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Yanis Varoufakis ti spiega perché l’Europa ha fatto flop

L’ex ministro greco torna sulle scene e nel suo ultimo libro spiega il perché del fallimento della valuta unica. Partendo da Bretton Woods e facendo nomi e cognomi dei responsabili

di Alessandro Gilioli – espresso.repubblica.it, 27/10/2016

Da quando non è più ministro dell’Economia, Yanis Varoufakis si è preso diverse amare soddisfazioni. La prima è quella di aver visto confermare le sue previsioni sulla Grecia: la sottomissione 
di Tsipras alla Troika, avvenuta un anno e mezzo fa, non ha fatto che peggiorare le condizioni di vita dei cittadini, fino al nuovo taglio delle pensioni e al rischio di una crisi immobiliare nei prossimi mesi, con migliaia di senzatetto.

Ma più in generale Varoufakis aveva messo in guardia dal possibile processo di dissoluzione della Ue, denunciando gli effetti delle regole 
di Bruxelles e dell’architettura della sua moneta. Lasciato il governo, Varoufakis 
si è impegnato nella creazione di un movimento di sinistra europeo (Diem25 ) 
e nella stesura di un robusto saggio 
di geopolitica monetaria in uscita il 27 ottobre con il titolo “I deboli sono destinati a soffrire?” (La nave di Teseo, 338 pagine, 20 euro).

La tesi del libro è che gli squilibri sociali (e tra Paesi) che oggi dilaniano l’Europa hanno radici che risalgono almeno al 1971: l’anno in cui Nixon pose fine agli accordi di Bretton Woods, che 
dal 1944 regolavano l’ordine valutario mondiale imperniandolo sul dollaro e sulla sua convertibilità in oro.

La fine di quel sistema, scrive Varoufakis, portò i paesi europei a successivi tentativi di concatenazione tra le loro valute 
(il serpente monetario, lo Sme e 
infine l’euro) in cui finirono tuttavia 
per intrecciarsi errori tecnici, rigidità ideologiche e conflitti nazionali (in particolare, la competizione tra Francia 
e Germania).

Il risultato è il paradosso attuale: la moneta che doveva unire l’Europa l’ha invece divisa ancora di più, sia per ceti sociali all’interno di ogni Paese sia tra Stati, i cui interessi divergono e nei quali la valuta unica 
ha creato effetti diversi, compresa 
la svalutazione del lavoro come unico modo per salvare l’export non potendo 
più svalutare la moneta. Il saggio 
di Varoufakis non va alla ricerca di “poteri forti” nascosti dietro le tende, anzi fa nomi e cognomi dei politici (vivi o defunti) che secondo lui hanno causato il tracollo.

Non mancano pagine sull’Italia, in particolare sulla crisi del 2011, sulla caduta del governo Berlusconi, sul ruolo 
di Mario Monti e su quello successivo di Mario Draghi. Nell’appendice del saggio, le proposte politiche ed economiche dell’ex ministro, nonostante tutto 
un europeista convinto.

Come ti confeziono il nemico

segnalato da Barbara G.

di Chiara Cruciati – ilmanifesto.info, 21/10/2015

Saggi. «La Palestina nei libri scolastici di Israele – Ideologia e propaganda nell’istruzione», di Nurit Peled-Elhanan. L’autrice analizza 17 manuali (10 di storia, 6 di geografia e uno di studi civici) utilizzati negli istituti pubblici israeliani dal 1997 al 2009, evidenziando la fabbricazione della memoria collettiva ad uso e consumo dell’odio per gli arabi.

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Una scuola bilingue in israeliano e arabo a Gerusalemme © Foto Reuters

A quattro anni dalla sua prima pubblicazione arriva in Italia uno dei libri che meglio analizza la società israeliana e la narrazione collettiva su cui fonda la sua apparente unità: La Palestina nei libri scolastici di Israele – Ideologia e propaganda nell’istruzione, di Nurit Peled-Elhanan (EGA-Edizioni Gruppo Abele, pp.288, euro 18) apre uno squarcio nel radicato sistema di propaganda interna che ha accompagnato per decenni la costruzione dello Stato di Israele. Un sistema che si regge su pilastri indiscutibili e che accompagna ogni israeliano nel percorso di crescita, dalla scuola all’esercito fino al mondo del lavoro: la disumanizzazione del palestinese, la cancellazione e l’omissione della narrativa araba, la creazione di una memoria collettiva in contrasto con la Storia.

Partendo dallo studio dettagliato di 17 libri (10 di storia, 6 di geografia e uno di studi civici) utilizzati nelle scuole pubbliche israeliane dal 1997 al 2009, Peled-Elhanan imbastisce un’analisi onesta ed approfondita della natura stessa dello Stato israeliano attraverso diversi strumenti: da «analista della narrativa», come si definisce nella prefazione, Peled-Elhanan intesse una trama fatta di studi sociologici e antropologici, esperienza diretta e conoscenza profonda della realtà politica e sociale israeliana, ricerca sul campo. I risultati si dipanano sotto gli occhi del lettore, in un incalzante elenco di esempi volti a dimostrare la tesi dell’autrice: la scuola è il primo mezzo di creazione della memoria collettiva, di una narrativa nazionale per uno Stato e un popolo frammentati, frutto di un’immigrazione «forzata» da ogni angolo del mondo. L’istituto scolastico è il cuoco che sforna un’identità condivisa e comune, non fondata su fatti storici ma sulla loro interpretazione, la loro negazione o la loro omissione.

Così la memoria fabbricata finisce per prevalere sulla Storia e si radica nelle menti delle giovani generazioni, mantenenedo in piedi una società che riproduce, sempre uguali a se stessi, i propri schemi mentali. La conseguenza, tuttora visibile in Israele, è la creazione a tavolino di una società «sotto assedio», convinta di essere preda di un mondo ostile. La «mentalità da accerchiamento», spiega l’autrice permette alle autorità di modellare l’individuo, accompagnarlo nel cammino da studente a soldato a lavoratore verso la forma mentis desiderata.

Gli esempi riportati nel libro variano, spaziando dalle immagini a corredo dei testi scolastici fino alla terminologia utilizzata. Merito dell’autrice è l’analisi del libro di scuola nella sua interezza: ne studia il linguaggio, le mappe, le immagini, la grafica. Niente è lasciato al caso, tanto meno la presenza più o meno occulta di giudizi morali ed etici. Ed ecco che i massacri compiuti dalle milizie paramilitari sioniste nel ’47 e ’48 (Haganah, Irgun-Etzel, Stern) si trasformano in «atti gloriosi, azioni di redenzione e salvezza, compiuti da ’superbi combattenti, eroi dall’eccellente audacia’».

A completare il quadro, c’è la presenza-assenza palestinese. Disegnando mappe senza confini, senza Linea Verde, dove la Cisgiordania diventa Giudea e Samaria e Gaza e le Alture del Golan Siriano parte integrante del grande Israele, l’altro, l’arabo, non esiste. E se esiste, spiega l’autrice, è marginalizzato o additato come pericolo all’identità ebraica nazionale. La Nakba, la catastrofe del popolo palestinese, non è citata o è giustificata; il palestinese è disumanizzato, descritto come selvaggio a cavallo di asini o cammelli, non educato, «geneticamente terrorista, rifugiato o primitivo», caricatura negativa di se stesso. È parte integrante di quel mondo araboin cui va esiliato, ma allo stesso tempo è privato della cultura e le tradizioni che nei secoli ha prodotto: «In nessuno dei libri di testo viene trattato, verbalmente o visivamente, alcun aspetto culturale o sociale positivo del mondo palestinese – scrive l’autrice – Né la letteratura, né la poesia, né la storia o l’agricoltura, né l’arte o l’architettura».

Muovendosi su piani diversi, evitando stereotipi e semplificazioni e curando i dettagli, Peled-Elhanan decostruisce il sistema della propaganda israeliana verso i suoi stessi cittadini. Il cui obiettivo è chiaro, come si legge nelle pagine finali: «I libri di testo presentano la cultura ebraico-israeliana come superiore a quella arabo-palestinese, il comportamento ebraico-israeliano come allineato ai valori universali».

La sua autrice, Nurit-Peled Elhanan, è docente di Educazione del Linguaggio alla Facoltà di Scienze dell’Educazione Linguistica alla Hebrew University di Gerusalemme e fondatrice del Tribunale Russell per la Palestina. Nel 2011 è stata insignita dal Parlamento europeo del Premio Sacharov per la libertà di pensiero e diritti umani. Un percorso, il suo, segnato da una storia personale strettamente intrecciata agli sconvolgimenti di questa terra: nipote di Avraham Katsnelson, che firmò la Dichiarazione di indipendenza di Israele e figlia del generale Matti Peled, in prima linea durante la guerra del ’48 e quella del ’67, perse sua figlia Smadar nel 1997 in un attentato suicida. La bimba aveva 13 anni.

Un evento drammatico che non ha modificato l’approccio di Nurit all’occupazione israeliana, ritenuta la responsabile della morte della figlia. E per questo la ricerca si rivolge al mondo fuori: «La versione originale è in inglese, poi tradotta in spagnolo, italiano e arabo – spiega Peled-Elhanan al manifesto – Non esiste in ebraico perché non avrei trovato editori. Ma soprattutto perché, trattandosi di una ricerca accademica, è rivolta a professori, ricercatori, studenti di tutto il mondo. Voglio parlare alle opinioni pubbliche straniere, nessuno getta mai lo sguardo sulla società israeliana».

«Il mio obiettivo era svelare l’architettura della propaganda sionista, un modello che si propaga a educazione, arte, letteratura, archeologia, musica, teatro. Tutte le discipline sono reclutate per dare vita a una storia comune che ovviamente il popolo israeliano non ha, provenendo da ogni parte del mondo». E il sistema, come si evince dal libro, è vincente: «Gli israeliani diventano buoni soldati da subito, dall’età di 3 anni – ci dice l’aturice – Molti di loro non hanno mai visto un palestinese prima di entrare nell’esercito e quando lo incontrano lo identificano come un nemico. È un sistema di successo perché pervasivo, invade ogni settore. Non c’è un’altra realtà visibile. Nessuno in Israele sa cosa sta succedendo in questi giorni, chi vive a Tel Aviv non lo sa, chi vive a Gerusalemme Ovest non mette piede a Gerusalemme Est».

Ricchi, giovani e acculturati

segnalato da Antonella

Ricchi, giovani e acculturati: chi sono gli italiani contro i vaccini (e perché sono pericolosi)

di Valentina Stella, linkiesta.it

Parla il professor Grignolio, docente di storia della medicina e autore di un libro che smonta i miti contro i vaccini: «Per colpa di internet la gente non si fida più dei professionisti. Viviamo in un’era di relativismo post-moderno che aumenta la diffidenza nella scienza»

I vaccini sono una delle scoperte scientifiche più importanti al mondo, eppure, soprattutto negli ultimi tempi, vengono messi in discussione da una fetta di opinione pubblica. La prima conseguenza è il calo delle vaccinazioni e per questo lo scorso anno l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha richiamato il nostro Paese. Com’è possibile che sempre più genitori, anche acculturati, rifiutino di far vaccinare i propri figli mettendo a rischio non solo la propria prole ma anche tutti quelli a contatto con i loro bambini, ad esempio una donna incinta o un altro bimbo con carenze del sistema immunitario?

A questa domanda risponde Andrea Grignolio, docente di storia della medicina alla Sapienza di Roma, autore del libro uscito da pochi giorni “Chi ha paura dei vaccini?”(Codice edizioni, Torino 2016, pagg 208, €14, prefazione di Riccardo Iacona, postfazione di Gilberto Corbellini). Grignolio affronta la questione da un punto di vista storico, indagando le ragioni biologiche, psicologiche ed evolutive che ci spingono a mostrare diffidenza e panico nei confronti dei vaccini e della scienza in generale, molto spesso perché influenzati dal ciarlatano di turno. Dopo una breve storia dei movimenti antivaccinali, l’ autore, condividendo con il lettore molti dati e conclusioni di esperimenti condotti su gruppi di genitori, delinea una vera e propria carta di identità dell’antivaccinista – con risultati anche sorprendenti – e smonta, sempre con prove scientifiche, tutte le bufale che girano in rete sui vaccini. Fatto questo, Grignolio si chiede come arginare culturalmente il fenomeno e come debba reagire uno Stato democratico che voglia conciliare la libertà di cura con la tutela della salute pubblica. E’ un libro per tutti, genitori, esperti del settore, giornalisti scientifici, politici.

Professor Grignolio proviamo a delineare un identikit di coloro che hanno paura dei vaccini, anche grazie alle nuove analisi neuropsicologiche?

I genitori che hanno paura dei vaccini sono dei quarantenni che hanno un livello culturale medio alto e sono economicamente benestanti. Le ricerche neuropsicologiche ci dicono che questo genere di persone ha un’alta percezione del rischio perché ha gli strumenti cognitivi per andare su internet e leggere tutte le informazioni, per lo più sbagliate, che la rete riporta e quindi sono le uniche che si espongono paradossalmente al carico informativo eccessivo, contraddittorio e carico di rischi che la rete riporta sul tema dei vaccini. Inoltre, il loro status sociale spesso li fa avvicinare agli approcci di tipo naturista —penso alle medicine alternative, all’omeopatia, ai vegani — che tendenzialmente sono contrari ai trattamenti farmacologici, in particolare ai vaccini.

Proviamo a fare un esempio concreto: una persona laureata con il massimo dei voti in matematica, insegnante al liceo è contraria ai vaccini. Perché andando su internet viene catturata dalle informazioni dei siti antivaccini?

Ci sono degli esperimenti di psicologia sperimentale —che tratto nel libro— dove a genitori laureati è stato spiegato, che i vaccini non sono pericolosi con dati alla mano, essi hanno dichiarato di aver compreso i dati sulla loro sicurezza ed efficacia, hanno dimostrato di aver capito che i vaccini non creano l’autismo, eppure, quando alla fine dell’esperimento è stato chiesto loro se si fidavano di più dei vaccini, non hanno cambiato assolutamente idea, continuavano a rifiutare i vaccini . Anzi, nel campione vi è stata una lieve recrudescenza, ovvero in alcune persone l’opposizione si è persino rinforzata anziché attenuata. Le cosiddette “informazioni correttive”, cioè quelle volte a contraddire le credenze delle persone che sono radicalmente contrarie ai vaccini rinforzano i “loro bias cognitivi”, i loro pregiudizi, e non sono utili nella comunicazione con una parte degli oppositori, quelli “integralisti”. Ecco, il caso da lei esposto è un caso tipico di questi: persone intelligenti, che capiscono un problema, ma lo rifiutano cognitivamente ed emotivamente. So bene che questi casi sono contro intuitivi, ma non sempre il livello culturale e le abilità cognitive ci permettono di valutare correttamente il rischio. La cattiva valutazione del rischio, come spiega bene il Premio Nobel per l’economia Kahneman, è un vecchio retaggio evolutivo che spesso è indipendente dal livello culturale: altrimenti avremmo che chi ha un buon livello culturale non rifiuta i vaccini, e invece non è così,  o perlomeno , non sempre.

Si riferisce a quello che nel suo libro descrive come “razionalità limitata”?

La chiave di lettura del mio libro, cioè il tentativo di capire perché una laureata in matematica non valuta correttamente i dati, è stato uno dei motivi principali che mi hanno spinto in questa direzione di ricerca. La chiave di volta l’ho trovato appunto nel concetto della “razionalità limitata” del Premio Nobel Kahneman che ha rivoluzionato l’economia: fino alla fine degli anni ’80 si è sempre pensato che l’ Homo oeconomicus ragionasse linearmente e quindi facesse scelte di tipo economiche vantaggiose per lui e per gli altri. Si è invece capito con esperimenti di psicologia cognitiva portati avanti da Kahneman che noi compiano delle scelte in base a una razionalità limitata, cioè valutando male il rischio e la probabilità, perché abbiamo dei limiti operativi di memoria e di calcolo, e questo perché il nostro cervello si è adattato a un contesto biologico —quello della savana del pleistocene dove per sopravvivere non erano richiesti ragionamenti probabilistici o di lunga prospettiva temporale— che oggi lo rende inadatto a valutare previsioni di lungo termine, a calcolare le incertezze, probabilità e soprattutto i rischi. Il nostro cervello non si è adattato alle problematiche odierne e quindi il nostro cervello va in crash. Per fare un esempio, è come se cercassimo di installare un software moderno su un hardware vecchio degli anni ’80, quest’ultimo farebbe fatica, riuscirebbe a fare alcune operazioni , altre no e altre volte si “impallerebbe”. Ecco,il nostro cervello fa fatica a maneggiare le informazioni che riguardano il rischio, e la reazione è generalmente quella di evitare i contesti informativi del rischio, o prendere scelte decisamente “sub ottimali” .

Nel suo libro riporta i dati di un rapporto Censis del 2014 sul rapporto tra genitori e vaccinazioni che indica che «decide di non vaccinare suo figlio sulla base delle informazioni reperite su internet» ben il 7,8 per cento dei genitori, una quota che diventa ancora più significativa se analizzata per titolo di studio. Che peso ha internet nella disinformazione sui vaccini? 

Il ruolo che ha internet è un ruolo importante perché tanto in Italia quanto in Europa e negli Stati Uniti vi sono un 65% – 75% dei siti che sono contrari ai vaccini rispetto al 35 – 40% che sono a favore dei vaccini. Questo significa che una madre che va su internet e digita la parola vaccini o vaccinazioni pediatriche è più probabile che trovi tali notizie false e terrificanti, che quelle autentiche. Bisogna però fare una suddivisione tra i genitori esitanti nei confronti delle vaccinazioni e i cosiddetti integralisti. Questi due gruppi che si oppongono ai vaccini vanno trattati diversamente. Chi si oppone ai vaccini in modo esitante, quelli cioè che sono incerti, che vogliono saperne di più, a quelle persone è sufficiente consigliare di andare sui siti ufficiali o incontrare il pediatra, augurandosi che non sia però un pediatra omeopata. Va precisato che il 99,9% dei pediatri è a favore dei vaccini e sono proprio i pediatri —come dimostro nel libro con alcune indagini— quelli che, tra tutte le categorie dei medici, vaccinano di più i loro figli.

Lei dedica una parte importante nel suo libro al rapporto medico paziente… 

Il rapporto medico paziente è fondamentale perché è cambiato. Mentre negli anni ’50 nessuno disattendeva le indicazioni di un dottore, in particolar modo di un pediatra che ti diceva di vaccinare tuo figlio, oggi il rapporto con il medico ma in generale con l’autorità – pensiamo al rapporto tra insegnati e alunni – è cambiato, non c’è più l’atteggiamento paternalista del medico, che può essere un fatto in sé positivo, ma non sempre. Oggi il rapporto medico paziente è cambiato, il paziente vuole avere una parte attiva nelle decisioni terapeutiche, e questa è una cosa positiva, ma quando queste scelte eccedono e vanno in totalmente contrasto con le decisione del medico, quando cioè il paziente decide per sé cosa sia una terapia e cosa non lo sia, abbiamo degli effetti negativi. Il caso dei vaccini rientra in questo cambiamento negativo.

La rete, come ben sappiamo, è il luogo virtuale delle bufale scientifiche: sui vaccini se ne leggono molte. Vorrei provare con lei a citarne qualcuna e chiederle di sintetizzare i fatti e i dati che le smentiscono: ad esempio, che sono solo un guadagno per le industrie farmaceutiche 

Non è vero: nel 2015 l’Aifa – Agenzia Italiana del Farmaco – ha pubblicato i dati della spesa per tutti i farmaci del 2015 e quella per i vaccini non arriva al 2%.

Andiamo avanti: i vaccini provocano l’autismo…

È una frode scientifica inventata da Andrew Wakefield nel 1998 per interessi economici e per questo è stato radiato a vita dall’ordine dei medici britannici e il suo articolo su Lancet è stato ritirato.

…hanno pericolosi effetti collaterali e sono tossici…

Non è vero: le agenzie regolatorie di tutto il mondo e le varie società scientifiche internazionali provano che non lo sono. La risposta degli antivaccinisti a questa valanga di dati è sempre la stessa: tutti corrotti o collusi con Big Pharma. Ma è una tesi insostenibile, come argomento nel libro. Se può esser vero che in alcuni singoli casi vi sia corruzione o collusione o conflitto di interessi, non si può pensare che tutti i ricercatori al mondo siano corrotti. Gli antivaccinisti sostengono che ci sia un complotto delle case farmaceutiche per silenziare le voci dissenzienti, ma è impossibile silenziare tutte le riviste scientifiche, tutti i ricercatori e tutti i revisori degli articoli (peer reviewers.) Il fatto è che un vaccino può causare in media solo un effetto avverso grave (ma non la morte) su circa un milione o due di dosi. L’aspirina, che è uno dei farmaci più usati al mondo, comporta anch’essa dei rischi, come tutti i farmaci della sua categoria (FANS) come gli antipiretici e antiinfiammatori; in Spagna, ad esempio, i FANS e le aspirine uccidono 15,3 persone su 100.000 pazienti che ne fanno un uso prolungato, quindi causano il decesso con una probabilità 1500 volte più elevata dei vaccini. È persino più pericoloso mangiare noccioline o andare in giro senza casco. Nel 2014 in Italia si sono verificati 55,6 casi di decesso (e più di 4000di ferimento) in incidenti stradali ogni milione di abitanti, contro una persona su un milione che manifesta verso il vaccino una seria reazione avversa. Non vaccinare un figlio è molto più pericoloso che mandarlo in giro in motorino.

…e indeboliscono il sistema immunitario 

Non è vero, lo rinforzano. Il sistema immunitario si è evoluto per essere stimolato. Ci sono moltissimi esperimenti che provano che il sistema immunitario di un vaccinato non è più debole di un non-vaccinato, come pure molta letteratura dimostra che chi è vaccinato non è affatto più cagionevole di salute di chi è non vaccinato, semmai i non vaccinati sono a rischio. Nel libro a questo dedico un paragrafo e cito vari esempi, qui dico solo che nel 2014 la rivista Science ha pubblicato una review dei dati epidemiologici degli ultimi decenni anni, risalendo persino a quando non c’erano alcune vaccinazioni e prendendo bambini di varie nazioni, ebbene questo articolo dimostra che i bambini vaccinati contro il morbillo hanno un miglior stato di salute e vivono più a lungo. Sono dati non opinioni, chi sostiene il contrario lo deve dimostrare con altrettanti dati.

Lei nel libro cita più volte, senza mai nominarlo, un movimento politico che si fa portatore di tesi antiscientifiche sui vaccini: possiamo dire che si riferisce al Movimento Cinque Stelle?

È così. Non l’ho omesso per pavidità, ma perché ritengo che sia un problema per certi versi anche trasversale e non ha senso accusare un movimento per una responsabilità che sono anche collettive . Se è vero che nel movimento 5 stelle sia molto diffuso il complottismo contro i vaccini o gli Ogm —basta andare su youtube per vedere lo stesso Grillo riportare cose prive di fondamento su questi due temi — è anche vero che la paura dei vaccini esiste in diversi altri partiti: invito chiunque a fare un controllo sugli interventi dei Parlamentari di Camera e Senato dove si possono leggere diverse interrogazioni contro le scie chimiche; ne emerge un quadro sconsolante che proviene da destra da centro e da sinistra.

Se oggi il pregiudizio nei confronti dei vaccini e della scienza in generale è in aumento a chi dare la responsabilità? Agli scienziati che per troppo tempo sono rimasti chiusi nei loro laboratori, al poco investimento culturale nel giornalismo scientifico, all’analfabetismo funzionale che ci contraddistingue?

Responsabilità ne abbiamo tutti. L’Italia non ne ha più di altri. Gli attori che tratto nel libro sono almeno quattro: i comunicatori scientifici che fino a poco tempo fa erano influenzati da una moda, quella del cosiddetto “relativismo post moderno” (una prospettiva che non crede nel principio di oggettività scientifico e che ritiene qualsiasi dato o prova come un costrutto culturale inaffidabile che varia nel tempo ) che li spingeva a guardare con diffidenza la scienza. Gli scienziati che troppo spesso hanno ignorato il loro ruolo sociale, sarebbero dovuti uscire dai laboratori e andare a parlare con la società, per spiegare l’importanza dell’impresa scientifica e i valori del metodo scientifico per implementare le regole democratiche. Quei pochi che lo hanno fatto, tranne poche eccezioni, non sempre sono stati in grado di veicolare i messaggi giusti, ovvero usando una comunicazione calda, coinvolgente e divulgativa. Indubbiamente, anche la politica ha una grande responsabilità. All’estero ci sono i cosiddetti scientific advisor che sono delle figure terze, indipendenti, senza conflitto di interesse che avvicinano la politica alla scienza in modo corretto, evitando frodi e consigliando la politica su quelle che sono le scelte su cui puntare per avere ricadute utili per la cittadinanza. L’ultimo punto riguarda noi come cittadini, le nostre responsabilità. Oggi molti si formano su internet e pensano di poter rispondere a questioni legate per esempio alla sperimentazione animale, agli Ogm, staminali embrionali o vaccini leggendo due pagine su wikipedia, e poi desiderano entrare nel dibattito pubblico dicendo la loro opinione raffazzonata. Se vogliamo che la democrazia sia partecipativa, come molti richiedono a gran voce, bisogna avere competenza e conoscenza basata sui dati e sui fatti.

Lei ha parlato di democrazia. Sempre sul sito autismovaccini.org si legge “sapevate che è possibile vaccinare soltanto dopo consultazione e autorizzazione del vaccinato poiché la vaccinazione costituisce per Legge reato di lesione personale?”. In democrazia dunque ognuno fa ciò che gli pare ed è libero dunque di non vaccinarsi? 

Vorrei riportare dati ed esperienze storiche utili a questo problema. I libertari sostengono appunto che lo Stato non deve entrare nella vita privata delle persone e stabilire delle scelte obbligatorie. Bisogna vedere quello che succede nel mondo: in Europa ci sono 15 Stati che non obbligano e 14 che obbligano alla vaccinazione, tra quest’ultimi c’è l’Italia e la Francia. Negli Usa la situazione è composita, alcuni Stati lasciano liberi, altri lasciano liberi solo dopo aver firmato una serie di protocolli burocratici che spiegano le responsabilità dei genitori antivaccinisti, fino ad arrivare al caso della California che ha avuto diverse epidemie di morbillo e che quindi è ricorsa all’obbligatorietà. La nostra Costituzione apre all’obbligatorietà , basta leggere l’art 32 : “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”. Cioè , il diritto alla salute può diventare obbligo alla salute quando un problema di salute riguarda tutti e non il singolo cittadino. Il caso classico è quello del TSO – trattamento sanitario obbligatorio – che evita che un malato di mente faccia del male a se stesso e agli altri: è un caso in cui lo Stato obbliga. La scelta di non vaccinare un bambino non è infatti una scelta soggettiva come dicono gli antivaccinisti, bensì una scelta collettiva perché la scelta del singolo ricade sugli altri , e anche in modo molto pericoloso al punto da mettere a rischio la vita degli altri. E’ la stessa differenza che c’è tra guidare senza cintura di sicurezza, una situazione sulla quale posso esigere libertà perché essa comporta un rischio solo per noi stessi, e guidare senza freni , ovvero una situazione in cui si mette in pericoloso non solo se stessi ma soprattutto gli altri. Esigere la libertà sulla vaccinazione è come esigere la libertà di guidare in città senza freni. È ovvio che la libertà degli individui si arresta dove comincia l’incolumità degli altri individui.

La partecipazione di Red Ronnie al programma Virus, in cui erano ospiti nel cosiddetto spazio del corpo a corpo anche il virologo Burioni e Maria Antonietta Farina Coscioni, presidente dell’Istituto Luca Coscioni, ha suscitato molte polemiche. Si è discusso appunto della par condicio quando si trattano argomenti scientifici e medici. È giusto, al fine di una informazione corretta su argomenti che riguardano la salute dei cittadini, invitare in trasmissioni televisive persone e personaggi che non hanno le competenze e che diffondono messaggi contrari a quanto stabilito dalla comunità scientifica internazionale? 

Per la scienza non vale la cosiddetta par condicio. Non si va in televisione a discutere se la Terra è piatta o è sferica o se essa sia o meno al centro del sistema solare. Ci sono delle evidenze scientifiche che ci dicono che un dato è un dato e quindi non è mancanza di democrazia il fatto che non si possa discutere di quel dato con chi lo mette in discussione. Per dire che la Terra è piatta occorre una dimostrazione, lo stesso per chi sostiene che i vaccini fanno venire malattie o sono poco efficaci. Purtroppo alcuni giornalisti trattano i dati scientifici come se fossero opinabili, è un tic, un riflesso che gli viene dal trattare con argomenti quali la politica o alcuni fatti di cronaca, dove avere un quadro di opinioni può talvolta (non sempre, anche in questo coso) essere utile. Purtroppo in televisione tra un virologo e una madre con un bambino malato che crede che suo figlio si sia ammalato a causa dei vaccini, vince il genitore perché vincono i sentimenti. Questo gli autori televisivi e i conduttori lo sanno benissimo, è per questo che si parla nei loro confronti di etica professionale. La BBC un anno e mezzo fa ha risolto il problema approvando un protocollo: solo le persone competenti possono parlare di problemi sensibili quali quelli, ad esempio, della salute pubblica. Forse è il caso che la Rai butti un occhio su quel documento. Altrimenti i casi si moltiplicano. Infatti a Ballarò qualche giorno dopo vi erano genitori che giuravano sull’efficacia dell’omeopatia, che come è noto non ha alcuna efficacia terapeutica oltre a quella dell’autosuggestione tramite effetto placebo. Quale sarà la prossima bufala sulla televisione di Stato? E , soprattutto, con quali effetti negativi sullo stato di salute pubblica dei cittadini?

Le donne di Gaza

segnalato da Barbara G.

di Alessandra Mecozzi – comune-info.net, 07/03/2016

Doveva essere una settimana dedicata a Gaza e all’inaugurazione del laboratorio Liutati di Gaza, la musica al lavoro contro la distruzione. Le cose sono andate un po’ diversamente. I ragazzi, il direttore e gli insegnanti, della scuola Al Kamanjati, di Ramallah, non sono riusciti ad avere il permesso per entrare,io l’ho avuto all’ultimo minuto quando ero arrivata già a Ramallah e fatto un “piano B”, pensando di non poter entrare. Alla fine ce l’ho fatta, grazie all’impegno di Meri Calvelli, direttrice dell’accogliente e super attivo centro di scambi culturali Palestina-Italia intitolato alla memoria di Vittorio Arrigoni dove avrà la sede, almeno all’inizio, anche il Laboratorio di Al Kamanjati, per il quale ho messo… la prima pietra, ovvero uno dei violoncelli da riparare, donati da un generoso liutaio francese, a Roma.

Ho mantenuto solo una piccola parte del “piano B”, visitando, e acquistando khefie multicolori, la fabbrica della famiglia Hirbawi, ad Hebron, l’unica rimasta a produrre kefie, dopo che il mercato è stato occupato dalla produzione cinese… La sua sopravvivenza è dovuta all’intelligenza della “diversificazione produttiva”: kefie di vari disegni e colori, non solo quelle tradizionali bianche e nere o bianche e rosse. Così la famiglia Hirbawi esporta con successo prodotti veramente belli, di qualità e buon gusto.

Ho cancellato invece, sia pure a malincuore, l’incontro con il Freedom Theater di Jenin, una volta avuto il permesso di entrata a Gaza. Tornarvi dopo sette anni è stato emozionante e sorprendente. Una gioia trovare mare e sole dopo tre giorni di freddo, pioggia e tormenta a Ramallah. Ma Gaza sorprende per molto altro. Meri stessa, che è con me ed è stata fuori un mese, si meraviglia per quanto è stato fatto di sgombero delle macerie e di ricostruzione in questo periodo. Immaginavo di trovarmi dentro una massa di macerie ma, almeno all’entrata e lungo il percorso per Gaza city, se ne vedono poche: da quando hanno avuto la possibilità di ricevere il materiale, hanno lavorato incessantemente. Grandi lavoratori, spesso per un lavoro di Sisifo, che ogni guerra (una ogni due anni ripetono tutti) costringe a ricominciare da capo.

Adesso regna la calma: passeggiando al porto vediamo barche che vanno e vengono, nelle poche miglia loro consentite, per la pesca o anche per gite turistiche; una bella moschea ricostruita, nuova di zecca, bianca e azzurra, svetta sul mare con i suoi minareti. La sera sul lungomare c’è una quantità di gente e (mai viste negli anni che ricordo) una gran quantità di macchine nuove e costose. Una piccola parte della popolazione si arricchisce, forse attraverso l’uso distorto di donazioni internazionali senza controlli. Ma ci sono zone dove la miseria è assoluta. Di questa grande disuguaglianza sociale c’è chi accusa la corruzione, chi il governo locale, chi l’Anp, decisamente non amata né a Ramallah né qui, ma la chiusura, l’impossibilità di entrare e uscire, sono gli effetti di un assedio che dura da circa dieci anni. Meri ci racconta i giorni e le notti di paura e di affanno durante la guerra, per aiutare gli sfollati, comprare e portare materassi e coperte, sotto le bombe….

Tutt’altra atmosfera oggi, quando assistiamo a un concerto, organizzato da Al Kamandjati insieme ai musicisti locali per inaugurare il progetto: possiamo vedere e ascoltare il saluto triste da Ramallah di Ramzi Aburedwan, il suo direttore, solo attraverso l’immancabile smartphone. Poi due ore di canzoni di lotta e di festa creano entusiasmo nel folto giovane pubblico, ragazze e ragazzi che si spellano le mani ad applaudire e cantano insieme alla band. Molte ragazze non portano più il velo, il clima è gioioso e, da me, totalmente inaspettato.

La sorpresa più bella sta negli incontri con le tante donne che inventano, creano, costruiscono, lavorano per la loro comunità senza stancarsi né lamentarsi, senza perdere il sorriso, costruttrici di futuro e di speranza, vera spina dorsale di resistenza. Ci accompagna quasi sempre Nashwauna giovane architetta-archeologa che avevamo conosciuto in Italia in occasione di un periodo di formazione con Iccrom (agenzia delle Nazioni Unite per i beni culturali). Siamo felici di ritrovarci qui e per prima cosa ci mostra il suo attuale lavoro: dirige il restauro di un antico monastero, Al Khader, creato 1700 anni fa, a Deir el Balah, a metà della striscia di Gaza. Diventerà una biblioteca per bambini, legata a Nawa (seme di palma), associazione per la cultura e le arti, la cui direttrice, Reem Abu Jaber, incontreremo subito dopo. Intelligente, energica, ha viaggiato molto, studiato al Cairo, e raccolto spunti e idee per il centro che dirige, dedicato ai bambini e alle loro famiglie. Il posto è molto bello, pieno di luce, con materiali naturali, mobili di legno chiaro e tanti colori intorno. Molte sono le attività: dall’educazione al riciclo e alla cura dell’ambiente, all’amore per la lettura, con il programma “amiamo leggere”.

Nata nel 2014, accoglie migliaia di bambini, impiega ventidue giovani donne e due uomini (con piccoli stipendi), cura i rapporti con le famiglie. Disegno, storia, ginnastica, artigianato e in futuro la musica: una comunità autogestita, dove il personale adulto, animatrici e animatori, si riserva una giornata, il giovedì, di training collettivo, inclusa la meditazione. L’uso equilibrato del tempo, per sé e per gli altri, è uno dei principi fondamentali di Nawa, insieme a quello della cultura come strumento di crescita: il suo slogan, “il potere della cultura affronta una cultura del potere” dice molto.

I bambini che hanno vissuto la paura e la distruzione della guerra, vengono coinvolti attraverso le varie attività nei valori fondamentali di Nawa: ambiente accogliente, libertà di parola, impegno e senso di appartenenza, sviluppo dell’autoapprendimento. “Non siamo una Ong e usiamo decisamente metodi diversi, il nostro obiettivo è fornire ai bambini, alle famiglie, a chi educa, nel centro della striscia di Gaza, attività che aiutino a conservare la cultura palestinese e a dare sicurezza di sé alle future generazioni”. Questa donna, creativa e instancabile, ci dice che sta crescendo una nuova leva, perché conta, nel giro di pochi anni, di trasferirsi in altra zona per costruire una analoga impresa.

Nashwa, la nostra accompagnatrice, è innamorata di questi luoghi e della bellezza degli edifici antichi per il cui restauro lavora: si illumina quando ci porta a visitare strutture restaurate, come il bellissimo edifico per la conservazione del patrimonio culturale, della famiglia Al Alami, si incupisce quando ci imbattiamo in una antica casa venduta ad un nuovo proprietario, che la sta facendo demolire.

Nel quartiere dove abita con la sua famiglia, Al Shejaeya, incontriamo le donne di Zakher, altra associazione, per lo sviluppo delle capacità femminili, anche essa in un bell’edifico restaurato, unico centro di donne, in un’area che ha visto un massacro di civili nell’ultima guerra. La cosa di cui la direttrice è orgogliosa è la “cucina femminista” Sarroud (pentola bassa con coperchio), a pochi metri di distanza, creato per rispondere ai bisogni delle donne a cui la guerra ha portato via il marito, rimaste sole a gestire casa e famiglia. La particolarità di Sarroud è che tutta la gestione della cucina, gli acquisti, la produzione di cibi, è fatta da donne: l’obiettivo dell’attività è fornire modesti redditi alle donne rimaste vedove, alle divorziate o a quelle sottoposte a violenza familiare.

Infine, in Gaza city, visiteremo a lungo la sede di Aisha, parlando con la giovane e attivissima Miriam, addetta alle “relazioni esterne”: Aisha è il nome della prima direttrice del centro, nato nel 2009 staccandosi dal Gaza Community mental health program (dopo quindici anni di attività), il suo significato è “vita”. Le donne di Aisha realizzano progetti finanziati da varie associazioni europee, inclusa l’italiana Gazzella, e hanno un vasto spettro di campi di attività. Vedremo al lavoro parrucchiere e truccatrici, donne che lavorano a maglia o a uncinetto, che producono artigianato: attività diverse che consentono un sia pur modesto reddito.

Altro importante settore è quello dedicato, con strumenti giuridici e psicologici, a combattere la violenza contro le donne e a proteggere le donne stesse, nonché i bambini. Ben 5.800 donne colpite dall’aggressione israeliana del 2014, sono state sostenute sia psicologicamente, sia fisicamente, anche, nei casi, più gravi con psicoterapia attraverso la clinica mobile. È così che molte donne acquisendo fiducia in se stesse hanno la capacità di dare sostegno ad altre.

Miriam ci racconta molto orgogliosa l’episodio di una frequentatrice del centro che, incontrata per strada una donna piangente a causa della violenza del marito contro se stessa e i bambini, sottratti dal marito per farli lavorare al mercato, è stata capace di fare causa, portarla in tribunale, farle riottenere i figli e farli tornare a scuola! Aisha, dice Miriam, è un agente di cambiamento sociale. E anche attraverso la formazione, sollecita   ragazze e ragazzi (“I giovani creano il cambiamento”) alla partecipazione politica nelle amministrazioni comunali, all’impegno per superare le divisioni politica – sempre un fattore paralizzante – attivando invece un lavoro sociale comune e servizi alla comunità.

Di politica, di partiti, di governo, si parla ben poco: la consapevolezza di una situazione difficilissima è diffusa, ma non ho sentito nessuna/o lamentarsi; tutti amano il proprio paese, ci interrogano sull’ostracismo della comunità internazionale, sul perché essere costretti a vivere in prigione e sul perché il nome di Gaza sia avvolto dal sospetto e dal rifiuto. Di risposte non ne abbiamo, possiamo solo assicurare di fare il possibile per trasmettere nel nostro paese immagini positive, racconti di storie e persone di grande vitalità e dignità, il loro desiderio, ma anche il loro diritto a una vita libera.

Il velo alzato sul mondo dei morlock

segnalato da Andrea

di Benedetto Vecchi – ilmanifesto.info, 10/10/2015

Tempi presenti. «Il regime del salario», le analisi di un gruppo di ricercatori e attivisti raccolte in un volume. Dal jobs act al job sharing, la discesa negli inferi della condizione lavorativa. Dai quali uscire senza sperare in facili scorciatoie.

L’inferno degli atelier della produzione non è necessariamente un luogo dove ci sono forni accesi, rumori assordanti, caldo insopportabile e dove gli umani sono ridotti a bestie. Il lavoro può essere infatti svolto in ambienti lindi dove viene diffusa musica rilassante e piacevole; oppure in case dove la sovrapposizione tra vita e lavoro è la regola e non l’eccezione. L’immagine più forte del lavoro non è data certo da «Tempi moderni» di Charlie Chaplin. L’omino con baffetti, cappello e bastone risucchiato negli ingranaggi delle macchine rappresenta con lievità l’orrore della catena di montaggio. Strappa un sorriso di fronte la disumanità dell’organizzazione scientifica del lavoro. Ma la rappresentazione del lavoro non è viene più neppure dalla folla rabbiosa di Metropolis di Fritz Lang. Sono due film dove è presente l’imprevisto dell’insubordinazione, della rivolta. Ma in tempi di precarietà diffusa, occorre leggere le pagine o far scorrere i fotogrammi del film tratto dal libro di Herbert George Wells La macchina del tempo per avere la misura di come è cambiato il lavoro.

Il romanzo dello scrittore inglese è utile non tanto perché ci sono gli eloi, umani ridotti a ebeti che possono consumare di tutto in attesa di essere divorati dai morlock umani-talpa che vivono nel sottosuolo per produrre chissà cosa. La macchina del tempo è un testo significativo perché rappresenta una società che ha occultato gli atelier della produzione, li ha sottratti allo sguardo pubblico. Sono come le community gated delle metropoli: zone dove lo stato di eccezione – limitazione dei diritti e della libertà personale — è la normalità. Per gli attivisti e ricercatori del gruppo «Lavoro insubordinato» sono espressione di un regime che non conosce faglie distruttive e dove la crisi è la chance che il capitale ha usato per affinare e rendere più sofisticate, e dunque più potenti, le forme di assoggettamento e di compressione del salario del lavoro vivo. Lo scrivono in un ebook dal titolo programmatico Il regime del salario che può essere scaricato dal sito internet www.connessioniprecarie.org. Ha una introduzione di Ferruccio Gambino e saggi di Lucia Giordano, Isabella Consolati, Roberta Ferrari, Piergiorgio Angelucci, Eleonora Cappuccilli, Floriano Milesi e Francesco Agostini. Sono testi sulle nuove normative che regolano il rapporto di lavoro, dal Jobs Act, all’introduzione dei voucher, al job sharing. E se per il Jobs Act il lavoro critico è facilitato dalla mole di materiali usciti sulla legge varata in pompa magna dal governo di Matteo Renzi come panacea per la precarietà diffusa e la disoccupazione di massa, meno facile è invece restituire il valore performativo che le disposizioni sui voucher e il job sharing hanno per l’intero «regime del salario».

L’impianto analitico proposto è efficace e condivisibile. Più problematiche sono le proposte politiche avanzate nel volume. Non perché impossibili, ma perché problematica è la prospettiva indicata come necessaria: organizzare l’inorganizzabile, cioè quelle nuove figure del lavoro, disperse, frammentate, sempre più individualizzate. È con questa prospettiva che occorre fare i conti. Il limite che emerge dalle proposte avanzate è infatti il limite che si incontra quando si cerca di lacerare il velo che occulta il lavoro contemporaneo. Fanno dunque bene gli autori a nominarlo. Non ci sono infatti facili scorciatoie da imboccare.

Il mimetismo che paga

Il Jobs Act è ritenuta la forma giuridica che istituzionalizza la precarietà. Matteo Renzi e la sua squadra di governo hanno aggirato lo statuto dei lavoratori vigente, modificandone l’articolo 18 (quello sul licenziamento senza giusta causa), ma non si sono mai scagliati contro la «filosofia» garantista dello Statuto. Hanno mimetizzato l’obiettivo — rendere normale la precarietà — con la retorica di sviluppare forme di tutela per i giovani precari. Così facendo sono però riusciti a produrre consenso alla istituzionalizzazione della precarietà, visto che il Jobs Act permette il licenziamento e prevede forme di significativi sgravi contributivi per le imprese, motivando le misure come incentivi all’assunzione dei lavoratori a tempo determinato e dunque alla crescita occupazionale, cresciuta sopra il 10 per cento dopo il 2008 a causa della crisi economica globale. Che questo non sia accaduto è oggetto delle polemica politica quotidiana, con errori e omissioni da parte del Ministero del lavoro, come ha testimoniato e denunciato la ricercatrice Marta Fana sulle pagine di questo giornale. Nel volume di «Lavoro Insubordinato» viene però messo in evidenza un altro aspetto, meno presente nella discussione pubblica. Il Jobs Act ratifica anche la compressione salariale in auge da decenni in Italia. Precarietà e salari stagnanti sono inoltre le fondamenta della progressiva e tendenziale trasformazione del lavoro vivo in un esercito di working poor.

Ma queste, direbbero i soliti buon informati, sono cose note. Meno evidente è la diffusione dei voucher e del job sharing.

Sull’uso dei voucher poco si sa. Le recenti statistiche parlano di una crescita esponenziale del loro uso da parte delle imprese. Si tratta della possibilità da parte delle imprese di «assoldare» lavoratori e lavoratrici per brevi periodi, ma anche per poche ore in cambio di un voucher che può essere ritirato dal singolo in alcuni luoghi preposti. Si tratta di un’attivazione al lavoro – l’espressione tecnica parla di lavoro occasionale — che non prevede nessuna forma di regolamentazione della prestazione lavorativa. Il singolo, infatti, non ha un contratto o una forma di collaborazione codificati dal diritto del lavoro. È solo fissato un tetto economico – i voucher non possono superare la cifra dei 7mila euro l’anno per il singolo lavoratore – ma nulla più. È una delle forme più radicali di precarietà che sono state imposte al lavoro vivo. E contempla anche una colonizzazione del tempo di vita: il singolo deve essere pronto a lavorare in ogni momento. A ragione, i voucher sono considerati la forma assunta da una logica di «usa e getta», che scarica inoltre sui singoli l’attivazione di tutele individuali riguardo la pensione, la formazione, la salute. Devono cioè intraprendere la discesa negli inferi della privatizzazione del welfare state. Lo stesso si può dire del job sharing, cioè la condivisione tra due persone della stessa mansione.

Immaginata come una forma di tutela per le donne entrate nel mercato del lavoro ma che non vogliono rinunciare alla cura dei figli, il job sharing rivela anche in questo caso il progressivo abbandono dello Stato nei servizi sociali. L’assenza di asili nido, scuole materne ricade sulle donne: cosa anche questa nota. Ma questo si traduce in una condizione di assoggettamento delle donne che condividono lo stesso lavoro. È infatti prerogative loro trovare la compagna di «avventura»; e ricade su di loro la perdita di salario e una scansione della giornata che solo i «creativi» della pubblicità possono rappresentare come espressione di una onnipotenza femminile che passa dal lavoro sotto padrone a quello di cura come se niente fosse, sempre senza mai scomporsi e mantenendo un seducente sorriso sulle labbra.

Neppure i cosiddetti ammortizzatori sociali sono omessi in questo volume: ogni acronimo e sigla usata nasconde la riduzione delle tutele a elemosine per i «senza lavoro». La disoccupazione è ridotta a fatto domestico, privato, del quale lo Stato non si cura, se non nelle forme compassionevoli dell’assistenza ai poveri.

Organizzare l’inorganizzabile 

È da qualche lustro che minoranze intellettuale e gruppi di attivisti segnalano che uno degli effetti delle politiche neoliberiste è la trasformazione dell’insieme del lavoro vivo nella marxiana «fanteria leggera del capitale». Possono essere molte le forme giuridiche usate, ma rimane il fatto, incontestabile, che l’universo dei diritti sociali di cittadinanza è stato sostituito da dispositivi dove la cittadinanza è vincolata all’accettazione del «regime del salario». Quello che veniva definito come tendenza, è quindi divenuto realtà.

Quale prospettiva politica attivare per un lavoro vivo frammentato, disperso, che spesso non ha luoghi dove incontrarsi? «Organizzare l’inorganizzabile» non è solo una suggestione, bensì un programma di lavoro politico per rendere maggioranza ciò che è patrimonio di minoranze teoriche e politiche. Il primo passo è il reddito di cittadinanza, va da sé, ma c’è un suggerimento del libro del quale fare tesoro.

Il reddito di cittadinanza non può essere immaginato come una ingegneria istituzionale, delegando alla Stato sia le forme che le modalità di erogazione. Se così accadesse tutte le forme di ricatto e di nuovo assoggettamento dalle quali il reddito di cittadinanza favorirebbe l’emancipazione, ritornerebbero sulla scena dei rapporti di lavoro. Per questo va messo in relazione proprio con il regime del salario.

La presa di parola proprio del lavoro vivo nella sua eterogeneità è certo un fattore primario, ma non risolutivo del problema. Serve immaginare forme di sciopero sociale efficaci. E attivare coalizioni sociali, sottraendole però alle alchimie autoconservative che assegnano alle organizzazioni sindacali date e della cosiddetta società civile il ruolo di gate keeper delle stesse coalizioni sociali.

SBOOM

segnalato da crvenazvezda76

Sboom foto

In libreria per Giovanni Fioriti Editore il nuovo saggio di Roberto Sommella Sboom, siamo ancora capaci di sostenere il cambiamento? Presentazione di Francesco Boccia. Un’analisi dell’impatto della terza rivoluzione digitale della rete su economia, media e società europee. Informazioni e e-book su www.fioriti.it e  www.sboom.eu.

**Roberto Sommella è Direttore delle Relazioni Esterne dell’Antitrust.  I suoi articoli sono pubblicati sul Corriere della Sera, Messaggero, Milano Finanza e Huffington Post.

*Francesco Boccia è presidente della Commissione Bilancio della Camera.

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EDITORIA: ECCO LE CIFRE DELLO ‘SBOOM’, PIÙ CAPITALE MENO LAVORO

Ad un euro di crescita del Pil reale in Europa ne corrispondono quasi due dell’economia digitale; gli occupati di Apple negli Usa sono un decimo di quelli della General Motors negli anni Sessanta, ma la ‘’mela’’ macina profitti dieci volte superiori; il settore editoriale tradizionale in Italia ha perso 2 miliardi di fatturato ma i dati personali di ciascun utente di Google valgono oltre 400 dollari; mentre in Europa i disoccupati sono 27 milioni e in media il 24% dei suoi cittadini è a rischio povertà, i Paperoni in Grecia e in Italia sono aumentati negli anni della crisi più che nel resto del mondo (e solo ad Atene i patrimoni dei nuovi ricchi sono pari a 70 miliardi di euro, quasi il valore del nuovo prestito concesso dall’Unione Europea). Sono solo alcuni esempi di come, il combinarsi degli effetti della rivoluzione digitale con quelli della crisi dell’euro, abbiano prodotto un aumento delle differenze sociali nelle società occidentali: servono sempre meno occupati per creare più ricchezza, più debito e meno investimenti per migliorare le condizioni di tutti i cittadini, meno giornalisti per pubblicare in rete sempre più notizie.  

Che società stiamo costruendo dopo gli anni della grande crisi? È la domanda a cui prova a dare una risposta il nuovo saggio di Roberto Sommella, Sboom, che illustra come la terza rivoluzione industriale, quella della rete, abbia completamente stravolto i meccanismi economici, sociali e informativi. Complice la dematerializzazione di molti processi produttivi, serve sempre meno lavoro per produrre molto più capitale, i ricchi aumentano e i nuovi poveri dilagano, le notizie proliferano anche se i lettori sono sempre meno. L’economia digitale, oltre a mutare i rapporti di forza tra i fattori della produzione,ha infatti trasformato anche lo stesso principio di ricchezza, divenuto intangibile e meno controllabile, consistendo in larga parte in flussi informativi cui si collegano quelli finanziari. E’ in corso una dematerializzazione non solo dei beni, quali i derivati finanziari, i servizi a famiglie e imprese o i dati di chi naviga su Internet, ma degli stessi proventi che giungono dall’utilizzo del web.

Durante l’eurocrisi, a fronte di un’economia reale che a livello mondiale è cresciuta nel 2012 del 3,2% rispetto all’anno precedente, quella internettiana ha presentato un incremento del 5,2%, giungendo a coprire quasi il 6% del Pil mondiale. In Europa il tasso medio di crescita del Pil è stato dello 0,6% ma il peso dell’economia digitale è giunto al 6,8% della ricchezza comunitaria. E in Italia non è andata diversamente: sempre nello stesso arco di tempo, nel nostro paese l’economia reale è calata del 2,4%, mentre il web market ha coperto il 4,9% del Pil nazionale con un valore di quasi 69 miliardi di euro. L’opera analizza anche il pensiero di alcuni guri del momento che cercano di spiegare cosa stia accadendo: da Krugman a Piketty, passando per Roubini e Rifkin, alcuni sembrano totalmente infatuati dalla nuova geografia del potere, altri la temono come la catastrofe finale. La realtà è che la crisi sembra provenire da un’implosione dei valori cardine dell’uomo occidentale. E due considerazioni dimostrano la distonia che esiste in questa fase tra Europa (la grande malata) e Stati Uniti (la patria dell’innovazione distruttiva). Nell’Ue si registra un aumento consistente delle persone a rischio povertà o di esclusione sociale: il dato medio di questo esercito sulla popolazione complessiva comunitaria è salito dal 24,3 del 2011 al 24,5% del 2013 nell’Ue, con picchi in Portogallo (27,5% contro il 24,9% del 2011), Spagna (27,3% contro 24,7%), Italia (28,4% contro 24,7%), Irlanda (29,5% contro 25,7%), Grecia (35,7% contro 27,6%). Persino nel Regno Unito, che cresce meglio di tanti altri paesi, le persone che stanno cadendo nel baratro dell’inconsistenza reddituale sono passate dal 22% del totale al 24,8%. L’indice S&P 500 della borsa di New York, invece, è aumentato in un anno del 20% mentre i salari sono cresciuti solo del 2%. Le divergenze tra economia digitale ed economia reale non si fermano qui. Apple quest’anno potrebbe raggiungere quota 88 miliardi di euro di profitti occupando solo 92.600 persone, mentre negli anni sessanta General Motors raggiungeva i 7 miliardi di dollari di utili dando però un salario a oltre 600.000 dipendenti. E non è finita. Nel libro, che affronta anche alcuni capitoli ancora oscuri della costruzione europea, come la caduta del governo Berlusconi e gli effetti paradossali del Quantitative Easing della Bce, vengono ricordati alcuni dati inediti che spiegano bene la rivoluzione che stiamo vivendo. Se si considera la capitalizzazione di borsa e il numero di clienti, i dati personali valgono 405 dollari ciascuno per Google e 194 dollari per Facebook. Forse anche per questo si spiegano l’acquisizione di WhatsApp e i piani telefonici di Facebook, i progetti bancari di Apple, la scelta di Google di diventare operatore tlc. E’ in atto una generale ritirata dei vecchi processi, che colpisce tutto, anche la società. Ci si accorge del cambiamento solo quando è troppo tardi.

Nella presentazione del volume, Francesco Boccia, esperto dell’economia digitale, scrive che per governare il cambiamento è necessario guardare la trasformazione del nostro mondo e della società europea con occhi diversi. Attualmente quella europea è l’unica importante economia del pianeta a non crescere, configurandosi come un’area che perde progressivamente peso rispetto a tutte le altre, in particolare quella americana, cinese e quelle di altri paesi emergenti. Ma è anche l’area che, a fronte di circa il 25% del prodotto lordo mondiale e del 7% della popolazione, sostiene il 50% delle spese mondiali per il welfare: spese che la bassa dinamica demografica tende a far crescere. Alla fine del 2007, l’area euro si presentava con un debito pubblico mediamente del 66,4% sul Pil nei 17 paesi della zona euro ed una spesa pubblica al 45% del Pil. Sembra, quindi, opportuna una riflessione sulle regole europee.

La tentazione di rimuovere Mafia Capitale dietro l’operazione politico-mediatica su Marino

Pietro Orsatti

coverRomaBrucia

Come diceva Andreotti? «A pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca…». Bene, se dico che tutta la manovra mediatica per portare alle dimissioni Ignazio Marino sia stata condotta di concerto da Matteo Renzi e da La Repubblica credo di averci azzeccato. Come del resto era prevedibile da mesi. Gli interessi, apparentemente divergenti, fra il segretario-premier e il gruppo editoriale, erano evidenti a molti. Da un lato spazzare via le carte dal tavolo e giocare una mano completamente nuova, dall’altro distogliere l’attenzione dalla cloaca emersa con l’inchiesta su Mafia Capitale. Meglio prendersela con Marimo, che tanto ha dato il suo bel contributo alla dissoluzione del suo mandato di Sindaco della Capitale con un impegno davvero impressionante.

Scrivo nel libro Roma Brucia (scritto per Imprimatur e in stampa proprio in queste ore e che sarà in libreria a fine mese):

Marino che non vuole cedere, che non intende dimettersi…

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Bosnia 1992-1995: la guerra in immagini

segnalato da Barbara G.

internazionale.it, 10/07/2015

Nel settembre 2011 un gruppo di fotografi e giornalisti che avevano seguito la guerra in Bosnia si sono incontrati e hanno deciso di darsi appuntamento a Sarajevo il 6 aprile 2012, per commemorare il ventesimo anniversario dell’inizio del conflitto. Sono nati così un convegno chiamato “Sarajevo 2012” e l’idea di fare un libro fotografico sulla guerra bosniaca.

Jon Jones (photo editor del progetto), Gary Knight (produttore, in collaborazione con il fotografo Ziyah Gafic) e Rémy Ourdan (editor dei testi) hanno raccolto il lavoro di più di cinquanta fotografi e giornalisti bosniaci e stranieri, che hanno concesso gratuitamente testi e immagini. Il libro, Bosnia 1992-1995, ricostruisce il corso della guerra dall’inizio, nell’aprile del 1992, fino agli accordi di pace di Dayton del dicembre 1995.

Questo video presenta le immagini fotografiche del libro.

Multimedia di Midhat Mujkic e musiche di Dmitry Lifshitz e Marius Masalar.

 

Fatelo a casa vostra, finocchi!!!

Segnalato da Barbara G.

FATE PURE IL BLU E IL GIALLO, PERO’ FATELO A CASA VOSTRA FINOCCHI!

Di Daria Bignardi – barbablog.vanityfair,it, 07/07/2015

Ninna nanna per una pecorella è un libro pericoloso ed eversivo, e il primo cittadino della città più bella del mondo l’ha giustamente requisito da tutte le scuole materne di Venezia. Appena eletto, Luigi Brugnaro, uomo rigoroso e accorto, ha voluto dare un segnale forte a tutti i degenerati, gli Scalfarotti, i lupi, le pecorelle, gli anatroccoli e i Pinocchi del mondo: a Venezia non si scherza con l’educazione dei bambini.

Come ha scritto Tiziano Scarpa, le favole sono eversive: io aggiungo che a ben guardare tutta la letteratura lo è, quindi propongo al sindaco, di sicuro persona coerente, di fare un tale falò di tutti i libri in circolazione per la laguna che Fahrenheit 451 se lo sogna. In piazza San Marco. Non sarebbe un grande spot per la città? Altro che grandi navi e disoccupazione: è Il Brutto Anatroccolo il problema.

Oltre a Ninna nanna per una pecorella (pecorella curiosa che una sera decide di lasciare il gregge per seguire una stella, si perde, finisce tra un branco di lupi, ma mamma lupo la accoglie e l’alleva coi suoi cuccioli, sulla falsariga di Mowgli nelLibro della giungla di Rudyard Kipling) – che per Luigi Brugnaro è una storia sessualmente ambigua e rientra nei cosiddetti libri «gender» perché i ruoli sessuali dei genitori della pecorella non sono chiari e quindi la storia potrebbe creare traumi infantili – sono finiti nella lista di proscrizione altri quarantotto titoli come Piccolo blu e piccolo giallo di Leo Lionni, dove due colori tanto diversi sono così profondamente amici (e chiaramente finocchi) da mescolarsi per creare il verde, un messaggio pervertito, oppure Orecchie di farfalla o Il pentolino di Antonino.

Era ora che qualcuno puntasse il dito e smascherasse il grande complotto delle lobby gay per traviare i nostri piccoli. Complotto probabilmente iniziato con Hans Christian Andersen, il più grande autore di favole di tutti i tempi insieme ai Fratelli Grimm, l’autore del Soldatino di Stagno e dellaPiccola Fiammiferaia: di cui il sindaco Brugnaro evidentemente ignora che fosse omosessuale, altrimenti sarebbe intervenuto anche sulle sue storie. Qualcuno dovrà spiegargli che Andersen ha scritto la storia di un soldatino disabile perché si sentiva diverso.

Non solo era gay, ma portava scarpe numero 48. E con le sue favole ha cercato di traviare tutti i bambini del mondo. Noi – che siamo cresciuti con la storia della Sirenetta e dei Vestiti nuovi dell’imperatore – è un miracolo se non siamo diventati tutti gay o lesbiche (molti sì, e per colpa di Andersen, penserà ora Brugnaro). Tutto improvvisamente torna. La principessa sul pisello. Pornografia! Pedofilia! Depravazione!

Ma finalmente ora saranno smascherati tutti, questi pervertiti traviatori dell’infanzia. Basta favole. Basta racconti. Basta libri. Basta anche film, già che ci siamo: coi generi sessuali non si scherza. A cominciare da Morte a Venezia di quel degenerato di Thomas Mann, portato sullo schermo da quel non dico la parola di Luchino Visconti.