mafia

“Hanno distrutto un mondo”

segnalato da Barbara G.

25 anni fa la strage di Capaci, l’agente sopravvissuto: “Hanno distrutto un mondo”

di Paolo Borrometi – antimafiaduemila.com, 22/05/2017

Per distruggere una persona hanno distrutto un mondo. Ricordo che Falcone scendendo dall’aereo aveva in mano una valigetta, ma di quella valigetta non si parla mai e non verra’ piu’ trovata. Lui era solito tornare con quella valigetta, di cui fara’ menzione anche l’autista giudiziario, Costanza. Dove e’ finita? Che cosa aveva dentro? Sarebbe giusto rispondere anche a questi interrogativi”. A parlare con Paolo Borrometi per l’AGI è Angelo Corbo, uno dei tre poliziotti sopravvissuti alla strage di Capaci, in cui persero la vita Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, e gli agenti di scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani.

Angelo Corbo ricorda quel 23 maggio come “una giornata splendida. La classica giornata di una terra baciata dal sole e cullata dal mare. Quel giorno ero euforico. Avevo giocato al Totocalcio e avevo detto ad Antonio Montinaro, che mi chiedeva il perche’ della mia insolita euforia, che ero sicuro di fare il 13 che avrebbe cambiato la mia vita. Questa affermazione mi pesa ancora oggi, mi pesera’ finche’ la morte non mi chiamera’”.

Giovanni Falcone con la moglie, la dottoressa Morvillo, scese dall’aereo e si mise alla guida della croma, con l’autista giudiziario, Giuseppe Costanza, seduto dietro. Noi pensavamo gia’ alla giornata dell’indomani. All’improvviso, pero’, cambiò tutto. Ricordo le parole del caposcorta di quel giorno, Gaspare Cervello, che disse ‘cazzo, perchè rallenta cosi’ tanto?’. Poi sentii un fortissimo boato, la sensazione di volare e sbattere all’interno della croma. E massi, tanti massi, che ci cadevano addosso. Scendemmo subito dalla macchina – racconta Angelo Corbo – e davanti a noi quella che doveva essere l’autostrada era diventata un paesaggio lunare.

Quell’aria splendida, celeste, di quella giornata era diventata marrone. Vedevo il mio sangue che colava e all’improvviso la macchina di Falcone a metà. Ci avvicinammo a quella macchina e, insanguinati e con diverse fratture (io il naso rotto, il collega il braccio), riprendemmo il nostro lavoro: proteggere il giudice Falcone. Pur con la consapevolezza che non potevamo piu’ difendere nessuno, per le condizioni in cui ci trovavamo. Sapevamo che loro non avrebbero lasciato incompiuta l’opera, ci aspettavamo che scendessero in campo per finirci. Falcone era ancora vivo, ricorderò per sempre che si girò verso di noi e ci guardò con gli occhi imploranti. Noi eravamo li’, non riuscivamo ad aprire la macchina, così ci rimase solo di fare scudo”. Corbo sapeva sin da giovane quanto la mafia fosse feroce, lo capi’ quando il 7 ottobre 1986 Claudio Domino, suo compagno di giochi, “venne freddato con un colpo alla testa, alla tenera eta’ di 11 anni”. Ed e’ anche per questo motivo che Angelo Corbo decise di entrare in Polizia. “Dopo due anni, nel 1990, venni chiamato dal capo della Mobile, La Barbera, mi disse che dovevo far parte della scorta di Falcone per una ventina di giorni. Da allora passarono quasi tre anni fino a quelle 17:58 del maledetto 23 maggio 1993”.

Corbo lascia scorrere i suoi dolorosi ricordi e racconta che da quel giorno sono stati diversi i tentativi di diminuire il livello di sicurezza del giudice e della sua scorta: “All’inizio avevamo a disposizione 21 uomini, fucili a pompa, auto blindate, radio specializzate e un elicottero che ci sorvolava sulla testa, ci ritrovammo nel ’92 con appena 12 uomini”. Inoltre “a volte ci levavano le pettorine e spesso anche le macchine blindate”. “Avevo la consapevolezza di essere impreparato, non avevo fatto nessun corso scorte ma avevo l’orgoglio di scortare Falcone”. Il lavoro con il giudice, rivela Corbo all’AGI, “era molto difficile. Stavamo con lui 20 ore al giorno, perchè lavorava dalle 7 del mattino alle 10 di sera. Non permetteva un rapporto di amicizia fra lui e noi. Era una persona meravigliosamente professionale e pretendeva un’enorme professionalità da noi che lo dovevamo proteggere”.

Fra i ricordi piu’ belli per il poliziotto c’e’ l’intesa fra Falcone e la moglie. “In quei due anni e mezzo ricordo il loro rapporto come dolcissimo. Ricordo i loro sorrisi, la loro complicità, erano una coppia molto affiatata, sembravano un’unica persona e sono sicuro che, come hanno vissuto insieme, avrebbero voluto rimanere insieme anche nella morte. Diciamocelo, separarli oggi è stata una bastardata”.

Corbo prosegue con amarezza il racconto di un sopravvissuto, dando la sensazione che si senta addosso la responsabilita’ del non essere morto, anche lui, quel 23 maggio a Capaci. “L’essere sopravvissuti è stata una colpa. Sappiamo tutti quanti che per lo Stato fa più piacere che, in casi del genere, non ci siano sopravvissuti, testimoni. Sembra quasi che lo Stato e le istituzioni vogliano nascondere di aver sbagliato, perchè se noi siamo rimasti vivi hanno sbagliato. Il problema, comunque, è che noi ci sentiamo in colpa perchè siamo vivi, mentre i nostri colleghi e la persona che dovevamo proteggere sono morti”. Da allora per loro, sopravvissuti, solo “dimenticanze”. “Mai invitati e anche quest’anno, a 25 anni da Capaci, nessuno di noi ha ricevuto una telefonata per chiederci di partecipare a quelle che definiamo le ‘Falconiadi’, delle vere e proprie sfilate”.

Angelo Corbo non è tenero neanche con Maria Falcone, sorella di Giovanni: “Di noi non le è mai fregato nulla. Non si è mai degnata di considerarci, e dire che siamo state le ultime persone che hanno visto in vita il fratello. E’ giusto che lei faccia di tutto per ricordare il fratello, ma dovremmo avere sempre presente che all’epoca fu abbandonato da tutti. Non potrò mai scordare come in quegli anni il dottor Falcone venne denigrato e ostacolato in tutto, perchè era diventato un personaggio scomodo: veniva trattato come una pezza da piedi. Oggi, invece, viene celebrato da persone che amici suoi sicuramente non lo erano e anche lei, Maria Falconespiega Corbo -, oggi ha accanto persone che tutto erano fuorche’ amici del dottore”.

Angelo Corbo oggi è “molto diverso dalle 17:58 di quel 23 maggio. Ho avuto bisogno, ma nessuno ha mai alzato un dito, nessuno mi ha mai aiutato”. Infine un sogno, lo stesso di padre in figlio: “Manuel, mio figlio, sogna di diventare poliziotto, nonostante tutto. Io, da padre, sono orgoglioso – conclude -, ma purtroppo sta prendendo molte porte in faccia: sta pagando l’essere figlio mio”.

Le fobie utili

segnalato da Barbara G.

Islamofobi, perché non mafiofobi o corruttofobi?

di Giulio Cavalli – left.it, 01/08/2016

Pensa se si trovasse la molla, il dado e la chiave giusta per indirizzare gli istinti più bassi; se si riuscisse a sollevare con le mani le paure più ancestrali e mirarle come se fossero una fionda. Pensa se i soffiatori di paure scegliessero una settimana di servizio civile abbandonando la turpe propaganda per sconvolgere l’agenda delle fobie. Come se da stamattina in Italia fossimo tutti mafiofobi, una cosa così.

Immaginate una rassegna stampa mattutina in cui alla signora della strada si chiede con insistenza se non ha paura per i propri figli e i propri nipoti di una mafia che si infiltra dappertutto, travestita da brava persona, arrivando a danneggiare chiunque senza preavviso e portando violenza come da giuramento in nome di dio o qualche santo (San Michele Arcangelo, ad esempio, nel caso della ‘ndrangheta). Immaginate la signora che risponde ripresa al tg della sera e elenca tutte le proprie insicurezze dicendo che no, che non si può fare i buonisti con questa gente, con Cosa Nostra o ‘ndrangheta o camorra, che se li prendano in casa loro, i buonisti, che siano i buonisti ad ospitare i parenti di Riina, Provenzano, Dell’Utri o Cosentino.

Oppure figuratevi un Paese in cui tutti camminino torvi con il sospetto di avere un corrotto o un corruttore nella stessa carrozza dell’affollatissima metropolitana: gente che tende l’orecchio per carpire dal vicino qualche indicibile accordo che attenti alla sicurezza e all’economia nazionale. Un clima di sospetto per cui viene chiesto a chiunque sia classe dirigente di lavare i piedi ai cittadini sotto un’orda di flash per lanciare un segnale. Immaginate l’Europa che chieda alla Turchia di allestire campi profughi per mafiosi, truffatori e corruttori, con Salvini che prefigura la ruspa sull’archivio di Andreotti, sull’ufficio di Verdini, sulla cella di Riina, per le filiali di Banca Etruria, sugli accordi loschi di Finmeccanica; ruspe sui figli di Bossi, ronde per chiedere i conti di Expo o irruzioni durante riunioni di massoneria.

Immaginate, per un secondo soltanto, se questo diventasse un Paese capace di essere prepotente contro i prepotenti piuttosto che essere forte con i deboli e debole con i forti. Ci sarebbe da ridere, a vederne l’imbarazzo.

 

La nuova Cupola

segnalato da Andrea

Roberto Scarpinato: “La nuova Cupola ora colonizza l’economia legale”

Per il procuratore c’è stato un salto di qualità. Prevale un network criminale che offre sul mercato i suoi servizi.

di Attilio Bolzoni – Repubblica.it, 28 febbraio 2016

PALERMO. Cosa è la mafia oggi? “Non ce n’è una sola. C’è una mafia popolare che è in crisi, ce n’è un’altra che offre sul libero mercato beni e servizi illegali per i quali vi è una domanda di massa, poi c’è un’aristocrazia mafiosa che ha fatto un salto in circoli ristretti che gestiscono legalmente grandi affari”.
Procuratore Roberto Scarpinato, cominciamo dalla mafia che ha fatto il salto.
“Anche nel mondo mafioso c’è stata una selezione della specie. Solo alcune élite criminali partecipano al gioco grande del potere, dove a livello apicale gestiscono le leve della residua spesa pubblica e dei business che richiedono competenze complesse multilivello: dal settore dell’energia a quello delle privatizzazioni. Da anni uso la denominazione “sistemi criminali”, network nei quali esponenti di mondi diversi mettono in comune risorse di potere politico ed economico – e se occorre anche militare – per colonizzare interi comparti economici o territoriali”.
Una mafia lontana da quella che abbiamo conosciuto.
“Non si può capire che cosa è oggi la mafia se si continua a guardarla con gli occhi della Prima Repubblica e con un’ottica regionalistica. Tutti i paradigmi del passato stanno diventando obsoleti, perché è completamente mutato lo scenario socio-economico nel quale le mafie operano e di cui sono una componente organica”.
Mondo legale e mondo illegale che si avvicinano sempre di più confondendosi?
“È dal 2014 che l’Unione Europea ha stabilito che, per calcolare il Pil, il prodotto interno lordo degli Stati dell’Europa, bisogna inserire anche i fatturati dello stupefacente, della prostituzione e del contrabbando. Quando calcoliamo il Pil nazionale, da due anni inseriamo per l’Italia anche i 12 miliardi di euro del fatturato degli stupefacenti e i circa 3 miliardi e mezzo di euro di quello della prostituzione”.
Quali sono le cause che hanno portato grandi cambiamenti nel mondo criminale?
“Nella prima Repubblica la politica governava l’economia, la spesa pubblica era una risorsa potenzialmente illimitata e il Paese aveva ancora la sovranità monetaria. Da qui, derivava una determinata tipologia di rapporti di scambio e di convivenza tra mafia- politica- economia. La mafia offriva il suo sostegno elettorale ai partiti governativi che, in cambio, garantivano la compartecipazione alla spartizione della spesa pubblica e protezioni per il rischio penale derivante dall’attività predatoria sui territori. Il rapporto era “democratico”, nel senso che qualsiasi mafioso di medio livello poteva interfacciarsi con politici e amministratori locali che gestivano in autonomia la spesa pubblica”.
E oggi invece?
“Oggi è l’economia che governa la politica, i centri decisionali si sono verticalizzati e spesso sono sovranazionali, la spesa pubblica è divenuta una risorsa strutturalmente contingentata perché, con l’euro, il Paese ha perduto la sovranità monetaria. Gli appalti pubblici si sono ridotti in percentuali elevatissime. Tutto ciò sta scardinando la tipologia di rapporti preesistenti con la mafia. I mediatori politici hanno sempre meno da offrire in cambio”.
E la mafia come sopravvive a questa crisi profonda?
“Dalle intercettazioni emerge la difficoltà dei mafiosi popolari persino di garantire le spese per il mantenimento delle famiglie dei carcerati e per quelle legali. Le attività criminali predatorie tradizionali proseguono per forza d’inerzia su territori sempre più impoveriti”.
Altre associazioni criminali in questi anni si sono organizzate diversamente, la camorra e la ‘ndrangheta per esempio.
“In Sicilia ancora esiste una struttura mafiosa che tiene l’ordine, anche se in alcune zone si sta sfilacciando. In Campania, dove quella struttura d’ordine non esiste, i vuoti di potere determinati dagli arresti hanno scatenato una guerra per bande. Interi quartieri di Napoli, come le favelas sudamericane, sono isole di un’economia criminale della sussistenza che coinvolge migliaia di nuclei familiari”.
Poi c’è la mafia che ha invaso le regioni da Roma in su.
“Lì operano componenti evolute delle mafie – soprattutto la ‘ndrangheta quelle che non solo si sono de-localizzate ma si sono anche internazionalizzate. È la mafia mercatista, che cavalca la logica del mercato. Offre quello che chiedono migliaia di persone normali: stupefacenti, prostitute, falsi griffati. E ci sono anche tantissimi imprenditori ai quali queste mafie offrono servizi che abbattono i costi o incrementano i profitti, come lo smaltimento illegale di rifiuti o la fornitura di manodopera sottopagata o schiavizzata. Questa è la cosiddetta mafia silenziosa che con i territori non ha un rapporto aggressivo ma collusivo. La violenza viene utilizzata solo se è indispensabile. È uno spaccato che emerge da tante inchieste, come quella recente sulla colonizzazione mafiosa di intere aree dell’Emilia Romagna”.
Uno scenario cupo.
“È solo il più visibile. Poi ve n’è un altro più sofisticato, trasversale ai territori, prodotto dalla trasformazione strutturale del modo di essere del potere nella società. Dopo la chiusura della parentesi democratica del Novecento, che aveva redistribuito ricchezza e potere, è in corso un ritorno alla società delle élite che concentra ricchezza nel 10% della popolazione. Questo fenomeno attraversa anche il mondo criminale. Il ceto medio delle mafie tradizionali sta subendo la stessa parabola discendente del ceto medio legale. La “democrazia” è finita anche dentro la mafia”.
Chi è aristocrazia mafiosa in Sicilia?
“Matteo Messina Denaro”.
Come si fronteggiano queste élite criminali?
“Le categorie penali del concorso esterno e dell’associazione mafiosa mostrano la corda. Non si sa più se si tratti di concorso esterno di colletti bianchi negli affari delle mafie o, viceversa, di concorso di aristocrazie mafiose negli affari loschi di strutture criminali che la stampa definisce cricche, comitati d’affari, P3 o P4. Per fronteggiare il nuovo che avanza serve un salto culturale, come quello compiuto da Falcone 30 e passa anni fa, quando mostrò al Paese la realtà della mafia della Prima Repubblica”.

Quella convergenza di interessi tra stato e anti stato

Triskel182

Qui

Martedì scorso Rai Storia ha trasmesso un documentario sulla vita del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa: attraverso i ricordi personali, figli e le persone con cui ha lavorato, raccontavano alla nipote Dora chi era stato suo nonno.
Così ho avuto modo di scoprire come l’allora colonnello Dalla Chiesa, tornato a Palermo a fine anni 60, avesse già chiara la trasformazione in atto all’interno della mafia.
Si era alla fine della prima guerra di mafia, dove la faida tra le famiglie era scoppiata per gli appalti nell’edilizia pubblica.

Dalla Chiesa e i suoi collaboratori avevamo completato una mappatura di chi comandava a Palermo e in Sicilia.
Quali fossero i rapporto, gli interessi e i legami con la politica: di tutto questo parlò di fronte alla Commissione parlamentare Antimafia.

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Chissà perché han silurato Ultimo…

Segnalato da transiberiana9

NOE, ESAUTORATO DAL COMANDO IL CAPITANO ULTIMO. COORDINAVA INDAGINI SU MAFIA, POLITICA E COOP.

La comunicazione del generale Del Sette all’ufficiale che arrestò Riina e coordinava le inchieste del Noe: niente più funzioni di polizia giudiziaria. Salta il 4 agosto dopo l’intercettazione Adinolfi (Gdf)-Renzi pubblicata il 10 luglio

Di Pino Corrias – ilfattoquotidiano.it, 21/08/2015

Astutamente nascosta nelle pieghe più calde dell’estate una lettera del Comando generale dei carabinieri datata 4 agosto spazza via il colonnello Sergio De Caprio, nome in codice Ultimo, dalla guida operativa dei suoi duecento uomini del Noe, addestrati a perseguire reati ambientali, ma anche straordinari segugi capaci di scovare tangenti, abusi, traffici di denari e di influenza. Uomini che stanno nel cuore delle più clamorose inchieste di questi ultimi anni sull’eterna sciagura italiana, la corruzione.

La lettera che liquida Ultimo è perentoria. La firma il generale Tullio Del Sette, il numero uno dell’Arma. Stabilisce che da metà agosto il colonnello De Caprio non svolgerà più funzioni di polizia giudiziaria, manterrà il grado di vicecomandante del Noe, ma senza compiti operativi. Motivo? Non specificato, normale avvicendamento. Anzi: “Cambiamento strategico nell’organizzazione dei reparti”. Cioè? Frazionare quello che fino ad ora era unificato: il comando delle operazioni.

Curiosa l’urgenza. Curioso il metodo. Curioso il momento, vista la quantità di scandali e corruzioni che il persino presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha definito “il germe distruttivo della società civile”.

Scontata la reazione di De Caprio che in data 18 agosto, prende commiato dai suoi reparti con una lettera avvelenata contro i “servi sciocchi” che abusando “delle attribuzioni conferite” prevaricano “e calpestano le persone che avrebbero il dovere di aiutare e sostenere”. Lettera destinata non a chiudere il caso, ma a spalancarlo in pubblico.

Eventualità non nuova nella storia dell’ex capitano Ultimo, quasi mai in sintonia con le alte gerarchie dell’Arma che non lo hanno mai amato. Colpa del suo spirito indipendente, della sua velocità all’iniziativa individuale. Di quella permanente difesa dei suoi uomini e dei suoi metodi di indagine da entrare in collisione con i doveri dell’obbedienza e della disciplina. Già in altre occasioni hanno provato a trasformarlo in un ingranaggio che gira a vuoto. Fin dai tempi remoti dell’arresto di Totò Riina – gennaio 1993 – che gli valse non una medaglia, ma la condanna a morte di Cosa nostra, poi un ordine di servizio che lo estrometteva dai Reparti operativi, poi un processo per “la mancata perquisizione del covo” da cui uscì assolto insieme con il suo comandante di allora, il generale Mario Mori. Per non dire di quando provarono a metterlo al caldo tra i banchi della Scuola ufficiali, a privarlo della scorta – anno 2009 – riassegnatagli dopo la rivolta dei suoi uomini che si erano raddoppiati i turni per proteggerlo.

Ripescato dal ministero dell’Ambiente, messo a capo del Noe, Sergio De Caprio ha trasformato i Nuclei operativi ecologici a sua immagine, macinando indagini, rivelazioni. Oltre a molti e sorprendenti arresti, da quelli di Finmeccanica ai più recenti per gli appalti de L’Aquila.

L’elenco è lungo come un film. Si comincia dai conti di Francesco Belsito, quello degli investimenti della Lega Nord in Tanzania e dei diamanti, il tesoriere del Carroccio che a forza di dissipare milioni di euro come spiccioli, ha liquidato l’intero cerchio magico di Umberto Bossi. Poi Finmeccanica. Con il clamoroso arresto di Giuseppe Orsi, l’amministratore delegato del gruppo e di Bruno Spagnolini di Agusta, indagati per una tangente di 51 milioni di euro pagata a politici indiani per una commessa di 12 elicotteri. E ancora. L’arresto di Luigi Bisignani indagato per i suoi traffici di informazioni segrete e appalti per la P4, coinvolti gli gnomi della finanza e della politica, spioni, e quel capolavoro di Alfonso Papa, deputato Pdl, che aveva un debole per i Rolex rubati.

Poi le ore di confessioni di Ettore Gotti Tedeschi il potente banchiere dello Ior, interrogato sulle operazioni più riservate della banca vaticana dietro le quali i magistrati ipotizzavano il reato di riciclaggio. Le indagini sul tesoro di Massimo Ciancimino seguito fino in Romania; quelle su una banda di narcotrafficanti a Pescara, e persino quelle recentissime su Roberto Maroni, il presidente di Regione Lombardia, accusato di abuso di ufficio per aver fatto assumere due sue collaboratrici grazie a un concorso appositamente truccato. Per finire con le inchieste sulla Cpl Concordia, la ricca cooperativa rossa che incassava appalti in mezza Italia, distribuiva consulenze, teneva in conto spese il sindaco pd di Ischia, Giosi Ferrandino, e per sovrappiù comprava vino e libri da un amico speciale, l’ex presidente del Consiglio Massimo D’Alema. Inchieste in cui compaiono anche due sensibilissime intercettazioni, tutte pubblicate in esclusiva dal Fatto lo scorso 10 luglio.

La prima – 11 gennaio 2014 – è quella tra Renzi e il generale della Gdf Adinolfi, nella quali l’allora soltanto leader del Pd svelava l’intenzione di fare le scarpe a Enrico Letta per spodestarlo da Palazzo Chigi. La seconda – 5 febbraio 2014 – è quella relativa a un pranzo tra lo stesso Adinolfi, Nardella (allora vicesindaco di Firenze), Maurizio Casasco (presidente dei medici sportivi) e Vincenzo Fortunato (il superburocrate già capo di gabinetto del ministero dell’economia) in cui si faceva riferimento a ricatti attorno al presidente Napolitano per i presunti “altarini” del figlio Giulio. Tutto vanificato ora per il “cambiamento strategico nell’organizzazione dei reparti”. Motivazione d’alta sintassi burocratica che a stento coprirà gli applausi della variopinta folla degli indagati (di destra, di centro, di sinistra) e la loro gratitudine per questa inaspettata via d’uscita che riapre le loro carriere, mentre chiude quella di Sergio De Caprio.

Eventualità non del tutto scontata, visto il malumore che in queste ore serpeggia dentro l’Arma, e vista la reazione (furente e non del tutto silenziosa) dell’interessato che trapela dalla lettera inviata ai suoi uomini, una dichiarazione di guerra, travestita da addio.

Il male italiano

Segnalato da barbarasiberiana

CORRUZIONE, IL “MALE ITALIANO”. ECCO LA RIVOLUZIONE CULTURALE DI RAFFAELE CANTONE

Nel libro-intervista con il giornalista dell’Espresso Gianluca Di Feo, il presidente dell’Anac spiega che la mazzetta è solo l’ultimo tassello – neppure sempre necessario – del “complesso sistema del malaffare italiano”. Ed elenca le aree grigie, dalle fondazioni dei politici alle società miste, dove è necessario intervenire. Ma avverte che le leggi e la repressione non bastano. Come per la lotta alla mafia.

Di Mario Portanova, ilfattoquotidiano.it, 04/04/2015

Per capire meglio il fenomeno della corruzione in Italia basta andare a pagina 148 del libro di Raffaele Cantone e Gianluca Di Feo, “Il Male Italiano”, appena pubblicato da Rizzoli. Il presidente dell’Anticorruzione (Anac) racconta al giornalista dell’Espresso che all’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici “abbiamo trovato dirigenti alla guida di uffici con un solo dipendente”; “su un organico di 333 persone i dirigenti erano 48, più altri cinque a contratto annuale”; “senza contare che lo staff del presidente e dei consiglieri era composto da ben venti addetti e che ogni consigliere aveva preso dall’esterno, con contratto a tempo determinato, una persona di fiducia”. Nessuna mazzetta, per carità, ma se questo era l’andazzo nell’organismo che doveva assicurare la correttezza della gare d’appalto, il resto viene da sé. “Erano sprechi e spese inutili che abbiamo prontamente eliminato”, spiega Cantone (l’autorità di vigilanza è in corso di assorbimento da parte dell’Anac).

Il momento in cui si compie il reato di corruzione – è questo il cuore del Cantone pensiero nell’intervista a Di Feo – è solo l’ultimo passaggio di un effetto cascata che parte dal “complesso sistema del malaffare italiano”: clientelismo politico, cricche, mancanza di trasparenza e di controlli, e più in generale da un clima culturale che accetta il sistema delle mazzette, il “così fan tutti” condiviso da poltici, burocrati, imprenditori, manager. Come dimostrano le carte di Expo, Mose, Mafia capitale e altre inchieste, ampiamente citate nel libro.

La mafia non si combatte solo con la polizia e i tribunali, ma anche con la mobilitazione pubblica, insegnavano Falcone, Borsellino, Dalla Chiesa… Su quell’onda è nato in Italia un ampio movimento antimafia, che negli ultimi anni si è esteso al Nord, toccato dalle inchieste sulla ‘ndrangheta. Con la corruzione sta succedendo qualcosa di simile. Nel libro, Cantone rivendica – anche di fronte alle critiche dei colleghi, proprio come Falcone e Borsellino – la scelta di scrivere libri e andare “a parlare di legalità nei convegni o nelle scuole”. Perché oltre alla repressione e alla prevenzione, sottolinea, “è indispensabile una presa di coscienza della pericolosità del male, del danno che crea a tutti i cittadini, una vera rivoluzione culturale“.

Non a caso Cantone, che di questa nascente rivoluzione culturale è oggettivamente un simbolo – vedremo chi sarà il primo ad accusarlo di “protagonismo” – proviene dalla trincea dell’antimafia, in particolare contro la camorra casalese. E non a caso una delle prime campagne anticorruzione in Italia, Riparte il futuro, è stata lanciata da Libera, la rete antimafia fondata da don Ciotti. Perché, si chiede il magistrato, abbiamo una legislazione esemplare contro la criminalità organizzata e fatichiamo così tanto a fare lo stesso contro “il” male italiano?

Forse qualcosa sta cambiando se nei vent’anni successivi all’avvio dell’inchiesta Mani pulite la politica ha fatto leggi studiate per ostacolare le indagini e i processi anticorruzione – Cantone e Di Feo citano in particolare la ex Cirielli sulla prescrizione, ma non solo – mentre in questi giorni il Senato ha dato il via libera – pur fra palesi mal di pancia – a una legge che prevede aumenti di pena e ripristina il falso in bilancio.

Non serve arrivare all’inchiesta penale (o addirittura alla sentenza di Cassazione, come sentiamo ripetere nei talk show) per cogliere e denunciare il malaffare. In Italia le opere pubbliche costano circa il 40% in più del dovuto, afferma Cantone citando uno studio, “una mega tassa per tutti i cittadini”. Esempi, la metropolitana C di Roma, il cui costo è “già aumentato di 700 milioni di euro”, e l’Alta velocità ferroviaria tra Brescia e Verona “arrivata alla cifra mostruosa di 70 milioni per chilometro”. E persino quando le inchieste giudiziarie ci sono, i funzionari dell’Anac – l’autorità ha potere di commissariare singoli appalti viziati da illeciti – sono accolti come rompiscatole, racconta il magistrato  proposito del caso Expo. Poi ci sono “le persone già giudicate colpevoli che restano al loro posto nei partiti, nelle aziende e persino nella pubblica amministrazione”; i “processi contro i colletti bianchi che si prolungano all’infinito”; il “buio assoluto” sulle fondazioni create dagli uomini di partito; le società miste, “ibridi” che con la scusa del “mercato” fanno il possibile per sfuggire ai controlli previsti per il pubbico. Tutto a norma di (o in assenza di) legge, tutti potenziali tasselli del “complesso sistema del malaffare”.

Matteo Renzi porta come un fiore all’occhiello la nomina di Cantone alla presidenza dell’Anac. Il racconto di come è nata – esilarante, in certi passaggi – la dice però lunga su come la “nuova” politica approcci il problema. In sintesi, racconta Cantone, succede così. Una sera l’allora premier Enrico Letta è ospite da Fabio Fazio a Che tempo che fa, su Raitre, e lo scrittore Roberto Saviano gli rimprovera di aver fatto poco o nulla contro la mafia. Letta sfodera l’asso nella manica: Raffaele Cantone, il noto magistrato anticamorra, e Nicola  Gratteri, collega impegnato sul fronte della ‘ndrangheta, si occuperanno di criminalità organizzata per conto del governo. Peccato che Cantone, in quel momento allo stadio con il figlio ad assistere a Napoli-Inter, non ne sappia assolutamente nulla. Apprenderà poi che si era trattato di un’uscita “estemporanea” di Letta di fronte all’attacco di Saviano. La commissione, almeno, partirà davvero. Tempo dopo, sulla poltrona di Fazio si trova il neopremier Renzi. Anche in questo caso, criticato su legalità e lotta alla mafia, Renzi annuncia di voler rivivificare l’Anac e di volerla affidare a Cantone. Il quale, tanto per cambiare, non ne sa nulla. Ma almeno questa volta è davanti alla tv e può scrivere un sms al premier, che aveva incontrato in precedenza in occasioni pubbliche: “Scusa, ma di che si tratta?”.

“Il male italiano. Liberarsi della corruzione per cambiare il Paese”, di Raffaele Cantone e Gianluca Di Feo (Rizzoli, 195 pagine, euro 17,50)

La mafia uccide, il silenzio pure

Segnalato da barbarasiberiana

LICEO GALILEI, PRESIDE FERMA IL MURALES CON IMPASTATO. STUDENTI PROTESTANO: “IL SILENZIO LO UCCIDE DI NUOVO”

Di Luisa Santangelo – meridionews.it, 28/03/2015

Prima hanno dovuto togliere il volto di Peppino. Poi è stato chiesto loro di cambiare la frase, «troppo forte» per stare sul muro esterno dell’istituto, che si trova al villaggio Dusmet. «Alla fine ci hanno detto: “Fatelo da un’altra parte”», racconta un giovane promotore. Il caso arriverà presto in consiglio comunale.

«Senza mezze parole: ci sentiamo presi in giro. Intorno alla nostra proposta si è generato un muro di imbarazzante silenzio che sta uccidendo di nuovo Peppino Impastato e i suoi ideali». Gli studenti del liceo Galileo Galilei aspettano il della preside, la professoressa Gabriella Chisari, da mesi. Vogliono realizzare, sul muro esterno del loro istituto, un murales con il volto di Peppino Impastato, il giornalista e attivista di Cinisi ucciso dalla mafia il 9 maggio 1978. Accanto al volto di Peppino, la frase scritta su uno striscione e portata in corteo dai suoi compagni il giorno del suo funerale: «La mafia uccide, il silenzio pure». «Ma la dirigente ci ha detto, cito testualmente, che un volto con una citazione accanto erano un’immagine “desueta” e che quindi andava cambiata», racconta Simone Dei Pieri, 22 anni, ex rappresentante del Galilei e responsabile dell’associazione giovanile Atlas, promotrice dell’iniziativa assieme al club service Interact Catania Ovest.

Il percorso per la realizzazione del dipinto è iniziato a luglio quando Simone Dei Pieri e il giovanissimo Riccardo Foti, 16 anni, studente del Galilei e rappresentante di Interact, sono andati al Comune di Catania a presentare la loro proposta. Nel loro immaginario, il muro esterno della scuola — frequentata da entrambi, anche se in anni diversi — avrebbe dovuto mandare un forte messaggio di antimafia. A realizzarlo sarebbe stato Vincenzo Magno, giovane artista etneo, adesso studente dell’accademia di Belle arti di Bologna. La prima risposta affermativa viene dall’assessore all’Urbanistica Salvo Di Salvo: è lui a concedere la prima approvazione, vincolata all’accettazione dell’idea da parte della dirigente del liceo Galileo Galilei. È a questo punto che, quasi prima ancora di iniziare, l’iter si ferma.

«Da sempre ci occupiamo del tema della legalità e avevamo pensato a un murales a scuola per dare un segnale forte agli studenti», continua Dei Pieri. «La zona, peraltro, non è delle migliori», prosegue il giovane. È il villaggio Dusmet, nella seconda circoscrizione. Che, da San Giovanni Li Cuti e Ognina, passa per Picanello e arriva fino a oltre la circonvallazione. «Ci è stato detto — spiega — che la frase era troppo forte, che non andava bene perché troppo diretta. E poi c’era quel problema di Peppino Impastato, la sua figura non andava bene». Così hanno cambiato tutto: niente Impastato. Al suo posto, i binari della ferrovia dove è stato fatto ritrovare il suo corpo, e un uomo — con coppola e lupara — con un giornale aperto: «La mafia uccide, il silenzio pure» è scritto sulle pagine del quotidiano. Ma neanche questa opzione è stata giudicata praticabile. Allora Vincenzo Magno, che avrebbe dovuto essere l’autore del murales, ha creato un’altra bozza: di nuovo i binari, ma al posto di un solo uomo ce ne sono tre, di spalle: due giovani e un professionista in giacca. «Ma anche la terza versione è stata rigettata. A questo punto la preside ci ha chiesto di cambiare il tema. Di fare un murales più educativo», ricorda il sedicenne Riccardo Foti. «Noi ci siamo rifiutati — sostiene — L’idea era di lanciare un messaggio, cambiando tema non sarebbe più stata la stessa cosa. Così la preside ci ha risposto: “Fatelo da un’altra parte“».

Del murales antimafia Gabriella Chisari, preside del Galileo Galilei, preferirebbe non parlare. «Io non mi sono opposta — replica — Ma bisogna capire che devo discutere tutto con lo staff e trovare una soluzione condivisa. Abbiamo avviato un dialogo con uno studente, ma non siamo riusciti a trovare un punto d’incontro. Quindi la situazione è in stand-by». «Cerchiamo di fare delle cose adeguate alla scuola e al contesto in cui operiamo», conclude Chisari. «Se partiamo dall’idea che la zona, perché è difficile, è inadeguata a un messaggio antimafia stiamo proprio sbagliando tutto, stiamo proprio dimenticando il senso dell’antimafia», risponde Riccardo Foti. «Nel murales ci sarebbero stati i segni di tante mani, volevamo che fossero quelle dei ragazzi del villaggio Dusmet. Ci sarebbe piaciuto coinvolgerli all’inaugurazione. Con questo rifiuto e questo silenzio stiamo uccidendo Peppino Impastato per la seconda volta, uccidiamo la sua memoria e il suo lavoro. E senza neanche un motivo», continua lo studente. «Partire dai giovani non è importante solo a parole, è una cosa oggettiva: non cambi il modo di pensare di un cinquantenne — commenta il giovane — Puoi cambiare, invece, il modo di pensare di un ragazzo come me, che a sedici anni ha ancora tutto da imparare. Che poi è quello che ha fatto Peppino, no? Ha costruito il suo pensiero e le sue battaglie da giovanissimo, ha vissuto la sua vita rinnegando il mondo in cui era cresciuto».

Il caso del murales negato arriverà martedì in consiglio comunale. A portarcelo il consigliere Agatino Lanzafame, che ha seguito gli studenti sin dalle fasi iniziali di progettazione del dipinto: «È sconcertante che, di fronte a un’iniziativa che tiene viva la memoria, qualcuno si preoccupi del contesto e della forma», si accalora Lanzafame. Che annuncia un intervento direttamente a Palazzo degli elefanti: «Farò un’interrogazione per chiedere all’amministrazione di intervenire con forza, perché quel murales va fatto. E senza tentennamenti. Non voglio risposte da burocrati, né rimpalli di responsabilità. Quei ragazzi si sono impegnati su un argomento che avrebbe dovuto raccogliere il plauso di tutti. Certi no, invece, non fanno altro che mettere distanza».

QUI i bozzetti per il murales

A chi interessa eliminare il giudice Nino Di Matteo?

segnalato da barbarasiberiana

http://temi.repubblica.it/micromega-online/a-chi-interessa-eliminare-il-giudice-nino-di-matteo/

di Salvatore Borsellino, da 19luglio1992.com

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Ancora una volta giungono notizie di morte. Ancora una volta, come 22 anni fa, giungono notizie di carichi di tritolo preparati a Palermo per l’assassinio di un giudice. Ancora una volta si moltiplicano da parte delle istituzioni i messaggi di solidarietà in attesa di poterli sostituire con messaggi di cordoglio, in attesa di intervenire ai funerali di Stato per verificare che, ancora una volta, un magistrato che ha osato toccare quei livelli di potere che non devono essere nemmeno sfiorati sia stato chiuso dentro una bara ed il caso possa essere finalmente archiviato. Poi si provvederà a celebrarlo come l’ennesimo eroe, a travisarne le parole, ad intervistarne i familiari, a conferire medaglie d’oro e distribuire onorificenze, sempre che questi siano disponibili ad interpretare convenientemente il ruolo loro assegnato, ad esibire le proprie lacrime e a comportarsi da vedove inconsolabili e da orfani affranti.

Ed intanto, per salvare le apparenze, si dichiara che il dispositivo di scorta è stato elevato al massimo livello, così sarà maggiore il numero di componenti della scorta da sacrificare insieme alla vittima predestinata ed il numero di bare da allineare nella cattedrale di Palermo, che però questa volta, ai funerali di Stato, verrà presidiata con i carri armati perché non sia turbata con aggressioni di un popolo esasperato, la parata degli avvoltoi di Stato.

Ed intanto dell’unico dispositivo che potrebbe, se non impedire, almeno rendere più difficile l’esecuzione di un eventuale attentato, il bomb-jammer, non parla più nessuno. Dopo le menzogne del ministro Alfano sulla sua “immediata disponibilità” del dispositivo per la scorta di Di Matteo e la successiva auto smentita senza vergogna da parte di chi ha ben appreso dal suo maestro l’arte della menzogna, su questo argomento è calato il silenzio. Tanto poi, come per la zona di rimozione in via D’Amelio nel 1992, si dirà che il decreto era già nel cassetto di qualche funzionario dello Stato che verrà rimosso promuovendolo ad un incarico più elevato.

Ma una domanda non posso evitare di pormi. A chi interessa eliminare Di Matteo? Non alla mafia, non a Totò Riina che dall’accertamento dell’esistenza di una trattativa stato-mafia non può altro che vedere elevare il suo status da sanguinario capo della mafia al livello di un capo si Stato con cui lo Stato italiano ha accettato di venire a patti, non alla cupola mafiosa, elevata dalla trattativa alla dignità del governo di uno stato parallelo con cui trattare alla pari, se non in stato di inferiorità per l’incombente ricatto delle stragi usate per alzare il prezzo della trattativa stessa.

A chi può interessare se non a chi ha mantenuto per anni una scellerata congiura del silenzio su degli “indicibili accordi” che oggi, giorno dopo giorno, grazie proprio all’opera di Di Matteo e del pool di Palermo, continuano a venire alla luce? Nonostante il silenzio di chi, in una stanza del Quirinale trasformata in un’Aula di Giustizia, di questo silenzio ha scelto di continuare ad essere il garante.

Sabato 15 novembre, le iniziative a sostegno
di Nino Di Matteo

di Movimento Agende Rosse

In seguito alle allarmanti notizie di stampa secondo cui sarebbero già “in fase avanzata i preparativi per un attentato al pm della trattativa Stato-mafia Nino Di Matteo”, il Movimento Agende Rosse, in collaborazione con il coordinamento di cittadini e associazioni “Scorta Civica”, si mobilità con una serie di sit-in/flash-mob in tutta Italia sabato 15 Novembre.

Scopo della iniziativa è incoraggiare i magistrati di Palermo e chiedere al Ministro dell’Interno Angelino Alfano quali ulteriori misure intenda adottare per garantire la loro sicurezza, oltre a dare seguito alla mai realizzata promessa di dotare la scorta del PM Di Matteo del dispositivo bomb-jammer.

Di seguito l’elenco in aggiornamento (ore 16.55 del 13/11) delle città in cui è programmata l’iniziativa nella giornata di sabato 15 novembre:

Palermo (con la partecipazione del gruppo Agende Rosse Trapani) 9.30 Piazza Croci, da dove ci si muoverà per raggiungere il Palazzo di Giustizia.
Udine 10.00 piazza Libertà
Venezia 9.30 al Ponte della Costituzione a P.le Roma a Venezia
Torino 16.30 piazza Castello – Prefettura
Milano (con la partecipazione del gruppo Agende Rosse Bergamo) 15.00 Segrate, al Centro Verdi, via XXV Aprile ore 16.00
Varese 14.30 Piazza Monte Grappa (con la collaborazione di Libera Varese)
Reggio Emilia 15.00 Piazza Martiri del 7 Luglio
Bologna 10.00 Piazza Minghetti
Modena 18.00 Piazza Grande
Roma Lunedì 17 16.00 vicino la prefettura (ss. Apostoli)
Napoli giovedì 13 17.00 piazza Plebiscito, presso la prefettura (con la collaborazione di Libera Napoli e Campania)
Andria (BT) (luogo da definire)
Galatina (LE) 17.30 Piazza Alighieri
Catania 10.00 Palazzo della Prefettura (via della Prefettura 14)
Agrigento 10.00 Palazzo della Prefettura
Cagliari 10.00 Piazza della Repubblica, 18 (Tribunale di Cagliari)
Cagliari 16.00 Piazza Giovanni XXIII

Aggiornamenti su www.19luglio1992.com

(13 novembre 2014)

Buona informazione…in Umbria

segnalato da barbarasiberiana

“BUONA INFORMAZIONE” CONTRO LE MAFIE

da liberainformazione.it, 01/10/2014

Dal 3 al 5 ottobre, presso il polo espositivo Umbriafiere di Bastia Umbra (PG), si terrà la prima edizione in centro Italia della Fiera, mostra mercato delle eccellenze produttive italiane “green” Benessere e sostenibilità. Fa’ la cosa giusta! Umbria: 10 aree tematiche, oltre 170 espositori e più di 200 eventi gratuiti. Anche Libera Umbria e Libera Informazione saranno presenti all’appuntamento portando il loro contributo sul tema del gioco d’azzardo, patologie e rischi connessi, in Umbria e sul tema della “buona informazione” contro le mafie.

Al dibattito sulla libera informazione prenderanno parte Fabrizio Ricci, giornalista e autore del dossier “La droga in Umbria”, il presidente di Libera Informazione, Santo Della Volpe e Giorgio Santelli, giornalista di Rainews24 e animatore di Articolo21.org. Con loro si parlerà del ruolo del giornalismo nella lotta antimafia sui territori e in ambito nazionale. Con Giorgio Santelli, attualmente cronista nella redazione politico di Rainews24, in particolare si affronteranno i temi legati alla “buona informazione” contro le mafie sul servizio pubblico radio-televisivo.

L’iniziativa apre dall’Umbria una riflessione che solo due settimane dopo troverà nell’appuntamento di Contromafie a Roma, una più ampia mobilitazione che coinvolgerà giornalisti, operatori dell’informazione, cittadini, registi e documentaristi. Insieme nelle tre giornate degli “Stati generali dell’Antimafia” si parlerà di informazione e antimafia nel nostro Paese: rischi, pericoli, limiti del settore e strumenti che si possono mettere in campo per migliorarla.

Fa’ la cosa giusta:

SITO

PROGRAMMA INTEGRALE