Maria Elena Boschi

Il caso Boschi spiegato a Matteo Renzi

Il caso Boschi spiegato a Matteo Renzi

Il caso Boschi spiegato a Matteo Renzi

di Stefano Feltri – ilfattoquotidiano.it, 18 dicembre 2017

Nella sua intervista al Corriere della Sera e nella lettera che ha fatto mandare dal suo portavoce al Fatto QuotidianoMatteo Renzi pone un problema che vale la pena affrontare seriamente: ma non staremo esagerando con l’attenzione sul caso Boschi? Non è che stiamo sottovalutando quanto emerge sulle responsabilità della Banca d’Italia e della Consob?

La domanda non andrebbe certo posta al Fatto che, è vero, ha dedicato grande spazio a Maria Elena Boschi e ai suoi legami con Banca Etruria ma da tre anni, grazie soprattutto agli articoli di Giorgio Meletti, ha sviscerato la crisi bancaria e le conseguenze di una regia nel settore del credito velleitaria e con risultati disastrosi da parte della Banca d’Italia.

La commissione Banche non ha aggiunto molto a quanto già emerso negli ultimi anni. Chi vuole vedere il bicchiere mezzo pieno sottolinea che il capo della vigilanza di Bankitalia Carmelo Barbagallo è stato messo di fronte alle sue responsabilità, ha fornito versioni contraddittorie, poi emendate per correggere le contraddizioni, e ora rischia anche accuse per falsa testimonianza, ed è emerso dai documenti che la Consob di Giuseppe Vegas sapeva molto di più di quanto sosteneva, non ha ricevuto tutte le informazioni di cui Bankitalia era in possesso ma era abbastanza consapevole di certe situazioni critiche da poter tutelare meglio di come ha fatto i risparmiatori (vedi l’emissione di obbligazioni subordinate di banca Etruria a dicembre 2013).

Il bicchiere si può però anche vedere mezzo vuoto: il continuo scaricabarile, a colpi di dettagli burocratici, documenti omissivi o superflui, dichiarazioni tanto assertive quanto vaghe, ha creato una cortina fumogena intorno ai disastri bancari di questi anni. Tutti sembrano – e sono – colpevoli, dunque nessuno è colpevole. Da Mps alle due banche venete, la responsabilità delle crisi pare così condivisa da risultare non attribuibile a nessuno in particolare. Il rischio è che al termine di queste settimane di audizioni infinite l’unico verdetto possibile possa essere una condanna collettiva abbinata ad assoluzioni individuali.

Sul caso Boschi, invece, sono emerse molte cose nuove. E tutte peggiorano la posizione del sottosegretario e dei due governi che l’hanno sostenuta. Renzi lamenta, sul Corriere e sul Fatto, che i titoloni sui suoi incontri con Vegas abbiano oscurato il resto. Vero, ma anche perché la maldestra gestione di un conflitto di interesse oggettivo (Maria Elena è figlia di Pier Luigi Boschi, vice presidente di una banca oggetto di interventi del governo di cui il ministro era anche una piccola azionista) si è trasformata in un suicidio politico collettivo.

In estrema sintesi: la Boschi prima ha sostenuto che non ci fosse alcun conflitto di interesse. Poi, a fine 2015, non partecipa ad alcuni consigli dei ministri dove si discute degli interventi su Etruria per evitare accuse di conflitto d’interessi (per questo l’Antitrust la assolve ai sensi della legge Frattini, certificando di fatto l’esistenza dei conflitti d’interesse ma la correttezza dei comportamenti). Se il conflitto c’era ed era tale da non permettere la presenza in consiglio, perché la Boschi poi parlava con banchieri (Federico Ghizzoni di Unicredit) e istituzioni di vigilanza (Vegas di Consob e Fabio Panetta di Bankitalia)? Erano solo normali interlocuzioni, dice oggi la sottosegretaria. Una tesi incompatibile con i suoi comportamenti precedenti, ma anche con quelli successivi: se queste interlocuzioni erano normali, perché non raccontarle al Parlamento quando la Boschi ha dovuto rispondere delle accuse di conflitto di interesse? E perché chiedere un risarcimento danni al giornalista Ferruccio de Bortoli che ha rivelato in un libro gli incontri con Ghizzoni? Si può pretendere da un giornalista un risarcimento se si arricchisce pubblicando notizie false e diffamatorie, non se scopre retroscena inediti ma veri che spingono tanti lettori ad acquistare il suo libro.

Dulcis in fundo: se per la Boschi i rapporti con Vegas erano normali, che senso ha continuare a lasciar intendere in dichiarazioni e interviste che le attenzioni del presidente della Consob erano un po’ inopportune negli orari (messaggi notturni) e nelle richieste di incontro (alle otto di mattina a casa Vegas)? Sembra tanto una vendetta per le dichiarazioni, anche queste chiaramente ritorsive  ma fondate, di Vegas in audizione che, per l’ostilità di alcuni renziani, non ha avuto la presidenza della Figc.

Ancora una volta, poi, i tentativi di difesa della Boschi peggiorano la sua posizione. Vegas, dice lei, le aveva chiesto di andare a casa sua la mattina del 29 maggio 2014, alle otto di mattina, dopo che in precedenti incontri avevano parlato di Etruria. Cosa succede quel giorno? La Popolare di Vicenza ufficializza la sua intenzione di lanciare un’offerta pubblica di acquisto su Etruria, cioè si iniziava a concretizzare proprio quello scenario che la Boschi paventava nei suoi colloqui con Vegas.

L’incontro alle otto di mattina può suggerire, come si percepisce dalle parole della Boschi, desideri poco finanziari di Vegas che cerca di attirare la avvenente ministra in una trappola di seduzione domestica. Ma è anche compatibile con un’altra spiegazione: poiché Vegas sapeva quanto la Boschi era sensibile alla possibile scalata di Vicenza su Etruria, le usa la cortesia di informarla in anticipo, cioè prima dell’apertura dei mercati, sull’imminente ufficialità della scalata (che poi non si è concretizzata). E il gran rifiuto della Boschi potrebbe spiegarsi non con una orgogliosa difesa del proprio onore assediato – con Vegas si erano già visti a vari pranzi e cene – ma come una dimostrazione di stizza perché la Consob nulla aveva fatto per fermare i vicentini (come sapeva la Boschi dell’Opa? A quanto è emerso con suo padre non c’erano segreti sulle vicende di Etruria).

Morale: dalle udienze della commissione è emerso poco di nuovo su Bankitalia e Consob rispetto a quanto il Fatto ha pubblicato in questi anni mentre si è aggravata la posizione della Boschi e dei suoi sponsor.

Se Renzi vuole andare oltre il caso Boschi, ha varie possibilità. Produrre documenti e non allusioni sui tanti punti toccati nei suoi ultimi due interventi pubblici, sulle responsabilità di Bankitalia, dei dirigenti di Mps e su tutto il resto (magari anche sulle colpe della Commissione europea nella direzione Concorrenza). E poi dovrebbe dire come vorrebbe cambiare la vigilanza bancaria, la tutela dei risparmiatori e l’accountability delle autorità indipendenti: presenti un progetto e lo renda uno dei pilastri del programma del Pd alle elezioni e lo prenderemo sul serio.

Altrimenti rimarremo dell’idea che tutto il suo attivismo intorno al caso Etruria e alla Banca d’Italia di Visco sia dovuto a meri interessi personali e al fatto che, insieme ai bilanci di alcune banche, questi intrecci di conflitti di interesse e insipienza politica stanno soffocando la sua carriera politica.

La passione di MariaEtruria per le banche

di Andrea Greco – La Repubblica, 13 luglio 2017

Troppa passione per il credito

C’è un feeling speciale tra Maria Elena Boschi e le banche. La 36enne toscana, malgrado gli inizi da avvocato, l’ascesa a ministra (Riforme, non Tesoro) e l’arrocco a sottosegretaria, coltiva sempre la passione per il credito. Forse è di famiglia, dato che il padre Pier Luigi e il fratello Emanuele ebbero ruoli apicali nell’ex Popolare Etruria, saltata nel 2015 con salasso da 5 miliardi a banche e risparmiatori. Per evitare il crac Boschi chiese aiuto all’ad di Unicredit Ghizzoni: invano. «Bugie!», ha detto lei promettendo querele. Da allora si prodiga per evitare schizzi e regolare conti. Nel 2016 il suo Pd ha “punito” Unicredit in cerca di aiuti sui crediti fiscali. Nel 2017, orfana di Renzi, ha sottratto alla Commissione d’inchiesta le Popolari. Ora toglie la manleva agli amministratori delle Venete (e il governo ha pure cassato l’emendamento per interdire da incarichi i banchieri liquidati, come papà Boschi). Occuparsi d’altro, no?

E la manina della Boschi affonda tutti i banchieri

La mano di Maria Elena Boschi torna in azione per plasmare il decreto legge del 25 giugno che ha salvato al volo Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Un decreto oggi al voto di fiducia definitivo della Camera di fatto invariato malgrado le proteste della sinistra e dei Cinquestelle.

Non c’è solo la scarsa attenzione ai titolari di bond subordinati delle banche venete, che non potranno ampliare la platea dei rimborsi, perché la data limite rimarrà il 12 giugno 2014 (non l’1 febbraio 2016 come proposto dal relatore Pd Giovanni Sanga). Nella penna resta anche la richiesta di manleva – uno scarico delle responsabilità legali per future azioni di responsabilità – per amministratori e sindaci dei due istituti: uno stuolo di avvocati, finanzieri e imprenditori come Gianni Mion, Fabrizio Viola, Rosalba Casiraghi, Alberto Pera, Salvatore Bragantini, Luigi Bianchi, Massimo Ferrari, ingaggiati nel 2016 dal socio Atlante, e a giugno scaricati dopo un anno vissuto pericolosamente nel tentativo – non riuscito – di fondere le banche venete e tenerle autonome sotto un’insegna nuova.

Secondo ricostruzioni confermare da tre fonti nelle ultime ore della trattativa con cui le due banche venete hanno siglato la resa, era stato predisposto un patto di manleva, che salvaguardasse gli amministratori di Vicenza e Montebelluna, «salvo dolo o colpa grave» per le delibere tra il 17 febbraio 2017, quando gli istituti chiesero accesso alla “ricapitalizzazione precauzionale” di Stato, e il 23 giugno, data della liquidazione coatta. Una cautela che sia il ministro del Tesoro sia il presidente del Consiglio erano disposti a concedere in luce di due considerazioni. La prima, che non erano certo i neo amministratori convinti dal capo di Atlante Alessandro Penati i colpevoli dei buchi miliardari formati nei bilanci durante le gestioni di Gianni Zonin e Vincenzo Consoli. Secondo, che proprio la soluzione dell’aumento statale, inseguita per quattro mesi d’intesa con Roma, Bruxelles e Francoforte, ha fatto lavorare i due cda nel presupposto della continuità aziendale, mancata improvvisamente un mese fa. Più che il rischio di strascichi legali, resta in molti uscenti l’amarezza per un gesto di poco riguardo dettato dalla convenienza politica.

Sembra infatti che il veto alla manleva lo abbia posto la sottosegretaria alla Presidenza Maria Elena Boschi, timorosa che fosse strumentalizzato come un favore ai banchieri nella campagna elettorale delle prossime elezioni. Nemmeno il tentativo, tramite i capigruppo, di inserire la manleva in Aula è riuscito: l’assist era venuto da un emendamento di Pier Luigi Bersani (Mdp), ma l’ostruzionismo dei Cinquestelle, che in una settimana ha permesso di votare solo due articoli, ha indotto il governo a lasciare il testo intatto.Si teme di mettere in discussione, con il decreto, anche la stabilità bancaria nel Paese, da giorni in recupero. Così il testo dovrebbe passare al voto del Senato settimana prossima, senza le migliori tutele per obbligazionisti e amministratori uscenti; soprattutto senza una discussione politica, come posto dal compratore Intesa Sanpaolo tra le condizioni risolutive.

Lasciate che si abbraccino…

segnalato da Barbara G.

Lasciate che Boschi e Pisapia si abbraccino, la sinistra unita contro Renzi è un errore mortale

Fare di Renzi il principale antagonista sarebbe un errore gravissimo dei democratici, per ripartire bisogna mettere a punto un piano che funzioni e sopratutto che arrivi a tutti gli italiani

di Giulio Cavalli – linkiesta.it, 25/07/2017

Vietato giocare a pallone in cortile. Vietato fumare. Vietato fare schiamazzi. Vietato abbracciarsi con sorriso troppo sorridente. L’agenda politica della sinistra che prova faticosamente a unirsi a sinistra del PD si incaglia sulla foto dell’abbraccio tra Giuliano Pisapia e Maria Elena Boschi sciorinando un’infinita serie di interpretazioni degne di un manuale d’amore. È la posa, dice qualcuno. No, no, è il sorriso, la colpa principale, secondo qualche altro. E le pagine dei giornali si infarciscono di tutte le diverse tesi agitando la penna di retroscenisti, dei duri e puri, degli incazzati, delle brigate anaffettive, dei cultori dell’uno abbraccio vale uno, degli allarmisti, degli arresi, degli stanchi e di chi legge in quell’abbraccio la costituzione nefasta (e segreta) di un nuovo ordine mondiale.

È la sinistra, bellezza. Meglio ancora: è questa sinistra, questa che ci ritroviamo a maneggiare con cura perché non si scheggi e intanto lei non perde mai l’occasione di dimostrarsi in briciole. Ci deve essere da qualche parte a sinistra il tragico convincimento che le “questioni di famiglia” siano una saga interessante per i cittadini: il “Trono di Spade” di quest’estate troppo calda sono i riflussi sentimentali tra Pisapia, Montanari o Speranza? No grazie. Davvero, no.

Certo la politica è una scienza che si applica anche ai comportamenti e una stretta di mano (e il modo in cui la si stringe) è un atto politico, che piaccia o no, ma se davvero le incomprensioni (vere o presunte) hanno bisogno di attaccarsi a una foto allora significa che qualcosa davvero non funziona: la coalizione a sinistra si costruisce intorno alla convergenza di valori e programmi (meglio ancora, intorno alla comunione di valori e programmi) oppure sulla miscela delle diverse simpatie dei capipartito? Capiamoci, per favore, perché se il gioco consiste nello spulciare le figurine allora sappiate che la Waterloo sarà inevitabile: ci sono ex PD che sono usciti “troppo presto” per alcuni, ci sono ex PD che sono usciti “troppo tardi” per altri, ci sono ex compagni di partito che se le sono date di santa ragione durante i congressi, c’è chi si è scisso da quelli che ora si ritrova di fianco, c’è chi fa il nuovo e ha attraversato più di un partito, c’è chi digrigna i denti per funzionare, chi si traveste da pontiere e di nascosto sogna che ne rimanga solo uno, c’è chi è stato europeista e poi ha sbroccato contro l’Europa, c’è chi forse non ha nemmeno più la maggioranza del proprio partito, chi ha votato leggi invotabili, chi dileggia D’Alema e ne è stato inventato (e aspetta fremente una sua chiamata di nascosto), c’è chi vorrebbe un leader non riuscendone a immaginare altri oltre a se stesso e c’è chi ama il formaggio mentre un altro odia il formaggio, chi gioca a bocce e chi si lascia andare al tennis. Se dovessimo fare la conta di tutti gli aspetti minimi e insopportabili ne uscirebbe, come succede in famiglia o con gli amici, un quadro in frantumi. Sono terribilmente asociali, gli uomini, quando sentono le responsabilità di stare insieme, del resto.

Per questo lanciarsi su quell’abbraccio di Pisapia, volendolo prendere come paradigma di qualcosa che è un personale fastidio, è una cagata pazzesca: Pisapia ha detto qualcosa che non avrebbe dovuto dire all’incontro della festa del PD? Questo è il punto. La sua colpa è nell’avere dichiarato di fronte alle persone che animano la festa del PD a Milano di “sentirsi a casa”? Ecco, già meglio. Se il punto è la controversa vicinanza (e la controversa narrazione) dell’ex sindaco di Milano nei confronti del PD allora sarebbe il caso di parlare di questo, non c’è bisogno di di attaccarsi a un abbraccio. Eppure Pisapia (e non solo lui, a dire il vero) ha sempre chiaramente detto di non vedere possibilità di convergenza con Matteo Renzi (potrebbe essere anche un po’ più tagliente, vero) chiarendo comunque di ritenere il popolo dei democratici (gli elettori, soprattutto) parte integrante del centrosinistra. Nessuna novità, quindi. E anche sul rapporto con il PD forse varrebbe la pena di riflettere: siamo tutti d’accordo sui danni che il renzismo ha procurato al Paese e al centrosinistra, ma se si vuole tagliare netto con tutti gli elettori del PD facendo di tutto il partito un Renzi allora ci si prende la responsabilità di veleggiare verso percentuali da Sinistra Arcobaleno. È una scelta, legittima.

Se invece “l’unità a sinistra” vuole essere qualcosa di più della semplice testimonianza residuale allora forse sarebbe il caso di convincersi che anche l’ultimo fuoriuscito dal PD è di fatto il primo elettore e il primo costruttore di una forza che voglia essere di governo. Tra gli elettori del PD, ebbene sì, ci sono ancora le sensibilità del centrosinistra.

C’è, in ultimo, anche un altro punto: ma davvero è utile fare dell’antirenzismo la principale forza aggregante? Ma davvero (in un momento in cui il segretario del PD le sta sbagliando quasi tutte, tanto che qualcuno comincia a scommettere che non arrivi nemmeno alle prossime politiche) vale la pena tenere a galla Renzi proprio grazie a un antagonismo che rischia di rinforzarlo piuttosto che indebolirlo più di quanto stia facendo lui e la sua accolita di dirigenti? Io, personalmente, non ne sono convinto. No.

Però c’è un modo ancora migliore per non rischiare di sciogliersi in un abbraccio: parlare di programmi. Vedersi, incontrarsi e decidere dieci punti dieci, anche solo cinque per iniziare, per dire agli italiani cosa si è sbagliato in questi anni e (soprattutto) quali sono le ricette per invertire la rotta. Un manifesto, un volantino, un pagina web – fate come diavolo volete – che sia chiaro, puntuale e diffuso: stabilire i punti irrinunciabili per la sinistra che verrà. Raccontarli dappertutto, casa per casa, dibattendone città per città. Ma farlo. E in fretta.

E vedrete che non ci sarà il tempo (e nemmeno la voglie) di discutere di abbracci e sorrisi, gli elettori ringrazieranno, e sarà facile capire le reali intenzioni di ognuno. Pisapia incluso. Altro che gli abbracci.

Maria Elena Boschi: «Aboliamo le soprintendenze»

segnalato da Barbara G.

di Tomaso Montanari – emergenzacultura.org, 19/11/2016

Chi l’avrebbe detto che il castello della propaganda del ministro Franceschini sarebbe venuto giù tutto in un colpo solo, durante una puntata di Porta a Porta?

È mercoledì scorso, il 16 novembre, e va in scena un ‘confronto’ tra Matteo Salvini e Maria Elena Boschi. E su cosa sono perfettamente d’accordo, questi due titani del pensiero?

sulla distruzione della tutela dell’ambiente e del patrimonio culturale!

Ascoltiamoli (qui, al minuto 1h 34):

«Salvini: “Ci sono alcuni organismi statali che vanno rivisti, e io aggiungo qualcosa di più, cancellati: soprintendenze e prefetture. Ufficio complicazioni cose semplici! Soprintendenze e prefetture […] Se lo Stato vuole dimagrire, vuole snellire, vuole esser più veloce, vuole semplificare, inizi a cancellare qualcosa”

Boschi: “[…] Abbiamo fatto una riforma della pubblica amministrazione per ridurre le complicazioni sul territorio. […] Va benissimo darsi altre sfide, io sono d’accordo diminuiamo le soprintendenze, lo sta facendo il ministro Franceschini. Aboliamole, d’accordo, lavoriamoci dal giorno dopo: disponibilisismi a discutere di tutto, ma il 4 dicembre votiamo a un referendum su questa riforma costituzionale”».

Da due anni Dario Franceschini nega pervicacemente l’evidenza: e cioè che egli sta scientificamente distruggendo le soprintendenze, su mandato dal presidente del Consiglio Matteo Renzi (quello che ha scritto: «soprintendente è la parola più brutta del vocabolario della burocrazia»).

Ora, grazie alla benedetta semplicità di Maria Elena Boschi, le carte sono finalmente sul tavolo: per ora le hanno diminuite, ma ora sono pronti ad abolirle, queste maledette soprintendenze.

Almeno finalmente è tutto chiaro: grazie, signora ministra!

Partigiani o fiancheggiatori?

segnalato da Barbara G.

Cara Boschi, i tuoi sono fiancheggiatori. Altro che partigiani

di Giulio Cavalli – left.it, 23/05/2016

Poi a fine giornata lei, la ministra dei paninari arrivati al governo, ha cercato di minimizzare dicendo di essere stata fraintesa. Al solito: è difficile cercare l’ecologia delle parole in chi ha fatto del bullismo lessicale una matrice. Così la Boschi dice che ci sono partigiani veri e partigiani falsi. Partigiani millantatori. Come riconoscerli? I veri sono quelli che concordano con il suo capo Renzi. Gli altri? Partigiani da discount. Partigiani gufi.

Ma quella della Boschi non è una scivolata, tutt’altro: non può essere sdrucciolevole un concetto come quello dell’appartenenza. E sull’appartenenza questi, costituzionalisti allo sbaraglio, hanno costruito tutta la tessitura politica che ci ha ricamato questa classe dirigente di ex compagni del liceo che si ritrovano per il consiglio dei ministri piuttosto che la cena di fine anno. E per questo il concetto di partigiano (cioè di qualcuno che sa esattamente da che parte stare piuttosto che “con chi” stare) alla Boschi proprio non sembra riuscire ad entrarle in testa: l’appartenenza a un ideale è un valore troppo rarefatto per chi tra padri, testimoni di nozze, ex collaborazionisti e fratelli di dialetto ha costruito una banda chiamandola “partito”.

Non sa, la cara Boschi, che quel suo esercito arrabattato di parteggianti non a niente a che vedere con la partigianeria poiché sono semplicemente fiancheggiatori fluidi pronti ad attaccarsi al capezzolo del potente di turno: il contrario esatto di chi ha preso la parte dei deboli (i partigiani, appunto) a favore di una democrazia che di colpo era diventata terribilmente fuori moda. E non sa, la cara Boschi, che la grandezza dei partigiani sta proprio nel riuscire a mettersi insieme con tutte le loro profonde diversità per un ideale più alto degli interessi di bottega. L’altezza che manca, appunto, a questa riforma votata sgagnando i favori di un Verdini qualsiasi. Però la cara Boschi è riuscita a compiere un capolavoro: in poche parole ha dimostrato perché lei (e gli altri servetti di questo renzismo di polistirolo) non hanno lo spessore per mettere mano alla Costituzione. Va bene così.

Buon lunedì.

(A proposito: in questa giornata di memoria di plastica per Giovanni Falcone segnatevi che “la scorta” ha nomi e cognomi. Sono Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro e c’è un sopravvissuto che hanno dimenticato tutti: Giuseppe Costanza. Perché la memoria si fa dando il nome alle cose, anche. Figurarsi le persone.)

I regalini di Renzi

Lobby, Renzi e Boschi: “Non ne siamo schiavi”. Ecco le leggi a favore di tabacco, armi, banche e assicurazioni

Gli esempi di norme a misura di gruppi pressione varate negli ultimi due anni non mancano certo. E se in alcuni casi il premier può opporre, con il dovuto imbarazzo, di non essersi accorto di ciò che accadeva in casa sua, non può certo dire di aver cercato di mettersi al riparo imprimendo un’accelerata alla legge sulle lobby che giace in un cassetto da un anno.

“Col nostro governo è cambiato il clima e mi scappa da ridere quando ci dicono che siamo noi quelli delle lobby. Mi fa schiantare dalle risate, lo dico con un tecnicismo fiorentino“. Davanti alle telecamere della tv di Stato, domenica 3 aprile, Matteo Renzi non è arrivato alle iperboli del ministro Maria Elena Boschi, secondo la quale l’esecutivo è attaccato dai poteri forti “proprio perché non siamo schiavi dei poteri forti”, ma ha negato vigorosamente che nei provvedimenti presi dal suo governo ci sia lo zampino delle lobby. Eppure l’esecutivo in questi due anni è stato più volte accusato, anche dall’interno, di aver ceduto alle pressioni dei portatori d’interessi altrui. Ecco una guida, necessariamente incompleta, delle norme finite al centro delle polemiche.

“Noi non siamo quelli delle lobby”. Ma i provvedimenti dicono altro – Armi, navi, assicurazioni, tabacchi, banche, autostrade: in poco più di due anni l’esecutivo guidato dal segretario del Pd ha approvato parecchie disposizioni tutt’altro che distanti dagli interessi delle grandi lobby. Tutto il contrario rispetto a quello che ha assicurato il premier domenica scorsa. Anzi per la verità, sulle dichiarazioni del presidente del Consiglio i conti non tornano neanche quando si va a spulciare alla voce delle riforme mai approvate: come per esempio quella per regolamentare le attività di lobbying in Parlamento. Lungamente promessa non è ancora arrivata. Nel frattempo i provvedimenti del Consiglio dei ministri che sono andati – in un modo o nell’altro – a favorire i grandi gruppi industriali aumentano di mese in mese. E in qualche caso contengono nomi presenti anche nella lista dei benefattori di Open, la fondazione che accompagna la carriera politica di Renzi, sin dal 2007.

Renzi and cigarettes: stop alle accise e la multinazionale finanzia la fondazione del premier – È il primo luglio del 2014, quando sui conti della fondazione del politico fiorentino arriva un bonifico da centomila euro: denaro donato dalla Bat, la British American Tobacco. Un versamento arrivato nelle stesse settimane in cui il governo annunciava un decreto di riordino del settore dei tabacchi. Si parlava di un aumento delle accise che poteva arrivare fino al trenta per cento e che non dispiaceva ai colossi del settore, come la Philip Morris. In caso di tasse più alte, infatti, ad essere maggiormente penalizzati sono i marchi che vendono sigarette di fascia bassa, cioè più economiche, come appunto la Bat. Il provvedimento per l’aumento delle accise sui tabacchi è all’ordine del giorno del Cdm per due volte, ma poi scompare nel nulla. Riemergerà il 31 luglio del 2014, quando arriva il via libera: l’aumento però non sfiora nemmeno il 30 per cento proposto in precedenza, fermandosi  al  10 per cento. La Bat brinda e dopo qualche settimana vara un investimento quinquennale da un miliardo per l’Ente tabacchi; la Philip Morris da parte sua si consola con uno sconto del 50 per cento per le sigarette elettroniche prodotte nello stabilimento di Crespellano a Bologna, inaugurato dallo stesso Renzi.

Le altre concessioni dello Sblocca Italia: quelle autostradali – Lo Sblocca Italia tornato alla ribalta in questi giorni, non è stato fonte di giubilo solo per i petrolieri. Lo sa bene il ministro Graziano Del Rio che ha preso in mano il dicastero di Maurizio Lupi e si è dovuto confrontare con le critiche di Bruxelles al macroscopico regalo ai concessionari autostradali contenuti nell’articolo 5 del provvedimento varato pochi mesi dopo il riordino dei tabacchi. Cioè la possibilità si ottenere la proroga senza gara delle concessioni in cambio di investimenti che nella maggior parte dei casi sarebbero stati fatti comunque. Un pacchetto da quasi 6 miliardi di euro per i vari Benetton, Gavio e Toto che hanno così avuto il via libera a fare il bello e il cattivo tempo e ottenere automaticamente proroghe sia con la promessa di nuovi investimenti, sia accorpando tratte autostradali con scadenze differenziate. Nonostante le critiche e i dubbi espressi da Antitrust, Anticorruzione e Authority dei Trasporti.

Banche e assicurazioni: liberi tutti – Sintomatico del rapporto tra il governo Renzi e i principali gruppi di pressione è senza dubbio il capitolo delle banche. Mentre le polemiche sul caso Banca Etruria & C non si erano ancora esaurite, ecco che dal dicastero guidato da Maria Elena Boschi veniva trasmesso a Montecitorio l’atto di governo numero 256. Oggetto: recepimento della direttiva europea 2014/17 per aumentare le tutele per i consumatori nei contratti di credito. In realtà quel provvedimento, poi parzialmente modificato in seguito alle polemiche, cancellava l’articolo 2744 del codice civile, che disciplina il divieto del “patto compromissorio”, e cioè “il patto col quale si conviene che, in mancanza del pagamento del credito nel termine fissato, la proprietà della cosa ipotecata o data in pegno passi al creditore”. In questo modo le banche potevano prendere possesso degli immobili dei debitori insolventi e venderli senza passare dal giudice, con pieni poteri (di fatto o di diritto) sul prezzo di vendita. Finito? Assolutamente no. Perché l’articolo 16 del provvedimento di conversione in legge del decreto sulla riforma del credito cooperativo ha disposto altro. Come per esempio l’imposta sostitutiva da appena 200 euro per chi acquista immobili da vendite giudiziarie per poi rivenderli, mentre normalmente la tassa ordinaria è pari al 9 per cento. In pratica il provvedimento che doveva aumentare le tutele dei consumatori nei contratti di credito aveva finito per avere effetti opposti: più che una legge un ossimoro.

Simile è la piega che rischia di prendere il ddl Concorrenza, attualmente in discussione al Senato e congelato in seguito alle dimissioni del ministro Federica Guidi. Nell’ambito del provvedimento volto a rilanciare la sana concorrenza tra imprese a beneficio dei consumatori e del mercato, c’è un lungo capitolo dedicato alle assicurazioni e, in particolare, alla Rc Auto. Un settore piuttosto delicato visto l’obbligo della polizza e in cui le compagnie puntano da tempo, come dimostrano i precedenti tentativi, a dimezzare i risarcimenti previsti per i sinistri stradali e per responsabilità mediche. E questa volta rischiano di farcela. Come faceva notare l’avvocato Marco Bona su ilfattoquotidiano.it, alla luce dell’evoluzione presa dal disegno di legge, “le vittime con lesioni gravissime saranno quelle maggiormente colpite dalle nuove norme: danni morali azzerati o quasi, parametri monetari molto più bassi rispetto a quelli impiegati dai giudici. Forse gli emendamenti più estremi (quelli sostenuti dall’esecutivo) non passeranno, ma, in ogni caso, il provvedimento abbasserà la tutela risarcitoria di questi danneggiati, per poi magari estendersi ad altri campi”.

Navi e armi senza sconto. Anzi costano il doppio – A parlare delle pressioni della lobby delle armi sui provvedimenti di governo non è invece un oppositore della maggioranza, ma al contrario un esponente del Pd. È il 15 gennaio del 2015 quando Gian Piero Scanu, capogruppo dei dem in commissione Difesa, chiede di rinviare il via libera definitivo ai 5,4 miliardi di euro per acquistare nuove navi e arricchire la flotta della Marina militare. Lo stanziamento di quei fondi è il sogno coltivato a lungo dall’ammiraglio De Giorgi, oggi indagato dalla procura di Potenza proprio per aver cercato un profitto, non per se stesso ma per l’intera Marina. Scanu nel gennaio di un anno fa però voleva bloccare quei fondi. Il motivo? “Pressioni lobbistiche da diverse parti sono state esercitate con intensità su diversi componenti della commissione in modo da poter orientare il parere”, dice il capogruppo Pd in commissione Difesa, che in quella stessa riunione era chiamato a dare il via libera anche all’acquisto di 381 carri blindati Freccia per 2,6 miliardi di euro. Una spesa gigantesca nonostante nel 2009 fosse già stato impegnato un miliardo e mezzo di euro per altri 250 veicoli identici. In pratica quattro miliardi di carri blindati, in appena sei anni, nonostante in Afghanistan ne fossero stati usati solo 17. E dire che tramite il piano organizzazione congiunta per la cooperazione in materia di armamenti se ne sarebbero potuti risparmiare almeno due di miliardi di euro: perché dunque si è scelto di raddoppiare quella spesa?

Legge sulle lobby, tutti la vogliono ma nessuno la approva – Tutti la invocano e nessuno la fa. Un testo da cui partire per avere una legge che regolamenta la presenza dei lobbisti in Parlamento esiste, ma dorme beato in commissione. Da poche settimane è stato spostato alla Camera perché a Palazzo Madama avevano perso ogni speranza che fosse calendarizzato. Il ddl a prima firma degli ex M5s Luis Aberto Orellana e Lorenzo Battista è stato approvato nella commissione Affari costituzionali del Senato ad aprile 2015. Sono passati nove mesi e il provvedimento non ha nessuna speranza di vedere la discussione in Aula. Per questo Adriana Galgano (Scelta civica) a inizio gennaio scorso ha deciso di presentare lo stesso ddl a Montecitorio, nella speranza che dall’altra parte del Parlamento i tempi possano essere più veloci. Ma il luogo cambia poco se a mancare è la volontà dei capigruppo e del governo di far entrare l’argomento nell’agenda. “C’è un interesse”, ha spiegato a ilfattoquotidiano.it la Galgano, “di molti ex deputati e senatori a svolgere un’attività di questo tipo una volta finito il mandato”. Ed è solo uno dei tanti intoppi che il ddl continua a incontrare.

Eppure tutti – almeno a parole – dicono di volere una norma che regoli la professione, dall’ex premier Enrico Letta al ministro della Giustizia Andrea Orlando, fino allo stesso Renzi, che si è più volte espresso sull’argomento. Durante questa legislatura sono stati depositati ben undici ddl sul tema. Nel frattempo il Parlamento prova a rimediare con quello che può. Montecitorio nei giorni scorsi ha approvato il codice etico che impone ai deputati di non accettare più regali costosi “nell’esercizio delle proprie funzioni, salvo quelli di valore inferiore a 200 euro“. Un tentativo debole, ma concreto di evitare all’Italia una serie di sanzioni a livello europeo. È dal 1997 che il Consiglio d’Europa chiedeva di mettersi in regola, ma finora nessuno se ne era occupato. Il codice è ancora però molto debole: se un deputato non lo rispetta, la sua violazione sarà resa pubblica. E niente di più.

Papà Boschi trema: il suo tesoro rischia di essere pignorato

Triskel182

boschi-renziLa multa da 300 milioni per i manager di Banca Etruria minaccia la villa di Laterina, casali e azioni del padre della ministra.

La villa della famiglia Boschi, quella presa di mira dai risparmiatori beffati dalla Banca Popolare dell’Etruria con le loro manifestazioni, è a rischio. Come anticipato dal Fatto il 23 marzo scorso, il commissario liquidatore della Bpel Giuseppe Santoni, ha chiesto a Pier Luigi Boschi di pagare 300 milioni di euro, in solido con altri 36 ex manager. La lettera, spedita il 17 marzo, chiede agli amministratori e sindaci delle gestioni del periodo 2010-2015 di pagare entro 30 giorni in solido tra loro (cioè ciascuno risponde fino alla somma intera di 300 milioni) “a causa delle condotte illecite e di mala gestio accertate dalla Banca d’Italia e confermate all’esito delle verifiche”.

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Dei Boschi e delle Banche

Banca Etruria, nel 2013 la lettera di Bankitalia: istituto travolto “in modo irreversibile” da “progressivo degrado”

Mentre la Popolare chiedeva investimenti alla clientela, Via Nazionale già sapeva che erano fortemente a rischio. Ma non è intervenuta e i risparmiatori hanno perso tutto. È dal 2002 che Palazzo Koch ha riserve sull’istituto aretino e lo ribadisce nel 2010 e nel 2012.

di Giorgio Meletti – ilfattoquotidiano.it, 17 dicembre 2015

Già due anni fa Banca Etruria era travolta “in modo irreversibile” da un “progressivo degrado” in corso indisturbato da 11 anni. Lo ha scritto il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco in una lettera al consiglio d’amministrazione della Popolare aretina il 3 dicembre 2013. Peccato che la lettera fosse segretata, probabilmente per non disturbare il collocamento di obbligazioni subordinate in corso proprio in quei giorni. Se Visco avesse reso pubblica la lettera, molti risparmiatori avrebbero potuto salvare i propri risparmi. Ma per Bankitalia il parco buoi non deve sapere, per essere spolpato meglio. In questo caso però, essendo saltato il banco, è possibile che chi ha perso i suoi soldi chieda giustizia in tribunale: la Vigilanza bancaria sapeva cose tremende su Banca Etruria e le ha occultate al pubblico.

Nel 2013 Banca Etruria è pressata da Bankitalia, che dal 2002 contesta la debolezza patrimoniale a fronte di crescenti rischi sui crediti (clienti che stentano a rimborsare i prestiti ottenuti). Piazza un aumento di capitale da 100 milioni e quattro emissioni di subordinate per complessivi 120 milioni. L’ultima tranche viene piazzata agli sportelli di Etruria, unico luogo di smercio, tra ottobre e dicembre. Nel frattempo gli ispettori della Vigilanzapassano al setaccio per l’ennesima volta gli uffici di Arezzo. Guidati da Emanuele Gatti, che il capo della Vigilanza Carmelo Barbagallo considera il suo Maradona, si installano in banca dal 18 marzo al 6 settembre. Dopo sei mesi consegnano a palazzo Koch i loro rilievi.

Il 3 dicembre Visco scrive la lettera che comincia con la scritta “riservatissimo”. Leggendo si capisce perché. Il 20 dicembre la Consob pubblica un supplemento al prospetto informativo della subordinata IT0004966856, che è già stata venduta e che, secondo gli scenari probabilistici opportunamente vietati dalla Consob, presentava il 64 per cento di probabilità di perdere la metà del capitale. Il supplemento concede agli investitori (qualora avessero per caso saputo della pubblicazione) di revocare l’ordine di acquisto, alla luce delle novità, entro due giorni lavorativi. Il 20 dicembre è un venerdì, possono eventualmente andare in banca il 23 e il 24 dicembre.

A parte questa presa in giro, il supplemento tace della lettera di Visco. Si limita a dire che, a seguito dell’ispezione, Bankitalia ha fatto dei rilievi che “non assumono in ogni caso un’entità tale da pregiudicare il mantenimento dei requisiti prudenziali”. E che, “in linea con gli indirizzi dell’Organo di Vigilanza”, il cda ha deciso di cercare un partner bancario di “elevato standing”: “Un intento che, oltre a dare respiro alle prospettive future, mira a non compromettere i livelli occupazionali ed a valorizzare il sempre crescente patrimonio di professionalità e conoscenze acquisite nel tempo”. Ma che bello. Prima di vedere che cosa ha scritto Visco, ricordiamoci il copione. La Banca d’Italia non vigila sui mercati finanziari, quindi non si assume responsabilità se il contenuto di un prospetto, oltre che tardivo, risulti anche falso. Scarica la colpa sulla Consob, che però replicherà che non può sapere della lettera di Visco se Bankitalia non glielo dice.

Visco il 3 dicembre ha scritto nella lettera segreta che già nel 2002, a fronte di ingenti crediti ammalorati, “la Banca d’Italia ha imposto un coefficiente patrimoniale specifico”: cioè un capitale totale pari al 10 per cento dei prestiti erogati e non dell’8 per cento come nelle banche sane. Questa misura di prevenzione, dice Visco, “non è stata mai rimossa per mancanza dei necessari presupposti”, visto che “negli ultimi anni tali criticità si sono progressivamente accentuate”. Ricorda l’ispezione del 2010, che non è servita a fermare il degrado. E richiama la lettera del 24 luglio 2012 con cui era stato chiesto un rimpasto sostanzioso del cda per la sua “inadeguatezza”, un taglio della struttura attraverso il “ridimensionamento della rete territoriale”, e “un rafforzamento dei buffer patrimoniali rispetto ai minimi regolamentari”, cioè nuovo capitale, cioè obbligazioni subordinate, visto che il mercato non assorbiva aumenti di capitale.

Un anno e mezzo dopo la lettera del 2012 Visco sostiene che aBanca Etruria si sono fatti beffe di lui: “I ritardi accumulati nell’affrontare le gravi problematiche e il ricorso ad interventi parziali e talvolta dilatori hanno contribuito ad accrescere le criticità”. Conclusione tombale: “A seguito del progressivo degrado della situazione aziendale, la Banca Popolare dell’Etruria risulta ormai condizionata in modo irreversibile da vincoli economici, finanziari e patrimoniali che ne hanno di fatto ‘ingessato’ l’operatività”. Per cui Bankitalia “ritiene che la Popolare non sia più in grado di percorrere in via autonoma la strada del risanamento”. Visco ordina a Banca Etruria di vendersi a un’altra banca più grossa entro 120 giorni, tempo che in genere non basta neppure per vendere un’auto usata. Infatti non succederà niente. L’ispezione di Bankitalia serve solo a fare fuori il presidente Giuseppe Fornasari (che ne ha contestato energicamente i contenuti) e a mettere in sella Lorenzo Rosi (oggi indagato) con due vice presidenti: Pier Luigi Boschi e Alfredo Berni, ex direttore generale negli anni in cui la Banca, stando a Visco, era stata sfasciata. Lo scorso febbraio, a quindici mesi dalla letteraccia, Visco ha commissariato l’istituto che Bankitalia ha lasciato sfasciare per 13 anni segretando le sue ispezioni.

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di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it, 17 dicembre 2015

Maria Elena Boschi se ne deve andare sì o no? Mettiamo in fila i fatti sin qui emersi che la riguardano nel pasticciaccio brutto delle banche del buco.

1) Il 20 gennaio 2015 il Consiglio dei ministri del governo Renzi vara un decreto che trasforma le banche popolari in società per azioni. Fra queste c’è Banca Etruria, di cui la Boschi è piccola azionista, il padre Pier Luigi è vicepresidente, membro del Cda e socio, e il fratello Emanuele è dirigente, dipendente e socio. Decreto forse doveroso.

Ma le banche, già da tempo defunte secondo Bankitalia (fra cui Etruria), tornano appetibili sul mercato e continuano ad attirare risparmi come se fossero risorte. Per giorni regna il mistero sulla presenza della Boschi in quel Cdm, che configurerebbe un bel conflitto d’interessi. Fonti qualificate del Fatto assicurano che la Boschi c’era. Lei smentisce: “Ero in Parlamento a seguire le riforme istituzionali”. Purtroppo nessuno l’ha vista.

2) L’affare si complica quando si scopre che il decreto, annunciato a Borse chiuse per evitare speculazioni, era noto negli ambienti finanziari da parecchi giorni, tant’è che i titoli delle banche coinvolte erano lievitati per massicci acquisti alla vigilia (il record del rialzo lo registrò proprio Etruria, con un +65%). Insomma, qualcuno aveva violato il segreto.

La Consob sospetta un caso gigantesco di insider trading. Ora Carlo De Benedetti, uno dei sospettati degli acquisti, replica che dell’imminente decreto sapevano tutti. Un segreto di Pulcinella. Chi, nel governo, se la cantò? E perché tanti acquisti proprio su Etruria?

3) Il 22 novembre il Consiglio dei ministri vara il decreto “salva-banche” che recepisce la direttiva europea sul bail-in: accolla al sistema bancario (non allo Stato perché non si può più) il costo del dissesto di quattro banche bollite, e lascia senza risarcimenti obbligazionisti subordinati e azionisti anche se sono stati truffati con informazioni false o incomplete sullo stato di salute delle medesime.

Fra queste c’è di nuovo Banca Etruria, di cui papà Boschi non è più vicepresidente perché, dopo le severe censure di Bankitalia con multa di 140 mila euro, è uscito di scena col commissariamento (un atto dovuto del governo, non certo la prova di inflessibilità e imparzialità millantato da Renzi & Boschi). Stavolta è sicuro che la Boschi non partecipa, sempre per scansare il conflitto d’ interessi.

4) C’è un terzo decreto sul bail-in, quello preparatorio del 16 novembre. Questo aggiunge alla norma europea una clausoletta (articolo 35 comma 3) che quella non prevede in materia di responsabilità degli amministratori. E, secondo alcune interpretazioni, rende più difficile per azionisti e singoli creditori l’ azione di responsabilità per chiedere risarcimenti ai manager, ai membri dei Cda e ai commissari delle banche.

Compreso papà Boschi, ex vicepresidente di Etruria. Che, grazie alla mancata equiparazione dello scioglimento di una banca al fallimento, non perde neppure i titoli necessari per andare ad amministrarne un’ altra.

5) Poniamo che la Boschi si sia astenuta sia sul primo decreto (dubbio) sia sugli altri due (sicuro). Purtroppo però era presente alle tre riunioni preparatorie del secondo e del terzo, come ha documentato su Libero Franco Bechis. Infatti la lettera di accompagnamento del doppio provvedimento del 16 e del 22 novembre, datata 5 ottobre, è firmata Maria Elena Boschi.

Ma in ogni caso astenersi dai Cdm non è un titolo di merito: è un atto dovuto per la legge Frattini sui conflitti d’interessi varata nel 2004 dal governo B., sempre contestata per la sua ridicolaggine dal centrosinistra che però, in barba alle promesse elettorali, non l’ ha mai toccata.

Articolo 3: “1. Sussiste situazione di conflitto di interessi ai sensi della presente legge quando il titolare di cariche di governo partecipa all’adozione di un atto, anche formulando la proposta, o omette un atto dovuto, trovandosi in situazione di incompatibilità… quando l’ atto o l’ omissione ha un’ incidenza specifica e preferenziale sul patrimonio del titolare, del coniuge o dei parenti entro il secondo grado, ovvero delle imprese o società da essi controllate… con danno per l’interesse pubblico”. Quindi, astenendosi, la Boschi rispetta la legge di B. ed evita un conflitto d’ interessi che lei stessa riconosce esistere.

6) Anche B. ogni tanto usciva dai Cdm mentre i suoi ministri decretavano ad suam personam (o aziendam): per esempio per salvare Rete4 dallo spegnimento imposto dalla Consulta. Una buffonata, perché B. era il dominus del governo e mai nessuno avrebbe approfittato della sua assenza per disobbedire ai suoi ordini. Ora, la Boschi non è il premier e non è neppure B.. E i decreti sulle banche non riguardano esclusivamente Etruria.

Ma se allora tutto il centrosinistra rideva a crepapelle di B. che pensava di evitare il conflitto d’ interessi uscendo dalla stanza, dovrebbe almeno sorridere dinanzi allo stesso escamotage della Boschi. Che non è un ministro qualsiasi: è la figura più in vista del governo dopo Renzi, la ministra di sua maggior fiducia, il simbolo della rivoluzione sorridente renziana. Qualcuno è così ingenuo da credere che, prima di uscire dalla stanza, la Boschi non parli con Renzi dei decreti sulle banche? Un conto è dire di aver rispettato la legge (Berlusconi-Frattini!). Un altro è negare un conflitto d’interessi visibile a occhio nudo.

7) Come ha rivelato il Fatto, il pm di Arezzo che indaga con grande prudenza sulla malagestione di Etruria (e quindi anche del Cda vicepresieduto da papà Boschi) è consulente giuridico di Palazzo Chigi (dove lavora, accanto a Renzi, la ministra Boschi). Lo è dai tempi del governo Letta, ma è stato confermato dal governo Renzi.

Possibile che Renzi, la Boschi e il pm, che lo sapevano da ben prima che lo scoprissimo noi, non abbiano notato neppure questo, di conflitto d’interessi, e non abbiano deciso subito, all’esplodere del caso Etruria, di troncare quel rapporto per evidenti motivi di opportunità?

8) Avendo ricevuto, come i colleghi di altre procure, un esposto contro gli ex amministratori di Etruria dalle associazioni dei consumatori, può darsi che il pm di Arezzo iscriva anche papà Boschi sul registro degli indagati per vagliare le accuse. Se ciò accadesse, ancora una volta la Boschi non avrebbe alcun obbligo di dimettersi. Ma, restando al suo posto, diventerebbe un bersaglio ancor più facile per polemiche, sospetti e contestazioni, che trascinerebbero il premier in un gorgo senza fine, obbligandolo a difendere la fedelissima e la sua famiglia per vicende che nulla hanno a che fare con il governo e che al momento nessuno, nemmeno nel governo né probabilmente la Boschi, è oggi in grado di conoscere.

9) I paragoni con le dimissioni chieste o date da altri ministri (Alfano, Cancellieri, Lupi, De Girolamo e Idem) non reggono: la Boschi non è coinvolta né direttamente né indirettamente in inchieste penali. Ma le fughe di notizie sul primo decreto, lo scudo salva-amministratori e salva-papà del secondo e del terzo e l’imbarazzo – destinato a crescere – per gli sviluppi delle indagini sulla banca amministrata dal genitore creano un gigantesco caso di opportunità politica che dovrebbe suggerirle di farsi da parte per il bene suo e del governo.

10) Come disse lei stessa nel novembre 2013 a Ballarò su un caso diverso dal suo (la Cancellieri sospettata di interventi diretti per favorire la famiglia Ligresti), il punto “non è tanto se ci debbano essere o meno le dimissioni del ministro o se viene meno la fiducia nei confronti del governo. Il punto vero è che è in gioco la fiducia nelle istituzioni. Il punto grave è che ancora una volta si è data l’immagine di un Paese in cui la legge non è uguale per tutti, ma ci sono delle corsie preferenziali per gli amici degli amici, per chi ha i santi in Paradiso. Io al suo posto mi sarei dimessa”. Parole sante. Come passa, il tempo.