M5S

Freccero: «Guevara tecnologico, sogno o utopia?»

“Quando sento dire che destra e sinistra non esistono, rialzo la cresta. Ma per chi è cresciuto in questi anni la sinistra è identificata con il potere”

di Micaela Bongi – ilmanifesto.it, 08/04/2017

Carlo Freccero, anche lei sarà a Ivrea all’evento in ricordo di Gianroberto Casaleggio a un anno dalla morte. Perché sarà lì?

Il Movimento 5 Stelle nasce da un’intuizione che è quella di tutti i partiti tecnologici, come i Pirati. L’intuizione di Casaleggio è che non si possono inviare messaggi alternativi usando i media mainstream. Non a caso in questi anni il critico del sistema, il dissidente, coincide con la figura dell’hacker. Che Guevara è tecnologico. Casaleggio, partendo da questa intuizione, ha creato Rousseau perché bisognava dotarsi di mezzi propri, una piattaforma e un sistema operativo. Secondo: la comunicazione politica non doveva più essere passiva (attraverso la televisione o la stampa, appunto) ma attiva, con la creazione di un sapere comune politico condiviso. E ancora: questo sapere doveva essere riscritto insieme, un’opera comune, come Wikipedia. Quarto: non bisognava partire da una qualsivoglia ideologia data, socialismo o liberismo, ma fare tabula rasa.

Dunque, cosa dirà a Ivrea?

Questo sogno di Casaleggio non rischia di essere un’utopia? La politica di oggi, importata in Europa sul modello Usa, è propaganda, manipolazione, non agisce a livello conscio ma inconscio, per piegare le masse al volere delle élite. Il sogno di Casaleggio, quello di elettori non contaminati dalla propaganda, è realizzabile? Ho dei dubbi: la propaganda dei media getta comunque un’ombra sull’autonomia degli elettori. Quando arrivo su Rousseau sono già condizionato dalla propaganda martellante dei media tradizionali. I 5 Stelle pensano che tutto si risolva con la tecnologia. Ma anche gli algoritmi selezionano i nostri contenuti sottoponendoci a un controllo. E io penso che ancora ci sia differenza tra destra e sinistra. Quando sento dire che destra e sinistra non esistono, rialzo la cresta. Una volta Gianroberto Casaleggio mi invita e mi dice: «Sa che lei è bloccato tra destra e sinistra?». Poi purtroppo per la sua malattia il confronto non è potuto proseguire. Ma io ho cercato di capire.

Intanto si potrebbe già dire che i media mainstream sono utilizzati eccome dai 5 Stelle, e sempre di più rispetto agli esordi. Lo stesso Davide Casaleggio, dopo averlo presentato sul «Corriere della sera», ha sentito il bisogno di andare da Lilli Gruber sulla 7 a due giorni dall’appuntamento dedicato a suo padre. Insomma, non disdegnano la «contaminazione».

Io vorrei verificare se sia possibile non essere condizionati e rimanere indenni dalla manipolazione. A me sembra poi che i 5 Stelle non affrontino mai temi ideologici di portata generale, sulla piattaforma ci si esprime sempre su quesiti semplici. Il rischio è la politica sul modello dell’assemblea del condominio. Io sono legato al Novecento, a destra e sinistra, la loro concezione tecnologica lo ha fatto fuori. Il loro atteggiamento è molto liberista su alcuni temi, su altri no. Sulla Rai ad esempio sono praticamente per il ritorno al bianco e nero.

Ecco, la Rai appunto: lei stesso, indicato dai 5 Stelle, insieme a Sel, per il consiglio d’amministrazione di viale Mazzini scelto dai partiti, è espressione delle contraddizioni del Movimento.

E poi hanno il «garante», significa che l’«elettore attivo» rischia di essere fregato.

Come dimostra la vicenda della votazione per il candidato sindaco di Genova.

Appunto. Queste sono le contraddizioni. Ma ho visto anche altri casi, come quello di Antonio Di Pietro, che nel suo movimento è finito circondato da gente dubbia. Un controllo ci deve essere, loro pensano che la rete possa selezionare la classe dirigente…

La manifestazione di Ivrea, oltre che un omaggio a Gianroberto Casaleggio, vuole essere anche una sorta di palestra per un eventuale governo a 5 Stelle?

A me non sembra che in questo momento puntino veramente al governo, non mi sembrano ancora pronti. E poi se non ammettono la possibilità di alleanze, come fanno?

Pierluigi Bersani è stato subissato di critiche per le sue analisi sui 5 Stelle.

Bersani ha detto una cosa interessante, ma non solo per lui. Per tutta la sinistra sarebbe interessante aprire un confronto con il Movimento 5 Stelle. La parola sinistra negli ultimi anni è diventata «sinistra», con le virgolette. Per chi è cresciuto in questi anni, la sinistra è identificata con il potere.

Il Movimento 5 stelle non è più votabile

(Eppure è avanti nei sondaggi. Quanto può durare?)

segnalato da Barbara G.

di Paolo Flores d’Arcais – temi.repubblica.it/micromega-online, 18/03/2017

Nel numero di MicroMega da due giorni in edicola ho scritto [ma il testo è stato scritto oltre un mese fa n.d.r]: “Il M5S è un movimento carico di ambiguità, contraddizioni, difetti e magagne: predica ‘uno vale uno’ ma poi due vale più di tutti messi insieme (e uno dei due per merito dinastico)” seguono tre esempi e un “si potrebbe continuare a lungo”. Aggiungendo: “Ora in realtà il M5S dovrà scegliere. Proprio tra destra e sinistra. Non nel senso dei partiti, sempre più indistinguibili (…) ma certamente nel senso dei valori. D’altro canto se un movimento rinnova ogni giorno il suo peana alla Costituzione repubblicana, nata dalla Resistenza antifascista e col DNA ‘giustizia e libertà’ (…) non può poi contraddire questa scelta (…) come spesso sta accadendo. Se insiste nella contraddizione tra valori proclamati e azione politica, per il M5S l’implosione è inevitabile”.

Concludevo: “dovrà inventare forme di selezione dei candidati, e di partecipazione dei militanti, che non tracollino, come ormai troppe volte, in parodia della democrazia di base, fino alla tragica farsa. Perché democrazia non è premere il bottone like/dislike. Ogni risposta è condizionata (e talvolta comandata) dalla formulazione della domanda. Chi la controlla controlla ampiamente il voto. E il carattere democratico di un voto dipende dalla caratura della discussione, dalla sua ampiezza, dall’informazione critica che entra nel circuito, grazie al dovere dell’argomentazione reciproca: l’esatto opposto di quanto accade sul web. E la scelta dei candidati deve nascere dalla partecipazione alle lotte, dal contributo alla vita reale, del movimento: tutto ciò avviene faccia a faccia, nelle riunioni, non nell’anonimato del web. Dove – se va bene – si realizza un casting da show televisivo alla De Filippi o da ammiccamento su facebook o instagram per acchiappare e accattivarsi più ‘amici’. Procedure lontane anni luce dalla selezione democratica dei candidati”.

Ma ieri Grillo è andato oltre. Ha annullato le “comunarie” di Genova, che si tenevano con un sistema complicato, magnificato da Grillo come il migliore e da prendere a modello, non appena il risultato si sia scostato da quello previsto (non ha vinto il suo preferito). A questo punto sarebbe il caso che il M5S ufficializzasse nel suo non-statuto che i candidati li sceglie Grillo, e così per ogni altra nomina. Non sarebbe la tanto strombazzata democrazia-diretta-web, sarebbe almeno un’oncia di onestà.

Del resto, la democrazia nei partiti è sempre stata ed è, in realtà, una forma di cooptazione. Nel Pci si chiamava “centralismo democratico”, nel Psi era una democrazia di correnti (prima di Craxi, corretta dal 1980 con dosi massicce di cleptocrazia), nella Dc una poliarchia di clientele. Vorrà dire che il M5S lancia la formula del centralismo monocratico, o più esattamente della mono-e-tanticchia-crazia, a seconda di quanto potere volta a volta Grillo decida di conferire a Casaleggio jr.

In un numero precedente di MicroMega mi ero domandato fino a quando si sarebbe potuto votare ancora M5S: con rammarico, perché altri voti non di regime non se ne vedono. La misura era dunque già colma. L’ukase defenestratorio di Genova costituisce la goccia che fa traboccare il vaso: nemmeno il M5S è più votabile. La prossima volta, a meno di nuove liste di cui per il momento non si vede, e nemmeno intravede, ombra, per chi prenda sul serio la Costituzione, con i suoi valori intransigenti di giustizia e libertà, diventerà ragionevole non votare.

Scelta terribile, perché significa affidare la decisione agli altri elettori, rinunciare all’esercizio della propria sovranità elettorale. Ma cos’altro resta da fare, quando venga meno anche la possibilità del “meno peggio”, e sotto tutti i profili essenziali di negazione dei valori costituzionali tutte le liste abbondino e debordino?

Sorpasso e decollo M5S. Il fortino di Renzi restringe i confini del PD.

Dimensione Mendez

Nel giorno in cui il più importante quotidiano del Paese mette in stampa i risultati del sondaggio che sancisce il consenso senza precedenti del M5S (32,3%) e il precipitare del PD ormai quasi a livelli da Bersani 2013 (26,8%), l’uomo solo al comando Renzi decide di impartire al padre-padrone Grillo una lezione di democrazia.

Consolidati o meno che siano, i 5,5 punti di distacco elaborati da Ipsos (ma il sorpasso è comunque un dato comune in diverse rilevazioni), vengono legittimamente evidenziati dal Corriere della Sera come fatto politico di portata assoluta, e provocano in Matteo Renzi una reazione che, sfruttando il congresso PD, prende corpo con queste parole:

“Da Bagnacavallo a San Giorgio a Colonica, da Volpago di Treviso fino a Carpi, da San Martino in Rio che è in provincia di Reggio Emilia fino al circolo Pd di San Paolo del Brasile ieri i primi circoli si sono espressi…

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Uno vale uno (che sia quercia o che sia pruno)

di Nammgiuseppe – 19 gennaio 2017

Il principio “uno vale uno” è di qualche attualità quasi prevalentemente per denunciare l’incoerenza, supposta o reale, del M5S al riguardo.

Tuttavia il principio meriterebbe di essere dibattuto quanto

a) alla sua validità

b) alla sua attuazione (nel caso sia ritenuto valido).

In effetti il principio è largamente affermato, almeno in teoria, nella nostra e in altre società “avanzate”:

1) nella delega dei cittadini ai propri rappresentanti politici

2) nelle decisioni politiche dei rappresentanti

3) nel voto referendario

4) nelle deleghe e ratifiche dei lavoratori ai propri rappresentanti sindacali

5) nelle assemblee dei soci di cooperative e di altre associazioni

6) (più o meno) nei gruppi di pressione della “società civile”

7) forse da qualche altra parte che dimentico.

E tuttavia l’esperienza ci dice che nella pratica il principio si traduce in deleghe e decisioni discutibili, quando non aberranti (almeno dal mio punto di vista: si veda, ad esempio, l’avanzata delle destre in larga parte dell’Europa).

È sbagliato il principio o la sua attuazione?

Ci sarebbe molto da dire, e molto è stato detto, sul fatto che è inaccettabile che l’opinione di un Leonardo da Vinci dei giorni nostri abbia lo stesso valore di quella di un odierno Cacasenno.

In realtà, io credo, in questa discussione si confondono due piani: quello della competenza tecnica (anche giuridico-legislativa) con quello delle aspettative riguardanti le regole del vivere sociale e la qualità della vita che l’applicazione di tali regole dovrebbero garantire.

Il desiderio di uguaglianza (o, quanto a questo, di sudditanza) di un cittadino può avere lo stesso valore di quello di un altro. Per l’applicazione pratica della volontà della maggioranza, e per fornire alla cittadinanza elementi per farsi opinioni ragionate, ci sono, appunto, i tecnici, quelli che la sanno più lunga, presupponendo un grado medio di istruzione uguale negli elettori e mezzi d’informazione capaci e desiderosi di contribuire alla formazione delle opinioni.

Quanto affermo è discutibile. Per tagliare la testa al toro, mi appello alla famosa affermazione “la democrazia è piena di difetti, ma è il meno peggio che sinora ci è dato”. Le altre forme di organizzazione della società hanno dato prova di essere peggiori della democrazia rappresentativa parlamentare. Per superare, eventualmente, quest’ultima occorrerà immaginare un sistema diverso, ma ancora non mi pare ci siano proposte credibili e praticabili.

Perché, allora, il principio “uno vale uno” funziona così male?

Le risposte sono grosso modo due (con variazioni):

a) la maggioranza dei cittadini è ignorante e/o menefreghista e/o opportunista e/o emotiva

b) si è andata storicamente formando una classe politica, sindacale, manageriale autoreferenziale che si è appropriata del sistema specializzandosi nell’arte della propaganda e mettendosi al servizio del sistema economico dominante.

Non sono a favore dell’autoflagellazione del “ogni popolo ha il governo che si merita”. Ma qualcosa di vero nell’affermazione a) esiste. Il problema è se sia causa o effetto di b) e perché b) si sia andato affermando.

E, naturalmente, una volta essendo giunti a una conclusione su quanto precede, l’altro, e più grosso problema, è come rimediare ai difetti dell’ ”uno vale uno”, ammesso che dei rimedi siano possibili.

Avrei alcune mie ipotesi, ma preferirei discuterne sul blog, se il tema interessa. Non ho speciali remore a far brutta figura dicendo, eventualmente, delle stupidaggini, ma preferisco dirle in un dialogo.

So, ad esempio, che la spiegazione di tutto, per alcuni, sta nell’economia capitalista. Tuttavia, per quel che mi riguarda, l’economia capitalista è tutt’altro che “la fine della storia”. Anzi, mi pare che stia arrivando a grandi passi alla fine di sé stessa. E se ciò dovesse accadere, si riproporrà il problema di come far sì che “l’uno vale uno” non ripeta gli errori commessi sin qui, in Italia e nel mondo “democratico”.

 

Chi ha paura di Raffaele Marra

segnalato da Barbara G.

Le inchieste dell’Espresso hanno fatto luce sul sindaco-ombra di Roma. Ma ci sono ancora molti segreti da svelare. Come quelli che hanno permesso a Virginia Raggi di scalare il M5S della Capitale

di Emiliano Fittipaldi – espresso.repubblica.it, 26/12/2016

Come in un domino la caduta agli inferi di Raffaele Marra rischia di far saltare una testa dopo l’altra. Al Comune di Roma. Nel Movimento 5 Stelle. Tra gli imprenditori romani con cui il braccio destro di Virginia Raggi faceva affari d’oro. All’Enasarco, dove la moglie dell’ex finanziere ha comprato la casa con lo sconto. Persino a Malta, dove gli inquirenti hanno individuato la sua seconda casa e dove forse si nasconde il tesoro di Raffaele e i suoi fratelli.  L’inchiesta giornalistica dell’Espresso iniziata a settembre ha infatti portato all’arresto di un dirigente che non era solo il «vero sindaco della città», come molti lo chiamavano in Campidoglio. Era anche il centro di reti e affari poco chiari, e dominus di manovre politiche che adesso rischiano di travolgere non solo la Raggi. Ma pure chi, tra i grillini, ha permesso l’ascesa dell’ex praticante dello studio Previti, e di coloro che l’hanno protetta strenuamente in questi primi difficili mesi da sindaca.

Andiamo con ordine. La domanda da un milione di euro che si stanno facendo tutti, compresi i magistrati della procura di Roma, è una soltanto: perché Virginia si è legata a triplo filo con Raffaele Marra, immolandosi per lui anche dopo gli articoli che scoperchiarono gli incredibili affari immobiliari tra il suo braccio destro e l’imprenditore della Casta Sergio Scarpellini?

Finora nessuno nei 5Stelle ha dato una risposta. Né il primo cittadino della Capitale, che non parla con i giornalisti se non attraverso post su Facebook e conferenze stampa senza domande, né i big del Movimento. Le ipotesi sul campo sono tante. L’ex capo dell’avvocatura del Campidoglio Rodolfo Murra ha detto ai pm di «aver sempre pensato che alla base» del rapporto tra Marra e il duo composto dalla sindaca e dal suo oggi non più vice Daniele Frongia potesse esserci «un ricatto». Non ha specificato quale. È un fatto che l’ex capo di gabinetto Carla Raineri abbia scritto in un esposto che l’allora suo vice Marra, quando capì che lei avrebbe chiesto di allontanarlo dagli uffici dello staff della Raggi, le urlò in faccia: «Non mi farò cacciare senza reagire, se parlo io qualcuno tremerà». Marra ha solo millantato segreti inconfessabili o li ha davvero usati per far fuori Raineri e l’ex assessore al Bilancio Claudio Minenna?

Altri invece sostengono che Marra fosse «imprescindibile» perché l’unico nel cosiddetto “raggio magico” «in grado di scrivere un atto amministrativo». Qualcuno, nei Cinque Stelle, fa risalire il patto di ferro tra Raggi e Marra al 2014, quando l’ex superdirigente assunto in Comune da Gianni Alemanno (lo fece suo delegato al dipartimento delle Politiche abitative e poi direttore dello stesso ufficio e di quello della Casa) era ormai finito in un cantuccio dopo l’arrivo della giunta Marino. Capo di un ufficio dedicato alle Partecipazioni e poi spostato agli ininfluenti rapporti con le associazioni dei consumatori, è certo che Marra stringe amicizia prima con Frongia (pare lo abbia addirittura aiutato a scrivere alcuni capitoli del libro “E io pago” sui conti di Roma) poi con Virginia. Presentandosi a loro come il Virgilio che li avrebbe guidati nei complessi e oscuri meandri del Comune di Roma.

All’inizio del 2016 il sodalizio è ormai indissolubile. Al terzetto si aggiunge Salvatore Romeo, un funzionario di medio livello che lavorava come secondo di Marra e che diventerà segretario politico della sindaca. Il quinto uomo, finora rimasto laterale alle cronache, si chiama Gianluca Viggiano. L’ombra di Marra, ex finanziere come lui, che lo ha seguito silenzioso nella scalata al Campidoglio, da ufficio a ufficio: oggi è ancora capo delle risorse umane. Un ruolo molto delicato, anche perché Viggiano ha preso il posto di Laura Benente, la dirigente cacciata perché osò negare a Marra l’autorizzazione di una trasferta a Bruxelles (pagata dal Comune).

L’amico di Scarpellini e di Franco Panzironi («è una brava persona», ha detto a novembre Marra parlando dell’ex ad di Ama ora imputato per mafia Capitale) ha però puntato su un cavallo che non sembra quello vincente: alle “comunarie” organizzate dalla Casaleggio Associati per scegliere il candidato sindaco per il Movimento, l’uomo da battere è infatti Marcello De Vito, che ha fatto il capogruppo dei grillini in consiglio comunale per due anni. Tra fine 2015 e inizio 2016, però, il vento cambia improvvisamente direzione, girando a poppa della barca su cui sono saliti i “quattro amici al bar”, come si autodefiniscono Marra, Romeo, Frongia e Virginia in un gruppo privato su WhatsApp. Non grazie a un colpo di fortuna. Ma perché Raggi e Frongia vengono in possesso di un dossier fasullo contro De Vito che di fatto ne affosserà la candidatura.

Dentro ci sono accuse gravi. Soprattutto una: l’attuale sindaco e il suo ex vice Frongia, davanti a consiglieri comunali e alcuni parlamentari grillini da loro convocati come Alessandro Di Battista, “processano” il collega, reo – questo il sospetto – di aver compiuto un abuso d’ufficio. «De Vito ha fatto un accesso agli atti per conto di un privato cittadino», attaccano. Sventolando un parere legale (non lo faranno vedere mai) e spiegando che la segnalazione del presunto abuso era arrivata dall’Ufficio condoni del dipartimento Urbanistica.

Per settimane De Vito viene messo sulla graticola a causa del dossier costruito da mani abili. Tutti gli iscritti che possono votare sulla piattaforma ne vengono messi a conoscenza. Nonostante sostenga la sua innocenza, la sua candidatura inevitabilmente si indebolisce, mentre quella della Raggi si consolida. Quando De Vito riuscirà a dimostrare che le accuse sono completamente fasulle (ogni consigliere comunale è abilitato a compiere accessi agli atti, in cerca di eventuali illeciti), è ormai troppo tardi: la macchina del fango ha funzionato, e lui prende pochi voti. La Raggi (che incamererà al secondo turno anche i voti di Frongia) lo sbaraglia e vince le comunarie. È febbraio. I sondaggi danno qualsiasi candidato di Grillo come sicuro nuovo sindaco di Roma. Raggi, Frongia, Romeo e Marra possono festeggiare.

È un fatto che Alessandro Di Battista conoscesse la storia di quell’incartamento contro De Vito: era presente a una delle riunioni a porte chiuse. Ed è certo che anche Luigi Di Maio abbia difeso Raggi nonostante le inchieste della stampa: mentre gli “ortodossi” del movimento come Roberto Fico, Paola Taverna, Carla Ruocco e soprattutto Roberta Lombardi cercavano di convincere Grillo e Davide Casaleggio dei pericoli che avrebbero creato Virginia e i suoi pretoriani (non dimentichiamo l’indagata ed ex assessore all’Ambiente Paola Muraro) all’intero movimento, Di Maio e Di Battista la difendevano a spada tratta. In ogni modo. «Ora traballano. Politicamente sono deboli come non mai: se Marra parlasse e inchiodasse definitivamente la sindaca alle sue responsabilità politiche, dovranno fare non uno, ma due passi indietro», spiega un deputato che crede che sarebbe stato molto meglio, per il futuro del Movimento, togliere subito il simbolo alla Raggi.

Il domino, però, può far cadere altre tessere. La procura vuole infatti indagare a 360 gradi. Sicura che sia Marra sia Scarpellini abbiano molto da nascondere, e poco da perdere. Nel mirino c’è la storia della nomina e del contratto di Salvatore Romeo, che si è messo in aspettativa ed è stato riassunto dalla Raggi con uno stipendio triplicato. E fonti giudiziarie spiegano che potrebbero essere analizzati anche i finanziamenti privati della campagna elettorale: la Raggi ha raccolto 225mila euro di contributi, in gran parte attraverso donazioni inferiori ai cinquemila euro. L’Espresso ha chiesto al M5S la lista dei nomi, ma senza successo: per la legge non è obbligatorio, sotto quella soglia, rivelarli al pubblico, e così sono rimasti finora sconosciuti. Probabilmente non ci sarà nulla di rilevante (notiamo come lo studio legale Sammarco si è attivato per favorire la raccolta fondi per la candidata), ma da chi fa lezioni un giorno sì e l’altro pure sulla necessità di trasparenza totale da parte dei partiti (vedi gli attacchi per le cene elettorali del Pd pagate da Salvatore Buzzi e sui soldi della fondazione di Renzi) ci si aspetterebbe maggiore coerenza.

Non sappiamo, invece, se i magistrati vorranno approfondire altre vicende intrecciate alla carriera e ai business di Marra. L’acquisto della casa dell’Enasarco da parte della moglie Chiara Perico, di certo, è sospetto: non solo perché comprata con due assegni di Scarpellini, ma anche perché nel 2008 – quando la Fondazione controllata dal ministero del Lavoro decide di vendere i suoi immobili – la Perico non era ancora inquilina dell’appartamento: cambierà residenza solo un anno dopo, a fine 2009. Come mai i dirigenti dell’Enasarco, invece di vendere quell’appartamento a prezzo di mercato, hanno permesso alla moglie di Marra prima di entrare in affitto e poi di comprare una casa da 160 metri quadri a 370 mila euro con il 40 per cento di sconto?

Non solo. I magistrati, grazie all’analisi dei conti correnti di Marra, vogliono indagare anche sulla compravendita di barche attraverso società maltesi, e poi su alcune vincite al Lotto. «Marra è stato beneficiario di alcuni assegni bancari per una somma complessiva di 30 mila euro emessi da agenzie partner della società di scommesse Snai a fronte di presunte vincite», scrive la Uif antiriciclaggio di Bankitalia. Le società sono la Ippica Talenti (per circa 21 mila euro) la Ge.Pe per 1.168 euro e la Laurentina Srl per 7 mila e 446 euro. È una fortuna sfacciata al gioco, quella di Marra, o c’è qualcos’altro dietro?

Non sappiamo nemmeno se la procura di Roma approfondirà la vicenda dei contratti da milioni di euro sottoscritti da Marra a favore di Fabrizio Amore, un imprenditore oggi indagato in una delle inchieste su mafia Capitale. Un costruttore che nel dicembre del 2008 e nel luglio del 2009 grazie a convenzioni a trattativa diretta firmate da Marra in persona, allora capo del dipartimento delle Politiche abitative, riuscì a mettere a segno un colpo da maestro: affittare al comune capitolino prima un palazzo a via Giacomini poi 96 appartamenti di medio taglio in periferia a un costo medio per abitazione di 2.256 euro al mese, il prezzo di una casa da 150 metri quadri in centro. Finora i contratti (firmati da società italiane controllate da fiduciarie del Lussemburgo) hanno fruttato ad Amore circa 17 milioni di euro.

È certo, invece, che a Malta sono già in tanti a tremare. I magistrati hanno fatto una rogatoria internazionale per scoprire se dietro conti e società maltesi che compaiono nelle carte di Bankitalia su Raffaele si nascondano altri illeciti. L’isola è la seconda casa di Raffaele. Non solo perché la moglie si è trasferita lì con i figli nel 2015 (ancora ignoti i motivi, i due sono ancora sposati e lui andava sull’isola quasi ogni weekend), ma perché il fratello di Raffaele, Catello, a Malta ha creato negli anni un piccolo impero economico. Anche lui ex finanziere implicato a fine anni ’90 in un’inchiesta su concorsi truccati per entrare nella Gdf (riuscì a cavarsela con la prescrizione dei reati), il fratello maggiore di Raffaele si trasferì sull’isola dopo la disavventura diventando “governatore” di una strana organizzazione chiamata “Corrispondenti diplomatici”.

Abbiamo parlato con un ex adepto del gruppo, che ci ha spiegato che l’organismo gestisce un sacco di soldi: per affiliarsi bisogna sborsare da 7.500 euro a 10.000 (i conti correnti sono della Bank of Valletta e un c/c postale italiano di cui l’Espresso ha il numero), la divisa con mostrine costa sui mille euro, mentre le placche di metallo (tipo corpo diplomatico) da attaccare sull’auto sono gratuite. Catello, Raffaele e Renato (il terzo Marra promosso di recente al dipartimento del turismo del comune di Roma, anche la sua nomina è sotto la lente d’ingrandimento) sono legatissimi, e spesso Raffaele è ospite degli eventi dei “Corrispondenti”. Non solo. Nell’isola esiste un anche un “Sovranordine di san giuovanni di geruslemnme” che fa il verso ai Cavalieri di Malta. È gestito da Catello, che si mostra spesso vestito a festa in ville da mille e una notte, tra belle donne (molte le foto con la show girl Ramona Badescu) e uomini in ghingheri.

C’è una terza associazione gestita da Catello, Italy for Malta, di cui risultano agit prop anche personaggi come Angelo Grillo, casertano e titolare di aziende operanti nel settore della pulizia di ospedali e uffici pubblici e della raccolta dei rifiuti, dal 2013 considerato dai pm vicino al clan Belforte, poi ristretto al 41bis e nel 2016 condannato per un omicidio di camorra.

Catello a Malta è proprietario anche di un ristorante (il Parthenope di San Julian, stessa località dove si è trasferita la Perico) e di un altra società che vende mozzarelle di bufala: si chiama La Bufala Ltd, di cui lui stesso era direttore fino al 2016. Un’azienda passata in un anno da un capitale sociale di 1200 euro a quasi 360 mila euro. Non solo: da controlli documentali risulta che il fratello maggiore di Raffaele sia il manager di una società, la Summer Sensation Limited, controllata da un trust (la Elise Trustees Limited), di cui i soci sono però schermati.
Sui business di Catello non tramonta mai il sole: alla Camera di Commercio di Miami risulta numero uno della misteriosa “Nosky”, una spa di import-export, insieme al figlio Manuel Marra e a Mario Russo. Ora il governo maltese sembra voler collaborare con le autorità italiane: è probabile che l’analisi dei conti correnti riservi altre sorprese. E che lo tsunami partito dalle nostre inchieste su Marra possa investire non solo Roma, ma anche a latitudini più lontane.

Non resta che Grillo

Trump, Cacciari: “Per i tecnocrati la partecipazione è un optional. Così trionfa il voto anti establishment”

Il filosofo ed ex sindaco di Venezia analizza le ragioni politiche e sociali dell’elezione del repubblicano alla Casa Bianca: “È in atto un movimento contro le tradizionali forme di rappresentanza, non solo di centrosinistra. Dall’immigrazione al lavoro, “la politica diventa populista solo in campagna elettorale. E senza più la sinistra, contro la ‘destra cattiva’ in Italia non resta che Grillo”.

di Fabrizio d’Esposito – ilfattoquotidiano.it, 10 novembre 2016

Il Sistema, con la maiuscola, ormai esplode ovunque, non solo in Europa. Il professore Massimo Cacciari, filosofo nonché ex sindaco di Venezia, per lustri ha tentato invano di dare contenuti a un riformismo vero per il centrosinistra italiano.

La sconfitta di Hillary Clinton rade al suolo un’epoca. Un quarto di secolo a discettare di Terza Via, ulivismo mondiale, sinistra liberal e altre amenità.
È in atto un movimento contro le tradizionali forme di rappresentanza, non solo di sinistra o centrosinistra. Lo stesso Trump ha vinto nonostante il Partito Repubblicano. Una riflessione analoga si può fare per la Brexit. Io uso questo termine: secessio plebis.

Secessione della plebe. Il popolo. La sinistra, appunto, com’era una volta.
Ovviamente l’effetto del tracollo è più eclatante per le forze democratiche e socialdemocratiche perché sono state soprattutto loro a non comprendere i fenomeni che ci hanno condotto a tutto questo.

L’elenco è lunghissimo.
La moltiplicazione delle ingiustizie e delle diseguaglianze; il crollo del ceto medio; lo smottamento della tradizionale base operaia; l’incapacità di superare lo schema di welfare basato sulla pressione fiscale. Oggi l’unico sindacato che conta è quello dei pensionati e a mano a mano che si pensionavano i genitori sono emersi i figli precari, i figli pagati con il voucher, i figli ancora a carico della famiglia.

La classe dirigente, a destra come a sinistra, ha pensato solo a diventare establishment.
Non è solo questo perché non era semplice prevedere cambiamenti colossali e un Churchill o un Roosevelt non nascono in ogni epoca. Anzi.

Quasi trent’anni fa ormai, in Italia furono pochissimi, tra cui lei, a capire movimenti come la Lega.
Avevi voglia a dire che a Vicenza gli operai votavano Lega oppure che la sinistra a Milano la sceglievano solo contesse e contessine di via Montenapoleone.

Adesso Bersani, per quel che vale, dice: “Basta con la retorica blairiana”.
La sinistra è stata a rimorchio delle liberalizzazioni e dei poteri forti. Ma l’immagine di una donna liberal di sinistra a Wall Street è una contraddizione in termini.

L’ex comunista Napolitano, oggi presidente emerito della Repubblica, se la prende pure con il suffragio universale.
Ecco, appunto. È la conferma che le élite liberal si sono adeguate al trend burocratico e centralistico.

La tecnocrazia al posto delle elezioni.
La partecipazione è diventata un optional.

Di qui la secessio plebis. O il populismo, se vuole.
A me non interessa come definire il fenomeno, a me preme capirlo. Tutti sono populisti in campagna elettorale. Francamente il punto non è questo. Io voglio comprendere questi fenomeni sociali, poi chi li rappresenta può avere un tono o l’altro.

Ora tocca all’Europa.
Dove gli effetti dell’immigrazione sono devastanti. Ma è necessario fare una premessa: l’Europa non sono gli Stati Uniti.

Cioè?
Dove c’è un impero la politica la fa l’impero.

Non Trump, quindi.
Esatto. In fondo basta sentire le sue prime dichiarazioni concilianti.

In Europa, invece?
La storia è matematica, non sbaglia mai. E in assenza di politiche efficienti e credibili, non banali promesse, ci sono tre tappe nel nostro continente. La prima è quella del malcontento o della secessio plebis di cui ho già parlato.

Poi?
Sparare contro i Palazzi, infine l’affermazione di una destra cattiva anti-immigrazione. Penso a Le Pen, Farage, Orban, Salvini e Meloni.

Grillo no?
No, Grillo non fa parte di questa destra cattiva. Ho scritto un articolo su chi saranno i Trump d’Europa e concludo proprio così: in Italia non resteranno che i Cinquestelle.

Un argine contro la peggiore destra.
Renzi si è fatto establishment. Per questo i suoi tentativi populistici puzzano parecchio.

Quale sarà l’effetto Trump sul referendum del 4 dicembre, se ci sarà?
Vedo due tendenze. Da un lato può galvanizzare le forze che vogliono mandare Renzi a casa.

Dall’altro?
In questo clima, gli italiani potrebbero scegliere l’opzione ritenuta più tranquilla e meno traumatica, cioè il Sì.

Critica della ragion grillina

segnalato da Barbara G.

Purezza e contaminazione. Trasparenza e retroscena. Regole e arbitrio. Analisi del M5S nell’anno della grande metamorfosi

di Marco Damilano e Alessandro Giglioli – espresso.repubblica.it, 12/10/2016

E’ nato sette anni fa, il 4 ottobre 2009, il giorno di San Francesco. Nel 2013, alle elezioni politiche, ha preso 8 milioni e 792 mila voti. Nel 2016 ha conquistato Roma e Torino. Oggi i sondaggi lo danno a ridosso del Pd, vincente in caso di ballottaggio. Prossimo obiettivo: la regione Sicilia.

Piaccia o no, il Movimento 5 Stelle è la risposta, per una grande fetta di italiani. Una risposta che si fatica ad analizzare e capire: per pregiudizi, spesso, ma anche per l’autentica difficoltà di spiegare la complessità di un fenomeno nato e cresciuto fuori dai binari tradizionali della politica, dei suoi luoghi e linguaggi. A rendere problematica l’osservazione “scientifica” del M5s c’è anche la sua natura disorganica, “liquida”, destrutturata. E le sue aporie: in filosofia indicano «la difficoltà o incertezza che incontra il ragionamento di fronte a due argomenti opposti entrambi possibili». Non solo incoerenze o contraddizioni, dunque, ma parti costitutive del Movimento proprio in quanto aporie, dialettica. È con questa chiave interpretativa che l’Espresso propone una Critica della Ragion Grillina.

Non sono-sono

«Il Movimento 5 Stelle è una non-associazione…», recita l’articolo 1 del Non-statuto. «Non è un partito politico, né si intende che lo diventi in futuro», si afferma all’articolo 4. «Non è previsto il versamento di alcuna quota, non si prevedono formalità maggiori per registrarsi rispetto all’adesione a un normale sito internet». E nella proposta di legge elettorale di M5S c’è la preferenza negativa, con cui cancellare i candidati sgraditi: sbarrare il nome di chi “non” piace. È il nocciolo duro dell’identità 5 Stelle: il Non. Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo, «Non chiederci la parola che squadri da ogni lato l’animo nostro informe…», scriveva il poeta genovese (Eugenio Montale, non Beppe Grillo).

O forse tra gli ispiratori inconsapevoli c’è il meno ricordato James Matthew Barrie, inventore della favola di Peter Pan e la sua Isola-che-non-c’è: «Le stelle, per quanto meravigliose, non possono in alcun modo immischiarsi nelle faccende umane, ma devono limitarsi a guardare in eterno. È una punizione che si è abbattuta su di loro così tanto tempo fa che nessuna stella ne ricorda il motivo». È questo l’incantesimo che tiene incatenate le 5 Stelle quando incontrano l’età adulta della politica: il governare. Trasformare il non in una scelta: un no oppure un sì.

Rifuggendo dalla tentazione di affidare la scelta a qualcun altro: le regole, la legge, la magistratura, l’Anac di Raffaele Cantone, il Consiglio di Stato, la Rete, i cittadini. Alla Rete è stata consegnata nel 2013, e poi nel 2015, la scelta dei candidati al Quirinale. Prima del voto romano, Virginia Raggi dichiarò di voler chiedere ai cittadini l’indicazione di un nome cui dedicare una via, lei non si assumeva la responsabilità di farlo. E anche di pensare a un referendum popolare per decidere se mantenere la candidatura di Roma alle Olimpiadi. Poi, ha deciso lei: ha detto no. Che differisce dal “non” appena in una lettera, ma per descrivere l’identità, dire chi sei, vale come l’addio all’adolescenza, il difficile passaggio alla maturità. Per i grillini il 2016 è questo: l’addio all’Isola che non c’è.

Democrazia diretta-delega

Referendum propositivo senza quorum, obbligo di discutere in Parlamento le leggi di iniziativa popolare, elezione diretta del candidato che deve essere residente nel collegio dove si presenta, abolizione del voto segreto, introduzione del vincolo di mandato. Il programma delle origini di Gianroberto Casaleggio predicava la necessità di«rivedere l’architettura costituzionale nel suo complesso in funzione della democrazia diretta». «Ogni collegio elettorale», aggiungeva il fondatore del Movimento, «dovrebbe essere in grado di sfiduciare e far dimettere il parlamentare che si sottrae ai suoi obblighi». Il mandato imperativo, vietato dall’articolo 67 della Costituzione, di cui Grillo chiede l’abolizione. Per limitarne gli effetti, M5S ha più volte chiesto ai candidati di firmare un impegno a non violare le regole del Movimento, con tanto di multa da 150 mila euro per i trasgressori, per danno d’immagine. E prima del voto romano la Raggi dichiarò all’Espresso che si sarebbe dimessa se fosse arrivata la richiesta di Grillo. Eppure, dopo tre anni di presenza in Parlamento, anche M5S sconta la rivincita della decrepita, imperfetta ma pur sempre senza alternative (per ora) democrazia rappresentativa. Blindata, nella proposta di legge elettorale del Movimento, dal ritorno della proporzionale e delle preferenze. Che nella Prima Repubblica significavano il massimo della delega degli elettori. E il minimo della responsabilità degli eletti.

Purezza-contaminazione

«In M5S c’è un prima e un dopo. Ci sono quelli arrivati prima del 2012, cioè la vittoria di Parma: io, Carla Ruocco, Paola Taverna e Roberto Fico. E quelli che sono arrivati dopo. Quell’anno è stato un po’ spartiacque. Chi è arrivato dopo spesso ha fatto prevalere la comunicazione alla sostanza». Così parlò Roberta Lombardi, la deputata romana che si propone in queste settimane come la custode della purezza della stirpe, della «limpieza de sangre», come gli inquisitori spagnoli del XV secolo.

Ossessione comune ai rivoluzionari di professione e ai fondatori di religioni. Gli apostoli Pietro e Paolo si scontrarono nella Chiesa delle origini: battezzare solo gli ebrei o anche i gentili? Più mondano il dilemma del Pci all’alba della Repubblica – restare il partito uscito dalla clandestinità o allargare la base – sciolto da Togliatti con un tratto di penna verde: l’amnistia per i fascisti significava sdoganare il partito legato all’Urss e garantirsi solide radici nella nascente democrazia italiana. Negli ultimi mesi il più voglioso di ripercorrere inconsapevolmente la strategia di Togliatti, quella del discorso ai ceti medi di Reggio Emilia (1946), è sembrato il candidato premier in pectore Luigi Di Maio: a pranzo con gli esperti internazionali dell’Ispi, accanto al presidente della Trilateral italiana, su un barcone sul Tevere per la festa dei trent’anni, in posa su una Mini d’epoca per “Vanity Fair”, accanto alla nota famiglia dei venditori ambulanti Tredicine. Tra lobby e star-system. Dalla Trilateral a Tredicine: strategie di accreditamento, legittimazione. Contaminazione. Contagio. Gli elettori li hanno preceduti: difficile restare duri e puri con milioni di voti.

Movimento liquido-partito leninista

«La massa aperta esiste fintanto che cresce: la disgregazione subentra non appena cessa di crescere. La massa chiusa invece rinuncia alla crescita e si preoccupa soprattutto della durata», scriveva Elias Canetti in “Massa e potere”. L’organizzazione di M5S in apparenza supera questa distinzione tipica del ‘900 della politica ideologica totalizzante, in realtà ne segue la stessa traiettoria. Il Movimento delle origini è come un fiume che accoglie tutti: non si pone il problema del blocco sociale di riferimento, come fa la sinistra in crisi, dà risposte e senso di appartenenza ai lavoratori liquidi della Gig economy, precari e sottopagati, ma anche al ceto medio impoverito e incazzato, in rivolta verso le forme di rappresentanza tradizionale, partiti, sindacati, associazioni, contro cui Grillo lancia i suoi strali nel 2012-2013. Con la crescita elettorale M5S ha il problema opposto: selezionare gli ingressi per permettere all’organizzazione di restare nel tempo, durare. Le espulsioni, le radiazioni, gli addii. Il Movimento che era liquido si consolida, si solidifica, fino a pietrificarsi. E ad assumere le sembianze di una nuova nomenklatura, di tipo leninista. Con i suoi apparatcik sul palco.

Playlist-ideologia

Il programma del M5S è un pdf in modalità playlist: pragmaticamente lontano cioè da ogni sistematizzazione organica, volutamente agli antipodi rispetto ai tomi dei vecchi partiti che includevano tutto e non portavano a niente. Tra i temi selezionati, alcuni sono più approfonditi (es: energia, informazione), altri sono affrontati in modo più generico (es: economia), altri ancora ignorati (es: diritti civili, immigrazione). Del resto il M5S nasce su battaglie verticali – ambientali, legalitarie o anticasta – e non da un’ideologia con pretese onnicomprensive. Perfettamente coerente con la contemporaneità liquida e post-sistematica, si direbbe. Ma proprio perché liquida, poi la realtà si infiltra dappertutto e propone questioni che non rientrano nel programma e che dividono la base così come i parlamentari (dallo ius soli alle unioni civili – e infinite altre). Come uscirne? La risposta, per il M5S, sta nella piattaforma Rousseau, con le sue proposte di legge su centinaia di temi, tutte da sottoporre al voto degli iscritti. «Una rivoluzione mondiale», secondo il responsabile della funzione Lex Iscritti Danilo Toninelli, deputato del movimento. Meno enfaticamente, un grande contenitore con l’ambizione di rappresentare (democraticamente) la sintesi tra solido e liquido, tra ideologia e playlist, tra strutturato e destrutturato.

Regole-arbitrio

Sono in corso e dureranno fino al 26 ottobre le votazioni on line con cui gli iscritti al Movimento decideranno se e quali modifiche apportare al “Non Statuto” e al “Regolamento” del M5S. Lo scopo è provare a superare, almeno un po’, un’antinomia storica del Movimento: quella tra la mistica della legalità (come obiettivo etico-politico) e una liquidità normativa interna che porta con sé ampi margini di ambiguità e imposizioni arbitrarie dall’alto, con in più la variabile della spersonalizzazione-deresponsabilizzazione costituita dal cosiddetto “staff” (anonimo) che si autoattribuisce il diritto di chiedere documentazione e di «avviare istruttorie» ( caso Pizzarotti ). All’origine di questa contraddizione tra obiettivo politico e pratiche interne c’è l’origine del M5S come rete molecolare di meetup che rigetta ogni burocrazia organigrammatica (vista come rendita di posizione e di potere tipica dei partiti).

L’incontro con la complessità della politica porta ora a moderare questo rifiuto: ad esempio a «indicare in modo più dettagliato i comportamenti sanzionabili (degli iscritti) attribuendo la decisione ad un organo terzo composto da portavoce e lasciando a Beppe Grillo le sole facoltà di annullare le sanzioni e di sottoporre la decisione ad una votazione on line degli iscritti». Per ulteriore paradosso, a richiedere una definizione meno arbitraria delle regole sulle espulsioni era proprio Pizzarotti, prima di lasciare il M5S.

Uno vale uno-Capi

L’antinomia precedente è intrecciata con quella (altrettanto congenita e storica) tra l’obiettivo della democrazia assoluta e l’esigenza-esistenza di gerarchie, di capi. Una questione persistente nel tempo e altalenante nei tentativi di soluzione: “nessun capo, decidono tutto gli iscritti”, Grillo capo politico, Grillo e Casaleggio insieme “garanti”, Direttorio nazionale, Direttorio locale, staff, Grillo di nuovo capo politico, ruoli di peso più o meno formalizzati o informali ma evidenti (come Roberta Lombardi, che in teoria è un semplice deputato ma conta più di altri). Di nuovo: è la complessità del reale che fa emergere catene di comando sul campo, che il “capo politico” Grillo talvolta alimenta, talvolta tollera, talvolta ignora (e talvolta cancella con una frase sul blog o in un comizio). Come nella voce sopra, all’origine c’è il rifiuto drastico dei vecchi e rigidi organigrammi di partito: comitato centrale, direzione nazionale, segreteria etc. Ma se su questa pars detruens nessuno ha dubbi, manca ancora la formula che impedisca all’utopia “uno vale uno” di rovesciarsi in una distopia di poteri di fatto, in equilibrio o squilibrio tra loro secondo capricciosi e impermanenti rapporti di forza.

Trasparenza-retroscena

Il primo incontro, chi può dimenticarlo?, all’hotel Saint John a San Giovanni a Roma. Neo-parlamentari che con l’iPad fotografavano i giornalisti, sublime rovesciamento dei ruoli, cronisti infiltrati che si fingevano deputati (i neo-eletti non si conoscevano tra loro), la promessa di mettere tutto in streaming per uccidere gli odiati retroscena dei giornali. Missione riuscita, con Pier Luigi Bersani, Enrico Letta e anche Matteo Renzi: epico lo scontro nel 2014 tra il premier incaricato e Grillo piombato a Roma per insultarlo on line, per tracciare una linea di confine, di qua o di là. «La trasparenza diventerà in futuro obbligatoria per qualunque governo o organizzazione. Non è corretto che qualcuno decida per i cittadini in base a logiche imperscrutabili e senza renderne conto», teorizzava Casaleggio. Tre anni dopo, si è vista la prima cittadina di Roma seduta sul tetto del Campidoglio per sfuggire a occhi e orecchie indiscrete. E i retroscenisti del Palazzo – disoccupati quando devono occuparsi di Pd o di Forza Italia, che noia – hanno ritrovato linfa vitale tra le correnti del M5S.

Riecco gli squali e i tonni, così il decano dei giornalisti parlamentari Guido Quaranta catalogava i colleghi del Transatlantico, in branco sulle prede. Solo che ieri erano i potenti boss dc, oggi gli spauriti aspiranti capicorrente grillini. Risorge il minzolinismo (da Augusto Minzolini: ieri giornalista-squalo, oggi nell’acquario come senatore berlusconiano) con i suoi stili narrativi: l’ira del capo sui seguaci, la rissosità tra i gerarchi, le veline, i virgolettati anonimi. La sindaca Raggi e il suo portavoce si fanno intercettare da un reporter a tavola, come accadde ai colonnelli di An che tramavano contro Gianfranco Fini. Solo che i protagonisti non sembrano in grado di tenere la scena, e neppure il retroscena. E così, tra il tripudio di facce, faccette, chi-sta-con-chi incorniciate nelle infografiche dei quotidiani e gli scoop sull’ultimo nominato in Campidoglio, manco fosse il Watergate, viene il dubbio che, alla fine, Grillo stia riuscendo nel suo intento. Uccidere quel che resta del racconto della politica con una dose sempre più massiccia di sconfortanti banalità.

Cambiamento-conservazione

«Apriremo il Parlamento come una scatoletta di tonno!», disse Grillo nel 2013. «Una rivoluzione democratica, non violenta, che sradica i poteri, che rovescia le piramidi». Scardinare le liturgie della vecchia politica: il programma di un cambiamento radicale, l’indicazione della terra promessa. Già qualche mese dopo l’ingresso a Montecitorio e Palazzo Madama, però, il proposito si era capovolto. Colpa della rottamazione di Renzi, un brand direttamente concorrenziale con M5S negli scaffali del supermarket politico, che pesca nello stesso mare dell’indignazione dei cittadini verso la casta del Palazzo. Renzi occupa il ruolo del riformatore costituzionale, il premier che vuole cancellare il Senato e il Cnel. E i 5 Stelle, di conseguenza, salgono sui tetti per difendere la Costituzione, si tramutano nelle sentinelle della Carta del 1947, dalla parte di Gustavo Zagrebelsky, Stefano Rodotà, Lorenza Carlassare, Salvatore Settis, nonostante siano rappresentanti di un elettorato giovane e giovanissimo. Dall’attacco alla difesa, anche nelle città. Un solo messaggio per dipendenti comunali, vigili, autisti dell’autobus, l’esercito degli assunti nelle municipalizzate: nessuno sarà tagliato. Rassicurante e moderato. L’eterno gattopardismo o il suo contrario: non cambiare nulla per avere la forza di cambiare tutto?

Militanza-competenza

Al debutto, al comune di Parma, il sindaco neo-eletto Pizzarotti chiese ai cittadini di inviare i loro curriculum per partecipare alla giunta da assessori. E impiegò due mesi per mettere a posto la squadra. Quattro anni più tardi Virginia Raggi non ha fatto pubblica richiesta di competenze, in compenso la ricerca di un nome all’altezza del delicato assessorato al Bilancio è durata ancora di più. Il mix delicato tra gli incarichi ai militanti della prima ora e quelli distribuiti ai tecnici svela un’altra metamorfosi del Movimento. Quando M5S ancora non esisteva e Grillo girava l’Italia con i meetup era naturale per lui far salire sul palco gli studiosi di nanoparticelle Stefano Montanari e Antonietta Gatti, il teorico della decrescita felice Maurizio Pallante, il consulente economico Beppe Scienza, la sindaca di Montebelluna Laura Puppato del Pd… Nel corso degli anni il Movimento ha incontrato altri esterni, l’economista no-euro Alberto Bagnai, il filosofo Paolo Becchi.

Più cresceva la nuova nomenclatura informale del Movimento, più le presenze degli esperti venivano meno. Nelle giunte del 2016, a Roma e a Torino, l’esperimento è sembrato tornare di moda, con Paolo Berdini all’urbanistica a Roma o Francesca Leon alla cultura a Torino. Compagni di strada, intellettuali, professori cui non viene chiesto di giurare fedeltà a Grillo e Casaleggio, ma accettano di fare una parte del cammino, come gli indipendenti di sinistra con il Pci. Fino a scivolare, sotto il Campidoglio, nell’esterna Paola Muraro, assessore all’Ambiente sotto inchiesta. O nel capo di gabinetto Carla Raineri, dimissionaria dopo la polemica sul suo compenso («le competenze si pagano», la difese la sindaca), insieme all’assessore al Bilancio Marcello Minenna, sostituito dopo lungo travaglio da Andrea Mazzillo. Il militante: che però era stato del Pd.

Cittadini-gente

Per Grillo M5S è «il cittadino che si fa Stato ed entra in Parlamento». Lo disse nel comizio finale di piazza San Giovanni il 22 febbraio 2013, alla vigilia del trionfo elettorale, forse il suo intervento più pensato e programmatico. «Pensava ml

Media vi odio-Media vi amo

Nessuna forza politica, nemmeno Forza Italia, ha mai avuto l’interesse verso la comunicazione e i media del M5S. Un movimento che nasce in un nuovo medium (Internet), da un fondatore che proviene da un altro medium (la tivù) al quale deve la sua notorietà pregressa ma anche il suo primo scontro politico (1986, l’anatema di Craxi e l’espulsione dalla Rai). E sono in tivù i primi “comizi” su temi civili (i monologhi di fine anno su Tele+, anni Novanta), è su un settimanale che Grillo scrive i suoi editoriali (“l’Internazionale”, dal 2008 al 2014). Ne deriva, per il M5S, un’attenzione per i media al limite dell’ossessione: gli attacchi continui ai giornali, il rapporto conflittuale e altalenante con i talk show, fino alla rilevanza decisionale all’interno dello stesso M5s dei “responsabili della comunicazione”, il cui ruolo sconfina spesso nella regia politica (ultimo caso, Rocco Casalino). «I giornali sono morti», ripete Grillo, poi però scrive al “Corriere della Sera” per spiegare il caso Roma (10 settembre scorso), così come già aveva fatto Casaleggio per spiegare il suo ruolo nel M5S, nella sua prima uscita pubblica (maggio 2012); e anche l’erede Davide affida al “Corriere” la sua prima intervista (giugno 2016). Quanta alla tivù, «è una merda» (Grillo dixit) però i parlamentari vengono sottoposti a training per bucare lo schermo. Incoerenze? Forse. O magari il segno di un rapporto intenso e quindi ricco di ambivalenze. Nemmeno così strano, per un partito nato in un’era in cui politica e comunicazione sono la stessa cosa.

Virus-antivirus

«Abbiamo piazzato trenta virus in una trentina di comuni», scrive Grillo all’indomani dei suoi primi eletti negli enti locali (2009). E poi: «Il virus della conoscenza non si può fermare, Ognuno è un trasmettitore e un ricevitore» (2010); ancora: «Il M5S è un virus, non una poltrona (2012), «Siamo un virus inarrestabile» (dopo la vittoria a Livorno, 2014) «Chi si risveglia è un virus, questo virus non si ferma» (2015). La metafora è chiara: una contaminazione positiva, per uccidere il corpaccione della casta e del palazzo.

Con il tempo però il virus diventa anche altro: quello degli “infiltrati” nel M5s (i parlamentari fuoriusciti e/o espulsi) e quindi contamina il M5S stesso (Roberta Lombardi: «Raffaele Marra è il virus che ha infettato il Movimento»). Il partito di Grillo da soggetto virale a potenziale oggetto di virus, insomma, in contemporanea con il passaggio dalla pura protesta alle responsabilità istituzionali. Un’evoluzione che però non può essere risolta in modo troppo semplificatorio o fatalista: perché alla fine quello che conta è la risposta dell’organismo all’agente esterno. E finora gli agenti patogeni sembrano aver più rinforzato che indebolito il M5S.

Ridere-arrabbiarsi

Henri Bergson insegna che il riso rinsalda le relazioni sociali tra coloro che ridono, definendo così la propria differenza rispetto agli oggetti del riso. Il comico Grillo è sempre stato consapevole di questa dinamica e gli inizi del Movimento stanno in una sorta di inedito “blocco sociale”: coloro che ridono con lui – Grillo – contro gli avversari verso cui è indirizzata la risata (Berlusconi-Psiconano, Bersani-Gargamella, Morfeo-Napolitano etc). Con la sua comicità Grillo declina e trasfigura la rabbia: e, nelle intenzioni, ne impedisce le derive brutali, la fertilizza politicamente. Il meccanismo tuttavia è instabile e sempre a rischio: il “vaffanculo” del resto è per sua natura in bilico tra gioco satirico e aggressione violenta, tra la leggerezza della comicità e la cupezza della collera. Ed è questa che spesso prevale, soprattutto sui social network, dove ogni critica al Movimento è seguita da aggressioni verbali poco ludiche e molto lugubri. Il cui effetto è ovviamente quello di un boomerang. Lo capì anche Casaleggio senior, all’indomani della sconfitta elettorale del 2014: quando raccomandò «più sorrisi e meno livore» e costruì un video ironico con Beppe Grillo che prendeva un Maalox.

Rete-Alveare

Per il M5S Internet è il tempio della democrazia dal basso, dove si propongono le leggi, si discutono e alla fine si votano (piattaforma Rousseau). È la democrazia più alta: non solo diretta, ma anche continua e in grado di autocorreggersi, come teorizzato dai “classici” della Rete e mostrato dal modello Wikipedia. Inoltre è il luogo della critica che stimola e aggrega la protesta-proposta dei cittadini. Il Web tuttavia è un Giano bifronte e, accanto all’agorà digitale, porta in pancia conseguenze negative secondo la stessa cultura del Movimento: la globalizzazione dei mercati che uccide il piccolo produttore locale, la concentrazione di ricchezze nelle mani di pochissimi “over the top”, l’esternalizzazione del potere da parte di dinamiche e algoritmi non trasparenti e non controllabili dai cittadini.

In più, con l’avvento dei social, la Rete scatena quelle dinamiche sociopsicologiche che lo scrittore Vincenzo Latronico ha definito “mentalità dell’alveare”: sospetti, accuse, minacce, congiure, allusioni, processi, bufale, insulti. Tutti rovesci della medaglia che lo stesso Casaleggio ha raccolto in un suo libro (“Insultatemi”, 2013) dove racconta di aver «scoperto di essere un pericoloso massone, frequentatore del Bilderberg ed espressione dei “poteri forti”: identità multiple, a me del tutto sconosciute». Insomma Internet è un’arma meravigliosa, ma a doppio taglio. Così il tecnoentusiasmo dei primordi viene affiancato da una riflessione più sfumata. O perfino dalla tecnopaura: come nel video postumo di Gianroberto Casaleggio, in cui la minaccia più seria per il futuro dell’umanità viene identificata in «un superorganismo che mescola Internet, intelligenza artificiale, Big Data». Si ama sempre Lawrence Lessig, certo: ma si inizia a temere che abbia ragione Evgenij Morozov.

Ignoranti e arrivisti

segnalato da Barbara G.

“Consumati da ignoranti e arrivisti”: Pizzarotti lascia il Movimento

Grillo è a Roma e schiva i giornalisti: «È una bella giornata» dice per non rispondere alle accuse del sindaco di Parma. Ma in città diluvia. E il Movimento balla ancora tra le pressioni su Muraro e l’addio di quello che è stato il primo cittadino a Cinque Stelle

di Luca Sappino – espresso.repubblica.it, 03/10/2016

«Senza Beppe Grillo io non mi sarei mai alzato dal divano. Però…». È con una serie di però che Federico Pizzarotti lascia il Movimento 5 stelle, «che non è più quello delle origini», dice, ed è anzi stato consumato da una serie di «arrivisti ignoranti che non sanno cosa significhi governare». Ringrazia Beppe Grillo che gli ha fatto tornare voglia di far politica, il sindaco di Parma, ma poi mette in fila tutti gli elementi della «mutazione» del Movimento, che «aveva solo un megafono e ora a un capo politico», che «voleva portare le telecamere dentro i consigli comunali e ora è diventato il Movimento delle riunioni a porte chiuse», che non voleva carrierismo e ora invece è pieno «di consiglieri comunali che non si sono ripresentati per un secondo mandato, in tutta Italia, pensando alle elezioni per il parlamento del 2018».

Federico Pizzarotti lascia dunque il Movimento 5 stelle di cui è stato il primo sindaco e lo fa dicendosi «un uomo libero, a differenza di altri». «Io penso le cose e le dico, per questo sono stato sospeso». Non fa, Pizzarotti, «come certi parlamentari, che anche a voi giornalisti», dice durante la conferenza stampa convocata in mattinata, «magari vi dicono cosa non va, ma poi vi chiedono di non comparire». Perché temono le reazioni dei vertici, le espulsioni, e l’assalto della base, che adeguatamente indirizzata può far male, come sa Pizzarotti che è stato più volte sottoposta alla gogna del blog: «Posso immaginare il simpatico trattamento che riceverò questo pomeriggio», dice con un mezzo sorriso.

Ne ha per il direttorio dei nominati («Eravamo persone libere, critiche. Adesso invece siamo quelli dei direttori, praticamente nominati, ratificati dalla rete»), per Luigi Di Maio («Son diventati di moda i lobbisti e gli incontri bilaterali, al posto degli streaming») e per Virginia Raggi («Cosa sarebbe successo se io avessi nominato uno con la tessera del Pd come assessore oppure uno che ha lavorato con Iren. Siamo stati messi in croce per molto meno»). Ma Pizzarotti è alla Casaleggio e a Beppe Grillo che dedica le migliori stoccate. «Lascio il Movimento e faccio un favore al garante», è la battuta, «che ancora una volta potrà non decidere». In realtà Pizzarotti più che un favore, ha anticipato Grillo, immaginando scontata la sua espulsione una volta che gli attivisti avranno finito di votare sulla modifica dello statuto e del regolamento del Movimento. La votazione sulla piattaforma Rousseau è aperta fino al 26 ottobre, e Pizzarotti ha giocato di anticipo. Senza svelare troppo del suo futuro.

«Non abbiamo ancora deciso se ci candideremo», dice sul suo eventuale secondo mandato a Parma, chiarendo così che il gruppo consiliare, che gli assicura ancora la maggioranza, non lo seguirà subito nell’addio al Movimento. È il primo caso, dunque, di un gruppo di 5 stelle che sosterrà un sindaco non del Movimento: «Sono io il sospeso, sono il che lascio», dice Pizzarotti. Che non spiega quindi se farà una lista civica – ma la farà – e si prende del tempo solo per smentire le voci («messe in giro da Roma») su una prospettiva nazionale e su un accordo già chiuso con il Pd. È semmai alla sinistra e a alcuni ex dem che guarda Pizzarotti, da tempo in linea con Pippo Civati, ad esempio. Pizzarotti non per nulla dice che il Movimento 5 stelle sbaglia nel non volersi alleare con nessuno: «Quando noi pensiamo a un governo 5 stelle e poi parliamo di non dialogare con nessuno, diciamo una cosa che non ha senso. Perché bisogna includere, dialogare, allargare, un po’ come facevano le prime liste civiche 5 stelle».

L’uscita del sindaco di Parma arriva così mentre Davide Casaleggio e Beppe Grillo sono ancora a Roma per una serie di riunioni sulle continue tensioni nel movimento. Tensioni non solo legate alla vicenda romana, che comunque tiene banco, con il cerchio che si stringe su Paola Muraro – per il proseguire dell’inchiesta – e sulle due nuove nomine, soprattutto quella del fedelissimo Mazzillo. Grillo schiva i giornalisti e dice «è una bella giornata, lasciatemi passeggiare in pace». In realtà a Roma piove.

M5S, trasparenza impone di prevenire domande e critiche

di Peter Gomez – Il Fatto Quotidiano, 03/09/2016

 

Triskel182

È il caso che Virginia Raggi e il Movimento 5 Stelle di Roma si ricordino in fretta il motivo per cui hanno vinto. I tanti elettori che li hanno votati non erano solo nauseati dall’operato delle precedenti giunte di destra e di sinistra. Dai pentastellati i cittadini si aspettavano, e ancora si aspettano, un deciso cambio di registro rispetto alle logiche di potere che da sempre governano i partiti. Pretendevano, e pretendono, scelte cristalline da parte dell’amministrazione, fatte nella convinzione di favorire l’interesse generale e non questa o quella corrente del Movimento.

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