurezza del Partito democratico, Marco Minniti.

Nove anni dopo, il capovolgimento è riuscito: Minniti è il ministro dell’Interno di un Governo che inaugura una “stagione nuova” ma vecchissima: quella dei respingimenti “assistiti” in Libia, per i quali il nostro Paese è già stato condannato dalla Corte europea dei diritti umani (febbraio 2012). Gli esponenti della Lega rivendicano la paternità dell’iniziativa: “Per tre anni sono stato razzista, fascista, leghista, xenofobo, adesso si sono accorti anche loro che è un problema” (Matteo Salvini, 16 agosto 2017). E il surreale dibattito “pro o contro” l’operato delle Organizzazioni non governative oscura quella che l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi, www.asgi.it) ha definito invece una “gravissima violazione del diritto internazionale”. Contraria, tra le altre cose, alla Convenzione ONU contro la tortura e alla Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951.

In un documento di analisi e valutazione delle recenti iniziative governative per contrastare l’arrivo di migranti dal Mediterraneo, datato 11 agosto, l’Asgi non nomina mai la “questione ONG”. Non che la criminalizzazione della solidarietà o l’imposizione di presunti “codici di buona condotta” non meritino sdegno e attenzione. Il tema però è portare il dibattito fuori dalla campagna elettorale, dagli annunci, dai pretesti in atto sulla pelle di centinaia di migliaia di persone.

“In nessuna area della Libia sussiste un sistema giuridico effettivo che permetta di assicurare un minimo livello di sicurezza nel territorio”, ricorda l’associazione. “Nessun porto libico può attualmente essere considerato ‘luogo sicuro’ ai sensi della Convenzione per la ricerca e il soccorso in mare del 1979 (SAR)”. I sopravvissuti che verranno lì respinti non saranno infatti al sicuro, le necessità primarie (cibo, alloggio, cure mediche) non verranno soddisfatte e non potrà essere organizzato il trasporto dei sopravvissuti nella destinazione vicina o finale.

L’unica destinazione è la detenzione per il reato di “ingresso illegale”, come prevede la normativa libica. E il carcere è un luogo di violenze disumane. Asgi prima cita Vincent Cochetel, inviato speciale dell’UNHCR per la rotta del Mediterraneo centrale: “In Libia non ci sono centri per i migranti, ma solo prigioni, alcune controllate dalle autorità, altre da milizie e trafficanti, e sono in condizioni orribili”.

E poi ricorda un paradosso interessante: “A livello italiano sono in corso diversi procedimenti a carico degli autori delle gravissime violenze perpetrate nei campi libici. […] In un processo che si sta celebrando presso la Corte d’assise di Milano, e nel quale ASGI è costituita parte civile, la Pubblica accusa ha fatto emergere un quadro di inaudita violenza (violenze sessuali ripetute, omicidi di coloro che non ricevono dai familiari il denaro richiesto dai trafficanti, torture, addirittura esposizione dei corpi dei soggetti morti dopo le torture per ottenere effetto deterrente). Questo ed altri processi, relativi a fatti commessi all’estero da cittadini stranieri, si celebrano in Italia, come previsto dal codice di procedura penale, perché il ministro della Giustizia ha fatto richiesta di procedere considerata la gravità dei fatti: eppure, nonostante la consapevolezza così dimostrata di quanto accade in Libia, le politiche governative mirano ad aumentare il numero dei soggetti che in tali luoghi dell’orrore devono soggiornare”.

C’è di più. Il proposito dell’esecutivo Gentiloni di inviare direttamente propri uomini, risorse e mezzi per operare, a fianco delle autorità libiche, e in acque territoriali libiche o persino sulla terraferma al fine di contrastare la fuga dei migranti, respingendoli in Libia, porterebbe per l’Asgi a “gravissime conseguenze”, come la violazione del divieto d’espulsione e di rinvio al confine (art. 33 Convenzione di Ginevra).

“Nessuna operazione di contrasto al traffico può quindi essere condotta dalle autorità libiche da sole o in collaborazione con quelle italiane o di qualunque altro Paese -conclude Asgi-, senza che venga parallelamente garantita la sicurezza e i diritti delle persone coinvolte nel traffico, ovvero il loro trasporto in un luogo sicuro dove siano protetti dal rischio di tortura e dove, se lo richiedono, possono accedere alla protezione internazionale”.

Riportare in Libia i migranti intercettati nel corso di operazioni contro presunti scafisti significa stracciare regole internazionali che l’Italia ha l’obbligo di rispettare. Come avrebbe detto l’allora “ministro ombra” Minniti nel 2008: “Il governo si muove come l’elefante nella cristalleria”, frantumando diritti fondamentali. Proprio come nove anni fa.

Memoria per Ustica (1980-2017)

Triskel182

La settimana scorsa la Cassazione ha definitivamente messo la parola fine alla storia (giudiziaria) sulla strage di piazza della Loggia a Brescia: la bomba in quella piazza gremita per una manifestazione dei sindacati è stata messa da esponenti della destra fascita con l’aiuto e la copertura dei servizi.
Temo che per Ustica, l’abbattimento del DC9 IH-870 dell’Itavia sui cieli del Tirreno la notte del 27 giugno 1980, la stessa speranza rimarrà vana.
Il contesto è diverso: dietro la tragedia di Ustica (o de I-Tigi, come l’ha chiamata nel suo spettacolo Marco Paolini) ci sono i vertici dell’aeronautica militare, paesi della Nato e probabilmente anche delle complicità da parte della politica.

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L’accordo illegale

25segnalato da Barbara G.

Perché l’accordo tra l’Italia e la Libia sui migranti potrebbe essere illegale

Migranti soccorsi al largo delle coste libiche, il 27 gennaio 2017. (Emilio Morenatti, Ap/Ansa)

di Annalisa Camilli – internazionale.it, 20/02/2017

Il memorandum d’intesa sui migranti firmato il 2 febbraio dall’Italia e dalla Libia potrebbe essere illegale. A sostenerlo è un gruppo di giuristi, ex politici e intellettuali libici che il 14 febbraio ha presentato un ricorso di 23 pagine alla corte d’appello di Tripoli. I sei libici, tra cui diversi ex ministri, sostengono che il memorandum sia incostituzionale. Innanzitutto perché, prima di essere firmato dal primo ministro Fayez al Sarraj a Roma, non è stato approvato dal parlamento libico e dal governo all’unanimità. Al Sarraj non ha ottenuto la fiducia dei parlamentari libici che si sono ritirati a Tobruk nel 2014. Inoltre l’accordo implicherebbe impegni onerosi da parte di Tripoli, che non erano contenuti nel trattato di amicizia tra Italia e Libia stipulato nel 2008, a cui il memorandum s’ispira.

L’avvocata Azza Maghur, tra i firmatari del ricorso, ha spiegato in un’intervista al Corriere della Sera che l’accordo tra l’Italia e la Libia viola i regolamenti europei sull’asilo, perché permette il respingimento dei profughi in un paese che non riconosce la Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951 e che non può essere considerato sicuro.

Inoltre, secondo Maghur, l’accordo prevede finanziamenti da parte dell’Italia che non sono stati quantificati, in cambio di un impegno da parte della Libia che è altrettanto vago. “C’è il rischio altissimo di creare un clima di razzismo, con migliaia di detenuti in uno stato che non ha polizia né esercito”, ha dichiarato Maghur al Corriere della Sera.

Il ruolo del parlamento italiano
Dubbi sulla legittimità dell’accordo sono stati sollevati anche in Italia. Secondo il professore di diritto costituzionale Paolo Bonetti, il memorandum non rispetta l’articolo 80 della costituzione italiana, che prescrive la ratifica da parte del parlamento dei trattati internazionali che sono di natura politica e che implicano oneri finanziari da parte dello stato.

“Il controllo parlamentare della politica estera è una delle caratteristiche essenziali della forma di stato democratica. La costituzione italiana anche in questo si distingue dallo Statuto albertino (articolo 5) grazie al quale l’Italia è stata trascinata nelle avventure più catastrofiche della sua storia: due guerre mondiali, tre avventure coloniali, tre alleanze militari sono state stipulate segretamente senza l’approvazione delle camere”, afferma Bonetti.

Secondo Bonetti l’accordo con la Libia è di natura politica: “È evidente che non si tratti di un accordo eminentemente tecnico, è un accordo di natura politica. C’è dietro tutta la critica al diritto d’asilo e alla cooperazione internazionale dell’Unione europea ed è così di natura politica che ha provocato il dissenso radicale di tutta una parte della Libia (il territorio controllato dal generale Khalifa Haftar)”, spiega Bonetti. E su questo la costituzione è chiarissima: non può avere alcun valore senza l’autorizzazione del parlamento.

“In secondo luogo”, spiega Bonetti, “il memorandum dice che non ci saranno nuove spese da parte dello stato, tuttavia non è chiarito quale sarà l’impegno economico italiano. Questi sono oneri alle finanze che devono essere precisati e che di nuovo implicano una legge di autorizzazione alla ratifica, che deve essere approvata dal parlamento”. Infine, secondo il costituzionalista, l’accordo viola la Convenzione europea sui diritti dell’uomo, che è inderogabile per gli stati membri dell’Unione.

“Gli stati nazionali non possono derogare a trattati internazionali con altri trattati internazionali. La Convenzione prevale su tutto il resto. L’Italia non può eliminare gli obblighi che comportano il divieto di trattamenti disumani e degradanti, e il divieto d’inviare i migranti in stati dove subirebbero trattamenti inumani e degradanti (articolo 3 della convenzione)”, conclude Bonetti.

La professoressa di diritto europeo Chiara Favilli, esperta di politiche europee di immigrazione e asilo, solleva un’altra questione che riguarda la sostenibilità economica del memorandum e l’origine dei finanziamenti destinati a questa intesa: “Nel memorandum Italia-Libia si precisa che non ci saranno stanziamenti aggiuntivi oltre a quelli già previsti, ma non si capisce bene a quale previsione ci si riferisce”, spiega Favilli. Come si finanzierà il memorandum? Questa materia è tutt’altro che chiara, secondo la docente di diritto europeo.”Si rinvia anche all’articolo 19 del Trattato di amicizia del 2008 che prevedeva un onere a carico del bilancio italiano per il 50 per cento e il restante a carico dell’Unione europea. Dalla legge di esecuzione del trattato si evinceva poi che quel 50 per cento a carico dell’Italia era di fatto pagato attraverso una tassa versata dalle aziende italiane impegnate in Libia come l’Eni. C’è da chiarire se questo articolo è ancora in vigore e altrimenti con quali fondi l’Italia provvederà a finanziare queste attività”.

Divide, impera, spara

segnalato da Barbara G.

Solita strategia in Libia: divide, impera, spara

di Fulvio Scaglione, 25/02/2016

Niente da fare, non se ne esce. La strategia è sempre la stessa. Prendi uno Stato che ti interessa, diciamo la Libia, lo scardini a suon di bombe, lasci che i pezzi vadano alla deriva, poi decreti: non c’è nulla da fare, bisogna spezzettarlo. E prepari un’altra guerra o un’occupazione militare. Strategia illuminata, come dimostrano le condizioni del Medio Oriente in genere e, in particolare, dei Paesi come l’Iraq dove essa è stata applicata. Ma tant’è, si continua imperterrriti e indisturbati.

Il caso della Libia, se tale strategia fosse davvero applicata, potrebbe persino diventare più inquietante. Intanto, perché c’è il solito buo nero politico da rimontare. Una volta fatto cadere e ammazzare Gheddafi, ci siamo precipitati a riconoscere il Governo di Tobruk, perché più “laico” e soprattutto perché dotato di un’armata, quella guidata dal generale Khalifa Belqasim Haftar che è un vecchio amico degli Usa: già arruolato negli anni Ottanta ne tentativo di rovesciare il regime di Gheddafi, Haftar fu poi riscattato, portato in America, dotato di cittadinanza americana e nel 2011 riportato in Libia per dare un leader all’insurrezione contro Gheddafi. Nel 2015 è stato nominato ministro della Difesa e capo di Stato maggiore appunto dal Governo di Tobruk.

Peccato che ora siano proprio il “nostro” Governo, quello di Tobruk, e il “nostro” generale, Haftar appunto, a silurare il piano Onu per un Governo di unità nazionale, la cui richiesta (e questa è la posizione italiana) potrebbe poi aprire le porte a un intervento sotto l’egida delle Nazioni Unite. Mentre il Governo islamista (più o meno moderato) di Tripoli, che abbiamo fin qui osteggiato, sarebbe d’accordo.

Strategia e realtà in Libia

Bel colpo, grande strategia. Anche perché mentre i mediatori trattatano e l’Italia insiste, altri Paesi lavorano per mandare tutto a monte e arrivare alla famosa partizione del Paese: Tripolitania, Cireneaica e Fezzan. La Francia ha già mandato reparti speciali dell’esercito e dei servizi segreti a dare una mano alle truppe di Haftar, ora impegnate a scontrarsi con le milizie Isis attestate nella regione di Sirte. Le ragioni di Hollande sono chiare e sono le stesse per cui Sarkozy scatenò la guerra nel 2011: instaurare un protettorato sulla Tripolitania e garantirsi il controllo dei giacimenti off shore di gas e dei gasdotti. La Gran Bretagna, a sua volta, mira alla Cirenaica con i suoi pozzi di petrolio e il lungo confine con l’Egitto.

Ai di là dei politici, che perseguono lo spezzatino della Libia ma non lo dicono, si leva puntualmente il coro di coloro che approvano questa strategia, anzi la ritengono saggia. Di solito citano il caso dei Balcani come esempio riuscito di partizione lungo linee etniche. Riuscito? Oggi nei Balcani ci sono 13 mila soldati Onu (di cui 579 italiani), in Kosovo sono di stanza 16 mila soldati (di 34 Paesi) della missione Kfor (Kosovo Force) della Nato e, sempre in Kosovo, è stata costruita la base di Camp Bondsteel, uno delle più grandi tra quelle dell’esercito americano all’estero, capace di ospitare fino a 7 mila soldati. Che cosa pensate che succederebbe se questi presidi militari venissero ritirati? Credete che la strategia dello spezzatino resisterebbe? E poi perché i teorici di queste spartizioni non citano mai il caso della divisione tra India e Pakistan nel 1947, con un milione di morti subito, 70 anni di tensioni e di scontri in seguito e due apparati nucleari a fronteggiarsi?

Inoltre: davvero pensiamo di mandare, domani, decine di migliaia di soldati delle più varie provenienze a controllare che lo spezzatino in Libia stia in piedi? Per quanti anni li terremo laggiù? Siamo convinti che le tribù resteranno tranquille? Per non parlare dei movimenti terroristici di tutta l’Africa? È questa la strategia? E quanti morti nostri e loro abbiamo messo in bilancio?

Tutte queste teorie spartitorie hanno in realtà un solo obiettivo: rendere più facile il ritorno alla politica dei protettorati e dei mandati vecchia di un secolo. Ma nel frattempo è passato appunto un secolo e la strategia non funziona più. Riusciamo a rendere obsoleta la vecchia teoria di Marx: la storia è dramma, quando si ripete diventa farsa. Non la ripetiamo, rendendola però ancor più drammatica.

Il dito, la luna e il professor Panebianco

segnalato da Barbara G.

di Franco Berardi Bifo – comune-info.net, 24/02/2016

Tutti conoscono la storia del dito che indica la luna e dell’imbecille che guarda il dito. Sembra che in questi giorni a Bologna si sappia solo vedere il dito. Il dito è l’azione di un gruppo di studenti del Cua (Collettivo Universitario Autonomo) che hanno esposto un telo con su scritto “Fuori i baroni della guerra dall’università” durante la lezione del professor Panebianco. Si è trattato di una presa di parola le cui modalità non mi importa discutere, perché si tratta di minuscoli dettagli a confronto della luna. E la luna cos’è? La luna è quel che il professor Panebianco ha scritto in un editoriale pubblicato dal Corriere della sera. Egli scrive dapprima:

L’ennesima sentenza della magistratura ha dato ragione a mamme preoccupate e ambientalisti vari che cercano di impedire che il Muos, il sistema militare americano di comunicazioni satellitari entri in funzione a Niscemi, in Sicilia. Il Muos potrebbe essere uno strumento prezioso per anticipare eventuali attacchi missilistici ma c’è chi ipotizza che il suo funzionamento danneggerebbe la salute.

Fin qui niente di nuovo, si sa che i destini della patria sono più importanti delle preoccupazioni mammesche. Ma dopo aver ridicolizzato “mamme preoccupate e ambientalisti vari”, Panebianco dice qualcosa di enorme, che merita di essere preso in considerazione molto seriamente. Egli scrive:

Ciò che accade intorno a noi, dovrebbe convincerci di quanto inconsistenti siano le giaculatorie sulla necessità di una «Europa politica», la quale, come è noto, viene sempre evocata solo quando si parla di euro e di banche. Si dimentica che le unificazioni politiche non si fanno col burro ma con i cannoni. Sono sempre state guerre e minacce geopolitiche a innescarle.

Ecco la luna da guardare con attenzione, altro che il ditino: come insegna la storia, dice il professor Panebianco, le nazioni si forgiano nella guerra e non sul burro, dunque ci si prepari, e i disfattisti vadano in galera.

È legittimo quello che scrive Panebianco? Certo che lo è, Panebianco ha diritto di dire quello che pensa, e lo dice con assoluta chiarezza: la crisi europea non si risolverà, perché l’Unione ha fallito. La sola maniera di rifondare il processo europeo è qualche milione di morti. Negli ultimi venticinque anni alcuni milioni sono già stati massacrati in Iraq, Siria, Palestina, e nel paese curdo. Ma Panebianco annuncia che adesso è il nostro turno: mettetevi in fila, ragazzi.

Dobbiamo stupirci se si è messo a strillare qualcuno degli studenti che stanno pagando con la precarietà e la miseria le scelte dell’Europa finanziaria, e che domani pagheranno con la vita le scelte dell’Europa militare? Mi preoccupano molto di più tutti quegli altri studenti, cui la disperazione ha tolto perfino la voce e la dignità di ribellarsi.

Da quindici anni le potenze impotenti dell’Occidente fanno una guerra dopo l’altra e alcuni professori (non tutti) hanno applaudito i bombardieri che partivano per l’Afghanistan, per l’Iraq, per la Libia. Con quali risultati lo sappiamo: centinaia di migliaia di morti, milioni di fuggiaschi che l’Europa respinge, intere regioni devastate, una generazione di giovani musulmani spinti dalla violenza e dall’umiliazione a impugnare un coltello per tagliar gole.

Forse a Panebianco nessuno gliel’ha detto, ma la guerra in Libia cui ci chiama l’abbiamo già combattuta, nel 1911, nel 1940, e infine nel 2011. Combattiamola ancora, ordina Panebianco. E qualcuno chiami le guardie per mettere a tacere studenti disfattisti, mamme preoccupate e ambientalisti vari.

Più Europa

segnalato da n.c.60

Dall’Ucraina alla Grecia, dalla Libia agli sbarchi, occorre più Europa

da romanoprodi.it, 14 febbraio 2015

Prodi: «Da Tripoli a Kiev questa Europa è assente su tutto»
Prodi boccia senz’appello la politica Ue sulle grandi crisi «Il ruolo dell’Italia nello scacchiere comunitario? Esistere…»
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Intervista di Marco Ballico a Romano Prodi su Il Mattino del 13 febbraio 2015

Il suo prossimo incarico sarà ai vertici dell’Onu? «No no, direttamente Papa». Qualche colpo di tosse, i postumi di un’influenza, ma Romano Prodi conserva lo spirito. Gli serve soprattutto quando lo si sollecita sull’Italia. «Il ruolo del nostro paese nello scacchiere europeo? Esistere». Diventa serissimo invece, il Professore, quando si parla dell’Ue: «Assente su tutto». Dalla crisi ucraina ai guai della Grecia, dalla Libia al tema più generale dei flussi migratori, l’ex presidente della Commissione, ieri al centro Balducci di Zugliano a un convegno su fedi religiose e politica, sottolinea la debolezza dell’Europa.

L’ambasciata italiana a Tripoli ha rinnovato in queste ore l’invito a lasciare il territorio per l’avanzata jihadista. Che ne pensa?

La situazione è precipitata, ma quel paese da anni non è più governato. Il fatto che sia la concentrazione delle partenze clandestine è la conferma di come risulti diviso non solo nelle regioni tradizionali Tripolitania, Fezzan e Cirenaica, ma in varie altre tribù, oltre al governo di Tobruk. Questa è la Libia.

Se l’aspettava?

Non poteva esserci diversa conseguenza di una guerra sciagurata voluta sconsideratamente dalla Francia e che l’Italia ha seguito in modo folle e incomprensibile. Non avevo mai visto un paese che paga una guerra fatta contro di lui.

Il problema dell’immigrazione rischia di essere ulteriormente amplificato?

Più amplificato di così… Quando per l’Onu fui inviato delle Nazioni Unite nell’Africa subsahariana il presidente del Niger mi anticipò che la sua popolazione sarebbe raddoppiata in meno di vent’anni. Tutto questo in un paese con un’età mediana di 18 anni. Tutto previsto. E oggi non sono nemmeno possibili accordi che, in passato, hanno quantomeno ordinato il fenomeno.

Che cosa si può fare?

Far sì che ci siano meno morti possibile.

Qualcuno ha proposto la sospensione del trattato di Schengen. Può essere una soluzione?

Schengen riguarda la circolazione interna all’Unione. Quello che serve è una politica dell’immigrazione europeaattiva, a partire dagli accordi con i governi di provenienza, da un aiuto allo sviluppo, da intese sull’entrata primitiva e sulla redistribuzione tra i diversi paesi.

L’Europa manca su questo fronte?

L’Europa manca su tutti i fronti in questo periodo storico. Speriamo almeno che si trovi l’accordo sulla Grecia. È successo altre volte che l’Europa si salvasse dall’abisso all’ultimo minuto.

Va rinegoziato il debito greco?

Certamente, ma bisogna vedere come. Ben sapendo che la Grecia non sarà mai in grado di ripagarlo.

La Ue che tratta con Putin?

Quella non è Europa, quella è la Germania.

E Hollande?

È la Germania che dà un po’ di pluralismo alla situazione, ma fa tutto da sola. A confermare che l’Europa manca. Pure formalmente data l’assenza del suo rappresentante al tavolo. Anche un po’ buffo che noi chiamiamo Europa quella che è Germania più Francia. Interessante poi che non ci fossero gli Stati Uniti al tavolo.

Come lo interpreta?

Un paese europeo si assume direttamente la responsabilità politica sul caso Ucraina. Fatto nuovo perché la Germania non aveva mai voluto in precedenza la responsabilità conseguente alla leadership.

Se c’è stato, si è minimizzato il ruolo di Federica Mogherini, Alto rappresentante per la politica estera Ue?

Fa parte della crisi europea.

Come distribuisce le responsabilità della vicenda ucraina tra Stati Uniti e Putin?

L’invasione della Crimea è un fatto molto serio e molto grave. Ma c’era un impegno quando cadde l’Unione Sovietica di non portare la Nato verso quei confini. L’atto finale del mio governo, nel 2008 alla riunione di Bucarest, vide l’Italia, assieme a Germania e Francia, votare contro la proposta di Bush di inserire Ucraina e Georgia nella Nato. Negli ultimi tempi l’Europa ha invece solo subito la politica americana, salvo in questi ultimissimi momenti di rinascita di una politica tedesca.

La via delle sanzioni contro Mosca?

Registro che non colpiscono gli Stati Uniti. Siamo andati a traino di una politica che non era né nel nostro interesse né in quello della pace.

L’accordo di Minsk per il cessate il fuoco?

Bene. Ma speriamo venga applicato.

Lei ha agito con successo per l’allargamento della Ue. Come legge la situazione attuale per una ex terra di confine come il Friuli Venezia Giulia?

La mia ultima iniziativa politica forte fu sulla Slovenia. Mi pare che non abbia dato frutti cattivi. Questa è la Ue che volevo, una Ue che non avesse il filo spinato alla stazione di Gorizia. Il fatto che oggi sia attraversata da flussi migratori non è un problema regionale, nemmeno italiano. È un problema mondiale. La parte che ha fame, vuole emigrare e ha le informazioni per farlo è enorme. Non la potremo mai assorbire tutta, ma una politica unitaria riuscirebbe almeno a gestirla. Dopo di che ci sono i casi di guerra e il problema si complica ancora di più.

Come si combatte il terrorismo?

Tutte le grandi potenze ne sono terrorizzate. È un’opportunità per convincerle a uno sforzo comune, iniziando da un’azione sui paesi satelliti amici. Non è facile, tanto più che ci sono almeno altri due posti al mondo pronti per diventare Isis. Una è la zona subsahariana, per effetto della tragedia libica. Si parla di milioni di Kalashnikov portati via dall’arsenale di Gheddafi. L’altra è il Sinai, luogo solo un po’ meno rischioso al momento.

Andiam, andiam, andiamo a guerreggiar.

di nammgiuseppe

Da quando, dapprima in Iraq e poi in Libia, l’occidente ha scoperchiato il vaso di Pandora dissodando e concimando il terreno che ha consentito il prosperare del verminaio dei tagliagole dell’IS, siamo rimasti a guardare i ‘barbari’ trucidarsi in conflitti settari mentre cercavamo di approfittare di estendere i conflitti, non riuscendoci, all’Iran e, riuscendoci, alla Siria e ora all’Ucraina. Un tempo si imbarcavano i matti sulla nave dei folli abbandonandoli al loro destino. Sarebbe ora di allestire altri analoghi navigli per imbarcarci i nostri reggitori, ma riuscirci, occorre tristemente riconoscerlo, è soltanto una pia illusione.  Le uniche imbarcazioni che affollano i nostri mari e che affondano con il loro carico umano sono quelle dei disperati in fuga dalle stragi nei loro paesi mentre demagoghi della più bassa lega non si fanno scrupolo di usare quelle tragedie come strumenti di propaganda xenofoba.

Sarebbe rimasta deprimente e odiosa ordinaria amministrazione non fosse successo che l’autoproclamatosi Califfo sta avendo eccessivi successi, estendendo spettacolarmente il territorio occupato e colpendo in Europa con i suoi attentatori e nel mondo con l’orrore della sua propaganda mediatica.

E rimarrebbe una situazione grave e difficile se il nostro governo non volesse ora sdrammatizzarla con un po’ di cabaret (c’è da chiedersi che roba spaccino da quelle parti).

Assistiamo infatti a un presidente del consiglio affannato a ricondurre a più miti consigli due suoi ministri (Gentiloni e Pinotti) che, senza averlo previamente informato, manifestano una gran foia di inviare cinquemila potenziali medaglie alla memoria in Libia per ‘fare la nostra parte’ in un intervento militare non più procrastinabile che l’ONU dovrebbe autorizzare sotto direzione italiana.

Ora, va ben che siamo un popolo avvezzo alle sceneggiate, ma almeno questa ce la potevamo risparmiare.

Val la pena di ragionarci un po’?

Proviamo, giusto per accademia.

Forse i nostri dimentichi reggitori hanno scordato che il precedente intervento in Libia, all’origine della situazione poi ingestibile e oggi degenerata ulteriormente in quel paese, fu attuato sulla base di una Risoluzione ONU la cui formulazione fu praticamente estorta per consentire, contro le intenzioni di diversi paesi (tra cui Russia, Cina e Lega Araba) un intervento ben più ampio che l’ufficiale ‘protezione dei civili di Bengasi’. E’ abbastanza probabile che una nuova risoluzione sarà studiata con la lente d’ingrandimento e al minimo dubbio di potenziali eccessi nella ‘legittima difesa’ e/o nella ‘responsabilità di proteggere’, Cina e Russia eserciteranno il loro diritto di veto.

Ma ipotizziamo pure che l’ONU autorizzi l’intervento. E’ pensabile che ne affidi la direzione all’Italia? Non sto affermando che il nostro esercito non sia all’altezza; forse lo è. Ma qui la questione è politica, di immagine internazionale. Per quanta ansia abbia il nostro governo di esibirsi in un ruolo guida a livello internazionale, è altamente improbabile che paesucoli come USA, Gran Bretagna, Francia, Germania (tanto per citare alcuni della NATO) glielo consentiranno. A meno di usarci come capro espiatorio per il probabile fallimento.

C’è anche da osservare che la strategia bellica e guerrafondaia resa prevalente e di moda dagli USA è quella di nessuno scarpone sul terreno; solo bombardamenti dal cielo, preferibilmente mirati e ‘intelligenti’ mediante droni. Il che, dal punto di vista di chi ne dispone, è anche saggio: troppe bare di rientro in patria non sono buona pubblicità per i politicanti guerrieri. Ma per intervento militare di questo tipo, pur non essendo neppur lontanamente esperto di queste cose, il presunto nostro contingente di cinquemila uomini, sommato a quelli di chi aderisse al ‘progetto’, appare, a voler essere buoni, sproporzionato e, a voler essere obiettivi, una sbruffonata di chi non sa di che cosa sta parlando. [Nota a margine: sono consapevole che quando si muove un caccia, o una portaerei o una nave dotata di lanciamissili, il personale coinvolto è un enorme multiplo di chi schiaccia fisicamente il grilletto o il pulsante; ma, se non sbaglio, i nostri ministri hanno parlato di ‘invio’ e, anche se il termine può essere suscettibile di molte interpretazioni, solitamente è inteso come ‘scarponi sul terreno’].

Presumo che ci siano molte altre osservazioni rilevanti, ma ne vale la pena?

Una, e una sola domanda, è a mio parere quella veramente interessante: perché questa pagliacciata mediatica? Cui prodest? Sasso in piccionaia? Delirio di megalomania bullistica?

E’ un fatto che la guerra, o la minaccia di guerra, è il diversivo più efficace dell’attenzione dall’inconcludenza e dalle contraddizioni della politica in patria, oltre a far assurgere, e ri-assurgere (vedasi interventismo berlusconiano) talune macchiette all’empireo degli eroi. Abbiamo imparato: a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca. E poiché siamo peccatori, non sarà uno in più o uno in meno a dannarci l’anima.