Matteo Renzi

Renzi a spasso sulla Domitiana

‘Renzi a spasso sulla Domitiana’, un esperimento per i delusi del Pd

Renzi ‘ngopp ‘a Domiziana

di Arnaldo Capezzuto – ilfattoquotidiano.it, 5 agosto 2017

Immaginate Matteo Renzi, ex premier e leader del Pd, a spasso per la Domiziana, l’antica strada romana che collega Pozzuoli a Roma, attraversando i territori degradati del casertano. Una passeggiata per raggiungere Castel Volturno, città simbolo di uno sviluppo mancato, progetti naufragati e promesse elettorali vendute tanto al chilo dove gli ultimi tra gli ultimi sopravvivono e convivono nella quotidiana disperazione.

Il giornalista Vincenzo Ammaliato, rigorosamente in giacca e cravatta, si è preso la briga di accompagnare la sagoma di Renzi(l’originale è troppo indaffarato) in giro e di farlo piombare nella vita di tutti i giorni della gente, registrandone le reazioni. Così è nato Renzi a spasso sulla Domitianaun curioso cortometraggio solo apparentemente guascone, nei fatti costituisce un duro atto d’accusa e fa riflettere.

Emerge uno spaccato interessante, e diventa un esperimento sociologico dove i residenti, i tanti immigrati, pur sapendo di trovarsi di fronte a una provocazione interloquiscono con l’ex premier rinfacciandogli molti provvedimenti del suo governo e non nascondendo la propria delusione nei confronti del Pd. Così, il viaggio si dipana tra ombrelloni e sedie a sdraio, su di un gommone, alla fermata in attesa di un autobus e poi sullo stesso autobus carico di stranieri e nelle deserte arterie stradali.

Il “portantino” Ammaliato, come un moderno Virgilio, mostra alla sagoma di Renzi le piaghe di una terra disperata e tra queste non risparmia il mercato della prostituzione. Il leader del Pd a un incrocio della Domiziana tenta di parlare con qualche ragazza nigeriana, ma il “protettore” lo sconsiglia e lo caccia in malo modo. Indomito però l’ex inquilino di palazzo Chigi continua imperterrito il suo viaggio nel girone infernale della Domiziana. Attraversa campi abbandonati, coltivazioni, allevamenti di bufale, passa tra le rovine di scheletri di cemento e ruderi dimenticati del forsennato abusivismo edilizio fino a raggiungere gli alveari delle palazzine delle case popolari. Le reazioni alla vista della sagoma di Renzi sono diverse.

C’è chi si fa il selfie, chi, invece, sfoga la sua rabbia repressa, chi si rivolge a lui come se fosse davvero in carne ed ossa, manifestandogli le tante promesse non mantenute per risanare un territorio occupato dalla camorra e dimenticato dallo Stato. Ma c’è anche chi ci scherza e si fa una bella risata. Non mancano battute e sfottò indirizzati all’ex sindaco di Firenze. Il tour della sagoma di Renzi è un viaggio surreale che per certi versi acquista forza e slancio.

Sembra davvero di trovarsi di fronte a una vera visita di un rappresentante delle istituzioni. L’idea di costruire il mini documentario Renzi a spasso sulla Domitiana nasce da una telefonata che il 3 maggio scorso l’ex premier Renzi fece al sindaco di Castel Volturno, Dimitri Russo per annunciargli che a breve sarebbe andato a visitare la sua città per comprendere di persona le tante criticità che deve quotidianamente affrontare.

“Tre mesi dopo, in attesa che il segretario del Pd mantenga la sua promessa – dice Vincenzo Ammaliato – abbiamo portato la sua sagoma sulla Domiziana senza alcun intento politico, ma solo per fare informazione, seppure non convenzionale. E il risultato è stato un vero Teatro”.

Dopo quella telefonata – sottolinea, invece, il sindaco di Castel Volturno, Dimitri Russo – l’attesa in città è altissima. E, considerato che mai nella sua storia, Castel Volturo ha goduto di tanta attenzione da parte del Governo, il giornalista ha voluto ‘ammaliare’ l’attesa con un sorriso. Una risposta, seppure virtuale, ai tantissimi che ci chiedono la data dell’evento e che, si spera, possa essere in occasione della festa provinciale del Pd a Castel Volturno programmata per settembre”.

Un cortometraggio pubblicato sul canale Youtube e Facebook che in pochi giorni sta spopolando. Il progetto collettivo Renzi a spasso sulla Domitiana, di Vincenzo Ammaliato, vede il soggetto firmato da Giuseppe Ammaliato e Giovanni Izzo (quest’ultimo cura anche la fotografia), il montaggio è di Eliano Imperato, le musiche realizzate da Gianfranco Voiglio della Mad man factory, mentre il progetto grafico e la sagoma è della Merikarton vietrese, infine la stampa è della Digital graphics.

Il congresso dimezzato

segnalato da Barbara G.

Congresso Pd, primi circoli al voto. Precipita l’affluenza, anche nelle zone rosse. Renzi sopra il 60%

di Alessandro De Angelis – huffingtonpost.it, 25/03/2017

Un plebiscito per Renzi, ma in un congresso per pochi. Quotidianamente dal Nazareno viene diramato in agenzia il bollettino del plebiscito: al momento l’ex premier avrebbe raccolto quasi il 70 per cento dei consensi. L’altra faccia dei dati riguarda, però l’affluenza. Elisa Simoni, parlamentare toscana e sostenitrice di Orlando, ci va giù dura: “L’unico partito che era ritenuto tale è stato raso al suolo. Abbiamo perso iscritti e di quelli che abbiamo sta partecipando al congresso il 50 per cento, basta vedere i numeri. Altro che partito della Nazione… È rimasta la nazione, fuori da noi, ma il partito è morto”.

Al momento hanno votato circa 300 degli oltre 6mila circoli del Pd. I dati sono dunque ancora molto parziali in questa fase del congresso che si svolge tra gli iscritti, di qui al 9 aprile. Poi, la fase delle primarie aperte. Ma raccontano di un “trend”, soprattutto perché le zone più avanti nello svolgimento dei congressi sono le zone rosse. In tutti i circoli del bolognese che hanno votato finora, ad esempio c’è una flessione: a Zola Predosa i votanti rispetto allo scorso congresso sono passati da 63 a 17, al Pilastro da 41 a 25, a Minerbio hanno votato solo in 31 su 190 iscritti. Anche in regione, dove ha votato il 13 per cento del totale, si conferma il trend: a Rimini Ghetto Turco 24 votanti su 42 iscritti, a San Clemente 25 su 56, a Sant’Arcangelo-San Martino 31 su 69, a Saludecio 3 su 14, solo per citarne alcuni.

Un “trend” che secondo il vicesegretario del Pd Lorenzo Guerini non rappresenta un flop. Anzi, in un post su Facebook spiega che il tasso di partecipazione sarebbe salito.In verità i più sensibili al tema dell’affluenza, tenuto sottotraccia dai renziani interessati solo al chi vince, sono i sostenitori della mozione di Orlando, dove è confluito il grosso degli ex ds. Dice all’HuffPost il capogruppo in regione Stefano Caliandro: “Gli iscritti che stanno votando sono oggettivamente pochi. E questo è sintomo di un partito poco in salute. Parliamoci chiaro: un congresso avrebbe dovuto parlare al paese, coinvolgendo attori sociali, categorie, il mondo del lavoro e dell’impresa, e invece è stato scelto un altro percorso: una conta che interessa poco gli iscritti e praticamente nulla fuori”.

Effettivamente, questo congresso ha assai meno appeal, tensione politica, interesse mediatico del precedente. Basta leggere i giornali. I numeri lo registrano. Ora, è chiaro che il numero dei votanti è sempre inferiore a quello degli iscritti. Ma il punto è “quanto” inferiore. Stavolta siamo attorno al 50, il che significa che, avanti di questo passo, voterebbero 200 dei 420mila tesserati. Anche perché, tradizionalmente, le zone rosse sono quelle a più alta partecipazione.

Ovunque, nel centronord, Emiliano va malissimo. Su 15 circoli in Piemonte, scrutinati al 24 marzo ha preso un solo voto. Circoli dove si conferma la flessione della partecipazione: Dronero (provincia cuneo) dieci votanti su venti iscritti, Candelo 14 su 31, Bruino 17 su 33. Oggi, in attesa del sud, i primi dati davvero positivi per Emiliano. A Bussi e Spoltore in Abruzzo, feudi del parlamentare a lui vicino Antonio Castricone, ha vinto rispettivamente col 42 per cento e col 59. Votanti: 40 su 54 e 40 su 70.

Ovunque raccontano di un clima assai poco appassionato. In Emilia, terra dove il “segretario” raccoglie sempre percentuali bulgare, perché il partito è il partito e il riflesso d’ordine è forte, non solo non c’è la ressa dentro i circoli, ma il dibattito è moscio: “Un elemento – prosegue Caliandro – fa riflettere. Ci sono più volontari alle feste dell’Unità che votanti ai circoli. Significa che la comunità che si riconosce in un campo vasto della sinistra è più ampia di quella che viene a votare il segretario della Pd”. Finché dura: “Ieri – racconta la Simoni – è venuto un compagno e mi ha fatto vedere tutte le tessere del partito che aveva conservato dai tempi del Pci. Mi ha detto, con dolore: quest’anno non l’ho rinnovata. Che gli diciamo? Questo nelle zone rosse, mentre ci sono casi anomali di tesseramento nel Sud”. A Ribera, provincia di Agrigento, l’edizione palermitana di Repubblica è stata rinnovata la tessera a un morto. Ad Agrigento, Sciacca e Canicatti è stata avviata una verifica di un migliaio di nominativi. Nell’Isola è attesa la vittoria di Renzi con almeno il 65 per cento. Un plebiscito, appunto. Di un congresso per pochi.

I regalini di Renzi

Lobby, Renzi e Boschi: “Non ne siamo schiavi”. Ecco le leggi a favore di tabacco, armi, banche e assicurazioni

Gli esempi di norme a misura di gruppi pressione varate negli ultimi due anni non mancano certo. E se in alcuni casi il premier può opporre, con il dovuto imbarazzo, di non essersi accorto di ciò che accadeva in casa sua, non può certo dire di aver cercato di mettersi al riparo imprimendo un’accelerata alla legge sulle lobby che giace in un cassetto da un anno.

“Col nostro governo è cambiato il clima e mi scappa da ridere quando ci dicono che siamo noi quelli delle lobby. Mi fa schiantare dalle risate, lo dico con un tecnicismo fiorentino“. Davanti alle telecamere della tv di Stato, domenica 3 aprile, Matteo Renzi non è arrivato alle iperboli del ministro Maria Elena Boschi, secondo la quale l’esecutivo è attaccato dai poteri forti “proprio perché non siamo schiavi dei poteri forti”, ma ha negato vigorosamente che nei provvedimenti presi dal suo governo ci sia lo zampino delle lobby. Eppure l’esecutivo in questi due anni è stato più volte accusato, anche dall’interno, di aver ceduto alle pressioni dei portatori d’interessi altrui. Ecco una guida, necessariamente incompleta, delle norme finite al centro delle polemiche.

“Noi non siamo quelli delle lobby”. Ma i provvedimenti dicono altro – Armi, navi, assicurazioni, tabacchi, banche, autostrade: in poco più di due anni l’esecutivo guidato dal segretario del Pd ha approvato parecchie disposizioni tutt’altro che distanti dagli interessi delle grandi lobby. Tutto il contrario rispetto a quello che ha assicurato il premier domenica scorsa. Anzi per la verità, sulle dichiarazioni del presidente del Consiglio i conti non tornano neanche quando si va a spulciare alla voce delle riforme mai approvate: come per esempio quella per regolamentare le attività di lobbying in Parlamento. Lungamente promessa non è ancora arrivata. Nel frattempo i provvedimenti del Consiglio dei ministri che sono andati – in un modo o nell’altro – a favorire i grandi gruppi industriali aumentano di mese in mese. E in qualche caso contengono nomi presenti anche nella lista dei benefattori di Open, la fondazione che accompagna la carriera politica di Renzi, sin dal 2007.

Renzi and cigarettes: stop alle accise e la multinazionale finanzia la fondazione del premier – È il primo luglio del 2014, quando sui conti della fondazione del politico fiorentino arriva un bonifico da centomila euro: denaro donato dalla Bat, la British American Tobacco. Un versamento arrivato nelle stesse settimane in cui il governo annunciava un decreto di riordino del settore dei tabacchi. Si parlava di un aumento delle accise che poteva arrivare fino al trenta per cento e che non dispiaceva ai colossi del settore, come la Philip Morris. In caso di tasse più alte, infatti, ad essere maggiormente penalizzati sono i marchi che vendono sigarette di fascia bassa, cioè più economiche, come appunto la Bat. Il provvedimento per l’aumento delle accise sui tabacchi è all’ordine del giorno del Cdm per due volte, ma poi scompare nel nulla. Riemergerà il 31 luglio del 2014, quando arriva il via libera: l’aumento però non sfiora nemmeno il 30 per cento proposto in precedenza, fermandosi  al  10 per cento. La Bat brinda e dopo qualche settimana vara un investimento quinquennale da un miliardo per l’Ente tabacchi; la Philip Morris da parte sua si consola con uno sconto del 50 per cento per le sigarette elettroniche prodotte nello stabilimento di Crespellano a Bologna, inaugurato dallo stesso Renzi.

Le altre concessioni dello Sblocca Italia: quelle autostradali – Lo Sblocca Italia tornato alla ribalta in questi giorni, non è stato fonte di giubilo solo per i petrolieri. Lo sa bene il ministro Graziano Del Rio che ha preso in mano il dicastero di Maurizio Lupi e si è dovuto confrontare con le critiche di Bruxelles al macroscopico regalo ai concessionari autostradali contenuti nell’articolo 5 del provvedimento varato pochi mesi dopo il riordino dei tabacchi. Cioè la possibilità si ottenere la proroga senza gara delle concessioni in cambio di investimenti che nella maggior parte dei casi sarebbero stati fatti comunque. Un pacchetto da quasi 6 miliardi di euro per i vari Benetton, Gavio e Toto che hanno così avuto il via libera a fare il bello e il cattivo tempo e ottenere automaticamente proroghe sia con la promessa di nuovi investimenti, sia accorpando tratte autostradali con scadenze differenziate. Nonostante le critiche e i dubbi espressi da Antitrust, Anticorruzione e Authority dei Trasporti.

Banche e assicurazioni: liberi tutti – Sintomatico del rapporto tra il governo Renzi e i principali gruppi di pressione è senza dubbio il capitolo delle banche. Mentre le polemiche sul caso Banca Etruria & C non si erano ancora esaurite, ecco che dal dicastero guidato da Maria Elena Boschi veniva trasmesso a Montecitorio l’atto di governo numero 256. Oggetto: recepimento della direttiva europea 2014/17 per aumentare le tutele per i consumatori nei contratti di credito. In realtà quel provvedimento, poi parzialmente modificato in seguito alle polemiche, cancellava l’articolo 2744 del codice civile, che disciplina il divieto del “patto compromissorio”, e cioè “il patto col quale si conviene che, in mancanza del pagamento del credito nel termine fissato, la proprietà della cosa ipotecata o data in pegno passi al creditore”. In questo modo le banche potevano prendere possesso degli immobili dei debitori insolventi e venderli senza passare dal giudice, con pieni poteri (di fatto o di diritto) sul prezzo di vendita. Finito? Assolutamente no. Perché l’articolo 16 del provvedimento di conversione in legge del decreto sulla riforma del credito cooperativo ha disposto altro. Come per esempio l’imposta sostitutiva da appena 200 euro per chi acquista immobili da vendite giudiziarie per poi rivenderli, mentre normalmente la tassa ordinaria è pari al 9 per cento. In pratica il provvedimento che doveva aumentare le tutele dei consumatori nei contratti di credito aveva finito per avere effetti opposti: più che una legge un ossimoro.

Simile è la piega che rischia di prendere il ddl Concorrenza, attualmente in discussione al Senato e congelato in seguito alle dimissioni del ministro Federica Guidi. Nell’ambito del provvedimento volto a rilanciare la sana concorrenza tra imprese a beneficio dei consumatori e del mercato, c’è un lungo capitolo dedicato alle assicurazioni e, in particolare, alla Rc Auto. Un settore piuttosto delicato visto l’obbligo della polizza e in cui le compagnie puntano da tempo, come dimostrano i precedenti tentativi, a dimezzare i risarcimenti previsti per i sinistri stradali e per responsabilità mediche. E questa volta rischiano di farcela. Come faceva notare l’avvocato Marco Bona su ilfattoquotidiano.it, alla luce dell’evoluzione presa dal disegno di legge, “le vittime con lesioni gravissime saranno quelle maggiormente colpite dalle nuove norme: danni morali azzerati o quasi, parametri monetari molto più bassi rispetto a quelli impiegati dai giudici. Forse gli emendamenti più estremi (quelli sostenuti dall’esecutivo) non passeranno, ma, in ogni caso, il provvedimento abbasserà la tutela risarcitoria di questi danneggiati, per poi magari estendersi ad altri campi”.

Navi e armi senza sconto. Anzi costano il doppio – A parlare delle pressioni della lobby delle armi sui provvedimenti di governo non è invece un oppositore della maggioranza, ma al contrario un esponente del Pd. È il 15 gennaio del 2015 quando Gian Piero Scanu, capogruppo dei dem in commissione Difesa, chiede di rinviare il via libera definitivo ai 5,4 miliardi di euro per acquistare nuove navi e arricchire la flotta della Marina militare. Lo stanziamento di quei fondi è il sogno coltivato a lungo dall’ammiraglio De Giorgi, oggi indagato dalla procura di Potenza proprio per aver cercato un profitto, non per se stesso ma per l’intera Marina. Scanu nel gennaio di un anno fa però voleva bloccare quei fondi. Il motivo? “Pressioni lobbistiche da diverse parti sono state esercitate con intensità su diversi componenti della commissione in modo da poter orientare il parere”, dice il capogruppo Pd in commissione Difesa, che in quella stessa riunione era chiamato a dare il via libera anche all’acquisto di 381 carri blindati Freccia per 2,6 miliardi di euro. Una spesa gigantesca nonostante nel 2009 fosse già stato impegnato un miliardo e mezzo di euro per altri 250 veicoli identici. In pratica quattro miliardi di carri blindati, in appena sei anni, nonostante in Afghanistan ne fossero stati usati solo 17. E dire che tramite il piano organizzazione congiunta per la cooperazione in materia di armamenti se ne sarebbero potuti risparmiare almeno due di miliardi di euro: perché dunque si è scelto di raddoppiare quella spesa?

Legge sulle lobby, tutti la vogliono ma nessuno la approva – Tutti la invocano e nessuno la fa. Un testo da cui partire per avere una legge che regolamenta la presenza dei lobbisti in Parlamento esiste, ma dorme beato in commissione. Da poche settimane è stato spostato alla Camera perché a Palazzo Madama avevano perso ogni speranza che fosse calendarizzato. Il ddl a prima firma degli ex M5s Luis Aberto Orellana e Lorenzo Battista è stato approvato nella commissione Affari costituzionali del Senato ad aprile 2015. Sono passati nove mesi e il provvedimento non ha nessuna speranza di vedere la discussione in Aula. Per questo Adriana Galgano (Scelta civica) a inizio gennaio scorso ha deciso di presentare lo stesso ddl a Montecitorio, nella speranza che dall’altra parte del Parlamento i tempi possano essere più veloci. Ma il luogo cambia poco se a mancare è la volontà dei capigruppo e del governo di far entrare l’argomento nell’agenda. “C’è un interesse”, ha spiegato a ilfattoquotidiano.it la Galgano, “di molti ex deputati e senatori a svolgere un’attività di questo tipo una volta finito il mandato”. Ed è solo uno dei tanti intoppi che il ddl continua a incontrare.

Eppure tutti – almeno a parole – dicono di volere una norma che regoli la professione, dall’ex premier Enrico Letta al ministro della Giustizia Andrea Orlando, fino allo stesso Renzi, che si è più volte espresso sull’argomento. Durante questa legislatura sono stati depositati ben undici ddl sul tema. Nel frattempo il Parlamento prova a rimediare con quello che può. Montecitorio nei giorni scorsi ha approvato il codice etico che impone ai deputati di non accettare più regali costosi “nell’esercizio delle proprie funzioni, salvo quelli di valore inferiore a 200 euro“. Un tentativo debole, ma concreto di evitare all’Italia una serie di sanzioni a livello europeo. È dal 1997 che il Consiglio d’Europa chiedeva di mettersi in regola, ma finora nessuno se ne era occupato. Il codice è ancora però molto debole: se un deputato non lo rispetta, la sua violazione sarà resa pubblica. E niente di più.

Hanno ucciso i comunisti

(chi sia stato già si sa)

segnalato da Barbara G.

Fabrizio Cicchitto sta con Matteo Renzi: “Sciogliamo Ncd. Lui è andato oltre Craxi e Berlusconi: ha ucciso i comunisti”

Di Alessandro De Angelis – huffingtonpost.it, 19/10/2015

A un certo punto Fabrizio Cicchitto accenna il sorriso di chi la sa lunga: “La via d’uscita sulle unioni civili? Mi sembra che possa essere duplice: nel dibattito in Aula va sviluppato quel lavoro di confronto con l’elaborazione di emendamenti che non è stato fatto in commissione e poi si affermi il voto segreto e la libertà di coscienza, conoscendo la trasversalità delle posizioni sul merito”. Montecitorio, secondo piano. Fabrizio Cicchitto, ex capogruppo del Pdl nel fuoco della guerra frontale con le procure, ora Ncd, è presidente della commissione Esteri della Camera. La sua stanza è murata di libri. Due scatoloni strabordano con le sue due ultime pubblicazioni. La prima è L’uso politico della giustizia (contro le procure che hanno disarcionato Berlusconi), l’altra è La linea rossa (contro l’anomalia dei comunisti italiani): “Mi chiede di Renzi? È riuscito dove Craxi e Berlusconi non riuscirono: ha ucciso i comunisti. Per questo va costruito un nuovo centro alleato con lui”.

Partiamo dalle unioni civili.

Sì, e pure con calma. Perché c’è chi vuol fare di questo tema una sorta di guerra di religione tra una religione ultra-laicista e una religione ultra-cattolica. Mentre invece la questione va affrontata in termini a-ideologici, partendo dal fatto che la nostra società è totalmente cambiata e che quindi accanto ai rapporti e alle unioni etero si è affermata anche una dimensione omosessuale. Ciò premesso in termini assolutamente laici reputo che le due cose vadano nettamente distinte: matrimonio e unione civili, anche per una ragione di fondo. Io francamente reputo assolutamente preferenziale per un bambino e una bambina crescere avendo un padre e una madre, di due sessi diversi: affermazione contestabile ma è il mio pensiero.

E questo è un dato di fatto.

Lei ha fretta, le ho detto calma. Alla luce di questa valutazione generale, reputo che in commissione al Senato si sono scontrati due opposti estremismi. Quello della Cirinnà che è venuta meno al ruolo tipico di mediazione della relatrice – diversamente dalla Finocchiaro sulla legge costituzionale – e quello di alcuni amici dell’Ncd che hanno fatto un ostruzionismo portato all’eccesso impedendo anche una discussione sul merito e quindi la discesa in campo di quegli esponenti del Pd che in modo esplicito dicono che non sono d’accordo con la proposta di legge della Cirinnà.

Va bene, e questo è la situazione confusa che si è determinata. Faccia una proposta.

Io credo che io mio partito la debba porre così: questo tema non sta negli accordi di governo. E però anche qui va evitato l’opposto estremismo di chi dal Pd dice “faremo maggioranze variabili” e di chi dall’Ncd dice “faremo cadere il governo”. La via d’uscita può essere duplice: nel dibattito in Aula va sviluppato quel lavoro di confronto con l’elaborazione di emendamenti che non è stato fatto in commissione e poi si affermi il voto segreto e la libertà di coscienza, conoscendo la trasversalità delle posizioni sul merito.

Vediamo se ho capito bene: la Boschi dice libertà di coscienza. Lei dice sì, ma anche voto segreto.

Ha capito bene, dopo una discussione in Aula diversa da quella che c’è stata in commissione.

Presidente Cicchitto, fin qui le unioni civili. Ma allarghiamo il discorso. Anche su questa storia dice il suo partito sta esplodendo. Quagliariello se ne è andato, accusandovi di essere una stampella di Renzi. Siamo al dunque…

Mi sembra che il momento scelto da qualche amico di chiedere a l’uscita dal governo del nuovo centro destra sia il piu’ sbagliato di tutti. Sulle unioni civili la partita è aperta e rinviata alle idi di gennaio. E ancora di piu’ sulla legge di stabilità si è aperto un confronto nel Pd rispetto al quale non è che l’Ncd può rompere paradossalmente con un governo che fa delle cose contestate da sinistra.

Anche lei pensa che è una legge di stabilità che avrebbe potuto scrivere Berlusconi?

Beh, io non voglio dire che la legge di stabilità è fatta con lo stampino del Berlusconi del ’94, ma insomma… Ha per obiettivo la crescita e realisticamente chi l’ha fatta sa che per rimetterla in modo bisogna rimettere in moto i consumi – anche aumentando la circolazione del contante – e le imprese. La critica giusta è quella di aver tagliato in modo limitato la spesa pubblica, ma si immagini che sarebbe successo se l’avesse tagliata di piu’. Credo dunque che l’ira di Berlusconi sia solo apparentemente contro Renzi, ma in effetti è contro se stesso.

Perché? Si spieghi meglio.

Perché questo governo sta facendo una serie di cose che a lui non sono riuscite. Gliele elenco: la responsabilità civile dei giudici, il jobs act con l’abolizione dell’articolo 18, la detrazione dell’Irap, lo stesso divorzio breve che è un modo per sburocratizzare la vicenda giudiziaria dei coniugi. E poi l’aumento del contante e l’abolizione della tassa sulla prima casa. Per non parlare delle riforme costituzionali e della legge elettorale. E la prego di non eccitare il mio sadismo facendomi citare le frasi entusiaste con le quali Berlusconi e Romani esaltarono la legge elettorale e la legge costituzionale, ma su questo basta leggere il bell’articolo di Mattia Feltri sulla Stampa di qualche giorno fa.

Ma Mediaset, invece, è ancora al governo?

Intelligentemente per Mediaset il patto del Nazareno non è mai finito.

Ricambiata da una riforma della Rai che non apre il mercato ed è innocua per il biscione.

E questo lo ha detto lei…

Presidente, premesso che non amo paragoni perché spesso la storia si presenta spesso prima come tragedia poi come farsa, lei sta dicendo che Renzi sta realizzando ciò per cui Berlusconi è sceso in campo?

Attenzione, nella vita politica italiana dal ‘94 a oggi sono esplose due novità. Una è stata quella di Berlusconi. Il quale dopo la rivoluzione giudiziaria di Mani pulite coprì un vuoto politico sul centro distrutto a cannonate dall’uso politico della giustizia. Per vent’anni Berlusconi ha vinto e perso contro una invincibile armata. Alla fine secondo me va concludendo male il suo ciclo politico ripetendo oggi male ciò che nel ’94 diceva bene e asserragliandosi in una posizione di conservazione di sé stesso. Quando un partito perde 9 milioni di voti e due terzi del suo gruppo dirigente chi lo guida dovrebbe fare una riflessione autocritica, che invece non vedo.

E la seconda novità?

È Renzi, che nasce dallo stallo delle elezioni del 2013 e il sistema impallato da un movimento protestatario. Nello stallo sia Bersani che Letta marcarono il passo rischiando di dar via libera ad una ulteriore crescita dei Cinque Stelle e nella coscienza profonda del Pd riemerse la famosa invettiva di Moretti contro “i dirigenti coi quali non vinceremo mai”. Ed è esplosa la novità Renzi.

Vede una similitudine con Berlusconi?

Stanno su due piani diversi avendo entrambi, in contesti diversi, una grande capacità di comunicazione e di iniziativa politica. Per un paradosso della storia Renzi per salvare il Pd dallo stallo e il sistema istituzionale da una contestazione radicale è riuscito in quello che non riuscì né alla destra né a Bettino Craxi e neanche a Berlusconi: ha ucciso i comunisti.

A proposito di Craxi. Come se lo spiega il fatto che Renzi, trentenne, rottamatore, che si presenta come il nuovo che avanza, quando viene a Roma da Firenze come presidente della Provincia dorme al Raphael?

Conosco la sua perfidia e so come vorrebbe che le rispondessi, ovvero che nell’inconscio del giovane Renzi albergava il desiderio del potere e quindi ne frequentava i simboli, ma penso, banalmente, che è solo un caso. Il Raphael è un ottimo albergo vicino a palazzo Chigi, alla Camera e al Senato. Renzi è così de-ideologico che ha trascurato il precedente storico.

E per lei, ex socialista e ex berlusconiano, cosa rappresenta?

È stato il posto dove Craxi ha vissuto e il segno del livello di inciviltà in cui si arrivò a quei tempi. Ricorderà quando Occhetto convocò una manifestazione a piazza Navona affinché il deflusso si concentrasse al Raphael e avvenisse la lapidazione tramite monetine dell’avversario storico.

Dunque, se questa è la sua analisi, il destino anche del suo partito è l’alleanza con Renzi.

Finora Renzi ha evitato qualunque sistemazione politico-culturale complessiva della sua posizione, però se andiamo al nocciolo di quello che sta facendo diciamo che finalmente si afferma nel Pd una posizione di stampo blairiano che rappresenta il massimo della rottura rispetto alla Ditta. In una situazione di questo tipo, cosa dovrebbe fare il centro che già oggi collabora con Renzi: abbandonare il campo e seguire e Berlusconi in quell’intreccio di populismo lepenista e di familismo nostalgico che oggi caratterizza questo centrodestra? Io dico: il nuovo centro destra deve entrare nell’ordine di idee che il suo nome è cambiato nella sostanza politica e deve cambiare nella forma.

Sta dicendo che Ncd deve cambiare nome?

Sto dicendo non solo che deve cambiare nome perché adesso è l’ora di costruire un nuovo centro. Ma anche che esso deve allargarsi a tutte le forze politiche parlamentari che finora frantumate e divise hanno sostenuto Renzi certamente in condizioni di subalternità. Visto che Renzi è una cosa e il Pd è un’altra non credo che esistano le condizioni che queste forze entrino nel Pd, ma invece devono aggregarsi autonomamente, darsi una veste politica e culturale, avere anche una posizione contrattuale, e quando è necessario conflittuale, e anche con Renzi e col Pd ed esprimere anche un salto di qualità imposto dalla situazione.

Traduco: facciamo “I Moderati” per Renzi. Lo sta dicendo al suo partito, a Verdini a quel che resta di Scelta civica.

Sì, in tempi ragionevoli ma rapidi vanno superate tutte le sigle esistenti e va posto in essere un processo di rifondazione politico e culturale tale da unificare un campo che finora qualcuno, compresi alcuni renziani, ha trattato come “un volgo disperso che nome non ha”.

… Underwood gli fa una pippa

Matteo Renzi: però, in fondo, non è così male

di Andrea Scanzi – ilfattoquotidiano.it, 2 luglio 2015

Devo dire che, tutto sommato, forse Renzi l’ho sottovalutato. A parte avere raso al suolo la scuola pubblica. A parte non contare una mazza in Europa. A parte le bugie. A parte essersi inimicato in un colpo solo pensionati, insegnanti, lavoratori, associazioni partigiane eccetera, ovvero quello smisurato bacino elettorale che prima di lui avrebbe votato Pd a prescindere. A parte avere clamorosamente sottovalutato la questione migranti. A parte avere imposto una legge elettorale che doveva uccidere il M5S e che in realtà rischia di agevolare il M5S. A parte essersi ridotto a salvare i gigli di campo alfaniani, altrimenti il governo cade. A parte non essere andato al voto un anno fa, quando avrebbe preso percentuali bulgare. A parte il credersi dentro House of Cards. A parte l’essere dentro Mister Bean. A parte avere regalato al paese una classe dirigente persino più ridicola e impreparata di quella berlusconiana. A parte essere lo zerbino pingue della Merkel. A parte quel suo inglese fluente come il catrame. A parte quel suo lessico da fan ripetente dei Righeira. A parte quel suo sguardo sempre vispo e intelligente, a metà tra una trota e il Trota. A parte non avere minimamente inciso sulla ripartenza economica del Paese. A parte quella propensione appena accennata alla deriva dittatoriale. A parte avere permesso a Salvini di crescere indisturbato nei consensi. A parte scappare da ogni duello televisivo. A parte avere puntato su Paita, Moretti, Bracciali e altri droidi accattivanti elettoralmente quanto un fagiolo lesso sopra una meringa. A parte aver sottovalutato la grana Marino. A parte aver sottovalutato il bubbone De Luca. A parte riuscire a crollare nel gradimento nonostante una stampa quasi sempre azzerbinata.

Ecco: a parte tutto questo, e in realtà molto altro, Matteo Renzi non è che sia poi così male.

Semestre europeo, il flop di Matteo Renzi

SEMESTRE EUROPEO, IL FLOP DI MATTEO RENZI. E LE PROMESSE RIMANGONO SOLO DEGLI SLOGAN

La presidenza europea dell’Italia si chiude con pochi risultati, nessun fuoco d’artificio e tanti errori. Spesso nati dal protagonismo del premier. Che ora sul Quirinale si gioca tutto.

da espresso.repubblica.it (12/01/2015) – di Marco Damilano

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Più che un semestre di presidenza italiana dell’Unione europea è stato un semestre bianco per la politica nazionale, in cui il Parlamento non poteva essere sciolto e il presidente della Repubblica non si poteva dimettere. E anche un semestre in bianco: «In Europa siamo riusciti a cambiare il vocabolario, ora aspettiamo le realizzazioni», ha ammesso il presidente di turno. Matteo Renzi. 

Atteso con il solito carico di enfasi che grava sugli eventi internazionali con l’Italia protagonista (in arrivo il prossimo: l’Expo 2015), il semestre di presidenza del Consiglio dell’Unione europea che sta terminando (il 13 gennaio ci sarà il rapporto finale di Renzi di fronte al Parlamento Ue) è destinato a non lasciare tracce di particolare rilevanza nel Palazzo Justus Lipsius a Bruxelles, sede del Consiglio. Tutto è pronto per voltare pagina. Il prossimo paese presidente di turno, la Lettonia, ha inaugurato il suo semestre a Riga con una pièce del compositore Eriks Esenvalds, “After the Storm”. “Dopo la tempesta”, ma non è un riferimento al predecessore italiano. Per Renzi, anzi, la bufera deve ancora venire.

Non se l’aspettava così l’uomo di Palazzo Chigi la fine del suo semestre di presidenza Ue. L’inizio coincise con una cavalcata trionfale, con il suo Pd al 40,8 per cento e undici milioni di voti raccolti alle elezioni europee del 25 maggio. Con il discorso di apertura il 2 luglio 2014 di fronte al Parlamento Ue in cui il premier si paragonava a un eroe dell’Odissea: «La generazione nuova che abita oggi l’Europa ha il dovere di riscoprirsi Telemaco, di meritare l’eredità dei padri dell’Europa…».

Oggi Renzi-Telemaco termina il viaggio con un magro bilancio e con una situazione interna di imprevista difficoltà, dopo il pasticcio del decreto fiscale con la norma salva-Berlusconi approvato da Palazzo Chigi e poi maldestramente ritirato e rimandato al 20 febbraio, dopo l’elezione del nuovo presidente della Repubblica. Un sotterfugio, una svista. Peggio, un blitz di Natale per blindare il patto del Nazareno. Che si è capovolto in un imbarazzante stop per Renzi, l’uomo che non può fermarsi mai. Proprio ora che si avvicina il Big Game. Chiuso finalmente il semestre, le dimissioni di Giorgio Napolitano daranno ufficialmente il via alle manovre per la successione al Quirinale, in corso in modo sotterraneo da settimane.

Tutto il semestre renziano, in realtà, è stato giocato sulle esigenze domestiche. L’Europa come vincolo per far passare le riforme in Italia: l’eliminazione del Senato elettivo, il Jobs Act sul mercato del lavoro, l’abolizione dell’articolo 18. In questo il governo Renzi ha cambiato pochissimo verso rispetto ai suoi predecessori.

«L’Europa ce lo chiede», è il refrain di tutti i governanti italiani da Maastricht in poi. Il Renzi style si è visto nell’approccio polemico verso le istituzioni europee. «In questi sei mesi abbiamo vissuto due presidenze in una», raccontano a Bruxelles. «C’era la presidenza italiana intesa come macchina diplomatica, grigia e tradizionale. E c’era il presidente Renzi, aggressivo contro la burocrazia europea». Una presidenza dottor Jekyll e mister Hyde, con la diplomazia guidata dal rappresentante permanente Stefano Sannino chiamato a un super-lavoro per coprire le uscite renziane. E i suoi errori.

Primo errore: i ripetuti attacchi contro gli euro-burocrati. «L’Italia non ne può più di andare in Europa e sentirsi fare la lezione da solerti tecnici e oscuri funzionari», ha ripetuto Renzi per sei mesi. Mettendo nel mirino anche gli italiani. Anzi, loro più degli altri: «Ci sono funzionari italiani che pensano che possono fare carriera a Bruxelles parlando male dell’Italia: è un riflesso pavloviano», li ha sbugiardati il premier al raduno della stazione Leopolda. C’è molto di vero, ma il problema è che la maggior parte di loro ha dovuto affidarsi alle istituzioni europee per fare carriera, non potendo contare in nessun modo sull’appoggio del loro governo nazionale, a differenza di quanto accade ai loro colleghi delle altre cancellerie.

L’italiano più alto in grado tra i funzionari della Commissione, il bolognese Stefano Manservisi, capo di gabinetto di Federica Mogherini nell’ufficio di vice-presidente della Commissione e Alto rappresentante per la politica estera, non deve nulla all’attuale governo, è da più di venti anni a Bruxelles e ha ricoperto in passato lo stesso incarico con il presidente Romano Prodi e con il commissario Mario Monti. È l’unico capo di gabinetto italiano. Il sottosegretario con delega agli Affari europei Sandro Gozi, anche lui con un passato in commissione Ue e nella squadra di Prodi, ha vantato il record di venti italiani nei gabinetti della commissione contro i 14 della gestione precedente, tra cui 4 vice-capi di gabinetto, ma nessuno di loro è in un portafoglio chiave (Concorrenza, Commercio, Industria, Trasporti) mentre la Germania vanta 5 capi di gabinetto, a partire dal potentissimo Martin Selmayr che affianca il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker, la Gran Bretagna tre, la Spagna e la Finlandia due.

«Gli altri governi si sono tenuti le caselle più importanti e hanno concesso a Renzi il dicastero che tanto gli stava a cuore, la politica estera per la Mogherini», spiegano nella Commissione. «Lei è giudicata qui antipatica ma brava, il problema è che la congiuntura non gioca a suo favore, non è tempo di politica estera comune in Europa». I direttori generali tricolori sono in estinzione, appena tre. Ci sarebbero stati, a rappresentare l’embrione di una nuova leva italiana a Bruxelles, i venti giovani assunti per il semestre come assistenti e collaboratori e catapultati a occupare incarichi più impegnativi. Salvo scoprire, a semestre finito, che nessuno ha pensato a loro. Neppure un ordine di servizio o un lettera di referenza. La macchina della presidenza italiana si è retta sui distaccati, una dozzina, dai ministeri o da altri organismi nazionali. E dire che la presidenza del Lussemburgo che partirà a luglio ha arruolato come esperta giuridica un’italiana.

Secondo errore: puntare tutto sul Consiglio europeo e snobbare la Commissione. «Capotavola è dove mi siedo io», teorizzava quando era in auge Massimo D’Alema. Coerente con questo imperativo, Renzi si è concentrato sulle dispute interne al Consiglio da lui presieduto: le schermaglie con la Merkel, il gioco delle alleanze con Hollande. Mentre ha riservato soltanto battutacce contro la vecchia Commissione Barroso e la nuova presieduta dall’eterno lussemburghese Juncker. Una predilezione che l’Italia rischia di pagare cara. Nel Consiglio dominano i tedeschi, la tela diplomatica degli interessi italiani si è sempre tessuta nella Commissione e nel Parlamento, due fronti ora lasciati sguarniti.

Infine, i dossier su cui si era impegnata la presidenza italiana. Un flop l’agenda digitale, su cui Renzi si era mobilitato personalmente con il vertice di Venezia: ancora indietro il progetto Continente connesso, l’Italia resta agli ultimi posti in classifica per uso di Internet, più di un terzo degli italiani non l’ha mai usato. Un buon risultato sulle politiche ambientali, con la posizione unitaria dell’Europa sugli Ogm alla conferenza Onu di Lima costruita dall’Italia. Sulla questione politicamente più calda, l’immigrazione, l’Italia ha portato a casa la chiusura di Mare Nostrum e l’avvio del programma Triton partito il primo novembre, con 17 Paesi coinvolti, che costerà tre milioni al mese a carico dell’agenzia europea Frontex anziché i 9 milioni che pesavano sull’Italia.

Ma gli sbarchi sono ripartiti: 270mila immigrati irregolari entrati in Europa nel 2014, il 60 per cento in più rispetto al 2013, con Frontex e la stampa europea («Record di irregolari in Europa, la metà passano dall’Italia», ha scritto in prima pagina il quotidiano progressista spagnolo “El País” il 3 gennaio) che punta il dito contro il governo italiano, non la Lega di Matteo Salvini. Il lavoro? Nulla di fatto, o quasi. Tutto affidato alle parole magiche flessibilità e crescita e al piano Juncker da 315 miliardi. In attesa di riaprire, almeno, i margini dei trattati per allargare le spese per gli investimenti, come previsto nel documento conclusivo dell’ultimo vertice della presidenza italiana, il 18 dicembre. Infine, niente di memorabile sul piano culturale. Un anno fa, di questi tempi, un gruppo di lavoro messo in piedi a Palazzo Chigi era all’opera per organizzare un mega-convegno internazionale sull’identità europea, con i grandi nomi dell’intellettualità, alcuni dei quali scomparsi nei mesi successivi, da Jacques Le Goff a Ulrich Beck. All’epoca il premier era Enrico Letta, Renzi fece cadere l’idea. Più che il passato contava il futuro. Il suo.

Sei mesi che rispecchiano la figura dell’euro-populista Renzi, pochissimo interessato a un’azione pedagogica sull’opinione pubblica interna sulle radici dell’Europa. Il semestre italiano è passato, il premier lo archivia senza tanti rimpianti, gli effetti speciali sono mancati. E ora, nel giro di poche settimane, ci saranno le elezioni in Grecia, il voto sul Quirinale, e poi il possibile tentativo italiano di forzare i trattati dell’Unione. Il vero semestre di Renzi comincia ora.

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