libro

Stefano Rodotà, Diritto d’amore

Stefano Rodotà, se il diritto rimane indietro quando si parla d’amore

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Ad un mese dalla morte del giurista torna in libreria Diritto d’amore (Laterza), saggio illuminante sull’arretratezza delle leggi italiane nel normare la vita affettiva tra le persone. Autodeterminazione e piena soggettività di donne e coppie dello stesso sesso hanno cambiato, e stanno cambiando, la giurisprudenza anche in Italia. Con grossa fatica del legislatore, la difficoltà della mediazione politica e con un unico faro: la Costituzione.

Matilde e l’architetto

(Il mondo all’incosì)

di Barbara G.

Matilde è sindaco di un piccolo comune piemontese: Lauriano (TO), 1500 abitanti o giù di lì.

Matilde è agronomo, si occupa di agricoltura, conosce il valore della terra, e con valore non intendo il prezzo al mq di suolo agricolo, quello del suolo edificabile, o quanto si può ricavare da un ettaro seminato a mais. Sto parlando di Valore con la V maiuscola: il ruolo del suolo all’interno di un ecosistema, la sua importanza per la vita. Non solo quella degli uomini, intendiamoci, anche per quella degli altri esseri viventi, lombrichi compresi (che poi, ad essere sinceri, un ruolo nella catena alimentare dell’uomo ce l’hanno). E il Comune che amministra ha parte del suo territorio a rischio di dissesto idrogeologico. Lo dicono le mappe della regione, mica qualche ambientalista rompicoglioni.

Da persona sensibile alle tematiche connesse con il consumo di suolo, con la sua giunta tutta al femminile decide di riconvertire ad uso agricolo parte delle aree indicate come edificabili dal PGT, ed comincia da una zona inserita fra le aree a rischio.

E qui per lei (e non solo per lei) iniziano i problemi.

Il proprietario delle aree, che da tempo voleva utilizzarle per realizzare una quarantina di villette, la denuncia, insieme al segretario comunale e al tecnico comunale. Cosa piuttosto insolita, a dire il vero, anche perché queste figure non hanno responsabilità diretta nell’atto amministrativo con il quale si procede allo stralcio dell’area in oggetto. Con l’evolversi della vicenda diventa chiaro che lo scopo è dimostrare che il personale dell’Amministrazione Comunale è asservito al volere di una sindaca-despota.

Matilde viene rinviata a processo. Conosce l’ostilità dei media, che la ritengono colpevole di aver impedito ad un privato e stimato cittadino di fare business applicando il suo diritto a costruire “40 belle villette”. Scopre la falsità delle persone e si ritrova, paradossalmente, a dover invertire l’onere della prova; è lei a dover dimostrare di non aver mai rilasciato alcun permesso di costruire, o autorizzazione di qualsiasi tipo, all’uomo che l’ha denunciata, mentre lui dichiara di essere in possesso di tali autorizzazioni senza mai presentarle. Incassa la solidarietà silenziosa di altri amministratori, che sono con lei ma non osano esporsi pubblicamente (essere solidali con una indagata non è accettato dall’opinione pubblica).

Poi le cose cominciano a cambiare, perché i media, anche di livello nazionale, cominciano ad interessarsi al caso.

Dovendo nominare una consulente di parte, sceglie un tecnico estraneo alla sua amministrazione ma che, avendo collaborato in precedenza con la parte politica avversa, conosce bene il territorio del Comune: questa scelta si rivela fondamentale ai fini del processo perché l’urbanista riesce a tradurre gli aspetti tecnici anche ad uso e consumo dei profani, e, soprattutto, dei giudici. Ma la Sindaca scopre anche che, in certi casi, non è opportuno dire “faccio questo perché ci credo, rivendico la mia scelta politica”, ma è molto meglio tenere per se certe considerazioni e basarsi solo sull’aspetto puramente tecnico, in questo caso le mappe del rischio.

Potrebbe sembrare la trama per una fiction al femminile (i protagonisti sono in larga maggioranza donne), ma così non è.

Matilde Casa sotto processo ci è finita sul serio, ma alla fine è stata assolta. La domanda però nasce spontanea: se fosse stata approvata la nuova normativa sul consumo di suolo, bloccata da anni in parlamento e oggetto di critiche ferocissime da parte di ambientalisti, accademici e tecnici che si occupano di queste tematiche, sarebbe finita bene? Forse no, perché, districandosi fra articoli e commi, sembra che le previsioni di consumo di suolo introdotte nei PGT non possano essere cancellate nel caso si rivelassero inutili, ma solo spostate.

La storia di Matilde è raccontata in un libro scritto a quattro mani con Paolo Pileri, professore al Politecnico di Milano e uno dei massimi studiosi del fenomeno del consumo di suolo. Si intitola “Il suolo sopra tutto”, edizioni Altreconomia, ed ha la prefazione scritta da Luca Mercalli.

Nel libro non ci si limita a raccontare la storia di Matilde, viene analizzata normativa sul consumo di suolo “giacente” in parlamento, unitamente alle fantasiose declinazioni a livello locale della vigente normativa urbanistica, evidenziando come il linguaggio tecnico sia stato via via modificato e plasmato per tentare di giustificare ambiti di trasformazione che invece avrebbero poca ragion d’essere. Va invece recuperato il senso delle parole, e non usare le definizioni da normativa per forzare la natura: un prato rimane un prato indipendentemente che questo sia stato inserito in precedenza fra le aree edificabili, non cessa di essere suolo agricolo perché forse qualcuno in futuro potrà costruirci una villetta o un centro commerciale. Si pone anche attenzione sulla necessità che chi deve gestire la “cosa pubblica” possa ricevere una formazione adeguata (sarebbe forse il caso di ripristinare le scuole di politica), instaurando anche una collaborazione fra politici/amministratori e mondo della ricerca, affinché gli amministratori non vengano lasciati soli, e senza adeguati trasferimenti dallo Stato, davanti ai portatori di interesse.

Bisogna però fare in modo che la pianificazione territoriale non sia in capo al singolo Comune, ma che essa venga gestita su aree di estensione maggiore, perché mai come ora si devono coordinare gli interventi per evitare di realizzare costruzioni inutili quando a pochi chilometri, o addirittura nello stesso comune, sono disponibili aree già sottratte fisicamente alla destinazione agricola.

Nessun paese è un’isola

di Barbara G.

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La Politica, quella con la “P” maiuscola, dovrebbe preoccuparsi di risolvere i problemi alla radice, muovendosi fra i paletti rappresentati dai principi della Costituzione e dai principi di base nei quali ogni formazione politica si riconosce. Nel caso in cui non fosse possibile intervenire in modo definitivo deve proporre interventi atti a contenere gli effetti dei problemi, magari anche solo in via provvisoria mentre gli interventi di lungo termine entrano a regime.

Per far questo però bisogna conoscere. Einaudi diceva “conoscere per deliberare”, ma questo sacrosanto principio pare ormai una cosa da gufi, perché si confonde la politica con il parlare alla pancia delle persone. Trovare la soluzione rapida da dare in pasto alla “plebe”, appiattendosi spesso su un linguaggio populista… atteggiamento che ora è trasversale, e che ha ormai invaso anche il sedicente centrosinistra, che, invece di inseguire la destra sul suo terreno per paura di perdere i voti, dovrebbe ricordarsi basi culturali, statuti e principi fondativi, e proporre una soluzione che sia ragionata e il più possibile congruente con i principi di base.

Il “Problema” (anche qui “P” maiuscola) è ad oggi la questione migranti, un po’ perché la questione è effettivamente seria e un po’ perché è facile terreno di propaganda per una politica alla continua ricerca di un capro espiatorio su cui scaricare la qualunque, per nascondere altri problemi e per perpetuare uno stato di emergenza perenne che fa comodo a troppi. Una “P” che fa da fondale teatrale, facendo sparire altre questioni dietro le quinte.

Se invece si vogliono affrontare seriamente i problemi bisogna addentrarsi nelle questioni, ricercando le cause del fenomeno (ammettendo anche le responsabilità di noi occidentali), analizzando numeri reali, i flussi delle persone, verificando cosa funziona e cosa no nel sistema di accoglienza italiano e come ci rapportiamo con gli altri Stati, con l’UE, tenendo ben presente che ci si deve muovere all’interno dei principi fissati nella Costituzione e nei trattati internazionali, mentre le “regole del gioco” le stabilisce la normativa vigente. Solo dopo questa analisi si può pensare ad un miglioramento di carattere organizzativo e/o procedurale, valutando eventuali modifiche alla normativa.

Stefano Catone, trentenne, è consigliere comunale di Solbiate Olona, oltre che collaboratore di Civati. Lui questo lavoro lo ha fatto, curando la stesura di “Nessun paese è un’isola“, edito da Imprimatur.

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Contenuti del libro

Nel testo, grazie al contributo di operatori, attivisti, giornalisti, viene sviscerato nella sua interezza il tema dell’accoglienza dei migranti: le basi normative e il dritto di asilo nel contesto europeo, le tipologie di protezione che possono essere richieste, l’iter seguito e la distribuzione totalmente squilibrata dei richiedenti asilo fra SPRAR (ovvero il Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo), che prevede centri gestiti direttamente dagli enti locali e con spese rendicontate, e CAS (i Centri di Accoglienza Straordinaria), che sono quelli nei quali si verificano i più grossi problemi di sovraffollamento, di scarsa qualità dell’accoglienza, con l’ingresso di associazioni e cooperative non in grado di affrontare la situazione ma estremamente interessate ai famosi 35€/gg per migrante ospitato. Vengono anche raccontate le storie virtuose di alcuni esperimenti di accoglienza, prima di tutti quelli della Locride, dove un sistema già rodato (qui anni fa avevano già ospitato i profughi curdi) ha consentito un’accoglienza diffusa, che ha portato al ripopolamento dei centri storici, alla nascita di nuove attività economiche, a nuovi posti di lavoro (è stato calcolato che ogni 10 migranti ospitati si crea lavoro per una persona).

Viene trattato anche il tema delle rotte dei migranti, della differenza (spesso pretestuosa) fra profughi e migranti economici e delle pesantissime responsabilità delle nazioni europee, che stanno proseguendo imperterrite con il loro atteggiamento colonialista e con l’appoggio a dittature più o meno mascherate. Vengono evidenziati i numeri reali degli arrivi sul territorio europeo in rapporto sia alla popolazione residente nel paese di destinazione sia a quella che, fuggendo dal paese di origine, si ferma nei paesi limitrofi. Si tenga presente che circa l’86% dei profughi sotto mandato UNHCR si fermano nei paesi vicini e che il numero di migranti entrati in Europa è di poco superiore al milione di unità, cioè più o meno il numero delle persone ospitate…in Libano. Ma l’Europa conta circa 500 milioni di abitanti, il Libano solo 4!!!

distrib-rich-asiloI numeri effettivamente in ingresso in Europa sono assolutamente gestibili, basta la volontà di farlo, a cominciare dalla redistribuzione dei migranti sul suolo europeo, in attuazione degli accordi in essere ma non applicati. Sarebbe utile inoltre non vincolare il richiedente asilo allo Stato in cui presenta la richiesta: ad oggi infatti un migrante che chiede asilo politico in Italia non può muoversi finché la richiesta non è accolta, nemmeno se ha familiari in un altro Stato che potrebbero aiutarlo ad integrarsi, a trovare un lavoro.

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Altro aspetto su cui sarebbe opportuno intervenire è l’ampliamento della rete SPRAR, a cui i Comuni aderiscono su base volontaria: possibili incentivi potrebbero essere la garanzia di non vedere installati sul territorio comunale CAS e/o la possibilità di procedere ad assunzioni in deroga per implementare il sistema di accoglienza. A tale scopo è stato predisposto un modello di mozione consiliare per richiedere al Comune l’adesione al sistema SPRAR. Il documento è disponibile sul sito di Possibile, insieme alle slides di presentazione del libro, da cui sono stati tratti i grafici sopra riportati.

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Gli extrcomunitari ci costano? no…

Il lavoro di Catone sul tema migranti continua. Questa estate si era recato in un campo profughi in Grecia, recentemente è stato a Belgrado, il suo racconto potete trovarlo qui. I suoi contributi potete trovarli cliccando qui, inoltre potete iscrivervi alla sua newsletter.

Per informazioni: nessunpaeseeunisola@gmail.com.

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Intervista a Stefano Catone pubblicata su “Lombardia Oggi”, allegato a “La Prealpina” del 03/02/2017

Il capo e la folla

segnalato da Barbara G.

Di democrazia recitativa ne avevamo già parlato QUI.

Così i capi rendono le folle stupide e servili. Parla lo storico Emilio Gentile

di Donatella Coccoli – left.it, 12/08/2016 (da Left n°22)

Si  parla di democrazia recitativa quando «la politica diventa l’arte di governo del capo, che in nome del popolo muta i cittadini in una folla apatica, beota o servile». Scrive così Emilio Gentile nel libro Il capo e la folla (Laterza) un viaggio nella storia sul rapporto tumultuoso tra i governati e i governanti a partire dalla repubblica di Atene per finire al ventesimo secolo. Tra i massimi studiosi internazionali di fascismo e delle religioni della politica, Gentile nel suo libro non tocca l’oggi. «Mi fermo a Kennedy. Per mia natura e per il lavoro che faccio non insegno agli altri come giudicare il tempo contemporaneo. Cerco però di fornire gli strumenti per capire come si è giunti al tempo contemporaneo», dice. Ecco quindi la repulsione di Platone per la democrazia “dei molti”, il concetto di democrazia come stile di vita di Pericle, la res publica romana che prima dell’avvento di Cesare aveva garantito un sistema di controllo dei poteri dello Stato, la codificazione del panem et circenses per tenere buoni gli ex cittadini ormai sudditi imperiali, i “sacri recinti” degli Stati guidati da capi “unti” dal Signore, fino ad arrivare alle rivoluzioni americana e francese e ai movimenti rivoluzionari dell’Ottocento. È del 1895 Psicologia delle folle di Gustave Le Bon, psicologo, antropologo e sociologo. «Mi dicono che nella classifica di Amazon è al secondo posto. Un po’ ho contribuito anch’io perché ne avevo parlato in una trasmissione televisiva», dice sorridendo Gentile. Con Le Bon la democrazia recitativa – che secondo Gentile inizia con Napoleone – trova il suo massimo teorico, perché lo studioso francese nel suo libro diventato ben presto cult, spiega tra l’altro anche “come governare le folle” con la suggestione e l’uso delle parole.

Professor Gentile, lei scrive che «conoscere il comportamento dei capi e delle folle del passato può aiutare a comprendere i capi e le folle della politica di massa che stiamo vivendo». Come trova oggi la democrazia intesa come la migliore forma di rapporto tra governati e governanti?

Mi sembra avviata – se non ci saranno dei correttivi – sempre più verso una forma di democrazia recitativa. Nel senso che i governati potranno scegliere e revocare sempre meno i propri governanti. Lo dimostra anche il fatto generalizzato dell’astensione. Un fenomeno che deriva non dalla fiducia nella democrazia – come accade nel mondo anglosassone – ma dalla profonda sfiducia nella classe politica e nella classe dirigente. Oggi in Italia ricorrono i 70 anni del referendum che ha istituito la Repubblica. Tutti nel 1946 rimasero colpiti dal fatto che una popolazione uscita da un ventennio di dittatura, nonostante i timori di un salto nel buio, partecipasse così in massa, circa il 90 per cento. Calamandrei addirittura gridò al miracolo. Ecco, oggi questa astensione crescente mi sembra una forma di protesta che purtroppo non si concretizza in una vera e propria alternativa.

La democrazia recitativa che avanza può portare alle derive della democrazia di cui lei parla nel suo libro?

È imprevedibile quello che può accadere. Questo è un fenomeno in gran parte nuovo, dovuto a tre fattori che sono stati riscontrati in tutte le democrazie occidentali. Il primo dipende dalla complessità sempre crescente dei problemi sui quali i cittadini vengono chiamati a decidere, poi bisogna considerare l’elevato costo della competizione politica, per cui soprattutto persone facoltose possono partecipare effettivamente, con speranza di vittoria. Infine il terzo fattore è, appunto, la minore partecipazione al processo democratico di cittadini consapevoli.

Sempre a proposito del presente, che cosa pensa della democrazia diretta, quella dei referendum dei radicali di Marco Pannella o della Rete del Movimento Cinque stelle?

Come sostenevano Rousseau e i padri fondatori degli Stati Uniti d’America, io penso che la democrazia diretta sia possibile solo in piccole repubbliche. Quando queste assumono vaste dimensioni territoriali, con milioni di cittadini, è inevitabile la democrazia rappresentativa. La democrazia diretta poi non è di per sé sana e buona, perché una democrazia diretta può scegliere capi non democratici. Vede, la democrazia è soltanto un metodo. Noi possiamo anche definirla come un valore attribuendole significati etici, perché attraverso la democrazia si può emancipare un individuo e la collettività, rendendoli sempre più padroni del proprio destino. Ma questo è un ideale, di fatto la democrazia è un metodo che può servire sia a favorire l’emancipazione che a impedirla. Se democraticamente vincono i reazionari, i conformisti, i fanatici, gli intolleranti, i razzisti o gli xenofobi, come possiamo negare che il loro governo sia una genuina democrazia?

Ma per rendere effettivo il metodo della democrazia nel senso dell’emancipazione, che cosa occorre?

La democrazia non può prescindere dalla divisione dei poteri che si limitano e si controllano reciprocamente, così come non può prescindere dalla libertà dell’informazione. E occorrono anche dei limiti all’uso del potere della maggioranza nei confronti della minoranza. Inoltre, se si perde l’idea originaria di democrazia che deve favorire l’emancipazione di ogni cittadino attraverso l’informazione, l’istruzione, la conoscenza, accadrà che si lascerà sempre agli esperti, ai tecnici, scelte decisive ignorando gli altri.

Ci parli quindi della folla, definita da filosofi o da uomini di Chiesa ora “gregge” ora “bestia feroce e selvaggia”, come sosteneva Lutero.

Il concetto di fondo è quello più comune, e cioè che la folla sia manipolabile. Ma non è sempre così, la folla deve essere riscattata dalla cattiva nomea che l’accompagna dalla democrazia greca. La folla infatti è quella stessa che compie atti di eroismi. Lo sosteneva anche Gustave Le Bon: non c’è solo la “folla bestia” c’è anche la “folla eroe”, diceva. La rivoluzione francese, come opera più importante per la libertà e l’uguaglianza, fu opera della folla che spinse a prendere l’iniziativa. Così come la rivoluzione in Russia nel febbraio del 1917: non fu guidata da un partito o da uomini politici, fu una rivoluzione spontanea delle folle di S.Pietroburgo che fecero crollare il sistema zarista dando vita a una democrazia che fu poi stroncata dal partito bolscevico con un regime che pretendeva di essere più democratico perché imposto come dittatura del proletariato. Questo fenomeno delle folle che si muovono spontaneamente si è ripetuto, sia pure con esiti diversi, in altre situazioni, come in Ungheria nel 1956, in Polonia nel 1981, e nelle “primavere arabe” del 2011.

Nel libro parla di folle a proposito della nascita degli Stati Uniti d’America. Nel senso che all’inizio fu una rivolta collettiva conclusa poi dai capi. Qual è la caratteristica di quella democrazia che secondo Abraham Lincoln era il “governo del popolo, dal popolo e per il popolo”?

Nella storia umana gli Stati Uniti d’America furono il primo stato democratico moderno, dopo la democrazia greca. La democrazia greca era oligarchica, e la scelta dei governanti era riservata solo ai cittadini maschi di nascita ateniese, invece la democrazia americana almeno idealmente e teoricamente si proclama per l’uguaglianza di tutti gli esseri umani sulla base di diritti dati dal creatore, pur essendo una società razzista e fortemente condizionata da pregiudizi religiosi protestanti. È una democrazia che in oltre duecento anni si è modificata superando sia i monopoli religiosi sia, ai giorni nostri, superando il monopolio bianco alla Casa bianca, con Obama al potere. E forse con le prossime elezioni presidenziali sarà superato anche il monopolio maschile se verrà eletta Hillary Clinton. Ma ancora non è finita perché rimane una minoranza che sembra ancora esclusa, almeno nel prossimo futuro.

Quale minoranza è esclusa dalla presidenza Usa?

I sondaggi dicono che gli americani sono disposti ad avere un presidente nero, in prospettiva una donna e un omosessuale, ma non ad avere un presidente ateo. Gli atei sono una minoranza del 20 per cento discriminati dal punto di vista politico, nonostante la Costituzione vieti qualsiasi presupposto religioso per le candidature. L’80 per cento degli americani non accetterebbe un presidente che non professi una fede in Dio, qualunque essa sia. Gli Stati Uniti sono il primo stato democratico nella storia dell’umanità che ha separato con la Costituzione lo Stato dalla Chiesa, ma rimane profondamente ispirato dalla religione. Non ci dimentichiamo che “In God we trust”, noi confidiamo in Dio, è il motto nazionale.

A proposito della religione lei scrive che nei primi secoli dopo Cristo «si inabissò nell’oblìo il potere dei cittadini basato sull’uguaglianza davanti alla legge». I governati lo erano per volontà di Dio, il cambiamento era previsto solo nell’Aldilà e la massa diventa massa salvationis. Un tale rapporto tra governo e religione quanto ha inciso nella storia dell’umanità non solo a livello politico, ma anche culturale e di pensiero?

Per gran parte dei millenni della storia umana, la religione e lo Stato si sono identificati nella persona del sovrano, delegato della divinità, se non dio egli stesso. L’avvento del Cristianesimo è stato uno straordinario fatto epocale, con enormi conseguenze. Soprattutto, fu decisivo il trionfo del monoteismo. A differenza di quello greco – la democrazia ateniese aveva un fondamento religioso e chi metteva in discussione gli dei della città poteva finire condannato a morte, come accadde a Socrate – il politeismo romano aveva stabilito una sorta di tolleranza dei culti. Invece l’avvento del monoteismo, per sua stessa origine – un popolo o una comunità riceve direttamente da Dio la rivelazione – porta all’intolleranza verso tutti coloro che non si convertono. Quindi c’è una potenziale incompatibilità fra monoteismo religioso e pluralismo democratico. E questo è durato nel mondo occidentale fino alla rivoluzione francese e americana. Millequattrocento anni in cui la massa è stata assoggettata alla credenza che esiste il pastore, il capo, unto da Dio sostenuto dalla Chiesa, al quale la massa dei governati deve obbedienza incondizionata. Quando qualcuno osava uscire dal sacro recinto, io lo chiamo così, o era massacrato – e pensiamo a quanti atei, eretici o pagani lo furono – o finiva per creare altri sacri recinti dove il capo benedetto da Dio rimaneva comunque il sovrano assoluto.

Quanto è chiara oggi questa eredità del passato?

Oggi addirittura si tende a confondere il significato storico della parabola di Cristo “date a Cesare quel che è di Cesare”, interpretandola come segno di laicità. In realtà la laicità come concezione fondamentale dell’uguaglianza di tutti gli esseri umani, indipendentemente dalla loro fede, nasce dal pensiero laico, non da quello religioso. Solo molto faticosamente poi è stato accettato dalle Chiese.

Marx ed Engels avevano l’idea del cambiamento, l’immagine della massa dunque era positiva?

Sì, ma fino a un certo punto. Fin dalla rivoluzione francese anche i capi che hanno sostenuto teorie e pratiche di governo emancipatrici, non sempre le “sentivano” in pratica. Marx ed Engels teorizzavano che non sono gli individui e i capi a fare la storia ma sono le masse, in realtà però loro alla fine si allontanarono dal partito operaio.
Allo stesso modo Lenin diffidava delle masse organizzate nei sindacati e nei partiti socialisti, perché le considerava propense solo a conquistare benefici salariali invece di essere preparate alla rivoluzione. Perciò fin dal 1902 teorizzò il partito di minoranza dei rivoluzionari di professione, un’avanguardia formata anche da borghesi, per realizzare la conquista violenta del potere in nome del proletariato. Poi, nel 1917 concepì la partecipazione diretta delle masse al governo, come sostenne nel libro Stato e rivoluzione, ma quando conquista il potere e si trova ad agire con le masse reali comincia a preoccuparsi. Vede che la massa russa è bruta e inerte e riprende quindi il concetto di partito d’avanguardia. Babeuf, ancora prima, all’epoca della rivoluzione francese, e poi Blanqui, avevano già sostenuto la necessità di una minoranza attiva che indichi alle masse quali sono i loro veri interessi altrimenti queste, assoggettate per secoli alla monarchia o alla religione, non riescono a formarsi una propria coscienza rivoluzionaria. L’asserzione di Marx: «L’emancipazione dei lavoratori deve essere opera di loro medesimi», in realtà viene negata da tutti coloro che sostengono il ruolo delle avanguardie rivoluzionarie.

«Considerare l’uomo naturalmente incline al bene o naturalmente incline al male, considerare gli esseri umani per natura eguali o diseguali» sono i presupposti, lei scrive, delle concezioni della politica e del potere. Quindi il timore per la folla è perché si pensa ad una cattiveria innata?

Io direi così, in maniera propriamente laica: la differenza è tra una concezione dell’uomo come essere razionale che può acquistare la consapevolezza di ciò che è il suo destino e vuole sceglierlo senza dipendere da altri, e quella che considera l’uomo irrimediabilmente irrazionale e incapace di governarsi e scegliere da sé e quindi ha bisogno sempre di essere guidato come un gregge . È chiaro che se le religioni partono dal presupposto che l’essere umano dipende dalla volontà di Dio o da chi la interpreta, non riusciranno mai a concepire che l’essere umano possa governarsi da solo.

Quanto è attuale oggi l’insegnamento di Le Bon?

Oggi c’è un rapporto diretto, sempre più accentuato tra la folla, elettorale, chiamiamola così, e i candidati. E sempre di più si personalizza la politica e il potere, ma i candidati al governo si rivolgono alle masse con metodi, modi e espressioni che sembrano mutuati dagli aspetti più demagogici dell’insegnamento di Le Bon.
Non si parla più delle visioni e programmi politici, ma tutto si riduce a espressioni come “metterci la faccia”, “parlare alla pancia”, “intercettare i bisogni”. Si assiste, insomma, ad una sorta di corporizzazione fisica della politica incarnata nella persona del capo, addirittura nella sua immagine, che si sovrappone e persino esaurisce in sé il significato delle proposte politiche.

In Europa i populismi avanzano, dall’Ungheria alla Francia, dall’Austria alla Polonia. C’è il rischio che la folla diventi “apatica, beota o servile”?

I successi elettorali dei movimenti populisti, i governi formati da questi movimenti, sono spesso il prodotto di elezioni col metodo democratico e godono del consenso della maggioranza, prima di essere imposti con un atto autoritario. Oggi tutti si proclamano democratici. Ma forse proprio in questo senso Le Bon può essere una lettura utile, può aiutarci non a diventare una folla apatica, beota e servile, ma a diventare e rimanere individui consapevoli e cittadini responsabili.
Le Bon era un conservatore che non amava la democrazia, temeva egualmente i “Cesari”, come lui li chiamava, che impongono un regime personale fondato sul plebiscito. Non voleva revocare il suffragio universale e sosteneva che il parlamento, pur con tutti i difetti, era una istituzione che poteva impedire il monopolio del potere nelle mani di un capo. Combatteva lo statalismo, sosteneva la libertà di stampa, e paventava il potere delle oligarchie economiche operanti su una dimensione globale alle spalle dei governi democratici. Le Bon insegnava ai capi come conquistare le folle, ma la sua lezione può essere utile anche per resistere alla seduzione dei capi che predicano la democrazia mentre praticano l’autocrazia mascherandola con la demagogia.

Good morning diossina

Segnalato da barbarasiberiana  

GOOD MORNING DIOSSINA, BONELLI RACCONTA TARANTO 

di Domenico Finiguerra – il Fatto Quotidiano 23/02/2015

Nel 1960 la posa prima pie­tra. Per far posto all’acciaieria, che oggi si estende su circa 15 chi­lo­me­tri qua­drati, furono abbat­tuti oltre 40.000 ulivi seco­lari. A Taranto, secondo i dati del regi­stro Ines, negli ultimi anni, è stata immessa in atmo­sfera il 93% di tutta la dios­sina pro­dotta in Ita­lia. L’ultimo stu­dio epi­de­mio­lo­gico dell’Istituto Supe­riore di Sanità for­ni­sce dati agghiac­cianti: un’incidenza dei tumori tra i bam­bini supe­riore del 54% ed una mor­ta­lità, sem­pre tra i bam­bini, supe­riore del 21% rispetto alla media della Puglia.

Ecco cos’è Taranto. Dati che tro­viamo nel libro Good Mor­ning Dios­sina, di Angelo Bonelli, por­ta­voce dei Verdi e con­si­gliere comu­nale nella città dei due mari, appena uscito e sca­ri­ca­bile gratuitamente dal sito www.verdi.it. Il libro è un ecce­zio­nale manuale sull’industria a forte impatto ambien­tale, per ana­liz­zarne le riper­cus­sioni. Uno sguardo sul dramma di cit­ta­dini e ope­rai morti di inqui­na­mento. Morti di fumo per non morire di fame, para­fra­sando Mat­tei. Una rico­stru­zione delle bat­ta­glie ambien­ta­li­ste por­tate avanti (spesso tra gli sber­leffi di poli­tici e com­men­ta­tori prezzolati) da parte di asso­cia­zioni ambien­ta­li­ste, da cit­ta­dini e mili­tanti, dalle Mamme di Taranto, che con tena­cia riven­di­ca­vano e riven­di­cano aree verdi pulite e boni­fi­cate per i bam­bini del quartiere Tam­buri. Per­ché a Tam­buri vige un’ordinanza: “Vie­tato gio­care nei giar­dini! Vie­tato l’accesso alle aree verdi non pavi­men­tate”.

Good Mor­ning Dios­sina riper­corre anche le vicende giudizia­rie, dalle prime inda­gini degli anni ‘80 (nel 1982 la pre­tura mette sotto indagine il ver­tice dell’Italsider per getto di pol­veri e inquinamento da gas, fumi e vapori, ma il diret­tore fu condannato ad un arre­sto di ben (!) 15 giorni e solo per getto di pol­veri) a quella ben più con­si­stente deno­mi­nata “Ambiente Sven­duto” portata avanti dal PM Patri­zia Todi­sco. Leg­gere gli stralci degli atti giu­di­ziari e le inter­cet­ta­zioni a capire quanto sia intos­si­cato e com­pro­messo il nostro Paese. “Gli ope­rai dell’Ilva morti per mesote­lioma pleu­rico a causa dell’amianto pre­sente nella fabbrica, pote­vano essere sal­vati se solo l’azienda, a cono­scenza della pro­ble­ma­tica, avesse agito tem­pe­sti­va­mente”. È quanto scrive il giudice Simone Ora­zio.

Il pre­zioso lavoro di Angelo Bonelli non si ferma alla denun­cia ambien­ta­li­sta, ma ter­mina in posi­tivo, avan­zando un pro­getto comples­sivo di ricon­ver­sione eco­lo­gica Taranto. Per dimo­strare che è pos­si­bile cam­biare dav­vero si portano ad esem­pio tre casi di ricon­ver­sione eco­lo­gica già rea­liz­zati: Bil­bao, capi­tale dei Paesi Baschi; Pitt­sburgh, città della Penn­syl­va­nia; la Ruhr in Ger­ma­nia. Realtà dove sono stati avviati ambiziosi pro­getti di riqua­li­fi­ca­zione ambien­tale e urbana che non solo hanno con­sen­tito di supe­rare i pro­blemi ambien­tali ma anche di uscire dalla crisi eco­no­mica investendo nel futuro. I risul­tati sono sor­pren­denti: tanti nuovi posti di lavoro creati, boni­fi­che effet­tuate, riqua­li­fi­ca­zione ambien­tale e dati eco­no­mici estre­ma­mente posi­tivi.

Cam­biare è pos­si­bile. È solo que­stione di volontà politica.

La parola contraria

segnalato da barbarasiberiana

Informazione e media Il 28 gennaio 2015 l’udienza a Torino

ERRI DE LUCA SUL PROCESSO CHE LO VEDE IMPUTATO PER IL SOSTEGNO AI NO TAV

Alcune dichiarazioni del settembre 2013 fanno scattare per lo scrittore napoletano una denuncia da parte della società francese che realizza la Torino-Lione. L’accusa è “istigazione pubblica a commettere delitti” per aver detto che la TAV va sabotata. “Ma chi è davvero minacciato dall’incriminazione che mi è stata rivolta è l’articolo 21 della Costituzione. E se verrò condannato, non ricorrerò in appello”.

Sulla vicenda il 14 gennaio esce “La parola contraria”: la nostra intervista esclusiva.

di Pietro Raitano – altreconomia.it, 07/01/2015

Nel settembre 2013, la LTF, ditta francese costruttrice della linea TAV Torino-Lione, annuncia una denuncia contro lo scrittore Erri De Luca, per le dichiarazioni rese all’Huffington Post Italia e all’Ansa. La denuncia viene effettivamente depositata il 10 settembre 2013 presso la Procura della Repubblica di Torino. “La Tav va sabotata”, aveva detto Erri De Luca. Il 5 giugno 2014 sì è svolta la prima udienza preliminare, a porte chiuse. Il 9 giugno 2014 viene stabilito il rinvio a giudizio, per il 28 gennaio 2015. L’accusa è di aver “pubblicamente istigato a commettere più delitti e contravvenzioni ai danni della società LTF sas”, come si legge nell’avviso di garanzia.

A due settimane dall’inizio del processo, il 14 gennaio 2015, uscirà in Italia e Francia un piccolo libretto di 64 pagine. Si intitola “La parola contraria”, è edito da Feltrinelli e costa 4 euro. È la “pubblica difesa” dello scrittore. Lo abbiamo intervistato.

Erri De Luca, quella in Val di Susa è una “lotta massicciamente diffamata e repressa”. Perché?

La Val di Susa è un caso unico per la resistenza che la vallata ha saputo opporre a una ‘grande’ opera. In altri territori le ruspe e le trivelle sono passate con più facilità. È un caso unico per la qualità della resistenza civile degli abitanti di questa valle. È una lotta di pura e legittima difesa, indispensabile in un Paese come l’Italia. Ma attenzione, non è una lotta di retroguardia, semmai di avanguardia. Gli abitanti della Val di Susa dimostrano e stabiliscono il diritto di sovranità delle popolazioni locali sulle risorse, sull’aria, sull’acqua, sulla salute. Le loro voci sono minacciate dalla strafottenza pubblica nei confronti della vita civile. È una lotta di lunga durata ormai: una lotta esemplare per quel che riguarda il Paese e l’Europa. Una volta archiviato il cantiere, credo che verrà studiata nei libri di scuola.

Riflettendo sulla “istigazione” di cui l’accusano, lei scrive: “Vorrei essere lo scrittore incontrato per caso, che ha mischiato le sue pagine ai nascenti sentimenti di giustizia che formano il carattere di un giovane cittadino. […] Istigare un sentimento di giustizia, che già esiste ma non ha ancora trovato le parole per dirlo e dunque riconoscerlo. […] Di fronte a questa istigazione cui aspiro, quella di cui sono incriminato è niente”.

Lo scrittore è una voce pubblica, che ha il compito di proteggere il diritto di tutti a esprimere la propria. Io mi considero un cittadino sia della Val di Susa sia di Lampedusa: posti nei quali la tenacia popolare ha smentito la diffamazione che è stata rivolta loro. I valsusini sono definiti ‘montanari’ contrari al treno e all’alta velocità, amanti forse del calesse. La verità è che difendono il loro territorio da quello che ho definito ‘stupro’, in una delle più intense e durevoli lotte di prevenzione popolare contro la distruzione. È quindi ovvio che non possano transigere, che non siano trattabili la vallata e la loro salute. Non possono cambiare la loro posizione. Possono solo essere deportati. Non si può transigere sul diritto ad abitare quel suolo.

Il processo cui va incontro è un processo sulla libera informazione e sulla libertà di parola.

Nel nostro Paese l’informazione è piuttosto compromessa. Io la chiamo informazione ‘embedded’, al seguito delle truppe, del bollettino di guerra degli stati maggiori. I giornali sono aziende la cui linea è dettata dal cda, dove i giornalisti sono impiegati.

La libertà di stampa si è ridotta a termini simili a quelli precedenti alla Seconda guerra mondiale. Solo che oggi siamo sotto la dittatura dell’economia. Anche i nostri rappresentanti politici sono stati scelti in base alle loro fortune economiche. La tradizione di idolatria dell’economia è recente.

Ma chi è davvero minacciato dall’incriminazione che mi è stata rivolta è l’articolo 21 della Costituzione. Le accuse nei miei confronti sono un tentativo di imporre il silenzio nei confronti degli altri. Nei miei confronti ovviamente non funziona.

Qui è in discussione la libertà di parola contraria. Finché è ossequiosa e rispettosa delle autorità e delle malefatte, la libertà di parola è sempre ben accetta. Quella contraria invece è sottoposta a giudizio o censura.

Ci sono montagne di documentazione che dimostrano, da anni, che la TAV in Val di Susa è inutile e dannosa. Allora perché tanti si ostinano a sostenerla, e lo Stato la considera un’opera “strategica”?

Si tratta di motivi di uniformità alle direttive economiche. Si tratta dei vantaggi delle imprese che devono realizzarla. Non la faranno mai, ma finché dura continueranno a lucrarci, anche a cantiere svuotato continueranno a guadagnarci. Un po’ come accade con il Ponte sullo stretto di Messina.

Sul fatto che sia strategica per lo Stato, registro che però io sono stato denunciato da una ditta privata. Sfido allora la pubblica autorità a costituirsi parte civile contro di me. Manca questo tassello a completare l’intimidazione. Non è detto che non lo facciano entro il 28 gennaio.

Tuttavia non si ritiene una vittima, né di aver subito un torto.

‘Vittima’ è una parola che mi dà fastidio. Io sono testimone di un abuso nei miei confronti e nei confronti di una comunità.

Se verrò condannato, non ricorrerò in appello -i miei avvocati sono ormai rassegnati-. I miei ragionamenti sono quelli contenuti nel libro: se non saranno sufficienti in primo grado non vedo il motivo per andarmi a cercare una seconda aula in cui ripetere gli stessi argomenti cercando migliore udienza. Se quello di cui sono accusato è un reato, allora mi dichiaro reo confesso e recidivo. Ho scelto anche di non cambiare tribunale (per incompatibilità ambientale, ndr), poiché per i processi No Tav non è mai stato fatto. La linea difensiva è svolgere il dibattimento il prima possibile, senza presentare obiezioni né testimoni.

Le mie sono parole che ho sempre pronunciato. Non era la prima né l’ultima volta che le pronunciavo: sono convinto della ragioni della Val di Susa. Per me prendere la parola a favore di una comunità è un dovere. Fa bene alla mia salute. Se mi censuro, censuro il mio vocabolario, mi danneggio. Le leggi dicono che potrei andare in carcere.

In questi mesi ha ricevuto molto sostegno. “I tempi cambiano”, scrive nel suo libro.

C’è stata molta solidarietà nei miei confronti a partire sin da giugno. Molte persone hanno letto in pubblico le mie pagine. È la cosa più bella che mi sia capitata in questa vicenda. Non si tratta di solidarietà sull’argomento, ma affetto nei confronti delle pagine scritte. È questa la mia linea difensiva: se ci sono dei precedenti di istigazione vanno cercati nella scrittura, non nella mia biografia. Io ho espresso una mia opinione, che è stata criminalizzata. Inoltre c’è stata la solidarietà degli editori, che hanno deciso per un prezzo così basso per il libro. Col resto ci si prende un caffè.

Notizie correlate

http://www.lastampa.it/2015/01/28/cronaca/no-tav-al-via-il-processo-a-erri-de-luca-WIaP3poO5a7MadxB60ANDL/pagina.html

E la borsa e la vita

segnalato da transiberiana9

RIDURRE L’ORARIO DI LAVORO? L’IDEA RILANCIATA NEL LIBRO DI CRAVIOLATTI

di Paolo Hutter – ilfattoquotidiano.it, 16/01/2015

“La riduzione strutturale dell’orario avrebbe uno straordinario impatto sulla vita individuale e sociale, attenuando la diffusa alienazione (da lavoro e dalla sua mancanza) e liberando tempo e spazio mentale per lo sviluppo personale, la partecipazione sociale, l’attività di produzione e scambio non monetario”. Così Marco Craviolatti, nel suo libro E la borsa e la vita, documentatissimo saggio-pamphlet che apre – o riapre la questione in Italia.

Attualmente l’orario medio di lavoro è in costante diminuzione. Le ore complessive lavorate dalla totalità della popolazione attiva sono sempre meno, complessivamente si lavora sempre di meno. Questa situazione non si traduce però in un aumento del tempo libero e del benessere. La diminuzione dell’orario medio, anziché essere ripartita equamente fra la totalità della popolazione attiva, è il risultato di una netta scissione fra una fascia di lavoratori che lavorano troppo e una fascia di lavoratori che lavorano troppo poco o che non lavorano affatto.

Ad esempio la media settimanale di lavoro della popolazione attiva in Inghilterra è di circa 21 ore, ben al di sotto dell’orario settimanale standard di un singolo lavoratore a tempo pieno. Questo significa che, rispetto alla quantità di lavoro di cui c’è bisogno, qualcuno lavora troppo e qualcuno è disoccupato.

Dal 1969, quando si è passati dalle 48 alle 40 ore settimanali, non si sono più registrate diminuzioni dell’orario standard di lavoro. Eppure da allora la produttività del lavoro è aumentata vertiginosamente. Nello stesso periodo i salari non sono aumentati in modo significativo: ciò vuol dire che i benefici dell’aumento di produttività sono andati quasi esclusivamente a vantaggio dei profitti.

Secondo Marco Craviolatti una politica di progressiva di redistribuzione e riduzione dei tempi di lavoro risponde alle contraddizioni e ai problemi attuali dei nostri sistemi economici. E contribuirebbe ad un significativo aumento della qualità della vita individuale e sociale.

Prima di tutto si dovrebbe contrastare la tendenza a far lavorare sempre di più gli occupati (esempio: il taglio dei riposi e l’aumento degli straordinari obbligatori chiesto da Marchionne ai dipendenti della Fiat). In Italia gli straordinari sono ancora fiscalmente incentivati mentre in altri paesi d’Europa la tendenza è opposta: in Olanda per esempio il 50% della forza lavoro ha un contratto part-time (sulle 30 ore). In questi paesi i contratti part time comprendono anche ruoli di responsabilità; in Italia invece il part-time tende ancora a costituire solo un ghetto per i lavori poco qualificati, commerciali, di servizio ecc.

Diversi studi statistici presentati dall’autore dimostrano che i costi sostenuti delle imprese, a fronte di una diminuzione dell’orario di lavoro dei propri dipendenti, non sono così gravosi. L’assunzione di nuovo personale non è proporzionale alle ore “perdute” poiché una riorganizzazione più efficiente dei tempi e dei compiti consente all’impresa di ripartire il carico lavorativo anche fra i già dipendenti. Inoltre un orario lavorativo più breve determina un aumento della produttività oraria dei lavoratori, una diminuzione degli infortuni e delle malattie e l’abbattimento degli errori per distrazione o stanchezza. “Orari di lavoro brevi vogliono dire lavoratori più motivati, efficienti e lucidi; lavorare di meno determina un miglioramento quantitativo e qualitativo della prestazione lavorativa. Questi vantaggi quindi potrebbero quasi completamente compensare l’aumento dei costi di assunzione e gestione di nuovo personale”. Un eventuale aumento del costo del lavoro contribuirebbe a stimolare gli investimenti produttivi; le imprese infatti sarebbero incentivate ad investire in innovazioni tecnologiche e organizzative per aumentare la produttività del lavoro, invece che cercare soltanto di ridurre il più possibile la quota di risorse destinata ai salari.

Un secondo passaggio proposto da Craviolatti sarebbe quello di dare la possibilità a chi vuole di ridurre il proprio orario di lavoro e quindi anche il salario. Esistono molte persone che già oggi vorrebbero lavorare meno guadagnando meno ma non possono poiché i loro contratti non lo permettono. Attualmente in Italia tutte le forme di astensione volontaria dal lavoro sono blande, ostacolate e quasi sempre non retribuite. Vicino a noi, la Swiss Telecom ha recentemente offerto ai propri dipendenti la possibilità di rinunciare a due settimane di stipendio e di lavoro per poter allungare le proprie ferie estive.

Si potrebbero poi aumentare e incentivare le forme più o meno retribuite di congedo temporaneo dal lavoro, come il congedo familiare, o ipotizzare forme nuove, come il congedo civico, dove la sospensione del lavoro sarebbe legata al proprio impegno in attività di volontariato a favore della società.

Craviolatti delinea anche una possibile riforma strutturale che vada nella direzione di una riduzione generalizzata del tempo di lavoro. La tendenza potrebbe essere quella di utilizzare degli incentivi fiscali per rendere progressivamente più convenienti orari di lavoro intermedi fra il part time e il full time (circa 30 ore settimanali) e contemporaneamente disincentivare l’adozione di tempi più lunghi o più brevi rispetto a questa fascia.

La guerra a casa

segnalato da barbarasiberiana

CHE ACCADE QUANDO UCCIDONO TUA SORELLA? E QUANDO L’ASSASSINO E’ IL MARITO? RESTI SOLO, SOLO UN ATTO D’UFFICIO

Di Laura Zangarini – 27esimaora.corriere.it, 24/11/2014

Damiano Rizzi dopo la morte della sorella Tiziana, uccisa dal marito nel 2013, ha fondato Tiziana vive, rete di cui fanno parte Soleterre, Pangea, Amici dei Bambini, l’Isola che non c’è e Altreconomia attive da diversi anni con progetti concreti e attività culturali per prevenire e contrastare la violenza nei confronti di donne e bambini in Italia e in diverse aree del mondo.

Per 36 anni ho avuto una sorella. Si chiamava Tiziana, è morta il 9 luglio 2013. L’ha uccisa suo marito, il padre di suo figlio, con un coltello.

Nel 2001 Damiano Rizzi ha fondato con altre cinque persone l’associazione Soleterre-Strategie di pace Onlus, di cui è presidente. Ha lavorato e coordinato progetti di sviluppo umano in Bosnia Herzegovina, Kosovo, Costa d’Avorio, Albania, Romania, Marocco, Moldavia. Per le iniziative a favore di bambini poveri e malati di cancro in Ucraina ha ottenuto con l’associazione la targa d’argento della Presidenza della Repubblica Italiana.

Ma la guerra non guarda in faccia nessuno. Ed è entrata anche in casa sua.

Il 9 luglio 2013, alle 4.55 del mattino, lo chiama sua madre. «Non abbiamo più Tiziana» gli dice. La prima reazione? «È stata fredda, di grande distacco, quasi di rifiuto. È l’unica opzione per staccarsi da qualcosa di talmente doloroso da non permettere di sopravvivere». È Damiano, con il padre, a fare il riconoscimento del cadavere di Tiziana all’obitorio. «Me la fanno vedere con il collo coperto. L’esame autoptico dirà che l’assassino ha tentato ripetutamente di decapitarla».

Per parlare di femminicidio e di violenza sulle donne ancora oggi si usano termini come “delitti d’impeto”, “momento di follia”, “raptus”. Ma il loro vero nome è “delitti annunciati”, figli di una cultura patriarcale che nel nostro Paese stenta a morire. Un Paese in cui il “delitto d’onore” è stato cancellato dal codice penale solo nel 1981, la riforma del diritto di famiglia risale al 1975, e lo stupro, fino al 1996, era classificato tra i “reati contro la morale”

«Il diritto alla vita è prima di ogni altra cosa, prima delle norme degli Stati, dei precetti della Chiesa, dei commi della Legge – prosegue Damiano –. Al funerale di Tiziana il prete mi ha detto che la strada da percorrere è lunga. Che i laici devono collaborare. Gli ho risposto che la Chiesa e la sua idea di famiglia, svuotata delle parole di Cristo che parla di amore tra individui, rischia di creare dolore e morte. La Chiesa ha grandi responsabilità e ignora la laicità dello Stato italiano. Un’ingerenza che nasconde un altro grande tabù da abbattere: l’idea di una famiglia in cui la donna deve sottostare all’uomo».

Cosa prova una famiglia che si trova nella sua situazione? «Il dramma più grande è la mancanza totale di empatia umana – risponde –. Il “sistema” e la sua falsa “umanità” finiscono per renderti vittima più volte. Il medico legale che ha assistito, per la nostra famiglia, all’autopsia, prima ancora di dirmi come era morta Tiziana, se aveva sofferto, quali erano le conclusioni, mi ha chiesto i dati per emettere la fattura. In quel momento, per la prima volta, ho pianto».

Nella nostra cultura è normale uccidere in tempo di guerra. Se il femminicidio è normale, allora è una guerra. In Italia ogni tre giorni viene uccisa una donna. Ci si chiede, come accadde per i delitti di mafia, se non siano necessarie leggi speciali

Non va meglio nell’aula di giustizia. «Alla prima udienza davanti al giudice – racconta Damiano – l’assassino e le vittime, noi, la famiglia di Tiziana, eravamo seduti a pochi passi, in una piccola stanza. L’assistente del giudice non sapeva nemmeno chi fossi: mi ha chiesto la carta di identità. Io stesso non sono mai stato interrogato. È giusto mettere vittime e carnefice nella stessa stanza? È giusto ritenere che io e la mia famiglia non avessimo nulla di rilevante da dire su mia sorella e sul suo assassino? Magistrati a cui ho chiesto che contributo avrei potuto dare, mi hanno risposto che questi processi – i processi per femminicidio – sono ormai atti d’ufficio. Atti d’ufficio? Uccidere barbaramente la propria moglie è un reato che non può essere trattato senza l’eccezionale attenzione che merita. Altrimenti il messaggio che passa è che la vita di una donna vale quanto un atto d’ufficio.Un avvocato, uno dei nostri, una volta mi ha detto: “Non faccia la vittima”. Ma io sono la vittima! Mia sorella è morta, non c’è più. È vittima anche chi rimane».

La prima causa degli omicidi di donne tra i 16 e i 44 anni nasce da una violenza subita da parte di persone con cui hanno relazioni affettive e di intimità

Cosa accomuna secondo lei le storie di femminicidio? «La disumanizzazione. Che nella relazione uomo-donna passa attraverso l’idea che quest’ultima sia un oggetto. La donna è roba, è possesso dell’uomo. Senza parità di condizioni non ci sarà mai giustizia. Nella civiltà occidentale gli uomini scrivono la storia e dettano l’ideologia. Il linguaggio maschile è il genere considerato universale. Il genere ci definisce rispetto a identità sociale e sessualità, i ruoli e le rappresentazioni di genere indicano i comportamenti che le diverse culture ritengono appropriati per maschi e femmine. È arrivato il momento di costruire un nuovo modello di uomo che sappia mantenere relazioni paritarie non dominanti e aggressive nei confronti delle donne. Se vogliamo essere veri uomini dobbiamo cambiare».

Secondo il “Gender Gap”, curato dal World Economic Forum, del miliardo e 300 milioni di persone che vivono in povertà il 70% è costituito da donne, che rappresentano i due terzi di analfabeti nel mondo. Nei Paesi in via di sviluppo è da tempo in atto il cosiddetto fenomeno della “femminilizzazione della povertà”, che ha determinato in pochi anni un aumento del 50% la popolazione femminile che vive sotto la soglia di povertà, un fenomeno dovuto anche all’ingiusto trattamento riservato alle donne nel mercato del lavoro (cosa che accade anche nel mondo occidentale). Le donne sono soggette a violenze che si declinano in maniera differente a seconda del Paese in cui vivono, ma sono tutte riconducibili ad un’unica parola: femminicidio.

Perché ha deciso di parlare? Perché ha scritto “La guerra a casa” (ed. Altraeconomia)?«Perché la nostra realtà culturale vorrebbe il silenzio, magari anche uno sconto di pena per chi ha ucciso. Vorrebbe il silenzio dei familiari. Io invece voglio parlare. Perché il Paese in cui sono nato continua a essere duramente rimproverato dalla comunità internazionale per scarsa legiferazione in materia di femminicidio. L’idea che la vittima debba tacere è quello che vuole chi ha ucciso». Le istituzioni tendono a sminuire il problema. Non c’è un ministero per le Pari Opportunità: la delega oggi ce l’ha Matteo Renzi. «Non si tratta di un’omissione simbolica: ci sono in gioco provvedimenti concreti, programmi da finanziare. La violenza contro le donne non è tra le priorità dell’agenda nazionale: eppure lo Stato italiano dovrebbe considerarla un problema “politico”, non una questione privata e di cronaca nera; un fenomeno sociale strutturato e non un’emergenza occasionale».

Il comitato CEDAW (Committee on the Elimination of Discrimination against Women) dell’Onu, nel 2011, ha “bacchettato” l’Italia preoccupato “per l’elevato numero di donne uccise da partner ed ex partner (femminicidi), che può indicare un fallimento delle autorità dello Stato a proteggere adeguatamente le vittime”

Da dove si comincia? Come ci si salva? «Ci si salva non facendo finta di niente. Ci si salva cominciando dalla scuola e dalla prevenzione. Ci si salva finanziando in mondo continuativo i centri antiviolenza, realtà eroiche che spesso operano in assoluta precarietà: l’attuale situazione politica ed economica del nostro Paese non può essere utilizzata per giustificare il calo di attenzione e di risorse destinate alla lotta contro la violenza su donne e bambine. Nei paesi e nei luoghi dove si sono messe in pratica con continuità queste linee guida le cose sono davvero migliorate. Lo dimostrano i numeri. Ci si salva formando avvocati, magistrati, giudici. Dietro alle norme e alle procedure deve esserci un trattamento speciale per i casi di violenza e per i femminicidi. Altrimenti altre donne moriranno e ne saremo tutti responsabili, nessuno escluso. Ci si salva parlando, anche con gli esperti di “Tiziana Vive” (tizianavive.org), la rete che dopo la morte di mia sorella ho fondato con i suoi amici. Come molte altre donne, Tiziana non aveva la piena consapevolezza della propria situazione. Non aveva mai denunciato violenze. Grazie all’associazione a lei intitolata, in un anno tre ragazze hanno trovato la forza di lasciare un compagno violento. 3-1 per noi».

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