occupazione

“Sotta ‘o muro” – Dispensa n.2

(Ciclostilato in proprio)

di Antonio “Boka”

Dalle poche cose dette precedentemente potremmo trarre la conclusione che, ove potessimo separare la nostra economia dall’economia globale principalmente impedendo la libertà di movimenti dei capitali (ebbene sì, aboliamo Schengen ma per il Capitale non per le persone), rendendo le politiche fiscali indipendenti dai bisogni del neoliberismo globale e tornando a gestire la domanda con politiche di sviluppo più o meno apertamente keynesiane, potremmo tornare a ricostruire una economia in crescita paragonabile ai tempi della “Golden Age” del capitalismo post seconda guerra mondiale ed incrementare l’occupazione, ma dobbiamo riusare la memoria (storica). Una soluzione basata sulle azioni descritte (senza entrare nel merito della loro fattibilità per vincoli determinati esclusivamente dalla politica dei governi ormai subordinati, asserviti e dominati dal capitale finanziario) non risolverebbe la questione della “piena occupazione. Per un motivo molto semplice e, tristemente sperimentato, negli anni ’70 (l’inflazione). Una riduzione dell’esercito industriale di riserva (concedetemi il vezzo del lessico marxiano) rafforzerebbe la posizione contrattuale dei salariati che richiederebbero salari (monetari) più elevati. Questo comporterebbe (a concessioni avvenute) un aumento del livello generale dei prezzi, nuove richieste di aumenti e la ben nota spirale inflazionistica si ripresenterebbe con effetti ben noti. D’altra parte se in qualche modo si riuscisse a contenere l’aumento dei prezzi questo potrebbe avvenire solo con una riduzione dei profitti, difficile se non impossibile da realizzare in una economia di mercato (nessuno sta proponendo un’economia dirigista e statalista). Ne consegue che un determinato livello di disoccupazione è necessario per la stabilità del sistema.

Giunti a questo punto segue una conclusione che non piacerà a molti per due ragioni semplici: la prima deriva dalla diffusione ormai generalizzata della religione del capitale finanziario per cui non appena si accenna a termini come “Stato” partono le accuse di blasfemia e che il profitto ci salvi dagli zeloti pronti ad iniziare roghi ed a innalzare patiboli, la seconda deriva, invece, dalla confusione permanente tra “pubblico” e “statalismo” dove, per controbattere a questo tipo di accuse basta osservare che mai come oggi c’è un intervento permanente degli stati nell’economia (basta pensare alla regola di pareggio del bilancio ed altre amenità affini” dove, però l’obiettivo è servire ed essere asserviti al capitale privato. La verità è che statalismo dirigista in favore del mercato = bene, intervento dello stato in favore del pubblico = male.

Torniamo, in ogni caso, al nostro obiettivo di ridurre la disoccupazione (che, voglio ricordare, consiste semplicemente nel restituire dignità e speranza alle persone, quelle che, purtroppo, appartengono al “pubblico”).

Il problema o la difficolt, consiste, quindi, nel fatto che se si vuole che la disoccupazione scenda sotto un certo livello che sembra necessario per la stabilità del sistema economico allora il sistema dei prezzi non può essere lasciato al mercato (poiché questo causerebbe la ben nota spirale inflazionistica), ma è necessario un intervento dello stato sotto forma di “politica dei redditi e dei prezzi” (ohibò, politica dei redditi sembra un telegiornale del passato). Lo stato non può limitarsi ad intervenire per sostenere la domanda aggregata ma deve impegnarsi anche nella gestione della distribuzione del reddito. Appare quindi necessario (in Economia apparire e necessario vanno sempre insieme, in caso contrario trattasi di religione mascherata) che lo Stato nel perseguire politiche di gestione e supporto della domanda debba intervenire anche nella distribuzione (del reddito). Qualcuno si ricorderà della scala mobile. Uno dei risultati possibili, come abbiamo visto, è il rincorrersi a catena di salari e prezzi (in assenza di un intervento dello Stato). La storia passata mostra che questi tentativi sono stati inutili, ma lo sono non per “la natura delle cose” ma per la chiara opposizione del sistema delle imprese assolutamente non disposta ad accettare interventi sui margini di profitto (tralascio di discutere le ragioni oggettive poiché non esistono). Quello che il sistema delle imprese capitalistiche è disposto ad accettare è un intervento dello Stato mediato attraverso di esse, detti anche “incentivi” per cui è possibile aumentare l’occupazione solo e se le imprese ricevono sussidi dallo Stato (se qualcuno pensa ai recenti interventi del governo Renzi fa bene e del resto ho già fatto notare più volte che la fiscalizzazione degli oneri sociali è cosa vecchia ma, a volte, il Novecento non è da buttare). Insomma, è essenziale per la legittimità sociale del capitalismo che il mercato e la piena libertà delle imprese siano visti come indispensabili.

Il circolo vizioso è quindi chiaro: se si vuole aumentare l’occupazione è necessario che lo Stato sostenga la domanda ma questo a sua volta implica una gestione del sistema dei prezzi e conseguentemente dei margini di profitto che non è possibile causa la resistenza del sistema delle imprese (per chi non avesse capito eufemismo per “mercato”). Di fatto e molto semplicemente, la via per trascendere il sistema capitalistico passa proprio attraverso l’aumento dei livelli di occupazione in netta e chiara opposizione al mercato.

Ovviamente, il neoliberismo era ed è la risposta a questa minaccia e vedremo come ha reagito per evitare questo pericolo.

(“Si vedrà da queste pagine se sarò io od un altro l’eroe della mia vita [anche se] in considerazione del giorno e dell’ora della mia nascita (fu dichiarato) che avrei avuto il privilegio di vedere spiriti e fantasmi” e talpe), continua…….

 

Sì o no?

Referendum Trivelle: le ragioni del Sì, le ragioni del No. Votare informati

di Angelo Romano e Antonio Scalari (con Arianna Ciccone, Marco Nurra, Andrea Zitelli – valigiablu.it

Il dibattito sul cosiddetto “referendum anti-trivelle” si è caricato, in queste settimane, di significati politici e simbolici che vanno al di là della stessa questione (tutto sommato limitata) oggetto del quesito referendario. Nel confronto tra le ragioni del sì e quelle del no, o dell’astensione, si è finito spesso per prendere di mira non le tesi, ma i loro sostenitori, finendo per parlare di questioni molto più ampie, come il fabbisogno energetico, l’inquinamento ambientale, i consumi. Da una parte si è evocato il rischio della “marea nera” o dei danni al turismo, dall’altra quello della perdita di posti di lavoro e della fine di un intero settore economico e industriale (in una polemica contro l’“ambientalismo ideologico” e l’“Italia dei no”).

Abbiamo, perciò, messo in fila alcune delle affermazioni che in queste settimane sono state pronunciate a sostegno del sì e del no, convinti che la correttezza degli argomenti utilizzati in una discussione sia indispensabile per comprendere il tema e quindi votare in modo consapevole.

In un altro articolo abbiamo ricostruito tutto il percorso referendario, la questione istituzionale e lo scontro Stato-Regioni, gli studi sulla qualità del petrolio in Italia, la storia dei nostri giacimenti e i rischi legati alle nuove tecniche di estrazione e ricerca idrocarburi, in particolare la tecnica air-gun e il rischio della subsidenza dei nostri suoli.

Qual è il quesito referendario?

Il testo del quesito referendario è:

Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilita’ 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale?

Nello specifico si chiede di cancellare la norma che consente alle società petrolifere di cercare ed estrarre gas e petrolio entro le 12 miglia marine dalle coste italiane senza limiti di tempo. Nonostante, infatti, le società petrolifere non possano più richiedere per il futuro nuove concessioni per estrarre in mare entro le 12 miglia, le ricerche e le attività petrolifere già in corso non avrebbero più scadenza certa.

Il quesito referendario, quindi, non riguarda le trivellazioni sulla terraferma, né quelle in mare che si trovano a una distanza superiore alle 12 miglia dalla costa (22,2 chilometri), né nuove concessioni entro le 12 miglia marine, vietate dalle norme introdotte nella legge di stabilità 2016.

Cosa succede se vince il sì?

Se il quesito dovesse passare, alla scadenza naturale della concessione, le compagnie petrolifere non potranno rinnovare la licenza anche se i giacimenti non sono ancora esauriti.

Cosa succede se il referendum non passa?

Se il referendum fallisse, alla scadenza delle concessioni le compagnie petrolifere potranno chiedere un prolungamento dell’attività e, ottenute le autorizzazioni in base alla Valutazione di impatto ambientale, potranno estrarre gas o petrolio fino all’esaurimento completo del giacimento.

Perché la soglia delle 12 miglia?

La soglia limite delle 12 miglia è stata introdotta nel 2010 dal cosiddetto “Decreto Prestigiacomo”, approvato subito dopo l’esplosione nel Golfo del Messico della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon, per la salvaguardia delle coste e la tutela ambientale.

Da allora questa soglia è stata più volte oggetto di revisioni. Nel 2012, il Decreto legge “Misure urgenti per la crescita del Paese” del governo Monti ha esteso il limite previsto dal precedente decreto all’intero litorale nazionale (e non solo alle aree marine protette) e ha stabilito che le richieste delle compagnie debbano essere sottoposte alla valutazione di impatto ambientale e al parere degli enti locali interessati. Questa rimodulazione – ratificata dal Decreto Ministeriale 9 agosto 2013 – ha ridotto del 44% la superficie totale delle zone marine aperte alle attività minerarie. Tuttavia, col nuovo decreto, tale divieto si applicava solo alle nuove richieste di ricerca ed estrazione di idrocarburi in mare, salvando tutte le richieste presentate e le concessioni autorizzate prima dell’emanazione del Decreto Prestigiacomo, ovvero il 20 giugno 2010.

La Legge di Stabilità 2016 ha stabilito il divieto di ricerca e coltivazione idrocarburi nelle zone di mare poste entro 12 miglia dalle linee di costa, tranne che per “i titoli abilitativi già rilasciati, fatti salvi per la durata di vita utile del giacimento”. Una compagnia può, così, continuare a trivellare entro le 12 miglia, se ha ottenuto la licenza prima dell’entrata in vigore della legge di stabilità 2016 e potrà farlo fino all’esaurimento del giacimento. In altre parole, con questa norma il governo ha messo le concessioni già autorizzate al riparo dal divieto di poter estrarre idrocarburi entro le 12 miglia. È sparito, inoltre, ogni riferimento al parere sul rinnovo delle concessioni (che ogni 5 anni potevano essere prorogate di volta in volta fino all’infinito) degli enti locali, “posti in un raggio di dodici miglia dalle aree marine e costiere interessate dalle attività”, come recitava la vecchia legge.

Questo referendum, così come è stato riformulato dalla Cassazione, chiede, quindi, di ripristinare uniformare il divieto di estrarre idrocarburi entro le 12 miglia così come già previsto per le nuove licenze, estendendolo anche alle concessioni già autorizzate, consentendo loro però di restare attive fino alla scadenza legale del permesso.

Le ragioni del Sì

Il referendum affronta diverse questioni. Innanzitutto una giuridica. Per il costituzionalista Enzo Di Salvatore (tra i promotori dei quesiti referendari) la norma presente nella “Stabilità 2016” è «palesemente illegittima in quanto una durata a tempo indeterminato delle concessioni viola le regole sulla libera concorrenza». La legge, prosegue Di Salvatore, in altri termini, si pone in contrasto con il diritto dell’Unione europea e, segnatamente, con la direttiva 94/22/CE (recepita dall’Italia con d.lgs. 25 novembre 1996, n. 625), che in materia di ricerca e di estrazione di idrocarburi «prescrive che “la durata dell’autorizzazione non superi il periodo necessario per portare a buon fine le attività per le quali essa è stata concessa” e che solo in via eccezionale (e non in via generale e a tempo indeterminato) il legislatore statale possa prevedere proroghe della durata dei titoli abilitativi, “se la durata stabilita non è sufficiente per completare l’attività in questione e se l’attività è stata condotta conformemente all’autorizzazione”». La conseguenza, sempre per il costituzionalista, potrebbe essere l’apertura da parte dell’Unione Europea di una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia.

Poi c’è la questione ambientale. Le trivellazioni andrebbero fermate per tutelare i nostri mari. I promotori fanno riferimento ai rischi legati alle tecniche di ricerca (la cosiddetta tecnica air-gun) ed estrazione di idrocarburi, che, secondo loro, possono incidere sulla fauna marina, elevando il livello di stress o provocando danni, al rischio di subsidenza (cioè l’abbassamento della superficie del suolo, causato da fenomeni naturali o indotto dall’attività dell’uomo), ai danni provocati da eventuali incidenti.

A queste, si aggiunge quella di politica energetica. Il voto, per i promotori, ha un grosso valore simbolico. Un’eventuale vittoria del Sì, darebbe un segnale al governo nell’incentivare la produzione di energia da fonti rinnovabili.

Infine, il referendum ha un obiettivo politico. Mira a far sì che il divieto di estrazione entro le 12 miglia marine sia assoluto e ad evitare, qualora non si raggiungesse il quorum o prevalesse il No, che il Parlamento un giorno possa prevedere che si torni a cercare ed estrarre gas e petrolio ovunque, anche all’interno delle 12 miglia. Inoltre, in caso di fallimento del referendum, potrebbe esserci il rischio che le compagnie titolari di licenze possano anche raddoppiare le piattaforme legate alle concessioni loro assegnate.

Le ragioni del No

Contro il referendum è stato fondato il comitato “Ottimisti e razionali“, presieduto da Gianfranco Borghini, ex deputato del Partito Comunista e poi del PdS, e che vede al suo interno, tra gli altri, Piercamillo Falasca (presidente di Stradeonline.it), Umberto Minipoli (Associazione Italiana Nucleare), Davide Tabarelli (Nomisma) e Chicco Testa (Presidente di Assoelettrica). Anche nel caso delle posizioni del comitato per il NO al referendum possono essere individuate quattro questioni fondamentali.

La questione energetica. L’Italia estrae sul suo territorio il 10% del gas e del petrolio che utilizza: se le concessioni in scadenza non dovessero essere rinnovate, la quota di energia prodotta da quelle attività estrattive non verrebbe sostituita da altrettante pale eoliche o pannelli solari, ma da altrettanto gas naturale o petrolio proveniente da altre parti del mondo. Diventeremmo quindi maggiormente dipendenti dai paesi fornitori come la Russia.

La questione ambientale. Se il referendum vincesse, arriverebbero in Italia più petroliere, aumentando i rischi di inquinamento da idrocarburi nel mar Mediterraneo.

La questione sociale e occupazionale. La chiusura delle piattaforme significherebbe per le migliaia di persone lavorano nel settore la fine dei loro posti di lavoro.

La questione politica. Il referendum è lo strumento sbagliato per chiedere al governo maggiori investimenti nelle energie rinnovabili e, inoltre, svela, come scrive Giordano Masini su Strade (anch’egli membro del “Comitato Ottimisti e Razionali”), «un approccio fideistico e superstizioso ai problemi ambientali, che ne rifiuta la complessità e ne promuove la non-soluzione irrazionale in cambio di una comoda rimozione – occhio non vede, cuore non duole». Il referendum sarebbe, così, “intriso di sindrombe Nimby”, cioè attento a difendere il proprio cortile, senza porsi una visione d’insieme.

Il referendum fermerà le attività di estrazione di petrolio in Italia?

No > le piattaforme presenti entro le 12 miglia, oggetto del quesito referendario, sono 92, di cui 48 eroganti. Di queste 39 estraggono gas e solo 9 petrolio. Solo l’8,7% del petrolio estratto in Italia è in mare. Gran parte della ricerca di idrocarburi in Italia avviene, infatti, su terraferma. Su 107 concessioni autorizzate, 84 sono su terraferma e 23 sul fondale marino. Le regioni in cui sono presenti pozzi a terra sono l’Emilia Romagna, il Lazio, la Lombardia, il Molise, il Piemonte, la Sicilia, la Toscana (con i giacimenti nelle aree di Grosseto e Pisa) e la Basilicata, dove viene estratto il 70% del petrolio nazionale.

Se vince il Sì mettiamo a rischio la nostra autosufficienza energetica?

No > perché le quantità di gas e petrolio estratte entro le 12 miglia non sono così significative da comportare scenari da crisi energetica per il nostro paese. Giovanni Esentato, segretario dell’Associazione Imprese Subacquee Italiane, in un post molto condiviso su Facebook ha scritto che:

In pratica con già tutte le strutture fatte, i tubi posati sul fondo del mare e senza dover fare nessuna nuova perforazione, saremmo costretti a chiudere i rubinetti delle piattaforme esistenti da un giorno all’altro rinunciando a circa il 60-70% della produzione di gas nazionale (gas metano stiamo parlando e non petrolio). Non potendo da un giorno all’altro sopperire a questo fabbisogno con le fonti rinnovabili il tutto si tradurrebbe in maggiori importazioni ed incremento di traffico navale (navi gassiere e petroliere) nei nostri mari, alla faccia dello spirito ambientalista che anima i comitati promotori e con sostanzioso impatto sulla nostra bolletta energetica

In realtà, come scrive Dario Faccini su Aspo Italia (Associazione per lo studio del piccolo per il petrolio), basandosi sui dati ufficiali del Ministero dello Sviluppo Economico, se il referendum passasse rinunceremmo al 17,6% della produzione nazionale di gas (pari al 2,1% dei consumi nel 2014) e al 9,1% della produzione nazionale di petrolio (pari allo 0,8% dei consumi nel 2014). In questo calcolo sono state prese in considerazione solo le piattaforme eroganti, cioè funzionanti. Facendo riferimento anche ai pozzi marini senza piattaforme, o alle piattaforme che raccolgono la produzione di pozzi a terra, la percentuale di gas estratto cui rinunceremmo sarebbe maggiore di tre punti percentuali.

via Aspo Italia

Le 17 concessioni di gas interessate dal referendum hanno estratto 1,21 miliardi di metri cubi di gas, mentre le 4 concessioni di petrolio hanno estratto 500mila tonnellate di petrolio.

via Aspo Italia

Nel 2014, la produzione di idrocarburi in Italia ha soddisfatto quasi il 10% del consumo totale nazionale. I nostri giacimenti hanno prodotto 7.286 milioni di metri cubi di gas (e di questi, 4.863 milioni, pari al 67%, in mare) e 5,75 milioni di tonnellate di petrolio (di cui solo 0,75 milioni in mare).

via Ministero Sviluppo Economico

Se vince il Sì, le piattaforme chiuderanno immediatamente e saranno a rischio migliaia di posti di lavoro?

No > perché le concessioni saranno valide fino alla loro scadenza, come era già previsto fino al 31 dicembre 2015, prima che entrasse in vigore la norma della legge di stabilità che ha prorogato le licenze fino all’esaurimento dei giacimento. Di tali concessioni, una scade fra due anni, altre cinque fra 5 anni, tutte le altre scadranno tra 10-20 anni. Questo vuol dire che prima di quelle date non si perderà un solo posto di lavoro per effetto del referendum. Inoltre, 9 piattaforme non sono interessate dal referendum perché la richiesta di proroga è stata fatta prima dell’entrata in vigore della legge di stabilità e, verosimilmente, verranno concesse anche in caso di vittoria del referendum.

Con queste piattaforme, l’Italia rischia un disastro ambientale come quello che si è verificato nel Golfo del Messico?

No, ma > Nel 2010 una esplosione avvenuta sulla piattaforma di estrazione Deepwater Horizon provocò nelle settimane successive la fuoriuscita di più di 500mila tonnellate di petrolio nel mare del Golfo del Messico provocando un grave disastro ambientale. Sebbene si possa escludere che in uno degli impianti italiani che estraggono petrolio possa accadere un disastro di queste dimensioni in termini di volume, il rischio di incidenti c’è, anche se ad oggi non sono mai avvenuti. Come spiega Ezio Mesini, docente dell’Università di Bologna, la struttura dei pozzi petroliferi italiani è molto diversa da quella delle piattaforme dove si sono verificati gravi incidenti. Negli anni ‘60 nel mare Adriatico si è verificato un incidente al largo di Ravenna, con fuoriuscita di metano ma, dice Mesini, si è trattato di una fuga di gas con danni ambientali non paragonabili a quelli provocati dalla Deepwater Horizon.

Il Mar Mediterraneo, però, soffre già di inquinamento da idrocarburi, causato dal trasporto di petrolio. Secondo quanto riporta l’Istituto Superiore per la Protezione e Ricerca Ambientale (Ispra), dal 1977 al 2010 sono state sversate nel Mediterraneo circa 312.000 tonnellate di petrolio, senza considerare alcune decine di incidenti per i quali non è nota la quantità di greggio fuoriuscito. Nello stesso periodo di tempo nei mari italiani si sono verificati 132 incidenti di cui 52 con sversamento del carico durante il trasporto.

L’Italia dipende ancora dai combustibili fossili per i propri consumi?

Sì, ma > Come gli altri paesi anche l’Italia non può ancora fare a meno di petrolio e gas naturali (nel 2015, infatti, secondo l’ultimo rapporto di GSE – Gestore Servizi Energetici, responsabile del monitoraggio statistico dello sviluppo delle fonti rinnovabili in Italia – a livello nazionale la stima preliminare del consumo totale di energia proveniente da fonti rinnovabili è stato del 17,3%, +4,3% rispetto a cinque anni prima).

Tuttavia, secondo i dati del Ministero dello Sviluppo Economico, nel 2014 si è registrata una riduzione del consumo interno lordo di petrolio dell’1,8% e di gas naturale dell’11,6% rispetto al 2013. In generale, il consumo di energia in Italia è diminuito del 3,8%.

Contestualmente, si è registrato un aumento della produzione nazionale di energia elettrica (+2,8%) e, in particolare, proveniente dalla produzione di petrolio (+4,8%) e da fonti rinnovabili (+4,7%), mentre è diminuita la produzione di gas naturale (-7,6%).

Il magazine Strade nota che «un terzo dell’energia elettrica che usiamo, anche quella che tiene accesi i nostri computer e ricarica i nostri smartphone da cui scriviamo accorati appelli “contro le trivelle”, viene dal gas». Tuttavia, come mostrano i dati sul consumo interno lordo di energia elettrica, raccolti dalla società Terna, operatore di reti per la trasmissione dell’energia elettrica, nel 2013 la quota percentuale di energia elettrica prodotta da rinnovabili è stata del 33,9%. Ed è salita al 37,5% nel 2014. Mentre l’energia elettrica ricavata da fonti tradizionali è scesa dal 53,3 al 48,8%. Questi numeri dimostrano che il contributo delle fonti rinnovabili alla produzione nazionale di energia elettrica eguaglia (e supera) ormai quello del gas naturale (sceso dal 33% del 2013 al 29,1% nel 2014).

Secondo un’indagine pubblicata da “Oil Change International” a dicembre 2015, l’Italia spende in sussidi ai combustibili fossili risorse 42 volte maggiori dei fondi destinati alle politiche climatiche. Per 84 miliardi di dollari l’anno dati all’industria petrolifera, solo 2 vengono destinati al Fondo verde per il clima, creato dall’ONU per catalizzare fondi da spendere in misure di adattamento e mitigazione degli effetti del riscaldamento globale. L’Australia spende in sovvenzioni alla dirty energy 113 volte di più ogni anno rispetto agli impegni che prende con il Fondo per il clima, il Canada ha un rapporto di 79:1, il Giappone 53:1, il Regno Unito 48:1, l’Italia 42:1, gli Stati Uniti 32:1, la Germania 21:1 e la Francia 6:1.

via Oil Change International

È un referendum “NIMBY”?

No > L’espressione Not In My Back Yard, letteralmente “non nel mio cortile”, viene utilizzata per definire la protesta di una comunità locale di fronte alla realizzazione di un impianto o di un’opera in prossimità di un centro abitato, per timore di conseguenze ambientali o sanitarie. L’acronimo NIMBY sottointende un giudizio dispregiativo nei confronti di una protesta che si suppone essere interessata soltanto a impedire che la realizzazione di un’opera avvenga “nel proprio cortile”, cioè vicino a casa propria, per un atteggiamento di egoismo locale. Secondo Dieter Rucht, NIMBY sono quei «gruppi e movimenti che vogliono liberarsi dei problemi nel loro territorio, ma non li definiscono come questioni di principio». Il referendum del 17 aprile non può essere definito una iniziativa NIMBY perché ha come oggetto una questione nazionale, anche se è stato presentato dalle regioni. Inoltre, tra le ragioni alla base del referendum non c’è soltanto la volontà di impedire la costruzione di piattaforme di estrazione vicino alle coste per non danneggiare l’economia del turismo, ma c’è anche la volontà di porre al centro del dibattito nazionale il tema della politica energetica. Gli stessi critici del referendum imputano ai sostenitori del sì l’intenzione di voler dare un segnale politico al di là del merito del quesito. Ma se è così, allora il referendum non può essere ridotto a una iniziativa NIMBY.

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Il Medio Oriente secondo Matteo

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Renzi, pieno sostegno a Israele, per i palestinesi solo un po’ di aiuti

Gerusalemme/Betlemme. Il Presidente del Consiglio italiano in visita in Israele, tra slogan e qualche banalità, offre un sostegno aperto e incondizionato a Netanyahu. Ai palestinesi promette solo assistenza umanitaria e “cooperazione culturale”. Non ha mai usato le parole occupazione e colonie.

Matteo Renzi ieri alla Knesset © Michele Giorgio

di Michele Giorgio – ilmanifesto.info, 23 luglio 2015

Mat­teo Renzi si pro­clama l’artefice della ripresa dell’Italia, il capo del governo che ha rilan­ciato il nostro Paese, anche in poli­tica estera. Al contra­rio con il suo primo viag­gio uffi­ciale in Israele, ieri e mar­tedì, con una breve parentesi a Betlemme dove ha incon­trato il lea­der dell’Anp Abu Mazen, il Pre­si­dente del Con­si­glio ha con­fer­mato che dell’Italia lui rappresenta l’inconsistenza nelle que­stioni che con­tano. Il primo mini­stro di un Paese che è parte del G8, punto sul quale insi­ste pro­prio Renzi, non può limi­tarsi a ripe­tere slo­gan e ovvietà quando si con­fronta con una delle crisi cen­trali del nostro tempo, quella israelo-palestinese. Una que­stione che chiama in causa la legge internazio­nale, le Con­ven­zioni di Gine­vra, il ruolo delle Nazioni Unite e della Corte penale inter­na­zio­nale, che condiziona la poli­tica estera di Paesi arabi ed occi­den­tali e che con­ti­nua a gene­rare atti­vi­smo e passioni in tutto il mondo. È in queste occa­sioni che un pro­ta­go­ni­sta della scena inter­na­zio­nale si dimostra tale. Mat­teo Renzi ha confer­mato di non esserlo.

Si sa dove da sem­pre batte il cuore del Pre­si­dente del Con­si­glio. E lo ha con­fer­mato lui stesso ieri a Geru­sa­lemme con il discorso che ha pro­nun­ciato davanti alla Knes­set, pre­sente il pre­mier Netanyahu. Trenta minuti di esal­ta­zione acritica di Israele, di dichia­ra­zioni d’amore eterno con­dite da sto­rie per­so­nali che da un lato hanno susci­tato l’applauso di depu­tati, mini­stri e del folto pubblico pre­sente ma dall’altro devono essere apparse troppo enfa­ti­che agli stessi diri­genti e parlamen­tari israe­liani. «Voi avete il dovere di esi­stere e di resi­stere e di tra­man­dare ai vostri figli, come ai miei tre figli — Fran­ce­sco, Ema­nuele ed Ester — per­ché siete un punto di rife­ri­mento anche se a volte pos­siamo avere dei dis­sensi», ha detto ad un certo punto Mat­teo Renzi. Mar­tedì aveva pro­cla­mato che «Israele è il paese delle nostre radici, delle radici di tutto il mondo e anche il paese del nostro futuro».

Nes­suno vieta a Renzi di espri­mere la sua ammi­ra­zione per Israele e di bana­liz­zare la sto­ria. Ma il Pre­si­dente del Con­si­glio ita­liano è anche il rap­pre­sen­tante del terzo Paese dell’Ue e non può riassumere “tutto il resto” in quat­tro parole: «La pace sarà pos­si­bile solo con due Stati e due popoli e solo se sarà garan­tita piena sicu­rezza di tutti: il diritto dello Stato pale­sti­nese all’autodeterminazione e quello dello Stato ebraico alla pro­pria sicu­rezza». Non può limi­tarsi a pronun­ciare frasi ad effetto, per com­pia­cere Neta­nyahu e i suoi mini­stri, come «Chi pensa di boicot­tare Israele non si rende conto di boi­cot­tare se stesso, di tra­dire il pro­prio futuro. l’Italia sarà sem­pre in prima linea nel forum euro­peo e inter­na­zio­nale con­tro ogni forma di boi­cot­tag­gio ste­rile e stu­pido». Per­chè dall’altra parte del Muro costruito da Israele in Cisgior­da­nia e che Renzi ha certa­mente visto men­tre si recava a Betlemme – Sil­vio Ber­lu­sconi riu­scì addi­rit­tura a non scorgerlo – ci sono quasi tre milioni di pale­sti­nesi che recla­mano libertà, fine dell’oppressione e dell’occupazione mili­tare israe­liana. E ci sono inol­tre due milioni di pale­sti­nesi di Gaza che vivono in una pri­gione a cielo aperto che pos­sono aprire e chiu­dere solo Israele e l’Egitto di Abdel Fat­tah al Sisi, quello figlio del golpe, delle cen­ti­naia di con­danne a morte, degli atti­vi­sti anti Mubarak sbat­tuti in galera, della libertà di stampa negata, del quale il Pre­si­dente del Con­si­glio si è detto un soste­ni­tore e uno stretto alleato. E non si pos­sono dimenticare i cin­que milioni di profughi pale­sti­nesi sparsi nei campi pro­fu­ghi di Libano, Siria e Gior­da­nia. Renzi, davanti alla Knes­set, non ha mai pro­nun­ciato la parola occu­pa­zione, non ha fatto rife­ri­mento alle riso­lu­zioni inter­na­zio­nali, ha evi­tato accu­ra­ta­mente di affron­tare la que­stione della colo­niz­za­zione dei ter­ri­tori occu­pati, ha ricor­dato solo le sof­fe­renze israe­liane per il razzi pale­sti­nesi di un anno fa dimenticando i 2.200 pale­sti­nesi uccisi, tra i quali cen­ti­naia di bam­bini, e le distru­zioni immense subite da Gaza sotto bom­bar­da­mento israe­liano per 50 giorni.

Chi pro­clama di voler fare grande l’Italia non può chiu­dere nello scan­ti­nato i pale­sti­nesi e i loro diritti, come ha fatto il primo mini­stro ita­liano ieri durante il breve pas­sag­gio per il palazzo presiden­ziale a Betlemme. Durante la conferenza stampa con Abu Mazen (non aperta alle domande dei gior­na­li­sti) il pre­si­dente pale­sti­nese ha denun­ciato la colo­niz­za­zione. «La con­ti­nua costru­zione di colo­nie da parte di Israele fa per­dere spe­ranza al popolo pale­sti­nese che attende la sua patria da circa 70 anni», ha detto, aggiun­gendo subito dopo «ma le nostre mani sono tese per la pace verso i nostri vicini israe­liani sulla base delle riso­lu­zioni inter­na­zio­nali». Renzi è rima­sto impas­si­bile. Poi, come se Abu Mazen non avesse mai aperto bocca, ha esor­tato il lea­der pale­sti­nese a «lot­tare con­tro il ter­ro­ri­smo», promettendo l’assistenza dell’Italia all’economia e lo svi­luppo dei ter­ri­tori pale­sti­nesi. Pane non libertà.

Piccole cooperative crescono. Se arriveranno alla maggiore età è altra faccenda

segnalato e tradotto da Nammgiuseppe

Kazova

di Joris Leverink*www.znetitaly.org, 4 maggio 2015

“No, non ho ricevuto nessuna paga, ma ho ottenuto una fabbrica” è stata la risposta di Aynur Aydemir a uno degli ex colleghi della fabbrica tessile Kazova, quando le è stato chiesto se avesse mai ricevuto una qualche parte del denaro che ancora le dovevano i suoi ex padroni. “Che abbia successo o no, che sia vecchia o nuova, ho una fabbrica. Potremmo non avere il capitale necessario per gestire questa azienda e potremmo fallire in futuro, ma almeno abbiamo ottenuto qualcosa”.

Aynur è socia della piccola cooperativa Libera Kazova, che dopo due anni di lotta è riuscita finalmente a dichiarare vittoria a febbraio di quest’anno, quando è stata in grado di rivendicare la proprietà legale di un pugno di vecchie e usurate macchine tessili che in precedenza appartenevano agli ex padroni.

Nel corso di questi due anni Aynur e i suoi colleghi hanno occupato la loro vecchia fabbrica, sono stati malmenati dalla polizia e minacciati da violenti assoldati, hanno condotto marce di protesta e lottato sia nei tribunali sia nelle strade. Affrontando una battaglia ardua in cui hanno dovuto attaccare non solo i loro ex datori di lavoro ma anche il sistema stesso che consentiva lo sfruttamento dei lavoratori e consentiva ai padroni di uscire indenni da ogni confronto, i lavoratori della fabbrica Kazova si sono rifiutati di arrendersi. Hanno invece occupato. Hanno resistito. E oggi producono.

Occupare o non occupare?

Il calvario dei lavoratori della Kazova è iniziato nel gennaio del 2013 quando, non ricevendo la paga da quattro mesi, erano stati messi collettivamente in ferie per una settimana dai proprietari della fabbrica, i fratelli Umit e Umut Somuncu. Ai 94 lavoratori era stato promesso che al ritorno avrebbero trovato gli assegni paga, ma invece erano stati ricevuti dal legale della società che aveva annunciato loro che erano stati tutti licenziati per la loro “assenza immotivata” per tre giorni consecutivi.

Col senno di poi Aynur ritiene che se si fossero rifiutati di lasciare la fabbrica sin dal primo giorno, la loro resistenza sarebbe stata molto più forte. “Avremmo potuto non essere in grado di produrre ora, ma probabilmente avremmo ricevuto i nostri arretrati”, argomenta su una terrazza assolata del distretto centrale di Istanbul, Eyup, appena fuori dall’edificio in cui al terzo piano i suoi colleghi sono affaccendati a lavorare alla produzione di un nuovo lotto di maglioni colorati. “Per la situazione attuale è stato probabilmente un bene che ce ne siamo andati, ma alla fine 94 lavoratori hanno perso il posto senza ricevere alcun salario”.

Nei primi pochi caotici giorni dopo il loro licenziamento collettivo i lavoratori erano indecisi su quali passi intraprendere. Aynur suggerì di occupare la fabbrica, ma non ricevette molto sostegno. La maggior parte dei lavoratori era o troppo spaventata per resistere o costretta da difficoltà finanziarie a non perder tempo nel contestare l’ingiustizia. Quando alla fine un gruppo di trenta lavoratori decise di resistere era già troppo tardi per bloccare il saccheggio: i fratelli Somuncu avevano spogliato la fabbrica di tutto ciò che aveva qualche valore, comprese quaranta tonnellate di filati e molte delle macchine più piccole, sabotando quelle che erano troppo grosse da trasferire, per impedire ai lavoratori di continuare la produzione da soli.

Quando si resero conto di che cosa stava succedendo i lavoratori montarono una tenda di fronte alla fabbrica per impedire altri furti e sabotaggi. Condussero marce settimanali di protesta dalla piazza centrale del loro quartiere alla fabbrica per chiedere attenzione alla loro causa. Nei mesi successivi furono picchiati e intimiditi da teppisti assoldati e citati in giudizio dai loro vecchi padroni per aver rubato in fabbrica. Quando inscenarono una protesta il Primo Maggio, furono attaccati dalla polizia con gas lacrimogeni. Il punto di svolta si verificò il 30 giugno quando, resi incoraggiati dalle proteste nazionali per Gezi, i lavoratori restanti decisero di occupare la fabbrica.

Nascita di una cooperativa

I lavoratori hanno ricevuto una solidarietà incredibile nel corso della loro lotta di resistenza. Per Aynur questa è stata una delle esperienze più importanti: “Non mi aspettavo così tanta solidarietà dalla gente; non avevo mai visto una cosa simile prima. Pensavo che alcuni ci avrebbero aiutato per un po’ e poi sarebbero spariti, ma invece c’è stato un flusso costante di sostegno”.

Una delle migliaia di persone che avevano visitato la fabbrica per curiosità e per dimostrare sostegno è stato Ulus Atayurt, un giornalista indipendente e ricercatore sui movimenti autonomi dei lavoratori. Per lui la cooperativa Libera Kazova è un’eredità della rivolta di Gezi, uno dei pochi risultati tangibili della maggior rivolta popolare mai vista in Turchia. “Penso che i lavoratori siano stati ispirati dai movimenti di sinistra a montare la tenda di fronte alla fabbrica, ma sono stati ispirati da Gezi a fare il passo successivo e a occupare la fabbrica. Le migliaia di visitatori e di reti di solidarietà attraverso centinaia di forum popolari [fioriti in tutta Istanbul durante la rivolta] hanno fatto loro capire il potere e il significato di un’economia solidale”.

Dalla fruttuosa miscela prodotta dallo spirito di Gezi, dalle molte visite di solidarietà alla fabbrica, dai caratteri dei lavoratori e da persone come Ulus – attivisti e ricercatori con conoscenza di altri esempi di movimenti autonomi dei lavoratori – è nata l’idea di una cooperativa solidale. Presto i lavoratori rimasti – a quel punto sono un pugno di lavoratori della ex Kazova se n’era andato – hanno deciso di organizzarsi in cooperativa e hanno cominciato a fare piani su come gestire la loro futura fabbrica senza padroni.

Quella che è seguita è stata una lunga e defatigante battaglia legale in cui i lavoratori non si sono concentrati sul recupero dei salari ancora dovuti dai loro padroni bensì piuttosto sul recuperare le macchine tessili che avrebbero consentito loro di ripartire da zero, di costruire la loro propria fabbrica. A febbraio di quest’anno le macchine sono state messe all’asta. Un tribunale ha deciso che il ricavato dalla vendita doveva essere utilizzato per rimborsare i lavoratori ingannati. Se non si fosse presentato alcun acquirente potenziale le macchine sarebbero state utilizzate come risarcimento. Naturalmente i lavoratori preferivano la proprietà delle macchine alle paghe arretrate e così, quando è arrivato il giorno dell’asta e si è concluso senza alcuna offerta, i lavoratori hanno festeggiato l’esito come una vittoria.

Rottura del ciclo

Sono ora trascorsi alcuni mesi da quando la cooperativa Libera Kazova si è imbarcata nella sua avventura come una delle pochissime fabbriche a gestione operaia della Turchia. Anche se Aynur sarebbe la prima ad ammettere che non è stato facile, è intensamente felice di aver deciso di essersi messa su questa strada. “Sono molto più felice perché nessuno mi insulta più. Siamo realisti riguardo agli immensi problemi che abbiamo e che ancora ci aspettano in futuro, ma almeno non siamo più maltrattati”.

Ulus, che non ha aderito alla cooperativa ma sta aiutando i lavoratori a creare i loro canali di distribuzione, vive le difficoltà che i lavoratori hanno nell’adeguarsi quotidianamente a questi nuovi rapporti di lavoro. “Sulla carta l’auto-organizzazione, l’autogestione e il processo decisionale democratico suonano bene, ma se li si vuole applicare in fabbrica ci si rende conto che implicano un intero insieme di rapporti cui né i lavoratori né noi – quelli che li aiutano – siamo abituati”.

Aynur è d’accordo che “un’organizzazione senza capi è di per sé un peso” a causa delle responsabilità collettiva che significa che tutte le decisioni devono essere prese come gruppo. “Dobbiamo imparare un tipo di vita che non abbiamo mai conosciuto prima”, aggiunge con un sorriso che tradisce la sfida, una sfida che lei è felice di accettare.

Oggi la cooperativa produce 500 pullover al mese e li vende in rete e attraverso una rete di piccole boutique. Ma al fine di coprire tutti i costi tale numero dovrà essere aumentato a 800 pezzi al mese. I lavoratori ricavano grande soddisfazione dal fatto che oggi hanno il controllo dei loro mezzi di sussistenza e realizzare un profitto non è più ai primi posti nel loro programma. Il loro obiettivo finale è di diventare un modello per altri: autonomi e indipendenti e un esempio per quelli che attualmente sono intrappolati in un ciclo interminabile di sfruttamento, insulti e maltrattamenti.

Aynur, che percepisce il sistema attuale in Turchia come a favore del grande capitale a spese dei diritti e del benessere generale dei lavoratori, condivide il suo sogno: “Vogliamo che quando si tratterà dei nostri figli, della loro generazione, almeno abbiano il genere di sistema che oggi noi stiamo tentando di costruire”.

*Joris Leverink è un giornalista indipendente di Istanbul, redattore di ROAR Magazine ed editorialista di TeleSUR English. Questo articolo è stato pubblicato in origine su Contributoria.

Presidio di Natale

segnalato da barbarasiberiana

OCCUPAZIONI, PRESIDI, PROTESTE: IL NATALE IN FABBRICA DI CHI PERDE IL LAVORO

Di Michele Azzu – fanpage.it, 24/12/2014

Occupazioni, presidi, blocchi dell’autostrada. E c’è chi minaccia il gesto estremo. Le fabbriche in crisi dove si rimarrà in presidio anche a natale.

Maurizio Landini lo aveva detto alle manifestazioni, e all’indomani delle botte prese a Roma dagli operai dell’Ast di Terni: “Ci sono tante fabbriche occupate”, dai presidi ora dismessi dell’Ast alla Trw di Livorno. E le feste natalizie sembrano, anno dopo anno, occasione per i lavoratori cassintegrati, disoccupati, in mobilità, per i call center che dismettono, di ritrovarsi ai presidi per sentirsi uniti. In attesa, forse, della speranza di un anno migliore. Sono tanti i presidi che andranno avanti durante le festività, da nord a sud, e tanti i lavoratori che passeranno queste feste con la paura di perdere il posto. Vediamo le principali vicende di questi giorni.

Alcoa, Sulcis. Il 20 dicembre il presidio degli operai dell’Alcoa, fuori dallo stabilimento ormai chiuso, ha compiuto sette mesi. “230 giorni, 7 mesi che presidiamo nel bene e nel male si va avanti duri e testardi”, scrive su Facebook Pierpaolo Gai, operaio. “Le visite sono finite? Non si viene solo a portare notizie relativamente buone ma anche per trovare i lavoratori che si stanno sacrificando e per fare la propria parte”, conclude. La fabbrica occupava 450 dipendenti, e altri 500 nelle aziende dell’indotto. Nelle trattative per il rilancio della fabbrica, che vanno avanti da anni senza risultati, pare ci siano dei timidi segnali positivi con la Glencore nel tavolo al ministero del 15 dicembre. I alvoratori dell’indotto se la passano anche peggio. Nel frattempo il rapporto stilato dalla Fsm Cisl mette i numeri nero su bianco: 1.200 nuovi licenziati nel Sulcis nel solo mese di dicembre. Il 5 dicembre il sottosegretario Delrio è venuto in visita con presidente della regione Pigliaru. “Vigileremo su questo aspetto, abbiamo a cuore questa vertenza”. Affermazioni molto simili a quelle sentite dagli ultimi quattro governi.

Trw, Livorno. Tutto finito per i 412 dipendenti della fabbrica di componenti automobilistiche. La società americana ha chiuso la fabbrica, che fino a ieri lavorava principalmente per Fiat. Sono passati solo due mesi dall’annuncio della chiusura, due mesi in cui ogni tentativo dei sindacati e del ministero di far tornare l’azienda sui propri passi è risultato vano. “Non apprezziamo la rigidità con cui Trw sta affrontando la vertenza dell’impianto di Livorno”, scriveva una note del ministero di inizio dicembre. Un presidio dei lavoratori è stato creato davanti la prefettura della città. Il 16 dicembre c’è stata la firma per la mobilità incentivata per i lavoratori. Ora si pensa ad un accordo di programma simile a quello della Lucchini di Piombino, non troppo lontana, che col riconoscimento di “area di crisi complessa” potrebbe portare qualche soldo pubblico per le bonifiche e il porto. Un natale davvero infelice per 400 famiglie toscane, che nel giro di 60 giorni sono passati dal lavoro al licenziamento.

Oms Ratto, Genova. La fabbrica biomedicale di Sestri Ponente, a Genova, dà lavoro a sessanta persone. Pochi giorni fa i lavoratori hanno deciso di occupare la fabbrica, contro la decisione di mettere in liquidazione dell’azienda. Una nota dell Fiom Cgil spiega il motivo di questa decisione dell’azienda: “Esaote, azienda leader del biomedicale e principale committente della Oms Ratto ha optato per un nuovo piano industriale che ha coinvolto negativamente molti fornitori”. Inutili le trattative su un eventuale rilancio. E ora la situazione è drammatica, perché gli ultimi stipendi pagati ai dipendenti risalgono ad agosto. Per questo la decisione di occupare la fabbrica, finché non arirverà l’interesse delle istituzioni, un passo indietro dell’azienda, un tavolo al ministero. I dipendenti potrebbero passare in fabbrica anche le festività.

Ri-Maflow, Milano. I lavoratori della Ri-Maflow di Trezzano sul Naviglio, alle porte di Milano, sono ormai una colonna delle fabbriche occupate, un modello ispirato alle fabbriche recuperate argentine impiantato in Italia con grande forza di volontà. La fabbrica Maflow, una volta metalmeccanica, mise 240 dipendenti in cassa integrazione dal 2010, e chiuse definitivamente i battenti nel dicembre 2012. E allora arriva l’idea di costituire una cooperativa. Con il sogno di una nuova produzione, che potesse reimpiegare tutti gli ex dipendenti. Nell’estate del 2012 viene individuato il settore in cui la cooperativa avrebbe avuto il suo mercato: il riciclo dei rifiuti, soprattutto (ma non esclusivamente) tecnologici. Ora i lavoratori della Ri-Maflow hanno lanciato una raccolta fondi per trovare, entro la fine di dicembre i 15.000 euro necessari all’acquisto di un compressore. Che permetterebbe di partire con la produzione. Ad oggi sono stati raccolti 11.463 euro, e manca poco al traguardo. Forse, nonostante l’impegno che va avanti da molti anni, alla Ri-.Maflow sarà un buon natale passato in fabbrica.

Sangalli Vetro, Manfredonia. Il 18 dicembre 2 operai della Sangalli Vetro sono saliti sulla torre dello stabilimento minacciando di buttarsi di sotto. L’azienda è in crisi, con un buco di 130 milioni di euro, e gli impianti sono fermi dal 1 dicembre. 250 dipendenti rischiano il posto di lavoro, più altri 150 dell’indotto. A fine novembre sono state avviate le procedure per spegnere l’impianto del vetro float, che quindi dovrebbe cessare le attività verso natale. I sindacati hanno chiesto la cassa integrazione per 160 operai per un anno. C’è un presidio ai cancelli della fabbrica che è nato nei primi giorni del mese, e che continuerà durante le feste. A forno spento le speranze di continuare la produzione scendono a zero. Per questo i due operai sulla torre hanno voluto protestare per cercare di richiamare l’attenzione del governo e del ministero, per l’apertura di un tavolo.

Pigna, Bergamo. Il 17 dicembre i lavoratori della storica azienda di quaderni degli stabilimenti di Alzano Lombardo hanno condotto un presidio al mercato scittadino dove hanno distribuito volantini per far conoscere la situazione critica in cui versa la fabbrica. Ci sono 240 lavoratori coinvolti. “Pigna, il tempo scorre sui nostri diritti”, questo il titolo del volantino. I lavoratori sono riusciti a coinvolgere la gente della cittadina, anche perché la fabbrica opera dal 1919. 95 anni, e forse non si arriverà ai 100. Perché entro pochi giorni, con la fine dell’anno, l’azienda dovrebbe presentare la ricapitalizzazione, ma ancora sindacati e dipendenti non conoscono le intenzioni della dirigenza. La sensazione, però, è che arriveranno brutte notizie. Pigna occupa circa 400 persone, co glia altri stabilimenti. Si preannuncia un natale amaro per i lavoratori dei quaderni, che continueranno a volantinare e fare presidi, almeno con la solidarietà di un paese stretto attorno a una fabbrica secolare.

Ideal Standard. Ci saranno 76 esuberi, 76 persone che dovranno andare in mobilità volontaria nella nota azienda di sanitari e rubinetterie. 45 riguardano lo stabilimento di Trichiana (Belluno), 6 a Brescia e 25 a Frosinone. L’annuncio era stato dato lo scorso novembre. L’accordo firmato fra azienda e sindacati prevede che le persone che decideranno di andare in esubero dovranno comunicarlo entro il 30 dicembre, mentre l’8 gennaio ci sarà un incontro al ministero dello sviluppo economico sul futuro dell’azienda. Purtroppo, ad esuberi già avvenuti. Nello stabilimento di Orcenico di Zoppola (Pordenone), invece, c’è una trattative per la cessione da parte di Ideal Standard alla cooperativa Ideal Scala. Qui altri 400 lavoratori da oltre un anno temono per il proprio posto. Anche perché le trattative non vanno benissimo: di recente le parti si sono allontanate e sembrava essere saltato tutto. Pochi giorni fa alcuni operai si sono incatenati al cancello del municipio.

Fiat, Termini Imerese. “Ad agosto Renzi disse che il fallimento del rilancio di Termini Imerese avrebbe comportato il fallimento della politica e del governo: voglio prendere sul serio quelle parole pronunciate dal premier”, ha detto in questi giorni Maurizio Landini. Ci sono novità sullo stabilimento ex Fiat abbandonato da anni e in attesa di rilancio: l’azienda Metec ha manifestato interesse a rilevare la fabbrica. Per questo servirebbe un prolungamento della cassa integrazione in deroga, chiede il leader della fiom. Anche perché questa è l’ultima spiaggia: le trattative che davano per fatta l’accordo con Grifa- che avrebbe dovuto produrre auto ibride – sono saltate e non se ne fa più niente. Tre anni di trattative finite nel nulla. Perché nonostante i pre-accordi al ministero, Grifa non aveva la liquidità necessaria a fare l’investimento iniziale di 100 milioni di euro. Ma ora l’accordo di programma dovrebbe mettere sul piatto 290 milioni di euro di soldi pubblici. Ma il 30 dicembre scade la cassa integrazione, e rimangono pochi giorni quindi per la cessione dell’azienda. Sarà un natale molto difficile per la fabbrica che ha 800 dipendenti (una volta erano 1.400). Pochi giorni fa gli operai hanno bloccato l’autostrada per protesta, e tre di loro hanno minacciato il suicidio.

Om Carrelli, Bari. La fabbrica dà lavoro a 200 operai. Che hanno avuto un’amarissima sorpresa pochi giorni fa: l’azienda Metec che aveva manifestato interesse a rilavarli, ha invece manifestato l’intenzione a comprare lo stabilimento siciliano ex Fiat, Termini Imerese. Il problema è che ancora non si sa se una fabbrica esclude l’altra, e ora operai e sindacati pugliesi se la prendono con le istituzioni per avere introdotto Metec nella questione Fiat. Alla luce di questi fatti, il ministro dello sviluppo economico Federica Guidi ha convocato per gennaio un incontro sulla situazione dell’azienda. Sembrava che le trattative stessero andando nella giusta direzione, dopo che nell’ottobre 2013 gli operai avevano condotto dei lunghi presidi ai cancelli per impedire all’azienda di portare via 240 carrelli rimasti nel magazzino, del valore di 12 milioni di euro. Ma in realtà nelgi utlimi mesi Metec non sembrava più fornire garanzie. Un natale amaro anche per i 200 operai dei carrelli.

Mestieri green

DALL’AGRONOMO AL BIOARCHITETTO: LA RIVINCITA DEI MESTIERI GREEN CHE FANNO CRESCERE L’ITALIA

Tre milioni di posti di lavoro e il 61% delle nuove assunzioni nelle aziende che hanno investito in prodotti e tecnologie eco-compatibili.

da Repubblica.it (29/10/2014) – di Antonio Cianciullo

Un’azienda su cinque ha scommesso sul green. In questo gruppo di eco investitori tre su dieci hanno portato a casa un’innovazione e il 18,8% ha visto crescere il proprio fatturato nel 2013 facendo salire la cifra dei green jobs italiani a quota 3 milioni. Sono alcuni dei numeri di GreenItaly 2014, il rapporto di Fondazione Symbola e Unioncamere che verrà presentato la prossima settimana. È un affresco che rappresenta un panorama ampio, che va dai settori più tradizionali a quelli hi-tech, dall’agroalimentare all’edilizia, dalla manifattura alla chimica, dall’energia ai rifiuti. In tutto 341.500 aziende dell’industria e dei servizi, con almeno un dipendente, che hanno investito negli ultimi 5 anni o investiranno quest’anno in prodotti e tecnologie green.

Questo raggruppamento di imprese ha un profilo decisamente più competitivo della media. Il 19,6% esporta stabilmente, contro il 9,4% di chi non investe. Sono numeri che danno forza al lavoro. Nel 2014 le aziende italiane dell’industria e dei servizi hanno programmato di assumere 50.700 figure professionali green e 183.300 figure con competenze ambientali. In tutto fanno 234mila assunzioni, il 61% del totale. Del resto questa è la prospettiva europea. Di qui al 2020, secondo la Commissione, si creeranno 20 milioni di posti di lavoro verdi: il 70% di tutte le assunzioni previste dalle aziende nel 2014 e destinate ad attività di ricerca e sviluppo sarà coperto da green jobs (nel 2013 era il 61,2%).

Ma quali sono i mestieri verdi con più futuro? L’elenco è talmente lungo che, prendendolo per intero, risulta disorientante: va dal risk manager al green copywriter, dalla guida naturalistica all’esperto di bonifiche, dall’agronomo che seleziona le specie resistenti al cambiamento climatico al geologo specializzato in dissesto idrogeologico, dal progettista di impianti solari al carpentiere specializzato nella costruzione di tetti super isolati. Ma in realtà in quasi tutti i settori ci sono segmenti, più o meno consistenti, che si riconvertono alla logica della maggiore efficienza e del minor impatto.

Certo in alcuni casi la tendenza è più netta. La chimica è in fase di riconversione verde. L’edilizia è stata segnata da un cambiamento radicale e chiede progettisti, esperti di efficienza energetica, personale specializzato nei materiali ad alta coibentazione e basso impatto ambientale. L’agricoltura vede la continua avanzata del biologico. La gestione dei rifiuti ha bisogno di chimici e manager capaci di gestire il passaggio dalla discarica al riciclo.

“La migliore risposta alla crisi per un’Italia che vuol fare l’Italia è puntare su innovazione, conoscenza, qualità, bellezza e green economy”, propone Ermete Realacci, presidente di Symbola. “Affrontare questa sfida come un dovere, come l’adempimento burocratico a obblighi internazionali significa non aver colto la posta in gioco. È un atteggiamento rassegnato che fa pensare al Gattopardo: in uno dei dialoghi più celebri del libro, il principe di Salina spiega di aver avuto sette figli dalla moglie e di non averne mai visto l’ombelico perché sulla sua impenetrabile camicia da notte campeggiava il motto ‘Non lo fo per piacer mio, ma per dare un figlio a Dio’. Ecco, gli investimenti green sono anche un ‘piacere’ oltre che una cosa utile”.

Capacità di reggere la competizione globale e investimenti green viaggiano in parallelo: l’Italia avanza nei settori in cui innovazione e attenzione all’ambiente non vengono meno. Dall’inizio della crisi il fatturato estero della nostra manifattura è cresciuto percentualmente più di quello tedesco: 16,5% contro 11,6%. “Questi numeri spiegano perché la green economy appaia una scommessa ragionevole anche per le nuove imprese”, aggiunge Ferruccio Dardanello, presidente di Unioncamere. “Nel primo semestre del 2014 si contano quasi 33.500 startup green che hanno investito in prodotti e tecnologie verdi già nei primi mesi di vita o prevedono di farlo nei prossimi 12 mesi: ben il 37,1% del totale di tutte le aziende nate nei primi sei mesi di quest’anno”.