maternità per altri

Sfruttamento di classe

Torniamo sull’argomento “gestazione per altri” con due articoli che affrontano la questione sotto due punti di vista (forse solo apparentemente) diversi. 

Questo è il primo.

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segnalato da Chicco

Vendola padre con maternità surrogata: caro Nichi, anche il tuo è sfruttamento di classe

di Diego Fusaro – ilfattoquotidiano.it, 29/02/2016

E quando pensi che il fondo sia stato toccato, e che più in giù non sia materialmente possibile scendere, ecco che arriva qualcuno a scavare. Ecco che il compagno Nichi ottiene un figlio mediante l’utero in affitto.

Nichi ottiene il figlio per soldi, usando l’utero in affitto, pudicamente detto in neolingua “maternità surrogata”, peraltro in quell’America in cui il sistema sanitario, se sei un proletario, ti lascia morire poiché indaffarato a fabbricare figli per ricchi.

Il bambino è una merce, la donna un mero corpo da sfruttare. E Marx è morto un’altra volta, ucciso dai sedicenti sinistri al servizio del capitale vincente, della reificazione dilagante e del classismo globale.

Da nobile pratica di emancipazione universale dal classismo, il comunismo diventa, ora, acquisto di bambini e affitto di donne, il meglio che la civiltà dei consumi possa offrirci.

Diciamo una cosa di sinistra, come si sarebbe detto una volta: da un punto di vista marxiano e gramsciano, l’utero in affitto è una pratica abominevole, perché usa le donne povere come merce disponibile e considera i bambini come oggetti-merce, come articoli di commercio on demand, prodotti su misura (con possibili derive eugenetiche) dal consumatore egoista portatore di illimitata volontà di potenza consumistica.

Non v’è nulla di emancipativo in questa pratica abominevole, che segna il trionfo del capitale sulla vita umana, dell’economia sulla dignità. Chi la accetta o la difende, è connivente con il classismo e con l’abietta riduzione dell’umano a merce.

Sarebbe, invece, interessante e degno di un giornalismo serioe all’altezza del suo compito andare a intervistare la donna che ha “affittato” il suo utero per migliaia di euro al compagno Nichi: capire per quali ragioni l’ha fatto, se per filantropia a pagamento, o se perché costretta dalla sua condizione economica disagiata. Se, cioè, per arrivare a fine mese si è vista costretta ad affittare il grembo al compagno Nichi.

Caro compagno Nichi, diceva Carlo Marx che la lotta di classe inizia dalla famiglia, dai rapporti di signoria e servitù che in essa vengono a istituirsi.

Compagno Nichi, se paghi una donna per affittarne il grembo non sei dalla parte degli sfruttati, degli oppressi, dei lavoratori: nel conflitto di classe, hai scelto di disporti dalla parte opposta. È bene che lo si sappia, è bene che lo sappiano quanti si professano comunisti e giustificano il mercimonio dell’umano e il classismo ad esso sotteso.

Il classismo si pratica in molti modi: uno di questi è affittare l’utero delle donne povere. La reificazione si declina in molti modi: uno di questi è ridurre il corpo della donna a merce e il nascituro a merce on demand. Il capitale vince in molti modi: uno di questi è quando ci fa credere che la libertà sia la possibilità per l’individuo di fare tutto ciò che vuole, a patto che possa permetterselo economicamente.

E torna di una certa attualità ciò che diceva il marxista Ersnt Bloch: “Dio ci scampi da chi si nasconde nel compagno”.

Due italiani a settimana (nascono così)

“Io e Adriano finalmente padri, grazie ai soldi per l’utero in affitto”

Una coppia gay racconta la sua storia. Ma il fenomeno riguarda soprattutto gli etero. Un affare da 3 miliardi l’anno: secondo alcune stime, due italiani ogni settimana nascono così.

In famiglia. A destra Michele Falcone con il suo compagno Adriano Visinoni. Con loro, i due gemelli avuti dalla madre surrogata, la messicana Laura Hernandez.

di Andrea Malaguti – lastampa.it, 14 febbraio 2016
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ROMA. Di che cosa parliamo quando diciamo, sbrigativamente, «utero in affitto»? Di quale giro d’affari, di quali sofferenze, di quale modello genitoriale? E, soprattutto, è ancora possibile immaginare di fermare un processo globale che non solo è pienamente in atto, ma che, sommandosi alla procreazione medicalmente assistita, riguarda già milioni di persone, compresi – secondo stime attendibili – circa cento bambini italiani ogni anno con la sola gestazione per altri?
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GESTAZIONE PER ALTRI

«Spero che tutto si risolva. E che Dio offra la capacità di amare a queste persone piene di dubbi». Si affida all’Onnipotente la cattolica madre surrogata messicana Laura Hernandez e lo fa in un sms inviato all’avvocato Michele Falcone, fidanzato da 17 anni con l’organizzatore di eventi Adriano Visinoni.

Falcone e Visinoni convivono a Vimercate, in Brianza, e da quindici mesi sono diventati papà, anche se ufficialmente solo Michele può rivendicare il ruolo. In paese la loro famiglia è stata accolta bene, ma Laura è preoccupata perché il dibattito italiano sulla «gestazione per altri», o «utero in affitto» – come lo definisce chi trova la pratica spregevole – ha attraversato l’oceano. E lei si è spaventata. Che cosa succederà ai piccoli? Ve li porteranno via? Perché questo cardinal Bagnasco dice che «i bambini non sono un diritto»? «Noi siamo una famiglia e le famiglie si amano e si appoggiano», scrive Laura, che, stando all’analisi sgradevolmente sbrigativa del ministro Lorenzin sarebbe un’«ultraprostituta». È stata lei, infatti, a portare in grembo per nove mesi i gemelli di Michele e Adriano. Nei messaggi di questi giorni usa frasi brevi e secche e cerca un equilibrio, anche narrativo, perché sa che l’eccesso di melodramma può essere di cattivo gusto quanto la mancanza di compassione. «Chi dice che mi avete sfruttato è fuori strada. Il mio è stato solo un gesto d’amore». Davvero?

Per capire come si è arrivati a questo gesto d’amore è necessario allargare il quadro e chiedersi che cosa significhi spingere una donna – o due – a diventare madre per conto terzi. Una domanda che riceve risposte diverse a seconda dell’angolo del pianeta in cui viene posta e che alimenta un giro d’affari stimato ufficiosamente in tre miliardi di dollari l’anno, sostenuto all’80% da coppie etero e solo al 20% da coppie omo, anche se a dar retta al dibattito nostrano le percentuali sembrerebbero rovesciate.

STORIA DI MICHELE

Seduto in un bar nel centro di Milano, l’avvocato Falcone ordina un tè, mostra orgogliosamente la foto dei gemelli sul cellulare e racconta la sua storia perché ha capito da un pezzo che impegnarsi significa smettere di barare. «Da qualche anno sentivo questo bisogno di paternità. Ne ho parlato a lungo con Adriano e alla fine abbiamo scelto la gestazione per altri, perché per noi coppie gay l’adozione è preclusa. Siamo benestanti, dunque ci siamo mossi». Una ricerca cominciata su internet lo ha portato a mettersi in contatto con un istituto statunitense che opera in Messico. Lui ha messo lo sperma, soluzione che lo garantisce da qualunque contestazione legale, e una ragazza sudafricana, bianca, ha donato gli ovociti. «Ho scelto lei perché ha 28 anni e due figli. E aveva già fatto due volte un’operazione analoga. Mi ha colpito perché sul suo profilo spiegava quanto conti per lei la famiglia. Siamo ancora in contatto su Facebook. Ma soprattutto sono rimasto in contatto con Laura». Laura allora.

Trentadue anni, laureata in economia e commercio, due figli, un marito, un lavoro fisso. «I nostri bambini sono cresciuti nel suo utero. È stata un’esperienza bellissima. E la sua è stata una scelta consapevole. Un gesto d’amore, appunto. Non ho dubbi che i nostri figli da grandi andranno a trovarla in Messico». Arriva Adriano. È brizzolato, sottile, piuttosto elegante. Si siede. Guarda Michele. Danno l’impressione di amarsi bene.

I figli di Laura li considerate fratelli dei vostri gemelli? «No», dicono entrambi. Poi Michele aggiunge. «Vorrei solo che Adriano esistesse anche per la legge italiana come padre». Vi è mai venuto il dubbio di avere sfruttato le madri dei vostri piccoli? «Ci siamo fatti molte domande. Ma a questa la risposta è sempre stata: no. Ai gemelli in ogni caso racconteremo tutto». Il problema è che non esiste un «tutto» unico da raccontare.

I NUOVI GENITORI  

Il dibattito sulla liceità del ricorso alla gestazione per altri è ancora acerbo, soprattutto da noi, e costringe i biologi ad affrontare con difficoltà temi filosofici, i teologi a occuparsi maldestramente di scienza e la politica a rimbalzare da una posizione all’altra a secondo delle convenienze elettorali. Peccato che sia il mondo globalizzato, e in continua evoluzione, a imporre la propria agenda.

Nel suo ufficio di Bologna, il professor Carlo Flamigni, già ordinario di ostetricia e ginecologia e membro del comitato nazionale per la bioetica, nota che «nel 2015 la prima bambina nata da una fecondazione medicalmente assistita ha compiuto 37 anni. Quella che allora era considerata un’avventura eticamente discutibile dalle scienze biologiche oggi è un’esperienza che riguarda cinque milioni di esseri umani nel mondo».

Ogni anno, attraverso un milione e mezzo di trattamenti in laboratorio nascono 350 mila bambini e il paese che ha il maggior numero di centri specializzati è l’Italia (oltre 200 contro i 107 della Francia). «Siamo dunque di fronte a un nuovo paradigma, relativo non solo alla fertilità ma anche alla genitorialità», dice Flamigni.

Un nuovo paradigma che la gestazione per altri sta visibilmente allargando, introducendo una serie di controindicazioni e problemi (pratici ed etici) che solo una scelta legislativa condivisa, per lo meno a livello europeo, sarebbe in grado di contenere. «L’idea che la maternità o la paternità siano un istinto e non un sentimento è a mio avviso sbagliata. Basti pensare che in Gran Bretagna i brefotrofi nacquero nel Settecento perché il governo si stufò di trovare bambini morti per strada e che comunque all’interno di quelle strutture la possibilità di sopravvivere era pari al 10%. I genitori non avevano grande interesse per i figli evidentemente». Cambia la morale comune. Cambiano gli strumenti scientifici. Ed è facile immaginare che nel giro di qualche decennio i rapporti sessuali avranno una funzione sostanzialmente ricreativa e non più riproduttiva. Nel frattempo le decine di migliaia di persone che decidono di ricorrere alla surrogacy sono costrette a muoversi in una vera e propria giungla.

La legge sulle unioni civili spiegata in 90 secondi

IL MERCATO DEI CORPI  

«Una percentuale significativa di turisti della fertilità viaggia perché determinate forme di lavoro riproduttivo non sono accessibili nel paese d’origine», sostengono Melinda Cooper e Catherine Waldby, docenti australiane che per prime, in uno straordinario libro intitolato Clinical Labor, hanno valutato quanto e come la bioeconomia si sia sviluppata puntando soprattutto sul corpo delle donne, producendo questo giro d’affari miliardario al quale Michele Falcone e Adriano Visinoni hanno contribuito con quarantamila dollari. Centomila in meno di quelli che avrebbero speso se Laura Hernandez fosse stata nordamericana. Negli Stati Uniti infatti, dove la logica commerciale non solo è esplicita ma anche incentivata, il ricorso alla gestazione per altri costa mediamente 140 mila dollari. Ma può raggiungere livelli molto più elevati se la donna che mette a disposizione gli ovociti è particolarmente avvenente e laureata. A quel punto è lei a fare il prezzo, consapevole di far parte di un processo di selezione che punta a raffinare la razza. È tutto chiaro. Palese. Regolato dalla legge.

Antonio Brandi, presidente dell’associazione ProVita ritiene inaccettabile la pratica della gestazione per altri, considerandola una forma pericolosa di sfruttamento del corpo delle donne e gira l’Italia non solo per dire no alle coppie gay – introducendo un discutibile nesso tra utero in affitto e coppie omo – ma anche per mostrare il documentario vincitore del primo premio al Film Festival della California. Il documentario si intitola «Eggspolitation» e racconta le vicende di una serie di ragazze americane che vendendo ovociti hanno messo a repentaglio la vita a causa di emorragie, ictus e infarti. «È così che le grandi aziende fanno affari milionari sulla pelle, il sangue e la vita delle donne e dei bambini». Il documentario dice il vero. Ma non dice la verità. Che è più larga e complessa di così. Nei Paesi avanzati i livelli di sicurezza per le donatrici sono sempre più elevati. E i controlli ai quali devono sottoporsi sono costanti e sofisticati. È un problema di marketing, più che di salute. Una donna che sta male non è una buona pubblicità.

Tema un po’ meno sentito nei paesi dell’Est, dove le ragazze che mettono a disposizione il proprio utero lo fanno spinte da uno stato di necessità. «Dopo la caduta del muro le donne sono state espulse dal mercato del lavoro. E per garantirsi un’esistenza dignitosa hanno dovuto affidarsi al corpo», dice Flamigni. Tre le strade per metterlo a reddito: fare le badanti, prostituirsi, affittare uova e utero. Le giovani ucraine sono particolarmente richieste perché bianche, belle, forti e con gli occhi chiari. Perfette dunque per le facoltose coppie del Nord Europa. E anche per quelle italiane. «Secondo i nostri dati ogni mese in Ucraina nascono almeno tre o quattro bambini italiani», dice l’avvocato Franco Antonio Zenna, che lavora a Barcellona per un gruppo (Subrogalia) che si occupa di fornire tutela legale a chi decida di tentare questa strada. «Sia chiaro che noi non facciamo intermediazione. Diamo però assistenza alle coppie che ce la chiedono. In Spagna arrivano ogni anno circa 700 bambini grazie alla gestazione per altri». E in Italia? «Dati ufficiali non ce ne sono, non mi meraviglierei se i numeri fossero analoghi». In realtà i numeri sono molto più bassi. Le stime parlano di cento bambini circa.

LA SOLIDARIETÀ 

Esistono comunque due tipologie di maternità surrogata. Quella a pagamento e quella per solidarietà, che si basa generalmente su un legame affettivo o sociale tra la gestante e la persona o la coppia di genitori a cui verrà consegnato il bambino alla nascita. È lo schema che viene utilizzato in Gran Bretagna e in Canada dove alle madri surrogate viene riconosciuto un rimborso spese legato alla perdita temporanea del lavoro e alle necessità legate alla maternità. È la terza via che cerca di trovare la mediazione tra la commercializzazione spudorata statunitense e la messa a reddito dell’utero per necessità che avviene nell’Europa dell’Est. Il mercato esiste. È quotidiano. È possibile e giusto fermarlo o è normale e inevitabile regolarlo? «A me sembra che esista “la presunzione in favore della libertà”, come sosteneva J. S. Mill», dice il dottor Flamigni, ma è proprio su questa valutazione che il Paese si è spaccato , incapace di rispondere a due domande di ordine generale. La prima: se – come sostiene Bagnasco – «i figli non sono un diritto», che cosa raccontiamo ai cinque milioni di persone nate secondo modalità «non tradizionali»? La seconda, meno diretta, ma forse più significativa: siamo in grado di mutare le opinioni ereditate dall’etica tradizionale considerando che la vita nascerà con sempre maggiore frequenza da meccanismi che nulla hanno a che vedere con l’unione fisica tra un uomo e una donna?

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IL CASO Per le adozioni particolari la legge c’è daL 1983: si applica 500 volte l’anno

Il sesso dei genitori

Lo psicologo: “Il sesso dei genitori? Irrilevante. L’idea di coppie gay con figli è ancora tabù”

Mentre prosegue il dibattito sulla stepchild adoption, Antonino Ferro, presidente della Società psicoanalitica italiana, spiega che, in realtà, “la buona crescita di un bambino non dipende dal sesso dei genitori . Il problema è che il cambiamento ci terrorizza, per questo persiste una forma di apartheid verso gli omosessuali”.

di Susanna Turco – Espresso.repubblica.it, 9 febbraio 2016
Lo psicologo: Il sesso dei genitori? Irrilevante. L'idea di coppie gay con figli è ancora un tabù
La politica che affronta le unioni civili ci si contorce sopra, i contrari alla stepchild adoption sparano tutte le loro cartucce, il fronte teocon attacca persino l’ospitata sanremese di Elton John, paventando addirittura che essa – invece che in canzoni – si risolva in “una pubblicità sull’utero in affitto”. Ma il curioso è che, se si chiede lume ai tecnici, agli esperti, a chi tutti i giorni si confronta con le spine della psiche, il problema della “tutela dei bambini” nelle coppie omossessuali viene azzerato di colpo. Cambia completamente faccia. “Che i genitori siano omo o etero non rileva: il loro sesso biologico è un elemento assolutamente inessenziale, per la buona crescita di un bambino”, spiega Antonino Ferro, psichiatra, psicologo, presidente della Società psicoanalitica italiana, libri tradotti in dieci lingue. Il problema, spiega, nasce da tutta un’altra parte: dal fatto che “si fatica ad accettare il cambiamento, la novità che ci siano genitori dello stesso sesso”. Così, mentre la politica annaspa sul ddl Cirinnà aggrappandosi alla libertà di coscienza, Ferro traccia a titolo personale una traiettoria problematica completamente diversa. Con una conclusione: “Una legge che istituisca le unioni civili, consentendo l’adozione interna alla coppia, porterebbe a una normalizzazione di quei legami: e questo avrebbe risvolti positivi, anche per i figli di quelle coppie”.

Professore, cominciamo dalla domanda di fondo: ci sono differenze tra genitori omo ed etero?
“Il sesso biologico dei genitori è un elemento assolutamente inessenziale. Più che l’essere uomo o donna, quello che conta in una coppia genitoriale è l’attitudine mentale, la capacità di svolgere le funzioni paterne (la legge, l’ordine) e materne (l’accoglienza, l’affettuosità). Se una coppia funziona in una maniera mentalmente eterosessuale, se al suo interno c’è chi svolge la funzione materna e chi quella paterna, non vedo alcuna differenza che riguardi il sesso biologico dei suoi componenti. Perché non è da quello che dipende l’equilibrio complessivo della coppia, e dunque la crescita del bambino”.

Vale per qualunque coppia?
“Certo, anche per le coppie di genitori eterosessuali: non è detto che la funzione paterna sia svolta dal padre, e quella materna sia svolta dalla madre. In tante famiglie può accadere l’inverso, essere la madre normativa e il padre affettivo. L’importante è l’insieme”.

Esistono studi sufficienti a dire che non esistono differenze?
“Svariati, e anche noti. Ad esempio quelli dell’Associazione psicoanalitica e della Società pediatrica americane che, basandosi su vasti numeri, dicono che non c’è differenza. Il figlio di una coppia omosessuale ha un processo di  crescita del tutto equiparabile al figlio di una coppia etero”.

E allora perché ci sono tanti dubbi sulla capacità genitoriale delle coppie gay?
“Per un motivo squisitamente umano. Perché siamo conservatori, vogliamo stare in poltrone comode, in cose che già sappiamo, e ogni cambiamento è visto, sempre, come una cosa terribile. Cosa è stato detto ai tempi del divorzio? Che sarebbe stato una catastrofe, la fine della famiglia. Siamo una specie che fa fatica ad accettare il nuovo. Abbiamo la tendenza a voler essere scarafaggi”.

Che c’entrano gli scarafaggi?
“Lo diceva la Montalcini. Gli scarafaggi sono perfetti, infatti non hanno avuto nessuna mutazione, nessuna evoluzione in migliaia di anni. Invece per fortuna, per noi umani le cose cambiano, in continuazione. La realtà comunque si muove: possiamo rallentare il cambiamento, far soffrire delle persone, ma non impedirlo”.

Gran parte della controversia si è concentrata sulla stepchild adoption. Mi sa dire come mai?
“Dal punto di vista numerico è insensato. Ho letto che le coppie omosessuali sono qualche migliaio, quelle di cui si pone la problematica dell’adozione sono circa cinquecento, in tutta Italia. Cioè è una problematica che riguarda davvero pochi. E allora perché questa angoscia?”

Perché?
“Anche lì, è come se la nostra specie possa fare le cose a piccoli passettini, ogni cambiamento è una specie di via crucis. E l’idea che un bambino possa essere cresciuto da una coppia omosessuale rappresenta in qualche modo un tabù più forte anche dell’idea che esista una coppia omosessuale riconosciuta”.

Un problema di accettazione della diversità?
“È come se dovesse continuare ad esserci un apartheid nei confronti degli omosessuali. Cinquant’anni fa si arrivava a licenziarli. Adesso si è riusciti a concepire che possano essere riconosciuti come unione. Sì, ma – come nell’apartheid – quelle coppie non possono prendere l’ascensore: devono fare le scale a piedi. Ma perché?”.

Chi è contrario alla stepchild adoption, dice che è “per tutelare l’interesse del bambino, che ha diritto a una famiglia naturale composta di una mamma e un papà”.
“Ma è una cavolata atroce. E quindi, un bambino cui muore uno dei due genitori omosessuali, dovrebbe andare a vivere in un altro nucleo familiare, o in un istituto, piuttosto che restare tra le sue abitudini e i suoi affetti? Qui non invocherei neanche la psicoanalisi, ma un buon senso minimale. Parliamoci chiaro: immaginare un percorso del genere è una forma di sadismo”.

E perché, scusi, non esiste la famiglia naturale?
“Scambiamo sempre per famiglia naturale la famiglia della cultura in cui viviamo. Abbiamo la fissazione di pensare che è naturale ciò che accade da noi. Ignoriamo il fatto che esistono realtà culturali completamente diverse, nelle quali “naturale” – a voler usare proprio quest’aggettivo – significa tutt’altra cosa”.

C’è dell’altro, dietro la difficoltà ad accettare l’adozione da parte delle coppie omosessuali?
“Certo che c’è. Perché il passo successivo sarà la donazione degli spermatozoi e l’utero in affitto”.

Mi sembra di udire da qualche parte un Giovanardi che gioisce. Lo sente anche lei?
“Sì lo so, oggi guai a parlare di utero in affitto. Cinquant’anni fa, non potevamo trapiantare il cuore: al primo trapianto si disse “non si può scherzare col cuore, e i sentimenti allora?”. Adesso ci sono i donatori di reni e nessuno si scandalizza”.

Beh ma un feto non è un organo.
“Certo: l’utero, la fecondazione, la nascita. Ma, se la guardiamo con occhi tranquilli, non mi turba. Sarà che, con il lavoro che faccio, non faccio altro che dare in affitto la mia mente, perché accolga i pensieri degli altri, che poi vengono restituiti ai pazienti. Dunque fatico a scandalizzarmi. Vedo l’utero in affitto come una delle evoluzioni future della scienza, della psicologia, della ginecologia. D’altra parte, il feto non ha un legame affettivo con la placenta: ha un legame con certi parametri biologici, con certe funzioni di base che una certa signora ha. La mammità e la papità è la situazione affettiva che si crea dopo la nascita, non prima. Dunque se la tecnologia porta anche a questo, perché no? Capisco che terrorizzi, e che sia difficile accettarlo. Ma un motivo serio non c’è”.

Madre per altri

La scelta di Kathy, «un regalo speciale»

Intervista. Le ragioni che hanno spinto una donna americana a decidere di partorire una bimba per una coppia che non può avere figli.

di Luca Tancredi Barone – ilmanifesto.info, 1 febbraio 2016

C’è un fantasma che ieri si aggirava per il Circo Massimo. È lo spauracchio che brandiscono le famiglie «canoniche», la minaccia che mina i pilastri della società italica maschia, ordinata ed eterosessuale. È il male assoluto che temono uomini e donne di destra e di sinistra, eterosessuali e anche molti e molte omosessuali. Ha la faccia di Kathy, trentanovenne statunitense, acconciatrice ed estetista, due figlie di 9 e 6 anni, un marito italiano. E un sorriso bellissimo. Lei ha scelto di essere una gestante per altri, una madre surrogata. Le tre parole che secondo lei definiscono le persone che decidono di fare la sua scelta sono «altruismo, orgoglio, regalo».

Perché ha deciso di prestarsi a portare in grembo il figlio di qualcun altro?
C’è una cosa che unisce me e mio marito: la voglia di aiutare gli altri, di restituire alla società qualcosa in cambio di tutte le opportunità che abbiamo ricevuto dalla vita. Ognuno ha scelto di farlo a modo suo. Essere gestante per altri è una cosa speciale che possono fare solo le donne. Sapevo che non desideravamo altri figli per noi. L’esperienza delle mie gravidanze mi era piaciuta. Durante la mia vita ho conosciuto moltissime coppie frustrate per le loro difficoltà ad avere figli. E ho un’amica del liceo che lo ha fatto, leggere il suo blog mi ha ispirato.

Che bisogna fare per diventare gestanti per altri?
Io mi sono rivolta a un’agenzia. Negli Stati Uniti ce ne sono decine. Io ne ho scelta una che lavorava localmente con madri e coppie del Texas e gestita da una donna. Bisogna fare domanda, superare una serie di esami psicologici, fisici ed economici. Ovviamente vogliono che tu sia fisicamente sana, ma anche che sia una persona equilibrata, capace di saper gestire le difficoltà – a volte ci vuole del tempo per rimanere incinta -, di saperti mettere in relazione con gli altri – perché dovrai mantenere un rapporto con i futuri genitori durante tutto il processo -, che abbia già avuto figli, e che non abbia alcuna difficoltà finanziaria o bisogno di denaro.

Come ha incontrato i futuri genitori?
La prima coppia che ho incontrato era una coppia eterosessuale. All’inizio, ti ci fanno parlare per telefono, poi ti incontri da qualche parte per chiacchierare. Ma con quella coppia non c’è stata chimica. Il marito era simpatico, ma la moglie era troppo ossessiva. Avevo l’impressione che avrebbe voluto controllare la mia vita, quello che mangiavo, quando riposavo. Così ho chiesto all’agenzia di farmi incontrare una coppia gay, perché mi sembrava che così nessuno avrebbe voluto amministrare il mio corpo. Per me è importante stabilire una relazione di fiducia: fai quel che è giusto, ci fidiamo. Dopo una settimana ho incontrato questa coppia di papà: tra l’altro, uno dei due è italiano, all’agenzia sembrava l’accoppiamento ideale con noi. Una donatrice anonima ha fornito gli ovuli, ed è nata una bella bambina 11 mesi fa.

Lo rifarebbe? Com’è stata l’esperienza?
Dal punto di vista emotivo e mentale, bellissima. Fisicamente invece ci sono state delle complicazioni gravi alla fine della gravidanza. Tanto che è finita con un’isterectomia, per cui non lo potrei rifare, no.

Un trauma, quindi.
Ci siamo spaventati quando abbiamo saputo che la placenta era cresciuta fuori dall’utero e che questo avrebbe potuto mettere in pericolo la mia vita. Mi hanno costretto al riposo assoluto. È durata tre settimane, fino al parto che è stato anticipato per questo. C’è stata una convalescenza più lunga che per un cesareo normale, ma si sono tutti presi cura di me, anche i papà della bimba. Io davo loro il latte – anche se questa è una scelta libera di ciascuna gestante – e loro mi portavano i pasti in ospedale. Ma, spavento a parte, l’esperienza è stata comunque molto bella.

Come lo ha spiegato a suo marito e alle sue figlie?
Con mio marito è stato facile: condivide il desiderio di aiutare chi ne ha bisogno. Con loro anche: ho dato loro una spiegazione molto concreta. Farò crescere un bimbo che non è mio per una famiglia che non lo può fare. Alle poche domande che hanno fatto, abbiamo risposto con tutta la precisione necessaria. Abbiamo anche spiegato la scienza che c’è dietro, che un dottore ha messo assieme le cellule e le ha messe dentro di me. Ora la adorano, e la trattano come una cuginetta.

Quindi mantenete i contatti con loro?
Certo. Sono una coppia bellissima, siamo diventati molto amici. C’è un’ammirazione reciproca. Loro, molto affettuosi, mi definiscono addirittura la loro hero. Li capisco, chiunque faccia questo regalo a una coppia sterile diventa il loro eroe.

E gli amici, come hanno reagito?
In generale, bene. Solo una mia amica, il cui marito è stato adottato, mi ha chiesto: perché non adottano invece di ricorrere a questa tecnica? Ma a parte lei, gli unici problemi sono venuti dal lato italiano della famiglia. Hanno fatto un sacco di domande. Sono sicura che non erano del tutto sinceri con me – penso che non abbiano capito davvero tutto il processo, anche se non mi hanno mai criticata apertamente. Ma i silenzi a volte possono essere molto espliciti.

Ci sono molte donne che credono che sia una violenza separare un figlio dalla madre biologica, e che prestarsi a portare il figlio di altri sia una forma di schiavitù femminile.
Mi sembra ridicolo. Non stai separando nessuno dai suoi genitori, non lo penso io e non lo penserà neppure lei quando crescerà. Non perché sia uscita dal mio grembo necessariamente ha a che vedere con me. La sua famiglia lei ce l’ha. Quanto alla schiavitù. Ovviamente, c’è una linea sottile. Sì, sono stata compensata anche io. Ma le dirò una cosa: la fatica non vale proprio i soldi che ti danno! All’inizio devi sottometterti a iniezioni dolorose per dieci settimane. Prendere farmaci e ormoni. Poi la fatica della gravidanza. E magari, come nel mio caso, finisci col rischiare la vita. Nessuna quantità di denaro ti ripaga per tutto questo. Ci saranno persone che lo fanno per soldi, non lo so. Ma la maggior parte delle persone lo fa per altri motivi. Quanto ai soldi, io la vedo così. Se esci la sera e devi prendere una baby sitter, o devi mandare tuo figlio all’asilo, paghi qualcuno per prendersi cura di tuo figlio o tua figlia. Per me è lo stesso per la surrogazione: paghi una persona perché si prenda cura di tuo figlio per nove mesi e per assicurarti che prenda tutte le precauzioni possibili per non fargli del male.

C’è una regolamentazione giuridica per tutto ciò?
Oh sì! Prima ancora di cominciare devi firmare 200 pagine di contratto legale, in cui c’era scritto che io ero solo responsabile di prendermi cura di me stessa. Nel contratto si esplicitava tutto. Per dire, loro avevano l’obbligo di identificare 3 persone di backup disposte a prendere in adozione il bambino nel caso fossero morti in un incidente prima del parto. È tutto molto controllato per proteggere la portatrice, i genitori e anche il bambino.

Sa che in Italia qualcuno ha proposto di condannare con due anni di carcere e un milione di multa chiunque faccia uso di questa tecnica per ottenere un figlio?
Sono basita. Pensa che, nel nostro caso, il papà “principale”, quello che è apparso subito sul certificato di nascita del bimbo, è proprio l’italiano. Ma lo trovo anche interessante. Nella mia agenzia, ho conosciuto una donna che venne dall’Italia e che finse con la sua famiglia di essere rimasta incinta negli Stati Uniti. Tornò a casa con il bimbo, senza raccontare come l’aveva avuto davvero. Mi era sembrato curioso. Ora la capisco molto meglio.

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«Perché io, donna e studiosa, dico no alle “madri in affitto”»

Daniela, la rappresentante per l’Italia al convegno mondiale che ha chiesto il divieto dell’utero in affitto: «La madre è quella che partorisce. Così si crea un mercato di bambini».

di Chiara Pizzimenti – vanityfair.it, 6 febbraio 2016

«La madre è quella che partorisce, punto. Non si può creare un mercato di bambini». Daniela Danna è forse la maggiore esperta italiana sulla maternità surrogata. Ricercatrice all’Università degli studi di Milano e insegnante di politica sociale, era a Parigi a rappresentare l’Italia al convegno sull’utero in affitto.

Il tema, è bene ripeterlo, non è inserito nel disegno di legge Cirinnà che regolamenta le Unioni Civili. Queste pratiche sono peraltro vietate in Italia dalla Legge 40. Eppure si parla più di questo argomento che degli articoli effettivamente presenti nel testo. «Forse unioni civili e stepchild adoption andavano separate. Così il testo sarebbe stato meno attaccabile sulla questione della maternità».

Lei era a Parigi all’incontro organizzato per dire no alla maternità surrogata.
«Abbiamo chiesto a tutti gli Stati di non permettere questa forma oppressiva con contratti perché va contro le basi della civiltà. Non può esistere un obbligo economico e giuridico di questo tipo».

Qual è secondo lei il rischio?
«Che la donna diventa una “fattrice contrattualizzata”, attrice di un mercato di bambini».

Come in India?
«Sì, un Paese con una grande disuguaglianza sociale, direttamente proporzionale alla possibilità di pagare una donna un’inezia per portare a termine una gravidanza. La donna non compare sul certificato di nascita e non può rivendicare la continuità alla crescita del figlio o della figlia».

Chi è secondo lei la madre?
«La madre è colei che resta incinta, anche con una fecondazione extracorporea, e poi partorisce. Nella gestazione il neonato o la neonata in divenire non hanno cognizione della madre biologica, della donatrice dell’ovulo, ma di chi li sta portando. Poi le madri possono essere più di una, una sociale e una biologica».

Nel suo ultimo libro, Contract Children. Questioning Surrogacy, lei spiega che in italiano sostituirebbe il termine «surrogata» con «maternità per altri».
«Sì, è la promessa che una donna fa ad altre persone di portare a termine una gravidanza e lasciare poi il bimbo alla cura di queste persone».

Se una persona senza contratto, per libera scelta, volesse partorire per altri, per lei sarebbe fattibile?
«Assolutamente sì a una gestazione per altri che sia etica, cioè libera, volontaria e gratuita».