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Come TV e giornali stanno normalizzando il fascismo

segnalato da Barbara G.

di Matteo Lenardon – threvision.com, 11/12/2017

Si potrebbero usare tante parole per descrivere le persone entrate nella sede di “Como senza frontiere” per leggere un proclama anti-immigrati o i militanti di Forza Nuova che hanno manifestato sotto la redazione de la Repubblica, ma perché usarle quando basta il termine “idioti”?

I nazisti e fascisti che abbiamo visto – probabilmente le invasioni italiane più patetiche dalla sconfitta nel 1896 del nostro esercito per mano di etiopi scalzi armati di lance, spade e cavalli — hanno dominato l’attenzione politica e mediatica dell’ultima settimana. Renzi ha chiesto una netta condanna da parte di tutti i partiti e Salvini – no, non è necessario finire la frase. Dopo Ostia, questi fatti sono stati visti come l’ennesimo segnale del ritorno dell’estremismo di destra nella società italiana.

Tralasciando il disperato tentativo di acquisizione di elettori da parte della Lega Nord – e la corretta condanna del leader del partito di governo –, davvero sono loro, i tizi tipo quelli entrati nella sede di “Como senza frontiere”, in cima alla lista dei soggetti da arginare per fermare la diffusione del fascismo in Italia ?

Abbiamo visto tutti lo stesso video?

L’imbarazzo della gente seduta, la diffusa goffaggine esistenziale di chi parla, il tentativo di tutti i presenti di non guardarsi mai negli occhi, il controllo ossessivo dei propri orologi sperando che tutto finisse il più in fretta possibile – più che un’aggressione fascista mi ha fatto venire in mente quello che accade quando qualcuno si masturba su un autobus o una presentazione di Minimum Fax.

Io il video ho fatto fatica perfino a vederlo per intero. Così carico dello stesso fastidio e imbarazzo che provi quando guardi qualcun altro subire uno scherzo.

Solo il Paese convinto che Gomorra sia uno spot per la criminalità organizzata o che giocare a GTA5 possa diventare un trampolino per diventare serial killer poteva pensare che qualcuno, guardando un video del genere, sarebbe arrivato a pensare: “sai cosa? Credo che abbandonerò le mie decennali convinzioni che ripongo nella democrazia occidentale ed entrerò nel distaccamento veneto della crew del Patata dei Simpson”.

Lo stesso vale per quanto avvenuto sotto la redazione di Repubblica.

Sono una decina i militanti di Forza Nuova che arrivano, ripresi dal cellulari di un giornalista del quotidiano. Sono armati di fumogeni e indossano le maschere che usano le coppie scambiste nei porno amatoriali in dialetto pugliese. Non mi viene in mente nulla che puzzi di sfiga più di tutto questo. Ma le più alte cariche dello Stato hanno chiamato il direttore Mario Calabresi per testimoniare vicinanza e solidarietà.

Certo, è grave se c’è chi minaccia la libera informazione, ma è anche importante razionalizzare chi lo sta facendo e perché.

Alcune delle più importanti associazioni internazionali di psicologi hanno rilasciato dei vademecum per spiegare ai giornalisti il modo corretto di raccontare gli attacchi terroristi e le stragi nelle scuole o in altri luoghi pubblici. Raccomandano sempre di non sensazionalizzare la paura procurata, di non rendere i responsabili delle star. Di non usare i loro nomi. Di non mostrare le loro foto. Chiedono di non far girare in modo ossessivo i video che documentano le violenze. E soprattutto di non diffondere un eventuale manifesto.

Insomma, di non fare tutto quello che la stampa italiana continua a fare.

È stato dimostrato un collegamento diretto fra il modo in cui si raccontano simili avvenimenti e la frequenza con cui si ripetono. Non è un caso che la manifestazione di Forza Nuova sia avvenuta dopo così pochi giorni dai fatti di Como. E i fatti di Como dalla testata di Roberto Spada. Nei casi italiani non parliamo di stragisti, ma i profili umani sono identici: uomini emarginati incazzati con la società.

L’unica cosa che desiderano queste persone è farsi vedere e ascoltare. Il loro unico modo di farlo è tramite azioni di questo tipo. E i media stanno facendo di tutto per aiutarli.

Sempre più spesso non devono neppure indossare maschere o fare “irruzione” all’interno di associazioni per la difesa dei migranti.

I militanti neo-fascisti sono ormai ospiti fissi e dialoganti in tutti i maggiori talk show italiani. Servono a raccontare la “rabbia crescente” della popolazione italiana. Vengono presi per commentare i servizi su Rom e negri cattivi in quelle trasmissioni dove le persone urlano dentro split screen. Loro, gli italiani veri, stufi e arrabbiati per i soprusi degli stranieri, contro vari fantocci mosci che dovrebbero rappresentare la sinistra di questo Paese.

Formigli, il conduttore di Piazza Pulita, ha spiegato il perché di questi continui inviti nei talk show. “Ospitiamo Casapound,” dice in diretta su La 7, “perché siamo giornalisti. Sapere cosa pensa Casapound di queste violenze e aggressioni è una notizia”.

Ma Formigli era stato ospite di Casapound diverse settimane prima di queste aggressioni e violenze, in uno dei tanti “dibattiti” organizzati per mettere a confronto  Di Stefano con i principali giornalisti televisivi italiani. Dopo di lui sono andati Nicola Porro, Davide Parenzo e perfino Enrico Mentana. È un’operazione che fa comodo a tutti. CasaPound rimane on brand come partito fascista con il pollice opponibile e i giornalisti possono invece scrivere sui social di quanto siano “pluralisti” e “democratici” e altre stronzate tipo “le idee sbagliate si combattono con le idee giuste” — una di quelle cose in cui credono solo gli uomini convinti che le donne lesbiche esistono solo perché non hanno ancora accettato la loro richiesta di amicizia su Facebook.

Mentana sostiene di non stare “legittimando” Casapound: è la democrazia stessa a farlo. Ha ragione: lui, Formigli e tutti gli altri stanno solo normalizzando Casapound e il fascismo. I dibattiti a cui tanto tengono nessuno li ha mai visti. A meno che non si vogliano contare le poche decine di presenti e le 17.000 views su YouTube. Sono stati usati da CasaPound come propaganda.

Le loro foto, i volti di personaggi pubblici stimati e riconoscibili, sono state affisse per Roma e postate su tutti i social, come fossero manifesti elettorali. Il messaggio che vogliono veicolare è implicito: se il conduttore del Tg delle 20:00, quello che entra nelle case di tutti gli italiani, quello che modera i dibattiti per le politiche, che intervista Renzi e Di Maio, parla amabilmente con dei fascisti, che male fanno questi fascisti? E che differenza c’è veramente fra loro e gli altri partiti politici? Discutere con CasaPound di stronzate pop, tipo Che Guevara, in questi dibattiti o ospitare i suoi esponenti in TV significa far entrare nel dibattito nazionale anche tutto il resto della loro retorica fascista.

Anche negli Stati Uniti, dopo Trump e soprattutto dopo Charlottesville, i fascisti e i nazisti sono diventati “notiziabili” e sì, anche il giornalismo americano ha commesso l’errore, in alcuni casi, di normalizzare i fascisti, ma almeno nessuno ha lasciato Richard Spencer, il neo-nazista che ha coniato il termine alt-right, monologare per 40 minuti sulla CNN o su Fox News.

È stato invece preso a pugni in faccia. E la stampa ha poi discusso sulla necessità di prendere a pugni in faccia in pubblico i nazisti.

l giornalismo non può rimanere equidistante.

CasaPound deve rimanere un problema locale romano, come la metropolitana che si blocca con la pioggia e i gruppi indie che rovinano il rap. I giornalisti televisivi non possono Santorizzare i movimenti neo-fascisti come hanno fatto col M5S nel 2007-2008.

Il compito del giornalismo dovrebbe essere quello di annichilire i fascisti, riscrivendo il profilo LinkedIn con cui oggi si presentano: come movimento sociale e populista che viene dal basso, come ha fatto in modo esemplare fino a oggi solo l’inchiesta de L’Espresso. Non di renderli persone con cui relazionarsi. La satira dovrebbe quindi usare le inchieste giornalistiche e ridicolizzare i fascisti, sbriciolando la posa omoerotica da pseudo maschi alfa che fa sentire così “duri” e “pericolosi” i militanti di questi movimenti.

Negli Stati Uniti la riposta migliore alla marcia neo-nazista a Charlottesville è infatti venuta proprio dai comici del Late Night e delle tramissioni satiriche come quelle di Stephen Colbert o di John Oliver. Non hanno invitato i leader neo-nazisti a parlare nelle loro trasmissioni, non hanno romanzato il loro vissuto, non si sono raccolti in posizione fetale aspettando la morte, ma hanno messo in moto le loro redazioni giornalistiche per ridimensionare gli uomini che hanno terrorizzato gli Stati Uniti in figure patetiche. Non si tratta di ridicolizzare un pericolo reale, ma di riconoscere quando un pericolo proviene da personaggi ridicoli.

In Italia noi abbiamo Maurizio Crozza.

E le nostre trasmissioni “giornalistiche” sono Matrix di Nicola Porro, Mattino 5, il contenitore quotidiano di Canale 5 accusato di pagare i Rom per dichiarare che rubano migliaia di euro al giorno, Dalla Vostra Parte di Belpietro e Quinta Colonna di Del Debbio su Rete 4, La Gabbia di Paragone chiusa di recente su La 7 e ora Non è L’Arena di Giletti, che continuano a terrorizzare i loro spettatori creando un’emergenza che non esiste. Nel 2014 i reati sono diminuiti del 7% rispetto l’anno precedente. Nel 2015 dell’8%. Nel 2016 addirittura del 15%. Ma guardando i talk show e leggendo i giornali italiani sembrerebbe di vivere nella più grossa emergenza di criminalità della nostra storia. E sta funzionando: il 46% si sente in pericolo, il dato più alto negli ultimi dieci anni. L’approvazione nei confronti dello Ius soli fra gli italiani in 6 anni è crollata dal 71% al 44.

Volete veramente fermare il ritorno del fascismo nel nostro Paese? Cominciate dal giornalismo italiano.

All you need is hate

segnalato da Barbara G.

Odio, il grande business dei tempi nuovi

di Flavia Perina – stradeonline, 29/06/2016

Lo chiamiamo hate speech e lo immaginiamo come una galassia di bulli da tastiera che invadono la rete di messaggi ansiogeni, invettive, notizie terrorizzanti. Povera gente ossessionata. ‘Un immigrato arrestato ogni quattro minuti’, dice l’hate speech. ‘Prendiamo le armi contro i migranti’. ‘Un milione di immigrati disperati verso l’Europa’. Solo che non è hate speech: è il Daily Express, uno dei più popolari tabloid inglesi, un milione e mezzo di copie vendute e 14 milioni di ‘lettori’ in rete.

Con titoli analoghi escono, da mesi, il Sun (1.800mila copie) e due terzi dei più venduti giornali della Gran Bretagna, un posto dove l’editoria quotidiana è ancora estremamente florida e dove i gruppi editoriali sono colossi della multimedialità (il Sun è di Rupert Murdoch, non di un qualsiasi Paperoga). L’odio, insomma, comecore business dell’industria delle notizie e motore di record di vendita e consultazione online. E l’industria delle notizie che sdogana quotidianamente l’odio, rendendolo sentimento socialmente presentabile, anzi tendenza di costume, “moda” interclassista che mette insieme giovani sbandati delle periferie e alta borghesia nostalgica del passato.

Immaginiamo che cosa sarebbe successo tra i ’70 e gli ’80 se una parte dell’industria editoriale avesse deciso di far soldi legittimando la causa impresentabile del terrorismo, se l’elogio della rivolta armata non si fosse limitato ai samizdat dell’eversione ma fosse diventato la bandiera di quotidiani diffusi in milioni di copie. Avremmo avuto fucilazioni di massa per le strade, forse una guerra civile. Beh, adesso sta succedendo metaforicamente questo.

Anche perché attraverso la rete le parole dell’odio, le notizie dell’odio, raggiungono ogni angolo del villaggio globale, determinando, oltre che buoni affari, anche carriere politiche importanti, in un circolo vizioso che si auto-riproduce: le due star del momento sono Boris Johnson, che nasce come giornalista dell’area conservatrice, e Donald Trump, già icona televisiva e potentissimo testimonial della multinazionale delle telecomunicazioni e dell’energia Acn Inc.

Si è molto riflettuto sui dati “generazionali” del voto inglese, ma assai poco sul dato “scientifico” del business dell’odio e sulla sua ricaduta sociale. Tuttavia, il meccanismo è evidente, anche da noi. Nel corso delle elezioni europee del 2014 l’Enar (European Network against Racism) ha monitorato le dichiarazioni discriminatorie in rete: l’Italia si è distinta per il maggior numero di status d’odio verso migranti, richiedenti asilo, musulmani.

L’aspetto specifico della nostra situazione è che frasi, post e video non provenivano da ignoti “fomentatori” ma da affermazioni di candidati o da loro interventi televisivi. L’odio fa ascolto. L’odio porta voti. Ne sono consapevoli sia i diretti interessati sia i network generalisti, e non è casuale la loro predilezione per personaggi “capaci di tutto”: l’estremismo alza l’audience e porta click – quindi pubblicità – a costo zero, è il grande affare del momento. Al secondo posto di questa triste classifica c’è il Regno Unito. Seguono Lettonia, Repubblica Ceca e Ungheria.

L’odio, sdoganato dalla politica, dalla televisione e dal giornalismo, non è più un sentimento di cui i singoli debbano vergognarsi. L’odio va di moda. Dopo un secolo in cui era additato come atteggiamento antisociale e riprovevole, è diventato un’opinione legittima e addirittura desiderabile. Se i grandi movimenti pacifisti, tra i ’60 e gli ’80, avevano insediato nell’immaginario collettivo l’idea di un mondo libero e senza guerre che emarginasse la violenza e lo scontro tra popoli, il business del rancore ha visto nella crisi globale una colossale opportunità di buoni affari e ha rovesciato il paradigma. All You Need Is Hate.

E i buoni affari sono arrivati a cascata per tutti: i grandi network hanno aperto le porte, i minuscoli editori fai-da-te ci si sono buttati dentro per raccogliere le briciole. Siti come ImolaOggi o Catena Umana.eu o NoCensura possono guadagnare (secondo il Sole 24Ore) tra i mille e i duemila euro al giorno se producono una “bufala” che si diffonde viralmente: considerando che alcune di queste realtà sfornano un titolo ogni quarto d’ora si ha un’idea della consistenza del mercato dell’odio.

Così, dopo l’era soporifera del politically correct, scopriamo il mondo inquietante del politically un-correct: non è il paradiso di libere opinioni e ragionamenti spigolosi ma onesti che ci avevano raccontato, ma un territorio piuttosto oscuro, dove la libera informazione si trasforma in libero linciaggio, e trova remunerazione in questo senza che sia immaginabile una rivincita della razionalità, perché la massa di soldi, interessi, carriere attaccata all’Hate Politics è troppo colossale per essere ricondotta alla ragione.

E dentro ci finiscono, come sempre avviene, sentimenti tutt’altro che disprezzabili: la rabbia dei disoccupati, la frustrazione dei giovani, le paure del ceto medio, la rivolta contro la società delle diseguaglianze, tutto incanalato verso la ricerca di un capro espiatorio – gli immigrati, principalmente – da sgozzare per placare il dio. Salvo accorgersi, poi, come è successo in Inghilterra, che non si è risolto un bel niente.

Non mi fido dei giornali

L’informazione attendibile? Per gli Italiani è in rete

di Andrea Ceron e Luigi Curini – lavoce.info, 26 gennaio 2016

Più della metà degli italiani sono convinti che la rete sia una fonte di informazione credibile. E non sono pochi quelli che la ritengono molto più attendibile dei giornali. Eppure, nei momenti di crisi sono i media tradizionali a generare un circolo virtuoso della fiducia verso le istituzioni.

Quanta fiducia nel web

La rete sembra godere di un ottimo stato di salute in Italia quanto ad attendibilità. Almeno questo è quanto emerge dall’ultima analisi Eurobarometro disponibile sul tema (l’Eurobarometro 82.3), che ha monitorato l’opinione pubblica in trentaquattro paesi europei. Con un 58,2 per cento di cittadini che considerano il web come una credibile fonte di informazione, l’Italia si colloca infatti in cima (sesto posto complessivo) alla classifica europea di chi esprime fiducia nei confronti della rete, addirittura prima tra i grandi paesi.
Il dato è considerevole ed è di quasi 10 punti superiore alla media europea (49,1 per cento), di 18 punti rispetto alla Spagna, di 23 rispetto alla Germania e di quasi 30 rispetto a Gran Bretagna e Francia.

Il grado di fiducia che gli italiani ripongono nel web è addirittura così elevato da risultare sensibilmente superiore a quello di cui gode la carta stampata, che rimane sì positivo, ma si ferma al 53,5 per cento.
Quel che più sorprende è però quel 17,6 per cento di italiani che si fidano della rete, ma non della carta stampata.

Il profilo di chi non si fida dei giornali

Ma chi sono costoro? E cosa li contraddistingue sulla base dei dati dell’Eurobarometro?
In prevalenza si tratta di uomini, tra i 35 e i 54 anni, interessati alla politica e che ne discutono attivamente. Contrariamente a quanto ci si potrebbe immaginare, coloro che guardano alla rete come “unico” medium in cui riporre la propria fiducia sono cittadini di ceto medio-alto, che si dichiarano soddisfatti della propria vita e del proprio lavoro, ideologicamente moderati e che non sono necessariamente euroscettici, almeno non più della media, né tantomeno più anti-immigrati.
Il giudizio negativo nei confronti del mondo del giornalismo viene peraltro da cittadini civicamente attivi che considerano la democrazia come un valore importante e che, paradossalmente, leggono spesso i quotidiani (solo il 6 per cento dichiara infatti di non farlo).
Insomma, nonostante bufale e teorie del complotto (o forse proprio per questo?), l’informazione disintermediata di Internet sembra piacere anche a chi sembra realmente difficile da relegare a un ruolo di “outsider”. Un dato che dovrebbe preoccupare? Forse sì, per almeno un paio di ragioni.
Il ruolo dei media tradizionali nelle democrazie occidentali è stato, da sempre, un tema molto discusso. Nonostante alcuni ritengano che giornali e televisioni (enfatizzando spesso i toni polemici) possano produrre disaffezione, prevale tra gli scienziati sociali l’idea che i media siano ancora in grado di generare un circolo virtuoso della fiducia verso le istituzioni, accrescendo il sostegno verso il regime democratico proprio di quei cittadini civici che sono parte integrante del sistema.
Questo è vero anche, se non soprattutto, in periodi caratterizzati dal verificarsi di scandali di natura politica, come quello che stiamo vivendo in Italia e non solo. In particolare, uno studio recente evidenzia come la stampa, in momenti di crisi, dia visibilità anche al punto di vista delle élite democratiche messe sotto accusa. Viene così garantito uno spazio per ribattere alle critiche e la diffusione delle contro-argomentazioni permette, in determinate circostanze, di contrastare il generale distacco da parte dei cittadini, fino a ripristinare, in modo sorprendente, un più alto grado di sostegno alla democrazia.
In rete, al contrario, tende a prevalere il risentimento verso le istituzioni colpite dagli scandali. Si finisce in altri termini per dare spazio – in modo univoco –a opinioni e notizie “negative” che spesso producono una sorta di “effetto eco” che va ad alimentare i sentimenti antipolitici e la generale disaffezione (anche in chi all’inizio disaffezionato non lo era).
La maggior negatività indica che la rete sia in senso metateorico più “cattiva”? Non necessariamente. Lasciando da parte ogni tentazione di determinismo tecnologico, i dati qui discussi servono solo a ricordarci quanto sia importante il ruolo che il giornalismo ricopre nelle democrazie, in tutte le sue varianti, comprese quelle “liquide”.
Capire le ragioni del perché quasi un italiano su cinque non abbia più fiducia nella carta stampata, ma invece ne abbia – almeno apparentemente – nell’oracolo Internet, è una sfida che acquista un valore niente affatto banale.

Le sette tesi Capitali

Post-democrazia, sette tesi sul «caso Marino»

L’ex sindaco di Roma Ignazio Marino © LaPresse

di Angelo d’Orsi – ilmanifesto.info, 1° novembre 2015

Gli avve­ni­menti romani delle ultime set­ti­mane hanno posto in luce, mi pare, alcuni ele­menti di fondo sulla tran­si­zione ita­liana verso la post-democrazia, ossia il supe­ra­mento della sostanza della demo­cra­zia, con­ser­van­done le appa­renze, secondo un pro­cesso in corso in tutti gli Stati libe­rali, ma con delle pecu­lia­rità pro­prie, che hanno a che fare con la sto­ria ita­liana e, forse, anche l’antropologia del nostro popolo.

Senza più entrare nel merito della vicenda della cac­ciata di Igna­zio Marino dal Cam­pi­do­glio, su cui peral­tro mi sono già espresso più volte, a netto soste­gno del sin­daco, pur rile­van­done le debo­lezze e gli errori (ha sin­te­tiz­zato bene ieri l’altro sul mani­fe­sto Norma Ran­geri: «non è il migliore dei sin­daci, il mestiere poli­tico non è il suo, si è mosso fidan­dosi … del suo cer­chio magico»), e con­tro l’azione del Pd, irre­spon­sa­bil­mente soste­nuta anche dal M5S, all’unisono con le frange della destra estrema, pro­pongo alcune rifles­sioni che hanno biso­gno natu­ral­mente di essere appro­fon­dite, oltre che discusse.

I Tesi

Le assem­blee elet­tive, ossia quella che si chiama «la rap­pre­sen­tanza», hanno un valore ormai nullo. Depu­tati, sena­tori, con­si­glieri regio­nali e comu­nali, sono pedine inin­fluenti, che si muo­vono all’unisono con gli orien­ta­menti dei capi e sottocapi.

Obbe­di­scono in modo auto­ma­tico, ma cosciente, nella spe­ranza di entrare nell’orbita del potere «vero», o quanto meno avvi­ci­narsi ad essa, e diven­tare sia pure a livelli infe­riori o addi­rit­tura infimi, «patro­nes» di pic­cole schiere di «clien­tes». Il potere legi­sla­tivo è com­ple­ta­mente disfatto.

II Tesi

I par­ti­titi poli­tici, tutti, sono diven­tati «par­titi del capo». I mili­tanti, e per­sino i diri­genti, dal livello più basso a quelli via via supe­riori, non con­tano nulla. Tutto decide il capo, cir­con­dato da una schiera di fedeli, i “guar­diani”. Le forme di reclu­ta­mento e di sele­zione, che dalla base giun­gono al ver­tice, sulla base di per­corsi lun­ghi, tra­gitti di «scuola poli­tica», hanno per­duto ogni sostanza; con­tano con­su­lenti, ope­ra­tori del mar­ke­ting, son­dag­gi­sti, costrut­tori di imma­gine. Il distacco tra il capo, e il ristret­tis­simo ver­tice intorno a lui, e lo stesso par­tito, inteso come strut­tura di ade­renti, intorno, di sim­pa­tiz­zanti, o di sem­plici elet­tori, appare totale.

Se crolla il capo, crolla il par­tito, nel Pd come è acca­duto in Forza Ita­lia, e come acca­drà nel Movi­mento 5 Stelle, se i mili­tanti non scel­gono una via diversa.

III Tesi

Il Vati­cano, e le gerar­chie della Chiesa cat­to­lica, costi­tui­scono non sol­tanto uno Stato nello Stato, ma uno Stato poten­zial­mente ostile, che eser­cita un’azione diret­ta­mente poli­tica, volta a con­di­zio­nare, fino al sov­ver­ti­mento, gli stessi ordi­na­menti libe­rali; diventa «potenza amica» solo quando e nella misura in cui il potere legit­timo si piega ai suoi dettami.

IV Tesi

I grandi media non eser­ci­tano sem­pli­ce­mente un’influenza, come sosten­gono certi mass­me­dio­logi; essi rap­pre­sen­tano pie­na­mente un potere, capace di creare o distrug­gere lea­der, cul­tu­rali o poli­tici o spor­tivi. Abbiamo avuto esempi pic­coli e grandi, di distru­zione o costru­zione, da Roberto Saviano a Renata Pol­ve­rini, fino a Igna­zio Marino, osan­nato chi­rurgo, esem­plare per­fetto della «società civile», poli­tico one­sto, sin­daco in grado di sve­lare e sgo­mi­nare l’intreccio affaristico-mafioso della capi­tale, diven­tato improv­vi­sa­mente il con­tra­rio di tutto ciò, a giu­sti­fi­ca­zione della sua orche­strata defenestrazione.

V Tesi

La lotta poli­tica pro­cede oggi su due livelli distinti ed oppo­sti: il livello palese, che finge di rispet­tare le regole del gioco, privo di effet­tua­lità; e un secondo livello, nasco­sto, che conta al cento per cento, nel quale si assu­mono deci­sioni, si scel­gono i can­di­dati ad ogni carica pub­blica, e si pro­cede nella sele­zione (sulla base di cri­teri di mera fedeltà a chi comanda) dei «som­mersi» e dei «sal­vati». Il livello som­merso è in realtà un potere sol­tanto indi­ret­ta­mente gestito dal ceto poli­tico: è ema­na­zione di poteri forti o for­tis­simi ita­liani o stra­nieri, di lobby, palesi o occulte, alcune delle quali cor­ri­spon­denti a cen­trali criminali.

VI Tesi

Il Par­tito Demo­cra­tico rap­pre­senta oggi la forza ege­mone della destra ita­liana: una forza irre­cu­pe­ra­bile ad ogni istanza di sini­stra. Il suo capo Mat­teo Renzi costi­tui­sce il mag­gior peri­colo odierno per la demo­cra­zia, o per quel che ne rimane. Ogni suo atto, sia nelle forme, sia nei con­te­nuti, lo dimo­stra, giorno dopo giorno. Il suo cini­smo (quello che lo portò a ordi­nare a 101 peo­nes di non votare per Romano Prodi alle ele­zioni pre­si­den­ziali; lo stesso cini­smo che lo ha por­tato a ordi­nare a 25 con­si­glieri capi­to­lini di affos­sare Marino e la sua Giunta) è lo stru­mento primo dell’esercizio del potere.

Renzi si è rive­lato un per­fetto seguace dei più agghiac­cianti «con­si­gli al Prin­cipe» di Nic­colò Machiavelli.

VII Tesi

La rea­zione spon­ta­nea, dif­fusa, robu­sta, alla defe­ne­stra­zione di Igna­zio Marino dal Cam­pi­do­glio testi­mo­nia dell’esistenza di un’altra Ita­lia: i romani che hanno soste­nuto «Igna­zio», con estrosi slo­gan, nelle scorse gior­nate, al di là dell’affetto o della stima per il loro sin­daco, hanno voluto far com­pren­dere che la can­cel­la­zione della demo­cra­zia trova ancora osta­coli e che esi­stono ita­liani e ita­liane che «non la bevono», che la «que­stione morale» con­serva una pre­senza nell’immaginario dell’Italia pro­fonda (che dun­que non è solo raz­zi­smo e igno­ranza, egoi­smo e paras­si­ti­smo, tutti ele­menti forti nel «pac­chetto Ita­lia»); esi­stono ita­liani e ita­liane pronti a resistere.

Su loro occorre fare affi­da­mento, per costruire prima una bar­ri­cata in difesa della demo­cra­zia, quindi per pas­sare al con­trat­tacco, tra­sfor­mando la spon­ta­neità in orga­niz­za­zione, la folla in massa cosciente, il dis­senso in pro­po­sta poli­tica alter­na­tiva. Che il «caso Marino» costi­tui­sca l’occasione buona per far rina­scere la volontà gene­rale e sol­le­ci­tarla all’azione?

C’è vita a Sinistra (così dicono…)

Decalogo per l’alternativa

C’è vita a sinistra. Costruire un’alternativa e renderla credibile e concreta si può, ma è necessario sapersi confrontare, discutere e alla fine convergere. Per questo è importante evitare la tentazione di piantare ciascuno la propria bandierina come è fondamentale rinunciare a qualche quarto di identità in favore della posta (alta) in gioco nei prossimi mesi.

I tre musicisti © Picasso

di Norma Rangeri – ilmanifesto.info, 28 luglio 2015

Venerdì scorso dopo la sco­perta scien­ti­fica di “un’altra terra” nella Via Lat­tea, molti hanno sostenuto che un altro mondo è pos­si­bile. Noi siamo più mode­sti e vogliamo sco­prire se un’altra sini­stra è pos­si­bile.

Pen­sare a un’altra sini­stra signi­fica per­cor­rere molte strade nel pros­simo futuro, ma prio­ri­ta­ria è una discus­sione libera e schietta.

Per­ciò il mani­fe­sto — da domani — mette a dispo­si­zione le pro­prie pagine, che ospi­te­ranno interventi, opi­nioni, commenti delle donne e degli uomini che vogliono ragio­nare e con­fron­tarsi sul presente e sul domani del nostro Paese. Per ini­ziare ecco, secondo me, alcuni spunti neces­sari alla riflessione.

E pro­prio per­ché si tratta di spunti — tanti altri pos­sono essere aggiunti — non è impor­tante l’ordine in cui ven­gono espo­sti. Dunque.

1) La for­ma­zione di un par­tito alla vec­chia maniera? Sarebbe oppor­tuno ten­tare un’evoluzione della spe­cie. La nascita di un nuovo sog­getto poli­tico? Auspi­ca­bile ma sarebbe ancora meglio mettere insieme diversi “sog­getti” poli­tici, sociali, cul­tu­rali. Nelle forme più ampie pos­si­bile. Più aperte. Le meno set­ta­rie. Le più alter­na­tive. Per­ché c’è vita a sini­stra (del Pd), e si tratta di milioni di persone che vor­reb­bero vedere tra­sfor­mate in realtà le loro volontà di cambiamento.

2) Potremmo ragio­nare a lungo sul ruolo avuto dall’ex Pci nell’ultimo tren­ten­nio. Ci aiuterebbe a capire quanto sono pro­fonde le ragioni che hanno osta­co­lato la nascita di una nuova sini­stra (nella quale va inse­rita anche la sto­ria del gruppo del Mani­fe­sto e del Pdup). Ma andremmo troppo lontano.

Con­cen­tria­moci invece sullo spa­zio lasciato dal Pd alla sua sini­stra. Ampio sicu­ra­mente, eppure sem­pre estremamente fram­men­tato: dai movi­menti per i diritti sociali a quelli per i diritti civili (emersi nel nostro arre­trato paese anche gra­zie allo scavo costante della cul­tura fem­mi­ni­sta, protago­ni­sta e madre di un altro modo di pen­sare la politica).

Un ampio fronte che passa anche per alcune forme di aggre­ga­zione poli­tica strut­tu­rate in organizzazioni e par­titi. Un fronte dif­fuso e varie­gato, privo però di una spinta uni­ta­ria con­vin­cente. Si possono tro­vare diverse ragioni per spiegare l’autoreferenzialità, magari anche utile per pun­tare l’attenzione sulle idee diverse di alter­na­tiva. Ma nes­suna iden­tità può bloc­care la neces­sità, e ormai l’urgenza, di tro­vare forme, obiet­tivi, uni­tari. Con l’ambizione di essere un’alternativa poli­tica oggi e di governo domani. E quindi in grado di pre­sen­tarsi con pro­grammi e alleanze sociali lar­ghe e tras­ver­sali. In Ita­lia e in Europa.

3) Oggi all’ordine del giorno non c’è la rivo­lu­zione ma un’idea di rifor­mi­smo di sini­stra in grado di per­sua­dere milioni di per­sone. Kark Marx ai cri­tici del suo soste­gno alla legge delle dieci ore rispon­deva così: «Per la prima volta alla chiara luce del sole, l’economia poli­tica del pro­le­ta­riato ha pre­valso sull’economia poli­tica del Capitale». Nes­suna rivo­lu­zione, ideo­lo­gica e auto contemplativa ma cam­bia­menti radi­cali, di base.

Quei cam­bia­menti che un tempo si chia­ma­vano “riforme di strut­tura”, per indi­care un metodo pacifico e pro­gres­sivo di muta­zioni pro­fonde nell’assetto eco­no­mico e sociale. Fino a poco tempo fa pen­sa­vamo che que­sta idea forte di rifor­mi­smo fosse impos­si­bile da rea­liz­zare. La con­qui­sta del governo di Tsi­pras e la recente affer­ma­zione di Podemos, hanno dimo­strato che le nuove idee possono avere grande riscon­tro tra­sver­sal­mente nei diversi strati sociali ridi­se­gnati dall’impoverimento pro­vo­cato dalla crisi, e den­tro le forme della demo­cra­zia. Diretta, refe­ren­da­ria, internet­tiana, assembleare, e comun­que rappresentativa.

Ma il con­senso arriva solo quando tutto que­sto rie­sce ad essere con­vin­cente per­ché viene rappresentato da per­sone, gruppi, movi­menti che hanno saputo inter­pre­tare con serietà e pragmatismo la lotta per il cambiamento.

4) Tutto quello che si muove al di fuori del Pd è con­vin­cente, signi­fi­ca­tivo? Intanto una parte dell’area sociale e cul­tu­rale alter­na­tiva — soprat­tutto quella gio­va­nile — si è rico­no­sciuta nel Movimento 5Stelle. Non per­ché (non solo) non esi­steva un’altra pro­po­sta forte, ma per­ché il M5S è andato a fondo con­tro il sistema cor­rotto dei partiti, pun­tando sull’onestà ammi­ni­stra­tiva, sulla lotta al malaf­fare e ai pri­vi­legi della casta, sulla capa­cità di fare opposi­zione sui temi dei diritti civili e dell’ambientalismo. Tut­ta­via anche i 5Stelle, per diven­tare una forza egemonica, dovranno liberarsi da una strut­tura auto­ri­ta­ria costi­tuita da un capo poli­tico e da uno ideo­lo­gico. Da una vocazione set­ta­ria che può diven­tare peri­co­losa, pro­prio per­ché con­vince milioni di per­sone. Il M5S l’ha già vinta e potrà vincere altre impor­tanti par­tite elet­to­rali, tut­ta­via l’ideologia del “chi non è con me è con­tro di me” non ci piace, per­ché dispo­tica e violenta.

5) Una vasta area di ita­liani, milioni di donne, uomini, gio­vani, anziani hanno scelto Sel, l’altra Europa di Tsi­pras, più pic­cole orga­niz­za­zioni che si richia­mano al comu­ni­smo, oppure solo la lotta di piazza, per i diritti civili e sociali o su obiet­tivi spe­ci­fici (i no Tav, i no Triv quelli che Renzi chiama “comi­tati e comi­ta­tini”) e anche il non voto.

C’è la parte di società rap­pre­sen­tata da Lan­dini e quella che si rico­no­sce diret­ta­mente nei fuo­riu­sciti del Pd (Civati e Fas­sina) e nella mino­ranza anti­ren­ziana. La lotta che il movi­mento sin­da­cale ha orga­niz­zato, trai­nato dalla Cgil, con­tro il Jobs Act e con­tro le nuove leggi sulla scuola ha espresso una potente sog­get­ti­vità, gua­da­gnan­dosi l’attacco duro e costante del premier/segretario dell’ex partito di rife­ri­mento. Que­ste e altre sono le poten­zia­lità di una “cosa” di nuova sinistra.

Ma qui ripeto una rifles­sione che Vit­to­rio Foa ci pro­po­neva già nel fati­dico 1977: «Come mai le scon­fitte elet­to­rali, sociali e poli­ti­che non scal­fi­scono le nostre sicu­rezze?». Una domanda che faceva rife­ri­mento a un sistema poli­tico ancora fon­dato sui grandi par­titi di massa. Quei par­titi sono scom­parsi, ma l’errore rischia di per­ma­nere per­ché la ten­ta­zione di pian­tare cia­scuno la pro­pria bandie­rina, la cat­tiva abi­tu­dine di non saper rinun­ciare a parti della propria iden­tità in favore dell’unità, è una sorta di tara gene­tica dif­fi­cile da curare.

6) Natu­ral­mente è vitale per la sini­stra essere in grado di misu­rarsi con i pro­fondi cambiamenti inter­ve­nuti negli ultimi anni nel mondo del lavoro, sem­pre più dif­fi­cile da rap­pre­sen­tare per la pro­gres­siva, pro­fonda, ine­dita par­cel­liz­za­zione delle figure pro­fes­sio­nali. Accanto a lavori imma­te­riali che pro­iet­tano lo sguardo nel mondo delle reti dove tempo di vita e tempo di lavoro non sono più distin­gui­bili, con­vi­vono lavori pri­mi­tivi, poveri, di sfrut­ta­mento ottocentesco.

Chi sono oggi i lavo­ra­tori? Cos’è il lavoro? E come e quanto viene rico­no­sciuto? Su que­sto aspetto della vita col­let­tiva sono avve­nuti i cam­bia­menti più forti, che hanno por­tato ad un inde­bo­li­mento della rap­pre­senta tra­di­zio­nale e ad un nuovo sfrut­ta­mento, con lavori sot­to­pa­gati, prov­vi­sori, pre­cari. Per milioni di per­sone c’è povertà e non c’è futuro: una sini­stra vera deve pen­sare non solo a chi ha un posto assi­cu­rato, ma ai più deboli, ai più fra­gili, a quei milioni di donne e di uomini costretti alla soprav­vi­venza da pen­sioni da fame. Una forza nuova di sini­stra dovrebbe avere come prio­rità l’impegno per i gio­vani senza lavoro o pre­cari e i pen­sio­nati meno protetti.

7) L’immigrazione dei nostri tempi è un feno­meno strut­tu­rale che insieme alla crisi eco­no­mica, ai nuovi con­flitti che ali­men­tiamo (nella spi­rale guerra-terrorismo-guerra), all’invecchiamento della popo­la­zione euro­pea stimola pro­getti e alter­na­tive visioni del mondo. Met­tendo in discus­sione e a dura prova uno degli aspetti fon­danti dell’economia e della società occi­den­tale: il wel­fare. Sem­pre più povero, sem­pre meno inclusivo.

Ma quale sarà la strut­tura eco­no­mica di base se il capi­ta­li­smo tem­pe­rato dalla social­de­mo­cra­zia non ha tro­vato nem­meno una voce nella lunga, aspra, rive­la­trice lotta del pic­colo David greco con­tro il gigante Golia euro­peo? Sul nostro gior­nale alcuni e diversi intel­let­tuali hanno ini­ziato ad abboz­zare idee e linee di un piano su immigrazione-lavoro-beni cul­tu­rali e ambien­tali che andrebbe svi­lup­pato. Ma la rispo­sta alla tra­ge­dia che coin­volge in par­ti­co­lare i dispe­rati del Sud del mondo non può essere l’egoismo, la ripro­po­si­zione del privilegio.

A quelli che ven­gono in Europa con una spe­ranza di vita e con ener­gie intel­let­tuali da offrire, dobbiamo dare un inse­ri­mento rispet­toso delle cul­ture e delle tra­di­zioni altrui. E dob­biamo essere intran­si­genti con­tro chi spe­cula e cerca con­sensi. Una società non soli­dale non ci interessa.

8) Le riforme sono molto impor­tanti, anche quelle isti­tu­zio­nali ed elet­to­rali. Solo chi è cieco non vede che con le nuove leggi si dà troppo potere ad un solo par­tito e solo al capo di quel par­tito. Non a caso men­tre si mettono in un angolo i con­trap­pesi isti­tu­zio­nali, si cavalca il web come strumento di demo­cra­zia diretta, si indeboliscono le rap­pre­sen­tanze di base, si orienta la mac­china elet­to­rale verso forme di unzione popo­lare. Si punta — dall’avvento del ber­lu­sco­ni­smo — a rafforzare il ruolo dell’uomo solo al comando. (A que­sto pro­po­sito dovrebbe essere contrastata la ten­denza al lea­de­ri­smo esasperato).

Comun­que appli­care la Costi­tu­zione non signi­fica imbal­sa­marla ma pro­porre una riforma del bicame­ra­li­smo e della legge elet­to­rale per una nuova orga­niz­za­zione dei poteri. Ini­ziando dal modello comu­nale, pos­si­bile labo­ra­to­rio di altre forme par­te­ci­pa­tive (e ambien­ta­li­ste), di espe­rienze sul campo per l’applicazione dell’idea dei beni comuni, lontani da vec­chie logi­che sta­ta­li­ste, nono­stante l’interpretazione dei mono­toni libe­ri­sti che dila­gano sul Cor­riere della Sera. Fino alla forma di governo nazio­nale, al rap­porto tra Legi­sla­tivo e Esecutivo.

9) Non si può met­tere tra paren­tesi o dimen­ti­care ciò che nel mondo con­tem­po­ra­neo tutto ingloba e resti­tui­sce: la comu­ni­ca­zione. Cosa diversa dall’informazione, dall’autonomia dei media dai poteri indu­striali e finan­ziari. La comu­ni­ca­zione è oggi mar­ke­ting poli­tico, nar­ra­zione di nuove lea­der­ship come dimo­strano gril­li­smo e M5S. Si tratta di stru­menti che la sini­stra poli­tica sa usare poco ma che per for­tuna i gio­vani dei movi­menti riescono a maneg­giare meglio (la maschera di Ano­ny­mous, i flash mob, le moda­lità della piazza).

Tut­ta­via il potere dei media in Ita­lia è ancora e soprat­tutto tele­vi­sivo, fin dai tempi della tv di Berna­bei per arri­vare a Ber­lu­sconi. Un par­tito padrone della tv, più o meno magna­nimo e plu­ra­li­sta. E ancora oggi assi­stiamo a una non-riforma, a una non-modernizzazione, ma sem­pli­ce­mente a una con­cen­tra­zione del potere in un’unica figura di decisore. Men­tre la stampa risponde a logi­che di gruppi indu­striali nazio­nali sem­pre più deboli e inde­bi­tati, sem­pre più dispo­sti a omag­giare il potere poli­tico, in una com­mi­stione spesso inestricabile.

Com’è pos­si­bile che oggi tutti sia come e peg­gio di sessant’anni fa?

10) La vicenda greca, che ha impe­gnato e ancora impe­gnerà a lungo tutti noi, ha chia­rito che non c’è — e non c’è mai stata — l’Europa pen­sata dai padri fon­da­tori come Altiero Spi­nelli. Oggi c’è un’Europa che viag­gia a diverse velocità, divisa tra Nord e Sud, che si regola sulle eco­no­mie dei paesi più forti. L’idea degli Stati Uniti d’Europa ha ancora una sua forza trai­nante? È la moneta che decide o è uno stru­mento della poli­tica che la determina?

Quindi la que­stione cen­trale è in una domanda: c’è vita a sini­stra? Sì, c’è, ed è un mondo. Però dopo viene tutto il resto. Chi dovrebbe farne parte? Quali pro­po­ste di governo dovrebbe avere? Che idea di futuro può pro­porre? Come deve orga­niz­zarsi? Ha biso­gno di un lea­der come nella sini­stra greca e spagnola?

Questo è solo l’inizio della riflessione che il manifesto intende ospitare.

E che dovrà essere ampia, aperta, veri­tiera, libera da vec­chi schemi e inges­sa­ture poli­ti­che. Vedremo dove appro­derà. Ma sono certa che potrà dare un senso a quel con­fronto ormai non più rin­via­bile per tutti coloro che hanno cre­duto e cre­dono in una società demo­cra­tica, diversa, attenta e impe­gnata sui diritti sociali e civili di milioni di persone.

Cam­biare si deve. Ma le espe­rienze greca e spa­gnola ci dicono soprat­tutto che si può.