Livorno

Se il pubblico va in default

segnalato da Barbara G.

Il caso di Nogarin è il caso di Boeri: mancano regole per un default pubblico

di Umberto Cherubini – glistatigenerali.com, 12/06/2016

“Se uno solleva un problema è lui il problema”: questa amabilissima perla di saggezza, attribuita a un mio vecchio capo, sintetizza quello che è successo al sindaco di Livorno Nogarin. Ha sollevato il problema dell’insostenibilità del debito dell’azienda urbana dei rifiuti portando i libri in tribunale, e il tribunale gli ha risposto inviandogli un avviso di garanzia per bancarotta fraudolenta. Questo caso segnala un iceberg sulla rotta dell’aggiustamento dei conti del settore pubblico, e mentre l’iceberg si avvicina, la politica e il giornalismo danzano e giocano al garantista contro il giustizialista, la versione moderna di “guardie e ladri”. Talvolta la polemica prende addirittura le vesti di una ripicca infantile, e ti aspetti da un momento all’altro che qualche politico rilasci una dichiarazione del tipo: “chi è garantista metta un dito sotto”, come la conta che facevamo da piccini. La cosa sconvolgente è che stavolta l’iceberg non l’ha visto neppure Crozza, che ha assalito Di Maio con gli stessi argomenti di un qualsiasi politico del PD. Invece l’icerberg l’ha visto Carlo Scarpa in un recente pezzo su lavoce.info. Noi qui ci mettiamo tra Crozza e Scarpa e proviamo a rendere ancora più paradossale il caso Nogarin. Come? Trasformando Nogarin in Boeri.

Qual è l’icerberg? E cosa hanno in comune Nogarin e Boeri? Per i lettori impazienti, l’iceberg è il default del sistema pubblico italiano. E affrontare l’iceberg senza affondare la nostra convivenza civile richiede che il sistema si dia delle regole che oggi non ha. Oggi non esistono regole di ingaggio per il default del sistema pubblico, e il sistema pubblico è già in default. Il motivo di aggiungere questo post a quello di Carlo Scarpa è quindi solo rendere esplicito questo aspetto. Il paradosso del caso Nogarin deriva dal fatto che ha utilizzato le norme del diritto fallimentare privato per affrontare il default di un servizio pubblico.

Il parallelo con la battaglia di Boeri è evidente: se Boeri portasse in tribunale i libri dell’INPS e poi pagasse solo le pensioni fino a millecinquecento euro, riceverebbe anche lui dal tribunale un avviso di garanzia per bancarotta fraudolenta. Sarebbe un bel giorno per molti: professori da talk show, giustizialisti che additano regole calpestate, garantisti che urlano ai diritti acquisiti traditi. Se fosse una favola, potrebbe finire come quella del re nudo. Tra tanti dotti pareri e appassionate filippiche un bambino osserverebbe: Boeri è equo. Ma le favole non esistono, e i giudici non starnutiscono come Mangiafuoco: Boeri si prenderebbe l’avviso di garanzia perché avrebbe introdotto nel diritto fallimentare tra privati un principio di equità che invece riguarda la sfera sociale e dell’interesse pubblico.

Fino ad oggi lo stato non ha regolato il suo default verso i suoi sudditi. Anzi, verso i suoi sudditi lo stato non riconosce neppure il default. Si pensi infatti alle contorsioni concettuali della nostra Corte Costituzionale per cercare di riconciliare diritti e sostenibilità economica in occasione delle decisioni sul blocco dell’indicizzazione delle pensioni e della contrattazione nella pubblica amministrazione. Per noi economisti le cose sono molto più chiare. I diritti non c’entrano niente con la sostenibilità, e se chi si accolla un’obbligazione nei nostri confronti garantendoci dei diritti non riesce a farvi fronte, per noi fa default. Invece, i nostri giudici della Corte Costituzionale cercano di rinvenire e decidere di una regola che semplicemente non esiste.

L’assenza di regole, che per somma coerenza non troverete in nessuna regola, fa sì che neppure i principi fondamentali che regolano il default tra privati siano rispettati. L’ente pubblico può decidere di rimborsarti una parte, oppure, se rifiuti, aspettare in eterno che il tuo credito sia saldato interamente. Può dirti, come è stato fatto per i debiti della pubblica amministrazione, che i tuoi crediti te li puoi far scontare dalle banche, e così alle banche paghi gli interessi sui tuoi crediti, oltre a quelle sui tuoi debiti. Non c’è nessun principio di par condicio creditorum, per cui in caso di default tutti i creditori debbano essere trattati nello stesso modo. Pensate al blocco degli scatti nella pubblica amministrazione, che ha riguardato tutti, meno i magistrati. Lo stesso magistrato che ha mandato l’avviso di garanzia a Nogarin, probabilmente per una violazione della par condicio, si è giovato della stessa violazione quando con la sua categoria non ha partecipato a pagare il costo della crisi. Ma, di nuovo, non è una violazione, perché non c’è una norma.

Ma ha fatto bene o male Nogarin a portare in tribunale i libri dell’azienda di rifiuti livornese? E ha fatto bene allo stesso tempo a stabilizzare i 33 precari che sembra gli abbiano valso il premio dell’avviso di garanzia? Ha fatto bene e male allo stesso tempo. Si è comportato allo stesso tempo da temerario e da pollo. Meglio comunque essere temerari e polli che stare con le mani in mano. E’ stato temerario perché ha voluto prendere il toro per le corna, e affrontare l’iceberg di Livorno. E’ stato pollo perché lo ha fatto utilizzando uno strumento della legge fallimentare che è fatto per regolare il rapporto tra privati. E’ come giocare a rugby con le regole del calcio: appena prendi la palla in mano, l’arbitro ti fischia rigore. Avrebbe avuto un’alternativa? Non nelle regole. Avrebbe potuto rimanere fuori dalle regole e stabilizzare i 33 precari, poi chiamare i creditori e farsi in casa il concordato senza incorrere in nessuna bancarotta fraudolenta, per il semplice motivo che non avrebbe dichiarato bancarotta. Avrebbe potuto pagarne alcuni con uno sconto maggiore e rifiutarsi di applicare la stessa regola agli altri, perché una regola non c’è. Insomma, se la favola del re nudo si svolgesse a Livorno un bambino direbbe: deh, ‘r sindaco è stato equo.

Pensate se Boeri facesse la stessa cosa. Pensate se portasse i libri dell’INPS in tribunale. Che equità sarebbe tagliare del 20% sia una pensione da mille euro che una da diecimila euro? Eppure quella sarebbe la regola. Per questo Boeri, lungi dalla scelta di Nogarin, continua a martellare ai fianchi questi giovani riformatori proni a scrivere e riscrivere le regole avvertendo in tutti i modi che c’è una regola fondamentale che dovrà essere scritta: quella del default degli enti pubblici, compresa la sua INPS. La regola deve essere che in caso di default di un ente pubblico devono essere tutelati i diritti fondamentali, ben prima dei diritti acquisiti. Deve essere tutelato l’interesse pubblico, primo di quello dei privati.

Resta una domanda. Qual è la differenza con il default finanziario? Ci sono differenze e similitudini, e sarebbe molto lungo discuterne. Perché uno stato non sospende semplicemente il pagamento degli interessi sul debito, o li riduce, come fa con i debiti non finanziari della pubblica amministrazione, i suoi dipendenti, e le pensioni? In realtà una proposta di questo tipo è stata avanzata in un lavoro di un collega e amico dell’Università di Palermo, Andrea Consiglio, insieme a Stavros Zenios, dell’Università della Pensilvania. Un prodotto come un titolo di stato su cui si possano interrompere gli interessi vi parrà originale, se non strano, ma riflettete un attimo: non è la stessa cosa che vi sembra normale per le obbligazioni non finanziarie? La differenza è che questa possibilità di sospendere i pagamenti in un prodotto finanziario si chiamerebbe opzione, e il mercato ve la farebbe pagare il giusto prezzo, se non qualcosa di più. Insomma, nel mercato finanziario le regole ci sono, ed è il mercato stesso, prima ancora del diritto, a imporne il rispetto.

Anche delle regole di default di banche e stati rispetto al mercato finanziario si parla ancora molto, e anche noi torneremo presto a parlarne in maggiore dettaglio. Ma adesso è il momento di aprire il dibattito sulle regole di default di uno stato rispetto ai suoi cittadini, in modo che non siano più sudditi. Deve essere fatto prima che questa crisi finisca, e che la prossima cominci. L’esempio della Grecia ci mostra infatti anche la tragedia di  un default finanziario che si risolve scaricando i suoi effetti su un default rispetto alla società civile. Questo avviene se non ci sono regole: allora la strada del default prende la via di minore resistenza, che è quella dove ci sono i più deboli, e il default si trasforma da una questione di soldi in una questione di vite.

LIVORNO, ITALIA: Non c’è salvezza per i cuori teneri

introduzione e segnalazione di Daniele X

Quello che sta succedendo a Livorno è la ‘sneak preview’ di quello che dovrebbe avvenire in Italia. Smettere di ignorare problemi giganteschi, e smettere di crearne di nuovi, senza posticipare o lasciare il tutto in carico alle nuove generazioni che, visto il fardello, tenderanno solo ad andarsene. Nel fallimento controllato dell’Italia andranno salvati i lavoratori e le loro famiglie, e non le banche o i banchieri. Andranno riviste le priorità, dialogando con tutti, perfino col PD. E andranno individuate le responsabilità, delegando alla magistratura il compito di sanzionare i responsabili del disastro. Quello che sta succedendo a Livorno è il futuro di questo Paese, se lo si vuole salvare.

Filippo Nogarin e Pepe Mujica

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Nogarin in consiglio: “Il M5S con il concordato preventivo salverà Aamps”

Il sindaco ha ribadito la posizione della giunta: “La ricapitalizzazione era un intervento da cure palliative. Serve invece un’operazione chirurgica capace di assicurare vita e interesse all’azienda, soprattutto negli interessi dei lavoratori”.

Non c’è più religione

segnalato da domiziasiberiana

Le scuole religiose di Livorno pagheranno la tassa sull’immobile

da internazionale.it, 25 luglio 2015

La Corte di Cassazione ha riconosciuto la legittimità della richiesta dell’imposta comunale sugli immobili avanzata dal comune di Livorno agli istituti scolastici gestiti da enti religiosi. Nel 2010, l’ufficio tributi del municipio toscano aveva mandato alle scuole paritarie una cartella esattoriale per riscuotere l’Ici degli anni dal 2004 al 2009. Gli istituti si erano opposti e i primi due gradi di giudizio avevano dato loro ragione.

I giudici della Cassazione invece hanno ritenuto che, visto che gli studenti pagano per frequentare una scuola paritaria, essa è da considerarsi un’attività commerciale a tutti gli effetti, anche se non ha fini di lucro. E come tutte le attività commerciali è obbligata a versare l’imposta. Gli istituti quindi devono saldare gli arretrati. In particolare, le scuole Santo Spirito e Immacolata devono restituire al comune 422.178 euro. È il primo procedimento giudiziario su questo tema che arriva a sentenza definitiva in Italia.

Il segretario generale della conferenza episcopale italiana (Cei), monsignor Nunzio Galantino ha criticato la decisione: “Si tratta di una decisione pericolosa e ideologica, che intacca la garanzia di libertà di educazione richiesta anche dall’Europa. Non ci si rende conto del servizio che svolgono gli istituti paritari. Non è la chiesa cattolica ad affamare l’Italia. A scegliere le scuole paritarie sono un milione e 300 mila studenti, con grandi risparmi per lo stato. Mentre gli istituti paritari ricevono contributi per 520 milioni di euro, lo stato risparmia sei miliardi e mezzo”.

“Penso che forse ci sia una riflessione da fare”, ha dichiarato il ministro dell’istruzione Stefania Giannini in merito.

Leggi anche:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/07/24/ici-imu-alla-chiesa-la-cassazione-ha-ragione-il-comune-di-livorno-le-scuole-religiose-devono-pagarla/1903904/

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/07/25/tasse-sugli-immobili-anche-a-scuole-religiose-la-cei-sentenza-pericolosa-e-ideologica/1905875/

Livorno a 5Stelle

LIVORNO IN DISARMO E IL VENTO DEI 5STELLE CHE HA DISSOLTO IL PD: “CAMBIEREMO TUTTO”

Nogarin, il sindaco ex velista, è in carica da tre mesi. “Se chi ci attacca pensa di condizionarmi, sbaglia. Basta con le case popolari affittate a 12 euro”. I democratici sono commissariati. Il capo della lista di sinistra che ha appoggiato il M5S: “Spero che lo shock fermi la cancrena politica”.

filippo-nogarin

da Repubblica.it (04/09/2014) – di Concita De Gregorio

LIVORNO – Filippo Nogarin compie 44 anni oggi ed è la prima cosa che dice: il 4 è il mio compleanno. Perfetto. Che sia chiaro subito che è cambiato il mondo, a Livorno. Ora quello che conta – “finalmente”, ride – è la storia personale, il profilo l’identikit, il curriculum che demolisce come una libecciata settant’anni di politica di partito, quella per cui il Pci “poteva candidare anche un bicchiere”, a fare il sindaco, tanto i livornesi l’avrebbero votato. Invece no. Non l’hanno votato.

Sono passati tre mesi da quando il Movimento 5 Stelle ha vinto con il 19 per cento dei voti (al primo turno) il 60 per cento dei seggi in consiglio. Gli eterni onnipotenti del Pd locale dissolti, dimissionari, spariti. Il partito nato qui con Gramsci è morto 93 anni dopo con Yuri de Filicaia, 700 preferenze in una città di 170 mila abitanti, segretario oggi commissariato da una troika arrivata dal Pd fiorentino “ma i fiorentini annegano a riva, cosa vuoi che ci possano insegnare a noi di Livorno”, si sente dire alle assemblee. L’orgoglio labronico, quello è intatto. Semmai cresce, passato lo choc.

Nogarin arriva al bar Dolly di Piazza Grande in bicicletta con zainetto tecnico in spalla. Prima di annunciare la rivoluzione imminente – via tutti i vertici delle partecipate, basta col monopolio dei soliti noti al porto, azzerate le rendite di posizione nelle case popolari, centro pedonale, sponsor privati a finanziare i progetti, basta persino con la rivalità fra Livorno e Pisa “perché noi abbiamo il porto e Pisa l’aeroporto, se la smettiamo coi campanilismi facciamo fuori Firenze” – con una certa riluttanza dice due cose di sé. Famiglia semplicissima, esordisce. I nonni arrivarono dal Veneto a far da casieri ai Della Gherardesca a Caletta di Castiglioncello. Il padre ha lavorato tutta la vita sulle piattaforme petrolifere, per lunghi periodi fuori casa. Il bambino Filippo nasce all’ospedale di Livorno, è bravo a scuola fin da piccolo, specie in “logica e matematica”. Grandi sacrifici per farlo studiare, si laurea – nel frattempo lavorando – in ingegneria aerospaziale all’Università di Pisa con una tesi su un generatore eolico. Va a vela sui Contender. Quando ha vent’anni, nasce sua sorella Ginevra, oggi 23. Rifiuta un lavoro all’Enel e sceglie la libera professione, “faccio il consulente per ogni tipo di azienda, mi sono dedicato anche ai polli, ho cambiato i flussi d’aria in un allevamento”. Affronta e combatte una dura malattia, lascia la vela, trova la politica. “A un certo punto sembrava che volesse fare il presidente del Circolo nautico di Castiglioncello – dice il suo compagno di vela Gianluca Giunchini, proprietario del ristorante sopra il circolo – invece si è candidato sindaco”. Aveva votato Dp, radicali, verdi, infine trova Grillo. Un po’ più di 100 militanti lo indicano, in rete, come candidato sindaco. “Ho deciso di farlo perché amo questa città follemente, a volte Anna è gelosa”. Anna è la compagna, madre di due bambine.

Veniamo alle difficoltà di questi tre mesi. Assessori nominati e revocati, meet up grillini che sindacano ogni decisione, avvocati che diffidano il primo dei non eletti dall’usare il simbolo, assessore al Bilancio scelto una settimana fa e molto irriso poiché – si legge nel curriculum – ex cassiere in una discoteca di Viareggio. Nogarin si fa duro. “Avevamo scelto un’altra persona per il Bilancio, ma quello stesso giorno ha saputo di avere un tumore. Altre domande? Questa dei meet up è una fandonia dei giornali. Io ho fornito gli identikit dei candidati e sono io che scelgo, alla fine. Quanto alla rete: non perdo tempo dietro ai blog, non li guardo nemmeno. Se chi ci denigra pensa di fare pressione su di me si sbaglia. Abbiamo avuto qualche fisiologico contrattempo, le prime settimane. La giunta c’è. Metterà mano per prima cosa alla gestione delle case popolari, poi a quella delle partecipate – rifiuti, acqua, gas. Pedonalizziamo il centro, diamo aria con ogni mezzo possibile al commercio, apriamo ristoranti di cacciucco e cinque e cinque (il panino con la torta di ceci). Ci facciamo saldare i debiti da società come l’Asa che è in attivo di 24 milioni e ce ne deve 17, mai richiesti dalle amministrazioni precedenti. Facciamo una revisione dei titoli di chi ha avuto nei decenni le case popolari a 12 euro al mese, vediamo se sono tutti ancora in stato di necessità e se non lo sono ci facciamo pagare un affitto equo. Blocchiamo le speculazioni edilizie che sono servite solo a foraggiare le Coop. Non costruiamo il nuovo ospedale, facciamo funzionare quello vecchio”.

Stella Sorgente, vicesindaco contrabbassista, lo guarda mite con occhi sgranati e aggiunge che per parte sua istituirà il registro delle unioni civili, in calendario la prossima settimana. Serafino Fasulo è il neoassessore alla Cultura già titolare del cinema Kino, oggi chiuso (il multisala del centro commerciale Porta a Terra, costruito attorno all’Ipercoop, ha condannato la sala d’essai. Sulle cui pareti del resto i livornesi avevano già inciso ‘qui i firmi fanno caa’. Firmi è plurale di film, il verbo si capisce). “Il problema è che i livornesi a maggio fanno ruotare in avanti il bacino di 15 gradi, mettono le infradito e vanno a mare. Sono tutti bravi a dire chi te lo fa fare. Poi abbassano la saracinesca del negozio e si avviano al Romito”. Lercio, il lungomare. Mozziconi e bricchi di estathè.

La città più che paralizzata è in disarmo. Centro deserto, negozi chiusi, il porto in declino. Attraccare a La Spezia costa alle compagnie navali un milione e mezzo in meno ogni anno. Nogarin promette battaglia ai “monopolisti del porto, che saranno anche privati, ma le concessioni sono demaniali, fino a prova contraria appena scesi dal mare entrano in città e qui li aspetto io”. Le vecchie famiglie degli armatori – i D’Alesio, i Neri, i Fremura – sono avvisate. Samuele Zarrugh, per tredici anni presidente della comunità ebraica – la comunità sefardita di Livorno è la più importante d’Italia, Elio Toaff, 99 anni, massima autorità spirituale, è nato qui – ricorda come anche la compagnia navale israeliana Zig abbia lasciato Livorno e “questa è una città di mare, lo sviluppo può venire solo dal mare”. Zarrugh è nato a Bengasi, è fuggito dalla Libia dopo la guerra dei 6 giorni, ha studiato il Corano insieme a quelli che oggi sono chiamati i califfi del terrore e spiega pacato che l’ignoranza è la vera piaga di questo tempo, anche a Livorno. “Quando sono andato a salutare il nuovo Imam della moschea gli ho detto con un verso del Corano, “Abramo disse al suo Dio: fa che questo paese diventi un paese tranquillo”, lui mi ha risposto ‘Così sia’”.

Anche a Zarrugh il Pd livornese aveva chiesto di candidarsi sindaco, in una spaventata corsa al ‘nome di rottura’ prima di rinunciare e puntare su Marco Ruggeri. “Il bimbo di bottega”, lo chiama lo scrittore Simone Lenzi, che ha pagato le colpe dei padri. In coerenza col voto alle primarie (il 70 per cento a Renzi, in una città cuperliana) avrebbe avuto forse più senso Lorenzo Bacci – renziano, sindaco di Collesalvetti, rieletto col 65 per cento – che si era offerto volontario nella corsa a sindaco. Purtroppo il sindaco uscente, Alessandro Cosimi, non ha gradito. Nel Pd livornese, ai vertici manovrati dall’antico potere dei dirigenti della generazione di Marco Susini, c’è ancora qualcuno che attribuisce la sconfitta al ‘tradimentò di Buongiorno Livorno, la lista a sinistra del Pd che è arrivata a un passo dal ballottaggio e ha dato poi indicazione di voto per i 5 Stelle. Il ‘traditore’ è Andrea Raspanti, un ragazzo nato nell’80, appassionato e colto, oggi all’opposizione. “Noi avevamo la responsabilità di rompere l’egemonia asfittica di un partito diventato solo un centro di potere, arroccato nei privilegi di rendita, incapace di aprirsi alle intelligenze e alle energie, spaventato e arrogante”, dice Raspanti. “Grillo non mi è mai piaciuto, e so bene che ha vinto a Livorno anche coi voti della destra. Questo non toglie niente alla responsabilità del Partito Democratico: molte delle persone che oggi sono in giunta non hanno trovato casa nel Pd. Se il voto di Livorno fosse servito a salvare dalla cancrena politica la sinistra e a darle un futuro sarebbe una rifondazione, questa sì”. Una rivoluzione, cose che nell’altro secolo succedevano a Livorno.

Vaffa

dal Corriere.it – di Marco Gasparetti
IL DIRETTORE DEL VERNACOLIERE: “HO VOTATO M5S, LIVORNO DICE VAFFA AL PD”
Mario Cardinali commenta il risultato elettorale e la vittoria di Nogarin. «Da troppo tempo si stava assistendo a uno spettacolo indecente di clientelismo»

«Dé, ma lo sai, e l’ho votato anch’io il sindaco Cinque Stelle. E l’ho fatto pure volentieri, per amore di questa mia città, della mia gente. Bisogna cambiare tutto, rivoltare Livorno come i polpi». E’ ancora stupito di se stesso Mario Cardinali, mitico direttore del Vernacoliere, giornale satirico livornese, per quel suo voto atipico. Proprio lui, da sempre uomo di sinistra, anarcoide, libertario, fuori dagli schemi, Compagno nell’anima e con la maiuscola, ha dimenticato il rosso, ha archiviato la falce e il martello. Il risultato l’ha saputo alla radio di buon mattina. «La prima cosa che mi è venuta in mente? Livorno ha detto vaffanculo al Pd, o meglio gli ha detto “ilbudellodituma”, il modo nostro, schietto e volgare, per mandare a quel paese il prossimo – continua Cardinali -. Da tempo ero convinto che sarebbe finita così. Da troppo tempo si stava assistendo a uno spettacolo indecente di immobilismo, clientelismo, con comitati di affari che hanno messo radici in una città che non riconoscevo più».

I tempi ruggenti di Livorno

Cardinali ricorda i tempi ruggenti di Livorno. «Quelli delle battaglie civile, della solidarietà e dell’ amore del prossimo – spiega -, del non arrendersi mai, nello sforzo di cambiare e migliorare, dell’entusiasmo, della voglia di combattere. Operai, impiegati, donne, uomini e ragazzi scendevano in piazza per difendere i diritti della gente e c’erano sindaci che li accompagnavano, li guidavano, davano impulso alle idee, davano spazio ai giovani». E poi che cosa è successo, Mario? «Il pantano. Livorno sembra essere stata inondata dal Pantano – risponde – ed è diventata la città dell’immobilismo. Sempre le stesse ghigne (facce in vernacolo ndr) sulle solite poltrone, tutti a spartirsi il potere. Ora li “caa la Befana” (ora ci pensa la Befana a digerirli ed evacuarli ndr) vedrai che bella poltroncina gli danno. Nogarin, il nuovo sindaco, ha promesso un ricambio straordinario. Non deve esagerare, perché qualcuno buono è rimasto, però chi ha rivestito carico e contro cariche ora deve pensare a lavorare. Davvero e di buona lena. E io so che si stanno già “ca’ando addosso, gli opportunisti. IO gli dico “State sereni…”». Sostiene Cardinali che da anni la città si è mossa sulla spinta dei poteri forti: «Guarda il bombolone (il rigassificatore), l’hanno costruito in mare in una zona sismica; doveva portare ricchezza ed invece ha fatto aumentare la bolletta perché con la crisinon esiste una nave gasiera che attracca. E il via libera agli ipermercati, coop rosse e adesso pure quelle bianche? E l’inutile nuovo ospedale che non vuole nessuno? E il degrado dei monumenti? Affari, soldi, business, poteri forte, arroganza. Un grande inciucio. I livornesi hanno detto vaffanculo, o meglio “ilbudellodituma”». E che consiglio darebbe il direttore del Vernacoliere al nuovo sindaco Filippo Nogarin? «Intanto di cambiare il cognome, boia dé. E pare veneto, altro che labronico, e di questi tempi col Mose un va mica tanto di moda. Poi di togliere l’affarismo nella politica, far ritornare l’entusiasmo del fare, del cambiare, dell’abbellire questa città che è stata deturpata dalle bombe americane ma anche da una ricostruzione scellerata. E’ bella Livorno e l’hanno fatta diventare un brutto anatroccolo. Il titolo del mio giornale? Ci devo sempre pensare. Uscirò tra diversi giorni e dovrò creare una notizia paradossale. Che da noi mica è difficile. Quando c’è da massacrare a parole il potere noi siamo i primi nel mondo. Un Grillo in culo? Troppo, vecchio. Ci vogliono novità».