M5S

Sicilia, il ritorno di province e indennità

Sicilia, tornano le Province (ma le chiamano «liberi consorzi»). Ripristinate anche le indennità

Alla vigilia di Ferragosto, con un colpo a sorpresa voluto da Forza Italia, passa la reintroduzione dell’elezione diretta dei presidenti. Viene ripristinata anche l’indennità.

di Cesare Zapperi – corriere.it, 11 agosto 2017 
Il presidente della Regione Sicilia Rosario CrocettaIl presidente della Regione Sicilia Rosario Crocetta
Ritorno al passato

La legge regionale segna un ritorno al passato. La Sicilia, infatti, aveva deciso di anticipare la riforma Delrio cancellando per prima le Province, ma da allora le elezioni indirette (cioè affidate agli amministratori locali) sono sempre state rinviate. Esulta il centrodestra: «Abbiamo messo fine alla riforma più strampalata di Rosario Crocetta. Le ex province sono state massacrate da scelte scellerate del Pd per cinque anni. Ora si vede un po’ di luce. Torna anche la democrazia con il voto a suffragio universale. Sono orgoglioso di essere stato il primo firmatario del disegno di legge che oggi con il voto d’Aula ha reintrodotto il voto diretto», afferma Vincenzo Figuccia, deputato di Forza Italia.

Il blitz

La reintroduzione «mascherata» delle province è stato un vero e proprio blitz. Il voto è arrivato dopo che l’aula aveva approvato le norme della cosiddetta finanziaria bis. A sorpresa i deputati hanno chiesto alla presidenza dell’Ars di mettere ai voti il disegno di legge, iscritto all’ordine del giorno da tempo, che reintroduce il voto diretto nelle ex Province. Marco Falcone, capogruppo di Forza Italia, osserva: «Oggi restituiamo la parola ai cittadini. Con questa legge certifichiamo al tempo stesso la politica fallimentare del Pd, che sulla riforma ottenne l’improvvido sostegno dei 5 Stelle, anche nel settore degli enti locali». Ribatte l’assessore regionale all’Agricoltura Antonello Cracolici: «La decisione del parlamento siciliano di approvare gli articoli della legge che ripristina l’elezione diretta a suffragio universale del sindaco metropolitano è una palese violazione della norma nazionale. È evidente che questa legge sarà inevitabilmente impugnata dal governo nazionale, determinando un ulteriore condizione di caos sulle ex province».

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Da sud a nord, rivolta anche in casa Alfano

Alleanze. Dopo l’abbraccio in Sicilia tra Pd-Ap, il partito del ministro degli esteri è in fermento. Ma anche Renzi ha un problema con Orlando, dopo che l’Assemblea regionale ha approvato una legge che ripristina il voto diretto per le province.

 Il sindaco di Palermo Leoluca Orlando

di Alfredo Marsala – ilmanifesto.info, 11 agosto 2017

Un’immagine plastica di cos’è la politica in Sicilia, abbarbicata nei giochetti pre-elettorali col pallottoliere e i sondaggi tra le mani, arriva direttamente dal parlamento più antico d’Europa. Ieri ultimo giorno di lavoro per i deputati regionali, da oggi in vacanza (rientro a settembre). A sorpresa, Ap e un pezzo di Pd , per la felicità del centrodestra, impongono, riuscendoci, di mettere ai voti un disegno di legge che poltriva da mesi nel polveroso ordine del giorno dell’Assemblea siciliana. Giovanni Ardizzone, presidente dell’Assemblea e sodale di Casini-D’Alia, lascia in fretta lo scranno, cedendolo al suo vice, Giuseppe Lupo (Pd). Sfilandosi apparentemente così dal pasticcio: come dire, io non c’ero e se c’ero ero in altre faccende affaccendato. Messo ai voti il ddl passa: d’un colpo ritorna l’elezione diretta nelle ex province – ora «Liberi consorzi» – e nelle tre città metropolitane di Palermo, Catania e Messina dove i sindaci si sono insediati da qualche mese.
Un blitz vero e proprio, in barba alla (fallimentare) legge Delrio che ha cancellato il voto diretto. In Sicilia, invece se il governo non impugnerà la legge, si tornerà a votare in primavera nella tornata per le amministrative, unica regione in Italia, per la scelta di presidenti, sindaci e consiglieri. L’obiettivo centrato dalla fronda bipartisan – col voto contrario del governatore Rosario Crocetta e del M5s – era quello di rimettere in sesto poltrone da assegnare per rassicurare le truppe assetate di potere. Così è stato. Un blitz che non è piaciuto a Leoluca Orlando, che s’era battuto nei mesi scorsi proprio per fare passare all’Ars l’adeguamento alla Delrio e c’era riuscito tra i maldipancia di molti.

Un problema politico in più per il Pd che ora dovrà dare spiegazioni al sindaco di Palermo con il quale ha congelato il confronto nell’attesa di chiudere l’accordo con Alfano per le regionali di novembre. Già irrigidito da questo flirt, Orlando rischia di ritrovarsi col cerino in mano. La trattativa sul nome del candidato «centrista» a governatore non piace a Mdp e Sinistra italiana, partner di Orlando nella partita. La sinistra rimane ferma sul «modello Palermo»: candidato non legato ai partiti e liste civiche senza simboli.
In realtà un progetto mascherato dietro al quale ci sono le solite facce, persino della prima Repubblica tipo Carlo Vizzini e Totò Cardinale. «Non possiamo in questo contesto non vedere come l’accordo politico tra il Pd e Alfano sostituisca al modello Palermo una alchimia politica siciliana che ripropone ancora una volta il sistema di potere che ha caratterizzato l’esperienza del governo Crocetta» ragionano i leader di Mdp e Si. Schermaglie, per ora. Che non bloccano il dialogo in corso sulla coalizione in Sicilia (anche perché il Pd lavora proprio a un candidato civico), ma minacciano di ripetersi nelle importanti Regioni prossime al voto.

Non è passata inosservata l’offensiva avviata da sinistra anche sulla Lombardia, dov’è in campo per il Pd la candidatura di Giorgio Gori. Sul sindaco di Bergamo, che si è detto pronto alle primarie, Mdp non nasconde le sue perplessità. E dopo l’elogio di Gori all’ex governatore Formigoni, il capogruppo alla camera Francesco Laforgia dichiara che con un «moderatismo senz’anima» che punta ai voti del centrodestra, la sinistra perde. Anche in Lombardia – afferma – la strada del centrosinistra è tutta da costruire». Difficile, per il momento, che a Renzi riesca in Sicilia il progetto del campo largo: una grande ammucchiata con dentro Pd, Ap, centristi per l’Europa, Mdp, Si e liste civiche. I veti incrociati non mancano, mentre il tempo scorre e il M5s corre. Dentro Ap, i malumori sono parecchi. Soprattutto al nord, dove i big, a cominciare da Formigoni, spingono per un’intesa con Forza Italia. Ma anche al Sud le fibrillazioni non mancano.

In Sicilia, il grande bis sponsor della rimpatriata con il centrodestra è Ciccio Cascio, che alle comunali di Palermo, disobbedendo agli ordini di Alfano, ha appoggiato Fabrizio Ferrandelli allineandosi alla scelta di Forza Italia. Cascio è tra i più attivi sostenitori dell’accordo con Fi, dove monta il malessere nei confronti del commissario Gianfranco Miccichè.Tra i dissidenti c’è l’emergente Vincenzo Figuccia, cui è toccato il compito di bacchettare il «capo» per il rinvio del vertice azzurro che era stato fissato per oggi. «Avevamo chiesto a Miccichè un incontro col gruppo parlamentare di Forza Italia all’Assemblea siciliana, evidentemente non è in grado di reggere il confronto e preferisce parlare nei salotti con Alfano», attacca. «La verità – ammette – è che c’è una lotta interna tra chi vuole far rinascere il centrodestra in Sicilia e chi vuole rimanere morbosamente attaccato al potere». E avverte i suoi: «Non è più tempo di burattini da gestire a proprio piacimento. Noi non seguiremo Miccichè in questo percorso». Un endorsement per Nello Musumeci, gradito a un pezzo di Fi che lo ritiene il candidato ideale per sconfiggere il Movimento 5 Stelle.

Gli eterni alibi dei Michele Serra

Gli eterni alibi dei Michele Serra

di Andrea Scanzi – ilfattoquotidiano.it, 6 luglio 2017

È spesso un piacere leggere Michele Serra. Lo è per la forma e la sostanza, quando parla di tutto tranne che di politica. Se scrive di quest’ultima, il piacere si limita unicamente alla forma. È sempre meno attratto dalla scrittura politica, e lo capisco ogni giorno di più. Dopo l’ultima batosta patita dal partito che non smetterà mai di votare, Michele ha scritto una settimana fa: “La ingovernabile presunzione di Renzi e il vecchio calcificato settarismo dei suoi odiatori porteranno quasi certamente allo stesso esito anche alle politiche: perché nei miracoli non crede più nessuno, forse nemmeno chi, come Pisapia e Prodi, sta provando a progettarne uno. Nel frattempo i voti di destra tornano a casa, come i bambini dopo le vacanze”. Si noti: per Serra l’unico difetto di Renzi è la presunzione. Un po’ come il traffico in Sicilia in Johnny Stecchino.

Era però la seconda parte del corsivo a contenere la summa del pensiero dei fiancheggiatori del Pd: l’alibi. Il dare sempre la colpa agli altri, perché non farlo li costringerebbe all’autocritica: “Il Movimento di Grillo è servito a tenerli ben custoditi, e a ogni ballottaggio li riconsegna al mittente in ottime condizioni: come nuovi. Alla fine della parabola non stupirebbe scoprire che soprattutto a questo è servito il grillismo: sbarrare la strada alla sinistra dopo il crollo di Berlusconi (chiedere notizie a Bersani) e riconsegnare il paese alla destra. Da un certo punto di vista, un capolavoro politico”.

Capito come funziona? Non è che Berlusconi, e con lui il centrodestra, siano tornati in auge perché tra copia (Renzi) e originale (Berlusconi) è sempre meglio il secondo. Non è che il centrodestra vinca perché il centrosinistra ha una classe dirigente pietosa o perché la sua politica è pressoché identica a quella del centrodestra. E non è che Berlusconi sia sempre lì perché a fine 2011 il partito preferito da Serra ebbe la straordinaria pensata di non andare al voto ma appoggiare quel bolscevico di Monti (che al tempo piaciucchiava anche a Michele).
No: è colpa del Movimento 5 Stelle.

Per carità: i grillini hanno tante colpe, e quando leggo della Lombardi possibile candidata alla Regione Lazio penso che l’Armageddon sia davvero ormai prossimo. La tesi di Serra è analoga a quella che una tal Bresso, dopo essere riuscita a perdere nel 2010 in Piemonte con tal Cota, propinò ai media: non era colpa sua, ma dei grillini che le avevano “tolto” voti. Una sintesi politica così citrulla che infatti Mario Calabresi, al tempo “direttore” de La Stampa e ora (guarda caso) di Repubblica, sposò in pieno. Come se i voti appartenessero per decreto regio al Pd e i grillini si ostinassero a non rispettare odiosamente tale dogma.

Michele Serra è libero di credere che ogni nequizia del Creato dipenda dal suo ex amico Grillo, che il buco nell’ozono sia colpa di Vito Crimi e che il Pd sia ancora il partito di Berlinguer e non di Nardella: ognuno ha le coperte di Linus che vuole. Chissà però se Serra, al buio e nel segreto delle sue stanze curiali, ammette ogni tanto a se stesso che la colpa di tutto questo sfacelo è anche di quelli come lui. Giornalisti, scrittori e artisti “de sinistra”: ieri incendiari e oggi tifosi, che è molto peggio d’esser pompieri. Ieri scudisciavano il potere, o almeno così sembrava. E oggi fanno i supporter finto-critici di uno che, se solo fosse stato iscritto al PSI oppure in Forza Italia, avrebbero combattuto in ogni modo.

Caro Michele, te lo dico con la stima che sai: se Berlusconi è tornato in auge, è perché nel frattempo anche tu hai cominciato a votarlo. E il dramma è che fingi pure di non essertene accorto.

Le regole del suicidio perfetto (Marco Travaglio)

segnalato da Barbara G.

Probabilmente scatenerò la rissa, pazienza. Ma il fatto che sia il “castigamatti” per eccellenza, idolo di molti grillini e oggetto di fans club su facebook, a fare queste osservazioni…qualche domanda poi uno dovrebbe anche farsela…

Triskel182

Diciamolo: l’impresa di restare fuori da tutti i ballottaggi che contano (tranne Carrara, ma nessuno è perfetto e qualcosa sfugge sempre) non era facile. Ma i 5Stelle – tutti, da Grillo in giù – ce l’hanno messa tutta e hanno centrato l’obiettivo. Litigare dappertutto, polverizzarsi in scissioni e sottoscissioni, infilare un autogol dopo l’altro fino a scomparire da tutte le grandi e medie città al voto e, non contenti, persino resuscitare il ripugnante bipolarismo centrodestra-centrosinistra, con particolare riguardo per il duo Berlusconi (vedi alla voce Graviano) – Salvini (vedi alla voce Le Pen). Questa è roba da professionisti. Chapeau.

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Il primo flop del M5s: fuori dai ballottaggi.

Triskel182

25 capoluoghi al ballottaggio e neanche uno con il candidato grillino in corsa. Nessun commento da parte dei vertici grillini, tranne Toninelli: “I nostri candidati non hanno dietro apparati che si nascondono dietro accozzaglie con i simboli di partito che spariscono dalle liste, vedrete che domani saremo la prima o seconda forza politica nazionale, al di là dello schermo delle finte liste”.

Cinque anni fa Stalingrado, oggi Waterloo. Il simbolo del risultato negativo del Movimento 5 stelle alle elezioni amministrative è Parma. Il sindaco Pizzarotti, ex enfant prodige di Grillo prima di diventare capitan Pizza e di essere cacciato dal Movimento per troppa autonomia, andrà al ballottaggio contro il candidato di centrosinistra. Il M5s, invece, è fuori da tutto: neanche 2500 voti racimolati.

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I gatti frettolosi fecero la riforma cieca

segnalato da Barbara G.

Di Lucia Annunziata – huffingtonpost.it, 08/06/2017

La gatta frettolosa fece i gattini ciechi. Il popolare proverbio, usato dalle mamme per controllare le impazienze di generazioni di bambini, stavolta si è elevato anche a norma politica: la legge elettorale frettolosamente messa insieme con un accordone da Santa Alleanza, fra quattro leader diversissimi tra loro, pur di andare alle elezioni, si è schiantata al primo voto in aula. Schiantata in mezzo a una coreografia – il cartellone che per errore manda in chiaro un voto segreto, accuse reciproche di tradimento fra partiti – che esalta un clima caotico, la mancanza di organizzazione, un’aria da rompete le righe, uno sbando ad alta intensità emotiva. Una scena da sussurri e grida. Insomma aria che parla in tutto di fine legislatura.

La camera ha vissuto così, come nei suoi momenti peggiori, il fallimento di quello che sicuramente possiamo considerare l’ultimo possibile tentativo di fare una legge elettorale. Una sconfitta che condiziona ora il modo di come si chiude la legislatura, ma anche gli equilibri dentro e fra partiti.

Per il Pd e per il suo leader Matteo Renzi, che sono state le forze che più si sono impegnate a portare a casa una legge elettorale, costitusce la seconda battuta d’arresto in pochi mesi. Non è una batosta pubblica come la prima, quella del Referendum, ma rimane una seconda brusca frenata di un progetto mirato a riportare un partito rinnovato (dopo scissione e congresso) e il suo segretario al centro della dinamica politica.

Perché Matteo Renzi e la sua organizzazione non riescano a “rialzarsi” è forse la parte meno visibile, e più significativa, di questa vicenda. Moltissimo ha a che fare con la turbolenta relazione fra il Segretario e il Sistema – intendendo per quest’ultimo in questo caso il complesso istituzionale, economico e politico, dato. Fra le due entità non c’è mai stato idillio, con un giovane fiorentino arrivato brandendo la bandiera della rottamazione e una Roma da tempo, cioè dall’ultimo anno di Silvio Berlusconi nel 2011, in bilico fra richiami europei, crisi economica, scollamento dei partiti, rabbia dei cittadini. La discesa a Roma del Rinnovatore, applaudita, facilitata, e spesso adulata, si è ben presto però rivelata incline anche a colpi testa, forzature, improvvisazioni. Insomma impresa spesso troppo solitaria ed autoreferenziale, per istituzioni molto consapevoli della fragilità degli equilibri complessivi. Al netto di discussioni di merito sulle scelte politiche, che pure hanno contato, è proprio il metodo renziano, la forzatura come cardine dell’azione politica, che ha costituito alla fine il peggior nemico del Premier/Segretario.

Questione, questa della forzatura, di non poco conto. Di questo si è trattato infatti per il Referendum: sarebbe stato diverso il percorso se i contenuti politici molto controversi di quella riforma non fossero stati proposti con la tagliola di un si o un no? A questa domanda, nelle ore della sconfitta, lo stesso Renzi sembrava rispondere con un forte dubbio.

La legge elettorale, anticipatrice necessaria di un ritorno anticipato al voto, è stata segnata dalla stessa voglia di forzare i processi, e infatti portata avanti con la stessa fretta. Incontrando le stesse razionalità, gli stessi dubbi. Nel caso specifico non si è trattato di un processo vasto e popolare come quello del referendum, ma si è trattato comunque di obiezioni pervenute dal mondo istituzionale. Confindustria, Ministero del Tesoro, Palazzo Chigi, Quirinale, in vari modi, hanno additato il pericolo di un voto anticipato in piena Finanziaria, con nodi irrisolti di debito pubblico, e rapporti incerti con la situazione internazionale. Ma quel che forse di più ha frenato la corsa sono state una serie di opinioni pesanti uscite dal seno dello stesso partito del Segretario. Alla fine di una settimana in cui si si sono messe in fila sulle pagine dei media dissensi espressi da Veltroni, Bindi, Prodi, Letta, Finocchiaro, e soprattutto Giorgio Napolitano, si può capire come molti nello stesso Pd cominciassero ad avvertire dubbi su quanto costasse questa legge.

Lo stesso dubbio sul costo ha schiantato il Movimento 5 Stelle, attraversato, a differenza del Pd renziano, da una feroce deriva interna di dissenso. Lo sbarco dei pentastellati fra i quattro firmatari del patto ha avuto in effetti per la organizzazione di Grillo l’impatto di un vero Congresso interno. Con due ipotesi in campo, entrambe rappresentative del bivio di fronte a cui si trova il movimento: la necessità di diventare sempre più istituzionali a fronte di un potenziale ruolo di governo e la fedeltà ai proprio principi di alterità. Alla fine ha prevalso quest’ultima.

Non è un caso che le accuse reciproche siano alla fine volate fra queste due forze, Pd e M5s. In questo processo erano diventate lo specchio di uno stesso drastico e forzato riadeguamento: il primo nella alleanza con Berlusconi, il secondo nella alleanza con il sistema.

La legge lascia entrambi i gruppi scossi, anche se non feriti. Sia Pd che M5s infatti possono ritirarsi, come già indicano che faranno, sulla più sicura spiaggia della identità separata.

In compenso la spericolata manovra lascia una ferita profonda sulla legislatura. Messa in discussione, messa da parte come cosa finita dai legislatori aspiranti stregoni, ne esce segnata dalla sua spendibilità.

Il finale caotico del voto, di cui parlavamo all’inizio, è infatti la rappresentazione di tutto quello che in questi ultimi cinque anni è diventata la politica: un instabile cocktail di ambizioni personali, arrembaggi, privatismo, nutritosi della e nella crisi dei partiti.

Non sarà un caso che l’accordo elettorale è stato formulato da Quattro leader nessuno dei quali siede in Parlamento. Né è un caso che appena arrivato in Parlamento l’accordo si sia liquefatto, come un gelato al sole di questo inizio di estate romana.

Questa voglia di disintermediare

Triskel182

Una cosa in comune c’è tra l’ex segretario candidato e il garante padrone del M5S, Renzi e Grillo intendo.
La parola è disintermediazione.

A che serve la libera informazione quando c’è  già pronto il blog con tutte le informazioni?
Da una parte il blog dall’altra il blog, il #Matteorisponde e i quotidiani che fanno da grancassa: entrambi i leader (e i loro fans) dimostrano una certa allergia quando le domande sono scomode. Una esempio fatto già ieri sera durante la trasmissione Gazebo: se le domande sono di Report, ad arrabbiarsi è il Pd e il suo tesoriere, mentre a far la parte del difensore della stampa è il movimento.

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Freccero: «Guevara tecnologico, sogno o utopia?»

“Quando sento dire che destra e sinistra non esistono, rialzo la cresta. Ma per chi è cresciuto in questi anni la sinistra è identificata con il potere”

di Micaela Bongi – ilmanifesto.it, 08/04/2017

Carlo Freccero, anche lei sarà a Ivrea all’evento in ricordo di Gianroberto Casaleggio a un anno dalla morte. Perché sarà lì?

Il Movimento 5 Stelle nasce da un’intuizione che è quella di tutti i partiti tecnologici, come i Pirati. L’intuizione di Casaleggio è che non si possono inviare messaggi alternativi usando i media mainstream. Non a caso in questi anni il critico del sistema, il dissidente, coincide con la figura dell’hacker. Che Guevara è tecnologico. Casaleggio, partendo da questa intuizione, ha creato Rousseau perché bisognava dotarsi di mezzi propri, una piattaforma e un sistema operativo. Secondo: la comunicazione politica non doveva più essere passiva (attraverso la televisione o la stampa, appunto) ma attiva, con la creazione di un sapere comune politico condiviso. E ancora: questo sapere doveva essere riscritto insieme, un’opera comune, come Wikipedia. Quarto: non bisognava partire da una qualsivoglia ideologia data, socialismo o liberismo, ma fare tabula rasa.

Dunque, cosa dirà a Ivrea?

Questo sogno di Casaleggio non rischia di essere un’utopia? La politica di oggi, importata in Europa sul modello Usa, è propaganda, manipolazione, non agisce a livello conscio ma inconscio, per piegare le masse al volere delle élite. Il sogno di Casaleggio, quello di elettori non contaminati dalla propaganda, è realizzabile? Ho dei dubbi: la propaganda dei media getta comunque un’ombra sull’autonomia degli elettori. Quando arrivo su Rousseau sono già condizionato dalla propaganda martellante dei media tradizionali. I 5 Stelle pensano che tutto si risolva con la tecnologia. Ma anche gli algoritmi selezionano i nostri contenuti sottoponendoci a un controllo. E io penso che ancora ci sia differenza tra destra e sinistra. Quando sento dire che destra e sinistra non esistono, rialzo la cresta. Una volta Gianroberto Casaleggio mi invita e mi dice: «Sa che lei è bloccato tra destra e sinistra?». Poi purtroppo per la sua malattia il confronto non è potuto proseguire. Ma io ho cercato di capire.

Intanto si potrebbe già dire che i media mainstream sono utilizzati eccome dai 5 Stelle, e sempre di più rispetto agli esordi. Lo stesso Davide Casaleggio, dopo averlo presentato sul «Corriere della sera», ha sentito il bisogno di andare da Lilli Gruber sulla 7 a due giorni dall’appuntamento dedicato a suo padre. Insomma, non disdegnano la «contaminazione».

Io vorrei verificare se sia possibile non essere condizionati e rimanere indenni dalla manipolazione. A me sembra poi che i 5 Stelle non affrontino mai temi ideologici di portata generale, sulla piattaforma ci si esprime sempre su quesiti semplici. Il rischio è la politica sul modello dell’assemblea del condominio. Io sono legato al Novecento, a destra e sinistra, la loro concezione tecnologica lo ha fatto fuori. Il loro atteggiamento è molto liberista su alcuni temi, su altri no. Sulla Rai ad esempio sono praticamente per il ritorno al bianco e nero.

Ecco, la Rai appunto: lei stesso, indicato dai 5 Stelle, insieme a Sel, per il consiglio d’amministrazione di viale Mazzini scelto dai partiti, è espressione delle contraddizioni del Movimento.

E poi hanno il «garante», significa che l’«elettore attivo» rischia di essere fregato.

Come dimostra la vicenda della votazione per il candidato sindaco di Genova.

Appunto. Queste sono le contraddizioni. Ma ho visto anche altri casi, come quello di Antonio Di Pietro, che nel suo movimento è finito circondato da gente dubbia. Un controllo ci deve essere, loro pensano che la rete possa selezionare la classe dirigente…

La manifestazione di Ivrea, oltre che un omaggio a Gianroberto Casaleggio, vuole essere anche una sorta di palestra per un eventuale governo a 5 Stelle?

A me non sembra che in questo momento puntino veramente al governo, non mi sembrano ancora pronti. E poi se non ammettono la possibilità di alleanze, come fanno?

Pierluigi Bersani è stato subissato di critiche per le sue analisi sui 5 Stelle.

Bersani ha detto una cosa interessante, ma non solo per lui. Per tutta la sinistra sarebbe interessante aprire un confronto con il Movimento 5 Stelle. La parola sinistra negli ultimi anni è diventata «sinistra», con le virgolette. Per chi è cresciuto in questi anni, la sinistra è identificata con il potere.

Il Movimento 5 stelle non è più votabile

(Eppure è avanti nei sondaggi. Quanto può durare?)

segnalato da Barbara G.

di Paolo Flores d’Arcais – temi.repubblica.it/micromega-online, 18/03/2017

Nel numero di MicroMega da due giorni in edicola ho scritto [ma il testo è stato scritto oltre un mese fa n.d.r]: “Il M5S è un movimento carico di ambiguità, contraddizioni, difetti e magagne: predica ‘uno vale uno’ ma poi due vale più di tutti messi insieme (e uno dei due per merito dinastico)” seguono tre esempi e un “si potrebbe continuare a lungo”. Aggiungendo: “Ora in realtà il M5S dovrà scegliere. Proprio tra destra e sinistra. Non nel senso dei partiti, sempre più indistinguibili (…) ma certamente nel senso dei valori. D’altro canto se un movimento rinnova ogni giorno il suo peana alla Costituzione repubblicana, nata dalla Resistenza antifascista e col DNA ‘giustizia e libertà’ (…) non può poi contraddire questa scelta (…) come spesso sta accadendo. Se insiste nella contraddizione tra valori proclamati e azione politica, per il M5S l’implosione è inevitabile”.

Concludevo: “dovrà inventare forme di selezione dei candidati, e di partecipazione dei militanti, che non tracollino, come ormai troppe volte, in parodia della democrazia di base, fino alla tragica farsa. Perché democrazia non è premere il bottone like/dislike. Ogni risposta è condizionata (e talvolta comandata) dalla formulazione della domanda. Chi la controlla controlla ampiamente il voto. E il carattere democratico di un voto dipende dalla caratura della discussione, dalla sua ampiezza, dall’informazione critica che entra nel circuito, grazie al dovere dell’argomentazione reciproca: l’esatto opposto di quanto accade sul web. E la scelta dei candidati deve nascere dalla partecipazione alle lotte, dal contributo alla vita reale, del movimento: tutto ciò avviene faccia a faccia, nelle riunioni, non nell’anonimato del web. Dove – se va bene – si realizza un casting da show televisivo alla De Filippi o da ammiccamento su facebook o instagram per acchiappare e accattivarsi più ‘amici’. Procedure lontane anni luce dalla selezione democratica dei candidati”.

Ma ieri Grillo è andato oltre. Ha annullato le “comunarie” di Genova, che si tenevano con un sistema complicato, magnificato da Grillo come il migliore e da prendere a modello, non appena il risultato si sia scostato da quello previsto (non ha vinto il suo preferito). A questo punto sarebbe il caso che il M5S ufficializzasse nel suo non-statuto che i candidati li sceglie Grillo, e così per ogni altra nomina. Non sarebbe la tanto strombazzata democrazia-diretta-web, sarebbe almeno un’oncia di onestà.

Del resto, la democrazia nei partiti è sempre stata ed è, in realtà, una forma di cooptazione. Nel Pci si chiamava “centralismo democratico”, nel Psi era una democrazia di correnti (prima di Craxi, corretta dal 1980 con dosi massicce di cleptocrazia), nella Dc una poliarchia di clientele. Vorrà dire che il M5S lancia la formula del centralismo monocratico, o più esattamente della mono-e-tanticchia-crazia, a seconda di quanto potere volta a volta Grillo decida di conferire a Casaleggio jr.

In un numero precedente di MicroMega mi ero domandato fino a quando si sarebbe potuto votare ancora M5S: con rammarico, perché altri voti non di regime non se ne vedono. La misura era dunque già colma. L’ukase defenestratorio di Genova costituisce la goccia che fa traboccare il vaso: nemmeno il M5S è più votabile. La prossima volta, a meno di nuove liste di cui per il momento non si vede, e nemmeno intravede, ombra, per chi prenda sul serio la Costituzione, con i suoi valori intransigenti di giustizia e libertà, diventerà ragionevole non votare.

Scelta terribile, perché significa affidare la decisione agli altri elettori, rinunciare all’esercizio della propria sovranità elettorale. Ma cos’altro resta da fare, quando venga meno anche la possibilità del “meno peggio”, e sotto tutti i profili essenziali di negazione dei valori costituzionali tutte le liste abbondino e debordino?

Sorpasso e decollo M5S. Il fortino di Renzi restringe i confini del PD.

Dimensione Mendez

Nel giorno in cui il più importante quotidiano del Paese mette in stampa i risultati del sondaggio che sancisce il consenso senza precedenti del M5S (32,3%) e il precipitare del PD ormai quasi a livelli da Bersani 2013 (26,8%), l’uomo solo al comando Renzi decide di impartire al padre-padrone Grillo una lezione di democrazia.

Consolidati o meno che siano, i 5,5 punti di distacco elaborati da Ipsos (ma il sorpasso è comunque un dato comune in diverse rilevazioni), vengono legittimamente evidenziati dal Corriere della Sera come fatto politico di portata assoluta, e provocano in Matteo Renzi una reazione che, sfruttando il congresso PD, prende corpo con queste parole:

“Da Bagnacavallo a San Giorgio a Colonica, da Volpago di Treviso fino a Carpi, da San Martino in Rio che è in provincia di Reggio Emilia fino al circolo Pd di San Paolo del Brasile ieri i primi circoli si sono espressi…

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Uno vale uno (che sia quercia o che sia pruno)

di Nammgiuseppe – 19 gennaio 2017

Il principio “uno vale uno” è di qualche attualità quasi prevalentemente per denunciare l’incoerenza, supposta o reale, del M5S al riguardo.

Tuttavia il principio meriterebbe di essere dibattuto quanto

a) alla sua validità

b) alla sua attuazione (nel caso sia ritenuto valido).

In effetti il principio è largamente affermato, almeno in teoria, nella nostra e in altre società “avanzate”:

1) nella delega dei cittadini ai propri rappresentanti politici

2) nelle decisioni politiche dei rappresentanti

3) nel voto referendario

4) nelle deleghe e ratifiche dei lavoratori ai propri rappresentanti sindacali

5) nelle assemblee dei soci di cooperative e di altre associazioni

6) (più o meno) nei gruppi di pressione della “società civile”

7) forse da qualche altra parte che dimentico.

E tuttavia l’esperienza ci dice che nella pratica il principio si traduce in deleghe e decisioni discutibili, quando non aberranti (almeno dal mio punto di vista: si veda, ad esempio, l’avanzata delle destre in larga parte dell’Europa).

È sbagliato il principio o la sua attuazione?

Ci sarebbe molto da dire, e molto è stato detto, sul fatto che è inaccettabile che l’opinione di un Leonardo da Vinci dei giorni nostri abbia lo stesso valore di quella di un odierno Cacasenno.

In realtà, io credo, in questa discussione si confondono due piani: quello della competenza tecnica (anche giuridico-legislativa) con quello delle aspettative riguardanti le regole del vivere sociale e la qualità della vita che l’applicazione di tali regole dovrebbero garantire.

Il desiderio di uguaglianza (o, quanto a questo, di sudditanza) di un cittadino può avere lo stesso valore di quello di un altro. Per l’applicazione pratica della volontà della maggioranza, e per fornire alla cittadinanza elementi per farsi opinioni ragionate, ci sono, appunto, i tecnici, quelli che la sanno più lunga, presupponendo un grado medio di istruzione uguale negli elettori e mezzi d’informazione capaci e desiderosi di contribuire alla formazione delle opinioni.

Quanto affermo è discutibile. Per tagliare la testa al toro, mi appello alla famosa affermazione “la democrazia è piena di difetti, ma è il meno peggio che sinora ci è dato”. Le altre forme di organizzazione della società hanno dato prova di essere peggiori della democrazia rappresentativa parlamentare. Per superare, eventualmente, quest’ultima occorrerà immaginare un sistema diverso, ma ancora non mi pare ci siano proposte credibili e praticabili.

Perché, allora, il principio “uno vale uno” funziona così male?

Le risposte sono grosso modo due (con variazioni):

a) la maggioranza dei cittadini è ignorante e/o menefreghista e/o opportunista e/o emotiva

b) si è andata storicamente formando una classe politica, sindacale, manageriale autoreferenziale che si è appropriata del sistema specializzandosi nell’arte della propaganda e mettendosi al servizio del sistema economico dominante.

Non sono a favore dell’autoflagellazione del “ogni popolo ha il governo che si merita”. Ma qualcosa di vero nell’affermazione a) esiste. Il problema è se sia causa o effetto di b) e perché b) si sia andato affermando.

E, naturalmente, una volta essendo giunti a una conclusione su quanto precede, l’altro, e più grosso problema, è come rimediare ai difetti dell’ ”uno vale uno”, ammesso che dei rimedi siano possibili.

Avrei alcune mie ipotesi, ma preferirei discuterne sul blog, se il tema interessa. Non ho speciali remore a far brutta figura dicendo, eventualmente, delle stupidaggini, ma preferisco dirle in un dialogo.

So, ad esempio, che la spiegazione di tutto, per alcuni, sta nell’economia capitalista. Tuttavia, per quel che mi riguarda, l’economia capitalista è tutt’altro che “la fine della storia”. Anzi, mi pare che stia arrivando a grandi passi alla fine di sé stessa. E se ciò dovesse accadere, si riproporrà il problema di come far sì che “l’uno vale uno” non ripeta gli errori commessi sin qui, in Italia e nel mondo “democratico”.