nucleare

Armi nucleari: il Trattato che impegna il mondo a bandirle

segnalato d Barbara G.

I Paesi delle Nazioni Unite potrebbero finalmente riconoscere le catastrofiche conseguenze umanitarie di qualsiasi uso degli ordigni. E restituire dignità alle vittime delle detonazioni. Il 7 luglio in votazione il testo definitivo al palazzo di vetro di New York

Di Francesco Vignarca – Altreconomia n°195, 01/07/2017

Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite si sta discutendo da giugno di armi nucleari. L’obiettivo è metterle al bando. Gli Stati dell’ONU -convocati per la seconda serie di negoziati prevista nel 2017- devono definire e approvare un testo di Trattato internazionale che metta fuorilegge gli ordigni atomici. La bozza è stata elaborata dall’ambasciatrice del Costa Rica, Elayne Whyte Gomez, che presiede e coordina il percorso. A meno di imprevisti, il 7 luglio sarà stato votato un nuovo strumento della legislazione internazionale, pronto per la ratifica da parte degli Stati.

La prima sessione del cammino di negoziazione votato dall’Assemblea Generale dell’ONU a fine 2016 -con il parere contrario dell’Italia- si è svolta lo scorso marzo e ha visto la partecipazione di oltre 130 Paesi. “Non del Governo italiano -sottolinea Lisa Clark, vice-presidente dell’International Peace Bureau (http://www.ipb.org)- che così ha confermato la propria posizione di alleato degli USA, e di Stato che ospita testate statunitensi secondo gli accordi di nuclear sharing”. A nulla sono valse le iniziative di pressione della società civile che aveva chiesto al presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e al ministro degli Esteri Angelino Alfano un ripensamento dopo il voto contrario alla mozione “L.41” -il documento ONU che ha convocato i negoziati di quest’anno-. “Quantomeno il nostro Paese non ha partecipato alla inusuale e clamorosa azione organizzata dagli ‘Stati nucleari’, USA in testa con l’ambasciatrice Nikki Haley, che hanno inscenato una protesta nell’atrio del Palazzo di Vetro di New York il giorno dell’inizio dei negoziati”, commenta Enza Pellecchia, direttrice del Centro Interdisciplinare Scienze per la Pace dell’Università di Pisa (https://pace.unipi.it) e membro del Comitato scientifico di Senzatomica (www.senzatomica.it). “Forse ci sono margini per far acquisire un nuovo ruolo all’Italia, ma senza una pressione positiva della società civile il nostro Governo non cambierà di certo posizione”.

Il secondo round di incontri ha una durata prevista di tre settimane -l’avvio è stato celebrato dalle organizzazioni disarmiste internazionali con la “Women’s march to ban the bomb” lo scorso 17 giugno- e segna un passo importante in un processo storico. È nato dalla volontà e l’impegno della società civile internazionale. “Stiamo raccogliendo i frutti dell’Iniziativa Umanitaria -ricorda Lisa Clark-. Visti i decenni di stallo diplomatico e di blocco nella pratica delle prescrizioni disarmiste del Trattato di non proliferazione nucleare, alcuni Stati e organizzazioni non governative (in particolare Croce Rossa internazionale e l’International Physicians for the Prevention of Nuclear War), hanno spostato il centro del dibattito: non più questione militare, di sicurezza nazionale o regionale, ma tema umanitario che impone una scelta a livello etico prima ancora che politico”. “Nessuna nazione od organizzazione internazionale sarebbe in grado di proteggere le popolazioni colpite. Per questo le armi nucleari devono essere messe fuori dalla storia”, conclude. Nel 2016 il percorso -che ha già animato tre conferenze internazionali (Oslo, Nayarit, Vienna)- ha registrato un deciso salto di qualità. È avvenuto quando tutti -Stati e società civile- hanno concentrato i loro sforzi per dare avvio a una fase di formale negoziato.

“La situazione internazionale attuale, e il richiamo pericoloso alla necessità di armi nucleari, ci obbliga ad agire e forzare la mano perché ormai è chiaro come una graduale riduzione non sia in grado di mettere in dubbio la legittimazione degli ordini nucleari -ribadisce Beatrice Fihn, coordinatrice della International Campaign to Abolish Nuclear Weapons (www.icanw.org)-.
I Governi delle nazioni non nucleari sono preoccupati poiché in caso di detonazione le radiazioni non si fermerebbero ai confini. Un Trattato di messa al bando è uno strumento in grado di ricordarci come le armi nucleari siano inumane e indiscriminate”.

Al momento, le organizzazioni della società civile sono soddisfatte. Il percorso le sta coinvolgendo anche in termini propositivi e di confronto, cosa non abituale per i meccanismi delle Nazioni Unite. Il punto però è che gli Stati nucleari non solo si sono detti contrari a discutere e a sottoscrivere il Trattato, ma stanno addirittura obbligando i propri alleati (si pensi alla NATO) a boicottare i negoziati. Il ricatto, in sintesi, è questo: “Discutere di messa al bando delle armi nucleari renderà impossibile qualsiasi percorso concreto di disarmo”. Considerazioni del genere non sono ignorate dalla campagna ICAN. Che però le rispedisce al mittente. “Nella società civile e in oltre 130 Stati c’è ormai la consapevolezza che non si può più aspettare le mosse degli Stati nucleari, bloccati da veti incrociati da oltre 30 anni. Coloro che hanno nelle proprie mani una potenza nucleare non la dismetteranno volontariamente: sono gli altri a dover pretendere questo passo”, conclude Beatrice Fihn.

4.120 le armi nucleari “operative” nel mondo censite dall’istituto SIPRI nel 2016. L’arsenale complessivo conta 15.395 unità

Quali sono i punti principali della bozza di Trattato attualmente in discussione? Il testo di base è stato ancorato ai principi della legislazione umanitaria, fondandosi sulle esperienze già in vigore di proibizione di armi inaccettabili come quelle chimiche e biologiche, le mine anti-uomo, le munizioni cluster. E il Preambolo mette al centro le preoccupazioni sulle catastrofiche conseguenze umanitarie di qualsiasi uso di armi nucleari, nonché l’importanza del diritto umanitario internazionale. La bozza riconosce il ruolo delle vittime di detonazioni nucleari, in particolare degli Hibakusha -sopravvissuti di Hiroshima e Nagasaki, in Giappone- e di coloro che hanno sofferto le conseguenze delle sperimentazioni nucleari.

“Questa bozza di Trattato, che ci auguriamo venga approvata, integra un punto molto importante: impedire lo stazionamento di armi nucleari altrui. Già solo questa prescrizione vale tutta la fatica -commenta il professor Paolo Cotta Ramusino dell’Università di Milano e Segretario Generale del Pugwash (https://pugwash.org). Pensate a uno scacchiere mediorientale in cui alcuni Stati siano pronti a concedere porzioni di territorio per installazioni nucleari alleate? Si tratta di un modo, già utilizzato dagli USA con il nuclear sharing anche nel nostro Paese, di aggirare il Trattato di non proliferazione, senza uscirne”.

“La seconda sessione di trattative di New York è una grande occasione anche per la società civile italiana -riflette Daniele Santi, segretario generale della campagna Senzatomica promossa dalla Soka Gakkai Italia (http://www.sgi-italia.org)-, che sarà presente con una delegazione (compresa la Rete Italiana per il Disarmo, http://www.disarmo.org) con l’obiettivo di rilanciare le azioni sul disarmo nucleare. Peccato solo che il Governo italiano si ostini ad essere assente”. A New York ci saranno alcuni parlamentari. “Qualcosa si è mosso, con alcune mozioni e interpellanze depositate sia alla Camera sia al Senato -prosegue Santi- ma sarebbe necessario un dibattito più ampio e visibile a livello di opinione pubblica ed istituzioni”.

Il testo di base è ancorato ai principi della legislazione umanitaria, alle esperienze già in vigore di proibizione di armi inaccettabili come quelle chimiche e biologiche

Dal 7 luglio -a Trattato approvato- si aprirà la sfida del processo di ratifica, per fare in modo che si arrivi il prima possibile alla sua entrata in vigore. “Lavoreremo affinché ogni Stati firmi -conclude Fihn- e cercheremo di concentrare gli sforzi sui membri della NATO, in cui sono presenti e forti le nostre campagne. Ci lavoreremo ad uno ad uno. Il Trattato di messa al bando non sarà l’unica ragione per cui otterremo un disarmo nucleare, ma speriamo che sia comunque una delle più importanti”.

Lo stesso si può dire per l’Italia, che finora si è defilata -non volendo intervenire nemmeno in termini critici- contrariamente alla “buona tradizione” nei percorsi di disarmo multilaterale. “Dobbiamo anche chiederci quanto sia sostenibile un equilibro basato sulla paura, quando esso tende di fatto ad aumentare la paura e a minare le relazioni di fiducia fra i popoli -ha scritto papa Francesco in un messaggio inviato in occasione della prima sessione di negoziati-; l’obiettivo finale dell’eliminazione totale delle armi nucleari diventa sia una sfida sia un imperativo morale e umanitario. Un approccio concreto dovrebbe promuovere una riflessione su un’etica della pace e della sicurezza cooperativa multilaterale che vada al di là della paura e dell’isolazionismo che prevale oggi in numerosi dibattiti”.

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Disarmo nucleare? No grazie.

segnalato da Barbara G.

Divieto armi nucleari. 123 stati votano Si. L’Italia no

valori.it, 28/10/2016

Disarmo nucleare? No grazie. Mentre 123 Paesi del mondo hanno votato all’Onu approvando una Risoluzione politica che chiede di avviare a partire dall’anno prossimo i negoziati per un Trattato internazionale che vieti le armi nucleari, il rappresentante italiano ha votato contro il provvedimento (insieme ad altri 37 Stati, tra i quali quasi tutte le potenze nucleari e molti dei loro alleati, compresi quei Paesi europei che, come l’Italia, ospitano armi nucleari sul proprio territorio come parte dell’accordo ‘nuclear sharing’ Nato). 16 i Paesi che si sono astenuti.

La votazione si è tenuta durante la riunione del Primo Comitato dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, che si occupa di disarmo e questioni di sicurezza internazionale. Grazie a questa Risoluzione (denominata L.41) viene fissata un Conferenza tematica delle Nazioni Unite a partire dal marzo 2017: una riunione aperta a tutti gli Stati membri con il fine di negoziare uno “strumento giuridicamente vincolante per vietare le armi nucleari, che porti verso la loro eliminazione totale”. I negoziati a riguardo continueranno poi nel mese di giugno e luglio.

Un totale di 57 nazioni sono stati primi firmatari del testo proposto, con Austria, Brasile, Irlanda, Messico, Nigeria e Sud Africa ad essersi assunti il compito di redigere concretamente la risoluzione.

Il voto Onu è avvenuto solo poche ore dopo l’adozione da parte del Parlamento europeo di una propria risoluzione su questo tema: 415 voti favorevoli (con 124 contro e 74 astensioni) ad un invito verso tutti gli Stati membri Ue a “partecipare in modo costruttivo” ai negoziati del prossimo anno. Un invito non raccolto dall’Italia che si è schierata contro la Risoluzione L.41 continuando, come nei passi precedenti di questo percorso, a sostenere la posizione degli Stati Uniti e delle altre potenze nucleari.

“Si è riusciti finalmente a formare un fronte unito tra gli Stati che da sempre di impegnano per il disarmo e tutti quelli che finora hanno rispettato il loro impegno di non dotarsi di armi nucleari (impegno presente nel TNP) a condizione che le potenze nucleari smantellassero i propri arsenali” sottolinea Francesco Vignarca coordinatore di Rete Disarmo. “Un risultato ottenuto poiché molti Paesi si sono stancati di non veder realizzata la parte dell’accordo in capo agli Stati nucleari”.

Le armi biologiche, armi chimiche, mine antiuomo e bombe a grappolo sono topologie di ordigni tutte esplicitamente proibite dal diritto internazionale. Attualmente per le armi nucleari esistono invece solo divieti parziali. Il disarmo nucleare è stata una delle priorità delle Nazioni Unite sin dalla creazione dell’Organizzazione nel 1945. Gli sforzi per far avanzare questo obiettivo fondamentale si sono fortemente rallentate negli ultimi anni, con le potenze nucleari che hanno deciso di investire pesantemente nella modernizzazione dei propri arsenali.

“È chiaro che un Trattato per la messa al bando delle armi nucleari che non veda tra i propri membri le potenze nucleari non sarà sufficiente per realizzare davvero un disarmo pieno” commenta Lisa Clark, dei Beati i Costruttori di Pace. “Dobbiamo quindi prepararci a un nuovo e lungo duplice lavoro. Da un lato portare avanti, a partire dall’anno prossimo, i lavori per il Trattato di messa al bando; dall’altro trasformare questo lavoro in un enorme movimento che entri dentro i meccanismi governativi delle potenze nucleari”.

Il nucleare francese travolto dai debiti

segnalato da Barbara G.

Il nucleare francese travolto dai debiti. «La probabilità di un incidente non è mai stata così elevata»

Realacci: «Lo stop al nucleare ha salvato Enel. Il futuro: innovazione risparmio energetico e rinnovabili»

greenreport.it, 26/04/2016

Secondo i no-nuke francesi di Réseau “Sortir du nucléaire“  e l’Autorité de sûreté nucléaire, a 30 anni dal disastro nucleare di Chernobyl, «Un grosso incidente nucleare è possibile in Francia e la sua probabilità non è mai stata così elevata», anche perché EDF sta crollando sotto il peso dei suoi debiti atomici. Per evitare questo scenario da incubo il governo francese è corso in aiuto della compagnia elettrica – della quale detiene l’85% – con un finanziamento che copre i tre quarti della ricapitalizzazione da 4 miliardi del gigante nucleare. Liberation dice che questo «permetterà all’impresa di evitare il peggio e di assicurare le fini del mese per due o tre mesi a venire. Ma dopo? Questo piano di emergenza non risponde evidentemente a tutti gli interrogativi sullo stato di salute reale dell’impresa EDF».  E infatti EDF è crolla in Borsa a Parigi, perdendo l’11,1%,nella prima seduta dopo l’annuncio dell’aumento di capitale e il mercato ha quindi bocciato la politica del governo francese per salvare quella che ormai sembra un’industria decotta, pericolosa e costosissima da dismettere. Il gruppo guidato da Jean-Bernard Levy, che in Italia controlla Edison, è in grandi difficoltà dopo la decisione di rilevare, per circa 2,5 miliardi, le attività di progettazione e costruzione dell’altro colosso del nucleare statale Areva, anche lui nei guai per investimenti sbagliati nelle miniere di uranio.

Réseau “Sortir du nucléaire“ evidenzia: «Benché i due terzi dei reattori francesi abbiano superato i  30 anni di funzionamento e che numerose attrezzature diano dei segni di affaticamento, EDF, con l’appoggio del governo, vuole prolungare la loro durata di sfruttamento fino a 60 anni. Mentre è esploso il ricorso ai sub-appalti, la compagnia non è più nemmeno in grado di assicurare una manutenzione corretta dei suoi impianti, come ha dimostrato recentemente la caduta di un generatore di vapore di 465 tonnellate nella centrale nucleare di Paluel. Quasi in fallimento, EDF pretende pertanto di continuare la sua fuga in avanti!»

Liberation ricorda che «Appena un anno fa, EDF era ancora presentata come un’impresa tra le più solide. Sufficiente in ogni caso per essere chiamata a svolgere il ruolo di “pompiere del nucleare francese”».  Nel 2015 aveva già perdite per 5 miliardi di euro e sta soffrendo per il calo del prezzo dell’energia dovuto al crollo di quello del petrolio. Ora EDF «E’  un gruppo tra i più indebitati», come ha ammesso lo stesso Jean-Bernard Lévy.

Il problema è che il gruppo nucleare di Stato dovrebbe investire più di 100 miliardi di euro per  le sue centrali nucleari, 50 miliardi dei quali destinati al “grand carénage”, i lavori indispensabili pèer prolungare la vita delle vecchie centrali nucleari francesi entrate in servizio negli anni ’80 e che arriveranno a fine vita tra il 2019 e il 2025.  EDF deve anche trovare 23 miliardi di euro per smantella re I reattori nucleari ancora piùà vecchi, un ammontare stratosferico che però la Corte dei Conti francese ha giudicato insufficiente, stimando che il solo prolungamento della vita delle centrali costerà fino a 100 miliardi di euro, mentre la Commissione europea dice che per lo smantellamento potrebbero volerci 74 miliardi di euro, compreso lo smaltimento delle scorie radioattive.

Mentre i debiti soffocano il nucleare francese, EDF sta finanziando, per almeno 15 miliardi di euro, due nuovi reattori EPR per la centrale nucleare britannica di Hinkley Point  e i partner cinesi dell’impresa si sono impegnati a coprire solo un terzo dei 23 miliardi di un progetto e di un cantiere che potrebbe subire i ritardi e i sovra-costi dell’EPR francese di Flamanville, dove i costi sono raddoppiati a 8 miliardi di euro e il termine dei lavori previsto nel 2012 è slittato almeno 2018.

Nel 2019 EDF dovrà risparmiare un miliardo di euro rispetto al 2015, e ridurrà i suoi investimenti di 2 miliardi di euro e cederà azioni per 10 miliardi. Intanto ha già annunciato che entro il 2018 licenzierà 3.500 lavoratori su 67.000, ma i sindacati dicono che la situazione potrebbe peggiorare nei prossimi mesi, mentre i consumatori pensano che i debiti del gigante nucleare se li ritroveranno in bolletta, con aumenti del 2 – 3 % all’anno. Quella che era definita orgogliosamente “l’équipe de France du nucléaire” è diventata un grosso problema per la Francia e per i francesi.

Ha più che ragione il presidente della Commissione ambiente e lavori pubblici della Camera, Ermete Realacci, quando, ricordando il trentennale di Chernobyl, sottolinea che «Saggiamente da allora l’Italia ha fermato il nucleare, il futuro dell’energia infatti non è nell’atomo ma nel risparmio energetico, nella ricerca, nell’innovazione, nelle fonti rinnovabili.  Questo anniversario è un momento per ricordare le vittime, le persone che hanno sviluppato neoplasie in seguito all’incidente e quelle che ancora oggi vivono nelle zone contaminate. Il 26 aprile rappresenta inoltre uno spartiacque: quel giorno l’energia nucleare ha mostrato tutta la sua pericolosità per l’ambiente, la sicurezza e la salute dei cittadini. Una pericolosità purtroppo confermata nel 2011 dall’incidente di Fukushima che, oltre a morte e distruzione, ha paralizzato per mesi una delle economie più importanti del pianeta come quella giapponese. Vanno ringraziati ancora una volta gli italiani, che con lungimiranza hanno fermato il ritorno del nucleare in Italia con il referendum del giugno 2011, che hanno evitato ancora una volta che il Paese prendesse una strada vecchia, sbagliata e antieconomica – come dimostrano i ritardi e i costi esorbitanti accumulati delle centrali nucleari in costruzione in Europa, da Flamanville a Olkiluoto».

Realacci evidenzia anche che grazie ai referendum antinucleari italiani ed al boom delle rinnovabili non ci siamo trovati nelle stesse situazioni dei francesi con EDF: «Anche l’Enel fortunatamente non zavorrata dal nucleare ha potuto scegliere il futuro, rinunciando al carbone a Porto Tolle, annunciando la chiusura di altre 22 centrali, le più vecchie, più costose e inquinanti e intraprendendo la strada del risparmio energetico, dell’innovazione, delle rinnovabili. Se oggi fosse impegnata nella costruzione di nuove centrali nucleari nel Paese correrebbe il rischio di essere una bad company. All’epoca della tragedia di Chernobyl  la reazione dell’Italia fu molto forte e tempestiva: sebbene sul nostro territorio fossero attive poche centrali nucleari, avevamo già un forte movimento di ambientalismo scientifico. Nel 1986 ero segretario generale di Legambiente, che promosse per il 10 maggio una grande manifestazione a Roma con lo slogan  ‘Stop al nucleare’ alla quale parteciparono oltre 150 mila persone e il 10 ottobre organizzò una giornata di blocco pacifico dei cantieri delle centrali nucleari in costruzione. Fummo l’unico Paese a farlo, così come fummo l’unico Paese a dire no al nucleare con il referendum del 1987  e quello che negli anni successivi, grazie anche all’impegno di Legambiente, ha accolto più bambini provenienti dalle zone contaminate. È un’Italia che ci rende orgogliosi, che non si occupa solo di se stessa ma che pensa al futuro preoccupandosi anche del benessere degli altri. I 30 anni di Chernobyl siano anche un’occasione per guardare avanti e preparare il futuro del settore energetico investendo sulla ricerca, sul risparmio energetico, sull’efficienza, sulle fonti rinnovabili. Tutti campi in cui l’Italia può dare molto e che possono rappresentare il vero futuro per il nostro Paese».