‘ndrangheta

Sciolto per mafia

Segnalato da Barbara G.

Calabria, ecco il Comune che non chiede tasse. Tra sprechi e incompiute. Il web documentario su Scalea sciolta per mafia

In Italia oltre 200 amministrazioni sono state sciolte per mafia. Ma che cosa trova chi poi va a spulciare conti e delibere? Nella città in provincia di Cosenza “in sostanza la raccolta dei tributi non avveniva”, spiega il viceprefetto Salvatore Caccamo. Intanto esternalizzazioni “aberranti” hanno portato le casse sull’orlo del dissesto, con un buco stimato in 40 milioni. Mentre le opere pubbliche, dall’ospedale al piccolo aeroporto, sono abbandonate al degrado. Ecco il webdoc con le storie e le immagini

di Andrea Fama – ilfattoquotidiano.it, 20/07/2015

Si può immaginare un paese in cui non avviene la raccolta dei tributi? Per alcuni sarebbe un sogno, ma in realtà è un incubo, come testimoniano le vicende di Scalea, in Calabria, dove per anni la (mancata) raccolta delle tasse ha paradossalmente contribuito a svuotare le casse dell’ente, riempiendo invece quelle di consulenti e società private incaricate del servizio. Basti pensare che il primo “consulente ed esperto” assoldato dal Comune fu Francesco Furchì, noto per essere poi stato condannato all’ergastolo in primo grado per l’omicidio del politico torinese Alberto Musy. La Commissione prefettizia insediata dopo lo scioglimento per infiltrazioni mafiose sta ancora lavorando per determinare esattamente l’entità del fenomeno, ma una prima stima indicherebbe una raccolta pari soltanto al 50% dei tributi dovuti o poco più.

Sono oltre 200 i comuni sciolti per mafia dal 1991, anno di introduzione della legge. Ogni anno se ne contano una decina. Di solito se ne parla al momento dell’intervento governativo, sull’onda dell’inchiesta giudiziaria che l’ha determinato. Ma che cosa succede dopo? Quale situazione trovano i commissari e, soprattutto, che cosa lasciano a fine mandato, quando la polvere della cronaca si è ormai posata? Abbiamo provato a raccontarlo nel webdocumentario “Scalea in gabbia” con testi, interviste, immagini, documenti – prendendo in esame quanto accaduto nel piccolo ma emblematico Comune di Scalea, in provincia di Cosenza, a poco più di un anno dall’insediamento della Commissione prefettizia chiamata ad amministrare un ente il cui scioglimento ha sollevato parecchie attenzioni per la pervasività e la disinvoltura del sistema di infiltrazione mafioso nelle istituzioni.

“A Scalea praticamente non avveniva la raccolta dei tributi – tassa di occupazione suolo pubblico, insegne pubblicitarie, sanzioni del codice della strada, eccetera – che è l’unico sostentamento di un Comune. Abbiamo rilevato morosità che si trascinavano da anni, ma anche la totale mancanza di alcune utenze”. A parlare è il viceprefetto Salvatore Caccamo, a capo della Commissione prefettizia il cui mandato è stato appena prorogato e terminerà, dopo due anni, nei primi mesi del 2016. “Siamo di fronte a situazioni aberranti, laddove un Comune esternalizza tutti i servizi, avvalendosi di società più o meno credibili, che poi non svolgono un servizio basato su canoni ben solidi. Come nel caso della società che ha gestito la raccolta dei tributi a Scalea (la Ausonia Tributi, in seguito acquisita dalla San Giorgio Spa, e poi divenuta Tributi Italia Spa ndr), senza poi essere in grado nemmeno di fornire i dati essenziali dei contribuenti – tanto che stiamo creando ex-novo un database, ricostruendo ogni singola posizione”. E quando venivano raccolte, le somme riscosse non sempre venivano versate correttamente, come denunciava una apposita Commissione consiliare.

La vicenda dei tributi è indicativa della paralisi – istituzionale, amministrativa, culturale – che ha stravolto il paese negli ultimi lustri, alimentando così la germinazione di un fenomeno, quello mafioso, che non è mai stato preminente nel Dna di questa cittadina calabrese, la cui radicalizzazione tuttavia è culminata in un sistema criminale che non aveva semplicemente infiltrato la cosa pubblica, ma era la cosa pubblica – parafrasando la tesi dell’accusa. Nel luglio 2013 l’operazione di polizia denominata Plinius ha decapitato le organizzazioni criminali locali, l’amministrazione comunale, e pezzi più o meno insospettabili delle istituzioni e della società civile, con richieste di pene al successivo processo per oltre 200 anni. A marzo dello scorso anno è stato decretato il commissariamento del Comune, e poche settimana fa Plinius II pare aver chiuso il cerchio con altre decine di arresti.

È una storia antica quella di Scalea, ambientata in un paesaggio suggestivo, dotato di un cospicuo patrimonio architettonico e infrastrutturale. Ingredienti più che sufficienti per fare la fortuna di un paese di soli 10mila abitanti. Se non fosse che oggi, come in diverse realtà calabresi, tutto o quasi versa in uno stato di colpevole abbandono. Il commissario Caccamo parla di “molte criticità riscontrate in quasi tutti i settori”, come “la mancanza di regolamentazione per lo svolgimento di funzioni e l’erogazione dei servizi di base offerti dal Comune, con ricadute che hanno rischiato di portare lo stesso a una dichiarazione di dissesto” (già prima del commissariamento era stato denunciato un buco di circa 40 milioni di euro).

Tra i (dis)servizi in questione, quello dei rifiuti è il più spinoso, e anche in questo caso, purtroppo, tocca parlare di ‘mancata raccolta’. In breve, a Scalea si generano settimanalmente più rifiuti di quanti la Regione Calabria non sia in grado di smaltire, a causa della “incapacità del sistema impiantistico regionale di trattare la totalità dei rifiuti prodotti dal territorio”. Così capita che vengano lasciati in strada. Eppure i cittadini di Scalea pagano circa 600mila euro l’anno per lo smaltimento di rifiuti solidi urbani. O meglio, il Comune pagava questa cifra alla Regione tramite fondi di bilancio destinati ad altro, contribuendo così a far crescere i debiti dell’ente (ad esempio verso i fornitori di altri servizi). A questo si aggiungono gli 1,5 milioni versati annualmente all’azienda che gestisce il servizio, che nell’ultimo periodo è stata la Falzarano, “neanche iscritta all’albo ministeriale che stabilisce i requisiti di idoneità delle ditte”, come riferisce il commissario Caccamo. L’affidamento si è concluso lo scorso 28 gennaio. Da allora il servizio è temporaneamente fornito da Ecoross, in attesa che, tramite il lavoro della Commissione, si porti a termine la gara europea per un nuovo affidamento quinquennale. La priorità è scongiurare un’altra estate in balia dei rifiuti. A tal fine, la Commissione ha previsto un “potenziamento dei servizi di igiene urbana per il mese di luglio” che costerà altri 47mila euro agli scaleoti.

Ci sarebbe pure una discarica ma, data l’emergenza regionale, è stata colmata in pochi anni, come si può vedere nel web-documentario, che mostra anche altre opere pubbliche inutili o inutilizzate. Milioni e rifiuti riversati insensatamente sul paese, soffocandolo.

Tuttavia, nonostante le criticità, molti in paese manifestano, anche con atti concreti di civismo, la volontà di ripartire. L’operazione Plinius ha brutalmente messo a nudo quelle che sono le metastasi di un malessere profondo. Ma Scalea non è Plinius. “Le cose possono cambiare, se si vuole farle cambiare”, dichiarava il procuratore Borrelli proprio a margine dell’inchiesta. A patto che Scalea e il territorio circostante non siano più abbandonati dallo Stato.

Guarda il web documentario “Scalea in gabbia”

La pagina facebook di “Scalea in gabbia”

Tutti uguali (?)

di Lame

È di stamattina la notizia che a Gioia Tauro sono stati arrestati, nell’ordine: il sindaco, (Pd), il vicesindaco e un consigliere comunale, tal Giovanni Pantano, movimento5stelle. Per tutti l’accusa è concorso esterno in associazione mafiosa. Sembra che tutti facessero carte false per far vincere licenze commerciali agli “amici” e che abbiano “facilitato” gli appalti per la raccolta dei rifiuti, sempre a favore degli “amici” e parenti.
Sento già gli alti lai: ecco, quelli che facevano i puri, sono come tutti, adesso devono stare zitti e bla, bla, bla. E qualcuno saltellerà su e giù come un birillo con (non tanto) nascosta gioia. Il mov ha già preso le distanze e dichiarato che Pantano (azz…mi tocca: nomen omen) “non è mai stato un rappresentante ufficiale del movimento nelle istituzioni”. Ma resta uno degli animatori del movimento nella provincia di Reggio Calabria.
Per i “qualcuno” dico subito che non c’è proprio niente da ridere.
A Gioia Tauro due famiglie di ‘ndrangheta si spartiscono gli affari: i Bellocco-Cimato e i Pesce-Pantano. Non si capisce dai giornali se il consigliere grillino sia un Pantano “di famiglia”. Sono molto propensa a credere che sia così.
Perché questo, ad un tempo, spiega tutto e squarcia un velo. Quel velo che non vogliamo vedere e che dice chiaro e tondo: il problema siamo noi. Non quel partito o quell’altro, non i “nemici”, non i “buoni contro cattivi”, ma proprio noi. Noi che teniamo famiglia e davanti alla famiglia tutto si piega, tutto si può fare.
È un esame di coscienza nazionale, una ammissione della nostra responsabilità collettiva e quotidiana, quello che ci serve per uscire dal…pantano.

La prima volta

segnalato da crvenazvezda76 – da “Il Manifesto” del 22/06/2014

PRIMA VOLTA PAPALE: A SORPRESA, BERGOGLIO SCOMUNICA I MAFIOSI

Papa Francesco scomunica pubblicamente ‘ndranghetisti e mafiosi. Le parole sono state pronunciate ieri pomeriggio da Bergoglio – in visita pastorale in Calabria, a Cassano allo Jonio, la piccola diocesi guidata dal neosegretario della Cei, mons. Galantino – durante la messa all’aperto celebrata nella piana di Sibari. «La ‘ndrangheta è adorazione del male e disprezzo del bene comune», è un male che «va combattuto e allontanato», ha detto il pontefice, secondo il quale anche la Chiesa «deve sempre di più spendersi perché il bene possa prevalere». Quindi la scomunica: «Coloro che nella loro vita seguono questa strada di male, come sono i mafiosi, non sono in comunione con Dio: sono scomunicati».
È la prima volta che un Papa pronuncia la parola «scomunica» rivolgendosi ai mafiosi. Non lo avevano fatto né Wojtyla nella Valle dei Templi di Agrigento né Ratzinger. Si è trattato di un “fuori programma”, poiché nei testi ufficiali «sotto embargo» distribuiti poco prima della celebrazione quel passaggio non c’era. È stato aggiunto successivamente dallo stesso Bergoglio.
Le parole non bastano e non risolvono la lunga storia di silenzi, omissioni e relazioni ambigue fra Chiesa e mafie. Per restare in Calabria, per esempio, nell’ottobre del 2009, Caterina Condello e Daniele Ionetti, figli di due ritenuti fra i più importanti esponenti dei clan reggini, hanno celebrato il loro matrimonio nella cattedrale di Reggio Calabria con tanto di benedizione papale su pergamena firmata da papa Ratzinger. Oppure i legami stretti, e di antica data, della ‘ndrangheta con il santuario
della Madonna di Polsi a San Luca in Aspromonte, spesso luogo di riunione dei capi-mafia.
E nello scorso aprile la storica processione dell’Affruntata di Sant’Onofrio è stata annullata dal vescovo dopo che il Comitato per l’ordine e la sicurezza aveva deciso che le statue sarebbero state portate da volontari della Protezione civile per evitare infiltrazioni mafiose (ma va ricordato anche l’impegno antimafia di alcuni vescovi e soprattutto di molti parroci spesso oggetto di minacce e intimidazioni).
Tuttavia le parole hanno un valore simbolico importante, soprattutto in un contesto sociale e culturale in cui i padrini guidano le processioni e ricevono talvolta benedizioni ecclesiastiche. E quindi, messe in fila, la beatificazione di don Puglisi “martire di mafia” lo scorso anno, la partecipazione di Bergoglio alla veglia per le vittime delle mafie promossa a marzo da Libera di don Ciotti e ora la «scomunica» degli ‘ndranghetisti offrono strumenti per marcare le distanze. Anche se silenzi, omissioni e collusioni non cesseranno per miracolo.
Durante la visita, Bergoglio ha incontrato i detenuti del carcere di Castrovillari, fra cui il padre di Cocò Campolongo, il bambino di tre anni ucciso in un regolamento di conti tra clan a Cassano allo Jonio insieme al nonno ed alla sua compagna. Ed è tornato a parlare dei problemi dei penitenziari: il «rispetto dei diritti fondamentali» dei detenuti e la necessità di «un impegno concreto delle istituzioni per un effettivo reinserimento nella società». «Quando questa finalità viene trascurata – ha detto il papa –, la pena degrada a uno strumento di sola punizione e ritorsione sociale, dannoso per l’individuo e per la società».