Merkel

AfD und die Grünen

Anche l’Italia scopre che la Germania sta cambiando per sempre

di Lorenzo Monfregola – glistatigenerali.com, 14 marzo 2016

La destra di AfD – Alternative für Deutschland ha raggiunto risultati a doppia cifra nei tre Länder tedeschi in cui si è votato ieri. In Italia se ne parlerà seriamente solo da ora, ma si tratta di una mutazione politica e sociale che è in corso da tempo.

Nelle ultime elezioni locali, nel 2011, l’AfD non esisteva nemmeno. Oggi il partito ha superato il 12% nella Renania-Palatinato e il 15% nel Baden-Württemberg. Nella Sassonia-Anhalt l’AfD è invece andata oltre il 24%, diventando il secondo partito più votato. L’affluenza alle urne è salita dal 61% al 70%. L’AfD non governerà da nessuna parte, ma il suo successo politico è innegabile, soprattutto nel Land dell’ex DDR, e le difficoltà per le vecchie coalizioni sono appena iniziate, nonostante le rispettive vittorie di socialdemocratici, Verdi e cristiano-democratici.

Qualche settimana fa abbiamo cercato di fare un’analisi delle forme di comunicazione e interpretazione di quelle che sono state le violenze e le aggressioni di Colonia, soffermandoci anche sul consenso crescente di forze di destra come AfD e Pegida. Forze che, in quel caso emblematico, si sono apertamente inserite negli spazi nati dalla vistosa scissione tra la narrazione istituzionale (sviluppata soprattutto dai media generalisti) e il sentire emotivo di alcuni settori del paese (disseminato e leggibile soprattutto sui social media). I fatti di Colonia avevano reso evidente l’erosione dell’egemonia dei partiti governativi tedeschi, delle loro culture morali di riferimento e delle loro forme di comunicazione. Le elezioni di ieri hanno confermato numericamente la crisi.

In Italia si inizierà solo ora, dopo queste elezioni, a parlare davvero delle nuove destre tedesche e dello sfaldarsi degli equilibri politici della Repubblica Federale. Non solo, se ne parlerà probabilmente in maniera confusionaria, utilizzando paradigmi scaduti da tempo.

Un terremoto politico annunciato

Alternative für Deutschland è nata nel 2013, come agglomerato di professori conservatori contrari all’euro, su posizioni inizialmente più simili all’UKIP inglese che al Front National francese. Poi, però, la formazione ha aggiunto il tema del rifiuto totale dell’immigrazione all’originaria impostazione liberista in economia.

Oggi è una forza che viene definita da più parti come apertamente xenofoba, anche se i suoi leader cercano spesso di respingere l’etichetta, rivendicando generiche posizioni liberal-conservatrici. A dire il vero, l’AfD è al momento molto eterogenea e raccoglie varie declinazioni ed estremi di un generico dissenso anti-istituzionale di destra, che va dal protezionismo dei piccoli imprenditori a forme patriottiche di inasprimento delle politiche di sicurezza.

Una cosa è però innegabile: AfD ha raccolto quasi tutti i propri voti sul tema del blocco delle frontiere, promettendo di blindare i confini tedeschi e non fare entrare più nessuno, costi quel che costi. E lo ha anche fatto nonostante, o forse addirittura grazie alle recenti polemiche sulle dichiarazioni di Frauke Petry, ex manager e leader del partito, che avrebbe auspicato l’uso delle armi contro chiunque tenti di entrare illegalmente in Germania. Una posizione che gli oppositori di AfD hanno denunciato sonoramente, ma che Petry ha minimizzato, sostenendo che la strumentalizzazione delle sue dichiarazioni faccia parte di una complessiva criminalizzazione del suo partito.

Una cosa va però chiarita, il successo di AfD non nasce solo dall’emergenza immigrazione di questi mesi, che è stato piuttosto un fattore di incredibile accelerazione strategica per Petry e i suoi. L’odierna ondata di rifiuto della multietnicità affonda le proprie radici negli incontri-scontri della Germania degli ultimi 25 anni, che hanno come scenario le periferie delle grandi città, così come le province più depresse. Si tratta di sentimenti non socialmente superficiali, che sono lentamente montati negli anni, fino a prendere forme riconoscibili, andando a trasformare l’orientamento politico di consistenti settori della popolazione. In questo aspetto, l’AfD è oggi molto più simile al Front National di Marine Le Pen.

Quindi, se ora in Italia leggeremo giornalisti che raccontano l’improvvisa avanzata dell’AfD, come se fosse spuntata dal nulla, magari solo sull’onda dell’ultima crisi dei migranti, si tratterà di interpretazioni tanto tardive quanto banali. E se queste interpretazioni arriveranno direttamente dalla Germania, allora si tratterà di banalizzazioni frutto di una percezione pigra del paese concreto.

Infatti, a chi racconta la Germania basterebbe allontanarsi un po’ dagli ordinati uffici di Innenstadt a Francoforte o dalle zone hipster di Berlino. A chi racconta la Germania basterebbe una semplice occhiata a Hellersdorf o una sola mattinata in fila in uno dei Job Center di Magdeburgo.

Basterebbe poco per capire che in Germania ci sia oggi un ceto medio produttivo sempre più confuso, che si sente in qualche modo tradito da un sistema in cui aveva creduto ciecamente per decenni. Così come basterebbe poco per capire che in Germania ci sia oggi un proletariato bianco sempre più alienato, arrabbiato e in cerca di un’identità che vada oltre alla mera sopravvivenza garantita da un welfare burocratizzato al millimetro.
Sono questi i due gruppi sociali tedeschi che formano la spina dorsale dell’elettorato dell’AfD, cioè la prima vera e propria forza politica nazional-identitaria dal 1945 a oggi.

La Germania è definitivamente entrata in una fase nuova, con strappi di rara intensità, ma pronti da tempo. L’avanzata popolare di forze di una destra non governativa non sembra poter raggiungere le cabine di comando in tempi brevi, ma implicherà la mutazione strutturale e strategica di diverse altre forze politiche, che saranno costrette a misurarsi con temi infiammabili e già infiammati. Le stesse geometrie di posizionamento politico sembrano pronte per una metamorfosi molteplice ma irreversibile. Le conseguenze, come sempre accade in Germania, avranno a che vedere direttamente con l’indissolubile legame che persiste fra nazione e Stato tedeschi. Le conseguenze, come sempre accade con la Germania, saranno tanto tedesche quanto europee. Chiunque voglia capire la Germania e l’Europa di oggi, deve essere cosciente e consapevole degli stravolgimenti in corso.

Per una trattazione più ampia di alcuni dei temi di sopra, leggi anche Il fuoco di Colonia continua a bruciare

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Germania, cresce la destra populista in chiave anti-Merkel. Ma i Verdi conquistano il primo Land

Il voto locale in tre Länder banco di prova per la politica sull’immigrazione. Exploit annunciato di Alternative für Deutschland, che toccherebbe il 25% in Sassonia. Gli ecologisti conquistano il Baden-Württemberg, risultato storico. I socialdemocratici festeggiano in Renania-Palatinato. Salvini euforico su Facebook: “Cercheremo dialogo con Afd, partito no euro e anti-immigrazione”.

In Germania successo della sua destra populista e anti-immigrati, l’Alternative fuer Deutschland scippata agli economisti antieuro che l’avevano fondata. Nelle elezioni locali,  AfD entra in tutti e tre i parlamenti regionali dove si è votato, supera in ben due casi i socialdemocratici e sfonda nell’Est con un 24% in Sassonia-Anhalt. Il sul trionfo è un colpo per Angela Merkel e Sigmar Gabriel, che hanno aperto le porte del Paese ai profughi, accogliendone oltre un milione nel 2015 e rifiutando il reclamato ‘tetto-limite’. “Una cesura nella politica tedesca, il centro democratico viene sfidato”, è il commento a caldo del vicecacelliere socialdemocratico, nella serata del ‘super-Sunday’ tedesco, in cui si è andati alle urne in Baden-Wuerttemberg, Renania-Palatinato e Sassonia-Anhalt.

E Bild on line titola: “Il giorno dell’orrore per la cancelliera Merkel”. “Un giorno amaro – si commenta in casa dei cristiano-democratici – in cui si deve prendere atto di una dichiarazione di guerra, e molto seriamente, da parte di Afd”.  “È fatta – ha esultato in uno sfogo liberatorio il vincitore di Alternativa nel Land di Stoccarda, Joerg Meuthen -. Ci hanno fatto passare per degli idioti. Non hanno ascoltato i nostri argomenti. Ci hanno dato degli estremisti di destra, il che non siamo, e non diventeremo. Ci hanno dato dei razzisti e degli xenofobi, cosa che neppure siamo”.

Il socialdemocratico Gabriel è stato salvato dal disastro totale dalla candidata renana: la presidente uscente Malu Dreyer, che si è affermata con netto scarto sull’astro nascente della Cdu, Julia Kloechner, quella che aveva attaccato la linea generosa della sua stessa leader sui richiedenti asilo facendo da sponda alla Csu.

Va constatato che, al di là dell’esito indiscutibile della destra che raccoglie voti di protesta provenienti da tutti i partiti, gli altri portano a casa un risultato complesso da decifrare: chi vince in un Land, perde poi clamorosamente nell’altro. È il caso dei socialdemocratici, letteralmente umiliati a Stoccarda e Magdeburgo. Ma anche i Verdi, che riportano un risultato storico in Baden-Wuerttemberg, dove il presidente uscente Winfried Kretschmann li rende primo partito in una regione per la prima volta, superando la Cdu, subiscono una pesante sconfitta, invece, in Renania.

Stando alle ultime proiezioni, in Baden-Wuerttemberg vincono dunque i Verdi di Kretschmann con il 30,7%, e sorpassano la Cdu di Guido Wolf al 27,3%. Seguono AfD al 14,5%, Spd al 12,7%, i Liberali all’8,1%, mentre è fuori dal parlamento la Linke (Sinistra) col 3,2%. In Renania, si afferma l’Spd di Malu Dreyer con il 36%; batte la Cdu della Kloechner al 32%. AfD conquista il 12,6%. Seguono i Liberali al 6,1%, i Verdi al 5%, e la Linke è fuori con il 2,7%. In Sassonia-Anhalt la Cdu di Reiner Haselhoff vince con il 30%. AfD segna un notevole 24,2% con Andrè Poggenburg, spiazzando la Linke, tradizionalmente forte nell’est e ora al 15,9%, e l’SPD che crolla al 10,6%. A rischio la soglia di ingresso per i liberali dati al 4,9%.

In questo scenario non saranno affatto facili neppure le coalizioni per governare: anche perché nessuno vuole allearsi con Alternativa. In Baden-Wuerttemberg non è ripetibile la coalizione rosso-verde, e si può immaginare un esperimento fra ecologisti e Cdu, con la novità che i primi guiderebbero l’alleanza. In Renania si può immaginare una Grosse Koalition, anche se la Dreyer ha parlato di “ultima ratio”. Cdu e Spd si dovranno mettere assieme anche in Sassonia-Anhalt, e avranno bisogno anche di un’altra sponda.

In Italia, invece, festeggia Matteo Salvini, su Facebook. “Elezioni in Germania, ottime notizie! Secondo gli exit poll Alternative fuer Deutschland, il partito che si oppone all’immigrazione di massa e all’Europa dell’Euro, supererebbe il 10, il 15 e il 20% nelle tre regioni al voto. Come Lega cercheremo dialogo e accordi con AfD. Alla Merkel e a Renzi tremano le gambe…”.

Il cielo sopra la Grecia

Atene vende gli aeroporti a Berlino. Alla Fraport 14 scali regionali

Il Governo Tsipras gira per 1,2 miliardi la gestione per quarant’anni alla società tedesca, controllata al 30% dallo Stato dell’Assia. È il primo passo del nuovo piano di privatizzazioni, nei prossimi mesi finiranno sul mercato un’altra quota del Pireo, alcune municipalizzate dell’acqua e (il tasto più delicato) il 49% della rete elettrica.

di Ettore Livini – Repubblica.it, 14 dicembre 2015

È la Germania di Angela Merkel e Wolfgang Schaeuble il primo beneficiario delle privatizzazioni imposte dalla Troika alla Grecia. Il Governo di Alexis Tsipras ha ceduto ai tedeschi di Fraport (l’aeroporto di Francoforte) per 1,2 miliardi la gestione di 14 aeroporti regionali del paese, tra cui quelli di Corfù, Creta e Santorini e quelli di molte aree turistiche. La società di Francoforte, partecipata al 31% da un socio pubblico come lo Stato dell’Assia, pagherà un canone annuo di 23 milioni e si è impegnata a investire 330 milioni per rinnovare le strutture entro il 2020. Il preliminare di vendita era stato già siglato tra le parti all’epoca del governo di centrodestra di Antonis Samaras ma il successo elettorale di Syriza all’inizio del 2015 aveva portato al congelamento dell’operazione. Il pressing della Troika ha però convinto Tsipras a cedere.

La cessione della Fraport è solo il primo passo di un percorso di privatizzazioni i cui tempi e modi sono stati concordati con i creditori. Entro fine anno l’esecutivo dovrà mettere in piedi un comitato indipendente cui affidare le prossime operazioni. In rampa di lancio ci sono la vendita di un’altra quota del porto del Pireo, quella delle municipalizate dell’acqua di Atene e Salonico e il delicatissimo progetto di collocamento sul mercato del 49% della rete elettrica. Su questo tema la Grecia e Ue-Bce-Fmi hanno raggiunto un’intesa negli ultimi giorni, vincendo (almeno per ora) le resistenze del potentissimo sindacato del monopolio dell’energia nazionale. Tsipras è riuscito a ottenere lo scorporo della rete e l’autorizzazione a mantenere nelle mani dello Stato il 51%. IL 49% però dovrebbe finire all’asta in tempi piuttosto brevi.

Il tema delle privatizzazioni è stato fino ad oggi fonte di grandi delusioni per la Troika. I primi ambiziosi piani del 2009 annunciavano dismissioni per 50 miliardi all’inizio della crisi. Vendere in un mercato depresso però non è mai facile. E non a caso dei 50 miliardi annunciati in pompa magna sei anni fa, a oggi ne sono entrati in cassa solo 3,5. La cessione di Fraport è però un primo segnale positivo in arrivo da Atene, impegnata nei prossimi mesi in una corsa ad ostacoli per sbloccare i nuovi aiuti e arrivare a febbraio ai negoziati per ristrutturare il debito. Domani il Parlamento dovrebbe approvare nuove misure in grado di spianare la strada per una nuova tranche da 1 miliardo di prestiti. A gennaio si affronteranno i due capitoli più delicati: la fase attuativa della riforma delle pensioni e la gestione dei prestiti bancari in sofferenza. Se Tsipras riuscirà a dribblare questi ostacoli la strada per il suo governo -sarà a quel punto un po meno accidentata. E il premier potrebbe affrontare ad aprile con più serenità il congresso nazionale del partito, lanciando – dopo l’ennesima valanga di austerità – i progetti per le riforme sociali di cui ha bisogno il paese.

 

Nelle mani del Sultano

di Ian Traynor – the Guardian – 27 novembre

I leader europei stanno per mettere in scena un vertice senza precedenti e molto controverso con il governo turco domenica prossima (il 29 novembre, n.d.t.), nel tentativo di esternalizzare la crisi migratoria, pagando ad Ankara tre miliardi di euro perchè sigilli il suo confine con la Grecia in modo da fermare o rallentare i flussi migratori verso l’Europa.

I turchi, che hanno richiesto il summit, hanno insistito su un prezzo alto per la loro cooperazione: la ripresa dei negoziati di adesione all’Unione europea, dopo anni di congelamento degli stessi, l’allentamento dell’obbligo di visto per i turchi che viaggiano verso l’Unione Europea, vertici regolari UE-Turchia e tre miliardi di euro in aiuti nell’arco di due anni.

“La quantità di denaro che stiamo offrendo è grottesca”, ha detto l’ambasciatore di uno dei paesi più grandi dell’UE. “Ci siamo messi in ginocchio implorando i turchi di chiudere i loro confini.”

Il sentimento è diffuso tra i politici a Bruxelles e nelle capitali dell’UE, con un forte scetticismo circa i meriti di cercare di giungere ad un accordo con l’autoritario e mercuriale presidente della Turchia, Recep Erdoğan Tayipp, che è stato criticato per il suo mancato rispetto dei diritti umani. Altri due giornalisti sono stati arrestati in Turchia questa settimana dopo la pubblicazione di notizie su armi turche fornite ai jihadisti in Siria.

“Conosce nessuno che creda che Erdoğan terrà fede agli accordi?” ha sottolineato un altro diplomatico, mentre un importante politico europeo ha detto che l’Unione Europea è stata messa “in trappola”.

Ma la strategia di comprare la cooperazione turca nella crisi dei rifugiati è stata concepita sotto la spinta della politica interna di diversi paesi dell’UE, in particolare della Germania, dove il cancelliere Angela Merkel non può mostrare di fare marcia indietro pubblicamente sulla sua politica della porta aperta verso gli immigrati, ma ha bisogno di una tregua, di rallentare il flusso, guadagnando così un certo controllo sul caos. Berlino ritiene che Erdoğan sia in grado di fornire quella valvola di sicurezza politica.

L’UE non ha mai tenuto un vertice plenario dei 28 leader alla presenza di un paese terzo. Questo avverà solo per le insistenze di Ankara. Ancora venerdì mattina, tra l’altro, non era chiaro chi avrebbe rappresentato la Turchia, se Erdoğan o il primo ministro, Ahmet Davutoğlu. Alla fine è stata confermata la presenza di quest’ultimo.

La Commissione europea, a nome della Germania, ha elaborato in fretta e furia, nelle ultime settimane, il piano. Non è chiaro però da dove verranno i tre miliardi visto che i negoziati sul finanziamento sono appena iniziati a Bruxelles.

La Gran Bretagna, di rado la prima ad offrire soldi per i progetti europei, è l’unico paese in Europa ad aver preso un impegno concreto per 400 milioni di euro, mentre 500 milioni sono destinati a venire dal bilancio dell’UE, lasciando scoperti più di 2 miliardi ancora da trovare.

La Turchia attualmente ospita più di 2 milioni di rifugiati siriani ed è la più grande fonte di migranti verso la UE, con circa 700.000 che hanno attraversato l’Egeo, per poi passare attraverso i Balcani solo quest’anno.

“Questo denaro non è per la Turchia. Sono soldi per i rifugiati” ha detto al Guardian Federica Mogherini, coordinatore capo della politica estera dell’UE. “Bisogna sostenere le comunità lì o saremo di fronte ad un collasso sociale”.

L’accordo proposto ad Ankara prevede che i Turchi pattuglino i confini dell’Egeo verso le isole greche per arginare il flusso di migranti e dare un giro di vite ai traffici delle mafie che contrabbandano i migranti, ma comporterebbe anche che, in una fase successiva, l’UE accetti di prendere sulla fiducia centinaia di migliaia di rifugiati ogni anno dalla Turchia e li reinsedi in tutta Europa.

La cifra indicata da Berlino è di 500 mila all’anno. Essi sarebbero condivisi nell’ambito di un nuovo sistema di quote permanente e obbligatorio all’interno della UE, secondo la Merkel. Ciò innescherebbe uno scontro colossale nell’UE, con molti paesi riluttanti a pagare la Turchia e ancor meno propensi ad accettare le quote.

La Merkel ha avvertito questa settimana che la zona franca di movimento dei 26 paesi europei, conosciuta come Schengen, non sopravviverà se lei non otterrà l’assenso al suo piano. Secondo alcuni diplomatici di alto livello, i responsabili politici dell’UE sono convinti che Schengen entrerà in una fase terminale entro pochi mesi a meno che i governi europei non riescano ad ottenere un maggiore controllo sul ritmo e le dimensioni dell’immigrazione dal Medio Oriente.

fonte: http://www.theguardian.com/world/2015/nov/27/eu-seeks-buy-turkish-help-migrants-controversial-summit

Trucchi Crucchi

Volkswagen, la caduta del mito tedesco che fa scendere Angela Merkel dall’Olimpo

Se la Grecia ha truccato i conti dei suoi bilanci, la Germania ha truccato le macchine e ha inquinato l’ambiente. L’equazione è a furor di popolo. Anzi di popoli. La reputazione è un valore aggiunto. Se cade, è un macigno che rischia di far traballare un Paese intero. Tanto più che il caso Vw è solo il più clamoroso di una lunga serie.

di Leonardo Coen – ilfattoquotidiano.it, 25 settembre 2015

Ah, la sublime arte della manipolazione alemanna! Chissà se Der Spiegel sbatterà in copertina un bel piatto di wurstel e crauti mettendo al posto della senape un gustoso modellino di Volkswagen, o se userà il cliché del Barone di Münchausen, il re dei contaballe, mostrandolo a cavalcioni di una Volkswagen, invece della celebre palla di cannone, mentre viene sparato nientepodimeno che sulla Luna. Lo dovrebbe. Almeno per coerenza. Nel luglio del 1997 il settimanale di Amburgo volle dire la sua sull’Italia con la choccante foto del piatto di spaghetti condito da una pistola. Poi toccò alla Spagna, sull’orlo dell’abisso. E la Grecia, povera derelitta. Per anni, gli austeri maestrini tedeschi ci hanno bacchettato a noi europei del Sud spendaccioni e furbastri. Cicale e Maggiolini. Loro onesti, noi furbi. Loro economicamente corretti. Noi sempre al di sopra dei nostri mezzi. Austeritaten über alles! La severità ed intransigenza luterana contro l’ipocrisia cattolica, prima pecchi e poi tanto c’è il perdono, basta una piccola penitenza…

Beh, qualche affinità con le madornali e mirabolanti avventure raccontate dal Barone di Münchausen la Volkswagen che impersonava la granitica certezza del German engineering – mito dell’indiscutibile primato ingegneristico tedesco molto in voga nel pianeta anglosassone – ce l’ha, eccome ce l’ha. Per esempio, ha basato per decenni gran parte delle sue campagne promozionali sulla fiducia e la verità, instaurando una sorta di complicità col consumatore, un legame che coinvolgeva cuore e testa. La Volkswagen “parla chiaro”. Sottinteso: gli altri no. Ci sono spot che oggi stanno spopolando sul web tanto sono ridicoli, rivisti col senno di poi. In uno la protagonista è una distinta e anziana signora che cerca di vendere la sua auto a un giovane, prudentemente accompagnato dal padre per evitare – ovviamente, non si sa mai – qualche brutta sorpresa. I due alla fine la comprano, dopo un intenso scambio di occhiate tipo per un dollaro d’onore con l’anziana donna: “Potete dubitare delle vecchie signore. Ma potete fidarvi di tutte le Golf”. Specie quelle a diesel: non ammorbano l’atmosfera perché noi della Volkswagen siamo i migliori. BlueMotion Polo. Nobody’s perfect, altro slogan per convincere che tuttavia, i prodotti Volkswagen puntano alla perfezione. E alla possibilità che tu ne possa fruire. Senza fatica. Think small. Pensa piccolo per avere grande. La Grande Germania: per la quale l’auto rappresenta il 20 per cento dell’export tedesco e il 14 per cento del Pil. Rappresenta o rappresentava?

Mai come in queste ultime ore Angela Merkel viene descritta così tanto a disagio, angustiata, preoccupata. Al vertice di Bruxelles per l’emergenza rifugiati è apparsa stanca, poco incisiva. Non ha nemmeno replicato alle solite invettive di Viktor Orban che ha detto: “Quello della Merkel è imperialismo morale”. Gli stessi suoi compatrioti cominciano ad essere delusi da lei, un sondaggio del 23 settembre le dava infatti il 49 per cento di popolarità. Il minimo, dall’inizio dell’anno. Lo scandalo – “crepuscolo di un’icona”, titola Le Monde – rimette in causa il modello di cogestione alla tedesca di cui la Vw era l’emblema. La descrivono pallida, non più sicura e determinata come prima. Per forza. Proprio all’apice della sua canonizzazione politica ed etica – pensate alla vicenda migranti, agli estenuanti bracci di ferro con Putin – nel giorno stesso in cui avrebbe dovuto festeggiare il decennale della sua vittoria elettorale (il 18 settembre 2005) che le avrebbe fatto conquistare la carica di Cancelliere del Paese più importante d’Europa, le è arrivata dagli Stati Uniti una bordata che dire devastante è minimizzare. Perché la Volkswagen è più di un grande gruppo industriale, “Volkswagen è la Germania”, ha detto Gitta Connemann, influente deputata Cdu. Lo ha del resto sottolineato Spiegel online: “Non sono i miliardi di multa che minacciano la Volkswagen, bensì il danno d’immagine (…) La giustizia americana segue una linea molto dura per combattere la criminalità economica”. Il vulnus è di proporzioni inaudite (come le avventure del Barone di Münchausen…) che non soltanto colpisce l’azienda di Wolfsburg ma la Germania intera e la sua credibilità planetaria. Piglia di mira la sua spocchia da prima della classe. Da imbrogliona come coloro che disprezzava. Altro che ruolo di “grande accusatore”, come ricorda Angelo Bolaffi. Adesso la Germania della Vw magliara si ritrova sullo stesso banco degli accusati “nello stesso giorno in cui Tsipras ‘il grande accusato’ (e con lui la Grecia) sembra forse esserne uscito. Insieme allo sconcerto per la rivelazione quasi epifanica della Grande Truffa, si cela la gioia maligna di chi ha subito gli strali dei supponenti leader germanici…

Persino la cancelliera è indirettamente coinvolta, come ha accusato il quotidiano Frankurter Rundschau, uno dei pochi giornali tedeschi a non avere circoscritto lo scandalo al mondo dell’industria automobilistica: “Angela Merkel da anni si posiziona come la lobbista in capo dei costruttori tedeschi d’auto. Il suo ministro dei Trasporti brilla per la febbrile attività di questi giorni e ciò avviene da anni, il suo ministero deve sapere che i costruttori imbrogliano sistematicamente sulle informazioni tecniche delle loro auto rispetto ai consumi e alle emissioni. Idem per il ministro-presidente della Bassa Sassonia dove si trova la sede della Vw. Il Land è il secondo azionista del gruppo. Nulla si fa alla Vw senza il suo consenso”. Se la Grecia ha truccato i conti dei suoi bilanci, la Germania ha truccato le macchine e ha inquinato l’ambiente. L’equazione è a furor di popolo. Anzi di popoli. La reputazione è un valore aggiunto. Se cade, è un macigno che rischia di far traballare un Paese intero. Dirty secrets of the car industry, titola l’ultimo The Economist. E per i tedeschi e gli americani la menzogna è un’aggravante particolarmente condannabile.

Adesso che il vaso di Pandora è scoperchiato e che le connivenze mediatiche – la pubblicità delle quattroruote è fondamentale per giornali e tv – sono state smascherate (da anni c’era chi inutilmente denunciava le sopercherie ma veniva ignorato: penso al rapporto“Mind the Gup! Why official car fuel economy figures don’t match up to reality” del 2013 di Transport&Environment, l’organizzazione europea che si occupa di sostenibilità ambientale dei trasporti), abbiamo l’effetto Domino. Vi siete dimenticati del caso Germanwings (gruppo Lufthansa)? Il 24 marzo scorso un suo Airbus A320 precipitò in Francia, causando la morte di 150 persone. Per un raptus di follia suicida del copilota Andreas Lubitz. Allora furono messi sotto accusa i test della compagnia. Vogliamo parlare del Berlin Brandenburg Flughafen? Dovevano aprirlo nel 2012. I tecnici scoprirono che i sistemi antincendio erano insufficienti. Dopo, fu la volta dei banchi del check-in ad essere insufficienti. Indi toccò al tetto della sala principale: non in grado di sopportare il peso e le sollecitazioni dei condizionatori. Comunque, avevano promesso di inaugurarlo a metà del 2016. Promessa rimangiata. Sarà aperto nel 2017: forse. Intanto i costi sono lievitati, passando da 3 a 6 miliardi di Euro. Tra sospetti di corruzione e pessima progettazione: “un aeroporto con 150mila difetti”, hanno scritto i giornali tedeschi. Se lo dicono loro…

Già, corruzione. Se i Greci erano corrotti, come sbraitavano in Germania, c’era chi doveva corromperli. I tedeschi. Siemens, Daimler, Rheinmetall – fu Business Insider Uk a fare una rassegna circostanziata dei maggiori casi di corruzione – sono oggetto di inchieste giudiziarie. Secondo i giudici greci, la Siemens ha dispensato mazzette per 70 milioni di euro. Il fascicolo che la riguarda conta 2.300 pagine, l’indagine è durata nove anni. La statunitense CorpWatch – gli americani sono spettatori assai interessati alle vicende tedesche – definì il caso Siemens “il più grande scandalo aziendale della storia greca dal dopoguerra”. In questo, i tedeschi confermano la loro tendenza al gigantismo. Vw ha un gito d’affari annuo di oltre 200 miliardi di euro, è il più grande investitore al mondo in ricerca e sviluppo (ci vuole genio per realizzare il software fregone). Eurointelligence aggiunge che la Vw ha un rapporto consolidato con la politica tedesca. Facile paragonare la sua vicenda con la crisi dei subprime del 2007-2008 e il crack Lehman Brothers. Allora la Casa Bianca decise che la banca andava salvata perché “troppo grande per fallire” (too big to fail). Analogo destino attenderà la Vw. È la sindrome del cigno nero. Con qualche postilla, tanto per capire i veleni del contesto. Intanto, chi acquistava le presunte virtuose vetture diesel taroccate godeva dei bonus statali e europei. Essendo frutto di truffa, dovrebbero essere rimborsati. Andateglielo a dire agli acquirenti … Dulcis in fundo, non è che gli americani si sono vendicati dopo che erano stati beccati loro con le mani nella marmellata, per le intercettazioni telefoniche abusive della NSA (National Security Agency) fatte ai danni di Angela Merkel e di altri 55 politici tedeschi, come rivelò il sito di Julian Assange? In una telefonata la Merkel criticava il piano del Segretario del Tesoro Usa che aveva posto l’eventualità di sollevare le banche dalla responsabilità per i titoli tossici. In un’altra sosteneva che la Cina avrebbe dovuto avere maggiore influenza nel Fondo Monetario Internazionale. È guerra. Senza esclusione di colpi. Muoia Sansonen con tutti i Filistei. Speriamo che noi della Grande Bellezza Mediterranea ce la caviamo.

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Diktat

Varoufakis: “Non solo la Grecia: così Schaeuble vuole imporre la Troika anche a Roma e Parigi”

La denuncia dell’ex ministro: “Temo che la Grexit sia inevitabile, servirà a incutere la paura necessaria per forzare il consenso di Italia, Spagna e Francia”.

di Claudi Pérez [© El País. Traduzione di Elisabetta Horvat] – Repubblica.it, 2 agosto 2015

ATENE – “Il sadico dispotismo dell’ideologia dominante”. “La lettura morale di questa crisi”. “L’abbraccio mortale del debito”. Yanis Varoufakis accoglie El País nella sua casa al centro di Atene; la sua ormai celebre moto è parcheggiata all’angolo della strada, pronta a ripartire rombando alla fine dell’intervista. Visto da vicino, Varoufakis è amabile, attento e disinvolto. Offre al giornalista una tazzina di caffè preparato di fresco, e subito si capisce perché la sua lingua è considerata una delle più affilate d’Europa. Parlando a mitraglia, usa toni tra il solenne e il drammatico, con l’economia e la politica come generi letterari al servizio di un alibi: la Grecia epitome della crisi europea, e quest’ultima vista non come una fase transitoria, ma come uno stato tendente a perpetuarsi.

Alcuni giorni fa ha lasciato il ministero. Come è cambiata la sua vita quotidiana?

“I giornali pensano che io sia deluso per aver lasciato il governo. Di fatto però io non sono entrato in politica per far carriera, ma per cambiare le cose. E chi cerca di cambiarle paga un prezzo”.

Quale?

“L’avversione, l’odio profondo dell’establishment. Chi entra in politica senza voler far carriera finisce per crearsi questo tipo di problemi”.

Intanto la Grecia continuerà a subire la tutela della Troika…

“Noi avevamo offerto all’Fmi, alla Bce e alla Commissione l’opportunità di tornare ad essere le istituzioni che erano in origine; ma hanno insistito per ripresentarsi come Troika. Ma l’ultimo accordo si basa sulla prosecuzione di una farsa, ma si tratta solo di procrastinare la crisi con nuovi prestiti insostenibili, facendo finta di risolvere il problema. Ma si può ingannare la gente, si possono ingannare i mercati per qualche tempo, non all’infinito”.

Cosa si aspetta nei prossimi mesi?

“L’accordo è programmato per fallire. E fallirà. Siamo sinceri: il ministro tedesco Wolfgang Schaeuble non è mai stato interessato a un’intesa in grado di funzionare. Ha affermato categoricamente che il suo piano è ridisegnare l’eurozona: un piano che prevede l’esclusione della Grecia. Io lo considero come un gravissimo errore, ma Schaeuble pesa molto in Europa. Una delle maggiori mistificazioni di queste settimane è stata quella di presentare il patto tra il nostro governo e i creditori come un’alternativa al piano di Schaeuble. Non è così. L’accordo è parte del piano Schaeuble”.

La Grexit è ormai scontata?

“Speriamo di no. Ma mi aspetto molto rumore, e poi rinvii, mancato raggiungimento di obiettivi che di fatto sono irraggiungibili, e l’aggravamento della recessione, che finirà per tradursi in problemi politici. Allora si vedrà se l’Europa vuole davvero continuare a portare avanti il piano di Schaeuble oppure no”.

Schaeuble ha suggerito di togliere poteri alla Commissione, e di applicare le regole con maggior durezza. Se sarà lui a vincere la Grecia è condannata?

“C’è un piano sul tavolo, ed è già avviato. Schaeuble vuole mettere da parte la Commissione e creare una sorta di super-commissario fiscale dotato dell’autorità di abbattere le prerogative nazionali, anche nei Paesi che non rientrano nel programma. Sarebbe un modo per assoggettarli tutti al programma. Il piano di Schaeuble è di imporre dovunque la Troika: a Madrid, a Roma, ma soprattutto a Parigi”.

A Parigi?

“Parigi è il piatto forte. È la destinazione finale della Troika. La Grexit servirà a incutere la paura necessaria a forzare il consenso di Madrid, di Roma e di Parigi”.

Sacrificare la Grecia per cambiare la fisionomia dell’Europa?

“Sarà un atto dimostrativo: ecco cosa succede se non vi assoggettate ai diktat della Troika. Ciò che è accaduto in Grecia è senza alcun dubbio un colpo di Stato: l’asfissia di un Paese attraverso le restrizioni di liquidità, per negargli l’imprescindibile ristrutturazione del debito. A Bruxelles non c’è mai stato l’interesse di offrirci un patto reciprocamente vantaggioso. Le restrizioni di liquidità hanno gradualmente strangolato l’economia, gli aiuti promessi non arrivavano; c’era da far fronte a continui pagamenti a Fmi e Bce. La pressione è andata avanti finché siamo rimasti senza liquidità. Allora ci hanno imposto un ultimatum. Alla fine il risultato è uguale a quando si rovescia un governo, o lo si costringe a gettare la spugna”.

Quali gli effetti per l’Europa?

 “Nessuno è libero quando anche una sola persona è ridotta in schiavitù: è il paradosso di Hegel. L’Europa dovrebbe stare molto attenta. Nessun Paese può prosperare, essere libero, difendere la sovranità e i suoi valori democratici quando un altro Stato membro è privato della prosperità, della sovranità e della democrazia”.

Anche se è vero che la Grecia ha cambiato i termini del dibattito, in politica si devono ottenere dei risultati. I risultati la soddisfano?

“L’euro è nato 15 anni fa. È stato concepito male, come abbiamo scoperto nel 2008, dopo il tracollo della Lehman Brothers. Fin dal 2010 l’Europa ha un atteggiamento negazionista: l’Europa ufficiale ha fatto esattamente il contrario di quanto avrebbe dovuto fare. Un Paese piccolo come la Grecia, che rappresenta appena il 2% del Pil europeo, ha eletto un governo che ha messo in campo alcuni temi essenziali, cruciali. Dopo sei mesi di lotte siamo davanti a una grande sconfitta, abbiamo perso la battaglia. Ma vinciamo la guerra, perché abbiamo cambiato i termini del dibattito”.

Lei aveva un piano B: una moneta parallela, in caso di chiusura delle banche. Perché Tsipras non ha voluto premere quel pulsante?

“Il suo lavoro era quello di un premier. Il mio, nella mia qualità di ministro, era di mettere a punto i migliori strumenti per quando avremmo preso quella decisione. C’erano buoni argomenti per farlo, come c’erano per non premere quel pulsante”.

Lei lo avrebbe fatto?

 “Chiaramente, e l’ho detto pubblicamente, ma ero in minoranza. E rispetto la decisione della maggioranza”.

Tsipras ha ribadito che non esistevano alternative al terzo riscatto; mentre lei, col suo piano B, sosteneva che un’alternativa c’era.

“Fin da quando ero giovanissimo, ho sempre respinto nella mia concezione politica il discorso thatcheriano dell'”assenza di alternative”. C’è sempre un’alternativa”.

Quale sarà l’eredità di Angela Merkel per l’Europa?

“L’idea europea non era quella di punire una nazione orgogliosa per intimorire le altre. Non è questa l’Europa di Gonzales, Giscard o Schmidt. Abbiamo bisogno di ricuperare il significato di ciò che significa essere europei, trovare le vie per ricreare il sogno di prosperità condivisa nella democrazia. L’idea che la paura e l’odio debbano essere le pietre a fondamento della nuova Europa ci riporta al 1930. l’Europa corre il rischio di trasformarsi in una gabbia di ferro. Spero che la cancelliera non voglia lasciarci un’eredità come questa”.

Fanatismo ideologico

Segnalato da transiberiana9

GRECIA, SAPELLI: “GERMANIA VUOLE UCCIDERE LA GRECIA MOSSA DA FANATISMO IDEOLOGICO”

Di Marco Pasciuti – ilfattoquotidiano.it, 13/07/2015

L’economista e docente di Storia economica all’università Statale di Milano: “Si è compiuto ciò che era già scritto. Sono dei fanatici che fanno dell’austerità una religione”. La possibilità di una Grexit temporanea di 5 anni? “Non ha un senso economico ma solo politico, di affermazione, di dominio. I tedeschi hanno vinto, ma è una vittoria di Pirro perché stanno segnando la fine dell’Europa unita”

Giulio Sapelli, economista e docente di Storia economica all’università Statale di Milano. Cosa guadagna la Germania da una eventuale Grexit?

“La Germania vuole ammazzare la Grecia. Se si fosse riunito il Consiglio Ue a 28 – cosa che non si è fatta sotto la pressione diplomatica francese e americana – e si fosse arrivati al voto, la Germania e i suoi vassalli l’avrebbero espulsa. Poi è arrivata la decisione di non riunione il Consiglio europeo, ma di convocare l’Eurosummit composto dai Paesi che hanno l’euro”.

Che ha chiesto ad Atene un fondo da 50 miliardi in cui far confluire gli asset greci in cambio del terzo salvataggio.

“Si è compiuto ciò che era già scritto. Sono dei fanatici che fanno dell’austerità una religione: all’austerità può credere soltanto un professore della Bocconi, uno che non è un economista ma è un ragioniere. Dietro questa battuta c’è una tragedia immensa: la riduzione dell’economia alla ragioneria“.

In alternativa, è rimasta sul tavolo fino all’ultimo la possibilità di una Grexit temporanea di 5 anni.

“E’ matto, non ha un senso economico. Ha solo un senso politico, di affermazione, di dominio: i tedeschi vogliono di nuovo dominare l’Europa. Helmut Schmidt diceva :’Devi abbracciare l’Europa, non sedertici sopra‘. Loro ci si siedono sopra. La questione greca – e in questi giorni si celebra l’anniversario della strage di Srebrenica – comincia dalla Bosnia, passa dalla Macedonia, va in Grecia, poi finisce a Mosca o in Turchia. Ci sono buone ragioni per pensare che i tedeschi spalancheranno le porte alla vittoria dell’Isis”.

E’ un’affermazione forte, professore.

“Questa è la vera chiave di questa tragedia. Destabilizzando la Grecia, destabilizzano i Balcani. E in Bosnia, in Kosovo in Macedonia e in Montenegro c’è l’Isis, sono Paesi in cui è evidente e diffuso il fenomeno della radicalizzazione “.

Cosa succede oggi in Grecia senza un accordo?

“Le banche resteranno chiuse e spero che tra un po’ di tempo verranno fuori le monete complementari, di cui la Bce aveva preconizzato l’uso. I greci andranno avanti per un po’ con le monete complementari, poi torneranno alla dracma ma sarà una catastrofe perché dovranno pagare i loro debiti in euro e soprattutto le banche francesi e quelle tedesche sono piene di debito greco collateralizzato, un’arma di distruzione di massa”.

Ma perché la Germania avrebbero architettato questo piano diabolico?

“I tedeschi fanno questo non per calcolo economico, ma solo per fanatismo ideologico. Sono dei fanatici. Questa situazione riflette la disgregazione dell’ordine internazionale. Tutte le medie potenze regionali aspirano ad operare “stand alone“, da sole: i tedeschi sono convinti di poter andare avanti senza gli Stati Uniti e si alleano con i cinesi, gli inglesi anche, i russi hanno scelto da tempo la via dell’isolazionismo, i francesi sono gli unici che hanno ambizioni imperiali e ciò è dimostrato dal fatto che hanno cercato di aiutare i greci. Noi abbiamo perso una grande occasione e credo che Renzi rischi moltissimo”:

Cosa rischia Renzi?

Questa roba delle intercettazioni è stato un avviso degli americani, che gli hanno detto ‘guarda che se non ti comporti bene, non fai come Hollande e non ti metti chiaramente con Atene, noi ti facciamo cadere’. Ma il nostro presidente non intercetta i messaggi che arrivano da oltreoceano, quindi sceglie di essere fedele assolutismo teutonico. Questa è una disgrazia, perché l’Europa senza l’appoggio degli Stati Uniti non esiste, è un nano. Anche economico, nella stagnazione secolare che avanza. Avevo previsto questa tendenza al predominio dei tedeschi. E’ una cosa che inizia con la vittoria di Sedan, dal 1870 (battaglia decisiva della prima fase della guerra franco-prussiana, che portò alla capitolazione di Napoloeone III e alla fine della secondo Impero francese, ndr). I tedeschi adesso danno l’ultima mazzata alla Francia. Ma è anche una grande sconfitta della Merkel: se avesse aiutato Atene, non sarebbe più stata Cancelliere”.

Quindi Renzi crede ancora di potere esercitare un ruolo in Europa?

“Renzi non crede in nulla. Se lo credesse, avrebbe dovuto chiedere una conferenza internazionale con Stati Uniti e Cina sul debito greco”.

Forse lei conferisce a Renzi un peso internazionale che non ha.

“Il peso internazionale lo si acquisisce sfidando il cielo. Potrebbe cominciare a farlo: insomma, l’Italia ha 60 milioni di abitanti, è in una posizione di assoluta centralità al centro del Mediterraneo. Avrebbe le carte in regola per osare e chiedere di più. E’ solo un fatto di coraggio. Renzi questo coraggio non ce l’ha, quindi segna la fine della Grecia, del ruolo internazionale dell’Italia e forse anche del suo governo”.

Alla fine vincerà la Germania, quindi.

“Ha già vinto. Ma vincerà, perdendo: Merkel porta a casa una vittoria di Pirro perché sarà costretta a fare un blocco economico del Nord. All’inizio si darà vita a un euro a due velocità. E questo segnerà la fine dell’Europa unita”.

Un’altra Ventotene per l’Europa

segnalato da Barbara G.

di Guido Viale – ilmanifesto.info, 12/07/2015

Ue. Prendiamo atto che i confini non sono quelli dell’Eurozona né, per quanto allargati, quelli dell’Unione

Quale ne sia l’esito, di certo, non risolutivo, ha fatto più danni a credibilità e affidabilità dell’euro come moneta globale il meschino tiramolla delle autorità europee contro il Governo greco di quanto abbia danneggiato quest’ultimo il pesantissimo compromesso a cui ha dovuto soggiacere. E poiché nell’accordo, se si farà, non c’è nulla che renda più sostenibile l’economia greca, la cacciata dall’euro è stata forse sventata, ma la partita relativa all’austerity è solo rimandata: si continuerà a giocare nelle condizioni e con gli schieramenti che si saranno formati in Europa nei prossimi mesi o tra pochissimi anni. Condizioni che non saranno facili per nessuno dei contendenti. “Se crolla l’euro crolla l’Unione Europea” è forse l’unica affermazione condivisibile di Angela Merkel: per questo, con quel tiramolla, le autorità dell’Unione hanno sicuramente compiuto un buon passo avanti nel rivelarsi becchini dell’Europa.

Il vero regista di questa strategia suicida è Mario Draghi, che come capo di GoldmanSachs Europa aveva aiutato il Governo greco a truccare il bilancio per entrare nell’euro e indebitarsi a man bassa; e che come capo della BCE gli ha poi presentato il conto per salvare le banche creditrici; e per poi mettere Tsipras con le spalle al muro con il blocco della liquidità (il vero bazooka di cui dispone). Quel suo impegno a salvare la moneta unica “a qualsiasi costo” riguarda infatti l’euro virtuale presente nei libri contabili delle banche; non l’euro reale presente (anzi assente) nelle tasche dei cittadini per fare la spesa: e la Grecia è lì a dimostrarlo.

Ma sono virtuali anche gli euro dei debiti pubblici: sono fatti non per essere restituiti, ma per ricattare i governi. Nessuno si illude di avere indietro il denaro prestato alla Grecia per salvare le banche francesi e tedesche che l’hanno spremuta come un limone: se ne parla solo per alimentare un rancore di sapore razzista.

Tanto è vero che se i membri dell’eurozona dovessero rispettare il Fiscal Compact (di cui nessuno parla più da mesi), i paesi insolventi sarebbero più della metà. Difficilmente però l’Unione europea potrà riprendersi da questo smacco, anche se l’economia dà qualche segno di ripresa. Minacce ben più corpose incombono sui governanti. Perché mentre combattevano sull’aliquota Iva da applicare alle isole dell’Egeo i conti aperti si accumulavano: guerre ai veri confini dell’Ue — dall’Ucraina alla Libia, passando per Siria, Israele, Eritrea, Sud Sudan e Nigeria – e domani forse anche al suo interno; milioni di profughi che premono alle frontiere (e che l’Europa pensa di fermare con cannonate, reticolati e lager); deterioramento del clima, senza alcuna strategia per l’imminente vertice di Parigi; che è anche l’unica chance per rilanciare l’occupazione. Un continente che condanna alla disoccupazione perpetua da metà a un quinto delle nuove generazioni non ha futuro; e spostare verso l’alto l’età del pensionamento, come è stato imposto alla Grecia, dopo la disastrosa esperienza italiana, non fa che aggravare il problema. E dietro a tutto ciò, diseguaglianze crescenti tra paesi membri, classi sociali, ricchi e poveri, ma soprattutto tra cittadini autoctoni e profughi e migranti: fantasmi cui si nega persino il diritto di esistere. Dove sono le idee e i mezzi per affrontare queste questioni?

In Europa, come in tutto il mondo, comandano «i mercati», la finanza. Governi e politici sono al loro servizio: i guai della Grecia sono stati provocati prima dall’ingordigia e poi dal salvataggio di poche grandi banche europee. Ma è solo un caso singolo, portato alla luce dalla resistenza del popolo e del suo governo: tutti gli altri sono ancora avvolti nelle nebbie di una dottrina che imputa ai «lussi» di popolazioni immiserite i disastri provocati dalla rapacità della finanza. Mentre avallano questo attacco alle condizioni di vita dei concittadini, governi e partiti cercano di fidelizzare i loro elettorati delusi, disincantati e assenteisti vellicandone orgogli nazionali e risentimenti verso le altre nazioni. «Noi siamo probi; loro spreconi»; «Paghiamo i lussi altrui»; «Noi abbiamo fatto le riforme, loro no»; «Siamo sulla strada della ripresa, sono gli altri a trascinarci a fondo»; «O tuteliamo i nostri cittadini o manteniamo gli immigrati», ecc.

È una corsa disordinata a fare a pezzi l’Ue; ma anche a segare il ramo su cui sono seduti il suoi governanti. Perché a raccogliere i frutti di questa semina sono e saranno altri: quelli che nazionalismo e razzismo (perché di questo si tratta) sanno coltivarli meglio. È questo che paralizza i governi: che cosa mai sta proponendo l’Europa, al di la della «meritata» punizione del popolo greco e di chi volesse imitarlo? Non c’è visione strategica; non c’è condivisione di valori e obiettivi; non c’è capacità né volontà di confrontarsi con la realtà. L’unione politica dell’Europa costruita attraverso i meccanismi di mercato è irrealizzabile: più la si invoca, più si allontana. I primi passi della Comunità europea – Ceca, Euratom (quando nessuno contestava ancora l’uso pacifico del nucleare), mercato comune – non erano che la ricaduta di un ideale, quello di una comunanza di popoli che fino ad allora si erano scannati a vicenda; non l’inizio della sua trasformazione in realtà.

Anche se pochi ne erano coscienti, ad animare quei passi era stato lo spirito di Ventotene, perché la volontà di evitare guerre, conflitti e iniquità era condivisa da tutti. Tutto ciò è scomparso da tempo: l’allargamento dell’Unione è stato condotto sempre più all’insegna di una ripresa della guerra fredda (i nuovi arrivati, o i loro governi, cercano l’Europa non per gli scarsi vantaggi che promette, ma per avere la Nato in casa) e buona parte di quell’allargamento è frutto del macello jugoslavo: una guerra provocata dall’Europa in Europa, ma condotta dagli Usa e per gli Usa.

È l’alta finanza a legittimare i governi europei, come è evidente nel passaggio della Grecia da un governo coccolato da banche e Commissione a uno esecrato da entrambe. Mentre a paralizzarli sono le mosse per tenere a bada i loro elettori. Ma anche una parte, ancora maggioritaria, di questi è paralizzata: dal mito della «ripresa», dell’«uscita dalla crisi», del ritorno alla «normalità», del ristabilimento delle condizioni di prima in fatto di reddito, occupazione, consumi; ma anche di libertà, pace, diritti. Quelle condizioni non torneranno più: bisogna imparare a vivere con quelle vigenti ora e a scavarsi la strada per un mondo diverso. Imparare a convivere con milioni di profughi, dentro e fuori i confini dei nostri paesi; lavorare per sradicare, insieme a loro, aiutandoli a organizzarsi, le cause di guerre e miseria che li hanno fatti fuggire.

Mettere al centro dei programmi la conversione ecologica: per salvare il pianeta ma anche i territori in cui viviamo; e per creare un’occupazione che valorizzi capacità e saperi di tutti, senza soggiacere al ricatto di perdere il reddito se si perde il lavoro. Sostituire un’economia che si regge sulla corsa ai consumi con una convivenza che privilegi qualità e ricchezza dei nostri rapporti con la natura e gli altri. Ma soprattutto, se vogliamo un’altra Europa, costruita su pace e dignità delle persone, prendiamo atto che i suoi confini non sono quelli dell’eurozona né, per quanto allargati, dell’Unione. Sono quelli tracciati da coloro che vedono nell’Europa non un «faro di civiltà» (in fin dei conti nazismo e Shoah li abbiamo covati noi), ma l’opportunità di una vita più ricca, pacifica e diversa. Abbiamo bisogno di un nuovo Manifesto di Ventotene.

Ho fatto i compiti a casa

di Antonio “Boka”

In seguito alla richiesta della Merkel (in risposta allo sforamento francese e altri a seguire) ho deciso (solo per questa volta) di essere diligente e di completare i compiti per casa. Niente canarino morto, niente nonno malato, niente indigestione.

Vediamo un po’.

Partiamo da un articolo apparso qualche tempo fa su Le Monde Diplomatique (certamente non un bollettino ciclostilato in proprio dalla Mensa dei Bambini Proletari di Montesanto). L’autore è Serge Halimi (noto cugino di secondo grado di Leon, sì, quello là, il quarto nella fila). Cerco di riassumerlo in breve:

“La crisi economica, democratica europea solleva delle domande. Perché politiche destinate a fallire sono state applicate con eccezionale ferocia in Irlanda, Spagna, Portogallo, Grecia? È il frutto di un’insana pazzia che ha colpito gli estensori di queste politiche, raddoppiandone la dose ogni volta che la loro medicina fallisce lo scopo per il quale era stata prescritta? Com’è possibile che, in sistemi democratici, il popolo è forzato ad accettare tagli e ristrettezze semplicemente sostituendo un governo che ha fallito miseramente con un altro e ripetendo lo stesso insano trattamento? Ci sono alternative? La risposta alla prima questione è chiara, basta dimenticare per un attimo tutta la propaganda basata sul “pubblico interesse”, “valori comuni dell’Europa” e “siamo tutti nella stessa barca”. Le politiche di austerità sono razionali e non improvvisate e stanno raggiungendo il loro obiettivo. Ma l’obiettivo non è la fine della crisi economica e finanziaria, è su chi ne raccoglierà i ricchi frutti”.

Halimi rileva che ciò cui siamo di fronte non è un “dibattito tecnico-finanziario, ma una battaglia politica e sociale”. A dirla tutta, il soggetto della discussione è tecnico, ma nel senso che, senza una teoria interpretativa della situazione, è difficile riuscire a darne una spiegazione. Senza una teoria da applicare, siamo senza armi di difesa e la teoria “del mercato” regnerà sovrana insieme all’accettazione supina degli eventi, che accadono perché non possono far altro che accadere. Quasi sempre, nelle democrazie di tipo occidentale, ciò che impedisce la comprensione degli eventi non è la mancanza, ma la marea di informazioni che ci sommerge. Ognuno ha un’interpretazione della crisi e spesso, se non sempre, esse sono in contraddizione fra loro, e, del resto, come potrebbero finanzieri e sindacati non avere opinioni diverse? Questo crea il “casino confusionale” della democrazia che il buon Rumssfeld soleva citare con il suo “ci sono fatti che si crede di conoscere”. È la natura umana. Senza controllo siamo condannati allo sperpero (con buona pace dell’agente razionale sul mercato quando fa comodo – ma lasciamo stare le nostalgie tardo-marxiste). Guardiamo alla Grecia. Fannulloni perennemente in ozio, evasori fiscali, pensioni in età da asilo nido. E ci meravigliamo che siano in crisi e senza soldi? Per quanto riguarda la crisi generale in Europa, la colpa è ovviamente di chi ebbe l’idea dell’unione. Insomma, alla fine il degrado delle condizioni di vita di 500 milioni di persone è colpa delle stesse popolazioni che soffrono.

Esempi?

L’ottimo professore di Economia (senza Politica) Hans-Joachim Voth dell’Università di Barcellona scrive sul Financial Times (FT) a proposito della Grecia:

“Uno stato europeo senza un catasto, senza un apparato di controllo fiscale e senza un processo politico responsabile della spesa pubblica ha bisogno di tutta la pressione esterna possibile per incrementare il potere di controllo dello stato. L’evidenza economica dei fatti è incontrovertibile: più ampio ed efficiente l’apparato statale di controllo, maggiore il PIL. La pressione esercitata per aumentare la capacità di controllo dello stato per diventare uno stato adulto è ciò che la Germania e l’Unione Europea stanno fornendo alla Grecia, e per di più senza costi (sic…)”.

Ancora, Gideon Rachman, editorialista del FT, a proposito della crisi europea:

“È necessario capire che l’origine della crisi attuale è basata sul sogno dell’unione politica dell’Europa. L’unione monetaria era solo un mezzo a tal fine nei progetti dei padri “sognatori”. Kohl era così convinto della necessità di legare il destino della Germania nuovamente unita all’Unione Europea che era pronto ad andare avanti con l’euro nonostante l’opposizione dell’80% del pubblico tedesco. In un seminario a Londra, J. Fischer, ex-ministro degli Esteri tedesco, ha difeso questa visione elitista della politica. Ha ribadito più volte che le più importanti decisioni di politica estera tedesca sono state prese nonostante l’opposizione e il disaccordo popolare. “Si chiama leadership”, ha spiegato”.

Ora, proviamo a domandarci se tutto questo sembra plausibile. Se l’evidenza economica a proposito dell’apparato statale fosse così indiscutibile nell’influenzare la crescita del PIL, perché, ad esempio, i Repubblicani negli US e i Tories in UK continuano ad insistere (e ad attuare) riduzioni sempre più ampie dell’apparato statale? Ma c’è una domanda più importante. Chi sono le Élites Europee? Qual è il loro interesse comune? Perché dovrebbero avere interesse a unire uno Stato senza catasto e controlli fiscali efficienti a uno Stato così bene organizzato come quello tedesco? E come possono (o hanno potuto) portare a termine processi politici nonostante il disaccordo dell’elettorato?

Molte delle opinioni sulle ragioni della crisi contengono un elemento di verità, ma per capirne le ragioni bisogna andare al cuore della questione. E al centro delle ragioni della crisi in Europa c’è la caduta del saggio di profitto in US e in Europa Occidentale. Le ragioni per questo sono complesse e le tralascio per il momento. Il punto è che la caduta del saggio di profitto è un fatto. È una realtà oggettiva. Il saggio di profitto è la fonte della creazione di nuova ricchezza, la sua diminuzione riduce, ovviamente, il totale complessivo creato nel mondo occidentale. Questa caduta è il risultato di un processo che da tendenza si è poi tramutata in un fatto. A metà degli anni ’70, dopo la caduta del regime di Bretton Woods (cambi fissi), questa tendenza si è rivelata in tutta la sua forza ed è diventata un fenomeno dominante (e inarrestabile). Quello che va notato è che la diminuzione in termini totali del PIL non ha niente a che vedere con la sua distribuzione. La ricchezza totale di un Paese può diminuire, ma la parte di cui una classe particolare può appropriarsi può tranquillamente crescere (vedi Piketty con tutti i distinguo del caso). In maniera molto semplice, tutto si riduce nel pagare di meno (in termini sociali). Negli US questo è stato realizzato a livello pubblico e privato, riducendo le tasse, tagliando la spesa pubblica e riducendo i salari. Il meccanismo è semplice: riduci i salari (prima appropriazione di una maggiore fetta) e, poiché i salari sono diminuiti, la produttività sale (seconda appropriazione). Per chi avesse perplessità, ricordo che la produttività è misurata dal rapporto unità prodotta/unità di lavoro necessario (misurata dai salari). Una piccola prova di ciò è data da un articolo del FT: “Biden richiede un’azione urgente sulla stagnazione dei salari (Biden era in carico della task force di Obama sulla difesa della classe media):

“Biden rileva che nell’ultimo ciclo economico prima della crisi – 2001-2007 – per la prima volta nella storia dell’economia statunitense il valore del reddito medio non è variato, ma è restato esattamente ai valori di inizio ciclo. Eppure, nello stesso periodo, la crescita in produttività, che abitualmente si riversa in parte nella crescita dei salari, ha raggiunto livelli mai visti prima. Biden ha dichiarato che l’amministrazione americana non ha ancora deciso come comportarsi di fronte ad un problema che molti economisti ritengono essere ora strutturale nell’economia statunitense”.

Da rilevare che la caduta o stagnazione dei salari comincia in realtà a metà degli anni ’70. La mediana della distribuzione reale dei salari americani non cresce dal 1975. E per non dimenticare la Thatcher, contraltare di Regan in UK, molti salari, in termini reali, sono inferiori ai valori di fine anni ’70.

E l’Europa? L’Europa aveva organizzazioni sindacali troppo forti per realizzare i tagli effettuati negli US. Ora cosa faremmo, se noi fossimo il “Capitale” europeo, avendo l’obiettivo di incrementare la nostra porzione di appropriazione della ricchezza totale in presenza della caduta del saggio di profitto? Semplice: per ridurre i salari potremmo, come in Germania, importare lavoratori turchi, meno costosi e più “maneggevoli”. Ma c’è un limite a questa importazione: non tutti i lavoratori tedeschi possono essere sostituiti da turchi. C’è qualcosa di più strutturale che poteva essere fatto? Certo. Creare l’Unione Europea. Il suo scopo? Immettere lavoro meno caro nel circuito produttivo e, allo stesso tempo, creare i “turchi” all’interno dell’Unione (una volta esaurito l’apporto delle nazioni aggregatesi).

Ho fatto i compiti, Cancelliere: non mi avete convinto.