Pablo Iglesias

La svolta di Podemos

segnalato da Barbara G.

La svolta di Podemos e la fine di un equivoco: non è il M5S spagnolo

di Giacomo Russo Spena – huffingtonpost.it, 13/02/2017

Ha stravinto Pablo Iglesias. È lui il vincitore assoluto del congresso. Ha trionfato la sua linea: il partito chiude con l’era del “marketing elettoralistico” e si apre ulteriormente a movimenti, istanze sociali, reti ecologiste, confermando anche l’alleanza politica con Izquierda Unida, il tradizionale partito della sinistra iberica.

Una nuova fase per Podemos nata, ricordiamolo grazie alla spinta degli Indignados, per trasformare quella rabbia popolare in strategia politica. “Abbiamo un piede in Parlamento, ne dobbiamo avere un migliaio nella società” ha ripetuto, come un mantra, Pablo Iglesias parlando esplicitamente di interventi concreti per alleviare i problemi della gente e di “solidarietà attiva”.

Tornare a sporcarsi le mani, insomma, provando a radicarsi maggiormente sui territori e costruire forme di mutualismo per supplire alle manchevolezze del Welfare statale. Il malessere sociale è tanto. In Spagna il ceto medio è ormai polverizzato. In aumento le diseguaglianze. E il Psoe, partito socialista iberico, è secondo Iglesias parte del problema.

Ecco, allora, insistere con la contrapposizione frontale al blocco di potere liberal socialdemocratico – lo storico bipartitismo che ha governato nella Spagna postfranchista – per lavorare nel campo dell’alternativa. La speranza è che il Psoe, a congresso in giugno, faccia la fine del Pasok greco, ovvero un partito polverizzato e cannibalizzato dalla cosiddetta sinistra radicale (nel caso ellenico la Syriza di Tsipras è cresciuta a scapito del Pasok).

Iglesias, nella svolta impressa a Podemos, sembra tornare alle origini: ai modelli della sinistra bolivariana a lui cari, tanto che la sua stessa formazione politica/personale proviene da quel Latino America capace di contrapporsi alle logiche neoliberiste in nome della giustizia sociale e del buen vivir. Sbagliato, invece, dipingere – banalizzando – lo scontro tra Iglesias e Inigo Errejon, suo sfidante al congresso, utilizzando le categorie destra/sinistra.

Errejon ha perso, e di tanto. Ma la sua posizione di mantenere in vita una Podemos trasversale, bramosa di conquistare i voti anche dell’elettorato più moderato, dialogante con i votanti del Psoe, che andasse veramente oltre i recinti della sinistra classica, è lontana dall’essere di “destra”. È stato un confronto nobile, da un punto di vista teorico e strategico, che a tratti è stato reso pubblico. Ben 150mila persone hanno votato on line alle primarie per stabilire il segretario di Podemos, un record in termini di partecipazione.

In questi ultimi tempi i media hanno massacrato – se non linciato – Podemos, forse proprio per la sua temibile spinta di cambiamento. Un partito anti-establishment che si aggira intorno al 20 per cento dei consensi e molto gradito tra gli under 30, le nuove generazioni senza diritti né futuro. Un partito che ha occupato lo stesso spazio politico del M5S qui in Italia: forze anti-Casta che sono riuscite a rompere il bipolarismo. Per questo molti commentatori si sono divertiti, erroneamente, a comparare le due forze.

Se da un punto di vista della fase destruens hanno qualche aspetto assimilabile, nella parte costruens parliamo di due partiti estremamente diversi. Da sempre. Lo stesso Iglesias ha detto di Beppe Grillo: “Va letto nella stessa maniera con cui si è analizzata l’apparizione di Berlusconi nel 1994. Seppur non mi stia particolarmente simpatico, è stato abile politicamente a capire ciò che un altro italiano, tanti anni prima di lui, aveva definito come il “sentire comune d’epoca”: un sentimento generale che è un permanente terreno di disputa tra attori e movimenti politici. Quell’italiano si chiamava Antonio Gramsci”.

Ora, dopo la svolta di ieri, siamo ufficialmente alla fine dell’equivoco. Podemos è un partito moderno ma vicino ai valori della sinistra. Costruisce la sinistra, senza nominarla. Ha al suo interno una maggioranza e una minoranza, fa congressi combattuti e reali (a quando un congresso del M5S?), oltre ad aprirsi all’alleanza con altri partiti, vedi Izquieda Unida. Diverso anche il rapporto coi movimenti, in un terreno di profonda contaminazione. Emblematico il collocamento in Europa: Podemos siede tra le file della sinistra rosso-verde del Gue, il M5S (dopo il recente balletto) ancora nel gruppo degli euroscettici di Farage.

L’approccio a internet è simile negli intenti, ma antitetico nella pratica. In Italia il megafono rappresentato da “beppegrillo.it” è in mano allo stesso Grillo e alla Casaleggio Associati. La partita è falsata in partenza. Lo strumento non è collettivo, ma ha una gestione privatistica. Il gruppo dirigente di Podemos invece ha affidato le chiavi del sito ad una società esterna; le votazioni in certi casi sono state aperte a tutti gli utenti; la registrazione al sito ha un procedimento semplice e non preclude la partecipazione agli iscritti di altri partiti.

Infine, le questioni programmatiche in materia di migrazione o sicurezza. Grillo, in questo, insegue spesso e volentieri la peggior destra (salviniana), Podemos ha ben altre posizioni. Infine, la stessa formazione dei dirigenti: Iglesias e Co provengono dai movimenti sociali. No Global, e dai laboratori latino americani. Nel M5S, se pensiamo per esempio alle origini politiche di Luigi Di Maio, le cose sono ben diverse.

Attenzione, però, a commettere l’errore di assimiliare, e paragonare, Podemos alla sinistra nostrana. Podemos è fuori dai nostri schemi, altro rispetto alle sinistre novecentesche e ideologiche. Anzi, in questi anni, le sue sperimentazioni teoriche e pratiche sono state processate qui da noi per essere troppe eretiche. Ben lontana dalla nostra sinistra litigiosa e, soprattutto, marginale. Il congresso di Podemos è finito con il Palazzetto di Vistalegre di Madrid che intonava il coro: “Unità, unità”. Si profila un ruolo chiave nella direzione anche per lo sconfitto Errejon. Una lezione per tutti.

Staremo a vedere come finirà la storia di Podemos, se la svolta di Iglesias porterà benefici o meno in termini elettorali ma comunque, per favore, non paragoniamolo più al M5S. Podemos, in Europa, rimane ancora un’anomalia e l’unico caso forse ascrivibile alla voce di “populismo di sinistra”. Per qualcuno un ossimoro, per altri la realtà. Almeno quella spagnola.

Gramsci o Laclau? I dilemmi di Podemos

Pegnalato da Barbara G.

di Carlo Formenti – temi.repubblica.it/micromega-online, 06/02/2017

Fra qualche giorno all’arena coperta di Vistalegre (Madrid), Podemos celebrerà la sua seconda assemblea generale, un evento che potrebbe segnare una svolta importante nella vita di questa formazione politica che rappresenta a tutt’oggi l’unica sinistra del Vecchio Continente in grado di competere alla pari con l’establishment neoliberale. Nel mio ultimo libro (“La variante populista”, DeriveApprodi) ho indicato in Podemos il più importante esempio europeo (accostandolo alle rivoluzioni bolivariane in America Latina e al movimento nato attorno alla candidatura di Sanders negli Stati Uniti) del tentativo di cavalcare a sinistra l’onda populista che in tutto il mondo si sta sollevando come reazione alle devastazioni sociali, civili ed economiche provocate da decenni di regime neoliberista.

Prima di analizzare le opzioni strategiche che si confronteranno a Vistalegre – proverò a farlo mettendo a confronto i documenti programmatici presentati, rispettivamente, dal segretario generale Paolo Iglesias e dal suo competitore Inigo Errejón – è utile premettere alcune sintetiche considerazioni sul mutamento di scenario mondiale in corso (segnato, fra gli altri eventi, dalla Brexit, dall’elezione di Trump e dalla sconfitta di Renzi nel referendum dello scorso dicembre) e sulle sfide che esso impone a tutti i movimenti antiliberisti del mondo.

Il presupposto da cui intendo partire è che stiamo vivendo la fase inziale di un rapido e caotico processo di de-globalizzazione. Non ho qui lo spazio di argomentare adeguatamente tale tesi per cui mi limito a enunciarla in modo apodittico rinviando all’articolo del vicepresidente boliviano Linera, che ho già avuto modo di commentare su queste pagine. In quel pezzo Linera scriveva, fra le altre cose, che Trump “non è il boia dell’ideologia trionfalista della libera impresa, bensì il medico legale al quale tocca ufficializzare una morte clandestina”. Clandestina, aggiungo io, per l’ottusa ostinazione con cui le sinistre si ostinano a non prenderne atto. E aggiungeva che l’era in cui stiamo entrando è ricca di incertezze, e proprio per questo potenzialmente fertile, se sapremo navigare nel caos generato dalla morte delle narrazioni passate.

Sulla stessa lunghezza d’onda vale la pena di segnalare un lungo, notevole articolo firmato Piotr e apparso sul sito megachip che sostiene, fra le altre cose: 1) che Trump non rappresenta solo un elettorato fatto di perdenti della globalizzazione (disoccupati, lavoratori bianchi poveri, ecc.) ma anche un composito mosaico di frammenti delle élite dominanti spaventati dall’inerzia di una politica neocons trasversale (Hillary Clinton su tutti) disposta a rischiare una guerra mondiale, pur di difendere l’egemonia americana fondata sul binomio finanziarizzazione/globalizzazione; 2) che questa base incoerente e composita lo costringerà a condurre una politica altrettanto incoerente e contraddittoria (per esempio facendo marcia indietro sulla globalizzazione senza smettere di difendere gli interessi della finanza globale); 3) che per opporsi al suo pseudo new deal autoritario le lobby liberal-imperiali lotteranno (è cronaca di questi giorni) con il coltello fra i denti, mobilitando un’ideologia identitaria “arroccata dietro il dogma e l’inquisizione della correttezza politica, cioè una forma ideologica elitaria che preferisce tutto ciò che è minoranza, perché le minoranze non pongono sfide esiziali mentre se sfruttate bene possono minare quelle poste dalla maggioranza. Minoranze che quindi devono essere tenute sotto tutela da lobby che si erigono a loro rappresentanti. Lobby di minoranza incorporate in un establishment dedito a politiche elitarie”; 4) che una sinistra che voglia lottare sia contro il globalismo alla Clinton che contro il trumpismo dovrà surfare, con spirito pragmatico ma senza rinunciare i principi, l’onda populista. Il che ci riporta ai dilemmi di Podemos.

Iniziamo col dire che Podemos è oggi oggetto di una violenta aggressione da parte di tutti i media spagnoli, simile a quelle che in tutti gli altri paesi occidentali vengono condotte contro la minaccia “populista”. Le virgolette s’impongono perché il termine viene usato in modo totalmente indifferenziato: populisti sono Evo Morales e Marine Le Pen, Rafael Correa e Grillo, Trump e Podemos. Un appiattimento che non è frutto di incapacità di analisi politica; al contrario: riflette la secca polarizzazione formulata qualche settimana fa dal direttore del Wall Street Journal, il quale ha dichiarato che, d’ora in avanti, lo scontro non sarà fra destra e sinistra ma fra globalisti e antiglobalisti. Altrettanto univoca la ricetta per fronteggiarli: costruire grandi coalizioni fra liberali e socialdemocratici per sbarrare loro il passo (coalizioni cui tendono ad accodarsi in posizione subordinata quei partiti di sinistra “radicale” che si lasciano convincere dalle élite liberali della necessità di far fronte contro il pericolo “fascista”). In Spagna, come spiega un articolo del deputato di Podemos Manolo Monereo, questa campagna si è fatta isterica da quando Podemos ha scelto di stringere un’alleanza elettorale con Izquierda Unida piuttosto che con il PSOE. Perciò, visto che la prima opzione è stata sostenuta da Pablo Iglesias e la seconda da Inigo Errejón, e visto che le due tesi si confronteranno nuovamente nell’assemblea di Vistalegre, i media stanno entrando a gamba tesa nel dibattito precongressuale nella speranza di riuscire a spaccare il partito o, in via subordinata, a rafforzare al suo interno la corrente che fa capo a Errejón. Ma veniamo ai documenti.

Il documento di Iglesias muove da considerazioni analoghe a quelle esposte poco sopra in merito alla fase storica mondiale: la globalizzazione sta entrando in crisi a mano a mano che sorgono nuove resistenze e avversari politici: non solo i movimenti sociali, ma anche quei governi guidati da forze politiche sovraniste/progressiste che, soprattutto in America Latina, tentano di restituire un ruolo strategico allo stato in materia di politica economica e perseguono programmi di riforme radicali, mentre è in corso un riequilibrio dei rapporti di forza geopolitici dovuto all’emergenza di superpotenze vecchie e nuove, come la Russia e la Cina. La crisi europea è parte integrante di tale contesto: gli effetti devastanti del progetto ordoliberista (elevamento del trattato di Maastricht a rango costituzionale sotto egemonia tedesca, perdita della sovranità monetaria e conseguente esautoramento dei governi nazionali privati di potere decisionale su temi strategici; attacco a salari e stato sociale; tagli generalizzati alla spesa pubblica; sistema dei media “blindato” a sostegno del pensiero unico liberista ecc.) generano una resistenza crescente dei popoli europei. In Spagna il consenso, a lungo fondato su settori sociali che aspiravano a venire integrati nella classe media e alternativamente gestito da democristiani e socialisti, si è dissolto dopo l’esplosione della crisi globale e a fronte della “cura” che la Ue ha imposto alla Spagna e che ha prodotto deindustrializzazione e disoccupazione. Così sono nati movimenti di massa che rivendicavano democrazia e sovranità popolari, provocando una vera e propria crisi di regime. In questa situazione i media mainstream si sono fatti garanti della continuità delle scelte politiche liberal liberiste, favorendo la nascita di una grande coalizione liberal socialdemocratica sul modello tedesco.

Il documento passa poi a ricostruire la breve storia di Podemos: nato nel 2013/14 su iniziativa di un gruppo di militanti di varia provenienza (movimenti studenteschi, sinistra anticapitalista, ex comunisti, movimenti di base, ecc.) ispirati dall’esempio del “giro all’izquierda” che ha visto molti Paesi latinoamericani costruire esperimenti populisti di sinistra, il partito ha lanciato un programma politico che chiedeva l’avvio di un processo costituente fondato su riforme radicali: riconquista della sovranità popolare con la possibilità di realizzare una politica economica ridistributiva e di recuperare i diritti sociali; riforma in senso proporzionale del sistema elettorale, riforma della giustizia per accrescerne l’autonomia dal sistema politico; lotta contro il TTIP, lotta per la parità di genere e per il riconoscimento del carattere plurinazionale dello stato spagnolo, ecc. Programma che ha riscosso largo consenso nei settori popolari e nelle classi medie impoverite, consentendo di ottenere importanti successi elettorali.

Dopodiché Iglesias richiama (e rivendica) la svolta che ha visto il partito scegliere l’alleanza elettorale con la sinistra radicale di Izquierda Unida e la contrapposizione frontale al blocco di potere liberal -socialdemocratico. Ricorda che tale svolta è maturata dopo un serrato dibattito interno, in cui la base ha respinto l’opzione (difesa da Errejón) di un accordo con il PSOE, scegliendo invece la strada di un’alternativa radicale al sistema di potere. Questa linea, che Iglesias si appresta a difendere nella prossima assemblea generale, si fonda sull’ipotesi che la crisi politica ed economica non stia avviandosi alla normalizzazione ma sia al contrario destinata ad acuirsi ulteriormente. Il compito di Podemos, quindi, non è quello di proporre un piano alternativo di governo, bensì quello di costruire un nuovo progetto di paese, tenendo saldamente insieme un blocco sociale formato da settori popolari e classi medie.

Per attuare questo progetto occorre una riforma dell’organizzazione del partito che, nella convulsa fase di crescita, si era concentrato sulla costruzione di una macchina elettorale favorendo la concentrazione del potere decisionale nelle mani del vertice. Ora si tratta di superare questo assetto verticistico sia rafforzando le strutture di base che affondano le radici nei territori, sia promuovendo e accompagnando la nascita di vere e proprie istituzioni di democrazia popolare, una rete di contropoteri che faccia sì che le vittorie siano percepite come vittorie di un blocco sociale più che come vittorie di Podemos. Infine, se si vuole costruire un modello alternativo di Paese, il programma di questo partito di tipo nuovo – che deve rappresentare un progetto condiviso da identità politiche, sociali e territoriali diverse – deve compiere un salto di qualità che il documento identifica con obiettivi ambiziosi: istituire un controllo democratico  (attraverso regolazione pubblica e/o nazionalizzazioni) sui settori produttivi strategici e in particolare sui settori finanziario, dell’energia, delle comunicazioni; reindustrializzare il Paese contro la sua riduzione a Paese prevalentemente turistico imposta dalla Ue; impegnarsi a realizzare la sovranità alimentare; offrire sostegno alla piccola e media impresa, al cooperativismo e all’economia sociale.

Il documento di Errejón dedica meno spazio all’analisi della fase storica, in quanto si concentra soprattutto sui rapporti di forza fra i partiti, sulle alleanze e sulle prospettive elettorali, dando relativamente poco peso ai fattori socioeconomici. In particolare, vengono affrontati i seguenti temi: 1) analisi degli errori di Podemos che, secondo Errejón, ne avrebbero frenato l’ascesa elettorale; 2) concentrazione sulla necessità di trasformare Podemos in forza di governo; 3) rilancio, a tale scopo, dell’ipotesi di alleanza con il PSOE (e critica dell’alleanza con IU) ; 4) necessità di riformare il partito, ridimensionando il potere del vertice e “femminilizzandolo”; 5) spostamento dall’obiettivo di costruire di un blocco sociale a quello di “costruire un popolo” (vedi, in proposito, il libro-dialogo fra Inigo Errejón e Chantal Mouffe, “Construir pueblo”), da cui consegue la riformulazione del conflitto sociale quasi esclusivamente nei termini della opposizione alto/basso, popolo/élite; 6) forte attenzione per le aspettative di sicurezza e ordine delle classi medie. Ma vediamone più in dettaglio lo sviluppo.

Per Errejón, Podemos incarna un ciclo di mobilitazione che ha dicotomizzato la società spagnola fra la “gente comune” e una casta privilegiata (si tratta della formulazione “classica” del fenomeno populista secondo le teorie di Ernesto Laclau). Perciò la sua vocazione è quella di costruire una forza politica di tipo nuovo (al di là dei dogmi della sinistra tradizionale) che persegua un cambio di potere in favore delle maggioranze sociali (cambio di potere, non rottura sistemica!).

Per superare l’attuale struttura verticistica (obiettivo sul quale concorda anche Iglesias, come si è visto) Errejón propone una ricetta fondata sui principi “classici” della democrazia parlamentare borghese e dei suoi partiti: divisione dei poteri, distribuzione delle cariche in base a un criterio di “proporzionalità” fra le correnti interne (la cui esistenza viene data per scontata in quanto garanzia di democraticità). Infine “femminilizzazione” del partito in ossequio a quello che in Italia definiremmo il principio delle quote rosa (punto su cui tornerò più avanti perché mi sembra rilevante ai fini delle differenze di prospettiva politica fra i due approcci).

Sul tema delle alleanze Errejón è fortemente critico nei confronti dell’accordo elettorale con IU (al quale imputa la mancata crescita nell’ultima tornata elettorale), mentre rilancia l’ipotesi dell’alleanza con il PSOE, in barba alla tragica crisi di questo partito e al fatto che la base aveva bocciato (vedi documento Iglesias) tale idea. Da un lato, sostiene che se si fosse impostato il rapporto con il PSOE in modo “laico” (implicita allusione all’ostilità ideologica della base di sinistra nei confronti dei socialisti) si sarebbero ottenuti risultati più produttivi di quelli realizzati con la linea di contrapposizione frontale che si è imboccata. A parte il fatto che questa tesi dà per scontata la possibilità di costringere il PSOE ad aderire a un’alleanza di centrosinistra, è evidente che il risultato cui qui si allude consiste nella possibilità che Podemos riesca finalmente a convertirsi in forza di governo. Ma a quale prezzo politico? Il documento, non a caso, sorvola sulle politiche condotte dal PSOE negli anni precedenti, vale a dire sulla sua piena conversione al credo neoliberale. Forse per non ammettere che un accordo con il PSOE implicherebbe, molto più probabilmente, un spostamento verso il centro di Podemos piuttosto che uno spostamento a sinistra dei socialisti.

Del resto Errejón ribadisce la propria convinzione che, alla forza delle élite, non si può contrapporre la sinistra ma “la maggioranza eterogenea di chi sta in basso”. Su quale sia la natura della maggioranza eterogenea che ha in testa Errejón, ci offre un indizio il suo ripetuto riferimento alla necessità di venire incontro alle esigenze di certezza, ordine e sicurezza della gente: il “popolo” in questione è fatto soprattutto da quelle classi medie che sperano di poter recuperare le posizioni di privilegio perse a causa della crisi, un popolo che non va spaventato contraendo imprudenti alleanze con le classi subalterne. In sintesi, potremmo dire che siamo di fronte a un progetto neo socialdemocratico, in ragione del quale Podemos si troverebbe impegnato a integrare, assorbire e  rivitalizzare un partito socialista delegittimato per avere consegnato il Paese al saccheggio del capitale finanziario globale.

Come si vede l’alternativa prospettata dai due documenti è radicale: da un lato abbiamo l’idea che la crisi è destinata ad aggravarsi e non richiede un semplice cambio di politica economica bensì un vero e proprio cambio di civiltà, dall’altro l’idea che esiste una possibilità di “normalizzazione” della crisi attraverso un cambio di governo e l’adozione di misure capaci di mitigare l’asprezza della civiltà liberista; da un lato abbiamo la concezione di un processo costituente gestito da nuove istituzioni di contropotere popolare e da un partito capace di guidare un blocco sociale fatto di classi subordinate e classi medie impoverite, dall’altro lato la convinzione che basti rivitalizzare le istituzioni della democrazia rappresentativa e rifondare la socialdemocrazia per restituire potere decisionale al popolo.

Potremmo anche dire che si confrontano due concezioni diverse del concetto di egemonia: la prima ispirata all’idea di blocco sociale di Gramsci, la seconda all’idea di popolo di Laclau – due concezioni che rinviano a due modelli diversi di “socialismo del XXI secolo” (non va mai dimenticato che tanto Iglesias quanto Errejón devono la propria formazione politica all’esperienza latinoamericana): da un lato il modello della rivoluzione boliviana di Morales e Linera, dall’altro il modello della Revolucion Ciudadana di Rafael Correa (quello, per intenderci, che piace a Grillo: se vincesse Errejón, Podemos somiglierebbe all’M5S assai più di quanto gli somigli adesso).

Infine è significativa la differenza di atteggiamento dei due documenti sul tema della parità di genere: entrambi attribuiscono un’importanza fondamentale all’obiettivo, ma nel documento di Errejón esso è al centro di riferimenti ripetuti quasi ossessivamente, nei quali si evoca a più riprese il concetto di ”femminilizzazione” (del partito, delle istituzioni, del programma, ecc.). Il dubbio è che tanta insistenza sia spiegabile, più che come omaggio all’ideologia femminista, come convergenza con la campagna globale che il fronte liberal sta conducendo contro la minaccia populista, campagna in cui l’ideologia politically correct, i diritti civili e individuali e l’esaltazione di tutte le differenze – vedi sopra – vengono mobilitati per impedire che la lotta per i diritti sociali torni a occupare il centro della scena.

Per concludere: è auspicabile che l’eterogeneità dei due blocchi sociali e delle due culture politiche che oggi convivono in Podemos non provochi una rottura che sarebbe disastrosa per il movimento antiliberista spagnolo ma, almeno dal punto di vista di chi scrive, è non meno auspicabile che l’unità venga mantenuta sotto l’egemonia della linea di Iglesias, alla quale credo si possa rimproverare quasi solo l’evidente incoerenza sul problema dell’Europa: l’esperienza greca ha dimostrato che l’obiettivo di riconquistare la sovranità popolare in materia di democrazia, welfare e politica economica non è compatibile con la permanenza nella Ue – incompatibilità della quale, finora, nemmeno Iglesias ha avuto il coraggio di prendere atto.

Pablo è vivo e lotta insieme a noi

di Pablo Iglesias (da esseresinistra.wordpress.com, 29 ottobre 2015, segnalato da n.c.60)

Parlamento europeo, Strasburgo – 27 ottobre 2015

Signor Presidente, la prima volta che ho parlato qui era quindici mesi fa per conto di questo gruppo. E’ stato un onore farlo ed è stato un onore competere con lei per la presidenza di questo Parlamento. Dissi allora che aspiravamo a un’Europa diversa, che fosse un po’ meno dura con i deboli e un po’ meno accomodante con i potenti. Credo, purtroppo, che la dichiarazione di quindici mesi fa rimane valida ancora oggi.

Ho ricordato, in quel discorso di quindici mesi fa, i soldati spagnoli che hanno combattuto contro il fascismo e contro l’orrore come il miglior contributo del mio paese per il progresso in Europa, come il miglior contributo del mio paese per un’ Europa sociale, un’ Europa democratica, un’ Europa rispettosa dei diritti umani. Quando sento le grida xenofobe in quest’Aula ricordo che nel mio paese, a quelli che insultavano, a coloro che terrorizzavano i deboli è stato detto «No pasarán». Ma mi dà fastidio sentire una certa ipocrisia in quest’Aula da coloro che piangono lacrime di coccodrillo e difendono – dicono di difendere – i diritti umani.

Signor Weber, lei ha parlato di estremisti per riferirsi a ciò che potrebbe accadere in Portogallo. Imparate a rispettare la democrazia. Comprendendo che, a volte, i cittadini votano diversamente da ciò che gli fanno credere di rappresentare.

(Applausi)

Il signor rappresentante del gruppo liberale –  spero che mi perdonerà, se dopo quindici mesi di pratica ogni mattina allo specchio, sono ancora incapace di pronunciare il suo nome – ha detto che questo non è un problema di socialdemocratici, liberali o popolari. In effetti, è così. In effetti, tutti loro hanno concordato gli elementi chiave che ci hanno coinvolto in una politica estera europea che stiamo pagando e che ha a che fare con la miseria e l’umiliazione di migliaia di famiglie che vivono sulla soglia dell’Europa.

Oggi si parla, ancora una volta, della guerra e della desolazione alle porte d’Europa, di famiglie a cui si sta rispondendo con il filo spinato. E io dico che noi europei non possiamo dimenticare che cosa significa la guerra, non possiamo dimenticare che cosa significano l’orrore e la povertà e del dovere di abbandonare l’orrore e la povertà. E non possiamo umiliare queste persone, perché ummiliare queste persone significa umiliare l’Europa. Come è umiliare Europa, signor Weber, eliminare il welfare state. Come è umiliare l’Europa eliminare i diritti sociali. E’ umiliare l’Europa consegnare i governi all’arroganza dei poteri finanziari e sferrare un attacco alla sovranità popolare. E’ umiliare l’Europa incoraggiare la frode fiscale, come ha fatto lei, Presidente Juncker. Proprio come lei, che ha favorito, quando era ministro Capo del Governo e Ministro delle Finanze – accordi commerciali segreti con le multinazionali di modo che potessero pagare le tasse al 1%, mentre i cittadini europei devono pagare altre tasse. E poi si parla di bilancio. E ci si siede lì, Jean-Claude Juncker, perché persone come lei, onorevole Pittella, ha permesso al signor Juncker di sedersi lì; perché voi, i socialisti,  state mantenendo una grande coalizione con i popolari in quest’Aula.

Quindi, e non le cito Dante, onorevole Pittella, si schieri con la gente e la faccia finita con questa dannata grande coalizione.

(Applausi)

Io ritorno al mio paese per non avere, perchè in Spagna non ci siano ancora persone come lei nel governo, signor Juncker, ma voglio chiederle una cosa prima di partire: cambi la sua politica.

La crisi dei rifugiati non si risolve con filo spinato. La crisi dei rifugiati non si risolve con la polizia. Quello che funziona è una politica responsabile. Smettere di giocare a scacchi con i popoli del Mediterraneo. Lavorare per la pace, piuttosto che fomentare guerre. Aiutare le persone in fuga dall’orrore. Non continuare a distruggere la dignità dell’Europa, Jean-Claude Juncker.

(Applausi)

QUI il testo originale in spagnolo.

Un po’ meno Indignados…

Spagna, Iglesias paga cara la vicinanza a Tsipras: Podemos scende sotto il 20%

di Davide Tenconi – ilfattoquotidiano.it, 3 agosto 2015

La crisi greca e le iniziali battaglie di Syriza avevano aiutato il professore e compagni a esprimere un nuovo concetto di Europa, votata alla solidarietà e al ripensamento del modello fondato sull’austerità. Ma il ko del leader della sinistra greca nelle trattative per il terzo salvataggio di Atene ha danneggiato anche il partito spagnolo: secondo l’ultima rilevazione di Metroscopia, la traduzione politica del movimento degli Indignados otterrebbe oggi il 18% dei consensi, dietro ai socialisti e ai popolari. Inoltre Ciudadanos è a soli 5 punti di distanza: a inizio anno Podemos poteva contare su 10 lunghezze in più.

Nella lunga tappa di montagna, con il traguardo finale posto alle elezioni generali, il corridore spagnolo con il fiato corto sembra essere Pablo Iglesias. Prendiamo in prestito una metafora ciclistica per raccontare lo stato di forma di Podemos, l’alternativa anti-austerity, nella corsa per la presidenza della Moncloa contro il PP del premier Mariano Rajoy, il PSOE del leader Pedro Sanchez e l’alternativa di centrodestra Ciudadanos capitanata da Albert Rivera.

In costante ascesa di consensi dalla nascita, Podemos vive il primo delicato passaggio politico della sua storia. La crisi greca e le iniziali battaglie di Tsipras avevano aiutato Iglesias e compagni a esprimere un nuovo concetto di Europa, votata alla solidarietà e al ripensamento del modello economico e non solo un palazzo di tecnocrati pronti ad imporre politiche di lacrime e sangue ai cittadini.

La vittoria del referendum di Atene di qualche settimana fa aveva illuso i sostenitori di sinistra che Tsipras potesse avere la forza politica, non solo quella del mandato popolare dei suoi elettori, per combattere a muso duro Angela Merkel e Wolfgang Schäuble. Lo stesso Iglesias era certo che il premier greco potesse essere il primo esempio di come poter urlare un “no” forte a nuove imposizioni dall’alto. A Strasburgo, durante il dibattito al Parlamento, lo accolse a braccia aperte e la sua immagine del profilo di Twitter è una foto dei due leader abbracciati e sorridenti.La lunga notte di negoziazioni e la firma del terzo pacchetto di aiuti hanno detto il contrario. Da uomo forte Tsipras si è trasformato in agnellino, deludendo molti cittadini sotto il Partenone.

Iglesias ha pagato, in termini d’immagine, la vicinanza a Syriza. Nell’ultima rilevazione diMetroscopia, Podemos otterrebbe oggi il 18% dei consensi, dietro al Partito Socialista e al Partito Popolare del premier Rajoy. Non solo: la quarta carta del mazzo, ovvero Ciudadanos, è a soli 5 punti di distanza. Ad inizio anno Podemos poteva contare su 10 punti in più. Sono sondaggi, quindi da prendere con la dovuta cautela, però è la prima volta da molti mesi che il movimento di Iglesias si distanzia dai due partiti tradizionali e scende sotto il 20%.

Mariano Rajoy non aspettava altro per etichettare il professore con il codino come “pericoloso”. Le code ai bancomat di Atene, la chiusura delle banche e della Borsa e il rischio concreto di perdere il patrimonio sono diventate formidabili armi elettorali del premier spagnolo, desideroso come mai di poter paragonare Tsipras ad Iglesias e incutere paura ai cittadini. Paura ingiustificata perché l’economia, seppur gonfiata da dati eccessivamente ottimisti sul recupero dell’occupazione, crescerà del 3% nel 2015 e del 3,5% nel 2016. Rajoy specula sulle difficoltà che si stanno vivendo ad Atene per recuperare consensi dopo un anno di dure sconfitte elettorali, con la perdita del Comune di Madrid come ciliegina sulla torta. Il fiato corto di Podemos non può però essere spiegato solo con le difficoltà di Tsipras. C’è dell’altro e Iglesias lo sa bene.

Le vittorie di Ada Colau e Manuela Carmena nella elezioni municipali di Barcellona e Madrid hanno rappresentato il punto più alto del movimento, soprattutto a livello d’immagine. Va però fatto un distinguo: nella capitale, così come in Catalogna, Podemos ha vinto grazie a un’alleanza con la componente civile e Izquierda Unida ed il successo è stato molto risicato (solo pochi seggi di differenza). Iglesias ha rifiutato apertamente un’alleanza elettorale con l’estrema sinistra anche per la Moncloa, decidendo di correre da solo. Molti elettori non hanno apprezzato pensando che il modello Barcellona-Madrid potesse rappresentare la miglior carta da giocare. Se, ipoteticamente, il risultato delle elezioni nazionali rispecchiasse quello delle comunali di un mese fa, difficilmente Podemos potrebbe insediarsi al governo. Il PP potrebbe allearsi con Ciudadanos e raccogliere più seggi per presentarsi nuovamente davanti al Re per giurare.

Iglesias ha deciso di lottare da solo, come fece Beppe Grillo nelle elezioni politiche italiane. Come il M5S, potrebbe ottenere un exploit straordinario ma pensare di poter raggiungere una maggioranza assoluta sembra oggi fantascienza. E rimaniamo sempre nel campo della fantascienza se pensiamo che domani Iglesias e Sanchez possano sedersi nello stesso governo. Il primo ha etichettato il leader del PSOE come capo di una banda di corrotti, il secondo parla del professore come di un visionario. Immaginarli allo stesso tavolo a discutere di programmi economici comuni per il rilancio dell’occupazione è un’impresa molto ardua. Chi ride sotto la barba è ovviamente Rajoy, conscio del fatto che un’alleanza tra Podemos e PSOE metterebbe la parola fine, anche prima delle urne, a un suo secondo mandato.

Pablo Iglesias difende Tsipras. Quello che è successo è la verità del potere

segnalato da Barbara G.

Essere Sinistra

pablo-iglesias

Il segretario generale di Podemos Pablo Iglesias ha affermato che quel che è successo in Grecia – dove il governo ha finito con l’accettare un duro accordo con i creditori internazionali dopo il NO dei greci alla proposta precedente – è “la verità del potere”.

Durante la presentazionea Madriddel libro “Reti di indignazionee di speranza” del sociologoManuel Castells,Iglesiasha difeso fermamente il primo ministro greco esprimendo disprezzoper coloroche si chiedonoseAlexisTsiprasha fiuto, o no” e se si è venduto, o meno”. I principi di Alexissonomoltochiari, mailmondoe la politicahanno a che fareconle relazioni di potere“, ha spiegato.

Dal punto di vista degli avversari, la situazione era “morte o morte”, e l’esecutivo greco ha dovuto scegliere tra “accettare un cattivo…

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PODEMOS conquista Barcellona e Madrid

Elezioni Spagna, Podemos vince a Barcellona, a Madrid allenza con il Psoe. Rajoy primo, ma è crisi di voti

Il terremoto annunciato per la politica spagnola alla fine si è verificato alle amministrative e regionali di ieri, che hanno visto i post-indignados di Podemos prendere Barcellona, avvicinarsi anche alla conquista della capitale e imporre ai due grandi partiti tradizionali Pp e Psoe un drastico ridimensionamento.

di Silvia Ragusa – ilfattoquotidiano.it, 25 maggio 2015

Volavano gli elicotteri, ieri, sulla notte madrilena. Ma non per controllare dall’alto calle Génova, via della storica sede del Partito popolare: per la prima volta qui il tradizionale balcone della vittoria è rimasto vuoto, nonostante la candidata sindaco Esperanza Aguirre abbia guadagnato un seggio in più. La polizia sorvolava la Cuesta de Moyano, dove migliaia di cittadini ascoltavano la diretta avversaria Manuela Carmena, giudice impegnata nella tutela dei diritti umani: “Ha vinto ilcambiamento. Ha vinto la cittadinanza. Avete vinto voi”. I simpatizzanti di Ahora Madrid, lista di Podemos, si erano dati appuntamento vicino al museo Reina Sofía fin dal primo pomeriggio. Poi, in serata, al suono della banda ufficiale e del noto slogan “Sì, se puede” con l’arrivo del leader Pablo Iglesias, cominciava la festa. Il terremoto annunciato per la politica spagnola alla fine si è verificato alle amministrative e regionali di ieri (gli spagnoli sono andati alle urne per rinnovare 8.122 municipalità oltre che per assegnare i seggi nei parlamenti di 13 delle 17 regioni del Paese), che hanno visto i post-indignados di Podemos prendere Barcellona, avvicinarsi anche alla conquista della capitale e imporre ai due grandi partiti tradizionali Pp e Psoe un drastico ridimensionamento: 4 anni fa i popolari aveva ottenuto la maggioranza assoluta in 8 regioni, oggi devono scendere a patti con altre forze politiche.

Madrid vince il Pp, ma Podemos verso alleanza con il Psoe. Esperanza Aguirre ha vinto ma sa già che non potrà governare facilmente: sommando i 21 seggi agli ipotetici 7 di Ciudadanos non riuscirebbe comunque ad ottenere la maggioranza assoluta. La candidata di Ahora Madrid invece, con 20 seggi, insieme al Psoe di Antonio Miguel Carmona, potrebbe ottenere 29 scranni e le chiavi del palazzo della capitale spagnola. Per Iglesias è l’inizio della fine del bipartitismo: “Pp e Psoe hanno registrato uno dei peggiori risultati della loro storia” e “il cambiamento ora è irreversibile”, ha detto chiaro e tondo. Popolari e socialisti sono in realtà ancora i primi due partiti, ma insieme sommano il 53% e per governare dovranno scendere a patti.

Cresce anche Ciudadanos: è il terzo partito. Il Partito popolare resta in generale infatti il più votato (27%), ma perde l’egemonia degli ultimi vent’anni e quasi tre milioni di preferenze: da oggi la possibilità che gli azzurri tornino a sedersi sulle stesse poltrone non dipenderà più da loro, ma dalla capacità di alleanza delle forze opposte. Il Pp perde quasi tutte le maggioranze assolute nelle regioni come nella principali città del Paese e, probabilmente, il potere in Cantabria, in Castilla-La Mancha e nelle comunità autonome di Valencia e Madrid. Inoltre, una coalizione di sinistra avrebbe la possibilità di sottrarre al partito gli esecutivi di Aragón, Extremadura e Baleari. Dietro al Psoe, che si ferma al secondo posto con il 25% delle preferenze e la conquista della città di Siviglia, sorprende l’ascesa inarrestabile di Ciudadanos, che da oggi diventa terza forza politica, anche se Podemos – che non ha lista propria – non entra a far parte dei dati pubblicati dal ministero degli Interni. È lo stesso leader Albert Rivera a commentare a caldo che il suo partito ha triplicato l’appoggio ottenuto alle elezioni europee del 2014, gettando le basi per vincere le prossime politiche. “Siamo qui e stiamo facendo la Storia”.

A Barcellona vince Ada Colau, paladina degli sfrattati. Ma è da Barcellona che arriva il primo vero cambiamento: una “okkupa” si aggiudica la poltrona di sindaco. Ada Colau, 41 anni, attivista e fondatrice della Pah, la piattaforma per le vittime degli sfratti, ottiene il 25,20% e 11 consiglieri con la formazione civica Barcelona en Comú, appoggiata da Podemos. Segue la formazione indipendentista di Convergencia i Unió dell’attuale presidente della Generalitat Artur Mas con 10 seggi, Ciudadanos con 5 e i socialisti con 4. “È la vittoria di Davide contro Golia” ha detto commossa davanti alla platea e ha ricordato, anche senza aver ottenuto la maggioranza assoluta, che si tratta di un successo “collettivo” dei cittadini contro “il voto della rassegnazione”. A Valencia invece migliaia di cittadini si sono riuniti nella centrale Plaza del Ayuntamento per celebrare la sconfitta della popolare Rita Barberá, dopo 24 anni di governo. Il Pp perde la maggioranza assoluta e cede il passo al Psoe che ottiene il 20,4% e 23 scranni, seguito dalla lista civica di Compromís, con 20 seggi.

Tutto da rivedere insomma: adesso si apre la stagione di alleanze, di governi privi di maggioranza assoluta e di opinioni da tenere in conto. L’unica cosa certa è che le due nuove formazioni di Podemos e Ciudadanos da oggi non sono più solo uno stato d’animo, ma entrano a pieno titolo nelle istituzioni locali. E il sistema del bipartitismo, che ha governato la Spagna dalla fine del franchismo, sembra cedere il posto ad un quadro molto più frammentato.

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Il candidato di Podemos a Madrid: «Alleanze su casa, educazione e sanità»

Elezioni a Madrid. José Manuel Lopez 49 anni di Podemos. Candidato nella capitale

di Giuseppe Grosso – ilmanifesto.info, 24 maggio 2015

José Manuel Lopez è un uomo della pri­mis­sima ora. 49 anni, inge­gnere agra­rio con espe­rienza nel campo della coope­ra­zione e dello svi­luppo delle poli­ti­che sociali, era in piazza con gli indi­gna­dos il 15M e ha assi­stito in prima linea al con­ce­pi­mento e alla cre­scita del pro­getto Pode­mos. Fino alla can­di­da­tura alla Comu­ni­dad di Madrid, una delle regioni chiave per la con­sa­cra­zione del par­tito viola. L’inedita fram­men­ta­zione dello sce­na­rio poli­tico pre­lude alla neces­sità di accordi post-voto.

Con chi sare­ste dispo­sti ad arri­vare a un patto?

Il patto è solo uno stru­mento, non è un obiet­tivo in sé. Noi pro­po­niamo un pro­getto di cam­bio, e sulla base di que­sto siamo dispo­sti a discu­tere con chiunque.

Eppure l’Andalusia è in stallo da due mesi pro­prio per­ché non si rie­sce a tro­vare un accordo con il Psoe…

Siamo pronti a creare geo­me­trie poli­ti­che a soste­gno di un rin­no­va­mento reale. In Anda­lu­sia, noi cer­chiamo un accordo su casa, edu­ca­zione, sanità, cor­ru­zione e il Psoe mette sul tavolo la spartizione degli uffici, dei soldi ai gruppi par­la­men­tari e delle auto blu. Un patto che ci porti al governo pre­ser­vando lo sta­tus quo, non ci inte­ressa; né in Anda­lu­sia né altrove.

Però, soprat­tutto in chiave anti Pp, che a Madrid ha una delle sue roc­ca­forti più solide, non converrebbe con­si­de­rare la pos­si­bi­lità di un tri­par­tito Izquierda Unida, Psoe, Podemos?

Insi­sto: la gente ci chiede un cam­bio e noi non pos­siamo rispon­dere con le solite mano­vre di palazzo. Madrid ha un pro­blema serio di clien­te­li­smo e cor­ru­zione, instau­rati dal Pp sotto lo sguardo indif­fe­rente del Psoe e di Iu. Con queste pre­messe è dif­fi­cile par­lare a priori di un patto. Pode­mos punta alla rot­tura rispetto al vec­chio sistema: trasparenza, cam­bio del qua­dro eco­no­mico e recu­pero dei ser­vizi sociali, sono i punti chiave del nostro pro­gramma. Se gli altri par­titi vogliono remare nella stessa dire­zione, pos­sono senz’altro salire sulla nostra barca; per spar­tirsi le poltrone, si rivol­gano a qual­cun altro.

Anche Ciu­da­da­nos può salire sulla vostra barca?

Può salirci chiun­que sia dispo­sto ad appog­giare il nostro pro­gramma, e non sono sicuro che Ciudada­nos sia dispo­sto a farlo. Sul discorso della rige­ne­ra­zione demo­cra­tica pos­sono esserci alcuni punti di con­tatto, però per quanto riguarda le pro­po­ste sociali e la lotta alla dise­gua­glianza vedo una dif­fe­renza incol­ma­bile. Nel pro­gramma di Podemos le due cose sono inscin­di­bili: non c’è rigenerazione demo­cra­tica senza un miglio­ra­mento delle con­di­zioni sociali.

A pro­po­sito di disu­gua­glianza: la regione di Madrid è una di quelle con il più ampio diva­rio sociale. Che misure intende adot­tare per con­tra­stare que­sta deriva?

Biso­gna cam­biare il modello pro­dut­tivo, attual­mente basato sul mat­tone. Un modello vorace che bene­fi­cia un’élite vicina al governo regio­nale e che ha por­tato a costruire oltre le reali neces­sità. Madrid è una ragione ricca: basterebbe smet­tere di inve­stire in pro­getti inu­tili (strut­ture e strade costate milioni e oggi inu­ti­liz­zate) e uti­liz­zare i fondi per ser­vizi sociali e assun­zioni nel set­tore edu­ca­tivo e sanitario.

Casa, edu­ca­zione e sanità: quale la misura più urgente da adot­tare in cia­scuno di que­sti settori.

Casa: cree­remo un’agenzia pub­blica per l’affitto. Ci saranno incen­tivi per chi mette in affitto (ci sono circa 250.000 case vuote a Madrid) e, paral­le­la­mente, dispor­remo di un numero di case che pos­sano essere asse­gnate a per­sone sfrat­tate o in dif­fi­coltà eco­no­mi­che. Sanità: raf­for­ze­remo il sistema pub­blico e revo­che­remo le pri­va­tiz­za­zioni. Scuola: scom­met­te­remo, anche in que­sto caso, sul pub­blico e bloc­che­remo le nuove con­ces­sioni ai cole­gios concertados (scuole pri­vate che ricevono finan­zia­menti pub­blici, ndr).

Come spiega la fles­sione di Pode­mos negli ultimi mesi?

Credo che fac­cia parte del pro­cesso di matu­ra­zione dell’organizzazione. Siamo nella terza fase di Pode­mos: la prima fu l’occupazione delle piazze con il 15M; la seconda, suc­ces­siva alla costi­tu­zione del par­tito, la ste­sura della dia­gnosi dei pro­blemi della poli­tica spa­gnola: in que­sta fase abbiamo toc­cato il mas­simo dei con­sensi per­ché la nostra ana­lisi ha colto nel segno; la terza fase con­si­ste nel tes­sere una pars con­truens che passi dalla dia­gnosi ad una pro­po­sta concreta di paese, ed è la parte più dif­fi­cile. Però biso­gna con­si­de­rare che solo un anno fa Pode­mos nem­meno esi­steva: in così poco tempo abbiamo rag­giunto grandi risul­tati e un lieve ral­len­ta­mento non ci pre­oc­cupa, anche per­ché i numeri indi­cano una ripresa.

Per­ché oggi i madri­leni dovreb­bero votare Podemos?

Per­ché siamo l’alternativa alla poli­tica tra­di­zio­nale che ci ha por­tato in que­sta situa­zione. Per­ché noi siamo cit­ta­dini nor­mali che si sono orga­niz­zati e si sono stan­cati di aspet­tare che le cose cam­bino da sé. Per­ché non siamo un par­tito ma un pro­getto politico.

I muscoli di Podemos: «È l’anno della svolta»

segnalato da crvenazvezda76

da ilmanifesto.info (31/01/2015) —  di Alonso Carrasco (Madrid)

Spagna. Straordinaria dimostrazione di forza a Madrid: «Vinceremo le elezioni del 2015»

Puerta del Sol a Madrid, ieri

Da mesi Pode­mos pre­pa­rava la pro­pria «conta»; una mani­fe­sta­zione a Madrid, nel cuore del paese, per dimo­strare la pro­pria forza (con­fer­mata dai son­daggi che danno Pode­mos come primo par­tito in Spagna).

Risul­tato rag­giunto, per­ché cen­ti­naia di migliaia di per­sone hanno occu­pato le strade di Madrid, finendo per confluire in una Puerta del Sol dal colpo d’occhio mici­diale. Secondo El Pais, Pode­mos «ha mostrato i suoi muscoli», pre­oc­cu­pando non poco i pro­pri rivali popo­lari e socia­li­sti. Un successo otte­nuto con la par­te­ci­pa­zione di quel «popolo», dive­nuto ormai rife­ri­mento delle sini­stre radi­cali, capaci di arri­vare al potere, come acca­duto in Gre­cia, o in pro­cinto di arri­varci, come potrebbe acca­dere in Spa­gna.

Le ele­zioni nazio­nali sono ancora lon­tane – a novem­bre – ma a breve ini­zierà una giran­dola di consul­ta­zioni amministra­tive (dap­prima — il 22 marzo — in Anda­lu­sia) che potranno accompagnare il cam­mino di Pode­mos, fino all’obiettivo più ghiotto: sfian­care i socia­li­sti e i popolari, e gover­nare il paese da soli, con un pro­gramma di sini­stra vera.
Se dopo la Gre­cia dovesse capi­tare anche in Spa­gna, si trat­te­rebbe di un segnale sto­rico e in grado di cam­biare presumi­bil­mente le sorti dell’intero vec­chio continente.

La «mar­cha del cam­bio», come è stata defi­nita, ha dato la pos­si­bi­lità a Pode­mos di dare una sorta di «cal­cio d’inizio» a quest’anno che potrebbe por­tare il par­tito al governo. Le parole del lea­der, Pablo Igle­sias, («el coleta», il codino) non lasciano dubbi sulle inten­zioni di Pode­mos: «Que­sto è il nostro sogno, che diven­terà realtà quest’anno, dove andremo a cam­biare tutto, comin­ciando a vin­cere le ele­zioni del 2015. Qual­cuno parla di Spa­gna come un «brand», una marca. Ma noi non siamo una mer­can­zia, che si può com­prare o ven­dere. Siano male­detti coloro che ven­dono la nostra cul­tura come fosse una merce. Quest’anno cam­bia tutto, e al governo andrà il popolo spa­gnolo». Non sono man­cati i rife­ri­menti a un tema molto caro tanto a Pode­mos quanto a Syriza (la cui vit­to­ria ha finito per rega­lare grande slan­cio anche alla sini­stra spa­gnola), ovvero quello sulla sovra­nità. Sia Pode­mos sia Syriza, come altri movimenti di sini­stra, da sem­pre richia­mano all’importanza della sovra­nità, persa a causa delle deci­sioni ordi­nate dalle troika.

A que­sto pro­po­sito Igle­sias ha spe­ci­fi­cato che «siamo un popolo di sogna­tori, come don Chi­sciotte, ma abbiamo chiare molte cose. Una di que­ste è che la nostra sovra­nità non è a Davos. In quei luo­ghi hanno deciso di umi­liarci con quello che loro chia­mano auste­rità. È il momento di un piano di riscatto di tutti i cit­ta­dini spagnoli».

Iñigo Erre­jón, numero due di Pode­mos, ha rac­con­tato che «abbiamo pro­te­stato e nes­suno ci ha ascol­tato. Ora è il momento nel quale il popolo recu­pera la sovra­nità e si riprende il Paese». E per sot­to­li­neare la valenza «popo­lare» dell’evento, i diri­genti del par­tito non si sono messi all’inizio del cor­teo. Infine, non pote­vano man­care le prime reazioni a mezzo stampa dei «rivali» di Pode­mos, in primo luogo i popo­lari. Alle parole di Igle­sias e degli altri dirigenti in piazza, è arri­vata la rea­zione stiz­zita del pre­mier Rajoy: «Descri­vono in modo nega­tivo il Paese». Secondo il lea­der popo­lare, Pode­mos è «una moda», che «durerà poco».

PODEMOS, il partito che scuote la Spagna

segnalato da Antonella

da Le Monde diplomatique (Il Manifesto), gennaio 2015 – di Renaud Lambert

La prospettiva di una vittoria della formazione di sinistra radicale Syriza alle elezioni legislative anticipate in Grecia è bastata ad allarmare la Commissione europea. Altrove in Europa la resistenza alle politiche di austerità si organizza al di fuori di strutture partitiche, sospettate di fare parte del problema piuttosto che della soluzione. È stato così a lungo in Spagna, fino alla creazione di un partito che sembra aver cambiato le cose.

Madrid, 15 maggio 2011. Migliaia, e poi centinaia di migliaia di manifestanti che la stampa ben presto battezza “indignati”, si riuniscono a alla Puerta del Sol, nel cuore della capitale spagnola. Denunciano la presa delle banche sull’economia e una democrazia che non li “rappresenta”. Nelle loro animate assemblee sono bandite le bandiere di partito, le sigle politiche e gli interventi a nome di organizzazioni o collettivi. Ben presto si fa strada uno slogan: “Il popolo unito non ha bisogno di un partito”.

Tre anni dopo, la piazza della Porta del Sol è vuota. L’ambizione di cambiare le cose non è scomparsa, è cambiata. Inaspettatamente, la speranza si cristallizza ormai su una nuova formazione politica, Podemos (Possiamo). Che incontra un successo inatteso, mentre nella maggior parte dei paesi europei i partiti sono oggetto di un sempre maggior discredito.

“Si fa fatica a crederlo”, sorride l’eurodeputato Pablo Echenique durante un incontro organizzato dal “circolo” parigino di Podemos nel novembre 2014. “Il nostro partito è stato creato nel gennaio del 2014. Cinque mesi dopo, abbiamo ottenuto l’8% dei voti alle elezioni europee. Oggi, tutti i sondaggi presentano la nostra formazione come la prima forza politica in Spagna!”. I dirigenti di Podemos sanno che un sondaggio non è uno scrutinio elettorale. Del resto, nel dicembre 2014, nuovi sondaggi piazzano la formazione al secondo posto, dietro il Partito socialista operaio spagnolo (Psoe). Tuttavia, è difficile escludere una vittoria di Podemos alle elezioni generali che si dovranno tenere entro il 20 dicembre 2015”.

La creazione di Podemos nasce da una constatazione: “Secondo noi, il movimento del 15 maggio si è chiuso in una concezione movimentista della politica”, ci spiega il sociologo Jorge Lago, membro del consiglio cittadino di Podemos, la sua direzione allargata. “L’idea che l’accumulazione progressiva di forze avrebbe necessariamente portato ad una traduzione politica dei raduni di piazza si è rivelata sbagliata”. Sono nate associazioni di lotta contro gli sfratti, così come reti di resistenza contro il crollo della sanità, ma il movimento in generale si è afflosciato per poi disgregarsi.

Stessa delusione sul piano elettorale. “L’8% degli spagnoli si dichiaravano d’accordo con il movimento, ma ha continuato a votare in maniera tradizionale”, prosegue Lago. Nel novembre 2011, elezioni generali furono uno tsunami conservatore. Da lì la doppia ipotesi: e se, fra le persone che simpatizzavano per il movimento del 15 maggio, una parte sentisse ancora il bisogno di essere rappresentata? E se, nel contesto attuale, il passaggio attraverso lo Stato fosse ancora una condizione sine qua non per la trasformazione sociale?

Pur in netto disaccordo con gli appelli alla democrazia diretta della Puerta del Sol, Podemos si vuole erede dello “spirito di maggio”, soprattutto per via di principi come il finanziamento partecipativo, la trasparenza, la collegialità nelle decisioni. Ma i suoi membri sembrano aver tratto un bilancio critico dalle trappole dell’assemblearismo. Nel primo congresso del partito, lo scorso mese di ottobre, la mozione di Echenique proponeva di aumentare decentramento, orizzontalità e leggerezza. Quella di Pablo Iglesias, che è stata votata con una grande maggioranza, promuovendo questo ricercatore universitario a segretario generale del partito, sosteneva al contrario che per raggiungere gli obbiettivi del movimento occorresse dotare quest’ultimo di un’organizzazione più solida, per non dover diluire le rivendicazioni in un’interminabile riflessione sul proprio finanziamento.

Fra i manifestanti del 2011 che più tengono all’autonomia del movimento sociale, quasi si grida al tradimento: il nuovo partito giocherebbe il ruolo dell’utile idiota del “sistema”. “Podemos nasce come un modo per istituzionalizzare l’energia sociale e il grande processo sperimentale” degli ultimi anni, denuncia Nuria Alabao, attivista di un collettivo di Barcellona. Podemos non “recupera” il movimento del 15 maggio, gli propone un nuovo fronte di lotta, rispondono dall’entourage di Iglesias. “I movimenti sociali possono benissimo conservare la loro autonomia e al tempo stesso sostenere, quando lo ritengano opportuno, un governo che sia loro più favorevole di quelli che la Spagna ha conosciuto negli ultimi tempi”, osserva Lago. Ma la questione del sostegno presenta meno difficoltà di quella della critica: che succede quando un governo che i movimenti sociali ritengono troppo timido si trova già in preda all’attacco dei conservatori? Conviene raggiungere il coro dei contestatori facendo il gioco dell’avversario oppure tacere i propri dubbi e tradire così le proprie lotte? Come nel resto del mondo, la domanda rimane aperta.

Se non c’è continuità diretta fra il movimento del 15 maggio e il successo di Podemos, il secondo non sarebbe stato possibile senza il primo che, secondo i dirigenti del nuovo partito, ha offerto un soggetto politico, raramente così costituito in Europa: il popolo. “Non è il popolo a produrre la sollevazione, è la sollevazione a produrre il proprio popolo”, scrive nel suo ultimo libro il collettivo anonimo Comité invisible. Mentre altrove il termine “popolo” rimane vago – una fantomatica potenza politica che discorsi incantatori hanno l’ambizione di agglomerare -, in Spagna il termine avrebbe preso corpo nelle lunghe serate di occupazione delle piazze.

E SE LA SINISTRA SI MOSTRASSE SEMPLICE, SIMPATICA, PERFINO… DIVERTENTE?

L’emergere di questo “noi” collettivo si spiega in gran parte con le turpitudini delle élite del paese, che Podemos ha chiamato “la casta”. A partire da un livello di corruzione che al confronto fa sembrare la Francia un tempio di virtù. Sono quasi 2000 le inchieste giudiziarie in corso, a carico di almeno cinquecento funzionari, con un costo per lo Stato di 40 miliardi di euro all’anno. Reazioni dei due partiti principali, Il Partito popolare (Pp, destra, al potere) e il Psoe: mettersi d’accordo per “limitare la responsabilità penale alle persone fisiche che ricevono donazioni illegali”, e sottrarre alla giustizia le formazioni politiche che ne approfittano. Neanche la monarchia, ritenuta intoccabile, riesce più a ridare lustro alle élites, visti gli scandali che sommergono l’infanta Cristina di Borbone.

Quando arriva a simili livelli, spiega Iglesias, la corruzione diventa “strutturale”. Impossibile dunque distinguerla da una concezione più generale della politica, illustrata da un’esclamazione: quella della deputata conservatrice Andrea Fabra, l’11 luglio 2012, durante una seduta plenaria del Congresso nel corso del quale Mariano Rajoy annunciava una nuova riduzione delle indennità di disoccupazione. Fabra non era riuscita a contenere la soddisfazione. Applaudendo il capo del governo, aggiunse questo messaggio rivolto ai disoccupati: “Vadano a farsi fottere!”

Mentre un disoccupato su due non riceve più indennità, 33 delle 35 principali società spagnole evadono le imposte grazie alle loro filiali in paradisi fiscali. Mezzo milione di bambini è finito in povertà nel 2009, mentre le grandi fortune del paese prosperano: il loro patrimonio è cresciuto del 67% in media dopo l’arrivo di Rajoy al potere.

E, per contenere il rischio di vedersi rampognare da una popolazione indignata, dallo scorso dicembre una legge per la cosiddetta “sicurezza cittadina” vieta metodicamente tutto ciò che aveva reso possibile la mobilitazione del 2011: riunione nei luoghi pubblici, distribuzione di volantini, occupazione di piazze…

Podemos ritiene che l’esplosione della bolla immobiliare spagnola abbia spezzato le basi materiali sulle quali si fondava il “consenso” inaugurato dalla Costituzione del 1987, con il patto di transizione, la monarchia – screditata a tal punto che Juan Carlos ha dovuto abdicare in favore del figlio – e le speranze di ascesa sociale. “La crisi economica, spiega Lago, ha provocato una crisi politica – il tipo di situazione eccezionale che è la premessa di ogni trasformazione sociale profonda.”  Dopo il processo “destituente” del maggio 2011, sarebbe giunta l’ora di avviare un processo “costituente”: trasformare lo Stato a partire dallo Stato.

Il periodo che attraversa la Spagna sarebbe pieno di pericoli. Infatti, sottolinea Iglesias, l’estrema destra “si muove come un pesce nell’acqua” (marzo 2013). In questo campo, tuttavia, la sinistra spagnola gode di un vantaggio rispetto a quella francese per un’ampia frangia dell’estrema destra nazionalista, che è formalmente integrata nel Pp, è difficile fare un discorso anti-sistema simile a quello del Fronte nazionale, che finora ha governato solo enti locali.

Per i dirigenti di Podemos, la sinistra si è data a lungo ad analisi astruse, riferimenti oscuri e vocabolario in codice. Ma, ritiene Iglesias, “i cittadini non votano per un politico perché si identificano con la sua ideologia, la sua cultura e i suoi valori, ma perché sono d’accordo con lui” (30 luglio 2012). E lo fanno ancora più quando il candidato in questione è capace di mostrarsi normale, simpatico, perfino… divertente.

Il priimo lavoro di Podemos consiste nel “tradurre” le posizioni tradizionali della sinistra in discorsi capaci di ottenere la più ampia adesione: le questioni della democrazia, della sovranità, dei diritti sociali. “Concretamente, precisa Lago, non parliamo di capitalismo. Sosteniamo l’idea di democrazia economica”. Dunque nei discorsi la dicotomia sinistra-destra è lasciata da parte: “La linea di frattura, spiega Iglesias, oppone ormai chi come noi difende la democrazia (…) a chi sta con le élites, le banche, il mercato; c’è chi è in basso e c’è chi è in alto; una élite e la maggioranza” (22 novembre 2014).

I guardiani dell’ortodossia marxista denunciano questo tipo di analisi sociale indifferenziata. Il 24 agosto 2014, un militante si rivolge a Iglesias nel corso di una conferenza. Perché non si usa mai il termine “proletariato”? Risponde il giovane dirigente politico: “Quando è iniziato il movimento del 15 maggio, alcuni studenti della mia facoltà – molto politicizzati, avevano letto Marx e Lenin – hanno partecipato per la prima volta ad assemblee con persone “normali”. Avevano i capelli dritti: “Questi non capiscono niente!”. E urlavano: “Tu sei un operaio, anche se non lo sai!” Le persone li guardavano come se fossero extraterrestri; insomma i miei studenti sono tornati a casa delusi (…) Ecco quel che il nemico si aspetta da noi. Che utilizziamo parole che nessuno capisce, che rimaniamo minoritari, al riparo dei nostri simboli tradizionali. Il nostro nemico sa bene che finché stiamo là non lo possiamo minacciare.”

Fondato, almeno in parte, da militanti di estrema sinistra, alcuni dei quali provenienti dalla formazione Izquierda (Sinistra) Anticapitalista, Podemos sottolinea con soddisfazione il fatto che il 10% dei suoi elettori alle europee del maggio 2014 aveva votato in precedenza per la destra. La base sociale del partito si è ampliata anche con la creazione di mille “circoli” in tutto il paese. I giovani laureati e urbani delle prime fasi sono stati raggiunti da operai, impiegati, abitanti delle campagne.

Ma la storia mostra che un’alleanza interclassista di questo tipo tende a spezzarsi non appena sono state soddisfatte le aspirazioni dei più abbienti. Come garantire che Podemos non incontri lo stesso destino? “La garanzia non c’è, ammette Lago. Ma è una questione che si pone solo a quelli che possono vincere. Preferisco dover affrontare questo piuttosto che proteggermi dietro la tradizionale marginalità della sinistra”.

Plasmati dalle analisi di Antonio Gramsci, i dirigenti di Podemos ritengono che la battaglia politica non possa limitarsi al rovesciamento delle strutture economiche e sociali esistenti, ma debba essere condotta anche sul piano culturale, quello dell’ ”egemonia” che legittima il dominio dei potenti agli occhi dei dominati. In questo campo il nemico impone i propri codici, il proprio linguaggio, la propria drammaturgia. E per forgiare il “senso comune” c’è uno strumento più potente degli altri: la televisione.

UN SISTEMA ELETTORALE PENSATO AFFINCHÉ NULLA CAMBI

Già nel 2003, Iglesias e i suoi amici (fra i quali l’universitario Carlos Monedero, oggi alla guida di Podemos), avevano creato programmi audiovisivi autonomi, fra i quali “La Tuerka”. Questo programma di dibattito politico, diffuso da diverse catene televisive locali e su internet, gioca anche il ruolo di centro di riflessione “per cercare, in una prospettiva leninista, di comprendere il mondo per essere pronti, una volta arrivato il momento” (Iglesias, marzo 2013). Invitando all’occorrenza anche personalità politiche connotate a destra, questo gruppo di giovani acquisisce una notorietà che permette loro di intervenire anche in dibattiti politici organizzati dalle grandi reti; il secondo elemento della loro strategia è infatti “non lasciare il campo al nemico”.

Finora, questo non si è tradotto né in un equivalente iberico di Closer, né in un’esagerata docilità… Il 6 dicembre 2014. “La noches en 24 horas”, uno dei principali programmi politici di Tve (la prima rete televisiva pubblica del paese), ospita Iglesias. D’improvviso, egli sottolinea di non considerare l’invito come un favore: “Abbiamo dovuto dar battaglia perché fossi invitato, osserva davanti al giornalista e conduttore Sergio Martin, imbarazzato. Mi permetta di ringraziare i lavoratori di questa azienda perché, come lei sa, senza la loro pressione voi non mi avreste mai ricevuto qui.”

La classe dirigente spagnola ha un sistema elettorale favorevole alle due formazioni dominanti e ai partiti che posso contare su territori circoscritti. “L’aritmetica è semplice,  spiegava il sociologo Laurent Bonelli nel novembre 2011. Per ottenere un seggio, ai nazionalisti di Geroa bai occorrono 42.411 voti, al Pp 60.000, al Psoe 64.000 e a Iu 155.000 ..” Senza contare che la strategia di Podemos, che rifiuta apparentamenti – una “zuppa di sigle” che rischierebbe di reinserire la formazione  nella classica sinistra-destra – potrebbe privare il partito dei voti dei nazionalisti di sinistra o dei militanti di Iu, che denunciano “l’irresponsabilità storica” di Podemos. L’élite iberica, tuttavia, sembra inquieta: il 1 dicembre 2014, il capo degli imprenditori spagnoli Juan Rosell faceva appello a una grande coalizione “alla tedesca” fra Pp e Psoe.

“Nel programma di Podemos non c’è niente di massimalista”, sottolinea Iglesias. Assemblea costituente non appena arrivati al potere, riforma fiscale, ristrutturazione del debito, opposizione all’innalzamento dell’età pensionabile a 67 anni, passaggio alle 35 ore (contro le 40 attuali), referendum sulla monarchia, rilancio industriale, recupero delle prerogative sovrane dello Stato cedute a Bruxelles, autodeterminazione delle regioni spagnole… Tuttavia, i progetti di Podemos, con la possibile alleanza con forze simili nell’Europa meridionale (…), minacciano i poteri finanziari, che Iglesias chiama “l’Europa tedesca” e “la casta”.

Quest’ultima mostra i denti. Un editoriale del giornalista Salvador Sostres, sul quotidiano El Mundo del 2 dicembre, paragona Iglesias al defunto dirigente romeno Nicolae Ceausescu, sospettandolo di avere una sola idea in testa: “far scorrere il sangue dei più poveri, fino all’ultima goccia”. Alcune settimane dopo un parlamentare del Pp è ancora più diretto: “Sparategli in testa”.