migranti

Il Ministro è nudo

di Barbara G.

Dopo giorni e giorni di stupido e pericoloso braccio di ferro, giocato sulla pelle di persone che hanno visto e subito cose che noi umani non possiamo immaginare, ecco uscire dal cilindro “la soluzione”, la magica formula di redistribuzione dei migranti che ha consentito a Salvini di uscire dal vicolo cieco nel quale si era cacciato volontariamente. Magicamente, Irlanda Albania e Chiesa corrono in solidarietà del popolo italico.

Ma, un momento…Cosa significa ospitare un migrante?

I migranti non hanno bisogno solo di un tetto e di un pasto caldo. Hanno bisogno di supporto psicologico e medico, percorsi di integrazione, assistenza legale durante la procedura per la richiesta di asilo. Dimentichiamoci per un attimo della cinquantina di persone che verranno ricollocate in Irlanda (paese UE) e in Albania (extra UE), pensiamo al centinaio che verranno ospitati “dalla Chiesa”. I migranti non verranno ospitati nella Città del Vaticano, troveranno posto presso uno o più centri gestiti dalla Chiesa, e l’accoglienza dovrà sottostare alle regole vigenti nello stato ospitante. Guarda caso, si parla di portarli a Rocca di Papa (e quindi…in Italia), dove c’è un CAS. Le pratiche x protezione internazionale dovranno quindi passare da tribunali italiani.

E mi chiedo anche: dato che l’accoglienza dovrebbe avvenire tramite il sistema Sprar ma, per le politiche di gestione “emergenziale” che sono adottate in Italia, la stragrande maggioranza dei migranti finisce nei CAS, che differenza c’è fra collocare i ragazzi e le ragazze della Diciotti in un CAS gestito dalla Chiesa, previo parere della Prefettura, o in un CAS individuato con affidamento diretto (o tramite gare poco chiare) dalla Prefettura?

Riassumendo. Per come vedo io le cose, Salvini ha dovuto (passatemi il termine) calare le braghe, ma è talmente furbo che fa credere di indossare pantaloni in stoffa magica, visibile solo a chi è intelligente (o a chi è un vero italiano).

Ma il ministro è nudo, e dobbiamo gridarlo a gran voce.

Dobbiamo smontare la propaganda fatta di annunci ad effetto, proclami a gran voce, slogan, violazioni della legge, negazione delle più elementari regole del buonsenso e della solidarietà, per riportare il discorso sul piano concreto, parlando nel merito delle questioni. Non è facile, soprattutto visto il clima di odio che trasuda dalle discussioni sui social, ma anche in quelle nel mondo reale, ma è l’unico modo per riportare un po’ di umanità nella discussione, e per poter chiedere di risolvere le questioni affrontandolae nella loro complessità, e non con la semplicità degli hashtag ad effetto.

Ed è per questo che è importante la partecipazione all’iniziativa che si terrà martedì 28 a Milano, in occasione dell’incontro fra Salvini e Orban: perché non ci si può lamentare, ad ogni occasione, della mancanza di solidarietà dell’Europa quando la Lega solidarizza con i Paesi che non vogliono fare la loro parte, e quando è proprio la Lega di Salvini ad aver disertato tutte le riunioni della Commissione che ha curato la revisione del Regolamento di Dublino, finalizzata proprio ad eliminare il criterio del primo paese di ingresso. Ricordo che, in occasione della votazioni in aula, la Lega si è astenuta mentre il M5S ha votato contro questa importante riforma.

Faccio un’ultima considerazione: mentre la “rappresentazione teatrale” della Diciotti era in scena a Catania, altrove sono sbarcati 250 migranti, nel silenzio totale. Secondo L’Avvenire, questo scontro è stato studiato e costruito a tavolino. A pensar male si fa peccato, si sa, però… il dubbio è lecito

MANIFESTAZIONE: l’appuntamento è alle 17 in San Babila

Diritti, diritto e dovere

di Barbara G.

Quanto vale una vita?

Abbiamo tutti lo stesso diritto a vivere in pace, in salute, ad avere cibo e vestiti? A poter studiare, o esprimere la propria opinione? Ad avere una casa, un lavoro o un pezzetto di terra da cui ricavare ciò che serve per vivere? A poter rimanere nella propria casa senza rischiare di morire sotto qualche bombardamento?

Secondo la nostra Costituzione si, perché questi diritti li contempla tutti, e prevede anche che chi non possa goderne nel suo Paese abbia diritto a chiedere asilo. “Diritto” è la parola chiave. Non si tratta di un “favore” concesso in uno slancio di benevolenza, ma di un diritto che spetta alla persona. Ma anche i trattati internazionali prevedono che una persona privata dei suoi diritti inviolabili possa chiedere asilo. E vige l’obbligo di soccorrere chi in mare è in difficoltà, e il porto in chi si deve accompagnare il naufrago non è necessariamente il più vicino, deve essere considerato “porto sicuro”. Vige pure il principio di “non respingimento” di chi fugge da situazioni di pericolo.

In un paese “normale”, questi principi non dovrebbero essere nemmeno messi in discussione. Invece succede, in Italia ma non solo.

Che si fa?

A parte dare la colpa a quel cattivone di Salvini, senza considerare che a questo Matteo un altro Matteo, per interposto Minniti, ha preparato la strada (l’unica cosa che ha asfaltato veramente)… concretamente, qualcuno sta facendo qualcosa?

Quello che vedo io è che mentre Salvini usa l’arma migranti come un manganello (!!!) per far fuori l’opposizione, chi in teoria dovrebbe opporsi usa l’arma Salvini come uno stuzzicadenti per (tentare di) ricompattare la propria area e far fuori la maggioranza, facendo leva su chi ha votato M5S “per protesta”, ma questa roba qui, proprio così, non la voleva. Sistema delirante e, secondo me, controproducente, visto che prima d’ora non hanno fatto una mazza per smontare le bufale che venivano diffuse ad arte, non si sono mai degnati di ristabilire un minimo senso della realtà parlando di numeri veri, di sistemi che funzionano e che non funzionano, valorizzando i primi e disincentivando i secondi. E nessuno ha mosso un dito quando il Ministero ha fatto sparire i dati ufficiali relativi alle persone inserite nel circuito di accoglienza dal sito ufficiale. Nessuno tranne i soliti gufi rompicoglioni, che non contano un cazzo ma di colpo diventano responsabili di aver fatto perdere il csx alle elezioni.

Ricapitoliamo…come se ne esce da questo casino, che è contemporaneamente culturale e politico, e se non agisci sul piano culturale difficilmente riesci a sovvertire il piano politico? E se non agisci sul piano politico, come puoi avere a cascata ricadute sul piano culturale? E al prossimo giro elettorale pensi che ti si filerà qualcuno, visto che sono vent’anni che il cosiddetto centrosinistra non muove un dito, sperando sia l’avversario politico a suicidarsi?

Sul tema culturale credo che ognuno debba metterci del suo, anche se è deprimente, se ti viene il latte alle ginocchia, se ti vien voglia di prendere a legnate il vicino di casa, o il collega, per le cazzate che ti viene a dire. E con “culturale” non voglio assolutamente dire che esiste una verità assoluta e la sinistra ne è detentrice… ma che oggi si tirino ancora in ballo i 35€ al giorno ai migranti, che si parli di invasione quando la maggior parte dei profughi rimane nei paesi limitrofi da cui scappa, e in Italia il rapporto richiedenti asilo/abitanti è inferiore al 3/1000, e che ci sia una sedicente giornalista che, pagata da CasaPound, diffonde panzane clamorose su twitter e la gente ci casca… no, ‘ste cose non si possono stare a sentire. Provate a chiedere a chi sostiene queste cose se sa quanti sono i richiedenti asilo e gli stranieri presenti sul territorio… non lo sa nessuno.

E sul piano politico?

In quanto cittadini, non passiamo tollerare che chi ci rappresenta in parlamento o al governo agisca in totale sprezzo della Costituzione, della Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati, delle convenzioni che regolano il soccorso in mare. Abbiamo una classe dirigente che considera le leggi dei cavilli burocratici, delle scocciature da “superare”, e quasi nessuno che fa notare che una società si regge su valori, e che questi “tecnicismi normativi” li dovrebbero rispecchiare, oltre ad essere espressione di un istintivo rispetto per il prossimo. Chi sta in Parlamento la possibilità di agire sul serio ce l’ha, ma si nasconde dietro ai calcoli di opportunità, tuona a parole ma in realtà va a pescare nei metodi tipici della destra, per poi stupirsi se la destra vera dilaga.

Un esempio? Eccone uno fresco di giornata. Riporto cosa ha scritto oggi Laforgia

Votazione, al Senato, del provvedimento sulla cessione delle motovedette italiane alla Guardia Costiera libica. Misura annunciata da #Salvini settimane fa e che si muove in continuità con le politiche, scellerate, sull’immigrazione degli ultimi governi. I tre puntini rossi alla sinistra sono quelli di LeU (la capogruppo era assente giustificata). L’altro puntino rosso è quello di Emma Bonino. L’immagine fa impressione. È la foto di un Parlamento. Voglio pensare che non sia la foto di un intero Paese.

Senato, 25/07/2018. Votazione su cessione motovedette alla guardia costiera libica. I pallini rossi sono tre senatori di LeU ed Emma Bonino

Ecco, forse è il caso di mettere davanti i nostri “dipendenti in Parlamento” alle loro responsabilità. Hanno il dovere di agire attuando la Costituzione, e chi non lo fa non è degno di ricoprire un ruolo istituzionale, non può avere la fiducia dei cittadini, anche se è stato votato alle elezioni, e la fiducia dei cittadini, in una democrazia rappresentativa è data dalla fiducia in Parlamento.

Va chiesta la sfiducia individuale per Salvini. Non è degno del ruolo che gli è stato assegnato, ed è necessario che chi può fare qualcosa prenda l’iniziativa. Ed è per questo che è stata lanciata on line una iniziativa di sensibilizzazione indirizzata ai parlamentari,  affinché votino una mozione di sfiducia individuale nei confronti di Matteo Salvini. Il Ministro degli Interni sta infatti tenendo un comportamento inqualificabile e totalmente al di fuori dei suoi poteri e dei principi sopra citati.

La petizione, lanciata alcuni giorni fa con primi firmatari Beatrice Brignone (Segretaria di Possibile), Pippo Civati e Andrea Maestri, Luca Pastorino (deputato eletto nelle liste di LeU) e Elly Schlein (europarlamentare, relatrice dei Socialisti e Demoncratici per la riforma del Regolamento di Dublino), ha superato in breve tempo le 100000 firme, e mentre scrivevo queste righe ha superato le 148400. Oltre centoquarantottomila persone che, con la loro firma, vogliono che i parlamentari agiscano per chiedere il rispetto della Costituzione e del Diritto internazionale, senza nascondersi dietro presunti calcoli di convenienza politica.

La politica vera non è sui social, non si può fare con change org.

Vero, ma la rete consente ai messaggi di bypassare i “blocchi” esistenti nel sistema dei media, e la notizia di questa iniziativa nei giorni scorsi è diventata virale (altrimenti non sarebbero stati raggiunti questi numeri), e ha sollevato discussioni accese. E se o destrorsi si incazzano, vuol dire che si è visto giusto. Faccio inoltre notare che questa iniziativa ha avuto il merito di far emergere le contraddizioni di molti nell’area di centrosinistra, ovvero ha cominciato a fare un po’ di chiarezza, dividendo i “si ma non conviene” da chi la vede come una questione di principio, e non nel senso di “puntiglio” ma in quello del “principi” morali e politici. E ha avvicinato le anime della sinistra più dei vari tentativi di fusione a freddo, da Brancaccio a LeU. Era da tempo che non vedevo persone con differenti sfumature di rosso pensarla allo stesso modo su un aspetto così importante.

La mozione da presentare in parlamento è in fase di preparazione, ed ogni firma può aumentare la forza, la pressione da esercitare sui Parlamentari perché, finalmente, ricomincino ad agire sulla base dei valori che si propongono di incarnare.

Alex Langer, che era uomo di pace e “costruttore di ponti”, nel suo messaggio di addio ha scritto “continuate in ciò che era giusto”. Ecco, la classe politica italiana deve ricominciare ad agire in funzione di ciò che considera giusto, e non con la logica da marketing da due soldi, finalizzato a pescare nel bacino di voti del rivale più a destra.

La petizione è disponibile al seguente link

In difesa dei Giusti

In difesa dei giusti, contro lo sterminio

Alle Ong che cercano di sottrarre quei profughi a un destino di sofferenza e morte andrebbe riconosciuto il titolo di “Giusti” come si è fatto per coloro che ai tempi del nazismo si sono adoperati per salvare degli ebrei dallo sterminio. La lotta agli scafisti indetta dal governo italiano e dall’Unione Europea è in realtà una guerra camuffata contro i profughi, contro degli esseri umani braccati. Ed è una guerra che moltiplica il numero e i guadagni di scafisti, autorità libiche corrotte e terroristi: quei viaggi sono l’unica alternativa ai canali di immigrazione legale che l’Europa ha chiuso fingendo di proteggere i propri cittadini.

di Guido Viale – comune-info.net, 12 agosto 2017

Coloro che dalle coste della Libia si imbarcano su un gommone o una carretta del mare sono esseri umani in fuga da un paese dove per mesi o anni sono stati imprigionati in condizioni disumane, violati, comprati e venduti, torturati per estorcere riscatti dalle loro famiglie, aggrediti da scabbia e malattie; e dove hanno rischiato fino all’ultimo istante di venir uccisi.

Molti di loro non hanno mai visto il mare e non hanno idea di che cosa li aspetti, ma sanno benissimo che in quel viaggio stanno rischiando ancora una volta la vita. Chi fugge da un paese del genere avrebbe diritto alla protezione internazionale garantita dalla convenzione di Ginevra, ma solo se è “cittadino” di quel paese. Quei profughi non lo sono; sono arrivati lì da altre terre. Ma fermarli in mare e riportarli in Libia è un vero e proprio respingimento (refoulement, proibito dalla convenzione di Ginevra) di persone perseguitate, anche se materialmente a farlo è la Guardia costiera libica.

Una volta riportati in Libia verranno di nuovo imprigionati in una delle galere da cui sono appena usciti, subiranno le stesse torture, gli stessi ricatti, le stesse violenze, le stesse rapine a cui avevano appena cercato di sfuggire,fino a che non riusciranno a riprendere la via del mare. Alle Ong che cercano di sottrarre quei profughi a un simile destino di sofferenza e morte andrebbe riconosciuto il titolo di “Giusti” come si è fatto per coloro che ai tempi del nazismo si sono adoperati per salvare degli ebrei dallo sterminio.

Invece, ora come allora, vengono trattati come criminali: dai Governi, da molte forze politiche, dalla magistratura, dai media e da una parte crescente dell’opinione pubblica (i social!); sempre più spesso con un linguaggio che tratta le persone salvate e da salvare come ingombri, intrusi, parassiti e invasori da buttare a mare. Non ci si rende più conto che sono esseri umani: disumanizzare le persone come fossero cose o pidocchi è un percorso verso il razzismo e le sue conseguenze più spietate. Come quello che ha preceduto lo sterminio nazista.

Salvataggio in mare foto di Massimo Sestini/Polaris

Nessuno prova a mettersi nei panni di queste persone in fuga, per le quali gli scafisti che li sfruttano in modo cinico e feroce sono speranza di salvezza, l’ultima risorsa per sottrarsi a violenze e soprusi indicibili. La lotta agli scafisti indetta dal governo italiano e dall’Unione Europea è in realtà una guerra camuffata contro i profughi, contro degli esseri umani braccati. Ed è una guerra che moltiplica il numero e i guadagni di scafisti, autorità libiche corrotte e terroristi: unica alternativa ai canali di immigrazione legale che l’Europa ha chiuso fingendo di proteggere i propri cittadini.

Da tempo le imbarcazioni su cui vengono fatti salire i profughi non sono più in grado di raggiungere l’Italia: sono destinate ad affondare con il loro carico. Ma gli scafisti certo non se ne preoccupano: il viaggio è già stato pagato, e se il “carico” viene riportato in Libia, prima o dopo verrà pagato una seconda e una terza volta. In queste condizioni, non c’è bisogno che un gommone si sgonfi o che una carretta imbarchi acqua per renderne obbligatorio il salvataggio, anche in acque libiche: quegli esseri umani violati e derubati sono naufraghi fin dal momento in cui salpano e, se non si vuole farli annegare, vanno salvati appena possibile.

Gran parte di quei salvataggi è affidata alle Ong, perché le navi di Frontex e della marina italiana restano nelle retrovie per evitare di dover intervenire in base alla legge del mare; ma gli esseri umani che vengono raccolti in mare da alcune navi delle Ong devono essere trasbordati al più presto su un mezzo più capiente, più sicuro e più veloce; altrimenti le navi che eseguono il soccorso rischiano di affondare per eccesso di carico, oppure non riescono a raccogliere tutte le persone che sono in mare o, ancora, impiegherebbero giorni e giorni per raggiungere un porto, lasciando scoperto il campo di intervento.

Vietare i trasbordi è un delitto come lo è ingiungere alle Ong di imbarcare agenti armati: farlo impedirebbe alle organizzazioni impegnate in interventi in zone di guerra di respingere pretese analoghe delle parti in conflitto, facendo venir meno la neutralità che permette loro di operare. Né le Ong possono occuparsi delle barche abbandonate, soprattutto in presenza di uomini armati fino ai denti venuti a riprendersele. Solo i mezzi militari di Frontex potrebbero farlo: distruggendo altrettante speranze di chi aspetta ancora di imbarcarsi.

I problemi continuano quando queste persone vengono sbarcate: l’Unione europea appoggia la guerra ai profughi, ma poi se ne lava le mani. Sono problemi dell’Italia; la “selezione” tra sommersi e salvati se la veda lei… I rimpatri, oltre che crudeli e spesso illegali, sono per lo più infattibili e molto costosi. Così, dopo la selezione, quell’umanità dolente si accumula in Italia, divisa tra clandestinità, lavoro nero, prostituzione e criminalità: quanto basta a mettere ko la vita politica e sociale di tutto paese.

Ma cercare di fermare i profughi ai confini settentrionali o a quelli meridionali della Libia accresce solo il numero dei morti. Dobbiamo guardare in avanti, accogliere in tutta Europa come fratelli coloro che cercano da lei la loro salvezza; adoperarci per creare un grande movimento europeo che lavori e lotti per riportare la pace nei loro paesi (non lo faranno certo i governi impegnati in quelle guerre) e perché i profughi che sono tra noi possano farsi promotori della bonifica ambientale e sociale delle loro terre (non lo faranno certo le multinazionali impegnate nel loro saccheggio). L’alternativa è una notte buia che l’Europa ha già conosciuto e in cui sta per ricadere.

La Sinistra che smarrisce sé stessa

Il j’accuse di Saviano: “La Sinistra che non difende i più deboli smarrisce se stessa”

Quello su immigrati e Ong è un dibattito assurdo che ignora dati, analisi e non vuole vedere la realtà per come è veramente. Un medico di MsF racconta: «In quegli occhi ho visto il terrore. Tutti dovremmo ascoltare le loro storie».

di Roberto Saviano – espresso.repubblica.it, 14 agosto 2017

Il j'accuse di Saviano: La Sinistra che non difende i più deboli smarrisce se stessa

Roberto Saviano

La disoccupazione devasta il sud Italia: chi sono i responsabili? Gli immigrati. La corruzione infiltra ogni appalto: di chi è la colpa? Immigrati. L’insicurezza in strada, la sporcizia cronica delle vie: certo, ci sono gli immigrati. Lo spaccio d’erba, di coca, di crack chi lo realizza? Gli immigrati. Stupri e furti in casa: sono sempre loro, gli immigrati. Nessuna di queste affermazioni è vera. E non esiste numero, statistica, analisi che la confermi. Solo un esempio: 27mila sono gli spacciatori italiani, poco più di duemila gli stranieri.

Eppure queste falsità sono diventate verità accettate. Come è possibile che d’improvviso i responsabili del disastro diventino i migranti, il male assoluto, il problema numero uno, su cui sfogare qualsiasi disagio, qualsiasi frustrazione, ogni tipo di abuso linguistico, balla informativa, aggressione verbale? Come è possibile che la campagna elettorale di partiti e movimenti diventi solo il tentativo di accaparrarsi il palio del contrasto ai migranti? Il linguaggio diventa la prova capitale di come si stia cercando di banalizzare il problema. Che nella declinazione più barbara di Salvini è “l’invasione”, in quella, più crudele di Di Maio “taxi del mare”, e nel gergo più tecnico del governo “ridurre gli sbarchi”. Ma soprattutto, come è possibile che dinanzi a migliaia di persone che scappano dalla guerra o dalla miseria i colpevoli diventino chi li salva in mare?

Tutto questo si è realizzato quando chi per cultura e tradizione storica (la sinistra) dovrebbe stare dalla parte dei più deboli, ha abdicato ai suoi valori. E rinunciato a mostrare le reali dinamiche, analizzare i numeri, raccontare cosa davvero accade in Africa e nel Mediterraneo preferendo focalizzarsi sul piccolo, microscopico segmento dei nostri confini.

Ma noi siamo italiani, si dice, è dell’Italia che deve interessarci no? Proprio perché siamo italiani e proprio perché dovremmo interessarci dell’Italia le forze politiche dovrebbero guardare negli occhi la realtà e spiegare come stanno le cose ai loro elettori, a quel complesso congegno che è l’opinione pubblica.

La sinistra, in qualunque sua declinazione (con rarissime eccezioni) non ha battuto ciglio dinanzi al codice Minniti. Dove l’unica priorità è quella di impedire gli sbarchi: nessuna attenzione alla vita dei migranti, disinteresse per cosa farà di loro la guardia costiera libica (da sempre, ci sono le prove, in rapporti con la milizia Anas Dabbashi che monopolizza il traffico di esseri umani). Ma forse questo codice che impone la presenza di ufficiali di polizia armati sulle navi e rende impossibile il trasbordo ha una contropartita in un altro contesto? C’è un impegno italiano a non vendere armi nei territori di guerra? Ad aumentare la percentuale di Pil da dedicare ai paesi in via di sviluppo? Si vuole negoziare con la Libia sulla sorte dei migranti fermati? Si chiedono garanzie perché possano avere assistenza dignitosa e non essere arrestati e abbandonati in prigioni nel deserto? No, nulla di tutto questo.

Invece di accettarlo in silenzio dovremmo trovarci davanti alle ambasciate di ogni stato europeo a scandire: «Non ci costringerete a farli annegare». Dovremmo solidarizzare con chi salva le vite in mare. Al contrario, ci troviamo a mettere tutte le Ong sul banco degli imputati, strumentalizzando qualche errore o disinvoltura di troppo, che magari si sono anche commessi.

Non esistono risposte semplici ai flussi migratori, non c’è una soluzione immediata, forse è solo possibile di volta in volta di far fronte all’ emergenza. Proprio questo è quello che fa una Ong come Medici senza frontiere. Lavora su entrambi i fronti: nei luoghi da dove i migranti scappano, e in mare dove muoiono.

L’Europa crede di essere di fronte a un’invasione ma non conosce nulla di quello che sta accadendo in Africa, le grandi migrazioni avvengono lì, al suo interno, e sono cento volte più grandi delle centomila persone all’anno che sbarcano in Italia. Due milioni e settecentomila persone sono scappate dalla Nigeria per sfuggire a Boko Haram. In Uganda (34 milioni di abitanti) troviamo quasi un milione di rifugiati.

Medici senza frontiere si trova ad essere accusata per non aver firmato il codice Minniti. L’argomento è: «da che parte stai, con lo Stato o con i trafficanti?». È una falsificazione in cui si vuole incastrare Msf. Gabriele Eminente, che di Medici Senza Frontiere è il presidente, spiega: «Ong significa Organizzazione non governativa. Per definizione non può appartenere a nessuno, tantomeno a uno Stato. Non è corretto nemmeno attribuirle un’origine “geografica”. È una furbizia mediatica dire Ong spagnola, tedesca. È un modo per suggerire l’esistenza di una “cospirazione” straniera ai danni dell’Italia. Ci vogliono collegare – dice Eminente – a mondi che non ci appartengono. Ci descrivono come complici dei trafficanti, oppure pretendono che diventiamo collaboratori di indagini che non possiamo essere. Il nostro compito è invece essere laddove ci sono persone che muoiono e abbisognano di aiuto». Msf collabora rispettando le leggi internazionali e le leggi del mare, e poliziotti disarmati possono salire sulle navi in qualunque momento, perché non c’è niente da nascondere.

Il ragionamento di Eminente fa emergere chiaramente il tema. Fin quando in Italia non sarà possibile entrare in modo legale, non ci saranno visti per chi vuol venire a lavorare, non saranno gestiti i flussi, allora barconi e trafficanti resteranno l’unico canale di approdo. È la logica della chiusura, sono l’Italia e l’Europa, ad aver incentivato gli sbarchi.

Una proposta concreta per affrontare il problema esiste. Il 12 aprile è stata lanciata una campagna, “Ero Straniero” da Emma Bonino e i Radicali Italiani, e invito tutti i lettori a firmare. Chiamata diretta degli sponsor, permessi di lavoro, integrazione, regolarizzazione dei clandestini. E creazione di corridoi umanitari. Queste sono le proposte. Anche in questo caso la sinistra (con rare eccezioni) non ha colto la crucialità di questa campagna. Invoca il “principio di realtà” contro il “principio di umanità”. Chiaramente, la campagna elettorale permanente avvelena qualsiasi tipo di analisi e riflessione seria sulla questione.

Si ricorre all’argomento “principe”: se la maggioranza lo vuole, la maggioranza decide. Non è così. Alessandro Galante Garrone (quanto ci mancano oggi intellettuali come lui) citava Roger Williams, teologo padre della laicità dello Stato: il volere della maggioranza poteva valere only in civil things , solamente nelle cose civili. La regola democratica della maggioranza non poteva convertirsi in una sopraffazione dei diritti individuali e universali di libertà. Ignorare quello che accade in Africa, o semplicemente rispondere con i respingimenti, se è un volere della maggioranza, è un volere orrido e incivile. Bisogna avere il coraggio di opporsi, di restare minoranza, di apparire marginali per poter salvare se stessi e la giustizia.

Quello che sta accadendo in Africa e nel Mediterraneo è sconosciuto a gran parte dell’opinione pubblica italiana, e ci limitiamo a dire: non possiamo da soli risolvere problemi secolari.

Allora, la voce di chi ha visto in faccia quello di cui parliamo nelle sedi politiche, al bar o sui social, forse ci può aiutare a prestare attenzione almeno a un’eco della parola Umanità. Roberto Scaini, di Misano Adriatico, è uno dei molti medici che hanno lavorato da volontari sulle navi nel Mediterraneo, o nei luoghi di origine delle migrazioni.

«Quello che ho visto sulle navi va al di là di quanto immaginavo», racconta, «vedevo il terrore nei loro occhi, gli davo una pacca e dicevo “welcome on board”. Molti, anche solo sentendosi sfiorati si difendevano, altri non credevano fosse possibile avere un gesto amico. Venivano dall’inferno. Il barcone è solo l’ultimo dei rischi di una lunghissima catena. Paura di morire in mare? Certo che ce l’hanno; come ne hanno del deserto, degli stupri, di essere frustati, picchiati a sangue, lasciati senza acqua. Quella di morire in mare è quasi la morte meno violenta che si aspettano». Ecco una cosa che dovrebbe fare la sinistra: farli raccontare, ascoltare».

Non è quello che uno si aspetta. Nemmeno un medico come Scaini, che pure è stato in Siria, in Iraq, in Liberia e Sierra Leone colpite dall’epidemia di Ebola. «Per un medico che possano esserci morti per un’epidemia o guerre è terribile, ma razionalmente spiegabile. Quando vedi morti per malattie curabili, per denutrizione, per ingiustizia questo no. Non riesci a razionalizzarlo». «Bisogna sfatare un’altra bugia», prosegue Scaini, «pensare che la maggior parte viene in Europa perché si sta meglio è falso. Vengono in Europa perché dove sono non c’e la possibilità di vivere».

E inseguire una possibilità di vivere significa spesso morire. Gettati come una cosa, un rifiuto. «Un bambino, guardandomi negli occhi, mi ha raccontato di come sui camion per la Libia, quando un ragazzino o una ragazzina stavano male con febbre o dissenteria, li buttavano nel deserto lasciandoli alla morte». Il medico di Misano Adriatico racconta con la voce rotta, quasi imbarazzato: «un medico non dovrebbe commuoversi… ma forse è importante, invece».

Roberto Scaini è uno dei moltissimi medici e operatori italiani – oltre 400 – che operano per Msf. Una comunità importante che sopperisce alle mancanze degli Stati, che dà lavoro. Pochi numeri, per dirlo: Medici senza frontiere conta oltre 34 mila operatori umanitari, dei quali 3 mila internazionali. Gli altri sono personale locale, tanto che in alcuni Paesi la Ong è il principale datore di lavoro. Nel 2016 le equipe di Msf sono state impegnate nei soccorsi in 67 Paesi, con il coinvolgimento di 402 operatori italiani.

E proprio in Italia Msf sta crescendo: lo scorso anno ha raccolto quasi 57 milioni di euro, con un aumento dell’8,5% rispetto all’anno precedente. La maggior parte dei fondi (94%) viene da privati, mentre il rimanente 6% da aziende e fondazioni.

Si è favoleggiato sui soldi alle Ong. Perché dovrebbero essere senza soldi? Perché si preferisce che i soldi siano nel calcio, nell’intrattenimento, nella moda, tutti mondi che riciclano sistematicamente o evadono,piuttosto che nell’impegno umanitario?

E i medici privilegiati? Un’altra grande menzogna. Il primo stipendio di un medico Msf è di 1.500 euro (a volte anche meno). Poi aumenta, ma rimanendo sempre inferiore allo stipendio di un ospedaliero. Mentire, mentire, mentire: è stato questo l’ordine sui social, nel dibattito politico.

«Ovvio che non si può pensare di salvare l’Africa trasferendola in europa», conclude Scaini, «sarebbe stato come dire svuotare di persone il West Africa per guarire l’ebola. Ma si possono gradualmente portare avanti politiche di soccorso e politiche di riforma».

Nel 1893 ad Aigues Mortes, in Provenza, Francia meridionale, ci fu un massacro di italiani compiuto da un gruppo di disoccupati francesi, caricati dall’odio verso quegli immigrati che rubavano il lavoro perché si accontentavano di salari da fame. A fermare la rabbia degli italiani contro francesi assassini di innocenti e dei francesi che consideravano gli italiani saccheggiatori di lavoro e che varcavano il confine per sporcare le loro strade e insidiare le loro donne, fu un socialista italiano, che mai come in questi anni risulta attuale più che mai: Filippo Turati. Intervenne e mostrò che la soluzione cominciava con lo specchiarsi nelle miserie condivise. Invitò tutti i disperati in cerca di una nuova vita a provare ad avere «una sola testa e un solo cuore, una testa che conosca le cause della propria miseria e delle proprie divisioni e un cuore che lo spinga contro di esse. Allora finirà la baldoria dei patriottardi e le stragi fraterne fra lavoratori diverranno impossibili».

Tutto ciò che siamo, le nostre fragili democrazie, il diritto al voto, la libertà d’espressione, la libertà religiosa, la possibilità di leggere, ascoltare, manifestare, amare, tutto questo esiste perché i nostri diritti si fondando sulla libertà, sul rifiuto della guerra, sulle leggi. La storia della sinistra democratica nasce con il sogno concreto di liberare l’umanità dalla miseria e dall’ignoranza. Non può, in nome di una “concretezza”, tradire tutto ciò che è stata. Il silenzio della sinistra italiana è il suo requiem.

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Codice a sbarre

Ong divise, solo in due firmano il Codice-saltavaggi

Codice a sbarre. Msf rifiuta le nuove regole: contrari alla presenza di agenti armati a bordo delle navi e al divieto di trasbordo dei migranti.

 

di Carlo Lania – ilmanifesto.info, 1 agosto 2017

Alla fine solo due Ong – Save the Children e Moas – hanno accettato di firmare il codice di comportamento messo a punto dal Viminale per i salvataggi in mare. Medici senza frontiere ha scelto infatti di non accettare le nuove regole e lo stesso ha fatto la tedesca Jugen Rettet. Tutte le altre Ong, Sea-eye, Sea Watch e Sos Mediterranée, peraltro assenti alla riunione di ieri pomeriggio al ministero degli Interni, starebbero ancora valutando il da farsi, mentre disponibilità a firmare il Codice sarebbe stata dichiarata via mail in serata dalla spagnola Proactiva open arms.

L’accordo tra Ong e Viminale, che sembrava quasi raggiunto solo venerdì scorso, alla fine invece è saltato. E adesso le due parti si rimpallano la poca disponibilità a venirsi incontro. Due i punti principali di scontro, sempre gli stessi da quando la trattativa è cominciata: il divieto a effettuare i trasbordi dei migranti tratti in salvo e la presenza a bordo delle navi di agenti di polizia giudiziaria armati. Questioni dirimenti per le Ong, delle quali però l’ultima bozza inviata venerdì sera in visione dal ministero non avrebbe tenuto contro in maniera adeguata. «Ci preoccupa non aver ricevuto garanzie sul fatto che gli agenti salirebbero a bordo disarmati», spiega Tommaso Fabbri, capo missione di Msf Italia. «Se accettassimo, posso immaginare le ripercussioni che potremmo avere negli altri Stati in cui Msf opera e nei quali abbiamo mantenuto il principio di non avere con noi personale armato. Non dimentichiamo che siamo operatori umanitari».

Stessa cosa per quanto riguarda la possibilità di trasferire i migranti salvati a bordo di navi più grandi, come quelle della missione europea Sophia. Le Ong operano spesso su mezzi non particolarmente grandi, adatti per i soccorsi perché possono accostare i barconi senza creare situazioni di pericolo, ma del tutto inadatte a trasferirli in Italia. Un’ipotesi accordo si era trovata sulla possibilità di effettuare i trasbordi sotto controllo e autorizzazione della Guardia costiera italiana, ma alla fine non se ne è fatto nulla. «Nel codice questa possibilità viene prevista come un’eccezione, senza alcuna garanzia per le Ong di non essere costrette a dover tornare verso l’Italia con i migranti a bordo», prosegue Fabbri.

Cosa accadrà adesso è un’incognita per le organizzazioni umanitarie. Di sicuro a nessuna di loro verrà negato l’accesso ai porti, ma dal ministero degli Interni fanno capire che Moas e Save the Children, le due Ong che hanno accettato il Codice, diventeranno degli interlocutori privilegiati e entreranno di fatto nel sistema nel sistema istituzionale dei soccorso. Questo vuol dire che in caso di un barcone che si trovi in difficoltà la sala operativa della Guardia costiera chiamerà a intervenire prima di tutto loro. «Le altre – spiegano sempre al ministero – si assumeranno la responsabilità per quanto riguarda la sicurezza della navigazione e delle persone che si trovano a bordo».

Molto probabilmente verso le Ong che non hanno firmato verranno effettuati dei controlli più serrati per quanto riguarda la strumentazione di bordo, ma è chiaro che l’assenza delle Ong di fronte alle acque libiche, magari perché costrette a trasportare i migranti in un porto italiano, rischia di aumentare il numero dei naufragi.
Per Valerio Neri, direttore generale di Save the Children, Ong che invece ha accettato le nuove regole, «gran parte dei punti indicano cose che già facciamo e ci sono stati chiarimenti su un paio di punti che ci preoccupavano, quindi non abbiamo avuto problemi a firmare. Siamo convinti – ha aggiunto Neri – di aver fatto la cosa corretta e mi dispiace che altre Ong non ci abbiano seguito, ma evidentemente avevano altre sensibilità».
Il mancato accordo con le Ong ha scatenato le reazioni del centrodestra. Per il capogruppo di Forza Italia alla Camera Renato Brunetta ha chiesto al ministro degli Interni Minniti «di chiudere i porti» alle Ong che non hanno sottoscritto le nuove regole, mentre Georgia Meloni, leader di FdI, ha chiesto al governo di sequestrare le loro navi.

Gradimento e sfiducia

Tiene il gradimento per Gentiloni. Un italiano su 3: migranti il problema

Popolarità dei leader: Salvini al 31%. Renzi al 26, Berlusconi al 24, Grillo al 21. Sulla crisi, il 52% si dichiara molto preoccupato e il 38% che il peggio debba ancora venire.

di Nando Pagnoncelli – corriere.it, 29 luglio 2017

Il peso dell’economia

Gli italiani non sembrano dare molto credito ai segnali di crescita del Pil, corroborati dalla revisione in rialzo delle stime di quest’anno. Solamente il 13% esprime un giudizio positivo sull’economia del Paese e, a dispetto dei dati oggettivi, si registra una contrazione del 6% rispetto al luglio dello scorso anno. La crisi continua a preoccupare la stragrande maggioranza dei cittadini: il 52% si dichiara molto preoccupato e il 38% pensa che il peggio debba ancora arrivare; solo il 20% ritiene che ce la siamo lasciati alle spalle. Un italiano su due (48%) non prevede che la sua situazione personale o famigliare migliorerà nei prossimi sei mesi e tra gli altri prevalgono i pessimisti (il 27% si aspetta un peggioramento) sugli ottimisti (fermi al 19%).

Le preoccupazioni: lavoro e migranti

Il problema più urgente da risolvere è rappresentato dall’occupazione, menzionata spontaneamente dal 78% degli intervistati. A seguire, in netta crescita, l’immigrazione e la presenza degli stranieri: nel 2014 questo tema si attestava al 3%, oggi raggiunge il 35% delle citazioni. A distanza di un anno aumenta la percentuale di italiani convinti che il Paese stia andando nella direzione sbagliata (dal 59% nel 2016 al 71 oggi).

Le ragioni del pessimismo

Il clima fosco va ricondotto a diversi aspetti, dalle attese comprensibilmente elevate (dopo quasi un decennio di crisi) che portano a sminuire i segnali positivi degli ultimi mesi, al confronto con gli altri Paesi, allo scarso impatto percepito sulla vita quotidiana dei miglioramenti degli indicatori economici nazionali.

Il giudizio su Gentiloni

In questo scenario le valutazioni positive espresse sul governo e sul presidente Gentiloni si mantengono stabili, attestandosi al 39%, mentre la maggioranza si esprime negativamente sia sull’operato dell’esecutivo (52%) sia su quello del premier (50%). Come di consueto le opinioni sono in larga misura guidate dall’orientamento politico, anche se una quota non trascurabile di elettori dei partiti dell’opposizione esprime un giudizio positivo su Gentiloni: il 26% tra i pentastellati, il 29% tra i leghisti e il 32% tra quelli di Forza Italia. Tra costoro lo scontro politico sembra più con il Pd e il segretario che con l’esecutivo e il presidente.

Salvini il più apprezzato

I giudizi sull’operato dei leader sono tutti di segno negativo. Salvini è il più apprezzato (31%, in crescita dopo le Comunali di giugno), seguito da Renzi, Di Maio e Meloni (tutti al 26%), quindi Berlusconi (24%), Pisapia (23%), Grillo (21%) e Bersani (12%).

Ministri, Minniti al primo posto

Da ultimo, l’indice di gradimento dei ministri, calcolato escludendo coloro che non conoscono il ministro o non si esprimono: i più apprezzati risultano Minniti, con un indice pari a 36, Padoan (35) Franceschini (32) e Delrio (32), tutti in flessione rispetto alla rilevazione di aprile. In crescita si registrano Calenda (+5) e Orlando (+4) e in misura meno marcata Alfano e Poletti (+2). Ma i giudizi possono variare in relazione alla notorietà dei singoli ministri, alla conoscenza del loro operato, all’importanza attribuita al dicastero che guidano.

La sfiducia

In conclusione, prevale l’attitudine a guardare al bicchiere mezzo vuoto e tutto ciò si riverbera sul rapporto con la politica e i leader: «It’s the economy, stupid», ammoniva Bill Clinton 25 anni fa. Chiunque vinca alle prossime elezioni sarà chiamato a effettuare una robusta iniezione di fiducia a un paese disilluso e sempre più scettico.

Il segreto di Emma

Migranti, Emma Bonino: “Siamo stati noi tra 2014 e 2016 a chiedere che gli sbarchi avvenissero tutti in Italia”

“All’inizio non ci siamo resi conto che era un problema strutturale e non di una sola estate. E ci siamo fatti male da soli”, ha spiegato l’ex ministra degli Esteri del governo Letta, evocando un accordo mirato a far sì che le operazioni fossero coordinate da Roma. Ora “disfare questo accordo adesso è piuttosto complicato”.

di F.Q., 5 luglio 2017

“Siamo stati noi a chiedere che gli sbarchi avvenissero tutti in Italia, anche violando Dublino”. Il sostanziale isolamento dell’Italia in Europa sulla questione immigrazione, secondo l’ex ministra degli Esteri del governo Letta Emma Bonino, è anche colpa dell’Italia stessa. “Nel 2014-2016”, quindi durante il governo Renzi, “che il coordinatore fosse a Roma, alla Guardia Costiera e che gli sbarchi avvenissero tutti quanti in Italia, lo abbiamo chiesto noi, l’accordo l’abbiamo fatto noi, violando di fatto Dublino”, ha detto alcuni giorni fa Bonino, intervistata dalla direttrice del Giornale di Brescia Nunzia Vallini durante la 69esima assemblea di Confartigianato Brescia.

Il riferimento era al fatto che l’operazione europea Triton, partita nel 2014 dopo la fine di quella italiana Mare Nostrum, prevede che le navi dei Paesi europei che pattugliano il Mediterraneo portino i migranti eventualmente soccorsi in Italia. Anche se Triton non è pensata come missione di salvataggio, bensì di controllo delle frontiere.

“All’inizio”, secondo l’ex titolare della Farnesina, “non ci siamo resi conto che era un problema strutturale e non di una sola estate. E ci siamo fatti male da soli. Un po’ ci siamo legati i piedi e un po’ francamente abbiamo sottovalutato la situazione”. Ora quindi si cerca di correre ai ripari, si litiga con Bruxelles e con gli altri Stati membri e facciamo fatica a farci ascoltare. Ma “disfare questo accordo adesso è piuttosto complicato”. Anche se “io non apprezzo per niente né l’atteggiamento spagnolo, né francese, né quello degli altri”.

Per la Bonino le speranze di migliorare la situazione al vertice di Tallinn, che inizia giovedì, per l’Italia sono davvero poche. Quanto alle intese con la Libia, “non si può fare un accordo, ammesso che sia accettabile, semplicemente perché ha due governi, due parlamenti, 140 tribù”. “Una delle cose di cui sono più orgogliosa – ha aggiunto – è Mare Nostrum”, l’operazione militare e umanitaria di salvataggio in mare avviata nell’ottobre 2013 proprio dal governo Letta e terminata nel novembre dell’anno successivo. “Sono convinta che sui cadaveri non si costruisce niente. Poi non l’abbiamo voluta più perché troppo cara. Poi è intervenuta l’Ue prima con Triton e poi con l’operazione Sophia“.

Siamo scienziati, chiediamo asilo

segnalato da Barbara G.

Scappati da Siria, Libia, Afghanistan. Sono i profughi che gli istituti di ricerca e le università si contendono.

L’economista afghano Sahil a Trieste

Di Giovanni Tomasin, Piero Martinello – espresso.repubblica.it, 30/03/2017

L’Egeo nero si agita di fronte alla costa turca, Sahil guarda in tralice il gommone di pochi metri con cui dovrà navigarlo. Con lui ci sono una cinquantina di persone, tra cui donne, anziani e bambini. La traversata richiederà un paio d’ore. Al contrario di tanti, loro riusciranno ad approdare all’altra riva, in Europa. Oggi, a qualche anno di distanza, Sahil ricorda quel momento come il più difficile dell’odissea che l’ha portato dall’Afghanistan all’Italia.

La sua storia è simile a migliaia di altre e al contempo è diversa. Racconta un aspetto del grande esodo che contrasta con l’immagine dei migranti coltivata in Occidente. A meno di trent’anni, in Afghanistan, Sahil aveva in mano un master in economia finanziaria ed era il direttore di un programma di sviluppo agricolo che interessava una ventina di province in tutto il paese. Collaborando con realtà internazionali, ha attirato l’attenzione di un gruppo terroristico che intendeva reclutarlo come spia. «Io ho rifiutato», racconta. «Poi un giorno hanno cercato di uccidermi, crivellando di colpi la mia auto. Sono sopravvissuto ma ho capito che dovevo scappare».

È iniziato così un viaggio di quasi cinque mesi, conclusosi in Italia con oltre un anno di permanenza in un Cara, un centro per richiedenti asilo. Oggi Sahil vive in una località sicura, ma non vuole diffondere troppe informazioni su di sé: teme per la sicurezza della sua famiglia, rimasta in Afghanistan. «L’Italia è bellissima», dice, «ma tanta gente pensa che i rifugiati vengano in Occidente a cercare un lavoro. Noi ce l’avevamo una vita e un lavoro a casa nostra. Siamo dovuti scappare. E qui non siamo più nulla».

È impossibile calcolare il numero preciso degli esuli scienziati, ricercatori e accademici creati dai conflitti degli ultimi anni. Tra Siria, Iraq, Libia, Yemen, Afghanistan e altri paesi il numero è alto. Trieste ha da poco ospitato un convegno che ha mostrato questo volto dei migranti richiedenti asilo: “Refugee Scientists: Transnational resources ”, organizzato dalla Twas (Accademia mondiale per l’avanzamento delle scienze nei paesi in via di sviluppo) in collaborazione con l’Istituto nazionale di oceanografia (Ogs), l’Università euromediterranea slovena di Pirano e l’Agenzia svedese di cooperazione allo sviluppo. Per una settimana ricercatori, accademici, rappresentanti delle istituzioni e delle organizzazioni internazionali si sono confrontati sull’impatto delle guerre sul mondo scientifico. E sui loro colleghi costretti a fuggire.

Per James R. King, assistente direttore dell’Iie-Srf, un ente di New York che offre borse di studio a scienziati rifugiati, è «difficile dare numeri precisi». «Basti pensare che in Siria prima della guerra c’erano 10 mila accademici – spiega – e che oggi metà della popolazione del paese ha dovuto lasciare il luogo in cui viveva. La proporzione non sarà perfetta, ma rende l’idea». Molti di quegli accademici sono ora sfollati all’interno della Siria, vivono nei campi in Turchia oppure hanno imboccato la rotta balcanica.

Qualche fortunato è riuscito ad arrivare in Europa proprio grazie al suo ruolo accademico. Shifa Mathbout, siriana, oggi è parte del gruppo di climatologia dell’università di Barcellona. Studia l’impatto del cambiamento climatico sul Mediterraneo e gli effetti del calo delle precipitazioni. È arrivata in Europa nel 2012, dopo aver atteso il visto in Giordania e in Libano per mesi: «Sono andata via per due ragioni», racconta, «per proseguire la mia carriera accademica e per sopravvivere». Suo fratello è un oppositore politico del regime e ora vive da rifugiato in Svezia, assieme alla famiglia. Sebbene Shifa non fosse impegnata in politica, questo bastava per metterla in pericolo. Il programma Erasmus Mundus le ha consentito di arrivare in Europa. I suoi genitori sono rimasti in Siria, a Latakia: «Non vedo la mia città e mio padre da cinque anni», racconta.

«Mia madre è venuta a trovarmi una volta in Spagna. All’aeroporto di Barcellona l’hanno interrogata per ore, prima di lasciarla andare». Secondo le statistiche solo una minima parte dei 65 milioni di rifugiati dispersi nel mondo vive in paesi occidentali. Questo vale anche per gli scienziati. La yemenita Eqbal Dauqan è una chimica convertitasi alle scienze del cibo e ora lavora in Malesia. Studia gli effetti benefici degli antiossidanti per conto dell’università: «Ho scelto la Malesia perché ero già stata lì, prima della guerra, per ragioni di studio».

Originaria della città di Taiz, non ha avuto altra scelta che la fuga: «Quando il conflitto è iniziato la zona dell’ateneo è stata colpita per prima. Poi anche la via da casa al lavoro si è fatta pericolosa, fino a quando io e la mia famiglia abbiamo lasciato la nostra casa per trasferirci fuori dal centro. Un mese dopo è stata colpita da un missile e ora non esiste più». Espatriare è stata una scelta obbligata: lo stipendio malese di Eqbal è una fonte di sopravvivenza per tutta la sua famiglia. Suo padre, suo fratello e sua sorella, rimasti in Yemen, sono tutti dipendenti pubblici e da tempo non percepiscono più la paga. «Anche se volessi tornare rischierei la vita. L’unico aeroporto aperto in tutto il paese è lontano da Taiz, non avrei certezza di arrivare viva dalla mia famiglia». Al momento, aggiunge, non è rifugiata: «Sono docente ospite. Ma fra un anno scadrà il mio contratto e, se non riuscirò ad averne un altro, dovrò chiedere asilo come è successo a molti ricercatori miei connazionali».

Altri sono diventati profughi pur vivendo all’estero già da molti anni. Il siriano Nader Akkad è arrivato a Trieste negli anni Novanta per studiare all’Ictp, il Centro internazionale di fisica teorica fondato dal premio Nobel pakistano Abdus Salam: «Il professor Salam era il primo Nobel musulmano», racconta Nader, «per noi giovani scienziati dei paesi islamici poter studiare con lui era un sogno».

In Italia Nader ha ottenuto diversi master e un dottorato in ingegneria sismica: «Islam e scienza sono in sintonia», dice, «Secondo un hadith gli scienziati saranno gli eredi dei profeti». Membro dell’Unione delle comunità islamiche, come imam è intervenuto condannando il terrorismo ai funerali di Valeria Solesin, la giovane vittima italiana della strage del Bataclan di Parigi. «Tecnicamente oggi sono un profugo», racconta». «Perché la mia città, Aleppo, è stata distrutta dalla guerra e non potrei tornarci nemmeno se volessi. Nel 2012 sono riuscito a portare in Italia i miei genitori. Ci siamo affidati a un passeur che li ha fatti fuggire attraverso un tunnel. Hanno dovuto attraversare quattro linee di cecchini, abbiamo rischiato grosso».

Tra gli ospiti di Trieste c’era anche Radwan Ziadeh, analista dell’Arab Center di Washington. Siriano, ha dovuto lasciare il suo paese ben prima della rivoluzione e della guerra. «In Siria lavoravo come chirurgo in un ospedale. Nel 2001 sono stato licenziato perché avevo iniziato a operare nel campo dei diritti umani, agli occhi dello Stato ero un “pericolo per la sicurezza nazionale”».

Dal 2007 si è trasferito negli Usa, dove opera per far conoscere gli orrori della guerra civile. Ha testimoniato due volte al Consiglio per i diritti umani dell’Onu a Ginevra. «La questione degli scienziati rifugiati è fondamentale», dice. «Secondo alcuni calcoli almeno 7mila medici siriani lavorano oggi negli Usa. Pensiamo agli effetti che il travel ban può avere in un quadro simile». Per Ziadeh «le organizzazioni internazionali sono un ponte che consente agli scienziati di trovare un ambiente in cui proseguire le ricerche anche dopo l’esilio. Bisogna dare loro sostegno e al contempo dare valore alle storie dei rifugiati».

Nel frattempo Sahil guarda il mare che l’ha portato in Europa. «Gli scienziati rifugiati sono come alberi già maturi, pieni di frutti. Possono dare molto ai paesi che li ospitano». Altrimenti non resta loro che una vita sospesa nel limbo. «Quando sei nella mia condizione tutti i tuoi sogni cadono a pezzi. Puoi solo sentire i giorni accumularsi uno sull’altro».

L’accordo che non esiste

di Stefano Catone (*), 04/03/2017

Se ne è parlato poco in Italia, eppure è di questi giorni una notizia assolutamente enorme: la Corte di Giustizia dell’Unione europea ha emesso una sentenza con la quale dichiara di non essere competente nel giudicare casi inerenti al cosiddetto (d’ora in poi il “cosiddetto” sarà d’obbligo) accordo tra Unione europea e Turchia, in virtù del fatto che – si legge nel relativo comunicato – «né il Consiglio europeo né alcun’altra istituzione dell’Unione ha deciso di concludere un accordo con il governo turco in merito alla crisi migratoria».

Il procedimento innanzi alla Corte è cominciato su iniziativa di due cittadini pakistani e un cittadino afgano che «si sono recati dalla Turchia in Grecia dove hanno presentato domande d’asilo, nelle quali affermavano che essi, per diverse ragioni, rischiavano di essere perseguitati se fossero ritornati nei loro rispettivi paesi di origine. Tenuto conto della possibilità, in applicazione della “dichiarazione UE-Turchia”, di un rinvio in Turchia in caso di rigetto delle loro domande d’asilo dette persone hanno deciso di proporre ricorsi dinanzi al Tribunale dell’Unione europea al fine di contestare la legittimità della “dichiarazione UE-Turchia”».

Il Tribunale rileva che la dichiarazione congiunta non è stata licenziata in occasione della seduta del Consiglio europeo del 17 marzo 2016, ma dal vertice internazionale che si è tenuto il giorno successivo, quando – si legge nella dichiarazione – «i membri del Consiglio europeo hanno incontrato la controparte turca». L’accordo sarebbe perciò stato fatto dai capi di stato e di governo presenti al vertice, senza un coinvolgimento diretto dell’Unione europea.

E’ come se da un momento all’altro crollasse un enorme castello giuridico e con esso tutte le relative garanzie, dato che l’accordo contiene dei profili molto dubbi rispetto a violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale, e ora – molto banalmente – decine di migliaia di persone non saprebbero a chi rivolgersi per vedere rispettati i propri diritti.

E’ comunque il caso di ribadire quanto già detto nella scorsa newsletter: l’articolo 80 della Costituzione recita che «le Camere autorizzano con legge la ratifica dei trattati internazionali che sono di natura politica». La gestione dei flussi migratori e dell’asilo è questione politicissima: il parlamento italiano deve esserne investito, ora a maggior ragione.

Scarica il comunicato

(*) Tratto dalla newsletter a promozione e integrazione di “Nessun paese è un’isola”, testo di cui avevamo parlato in questo post.