M5S

Le regole del suicidio perfetto (Marco Travaglio)

segnalato da Barbara G.

Probabilmente scatenerò la rissa, pazienza. Ma il fatto che sia il “castigamatti” per eccellenza, idolo di molti grillini e oggetto di fans club su facebook, a fare queste osservazioni…qualche domanda poi uno dovrebbe anche farsela…

Triskel182

Diciamolo: l’impresa di restare fuori da tutti i ballottaggi che contano (tranne Carrara, ma nessuno è perfetto e qualcosa sfugge sempre) non era facile. Ma i 5Stelle – tutti, da Grillo in giù – ce l’hanno messa tutta e hanno centrato l’obiettivo. Litigare dappertutto, polverizzarsi in scissioni e sottoscissioni, infilare un autogol dopo l’altro fino a scomparire da tutte le grandi e medie città al voto e, non contenti, persino resuscitare il ripugnante bipolarismo centrodestra-centrosinistra, con particolare riguardo per il duo Berlusconi (vedi alla voce Graviano) – Salvini (vedi alla voce Le Pen). Questa è roba da professionisti. Chapeau.

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Il primo flop del M5s: fuori dai ballottaggi.

Triskel182

25 capoluoghi al ballottaggio e neanche uno con il candidato grillino in corsa. Nessun commento da parte dei vertici grillini, tranne Toninelli: “I nostri candidati non hanno dietro apparati che si nascondono dietro accozzaglie con i simboli di partito che spariscono dalle liste, vedrete che domani saremo la prima o seconda forza politica nazionale, al di là dello schermo delle finte liste”.

Cinque anni fa Stalingrado, oggi Waterloo. Il simbolo del risultato negativo del Movimento 5 stelle alle elezioni amministrative è Parma. Il sindaco Pizzarotti, ex enfant prodige di Grillo prima di diventare capitan Pizza e di essere cacciato dal Movimento per troppa autonomia, andrà al ballottaggio contro il candidato di centrosinistra. Il M5s, invece, è fuori da tutto: neanche 2500 voti racimolati.

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I gatti frettolosi fecero la riforma cieca

segnalato da Barbara G.

Di Lucia Annunziata – huffingtonpost.it, 08/06/2017

La gatta frettolosa fece i gattini ciechi. Il popolare proverbio, usato dalle mamme per controllare le impazienze di generazioni di bambini, stavolta si è elevato anche a norma politica: la legge elettorale frettolosamente messa insieme con un accordone da Santa Alleanza, fra quattro leader diversissimi tra loro, pur di andare alle elezioni, si è schiantata al primo voto in aula. Schiantata in mezzo a una coreografia – il cartellone che per errore manda in chiaro un voto segreto, accuse reciproche di tradimento fra partiti – che esalta un clima caotico, la mancanza di organizzazione, un’aria da rompete le righe, uno sbando ad alta intensità emotiva. Una scena da sussurri e grida. Insomma aria che parla in tutto di fine legislatura.

La camera ha vissuto così, come nei suoi momenti peggiori, il fallimento di quello che sicuramente possiamo considerare l’ultimo possibile tentativo di fare una legge elettorale. Una sconfitta che condiziona ora il modo di come si chiude la legislatura, ma anche gli equilibri dentro e fra partiti.

Per il Pd e per il suo leader Matteo Renzi, che sono state le forze che più si sono impegnate a portare a casa una legge elettorale, costitusce la seconda battuta d’arresto in pochi mesi. Non è una batosta pubblica come la prima, quella del Referendum, ma rimane una seconda brusca frenata di un progetto mirato a riportare un partito rinnovato (dopo scissione e congresso) e il suo segretario al centro della dinamica politica.

Perché Matteo Renzi e la sua organizzazione non riescano a “rialzarsi” è forse la parte meno visibile, e più significativa, di questa vicenda. Moltissimo ha a che fare con la turbolenta relazione fra il Segretario e il Sistema – intendendo per quest’ultimo in questo caso il complesso istituzionale, economico e politico, dato. Fra le due entità non c’è mai stato idillio, con un giovane fiorentino arrivato brandendo la bandiera della rottamazione e una Roma da tempo, cioè dall’ultimo anno di Silvio Berlusconi nel 2011, in bilico fra richiami europei, crisi economica, scollamento dei partiti, rabbia dei cittadini. La discesa a Roma del Rinnovatore, applaudita, facilitata, e spesso adulata, si è ben presto però rivelata incline anche a colpi testa, forzature, improvvisazioni. Insomma impresa spesso troppo solitaria ed autoreferenziale, per istituzioni molto consapevoli della fragilità degli equilibri complessivi. Al netto di discussioni di merito sulle scelte politiche, che pure hanno contato, è proprio il metodo renziano, la forzatura come cardine dell’azione politica, che ha costituito alla fine il peggior nemico del Premier/Segretario.

Questione, questa della forzatura, di non poco conto. Di questo si è trattato infatti per il Referendum: sarebbe stato diverso il percorso se i contenuti politici molto controversi di quella riforma non fossero stati proposti con la tagliola di un si o un no? A questa domanda, nelle ore della sconfitta, lo stesso Renzi sembrava rispondere con un forte dubbio.

La legge elettorale, anticipatrice necessaria di un ritorno anticipato al voto, è stata segnata dalla stessa voglia di forzare i processi, e infatti portata avanti con la stessa fretta. Incontrando le stesse razionalità, gli stessi dubbi. Nel caso specifico non si è trattato di un processo vasto e popolare come quello del referendum, ma si è trattato comunque di obiezioni pervenute dal mondo istituzionale. Confindustria, Ministero del Tesoro, Palazzo Chigi, Quirinale, in vari modi, hanno additato il pericolo di un voto anticipato in piena Finanziaria, con nodi irrisolti di debito pubblico, e rapporti incerti con la situazione internazionale. Ma quel che forse di più ha frenato la corsa sono state una serie di opinioni pesanti uscite dal seno dello stesso partito del Segretario. Alla fine di una settimana in cui si si sono messe in fila sulle pagine dei media dissensi espressi da Veltroni, Bindi, Prodi, Letta, Finocchiaro, e soprattutto Giorgio Napolitano, si può capire come molti nello stesso Pd cominciassero ad avvertire dubbi su quanto costasse questa legge.

Lo stesso dubbio sul costo ha schiantato il Movimento 5 Stelle, attraversato, a differenza del Pd renziano, da una feroce deriva interna di dissenso. Lo sbarco dei pentastellati fra i quattro firmatari del patto ha avuto in effetti per la organizzazione di Grillo l’impatto di un vero Congresso interno. Con due ipotesi in campo, entrambe rappresentative del bivio di fronte a cui si trova il movimento: la necessità di diventare sempre più istituzionali a fronte di un potenziale ruolo di governo e la fedeltà ai proprio principi di alterità. Alla fine ha prevalso quest’ultima.

Non è un caso che le accuse reciproche siano alla fine volate fra queste due forze, Pd e M5s. In questo processo erano diventate lo specchio di uno stesso drastico e forzato riadeguamento: il primo nella alleanza con Berlusconi, il secondo nella alleanza con il sistema.

La legge lascia entrambi i gruppi scossi, anche se non feriti. Sia Pd che M5s infatti possono ritirarsi, come già indicano che faranno, sulla più sicura spiaggia della identità separata.

In compenso la spericolata manovra lascia una ferita profonda sulla legislatura. Messa in discussione, messa da parte come cosa finita dai legislatori aspiranti stregoni, ne esce segnata dalla sua spendibilità.

Il finale caotico del voto, di cui parlavamo all’inizio, è infatti la rappresentazione di tutto quello che in questi ultimi cinque anni è diventata la politica: un instabile cocktail di ambizioni personali, arrembaggi, privatismo, nutritosi della e nella crisi dei partiti.

Non sarà un caso che l’accordo elettorale è stato formulato da Quattro leader nessuno dei quali siede in Parlamento. Né è un caso che appena arrivato in Parlamento l’accordo si sia liquefatto, come un gelato al sole di questo inizio di estate romana.

Questa voglia di disintermediare

Triskel182

Una cosa in comune c’è tra l’ex segretario candidato e il garante padrone del M5S, Renzi e Grillo intendo.
La parola è disintermediazione.

A che serve la libera informazione quando c’è  già pronto il blog con tutte le informazioni?
Da una parte il blog dall’altra il blog, il #Matteorisponde e i quotidiani che fanno da grancassa: entrambi i leader (e i loro fans) dimostrano una certa allergia quando le domande sono scomode. Una esempio fatto già ieri sera durante la trasmissione Gazebo: se le domande sono di Report, ad arrabbiarsi è il Pd e il suo tesoriere, mentre a far la parte del difensore della stampa è il movimento.

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Freccero: «Guevara tecnologico, sogno o utopia?»

“Quando sento dire che destra e sinistra non esistono, rialzo la cresta. Ma per chi è cresciuto in questi anni la sinistra è identificata con il potere”

di Micaela Bongi – ilmanifesto.it, 08/04/2017

Carlo Freccero, anche lei sarà a Ivrea all’evento in ricordo di Gianroberto Casaleggio a un anno dalla morte. Perché sarà lì?

Il Movimento 5 Stelle nasce da un’intuizione che è quella di tutti i partiti tecnologici, come i Pirati. L’intuizione di Casaleggio è che non si possono inviare messaggi alternativi usando i media mainstream. Non a caso in questi anni il critico del sistema, il dissidente, coincide con la figura dell’hacker. Che Guevara è tecnologico. Casaleggio, partendo da questa intuizione, ha creato Rousseau perché bisognava dotarsi di mezzi propri, una piattaforma e un sistema operativo. Secondo: la comunicazione politica non doveva più essere passiva (attraverso la televisione o la stampa, appunto) ma attiva, con la creazione di un sapere comune politico condiviso. E ancora: questo sapere doveva essere riscritto insieme, un’opera comune, come Wikipedia. Quarto: non bisognava partire da una qualsivoglia ideologia data, socialismo o liberismo, ma fare tabula rasa.

Dunque, cosa dirà a Ivrea?

Questo sogno di Casaleggio non rischia di essere un’utopia? La politica di oggi, importata in Europa sul modello Usa, è propaganda, manipolazione, non agisce a livello conscio ma inconscio, per piegare le masse al volere delle élite. Il sogno di Casaleggio, quello di elettori non contaminati dalla propaganda, è realizzabile? Ho dei dubbi: la propaganda dei media getta comunque un’ombra sull’autonomia degli elettori. Quando arrivo su Rousseau sono già condizionato dalla propaganda martellante dei media tradizionali. I 5 Stelle pensano che tutto si risolva con la tecnologia. Ma anche gli algoritmi selezionano i nostri contenuti sottoponendoci a un controllo. E io penso che ancora ci sia differenza tra destra e sinistra. Quando sento dire che destra e sinistra non esistono, rialzo la cresta. Una volta Gianroberto Casaleggio mi invita e mi dice: «Sa che lei è bloccato tra destra e sinistra?». Poi purtroppo per la sua malattia il confronto non è potuto proseguire. Ma io ho cercato di capire.

Intanto si potrebbe già dire che i media mainstream sono utilizzati eccome dai 5 Stelle, e sempre di più rispetto agli esordi. Lo stesso Davide Casaleggio, dopo averlo presentato sul «Corriere della sera», ha sentito il bisogno di andare da Lilli Gruber sulla 7 a due giorni dall’appuntamento dedicato a suo padre. Insomma, non disdegnano la «contaminazione».

Io vorrei verificare se sia possibile non essere condizionati e rimanere indenni dalla manipolazione. A me sembra poi che i 5 Stelle non affrontino mai temi ideologici di portata generale, sulla piattaforma ci si esprime sempre su quesiti semplici. Il rischio è la politica sul modello dell’assemblea del condominio. Io sono legato al Novecento, a destra e sinistra, la loro concezione tecnologica lo ha fatto fuori. Il loro atteggiamento è molto liberista su alcuni temi, su altri no. Sulla Rai ad esempio sono praticamente per il ritorno al bianco e nero.

Ecco, la Rai appunto: lei stesso, indicato dai 5 Stelle, insieme a Sel, per il consiglio d’amministrazione di viale Mazzini scelto dai partiti, è espressione delle contraddizioni del Movimento.

E poi hanno il «garante», significa che l’«elettore attivo» rischia di essere fregato.

Come dimostra la vicenda della votazione per il candidato sindaco di Genova.

Appunto. Queste sono le contraddizioni. Ma ho visto anche altri casi, come quello di Antonio Di Pietro, che nel suo movimento è finito circondato da gente dubbia. Un controllo ci deve essere, loro pensano che la rete possa selezionare la classe dirigente…

La manifestazione di Ivrea, oltre che un omaggio a Gianroberto Casaleggio, vuole essere anche una sorta di palestra per un eventuale governo a 5 Stelle?

A me non sembra che in questo momento puntino veramente al governo, non mi sembrano ancora pronti. E poi se non ammettono la possibilità di alleanze, come fanno?

Pierluigi Bersani è stato subissato di critiche per le sue analisi sui 5 Stelle.

Bersani ha detto una cosa interessante, ma non solo per lui. Per tutta la sinistra sarebbe interessante aprire un confronto con il Movimento 5 Stelle. La parola sinistra negli ultimi anni è diventata «sinistra», con le virgolette. Per chi è cresciuto in questi anni, la sinistra è identificata con il potere.

Il Movimento 5 stelle non è più votabile

(Eppure è avanti nei sondaggi. Quanto può durare?)

segnalato da Barbara G.

di Paolo Flores d’Arcais – temi.repubblica.it/micromega-online, 18/03/2017

Nel numero di MicroMega da due giorni in edicola ho scritto [ma il testo è stato scritto oltre un mese fa n.d.r]: “Il M5S è un movimento carico di ambiguità, contraddizioni, difetti e magagne: predica ‘uno vale uno’ ma poi due vale più di tutti messi insieme (e uno dei due per merito dinastico)” seguono tre esempi e un “si potrebbe continuare a lungo”. Aggiungendo: “Ora in realtà il M5S dovrà scegliere. Proprio tra destra e sinistra. Non nel senso dei partiti, sempre più indistinguibili (…) ma certamente nel senso dei valori. D’altro canto se un movimento rinnova ogni giorno il suo peana alla Costituzione repubblicana, nata dalla Resistenza antifascista e col DNA ‘giustizia e libertà’ (…) non può poi contraddire questa scelta (…) come spesso sta accadendo. Se insiste nella contraddizione tra valori proclamati e azione politica, per il M5S l’implosione è inevitabile”.

Concludevo: “dovrà inventare forme di selezione dei candidati, e di partecipazione dei militanti, che non tracollino, come ormai troppe volte, in parodia della democrazia di base, fino alla tragica farsa. Perché democrazia non è premere il bottone like/dislike. Ogni risposta è condizionata (e talvolta comandata) dalla formulazione della domanda. Chi la controlla controlla ampiamente il voto. E il carattere democratico di un voto dipende dalla caratura della discussione, dalla sua ampiezza, dall’informazione critica che entra nel circuito, grazie al dovere dell’argomentazione reciproca: l’esatto opposto di quanto accade sul web. E la scelta dei candidati deve nascere dalla partecipazione alle lotte, dal contributo alla vita reale, del movimento: tutto ciò avviene faccia a faccia, nelle riunioni, non nell’anonimato del web. Dove – se va bene – si realizza un casting da show televisivo alla De Filippi o da ammiccamento su facebook o instagram per acchiappare e accattivarsi più ‘amici’. Procedure lontane anni luce dalla selezione democratica dei candidati”.

Ma ieri Grillo è andato oltre. Ha annullato le “comunarie” di Genova, che si tenevano con un sistema complicato, magnificato da Grillo come il migliore e da prendere a modello, non appena il risultato si sia scostato da quello previsto (non ha vinto il suo preferito). A questo punto sarebbe il caso che il M5S ufficializzasse nel suo non-statuto che i candidati li sceglie Grillo, e così per ogni altra nomina. Non sarebbe la tanto strombazzata democrazia-diretta-web, sarebbe almeno un’oncia di onestà.

Del resto, la democrazia nei partiti è sempre stata ed è, in realtà, una forma di cooptazione. Nel Pci si chiamava “centralismo democratico”, nel Psi era una democrazia di correnti (prima di Craxi, corretta dal 1980 con dosi massicce di cleptocrazia), nella Dc una poliarchia di clientele. Vorrà dire che il M5S lancia la formula del centralismo monocratico, o più esattamente della mono-e-tanticchia-crazia, a seconda di quanto potere volta a volta Grillo decida di conferire a Casaleggio jr.

In un numero precedente di MicroMega mi ero domandato fino a quando si sarebbe potuto votare ancora M5S: con rammarico, perché altri voti non di regime non se ne vedono. La misura era dunque già colma. L’ukase defenestratorio di Genova costituisce la goccia che fa traboccare il vaso: nemmeno il M5S è più votabile. La prossima volta, a meno di nuove liste di cui per il momento non si vede, e nemmeno intravede, ombra, per chi prenda sul serio la Costituzione, con i suoi valori intransigenti di giustizia e libertà, diventerà ragionevole non votare.

Scelta terribile, perché significa affidare la decisione agli altri elettori, rinunciare all’esercizio della propria sovranità elettorale. Ma cos’altro resta da fare, quando venga meno anche la possibilità del “meno peggio”, e sotto tutti i profili essenziali di negazione dei valori costituzionali tutte le liste abbondino e debordino?

Sorpasso e decollo M5S. Il fortino di Renzi restringe i confini del PD.

Dimensione Mendez

Nel giorno in cui il più importante quotidiano del Paese mette in stampa i risultati del sondaggio che sancisce il consenso senza precedenti del M5S (32,3%) e il precipitare del PD ormai quasi a livelli da Bersani 2013 (26,8%), l’uomo solo al comando Renzi decide di impartire al padre-padrone Grillo una lezione di democrazia.

Consolidati o meno che siano, i 5,5 punti di distacco elaborati da Ipsos (ma il sorpasso è comunque un dato comune in diverse rilevazioni), vengono legittimamente evidenziati dal Corriere della Sera come fatto politico di portata assoluta, e provocano in Matteo Renzi una reazione che, sfruttando il congresso PD, prende corpo con queste parole:

“Da Bagnacavallo a San Giorgio a Colonica, da Volpago di Treviso fino a Carpi, da San Martino in Rio che è in provincia di Reggio Emilia fino al circolo Pd di San Paolo del Brasile ieri i primi circoli si sono espressi…

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Uno vale uno (che sia quercia o che sia pruno)

di Nammgiuseppe – 19 gennaio 2017

Il principio “uno vale uno” è di qualche attualità quasi prevalentemente per denunciare l’incoerenza, supposta o reale, del M5S al riguardo.

Tuttavia il principio meriterebbe di essere dibattuto quanto

a) alla sua validità

b) alla sua attuazione (nel caso sia ritenuto valido).

In effetti il principio è largamente affermato, almeno in teoria, nella nostra e in altre società “avanzate”:

1) nella delega dei cittadini ai propri rappresentanti politici

2) nelle decisioni politiche dei rappresentanti

3) nel voto referendario

4) nelle deleghe e ratifiche dei lavoratori ai propri rappresentanti sindacali

5) nelle assemblee dei soci di cooperative e di altre associazioni

6) (più o meno) nei gruppi di pressione della “società civile”

7) forse da qualche altra parte che dimentico.

E tuttavia l’esperienza ci dice che nella pratica il principio si traduce in deleghe e decisioni discutibili, quando non aberranti (almeno dal mio punto di vista: si veda, ad esempio, l’avanzata delle destre in larga parte dell’Europa).

È sbagliato il principio o la sua attuazione?

Ci sarebbe molto da dire, e molto è stato detto, sul fatto che è inaccettabile che l’opinione di un Leonardo da Vinci dei giorni nostri abbia lo stesso valore di quella di un odierno Cacasenno.

In realtà, io credo, in questa discussione si confondono due piani: quello della competenza tecnica (anche giuridico-legislativa) con quello delle aspettative riguardanti le regole del vivere sociale e la qualità della vita che l’applicazione di tali regole dovrebbero garantire.

Il desiderio di uguaglianza (o, quanto a questo, di sudditanza) di un cittadino può avere lo stesso valore di quello di un altro. Per l’applicazione pratica della volontà della maggioranza, e per fornire alla cittadinanza elementi per farsi opinioni ragionate, ci sono, appunto, i tecnici, quelli che la sanno più lunga, presupponendo un grado medio di istruzione uguale negli elettori e mezzi d’informazione capaci e desiderosi di contribuire alla formazione delle opinioni.

Quanto affermo è discutibile. Per tagliare la testa al toro, mi appello alla famosa affermazione “la democrazia è piena di difetti, ma è il meno peggio che sinora ci è dato”. Le altre forme di organizzazione della società hanno dato prova di essere peggiori della democrazia rappresentativa parlamentare. Per superare, eventualmente, quest’ultima occorrerà immaginare un sistema diverso, ma ancora non mi pare ci siano proposte credibili e praticabili.

Perché, allora, il principio “uno vale uno” funziona così male?

Le risposte sono grosso modo due (con variazioni):

a) la maggioranza dei cittadini è ignorante e/o menefreghista e/o opportunista e/o emotiva

b) si è andata storicamente formando una classe politica, sindacale, manageriale autoreferenziale che si è appropriata del sistema specializzandosi nell’arte della propaganda e mettendosi al servizio del sistema economico dominante.

Non sono a favore dell’autoflagellazione del “ogni popolo ha il governo che si merita”. Ma qualcosa di vero nell’affermazione a) esiste. Il problema è se sia causa o effetto di b) e perché b) si sia andato affermando.

E, naturalmente, una volta essendo giunti a una conclusione su quanto precede, l’altro, e più grosso problema, è come rimediare ai difetti dell’ ”uno vale uno”, ammesso che dei rimedi siano possibili.

Avrei alcune mie ipotesi, ma preferirei discuterne sul blog, se il tema interessa. Non ho speciali remore a far brutta figura dicendo, eventualmente, delle stupidaggini, ma preferisco dirle in un dialogo.

So, ad esempio, che la spiegazione di tutto, per alcuni, sta nell’economia capitalista. Tuttavia, per quel che mi riguarda, l’economia capitalista è tutt’altro che “la fine della storia”. Anzi, mi pare che stia arrivando a grandi passi alla fine di sé stessa. E se ciò dovesse accadere, si riproporrà il problema di come far sì che “l’uno vale uno” non ripeta gli errori commessi sin qui, in Italia e nel mondo “democratico”.

 

Chi ha paura di Raffaele Marra

segnalato da Barbara G.

Le inchieste dell’Espresso hanno fatto luce sul sindaco-ombra di Roma. Ma ci sono ancora molti segreti da svelare. Come quelli che hanno permesso a Virginia Raggi di scalare il M5S della Capitale

di Emiliano Fittipaldi – espresso.repubblica.it, 26/12/2016

Come in un domino la caduta agli inferi di Raffaele Marra rischia di far saltare una testa dopo l’altra. Al Comune di Roma. Nel Movimento 5 Stelle. Tra gli imprenditori romani con cui il braccio destro di Virginia Raggi faceva affari d’oro. All’Enasarco, dove la moglie dell’ex finanziere ha comprato la casa con lo sconto. Persino a Malta, dove gli inquirenti hanno individuato la sua seconda casa e dove forse si nasconde il tesoro di Raffaele e i suoi fratelli.  L’inchiesta giornalistica dell’Espresso iniziata a settembre ha infatti portato all’arresto di un dirigente che non era solo il «vero sindaco della città», come molti lo chiamavano in Campidoglio. Era anche il centro di reti e affari poco chiari, e dominus di manovre politiche che adesso rischiano di travolgere non solo la Raggi. Ma pure chi, tra i grillini, ha permesso l’ascesa dell’ex praticante dello studio Previti, e di coloro che l’hanno protetta strenuamente in questi primi difficili mesi da sindaca.

Andiamo con ordine. La domanda da un milione di euro che si stanno facendo tutti, compresi i magistrati della procura di Roma, è una soltanto: perché Virginia si è legata a triplo filo con Raffaele Marra, immolandosi per lui anche dopo gli articoli che scoperchiarono gli incredibili affari immobiliari tra il suo braccio destro e l’imprenditore della Casta Sergio Scarpellini?

Finora nessuno nei 5Stelle ha dato una risposta. Né il primo cittadino della Capitale, che non parla con i giornalisti se non attraverso post su Facebook e conferenze stampa senza domande, né i big del Movimento. Le ipotesi sul campo sono tante. L’ex capo dell’avvocatura del Campidoglio Rodolfo Murra ha detto ai pm di «aver sempre pensato che alla base» del rapporto tra Marra e il duo composto dalla sindaca e dal suo oggi non più vice Daniele Frongia potesse esserci «un ricatto». Non ha specificato quale. È un fatto che l’ex capo di gabinetto Carla Raineri abbia scritto in un esposto che l’allora suo vice Marra, quando capì che lei avrebbe chiesto di allontanarlo dagli uffici dello staff della Raggi, le urlò in faccia: «Non mi farò cacciare senza reagire, se parlo io qualcuno tremerà». Marra ha solo millantato segreti inconfessabili o li ha davvero usati per far fuori Raineri e l’ex assessore al Bilancio Claudio Minenna?

Altri invece sostengono che Marra fosse «imprescindibile» perché l’unico nel cosiddetto “raggio magico” «in grado di scrivere un atto amministrativo». Qualcuno, nei Cinque Stelle, fa risalire il patto di ferro tra Raggi e Marra al 2014, quando l’ex superdirigente assunto in Comune da Gianni Alemanno (lo fece suo delegato al dipartimento delle Politiche abitative e poi direttore dello stesso ufficio e di quello della Casa) era ormai finito in un cantuccio dopo l’arrivo della giunta Marino. Capo di un ufficio dedicato alle Partecipazioni e poi spostato agli ininfluenti rapporti con le associazioni dei consumatori, è certo che Marra stringe amicizia prima con Frongia (pare lo abbia addirittura aiutato a scrivere alcuni capitoli del libro “E io pago” sui conti di Roma) poi con Virginia. Presentandosi a loro come il Virgilio che li avrebbe guidati nei complessi e oscuri meandri del Comune di Roma.

All’inizio del 2016 il sodalizio è ormai indissolubile. Al terzetto si aggiunge Salvatore Romeo, un funzionario di medio livello che lavorava come secondo di Marra e che diventerà segretario politico della sindaca. Il quinto uomo, finora rimasto laterale alle cronache, si chiama Gianluca Viggiano. L’ombra di Marra, ex finanziere come lui, che lo ha seguito silenzioso nella scalata al Campidoglio, da ufficio a ufficio: oggi è ancora capo delle risorse umane. Un ruolo molto delicato, anche perché Viggiano ha preso il posto di Laura Benente, la dirigente cacciata perché osò negare a Marra l’autorizzazione di una trasferta a Bruxelles (pagata dal Comune).

L’amico di Scarpellini e di Franco Panzironi («è una brava persona», ha detto a novembre Marra parlando dell’ex ad di Ama ora imputato per mafia Capitale) ha però puntato su un cavallo che non sembra quello vincente: alle “comunarie” organizzate dalla Casaleggio Associati per scegliere il candidato sindaco per il Movimento, l’uomo da battere è infatti Marcello De Vito, che ha fatto il capogruppo dei grillini in consiglio comunale per due anni. Tra fine 2015 e inizio 2016, però, il vento cambia improvvisamente direzione, girando a poppa della barca su cui sono saliti i “quattro amici al bar”, come si autodefiniscono Marra, Romeo, Frongia e Virginia in un gruppo privato su WhatsApp. Non grazie a un colpo di fortuna. Ma perché Raggi e Frongia vengono in possesso di un dossier fasullo contro De Vito che di fatto ne affosserà la candidatura.

Dentro ci sono accuse gravi. Soprattutto una: l’attuale sindaco e il suo ex vice Frongia, davanti a consiglieri comunali e alcuni parlamentari grillini da loro convocati come Alessandro Di Battista, “processano” il collega, reo – questo il sospetto – di aver compiuto un abuso d’ufficio. «De Vito ha fatto un accesso agli atti per conto di un privato cittadino», attaccano. Sventolando un parere legale (non lo faranno vedere mai) e spiegando che la segnalazione del presunto abuso era arrivata dall’Ufficio condoni del dipartimento Urbanistica.

Per settimane De Vito viene messo sulla graticola a causa del dossier costruito da mani abili. Tutti gli iscritti che possono votare sulla piattaforma ne vengono messi a conoscenza. Nonostante sostenga la sua innocenza, la sua candidatura inevitabilmente si indebolisce, mentre quella della Raggi si consolida. Quando De Vito riuscirà a dimostrare che le accuse sono completamente fasulle (ogni consigliere comunale è abilitato a compiere accessi agli atti, in cerca di eventuali illeciti), è ormai troppo tardi: la macchina del fango ha funzionato, e lui prende pochi voti. La Raggi (che incamererà al secondo turno anche i voti di Frongia) lo sbaraglia e vince le comunarie. È febbraio. I sondaggi danno qualsiasi candidato di Grillo come sicuro nuovo sindaco di Roma. Raggi, Frongia, Romeo e Marra possono festeggiare.

È un fatto che Alessandro Di Battista conoscesse la storia di quell’incartamento contro De Vito: era presente a una delle riunioni a porte chiuse. Ed è certo che anche Luigi Di Maio abbia difeso Raggi nonostante le inchieste della stampa: mentre gli “ortodossi” del movimento come Roberto Fico, Paola Taverna, Carla Ruocco e soprattutto Roberta Lombardi cercavano di convincere Grillo e Davide Casaleggio dei pericoli che avrebbero creato Virginia e i suoi pretoriani (non dimentichiamo l’indagata ed ex assessore all’Ambiente Paola Muraro) all’intero movimento, Di Maio e Di Battista la difendevano a spada tratta. In ogni modo. «Ora traballano. Politicamente sono deboli come non mai: se Marra parlasse e inchiodasse definitivamente la sindaca alle sue responsabilità politiche, dovranno fare non uno, ma due passi indietro», spiega un deputato che crede che sarebbe stato molto meglio, per il futuro del Movimento, togliere subito il simbolo alla Raggi.

Il domino, però, può far cadere altre tessere. La procura vuole infatti indagare a 360 gradi. Sicura che sia Marra sia Scarpellini abbiano molto da nascondere, e poco da perdere. Nel mirino c’è la storia della nomina e del contratto di Salvatore Romeo, che si è messo in aspettativa ed è stato riassunto dalla Raggi con uno stipendio triplicato. E fonti giudiziarie spiegano che potrebbero essere analizzati anche i finanziamenti privati della campagna elettorale: la Raggi ha raccolto 225mila euro di contributi, in gran parte attraverso donazioni inferiori ai cinquemila euro. L’Espresso ha chiesto al M5S la lista dei nomi, ma senza successo: per la legge non è obbligatorio, sotto quella soglia, rivelarli al pubblico, e così sono rimasti finora sconosciuti. Probabilmente non ci sarà nulla di rilevante (notiamo come lo studio legale Sammarco si è attivato per favorire la raccolta fondi per la candidata), ma da chi fa lezioni un giorno sì e l’altro pure sulla necessità di trasparenza totale da parte dei partiti (vedi gli attacchi per le cene elettorali del Pd pagate da Salvatore Buzzi e sui soldi della fondazione di Renzi) ci si aspetterebbe maggiore coerenza.

Non sappiamo, invece, se i magistrati vorranno approfondire altre vicende intrecciate alla carriera e ai business di Marra. L’acquisto della casa dell’Enasarco da parte della moglie Chiara Perico, di certo, è sospetto: non solo perché comprata con due assegni di Scarpellini, ma anche perché nel 2008 – quando la Fondazione controllata dal ministero del Lavoro decide di vendere i suoi immobili – la Perico non era ancora inquilina dell’appartamento: cambierà residenza solo un anno dopo, a fine 2009. Come mai i dirigenti dell’Enasarco, invece di vendere quell’appartamento a prezzo di mercato, hanno permesso alla moglie di Marra prima di entrare in affitto e poi di comprare una casa da 160 metri quadri a 370 mila euro con il 40 per cento di sconto?

Non solo. I magistrati, grazie all’analisi dei conti correnti di Marra, vogliono indagare anche sulla compravendita di barche attraverso società maltesi, e poi su alcune vincite al Lotto. «Marra è stato beneficiario di alcuni assegni bancari per una somma complessiva di 30 mila euro emessi da agenzie partner della società di scommesse Snai a fronte di presunte vincite», scrive la Uif antiriciclaggio di Bankitalia. Le società sono la Ippica Talenti (per circa 21 mila euro) la Ge.Pe per 1.168 euro e la Laurentina Srl per 7 mila e 446 euro. È una fortuna sfacciata al gioco, quella di Marra, o c’è qualcos’altro dietro?

Non sappiamo nemmeno se la procura di Roma approfondirà la vicenda dei contratti da milioni di euro sottoscritti da Marra a favore di Fabrizio Amore, un imprenditore oggi indagato in una delle inchieste su mafia Capitale. Un costruttore che nel dicembre del 2008 e nel luglio del 2009 grazie a convenzioni a trattativa diretta firmate da Marra in persona, allora capo del dipartimento delle Politiche abitative, riuscì a mettere a segno un colpo da maestro: affittare al comune capitolino prima un palazzo a via Giacomini poi 96 appartamenti di medio taglio in periferia a un costo medio per abitazione di 2.256 euro al mese, il prezzo di una casa da 150 metri quadri in centro. Finora i contratti (firmati da società italiane controllate da fiduciarie del Lussemburgo) hanno fruttato ad Amore circa 17 milioni di euro.

È certo, invece, che a Malta sono già in tanti a tremare. I magistrati hanno fatto una rogatoria internazionale per scoprire se dietro conti e società maltesi che compaiono nelle carte di Bankitalia su Raffaele si nascondano altri illeciti. L’isola è la seconda casa di Raffaele. Non solo perché la moglie si è trasferita lì con i figli nel 2015 (ancora ignoti i motivi, i due sono ancora sposati e lui andava sull’isola quasi ogni weekend), ma perché il fratello di Raffaele, Catello, a Malta ha creato negli anni un piccolo impero economico. Anche lui ex finanziere implicato a fine anni ’90 in un’inchiesta su concorsi truccati per entrare nella Gdf (riuscì a cavarsela con la prescrizione dei reati), il fratello maggiore di Raffaele si trasferì sull’isola dopo la disavventura diventando “governatore” di una strana organizzazione chiamata “Corrispondenti diplomatici”.

Abbiamo parlato con un ex adepto del gruppo, che ci ha spiegato che l’organismo gestisce un sacco di soldi: per affiliarsi bisogna sborsare da 7.500 euro a 10.000 (i conti correnti sono della Bank of Valletta e un c/c postale italiano di cui l’Espresso ha il numero), la divisa con mostrine costa sui mille euro, mentre le placche di metallo (tipo corpo diplomatico) da attaccare sull’auto sono gratuite. Catello, Raffaele e Renato (il terzo Marra promosso di recente al dipartimento del turismo del comune di Roma, anche la sua nomina è sotto la lente d’ingrandimento) sono legatissimi, e spesso Raffaele è ospite degli eventi dei “Corrispondenti”. Non solo. Nell’isola esiste un anche un “Sovranordine di san giuovanni di geruslemnme” che fa il verso ai Cavalieri di Malta. È gestito da Catello, che si mostra spesso vestito a festa in ville da mille e una notte, tra belle donne (molte le foto con la show girl Ramona Badescu) e uomini in ghingheri.

C’è una terza associazione gestita da Catello, Italy for Malta, di cui risultano agit prop anche personaggi come Angelo Grillo, casertano e titolare di aziende operanti nel settore della pulizia di ospedali e uffici pubblici e della raccolta dei rifiuti, dal 2013 considerato dai pm vicino al clan Belforte, poi ristretto al 41bis e nel 2016 condannato per un omicidio di camorra.

Catello a Malta è proprietario anche di un ristorante (il Parthenope di San Julian, stessa località dove si è trasferita la Perico) e di un altra società che vende mozzarelle di bufala: si chiama La Bufala Ltd, di cui lui stesso era direttore fino al 2016. Un’azienda passata in un anno da un capitale sociale di 1200 euro a quasi 360 mila euro. Non solo: da controlli documentali risulta che il fratello maggiore di Raffaele sia il manager di una società, la Summer Sensation Limited, controllata da un trust (la Elise Trustees Limited), di cui i soci sono però schermati.
Sui business di Catello non tramonta mai il sole: alla Camera di Commercio di Miami risulta numero uno della misteriosa “Nosky”, una spa di import-export, insieme al figlio Manuel Marra e a Mario Russo. Ora il governo maltese sembra voler collaborare con le autorità italiane: è probabile che l’analisi dei conti correnti riservi altre sorprese. E che lo tsunami partito dalle nostre inchieste su Marra possa investire non solo Roma, ma anche a latitudini più lontane.

Non resta che Grillo

Trump, Cacciari: “Per i tecnocrati la partecipazione è un optional. Così trionfa il voto anti establishment”

Il filosofo ed ex sindaco di Venezia analizza le ragioni politiche e sociali dell’elezione del repubblicano alla Casa Bianca: “È in atto un movimento contro le tradizionali forme di rappresentanza, non solo di centrosinistra. Dall’immigrazione al lavoro, “la politica diventa populista solo in campagna elettorale. E senza più la sinistra, contro la ‘destra cattiva’ in Italia non resta che Grillo”.

di Fabrizio d’Esposito – ilfattoquotidiano.it, 10 novembre 2016

Il Sistema, con la maiuscola, ormai esplode ovunque, non solo in Europa. Il professore Massimo Cacciari, filosofo nonché ex sindaco di Venezia, per lustri ha tentato invano di dare contenuti a un riformismo vero per il centrosinistra italiano.

La sconfitta di Hillary Clinton rade al suolo un’epoca. Un quarto di secolo a discettare di Terza Via, ulivismo mondiale, sinistra liberal e altre amenità.
È in atto un movimento contro le tradizionali forme di rappresentanza, non solo di sinistra o centrosinistra. Lo stesso Trump ha vinto nonostante il Partito Repubblicano. Una riflessione analoga si può fare per la Brexit. Io uso questo termine: secessio plebis.

Secessione della plebe. Il popolo. La sinistra, appunto, com’era una volta.
Ovviamente l’effetto del tracollo è più eclatante per le forze democratiche e socialdemocratiche perché sono state soprattutto loro a non comprendere i fenomeni che ci hanno condotto a tutto questo.

L’elenco è lunghissimo.
La moltiplicazione delle ingiustizie e delle diseguaglianze; il crollo del ceto medio; lo smottamento della tradizionale base operaia; l’incapacità di superare lo schema di welfare basato sulla pressione fiscale. Oggi l’unico sindacato che conta è quello dei pensionati e a mano a mano che si pensionavano i genitori sono emersi i figli precari, i figli pagati con il voucher, i figli ancora a carico della famiglia.

La classe dirigente, a destra come a sinistra, ha pensato solo a diventare establishment.
Non è solo questo perché non era semplice prevedere cambiamenti colossali e un Churchill o un Roosevelt non nascono in ogni epoca. Anzi.

Quasi trent’anni fa ormai, in Italia furono pochissimi, tra cui lei, a capire movimenti come la Lega.
Avevi voglia a dire che a Vicenza gli operai votavano Lega oppure che la sinistra a Milano la sceglievano solo contesse e contessine di via Montenapoleone.

Adesso Bersani, per quel che vale, dice: “Basta con la retorica blairiana”.
La sinistra è stata a rimorchio delle liberalizzazioni e dei poteri forti. Ma l’immagine di una donna liberal di sinistra a Wall Street è una contraddizione in termini.

L’ex comunista Napolitano, oggi presidente emerito della Repubblica, se la prende pure con il suffragio universale.
Ecco, appunto. È la conferma che le élite liberal si sono adeguate al trend burocratico e centralistico.

La tecnocrazia al posto delle elezioni.
La partecipazione è diventata un optional.

Di qui la secessio plebis. O il populismo, se vuole.
A me non interessa come definire il fenomeno, a me preme capirlo. Tutti sono populisti in campagna elettorale. Francamente il punto non è questo. Io voglio comprendere questi fenomeni sociali, poi chi li rappresenta può avere un tono o l’altro.

Ora tocca all’Europa.
Dove gli effetti dell’immigrazione sono devastanti. Ma è necessario fare una premessa: l’Europa non sono gli Stati Uniti.

Cioè?
Dove c’è un impero la politica la fa l’impero.

Non Trump, quindi.
Esatto. In fondo basta sentire le sue prime dichiarazioni concilianti.

In Europa, invece?
La storia è matematica, non sbaglia mai. E in assenza di politiche efficienti e credibili, non banali promesse, ci sono tre tappe nel nostro continente. La prima è quella del malcontento o della secessio plebis di cui ho già parlato.

Poi?
Sparare contro i Palazzi, infine l’affermazione di una destra cattiva anti-immigrazione. Penso a Le Pen, Farage, Orban, Salvini e Meloni.

Grillo no?
No, Grillo non fa parte di questa destra cattiva. Ho scritto un articolo su chi saranno i Trump d’Europa e concludo proprio così: in Italia non resteranno che i Cinquestelle.

Un argine contro la peggiore destra.
Renzi si è fatto establishment. Per questo i suoi tentativi populistici puzzano parecchio.

Quale sarà l’effetto Trump sul referendum del 4 dicembre, se ci sarà?
Vedo due tendenze. Da un lato può galvanizzare le forze che vogliono mandare Renzi a casa.

Dall’altro?
In questo clima, gli italiani potrebbero scegliere l’opzione ritenuta più tranquilla e meno traumatica, cioè il Sì.