Minoranza PD

Democrack

Italicum e Ulivo, gli opposti Pd

Democrack. Polemica fra Renzi e minoranza: «C’è un disegno per screditare i gazebo. Mi accusano di non aver rispetto per il centrosinistra? Sono quelli che lo hanno rovinato». Bersani: «Non merita commento». Dal luogo di culto prodiano la ’sinistra’ chiede la modifica della legge elettorale. Per dire sì al quesito costituzionale.

Matteo Renzi con Roberto Giachetti, il candidato sindaco del Pd di Roma

di Daniela Preziosi – ilmanifesto.info, 13 marzo 2016

Lo scontro va avanti per tutto il pomeriggio a colpi di dichiarazioni e twitter. Renzi attacca da Roma, dalla terza giornata di Classe dem, la scuola di formazione Pd, dopo essere andato a trovare l’anziano leader radicale Marco Pannella («Un omaggio doveroso a un grande della storia italiana, l’ho trovato bello tonico»); la minoranza bersaniana risponde dalla kermesse di Perugia. Renzi prima promette che non userà l’occasione per «litigare», ma poi si fa prendere la mano: i giovani dem dispensano applausi ad ogni passaggio, il segretario-premier non resiste e si lancia nel dibattito postumo sull’Ulivo e sul centrosinistra. La minoranza dem, insieme a D’Alema e anche alla sinistra fuori del Pd lo accusa di essere il killer del centrosinistra per via dell’Italicum e del progetto di ’partito della nazione’: «Quelli che oggi mi vogliono dare lezioni e chiedono più rispetto per la storia dell’Ulivo sono quelli che hanno distrutto l’Ulivo consegnando per vent’anni anni l’Italia a Berlusconi». Da Perugia, e precisamente dal luogo in cui nel 2006 Prodi riunì i suoi ministri per affiatare il governo – senza ottenere i risultati sperati, notoriamente – risponde Pier Luigi Bersani, già ministro dei governi dell’Ulivo e dell’Unione: «Affermazioni del genere non meritano un commento. Renzi ricordi che noi l’abbiam fatto l’Ulivo».

Poi c’è la questione delle primarie. A Roma D’Alema annuncia che non voterà il candidato dem Giachetti; a Napoli Bassolino chiede di annullare il risultato della consultazione. Renzi, senza nominare nessuno dei né l’ex premier né l’ex governatore, non fa sconti: «Esiste un disegno per screditare le primarie», «Il principio del ’chi perde se ne va’ non mette in discussione le primarie ma mette in discussione il partito. Chi perde resta nel partito e fa battaglia dentro il partito, come ha detto Cuperlo che ringrazio, non prende il pallone e se ne va per conto suo e scappa». Infine: la minoranza Pd medita la scissione e punta a far perdere Renzi alle amministrative, come da lettura dei media? «Chi cerca di utilizzare strumentalmente il risultato delle amministrative in chiave interna sbaglia campo di gioco. Il campo di gioco c’è: chi vuole mandarmi a casa, la battaglia la farà al congresso del 2017». Ma da Perugia le accuse sono rispedite al mittente: «Noi non restiamo nel Pd, noi siamo il Pd. Il che è una cosa più profonda», si sgola Roberto Speranza. E su Renzi: «Sono abituato a un’idea di partito in cui il segretario lavora a unire il Pd, non a insultare la minoranza». I bersaniani restano nel partito «con tutti e due i piedi», ripetono Speranza e Bersani.

Ma è vero che non è ancora chiaro come condurranno la campagna del referendum costituzionale. Da Perugia viene rilanciata la richiesta di cambiare l’Italicum. Spiega il senatore Miguel Gotor: «Il problema è il rapporto tra la riforma del bicameralismo e la legge elettorale», «A me interessa capire quale sarà il rapporto con l’Italicum. Se il rapporto resterà questo, ci sarà un tipo di voto. Se sarà modificato, come auspico, ci sarà il sostegno al referendum». E il deputato Andrea De Giorgis: «La legge elettorale così com’è indebolisce la solidità del governo, in quanto riduce e mortifica la rappresentanza». Sull’Italicum, comunque votato dalla gran parte della minoranza Pd, Bersani è drastico: «Ne penso tutto il peggio possibile. Non è una novità e penso che sarebbe interesse di Renzi cambiarlo» perché M5S e destre «avrebbero l’occasione di mettere insieme un listone al ballottaggio e tentare di prendere tutto. Ma non sono sicuro che Renzi abbia ben presente il rischio».
Ma la modifica dell’Italicum e quella della legge elettorale dei futuri senatori sono condizioni per dire no al referendum, libertà che peraltro Renzi ha già annunciato di non voler concedere? Per ora la minoranza Pd non risponde: «Il referendum è lontano», ragiona Gotor, «ora siamo impegnati nelle amministrative che vengono prima e condizioneranno anche il tipo di campagna referendaria del Pd, sia della maggioranza sia della minoranza».

Chi invece ha di fatto già fatto capire che al referendum voterà no è Massimo D’Alema. Che nel pomeriggio arriva a Perugia per discutere di medioriente con il direttore della Stampa Maurizio Molinari. E decide di non rinfocolare le polemiche, e magari anche di rimediare ai giudizi poco generosi che nei due giorni precedenti ha espresso nei confronti della minoranza Pd: «Vorrei esprimere mio apprezzamento per il lavoro di elaborazione, mai come in questo momento c’è bisogno di idee nuove per rilanciare il ruolo della sinistra senza ripercorrere ricette già sperimentate da altri o anche da noi in altre epoche storiche». Vuole essere una frase gentile, ma nel luogo del rimpianto prodiano non suona poi così bene.

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Bassolino preme sul Pd

Napoli. L’ex governatore spera ancora di essere lui il candidato del partito.

Antonio Bassolino

di Adriana Pollice – ilmanifesto.info, 13 marzo 2016

Al teatro Augusteo ieri mattina Antonio Bassolino ha detto cosa si aspetta dal Pd: «Cancellare il voto nei seggi dove si è violata la democrazia e violentata la Costituzione». Eliminare cioè i cinque gazebo, oggetto dei video di Fanpage e contestati nel primo ricorso (bocciato mercoledì scorso), dal calcolo complessivo: sottraendo quei voti, otterrebbe il ruolo di candidato sindaco della coalizione di centrosinistra a guida dem. «Bisogna cancellare una vergogna, un’offesa alla dignità di 30mila votanti delle primarie – ha proseguito -. C’è ancora la possibilità di ribaltare un autogol, di evitare un nuovo possibile suicidio del Pd».
Il teatro era pieno, circa 1.500 persone radunate per sostenere il secondo tempo di una battaglia che si annuncia lunga, così Bassolino ci scherza su: «Ci sono quasi tutti gli iscritti al partito». Il tesseramento del 2014 ne contava 2.800. In sala il suo stato maggiore a cominciare dal consigliere regionale Antonio Marciano, in prima fila, e l’eurodeputato Massimo Paolucci (fedelissimo di Massimo D’Alema) a coordinare l’organizzazione dietro le quinte. E poi tanti ex assessori, pezzi di apparato dell’epoca bassoliniana, arancioni delusi come Pina Tommasielli e Bernardino Tuccillo. Uno striscione sopra la platea segnalava la presenza dei supporter di San Giovanni a Teduccio, una volta quartiere operaio, da sempre feudo dell’ex governatore. Alle primarie il consigliere comunale della zona, Antonio Borriello, fedelissimo di Bassolino, ha però scelto all’ultimo minuto Valeria Valente: immortalato nel video finito in rete, rischia il deferimento agli organi di garanzia del partito.
Nessun accenno alla lista civica, ma la possibilità resta sul tavolo: «Aspettiamo l’esito del ricorso e poi vediamo» spiega dal palco. Il vicesegretario nazionale, Lorenzo Guerini, venerdì è arrivato in città per parlare con Bassolino, svelenire il clima, soprattutto prendere tempo ed evitare strappi. «Non sono in campo per far perdere il Pd o per perdere io – ha proseguito l’ex governatore -. Combatto per vincere. Domenica sera siamo arrivati a un’incollatura, vincendo politicamente e moralmente. E anche numericamente, se si dicesse la verità su quei seggi».
Stamattina si dovrebbe riunire il comitato delle primarie che dovrà valutare il secondo ricorso, l’esito tuttavia potrebbe slittare a domani. Nel caso di rigetto, ci sarà un nuovo appello agli organi nazionali. Intanto Bassolino prova a tenere alta la pressione sul partito: «Non può esserci un colpo di spugna burocratico, la questione è democratica. Abbiamo bisogno di verità per Napoli, la politica e l’opinione pubblica italiana. Finora ci hanno risposto con cavilli, sentenze preconfezionate tra Roma e Napoli. I ragazzi di Fanpage sono da ringraziare». Un discorso molto duro che, però, nasconde una contraddizione: durante le primarie del 2011, annullate per sospetti brogli, ne chiese comunque la convalida.
Nessuno strappo ma con la dirigenza dem resta un forte gelo: «L’Italia delle primarie non può essere quella dei codicilli. Non lo è stata quando ha vinto Renzi, che io ho votato. I vertici del partito e di Palazzo Chigi riflettano e intervengano. Attendo con fiducia l’esito del nuovo ricorso. Domenica sera mi sarei aspettato, un po’ ingenuamente, che squillasse il telefono da Napoli e Roma per dire ’grazie Antonio, hai contribuito a far vivere la politica’. Invece niente».
L’unica contestazione arriva dal Comitato cassintegrati e licenziati Fiat: vestiti da pulcinella, si sono presentati in quattro all’Augusteo per promuovere la loro lista operaia alle prossime comunali. I toni forti contro l’ex governatore non sono piaciuti, i supporter di Bassolino li hanno spintonati via.
La battaglia per adesso è in stallo: Valeria Valente, uscita vincitrice dalle urne con 542 voti, attende in silenzio l’esito del nuovo ricorso ma chiede di visionare i video completi sospettando che si sia scelto di danneggiare una parte sola. Bassolino è deciso a non fermarsi.

Smontiamo l’Italicum

Italicum, 15 ricorsi in Corte d’appello su premio di maggioranza e ballottaggio. Due quesiti referendum in Cassazione

L’iniziativa è stata promossa dal Coordinamento democrazia costituzionale ed è guidata dall’avvocato che smontò il Porcellum. Tra i firmatari anche esponenti della minoranza Pd.

di F. Q. | 26 ottobre 2015

Ricorsi in quindici corti d’Appello e due quesiti per altrettanti referendum abrogativi depositati in Cassazione. La guerra all’Italicum è iniziata e a guidarla è il Coordinamento democrazia costituzionale che ha scelto di affidarsi all’avvocatoche già vinse una volta contro il Porcellum: Felice Besostri. Il legale, ex candidato M5S alla Consulta, a dicembre 2014 insieme al collega Aldo Bozzi riuscì ad ottenere la bocciatura da parte della Corte costituzionale della precedente legge elettorale. Al centro delle contestazioni sul nuovo sistema di voto: ancora una volta il premio di maggioranza, il metodo del ballottaggio e le norme sulle minoranze linguistiche.

Tra i firmatari dell’iniziativa ci sono diversi esponenti della minoranza Pd (Alfredo D’Attorre, Paolo Corsini, Lucrezia Ricchiuti, Corradino Mineo, Felice Casson e Walter Tocci). Poi i giuristi Gustavo Zagrebelsky, Nadia Urbinati e Sandra Bonsanti e rappresentanti dell’opposizione in Parlamento: l’ex Pd Stefano Fassina, gli esponenti Sel Loredana De Petris e Giorgio Airaudo. Il Movimento 5 Stelle ha annunciato di volersi accodare all’iniziativa. Da Palazzo Chigi fanno sapere di essere tranquilli e di valutare i ricorsi “prematuri” in quanto la legge, approvata a maggio 2015, entrerà in vigore a luglio 2016. “Sono un’iniziativa assolutamente rispettabile”, ha commentato il capogruppo Pd Ettore Rosato, “ma non siamo preoccupati rispetto alla tenuta del testo della legge elettorale, che è coerente con i principi affermati dalla sentenza della Corte costituzionale sul Porcellum”.

Obiettivo dell’azione giudiziaria: veder dichiarate incostituzionali parti del sistema di voto, seguendo un iter analogo a quello che portò allo stesso risultato rispetto al cosiddetto Porcellum. Destinatari dei ricorsi i 26 distretti di Corti d’Appello, ma anche singoli Tribunali civili. “Non possiamo aspettare 7 anni come l’altra volta”, aveva detto Besostri a maggio scorso a ilfattoquotidiano.it, “e speriamo che almeno un giudice faccia ricorso alla Consulta. Sono interventi riservati al singolo cittadino elettore”. Secondo l’avvocato i tempi questa volta potrebbero essere più rapidi: “Dipende dal magistrato: ma la questione si potrebbe risolvere anche in pochi mesi. Nel precedente del Porcellum si è perso tempo perché il tribunale e la Corte d’appello non avevano accettato il ricorso e abbiamo dovuto aspettare la Cassazione. Ma poi tra il deposito e la sentenza sono passati pochi mesi”. La seconda strada su cui intende muoversi il Coordinamento è quella del referendum abrogativo. In mattinata una delegazione ha depositato due quesiti sulla cui ammissibilità dovrà esprimersi la corte di Cassazione: questi riguardano la cancellazione della priorità assegnata alla figura dei capilista nei vari collegi con la facoltà loro concessa di candidature plurime e l’abbandono del meccanismo del premio e del ballottaggio.

Secondo Besostri sono 5 i punti di criticità che presenta l’Italicum. Innanzitutto “delegittima la Corte costituzionale“. Poi il premio di maggioranza: “Espresso in una percentuale minima di seggi, anche se prevede una soglia, non supera la contraddizione fondamentale che è tanto più consistente quanto minore è il consenso elettorale della lista beneficiaria”. Sotto accusa anche “la distribuzione del premio nelle circoscrizioni” perché sarebbe affidata a un algoritmo influenzato dalla partecipazione elettorale e dall’entità dei voti per liste sotto soglia nei collegi e nelle circoscrizioni. Inoltre il ballottaggio che “costituisce un modo di aggirare la necessità di una soglia minima per l’attribuzione del premio”. Infine le minoranze linguistiche: “Eleggono i loro rappresentanti al primo turno, ma contano ai fini del premio di maggioranza e partecipano al secondo turno, mentre gli italiani all’estero no”.

La nuova legge elettorale è stata impugnata con una serie di ricorsi analoghi, depositati in contemporanea, tra cui compaiono le sedi di Roma, Milano, Napoli, Venezia, Firenze, Genova, Catania, Torino, Bari, Trieste e Perugia. Ora spetta ai giudici valutare se accogliere le istanze. La vicenda ricorda quello che successe solo due anni fa con la precedente legge elettorale. La Consulta infatti a dicembre 2014 stabilì che il “Porcellum” era incostituzionale. I giudici hanno bocciato il premio di maggioranza del vecchio sistema perché, come si legge nelle motivazioni della sentenza, “foriero di una eccessiva sovra-rappresentazione e può produrre una distorsione, perché non impone il raggiungimento di una soglia minima di voti alla lista”. Ma nel mirino c’erano anche le liste bloccate “lunghe“, senza però escludere la possibilità di fare ricorso a delle liste “corte” che prevedono un “numero dei candidati talmente esiguo da garantire l’effettiva conoscibilità degli stessi”.

Riflessioni dopo un sogno sinistro

di Roberto C.A.

Questa notte ho dormito male e ho sognato Bersani…

Riesco sempre meno a capire la politica di Bersani e della minoranza del PD. Stanno facendo quello che la maggioranza chiede di fare: criticare, ma poi votare unitamente al partito. Che è normale per una minoranza che ha perso il congresso, ma fino a quanto è sopportabile, se la maggioranza ha sterzato notevolmente, e porta il partito in una direzione che appare al di fuori dell’area, seppure vasta, su cui il PD si era formato? E lo porta a fare politiche opposte a quelle promesse agli elettori nel programma elettorale, e più vicine a quelle del raggruppamento di centro-destra a cui gli elettori – votando PD – si erano opposti?

Ma, soprattutto, pensa Bersani di poter recuperare in una futura dinamica congressuale? Quando si farà il congresso, non so se il PD farà contare di nuovo i tesserati, come secondo me dovrebbe (non sono e non sono mai stato tesserato, per chiarezza). Ma mi pare di aver capito che la campagna di tesseramento mostra un forte cedimento (anche se non ho più sentito dati recenti), e se è così, secondo voi quali sono i tesserati che hanno rinunciato delusi, se non quelli dell’area di sinistra? E se anche si rimane con le primarie aperte, quanti dei circa quattrocentomila elettori che hanno, per esempio, supportato Civati torneranno a partecipare alle primarie del PD? Ai banchetti dei referendum, il ritornello principale di chi veniva a firmare era “mai più PD”. A meno di un infortunio politico molto severo per Renzi, e dell’apparizione di un candidato forte che proprio non vedo. E in ogni caso, tra tesserati e primarie aperte, sicuramente Renzi sceglierà attentamente ciò che più gli conviene.

Ma allora che può fare Bersani? Uscire ed essere sostituito da Verdini e compagni, rendendo evidente quella trasformazione in Partito della Nazione che è in atto? Sarebbe almeno un atto di chiarezza. Oppure l’idea è veramente di aderire, magari facendo mostra di disgusto, a un partito omnicomprensivo e consociativo che cerchi di dominare tutto lo spazio, favoriti dalla nuova riforma di sistema, diventandone l’ala sinistra, come ai tempi della DC, che tutto (con moderazione) conteneva? I vecchi tempi della DC si potrebbero anche riproporre in un altro aspetto: un governo centrale essenzialmente liberista, ma bilanciato da amministrazioni locali più di sinistra, che possano ricompattare la constituency affermando: “sì, al governo fanno porcherie, ma nel mio comune sono bravi e amministrano bene, dobbiamo rinunciare anche a questo?” (nel mio è proprio così). Non credo funzionerebbe. Credo piuttosto che l’area su cui basa il consenso la minoranza PD se ne andrebbe (se ne sta andando) lasciandola alla prima occasione con un pugno di mosche.

Fantapolitica

di crvenazvezda76

Sino alla direzione Pd, nella quale Renzi ha presentato il candidato al Colle, tutti impegnatissimi a elucubrare sul mitico Patto del Nazareno.

E invece ecco la mossa Mattarella, blindata (mica alla carlona come la mossa Prodi di Bersani!) e spiazzante. In un colpo solo Renzi si libera di Berlusconi, indebolisce Alfano, mette a tacere la minoranza Pd, riavvicina Sel, isola Grillo. La Lega è un discorso a parte. Con Salvini i conti sono rimandati.

Il tutto all’indomani delle elezioni greche, delle parole ammiccanti di Tsipras (che la settimana prossima sarà in Italia e certamente incontrerà il Presidente del Consiglio).

Provo a formulare uno scenario, mettendo insieme tutti i pezzi che ho esposto prima.

Il futuro PdR è un politico moderato e amico, stimato in Italia, ma pressoché un signor nessuno all’estero. Questo renderebbe le cose più semplici sul fronte interno e lascerebbe a Renzi la ribalta internazionale, soprattutto quella europea.

Ma allora il Patto del Nazareno non è mai esistito? Sì, il Patto c’era. E Renzi lo ha usato per quanto gli è servito: le riforme, la legge elettorale, un’opposizione non troppo dura su tutto il resto.

E l’alleanza col centrodestra di Alfano? È servita per portare a casa il “resto” di cui sopra, dal Jobs Act in giù agli ottanta euro, passando per le banche.

Sembra che una buona fetta di programma Renzi lo abbia messo in saccoccia, o almeno sia a uno stadio di avanzamento di tutto rispetto, soprattutto se confrontato coi risultati dei suoi predecessori.

Ora resta l’altra parte. Quella legata ai temi della crescita e dei rapporti con Bruxelles, Strasburgo e Francoforte.

Renzi non ha mai fatto mistero di soffrire i vincoli finanziari imposti dagli organismi sovranazionali, è arrivato a dichiarare che avrebbe rispettato il pareggio di bilancio più per dimostrare che l’Italia non è quel Paese inaffidabile che vedono all’estero, che per effettiva necessità o pericolo di default.

Ed ecco perché Tsipras. Perché, se decidesse ora di far seguire i fatti alle dichiarazioni anti-austerity, visto l’alto debito pubblico italiano, la scarsa crescita e i molti altri indicatori economici non troppo confortanti, c’è bisogno di alleanze che escano dai confini nazionali, ma che godano di consenso, quando si deve giocare in casa.

Per fare questo non si può pensare certo all’appoggio di Berlusconi, ma neppure a quello di Alfano. E quindi?

Beh, se prima c’era una maggioranza utile agli obiettivi di allora, perché non puntare ora a una maggioranza per gli obiettivi di domani?

La minoranza Pd dovrebbe rientrare nei ranghi. Sel ci starebbe, così come i transfughi grillini. Il M5S è un buon serbatoio di parlamentari sempre disponibili (almeno una coppia a settimana…).

Io la butto lì. Come da premessa, è fantapolitica.