palestina

“Negando il genocidio degli altri, stiamo tradendo quello ebraico”

segnalato da Barbara G.

Yair Auron: “Negando il genocidio degli altri, stiamo tradendo quello ebraico”

di Stefano Jesurum – glistatigenerali.com, 17/01/2017

Yair ovvero, in ebraico, “che dà la luce”. E le parole del professor Yair Auron certamente illuminano, anche se ciò che riflettono porta con sé la cupezza e l’oscurità del pessimismo più assoluto. Auron è a Milano per intervenire oggi alla bella iniziativa che Gabriele Nissim e la sua Gariwo (La Foresta dei Giusti) organizza al Teatro Parenti con lo scopo di creare le premesse per l’elaborazione di una Carta dei valori intorno ad alcune tematiche morali del nostro tempo. Ieri sera Yair ha incontrato Sinistra per Israele per raccontare ciò che secondo lui è la realtà attuale del suo paese e del Conflitto con la C maiuscola, vale a dire quello con i palestinesi.

Cominciamo col dire chi è: storico e accademico specializzato in studi su Shoah, genocidi, razzismo, ha insegnato in università israeliane e statunitensi ed è stato negli anni Settanta direttore dell’Education Department di Yad Vashem, il Memoriale della Shoah di Gerusalemme. Un uomo che – alla vista – rispecchia appieno le più romantiche reminiscenze dei pionieri. Viso segnato dal sole e dalle battaglie, abbigliamento e portamento rozzamente raffinati, eloquio appassionato, duro, molto duro, forse troppo per le nostre orecchie. Storia personale da manuale sionista d’altri tempi. «Sono cresciuto in una famiglia sionista socialista polacca legata all’Hashomer Hatzair. Mio padre emigrò in Palestina negli anni Trenta e l’intera sua famiglia fu sterminata dai nazisti… di questo non mi parlò mai, ricordo che andavamo a visitare lo Yad Vashem e lui non mi diceva nulla. Ho vissuto in kibbutz, sono stato nell’esercito, paracadutista, ho combattuto, ho partecipato alla conquista di Gerusalemme. Ho sofferto di un trauma post bellico perché il mio amico del cuore, il mio amico d’infanzia, è morto in battaglia». Non c’è dunque da stupirsi se Yair e famiglia abitano da tempo a Nevé Shalom / Wahat al-Salam (Oasi di Pace), un villaggio cooperativo dove convivono ebrei e palestinesi israeliani, una settantina di famiglie e una discreta richiesta di nuove entrate che per ora sono ferme per mancanza di terra.

Il tema principale dei suoi studi, l’ossessione di Auron è il genocidio, o meglio i genocidi. Da anni infatti si batte per il riconoscimento da parte di Israele e del mondo del genocidio armeno. Ed è dal genocidio che parte per (quasi) ogni sua riflessione. Iniziando dalla constatazione che troppo a lungo è durato il silenzio su quello e che a tutt’oggi solamente ventisei nazioni lo riconoscono. Continuando con la constatazione che il genocidio curdo, per esempio, così come altri hanno avuto la medesima sorte.

Ma che cosa c’entra con lo Stato di Israele oggi? «C’entra. La catastrofe israeliana consiste nel fatto che è in corso una tragedia. Una tragedia per gli ebrei, per i palestinesi, per l’umanità». E spiega che «se neghiamo il genocidio armeno noi tradiamo il genocidio ebraico». Continua: «In Israele, purtroppo, non studiamo i genocidi da un punto di vista comparativo, ma insegniamo soltanto il genocidio ebraico, la Shoah. Non insegniamo gli altri genocidi, né nei licei, né nelle università. Una situazione inaccettabile sia dal punto di vista morale che da quello accademico. Per molti anni abbiamo sviluppato la filosofia dell’unicità ed esclusività della Shoah. Io non lo accetto. La Shoah non è una categoria unica, come se ci fosse un concetto chiamato Olocausto e un altro concetto chiamato genocidio. Penso invece che la Shoah debba essere studiata nel quadro degli studi comparati sui genocidi. In questo quadro dobbiamo esaminare gli elementi comuni tra gli atti di genocidio e comprendere che cosa distingue l’Olocausto dagli altri. Certo, ci sono caratteristiche uniche come le camere a gas, tuttavia le teorie razziste sono molteplici, e in ogni atto di genocidio si sono sviluppate in vari gradi di sofisticazione. Le teorie razziste contro gli ebrei erano molto ben sviluppate e scientifiche. Un’altra caratteristica unica dell’Olocausto è il fatto che i tedeschi volevano uccidere gli ebrei ovunque ne avessero potuti trovare. La loro missione era uccidere tutti gli ebrei in Europa. Avevano nel mirino anche gli ebrei del Nord Africa e del Medio Oriente».

Yair segue un suo demone che palesemente lo divora. «Dico questo perché sono un essere umano e un ebreo, e inoltre perché il genocidio ebraico ha una rilevanza per l’umanità e non solo per il popolo ebraico. Noi siamo portati a sminuire l’importanza della Shoah guardando a essa in maniera particolaristica. Invece noi in quanto vittime – ebrei, armeni, tutsi e purtroppo altri – abbiamo molto in comune. Gli atti di genocidio ai quali siamo sopravvissuti ci rendono fratelli, nel senso più profondo del termine».

Ed ecco che una platea come quella di Sinistra per Israele, pur preparata e assai critica nei confronti delle politiche della destra israeliana al governo, ammutolisce… «Sì, noi tradiamo il genocidio ebraico», quasi urla Yair Auron, «il nostro è un fallimento morale, lo stesso fallimento morale che riguarda anche i palestinesi». Perché, secondo l’uomo del kibbutz e di  Nevé Shalom / Wahat al-Salam, il genocidio non è passato, ma presente e futuro. È dal 2012 che noi sappiamo del Darfur e non facciamo niente. Noi non facciamo nulla contro i crimini di guerra e i delitti contro l’umanità di cui siamo testimoni quotidianamente. «Noi israeliani e voi italiani vendiamo armi alle fazioni in guerra nel Sud Sudan…».

Ecco che il fantasma viene evocato. «La nostra occupazione di territori palestinesi dura da cinquant’anni, è la più lunga occupazione da parte di una società democratica. Noi siamo malati. È malata la leadership politica, però lo è anche la società civile. Noi siamo malati perché occupiamo, i palestinesi sono malati perché sono occupati. Per questo un uomo con la mia storia adesso si dice a-sionista. Abbiamo il nostro Stato, uno Stato forte. Nessuno può distruggere Israele, però possiamo essere sconfitti dal terrorismo. Loro e noi ci stiamo distruggendo. E la responsabilità maggiore è di chi è più forte, cioè noi. Siamo noi che dobbiamo impegnarci per arrivare all’unica soluzione possibile, due Stati per due popoli». Lo dice uno che fece la propria tesi di laurea sulla possibilità di uno Stato binazionale, la posizione che molti anni fa aveva il sionismo socialista. Adesso Yair accusa di fascismo alcuni ministri del governo Netanyahu, pare non avere speranze, appare catastrofista e – diciamolo – un po’ accecato dalla propria esperienza. Ma alla fine si addolcisce un pochino. «Voi guardate il nostro conflitto come se foste al cinema… mi scuso di aver detto cose che forse vi hanno fatto male… è quello che sento, che penso. Io dico sempre ai miei figli di andare a vivere dove pensano di trovare un po’ di felicità… a Tel Aviv, a Milano, a Parigi… o di rimanere a  Nevé Shalom / Wahat al-Salam. Io lì rimarrò per sempre, anche perché c’è uno dei cimiteri più belli del paese». E finalmente sorride. Yair, “che dà la luce”. La luce della speranza non si spegne nei suoi occhi azzurri. Anche se è una luce che illumina tragedie, errori, paure, fantasmi, orrori.

Come ti confeziono il nemico

segnalato da Barbara G.

di Chiara Cruciati – ilmanifesto.info, 21/10/2015

Saggi. «La Palestina nei libri scolastici di Israele – Ideologia e propaganda nell’istruzione», di Nurit Peled-Elhanan. L’autrice analizza 17 manuali (10 di storia, 6 di geografia e uno di studi civici) utilizzati negli istituti pubblici israeliani dal 1997 al 2009, evidenziando la fabbricazione della memoria collettiva ad uso e consumo dell’odio per gli arabi.

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Una scuola bilingue in israeliano e arabo a Gerusalemme © Foto Reuters

A quattro anni dalla sua prima pubblicazione arriva in Italia uno dei libri che meglio analizza la società israeliana e la narrazione collettiva su cui fonda la sua apparente unità: La Palestina nei libri scolastici di Israele – Ideologia e propaganda nell’istruzione, di Nurit Peled-Elhanan (EGA-Edizioni Gruppo Abele, pp.288, euro 18) apre uno squarcio nel radicato sistema di propaganda interna che ha accompagnato per decenni la costruzione dello Stato di Israele. Un sistema che si regge su pilastri indiscutibili e che accompagna ogni israeliano nel percorso di crescita, dalla scuola all’esercito fino al mondo del lavoro: la disumanizzazione del palestinese, la cancellazione e l’omissione della narrativa araba, la creazione di una memoria collettiva in contrasto con la Storia.

Partendo dallo studio dettagliato di 17 libri (10 di storia, 6 di geografia e uno di studi civici) utilizzati nelle scuole pubbliche israeliane dal 1997 al 2009, Peled-Elhanan imbastisce un’analisi onesta ed approfondita della natura stessa dello Stato israeliano attraverso diversi strumenti: da «analista della narrativa», come si definisce nella prefazione, Peled-Elhanan intesse una trama fatta di studi sociologici e antropologici, esperienza diretta e conoscenza profonda della realtà politica e sociale israeliana, ricerca sul campo. I risultati si dipanano sotto gli occhi del lettore, in un incalzante elenco di esempi volti a dimostrare la tesi dell’autrice: la scuola è il primo mezzo di creazione della memoria collettiva, di una narrativa nazionale per uno Stato e un popolo frammentati, frutto di un’immigrazione «forzata» da ogni angolo del mondo. L’istituto scolastico è il cuoco che sforna un’identità condivisa e comune, non fondata su fatti storici ma sulla loro interpretazione, la loro negazione o la loro omissione.

Così la memoria fabbricata finisce per prevalere sulla Storia e si radica nelle menti delle giovani generazioni, mantenenedo in piedi una società che riproduce, sempre uguali a se stessi, i propri schemi mentali. La conseguenza, tuttora visibile in Israele, è la creazione a tavolino di una società «sotto assedio», convinta di essere preda di un mondo ostile. La «mentalità da accerchiamento», spiega l’autrice permette alle autorità di modellare l’individuo, accompagnarlo nel cammino da studente a soldato a lavoratore verso la forma mentis desiderata.

Gli esempi riportati nel libro variano, spaziando dalle immagini a corredo dei testi scolastici fino alla terminologia utilizzata. Merito dell’autrice è l’analisi del libro di scuola nella sua interezza: ne studia il linguaggio, le mappe, le immagini, la grafica. Niente è lasciato al caso, tanto meno la presenza più o meno occulta di giudizi morali ed etici. Ed ecco che i massacri compiuti dalle milizie paramilitari sioniste nel ’47 e ’48 (Haganah, Irgun-Etzel, Stern) si trasformano in «atti gloriosi, azioni di redenzione e salvezza, compiuti da ’superbi combattenti, eroi dall’eccellente audacia’».

A completare il quadro, c’è la presenza-assenza palestinese. Disegnando mappe senza confini, senza Linea Verde, dove la Cisgiordania diventa Giudea e Samaria e Gaza e le Alture del Golan Siriano parte integrante del grande Israele, l’altro, l’arabo, non esiste. E se esiste, spiega l’autrice, è marginalizzato o additato come pericolo all’identità ebraica nazionale. La Nakba, la catastrofe del popolo palestinese, non è citata o è giustificata; il palestinese è disumanizzato, descritto come selvaggio a cavallo di asini o cammelli, non educato, «geneticamente terrorista, rifugiato o primitivo», caricatura negativa di se stesso. È parte integrante di quel mondo araboin cui va esiliato, ma allo stesso tempo è privato della cultura e le tradizioni che nei secoli ha prodotto: «In nessuno dei libri di testo viene trattato, verbalmente o visivamente, alcun aspetto culturale o sociale positivo del mondo palestinese – scrive l’autrice – Né la letteratura, né la poesia, né la storia o l’agricoltura, né l’arte o l’architettura».

Muovendosi su piani diversi, evitando stereotipi e semplificazioni e curando i dettagli, Peled-Elhanan decostruisce il sistema della propaganda israeliana verso i suoi stessi cittadini. Il cui obiettivo è chiaro, come si legge nelle pagine finali: «I libri di testo presentano la cultura ebraico-israeliana come superiore a quella arabo-palestinese, il comportamento ebraico-israeliano come allineato ai valori universali».

La sua autrice, Nurit-Peled Elhanan, è docente di Educazione del Linguaggio alla Facoltà di Scienze dell’Educazione Linguistica alla Hebrew University di Gerusalemme e fondatrice del Tribunale Russell per la Palestina. Nel 2011 è stata insignita dal Parlamento europeo del Premio Sacharov per la libertà di pensiero e diritti umani. Un percorso, il suo, segnato da una storia personale strettamente intrecciata agli sconvolgimenti di questa terra: nipote di Avraham Katsnelson, che firmò la Dichiarazione di indipendenza di Israele e figlia del generale Matti Peled, in prima linea durante la guerra del ’48 e quella del ’67, perse sua figlia Smadar nel 1997 in un attentato suicida. La bimba aveva 13 anni.

Un evento drammatico che non ha modificato l’approccio di Nurit all’occupazione israeliana, ritenuta la responsabile della morte della figlia. E per questo la ricerca si rivolge al mondo fuori: «La versione originale è in inglese, poi tradotta in spagnolo, italiano e arabo – spiega Peled-Elhanan al manifesto – Non esiste in ebraico perché non avrei trovato editori. Ma soprattutto perché, trattandosi di una ricerca accademica, è rivolta a professori, ricercatori, studenti di tutto il mondo. Voglio parlare alle opinioni pubbliche straniere, nessuno getta mai lo sguardo sulla società israeliana».

«Il mio obiettivo era svelare l’architettura della propaganda sionista, un modello che si propaga a educazione, arte, letteratura, archeologia, musica, teatro. Tutte le discipline sono reclutate per dare vita a una storia comune che ovviamente il popolo israeliano non ha, provenendo da ogni parte del mondo». E il sistema, come si evince dal libro, è vincente: «Gli israeliani diventano buoni soldati da subito, dall’età di 3 anni – ci dice l’aturice – Molti di loro non hanno mai visto un palestinese prima di entrare nell’esercito e quando lo incontrano lo identificano come un nemico. È un sistema di successo perché pervasivo, invade ogni settore. Non c’è un’altra realtà visibile. Nessuno in Israele sa cosa sta succedendo in questi giorni, chi vive a Tel Aviv non lo sa, chi vive a Gerusalemme Ovest non mette piede a Gerusalemme Est».

Il Medio Oriente secondo Matteo

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Renzi, pieno sostegno a Israele, per i palestinesi solo un po’ di aiuti

Gerusalemme/Betlemme. Il Presidente del Consiglio italiano in visita in Israele, tra slogan e qualche banalità, offre un sostegno aperto e incondizionato a Netanyahu. Ai palestinesi promette solo assistenza umanitaria e “cooperazione culturale”. Non ha mai usato le parole occupazione e colonie.

Matteo Renzi ieri alla Knesset © Michele Giorgio

di Michele Giorgio – ilmanifesto.info, 23 luglio 2015

Mat­teo Renzi si pro­clama l’artefice della ripresa dell’Italia, il capo del governo che ha rilan­ciato il nostro Paese, anche in poli­tica estera. Al contra­rio con il suo primo viag­gio uffi­ciale in Israele, ieri e mar­tedì, con una breve parentesi a Betlemme dove ha incon­trato il lea­der dell’Anp Abu Mazen, il Pre­si­dente del Con­si­glio ha con­fer­mato che dell’Italia lui rappresenta l’inconsistenza nelle que­stioni che con­tano. Il primo mini­stro di un Paese che è parte del G8, punto sul quale insi­ste pro­prio Renzi, non può limi­tarsi a ripe­tere slo­gan e ovvietà quando si con­fronta con una delle crisi cen­trali del nostro tempo, quella israelo-palestinese. Una que­stione che chiama in causa la legge internazio­nale, le Con­ven­zioni di Gine­vra, il ruolo delle Nazioni Unite e della Corte penale inter­na­zio­nale, che condiziona la poli­tica estera di Paesi arabi ed occi­den­tali e che con­ti­nua a gene­rare atti­vi­smo e passioni in tutto il mondo. È in queste occa­sioni che un pro­ta­go­ni­sta della scena inter­na­zio­nale si dimostra tale. Mat­teo Renzi ha confer­mato di non esserlo.

Si sa dove da sem­pre batte il cuore del Pre­si­dente del Con­si­glio. E lo ha con­fer­mato lui stesso ieri a Geru­sa­lemme con il discorso che ha pro­nun­ciato davanti alla Knes­set, pre­sente il pre­mier Netanyahu. Trenta minuti di esal­ta­zione acritica di Israele, di dichia­ra­zioni d’amore eterno con­dite da sto­rie per­so­nali che da un lato hanno susci­tato l’applauso di depu­tati, mini­stri e del folto pubblico pre­sente ma dall’altro devono essere apparse troppo enfa­ti­che agli stessi diri­genti e parlamen­tari israe­liani. «Voi avete il dovere di esi­stere e di resi­stere e di tra­man­dare ai vostri figli, come ai miei tre figli — Fran­ce­sco, Ema­nuele ed Ester — per­ché siete un punto di rife­ri­mento anche se a volte pos­siamo avere dei dis­sensi», ha detto ad un certo punto Mat­teo Renzi. Mar­tedì aveva pro­cla­mato che «Israele è il paese delle nostre radici, delle radici di tutto il mondo e anche il paese del nostro futuro».

Nes­suno vieta a Renzi di espri­mere la sua ammi­ra­zione per Israele e di bana­liz­zare la sto­ria. Ma il Pre­si­dente del Con­si­glio ita­liano è anche il rap­pre­sen­tante del terzo Paese dell’Ue e non può riassumere “tutto il resto” in quat­tro parole: «La pace sarà pos­si­bile solo con due Stati e due popoli e solo se sarà garan­tita piena sicu­rezza di tutti: il diritto dello Stato pale­sti­nese all’autodeterminazione e quello dello Stato ebraico alla pro­pria sicu­rezza». Non può limi­tarsi a pronun­ciare frasi ad effetto, per com­pia­cere Neta­nyahu e i suoi mini­stri, come «Chi pensa di boicot­tare Israele non si rende conto di boi­cot­tare se stesso, di tra­dire il pro­prio futuro. l’Italia sarà sem­pre in prima linea nel forum euro­peo e inter­na­zio­nale con­tro ogni forma di boi­cot­tag­gio ste­rile e stu­pido». Per­chè dall’altra parte del Muro costruito da Israele in Cisgior­da­nia e che Renzi ha certa­mente visto men­tre si recava a Betlemme – Sil­vio Ber­lu­sconi riu­scì addi­rit­tura a non scorgerlo – ci sono quasi tre milioni di pale­sti­nesi che recla­mano libertà, fine dell’oppressione e dell’occupazione mili­tare israe­liana. E ci sono inol­tre due milioni di pale­sti­nesi di Gaza che vivono in una pri­gione a cielo aperto che pos­sono aprire e chiu­dere solo Israele e l’Egitto di Abdel Fat­tah al Sisi, quello figlio del golpe, delle cen­ti­naia di con­danne a morte, degli atti­vi­sti anti Mubarak sbat­tuti in galera, della libertà di stampa negata, del quale il Pre­si­dente del Con­si­glio si è detto un soste­ni­tore e uno stretto alleato. E non si pos­sono dimenticare i cin­que milioni di profughi pale­sti­nesi sparsi nei campi pro­fu­ghi di Libano, Siria e Gior­da­nia. Renzi, davanti alla Knes­set, non ha mai pro­nun­ciato la parola occu­pa­zione, non ha fatto rife­ri­mento alle riso­lu­zioni inter­na­zio­nali, ha evi­tato accu­ra­ta­mente di affron­tare la que­stione della colo­niz­za­zione dei ter­ri­tori occu­pati, ha ricor­dato solo le sof­fe­renze israe­liane per il razzi pale­sti­nesi di un anno fa dimenticando i 2.200 pale­sti­nesi uccisi, tra i quali cen­ti­naia di bam­bini, e le distru­zioni immense subite da Gaza sotto bom­bar­da­mento israe­liano per 50 giorni.

Chi pro­clama di voler fare grande l’Italia non può chiu­dere nello scan­ti­nato i pale­sti­nesi e i loro diritti, come ha fatto il primo mini­stro ita­liano ieri durante il breve pas­sag­gio per il palazzo presiden­ziale a Betlemme. Durante la conferenza stampa con Abu Mazen (non aperta alle domande dei gior­na­li­sti) il pre­si­dente pale­sti­nese ha denun­ciato la colo­niz­za­zione. «La con­ti­nua costru­zione di colo­nie da parte di Israele fa per­dere spe­ranza al popolo pale­sti­nese che attende la sua patria da circa 70 anni», ha detto, aggiun­gendo subito dopo «ma le nostre mani sono tese per la pace verso i nostri vicini israe­liani sulla base delle riso­lu­zioni inter­na­zio­nali». Renzi è rima­sto impas­si­bile. Poi, come se Abu Mazen non avesse mai aperto bocca, ha esor­tato il lea­der pale­sti­nese a «lot­tare con­tro il ter­ro­ri­smo», promettendo l’assistenza dell’Italia all’economia e lo svi­luppo dei ter­ri­tori pale­sti­nesi. Pane non libertà.

La misura delle colpe

di Chicco

In uno stato di diritto le colpe sono di solito misurate da un indice che andrà a incidere sulla pena da comminare a colui che tali colpe ha commesso.

Esempio banale: un losco individuo che reagisce pestando colui che ha importunato a male parole la sua ragazza non subirà la stessa pena del gruppo organizzato che fa della violenza un’arma di intimidazione costante.

In entrambi i casi esiste una colpa – e la violenza di entrambi è esecrabile -, ma le situazioni sono ben diverse. L’indice che individua le differenti colpe è dato dai danni subiti, dalla premeditazione dell’atto e dal fatto che ci sia una causa scatenante la violenza. Entrambi i responsabili hanno colpe, ma uno ne ha di maggiori.

Pertanto, se uno è colpevole di reati peggiori, è peggiore dell’altro.

Tempo fa, nella discussione su Gaza qualcuno difendeva la legittimità di Israele ad agire per via militare, perché pari alla legittimità di Hamas di lanciare razzi. Il discorso mi ha fatto alquanto incazzare.

La violenza genera violenza, ed entrambe le fazioni dovrebbero cessare le ostilità e aprire canali di dialogo attraverso i quali costruire una pace duratura. Ma per avere la pace servono alcune condizioni di base. Ora mi piacerebbe sapere: quelle condizioni di base sono le stesse per entrambi? Cosa vuole Israele? Cosa vuole lo stato Palestinese?

Se ci si basasse sulle loro richieste propagandistiche, sarebbe semplice rispondere: guerra eterna fino al completo abbattimento del nemico (o al proprio, perché “è meglio morire che vivere così”).

Osservando dall’esterno, mi pare che lo stato di Israele, come richiesto da milioni di ebrei ben prima della Shoah, debba esistere e avere confini definiti, e altrettanto hanno richiesto i palestinesi per uno stato Palestinese. Oltre a ciò, i cittadini Palestinesi in Israele e quelli Israeliani in Palestina credo debbano avere eguali diritti, indipendentemente da dove scelgano di abitare. Queste due condizioni, basilari e, a mio parere, di equilibrio minimo, non sono rispettate in alcun modo da una delle due fazioni, che ha fatto carta straccia (o da “cu..”) dei precedenti trattati sui confini, e che, tanto meno, rispetta la parità dei diritti tra cittadini.

Quindi non è come sosteneva qualcuno: non ci sono buono e cattivo, non c’è bianco o nero. Ci sono due popoli che si fanno la guerra senza esclusioni di colpi, ricorrendo a violenze da fermare subito. Ma uno stato fu lentamente conquistato e cancellato dalle mappe geografiche e anche da diversi organismi internazionali (adesso finalmente iniziano a dire che quello stato esiste…), mentre l’altro fu creato meno di cent’anni fa e ha occupato e occupa territori non propri imponendo severi embarghi a una terra in cui, in realtà, dovrebbe quasi comportarsi da ospite. Senza contare l’incredibile costruzione del muro divisorio di protezione, che da solo dovrebbe indicarci qualcosa…

Quindi ci sono, sì, due colpevoli, ma uno ha colpe, per me, indiscutibilmente maggiori, colpe che vanno risolte, colpe che non hanno scusanti.

Quindi, per me, uno è peggiore dell’altro.

Il vero obiettivo

segnalato da barbarasiberiana

L’OBIETTIVO DI ISRAELE SONO I CIVILI

Di Gideon Levy* – Internazionale 14/07/2014

Lo scopo dell’operazione Margine protettivo è riportare la calma. Il mezzo per raggiungerlo è uccidere civili. Lo slogan della mafia è diventato la politica ufficiale di Israele.

Israele crede davvero che, se uccide centinaia di palestinesi nella Striscia di Gaza, regnerà la calma. Distruggere i depositi di armi di Hamas, che ha dimostrato di sapersi riarmare, è inutile. Abbattere il governo di Hamas è un obiettivo irrealistico (e illegittimo) che Israele non vuole raggiungere, ben sapendo che l’alternativa potrebbe essere molto peggiore. Quindi l’unico scopo possibile di questa operazione militare è questo: morte agli arabi, con il plauso delle masse.

L’esercito israeliano ha già una “mappa del dolore”, un’invenzione diabolica che ha preso il posto della non meno diabolica “banca degli obiettivi”, e questa mappa si sta allargando a ritmi nauseanti. Basta guardare le trasmissioni di Al Jazeera in lingua inglese – una tv equilibrata e professionale, a differenza della sua versione araba – per comprendere la portata del successo. La verità non la vedrete negli studi “aperti” di Israele – aperti, come al solito, soltanto alle vittime israeliane – ma la vedrete tutta intera su Al Jazeera, e forse resterete perfino scioccati.

A Gaza si stanno ammucchiando i cadaveri. È il conteggio disperato, e incessantemente aggiornato, delle uccisioni di massa di cui Israele si vanta, e che a mezzogiorno di sabato scorso già comprendeva decine di civili, compresi 24 bambini, più centinaia di feriti che andavano a sommarsi all’orrore e alla devastazione. Sono già stati bombardati una scuola e un ospedale. Lo scopo è colpire case, e nessuna giustificazione al mondo può bastare: è un crimine di guerra, anche se le forze armate israeliane definiscono questi obiettivi “centri di comando e controllo” o “sale riunioni”.

Fin dalla prima guerra del Libano, cioè da più di trent’anni, uccidere arabi è il principale strumento strategico di Israele. L’esercito israeliano non combatte contro altri eserciti: il suo obiettivo primario sono i civili. Tutti sanno che gli arabi nascono solo per uccidere ed essere uccisi: non hanno altro scopo nella vita, e così Israele li uccide.

Naturalmente, non si può non indignarsi per il modus operandi di Hamas. Non solo punta i suoi razzi contro centri abitati da civili in Israele e si posiziona all’interno di centri abitati (forse non ha alternativa, considerato l’affollamento della Striscia di Gaza): Hamas lascia la popolazione civile di Gaza indifesa di fronte ai brutali attacchi israeliani e non predispone sirene antiaeree, rifugi o spazi protetti. È un comportamento criminale. Ma i bombardamenti dell’aviazione israeliana non sono meno criminali, negli effetti e nelle intenzioni.

Nella Striscia di Gaza non c’è un solo edificio in cui non abitino decine di donne e bambini, quindi l’esercito israeliano non può sostenere di non voler colpire civili innocenti. Se la recente demolizione della casa di un terrorista in Cisgiordania ha ancora suscitato qualche protesta, per quanto flebile, in queste ore si stanno distruggendo decine di case, e con esse i loro abitanti.

Generali a riposo e commentatori in servizio attivo fanno a gara per avanzare la proposta più mostruosa: “Se gli ammazziamo i parenti, si spaventeranno”, ha spiegato senza batter ciglio il generale Oren Shachor. “Dobbiamo creare una situazione tale per cui, quando usciranno dalle loro tane non riconosceranno più Gaza”, ha detto qualcun altro. Senza pudore e senza essere messi in discussione, almeno fino alla prossima inchiesta delle Nazioni Unite.

Le guerre senza scopo sono quelle più spregevoli. Prendere deliberatamente di mira i civili è uno dei mezzi più atroci. Ora il terrore regna anche in Israele, ma è improbabile che anche un solo israeliano possa immaginare cosa significa questa parola per il milione e 800mila abitanti di Gaza, la cui vita, già infelice, ormai è assolutamente raccapricciante. La Striscia di Gaza non è “un nido di vespe”, come è stata chiamata, ma una provincia della disperazione umana. Nonostante le sue strategie del terrore, Hamas è tutt’altro che un esercito. Se è vero, come si va dicendo, che a Gaza Hamas ha scavato una rete tanto sofisticata di tunnel, perché non costruisce anche la metropolitana leggera di Tel Aviv?

La soglia delle mille incursioni e delle mille tonnellate di bombe sganciate è stata quasi raggiunta, e Israele aspetta una “foto della vittoria” che è già stata ottenuta: morte agli arabi.

* Gideon Levy è un giornalista israeliano. Scrive per il quotidiano Ha’aretz.