Orgosolo

Pratobello è Pratobello

di crvenazvezda76

I sardi non sono privi di colpe sul tema delle servitù militari.

Non voglio fare quello che “prima era un’altra cosa”, ma non riesco, come fanno in tanti, ad accostare la lotta di Pratobello alle proteste di questi giorni.

Quanto è successo a Orgosolo nel 1969 è un evento irripetibile. Un movimento popolare spontaneo e non violento nel paese della violenza per definizione. Persone comuni si opposero all’invasione neocolonialista di uno Stato tanto assente e lontano quanto vessatorio e parafascista nel momento in cui si trattava di espropriare un intero popolo delle terre che, per secoli, avevano dato sostentamento all’intera comunità.

Ciò che accadde a Orgosolo non fu una lotta per la semplice difesa della terra. Fu una lotta contro chi, in una notte, avrebbe voluto metter fine a una società reputata arcaica e fuori dal tempo, fondata sull’accesso ai beni comuni (terra, acqua, pascolo e bosco) che neppure l’Editto delle chiudende riuscì a sopprimere. Non era il paradiso perduto, certo, ma quegli istituti che hanno regolato l’accesso e l’uso dei beni di produzione, la solidarietà diffusa e il mutuo soccorso, hanno permesso a intere comunità di vivere di una povertà dignitosa: “A ciascuno secondo i propri bisogni da ciascuno secondo le proprie possibilità”.

Quella storia me l’ha raccontata mille volte mio padre, e l’ho sentita tante volte dai suoi compagni orgolesi, Rubanu e Marotto, in particolare da Marotto, ucciso dieci anni fa da alcuni balordi. Fu il segno che quella società ormai non esiste più.

Gli ideali che portarono quelle persone a Pratobello non riesco a vederli nelle proteste di questi giorni. Fatti gli opportuni distinguo fra coloro che vi hanno partecipato, la recente manifestazione somiglia piuttosto ad alcune rivendicazioni leghiste, sollecitate più da sentimenti folkloristici e di chiusura che da ideali di pace e di giustizia sociale.

I sardi di colpe ne hanno fin troppe. Per 70 anni in troppi hanno taciuto e hanno approfittato delle servitù militari, ma, ora che anche i militari hanno meno quattrini da spendere e da distribuire alle popolazioni per tenerle buone, tutti si riscoprono antimilitaristi.

Gli orgolesi avrebbero potuto chiedere, ottenendolo, un benessere effimero, se avessero detto sì al poligono. Hanno compiuto una scelta precisa: non si scambia la propria storia, la propria identità, col denaro non guadagnato col lavoro. Lo stesso non si può dire per il resto dei sardi, a cominciare dagli abitanti dei paesi limitrofi a Capo Frasca.

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PRATOBELLO, 1969. DOVE TUTTO EBBE INIZIO

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segnalato da barbarasiberiana 

da sardiniapost.it (14/09/2014) – di Piero Loi

“Vista la crescente militarizzazione dell’isola, le lotte di Pratobello non saranno e non dovranno essere le ultime gesta di resistenza di una popolazione votata all’emarginazione e allo sterminio”. Ora che a gran voce si torna a chiedere la chiusura delle basi militari e la loro riconsegna alle comunità civili, l’incipit di “Soldati a Orgosolo” – la cronaca della lotta ingaggiata dagli orgolesi contro l’installazione di un poligono di tiro in località “Pratobello” curata dal Circolo giovanile del paese – non poteva essere più attuale. In verità, i ricorsi della storia non stupiscono: che il futuro della Sardegna sarebbe stato segnato dalle bombe e dai continui voli dei cacciabombardieri delle aeronautiche di mezzo mondo lo si sapeva già dal 1956, anno in cui videro la luce i poligoni di Quirra e Teulada. Ma, in ogni caso, vale davvero la pena ripercorrere quella settimana del giugno 1969 in cui un’intera comunità si oppose alla decisione del ministero della Difesa di realizzare – senza preavviso – un campo militare di addestramento permanente a sette chilometri dal centro abitato Soprattutto, oggi vale la pena lasciare che le parole dei pastori, degli operai, degli studenti e delle donne che dissero “no alle manovre militari” tessano un filo di continuità ideale con la giornata di ieri, quando in migliaia hanno detto no a tutti i poligoni presenti nell’isola e varcato in massa la linea di confine che separa Capo Frasca dalla Sardegna. Questa è la cronaca di quei giorni.

La Brigata Trieste arriva a Pratobello

La notizia sulla realizzazione di un poligono fisso per esercitazioni militari nei dintorni del villaggio abbandonato di Pratobello, circola ad Orgosolo già dall’aprile del 1969. La certezza arriva circa due mesi dopo, il 27 maggio, quando sui muri del paese barbaricino compaiono i manifesti con cui la Brigata Trieste ordina ai pastori di abbandonare la zona interessata dalle esercitazioni di tiro. Posti di fronte alla domanda “Come agire?”, i pastori rispondono: “Difendere il pascolo – considerata l’unica possibilità di sopravvivenza – e il bestiame”. In tutto “40mila capi per i quali lo Stato aveva previsto lo sgombero con un risarcimento di 30 lire giornaliere a pecora, mentre il mangime costa 75 lire al Kg”, si legge in un comunicato ciclostilato del Circolo giovanile di Orgosolo.

Dai primi di giugno in avanti è un susseguirsi di assemblee che arriveranno a coinvolgere l’intera popolazione del paese barbaricino. Il 7 giugno, una prima assemblea popolare indice una prima manifestazione dimostrativa nei luoghi in cui sono previste le esercitazioni. “Tale manifestazione è stata decisa per dare un primo avvertimento alle autorità militari e politiche che hanno deciso arbitrariamente di invadere i nostri territori con grave danno per tutti i lavoratori”, si legge nel comunicato alla popolazione dell’assemblea popolare.

Da allora fino al 19 giugno, la prima delle 6 giornate di Pratobello, il commissario prefettizio di Orgosolo, la questura di Nuoro, gli stessi militari e le organizzazioni dell’Alleanza Contadini, della Coldiretti e della Cgil cercano di raggiungere un accordo sindacale, “qualunque sia, purché faccia contenti tutti”, sostiene il commissario prefettizio del paese in un primo incontro con pastori e contadini. Ma non si arriva a nessuna mediazione: nel corso di una riunione tenutasi a qualche giorno di distanza dal primo incontro, i pastori ribadiscono la loro volontà di presidiare i pascoli e rifiutano gli indennizzi. Sindacati e partiti intensificano la loro azione a ridosso dell’inizio delle esercitazioni (anche perché di lì a breve si andrà a votare per eleggere il nuovo consiglio regionale): Democrazia Cristiana e Partito Comunista propongono l’invio di un telegramma unitario al Ministro della Difesa Luigi Gui e al sottosegretario Francesco Cossiga per scongiurare o limitare le esercitazioni della Brigata Trieste. Gli orgolesi rispondono che “il terreno di lotta dei pastori non è il parlamento”.

Giugno 1969

Si arriva così al 19, primo giorno di esercitazioni: lungo la strada che conduce al bivio di Sant’Antioco – Pratobello, si snoda un’interminabile fila di camion, moto-carrozzelle e vetture di ogni genere. Arrivati nei pressi della zona di Duvilinò, i manifestanti hanno un primo contatto con i militari: un’autocolonna che si sta portando nell’area interdetta a pastori e contadini viene bloccata. In quell’occasione, qualche militare incita i dimostranti a tener duro e a continuare la lotta in modo che anche i soldati possano tornare prima a casa. Arriva la polizia, cui si oppone un fronte compatto di uomini e donne. I poliziotti indietreggiano dopo essere stati circondati, subito dopo l’autocolonna fa retromarcia. Un bracciante commenta così: “Questa passerà alla storia come la più grande sconfitta dell’esercito italiano”, riportano le cronache di quei giorni.  Alle 11 gli orgolesi arrivano a Pratobello e si dispongono sulla linea di confine del territorio comunale. Si mantiene il presidio per tutto il giorno e i soldati non effettuano le esercitazioni.

Il giorno dopo, ovvero il 20 giugno, si ripete il picchetto e l’intera comunità si ritrova a Pratobello sin dalle prime luci dell’alba, nonostante il blocco stradale intentato dai poliziotti al bivio di Sant’Antioco. La reazione degli orgolesi non si fa attendere: donne e uomini iniziano a sollevare a mano le camionette. Chi in precedenza aveva aggirato la polizia pratica ora un blocco qualche centinaio di metri più avanti per impedire l’arrivo di altri blindati. Nel frattempo le donne incitano i bambini a tagliare i fili della linea telefonica. Una volta arrivati al poligono, almeno tremila orgolesi respingono fuori dal confine del territorio comunale la polizia e avanzano sino a pochi metri dalle tende dei militari.

Arrivano intanto gli onorevoli, che invitano i manifestanti a spostare l’assemblea sulla strada provinciale, lontano dal campo militare. In seguito alla trattativa degli onorevoli Dc, Pci e Psiup, il generale sospende le esercitazioni. Gli stessi onorevoli cercano poi il confronto con il prefetto di Nuoro, ma l’iniziativa si rivela infruttuosa. Il 21 e il 22 giugno sono giornate di tregua: durante il week-end non è prassi sparare. Intanto, in paese si diffonde la notizia dell’arrivo nuovi reparti di forze dell’ordine da tutte le maggiori città italiane. Il problema ora è l’isolamento di Orgosolo: Mamoiada e Fonni hanno infatti accolto di buon grado i militari, anche perché gli espropri decisi dal ministero della Difesa non ledono gli interessi di quelle comunità.

Già dalla notte del 22 alcuni pastori incominciano a portarsi in prossimità di Pratobello, ma dalle 4.30 l’accesso alla zona del poligono risulta bloccato da un ingente schieramento di poliziotti e carabinieri. Mentre il paese incomincia a mobilitarsi, “i baschi blu danno il via a una vera e propria caccia all’uomo”, si legge nel volume realizzato dal Circolo giovanile di Orgosolo. A gruppi di venti o trenta, come deciso nel corso dell’assemblea della notte precedente, gli orgolesi forzano le linee di demarcazione del poligono e si vanno a nascondere al suo interno per effettuare azioni di disturbo. Alcuni manifestanti riescono a dare fuoco ai bersagli che dovrebbero servire per le esercitazioni di tiro. Altri – circa 600 – vengono invece catturati e condotti al centro di raccolta allestito all’interno del poligono e poi rilasciati alla fine ella giornata. Circa ottanta manifestanti vengono poi trasportati alla questura di Nuoro, in due saranno processati per direttissima. Anche il 23 i mortai tacciono.

Alle 20, l’assemblea decide di inviare a Roma una delegazione composta dagli onorevoli Ignazio Pirastu (Pci), Carlo Sanna (Psiup) e Gonario Gianoglio (Dc). Con loro, tre pastori, un bracciante, un camionista, uno studente del Circolo democristiano, il presidente del Circolo giovanile. “La delegazione riceve il mandato di discutere, ascoltare, trattare, ma non di decidere”, riporta il verbale dell’assemblea.

“Anche se oggettivamente subordinata alla trattativa, la lotta continua il giorno successivo nelle stesse modalità del 23”, si legge in Soldati ad Orgosolo. Alla fine della giornata il bilancio sarà di 400 “sequestrati” e un arrestato. Intanto Pratobello diventa un caso politico: verso sera giunge la notizia del telegramma inviato da Emilio Lussu al Presidente della Regione Del Rio. “Lussu è forse l’unico politico sardo a cogliere lo spirito della lotta”, così commentano gli orgolesi.

Quanto avviene a Pratobello contro pastorizia e agricoltura è provocazione colonialista, perciò mi sento solidale con pastori e contadini. Rimborso danni e premio in denaro è un offensivo palliativo che non annulla, ma aggrava l’ingiustizia. Se fossi in condizioni di salute differenti sarei con loro, scrive Lussu.

“Il 26 giugno, il banditore sveglia il paese con il solito disco di ballu tundu verso le sei del mattino”, riportano le cronache del tempo. Il poligono si trova però in un’altra zona rispetto al giorno precedente, e comprende alcuni costoni impervi. Questo significa che la polizia non potrà usare le camionette. Quando iniziano le operazioni a difesa delle esercitazioni, gli agenti trovano il poligono pieno zeppo di gente. Sarà questa una delle giornate di lotta più intensa: gli orgolesi riescono a tenere sotto scacco migliaia di baschi blu. Lungo i costoni scoscesi del Supramonte, questi ultimi, impossibilitati a usare le camionette, mostrano subito segni di stanchezza . Un gruppo di braccianti e di giovani pastori continuamente inseguiti da un centinaio di baschi blu lascia sul terreno dei volantini con scritto: “Quanto ti paga il tuo padrone Rovelli per inseguirci?”. I manifestanti, non appena avvistati, scompaiono tra gli alberi o, meglio, sopra gli alberi, nel folto dei lecci, visto che i baschi blu non controllano sopra la loro testa.

Nel frattempo fa ritorno in paese la delegazione partita due giorni prima alla volta di Roma. Così, alla spicciolata, i manifestanti fanno ritorno in paese, dove la delegazione rende note la posizione del ministro della Difesa Gui presentate dal sottosegretario Francesco Cossiga: il poligono è temporaneo ed andrà avanti fino alla metà di agosto; non vi è allo stato attuale nessuna decisione di trasformare il poligono in un’istituzione permanente, ogni eventuale decisione in merito per qualunque zona della Sardegna verrà adottata seguendo tutte le procedure ordinarie di legge, e in particolare sentendo il parere delle amministrazioni locali interessate, subordinando la scelta ai programmi e alle esigenze sociali di sviluppo, una commissione militare esaminerà in loco la possibilità di una riduzione dell’area del poligono, al fine di limitare per quanto possibile il disagio, i lavoratori della forestale avrebbero percepito la paga per i giorni di mancato lavoro, parte dei rifornimenti della Brigata Trieste sarebbero stati acquistati ad Orgosolo. L’assemblea si chiude con la ratifica del documento. Terminano così le sei giornate in cui Orgosolo tenne lo Stato sotto scacco a Montes, Funtana Bona, Duvilinò e Pratobello.