Liliana Segre

Non siate indifferenti

Segnalato da Barbara G.

Leggi razziali, 80 anni fa gli studenti ebrei via dalle scuole. Liliana Segre: Non siate indifferenti

Il 5 settembre 1938 il primo dei «decreti della vergogna»: esclusi dalle scuole tutti gli appartenenti alla «razza ebraica». Il sindaco di Pisa: «Chiedo scusa agli ebrei a nome della città»

Redazione scuola – corriere.it, 05/09/2018

«Non siate indifferenti, ascoltate la vostra coscienza». Si rivolge ai ragazzi delle scuole, e non solo a loro, Liliana Segre, senatrice a vita, reduce dell’Olocausto, sopravvissuta ai campi di concentramento nazisti. E ai microfoni di Radio1, nello speciale sugli 80 anni dall’introduzione delle leggi razziali volute dal fascismo, parla del silenzio degli italiani non ebrei di allora e avverte: «Anche adesso c’è l’indifferenza. Questa indifferenza è la mia nemica personale». E ricorda: «Io avevo 8 anni e avrei dovuto fare la III elementare. Sentirsi dire che si era stati espulsi è una cosa molto grave. Io chiesi subito: Ma perché? Che cosa ho fatto? Quando capii, con fatica, che ero stata espulsa perché ero di una religione diversa dalle mie compagne, ecco, quel sentimento dura per sempre, non si dimentica più», ha concluso Segre.

«Macchia indelebile»

Intanto, nella tenuta di San Rossore, in Toscana, dove la famiglia reale si trasferiva sei mesi all’anno e dove ottant’anni fa le leggi razziali vennero firmate, il rettore dell’Università di Pisa, Paolo Maria Mancarella, ha definito quelle norme che fecero sì che gli ebrei non fossero più cittadini come gli altri «una macchia indelebile per il mondo accademico italiano». Ricordando come allora alcuni accademici italiani firmarono il manifesto della razza. «Faremo tutta una serie di iniziative – ha spiegato il rettore – che culmineranno in una cerimonia che abbiamo chiamato “del ricordo e delle scuse”. Io ho sentito il dovere di fare queste iniziative come rettore dell’università della città in cui si sono firmate quelle infami leggi. Abbiamo il dovere di tenere viva la memoria perché queste cose non accadano più. Bisogna far rinascere la sensibilità per ricordare». Anche il sindaco di Pisa, Michele Conti, a San Rossore per la presentazione delle iniziative che la Regione Toscana, l’Università e l’amministrazione comunale pisana hanno organizzato per ricordare l’infamia delle leggi razziali, ha «chiesto scusa a nome della mia città a tutti gli ebrei per le infami leggi razziali che vennero firmate dal re Vittorio Emanuele III il 5 settembre del 1938 proprio a Pisa, nella tenuta di San Rossore».

Le scuse dell’Accademia

Professori ed accademici hanno annunciato nei giorni scorsi le scuse per quell’avvallo alle leggi razziali fasciste – che codificavano in norma una tesi sostenuta appunto da numerosi cattedratici italiani dell’epoca – accolte nel silenzio complice quando non sostenute scientificamente a spada tratta.

I decreti della vergogna

Il primo di quelli che sono stati definiti i «decreti della vergogna», tendenti a legittimare una visione razzista della cosiddetta «questione ebraica» – firmati, tra l’estate e l’autunno 1938, da Benito Mussolini e promulgati dal re Vittorio Emanuele III – risale proprio al 5 settembre di quell’anno e fissava «Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista» mentre è di due giorni dopo, il 7 settembre, il testo che fissava «Provvedimenti nei confronti degli ebrei stranieri».

Scuole

Tra i primi divieti posti agli ebrei, il divieto per i ragazzi che non fossero convertiti al cattolicesimo di iscriversi nelle scuole pubbliche. Fu inoltre disposta la creazione di scuole – a cura delle comunità ebraiche – specifiche per ragazzi ebrei. Gli insegnanti ebrei avrebbero potuto lavorare solo in quelle scuole.

Limiti

Poi vennero gli altri odiosi limiti: non era autorizzato il matrimonio tra italiani ed ebrei, era vietato per gli ebrei avere alle proprie dipendenze domestici di razza ariana, il divieto a ebrei stranieri di trasferirsi in Italia, il divieto di svolgere la professione di notaio e di giornalista e forti limitazioni per tutte le cosiddette professioni intellettuali. Lunghissima la serie di limitazioni, da cui erano esclusi i cosiddetti «arianizzati»: dal divieto di svolgere il servizio militare, esercitare il ruolo di tutore di minori, essere titolari di aziende dichiarate di interesse per la difesa nazionale, essere proprietari di terreni o di fabbricati urbani al di sopra di un certo valore. Per tutti fu disposta l’annotazione dello stato di razza ebraica nei registri dello stato civile.

Il mondo dell’università

Al mondo della ricerca e dell’università le leggi razziali diedero un colpo mortale: più di trecento furono i docenti epurati, centinaia i professori di liceo, gli accademici, gli autori di libri di testo messi all’indice e tanti i giovani laureati e ricercatori, la cui carriera fu stroncata sul nascere. Tra gli scienziati e intellettuali ebrei colpiti dal provvedimento del 5 settembre che migrarono all’estero, personalità come Emilio Segrè, Bruno Pontecorvo, Franco Modigliani, Arnaldo Momigliano, Uberto Limentani, Umberto Cassuto, Carlo Foà, Amedeo Herlitzka. Con loro lasciarono l’Italia anche Enrico Fermi e Luigi Bogliolo, le cui mogli erano ebree.

La prima volta di Liliana

segnalato da Barbara G.

Respingere la tentazione dell’indifferenza

Il primo intervento al Senato di Liliana Segre

voisapete.it, 05/06/2018

Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, colleghi senatori, prendendo la parola per la prima volta in quest’Aula non possa fare a meno di rivolgere innanzitutto un ringraziamento al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il quale ha deciso di ricordare l’ottantesimo anniversario dell’emanazione delle leggi razziali, razziste, del 1938 facendo una scelta sorprendente: nominando quale senatrice a vita una vecchia signora, una persona tra le pochissime ancora viventi in Italia che porta sul braccio il numero di Auschwitz.

Porta sul braccio il numero di Auschwitz e ha il compito non solo di ricordare, ma anche di dare, in qualche modo, la parola a coloro che ottant’anni orsono non la ebbero; a quelle migliaia di italiani, 40.000 circa, appartenenti alla piccola minoranza ebraica, che subirono l’umiliazione di essere espulsi dalle scuole, dalle professioni, dalla società, quella persecuzione che preparò la shoah italiana del 1943-1945, che purtroppo fu un crimine anche italiano, del fascismo italiano.

Soprattutto, si dovrebbe dare idealmente la parola a quei tanti che, a differenza di me, non sono tornati dai campi di sterminio, che sono stati uccisi per la sola colpa di essere nati, che non hanno tomba, che sono cenere nel vento. Salvarli dall’oblio non significa soltanto onorare un debito storico verso quei nostri concittadini di allora, ma anche aiutare gli italiani di oggi a respingere la tentazione dell’indifferenza verso le ingiustizie e le sofferenze che ci circondano. A non anestetizzare le coscienze, a essere più vigili, più avvertiti della responsabilità che ciascuno ha verso gli altri.

In quei campi di sterminio altre minoranze, oltre agli ebrei, vennero annientate. Tra queste voglio ricordare oggi gli appartenenti alle popolazioni rom e sinti, che inizialmente suscitarono la nostra invidia di prigioniere perché nelle loro baracche le famiglie erano lasciate unite; ma presto all’invidia seguì l’orrore, perché una notte furono portati tutti al gas e il giorno dopo in quelle baracche vuote regnava un silenzio spettrale.

Per questo accolgo con grande convinzione l’appello che mi ha rivolto oggi su «la Repubblica» il professor Melloni. Mi rifiuto di pensare che oggi la nostra civiltà democratica possa essere sporcata da progetti di leggi speciali contro i popoli nomadi. Se dovesse accadere, mi opporrò con tutte le energie che mi restano.

Mi accingo a svolgere il mandato di senatrice ben conscia della mia totale inesperienza politica e confidando molto nella pazienza che tutti loro vorranno usare nei confronti di un’anziana nonna, come sono io. Tenterò di dare un modesto contributo all’attività parlamentare traendo ispirazione da ciò che ho imparato. Ho conosciuto la condizione di clandestina e di richiedente asilo; ho conosciuto il carcere; ho conosciuto il lavoro operaio, essendo stata manodopera schiava minorile in una fabbrica satellite del campo di sterminio. Non avendo mai avuto appartenenze di partito, svolgerò la mia attività di senatrice senza legami di schieramento politico e rispondendo solo alla mia coscienza.

Una sola obbedienza mi guiderà: la fedeltà ai vitali principi ed ai programmi avanzatissimi – ancora in larga parte inattuati – dettati dalla Costituzione repubblicana. Con questo spirito, ritengo che la scelta più coerente con le motivazioni della mia nomina a senatrice a vita sia quella di optare oggi per un voto di astensione sulla fiducia al Governo.

Valuterò volta per volta le proposte e le scelte del Governo, senza alcun pregiudizio, e mi schiererò pensando all’interesse del popolo italiano e tenendo fede ai valori che mi hanno guidata in tutta la vita.

Liliana Segre, Senato della Repubblica, 5 giugno 2018.