Parlamento Europeo

L’Euroconfusione sul Ceta

segnalato da Barbara G.

di Monica Di Sisto* – ilmanifesto, 16/02/2017

tramite italia.attac.org 

Stop Ceta. «L’accordo non combatte il protezionismo, protegge gli investimenti delle grandi imprese ma non i cittadini», ricorda Eleonora Forenza del Gue schierato sul fronte del No

«Per approvare il Ceta dovrete passare sopra di noi!». Con questo slogan qualche migliaio di attivisti arrivati a Strasburgo da tutta Europa, dalle prime ore della mattina di ieri si sono sdraiati intorno alla sede del Parlamento europeo bloccandone gli ingressi. Hanno costretto parlamentari e impiegati a scavalcarli per entrare nel palazzo, e dare il via alla seduta in cui, con 408 sì, 254 no e 33 astenuti, è stato approvato l’accordo di liberalizzazione commerciale tra Europa e Canada, il Ceta. Pacchi di firme dei 3milioni e mezzo di cittadini che hanno bocciato Ttip e Ceta vengono consegnate ai parlamentari. I sommozzatori di Greenpeace nuotano nella fontana della Giustizia «che è affondata», spiegano. La contestazione è fortissima, fuori e dentro l’aula: i parlamentari di destra, sinistra e anche molti socialdemocratici espongono cartellini rossi d’espulsione, magliette, cartelli #StopCeta, dalle tribune canti, fischi e slogan non si fermano mai per le oltre due ore di seduta. In tribuna c’è il premier canadese Justin Trudeau, appena ricevuto da Donald Trump cui ha concesso una più stretta integrazione con gli Usa nell’area di libero scambio con il Messico Nafta. Il premier si è opposto alle sanzioni e al peggioramento delle clausole a sfavore del Messico annunciati da Trump. Questo Nafta+, peraltro, permetterà alle oltre 40mila multinazionali Usa con sedi operative in Canada, di esportare più facilmente nel mercato Ue con le stesse condizioni di vantaggio garantite dal Ceta alle imprese canadesi. Eppure qualcuno in Aula prova ancora a presentare il patto col Canada di Trudeau come un anticorpo all’espansionismo trumpista.

Nel dibattito tra parlamentari l’euroconfusione, regna sovrana, soprattutto in casa socialdemocratica. Il presidente Gianni Pittella annuncia il voto del gruppo a favore affermando però che «sul Ceta c’è troppo trionfalismo», e che «c’è bisogno di aprire un dibattito vero sul commercio». Rivendica i «grandi cambiamenti che gli S&D si sono battuti per ottenere rispetto al trattato, altrimenti ne avrebbero approfittato essenzialmente le multinazionali», e riceve in cambio fischi e risate, considerando che il suo gruppo è stato quello più allineato ai negoziatori e alla commissione. Conclude annunciando che il loro sostegno al Ceta è «un voto che prevede un cambiamento» cui si deve lavorare per governare la globalizzazione. La replica diretta è di Tiziana Begin del M5S, che parla di colpo di stato silenzioso quando, a fronte di risultati economici irrealistici si sottraggono ai cittadini e ai loro eletti la regolazione del commercio e degli standard».

Eleonora Forenza del Gue gli ricorda «che sarebbe bellissimo se davvero il Ceta servisse per combattere il protezionismo, ma in realtà protegge gli investimenti delle grandi imprese ma non i cittadini». Lo attacca anche Matteo Salvini, ricordandogli che «maggioranza e Commissione hanno fatto orecchie da mercante alle richieste di stop al trattato arrivate dall’Italia ma in molti Paesi le elezioni sono vicine e i popoli vi verranno a prendere».

Più interessante, però, è che nette critiche alla sua linea arrivino anche dai democratici italiani: Antonio Panzeri, annunciando voto contrario ricorda «i 200mila posti di lavoro a rischio in tutta Europa, che fanno del Ceta tutt’altro che un modello». E poi Nicola Caputo, che ricorda che «non abbiamo ottenuto abbastanza garanzie in agricoltura: proteggere 104 prodotti a indicazioni geografica è buono ma non è abbastanza, come ciò che salvaguarda nel testo consumatori e ambiente». Voteranno no, al Ceta oltre a loro, i colleghi di gruppo Benifei, Briano, Chinnici, Cofferati, Cozzolino, Giuffrida, Schlein e Viotti. E questa spaccatura, più profonda di qualche mese fa, complica il percorso di ratifica che il Trattato dovrà affrontare in tutti e 38 i Parlamenti nazionali dell’Unione.

Il Ceta, infatti, entrerà in larga parte in vigore in approvazione provvisoria dopo il via libera dell’Europarlamento, ma tra qualche mese, sistemato il testo legale, passerà al vaglio degli Stati e, con molti Paesi sotto elezioni e altri come l’Italia che vi saranno più vicini, le mobilitazioni delle reti StopCeta continueranno in casa, rendendo il destino del trattato non così scontato. Per quanto riguarda le associazioni Stop Ttip, il contrattacco è già partito. In vista del 25 marzo, anniversario dei Trattati di Roma Fondativi della Comunità Europea, si studia come trasformare la sconfitta di oggi in un nuovo percorso di mobilitazione contro Ceta e Ttip. Nuove azioni, valutazioni d’impatto, eventi a sorpresa per i politici nazionali. Per un’Europa e un’Italia finalmente più presentabili e democratiche di così.

*vicepresidente di Fairwatch, campagna Stop TtipItalia

*****

Il Parlamento europeo approva il CETA: perché ho votato contro

di Elly Schlein – possibile.com, 15/02/2017

Oggi al Parlamento europeo si è votato sul CETA, l’Accordo economico e commerciale globale tra Unione europea e Canada, che è passato con 408 voti a favore, 33 astensioni e 254 contrari.

Dopo aver riflettuto e studiato a lungo, ho votato contro all’accordo.

Anzitutto è bene precisare che il Parlamento aveva solamente la possibilità di approvare o rigettare in blocco l’accordo, senza poter emendare quanto negoziato tra il Governo canadese e la Commissione europea. 

Il giudizio complessivo su un accordo così esteso, senz’altro il più articolato mai negoziato dall’UE, è reso ancora più difficile dalla grande divergenza di analisi sui suoi potenziali effetti. Vi sono analisi che lo raccontano come un accordo vantaggioso per l’UE, con la possibilità di creare nuovi posti di lavoro e opportunità per le piccole e medie imprese europee, ed altre che arrivano a conclusioni diametralmente opposte, di perdita consistente di posti di lavoro in diversi settori, di rischio concreto di far accedere al mercato europeo prodotti e servizi che non rispettano gli standard di tutela ambientale, della salute e del lavoro che abbiamo conquistato con decenni di battaglie e che ritengo essere uno dei risultati più preziosi dell’UE ed in particolare del Parlamento europeo.

Il CETA, ad un’attenta lettura, è complessivamente figlio di una stagione passata (come nota anche Piketty) e di un modello vecchio, di liberalizzazione degli scambi, che ha contribuito a produrre gravi storture nel commercio globale ed ha avuto conseguenze disastrose in termini di aumento delle diseguaglianze. Da un punto di vista occupazionale e di crescita, persino le stime della Commissione sono del tutto contenute. E’ quindi legittimo pensare che l’accordo sia stato dettato più da ragioni geopolitiche – peraltro usate spesso come argomento dai favorevoli – che dai suoi presunti effetti benefici per l’economia europea, ed in particolare dal tentativo di fissare standard globali. Ma come ci attrezzerebbe, il CETA, anche da questo punto di vista? In modo del tutto insufficiente, con qualche contentino come un capitolo sullo sviluppo sostenibile che non è nemmeno vincolante, con un riferimento al “diritto di regolamentare” degli Stati dai contorni troppo vaghi, e con meri impegni del Canada a sottoscrivere le convenzioni ILO a tutela del lavoro. Ma se l’intento fosse quello di condizionare futuri accordi con partner “più distanti da noi”, come la Cina, che senso ha siglare un accordo in cui non c’è nulla sulla tutela del lavoro, e nulla sulla fiscalità e le misure sempre più necessarie di contrasto all’evasione ed elusione fiscale? 

Dire NO al CETA non ci rende simili a Trump, non ci rende né protezionisti né isolazionisti, perché la differenza sta nella risposta che si vuole dare davanti ad un’analisi critica degli effetti della globalizzazione sregolata. Questa risposta non è quella dei muri di Trump, ma non può nemmeno essere la continuità con gli errori già fatti, e con un modello di sviluppo e di commercio che ha contribuito a produrre i disastri e le diseguaglianze attuali. Peraltro, non è che senza il CETA si fermi il commercio internazionale. Si poteva e doveva negoziare meglio, e con maggior trasparenza e coinvolgimento del Parlamento, di tutti gli stakeholders e dei cittadini sin da principio.

In una valutazione il più possibile obiettiva dei pro e dei contro, non ho rinvenuto nel CETA  garanzie sufficienti sulla tutela dei nostri standard. I rischi a mio avviso più gravi contenuti nell’accordo sono tre: il primo riguarda la scelta del metodo di una “lista negativa” per quanto riguarda i servizi compresi nell’accordo (al di fuori di quelli specificatamente menzionati, gli altri sono da ritenersi tutti compresi, con rischi evidenti). Il secondo riguarda il nodo del “principio di precauzione”, sancito all’art. 191 del TFUE, e messo a rischio nel confronto con un modello completamente diverso come quello canadese (ed anche americano). Essenzialmente le parti hanno concordato che a prevalere in sede di applicazione dell’accordo sarà il principio di precauzione così come interpretato tra le parti, anziché quello contenuto nei Trattati UE, secondo cui basta un ragionevole rischio connesso ad un certo prodotto, anche senza certezza scientifica della sua pericolosità, affinché l’UE agisca a tutela dei cittadini. Questo è un punto davvero pericoloso.

E il terzo, e per me dirimente, riguarda il controverso meccanismo di tutela degli investimenti, il cosiddetto “ICS”. La creazione stessa di una sorta di corte speciale, cui le multinazionali possano rivolgersi nel caso in cui si ritenessero lese da normative approvate dagli Stati membri a tutela della salute, dell’ambiente, del lavoro dei cittadini europei, chiama in causa il delicato tema della sovranità. Il presupposto alla base di questo tipo di strumento di tutela degli investimenti è infatti inaccettabile: che i sistemi giudiziari degli Stati membri dell’UE e del Canada non siano sufficientemente affidabili e solidi. La giustizia è uguale per tutti, e non si vede perché creare corsie preferenziali per le grandi aziende, a seconda del fatturato.

Gli effetti della globalizzazione vanno senz’altro regolati – ed anzi è già molto tardi – ma come si decide di regolarli fa molta differenza, e con accordi come questo si regolano male. Nel dibattito coi colleghi ho sentito spesso dire che il CETA sarebbe l’accordo “più progressista” che è possibile raggiungere, e che se l’UE non fosse in grado di firmare questo accordo con un partner “amico” come il Canada, tanto varrebbe rinunciare alle competenze comunitarie sul commercio internazionale. Non sono affatto d’accordo: proprio perché l’UE può rivendicare standard altissimi, frutto di decenni di battaglie, in tema di tutela dell’ambiente, della salute e del lavoro, standard che peraltro sono più in linea con la nuova Agenda dello Sviluppo Sostenibile al 2030 approvata dall’ONU nel settembre 2015, bisognerebbe sedersi al tavolo coi partner commerciali con ambizioni decisamente più alte, e non come se fosse un mero contratto tra due parti con interessi diversi, alla ricerca di un compromesso accettabile. Quando in gioco c’è il futuro delle nuove generazioni, di chi verrà dopo di noi, l’unico compromesso accettabile è il meglio.

Pablo è vivo e lotta insieme a noi

di Pablo Iglesias (da esseresinistra.wordpress.com, 29 ottobre 2015, segnalato da n.c.60)

Parlamento europeo, Strasburgo – 27 ottobre 2015

Signor Presidente, la prima volta che ho parlato qui era quindici mesi fa per conto di questo gruppo. E’ stato un onore farlo ed è stato un onore competere con lei per la presidenza di questo Parlamento. Dissi allora che aspiravamo a un’Europa diversa, che fosse un po’ meno dura con i deboli e un po’ meno accomodante con i potenti. Credo, purtroppo, che la dichiarazione di quindici mesi fa rimane valida ancora oggi.

Ho ricordato, in quel discorso di quindici mesi fa, i soldati spagnoli che hanno combattuto contro il fascismo e contro l’orrore come il miglior contributo del mio paese per il progresso in Europa, come il miglior contributo del mio paese per un’ Europa sociale, un’ Europa democratica, un’ Europa rispettosa dei diritti umani. Quando sento le grida xenofobe in quest’Aula ricordo che nel mio paese, a quelli che insultavano, a coloro che terrorizzavano i deboli è stato detto «No pasarán». Ma mi dà fastidio sentire una certa ipocrisia in quest’Aula da coloro che piangono lacrime di coccodrillo e difendono – dicono di difendere – i diritti umani.

Signor Weber, lei ha parlato di estremisti per riferirsi a ciò che potrebbe accadere in Portogallo. Imparate a rispettare la democrazia. Comprendendo che, a volte, i cittadini votano diversamente da ciò che gli fanno credere di rappresentare.

(Applausi)

Il signor rappresentante del gruppo liberale –  spero che mi perdonerà, se dopo quindici mesi di pratica ogni mattina allo specchio, sono ancora incapace di pronunciare il suo nome – ha detto che questo non è un problema di socialdemocratici, liberali o popolari. In effetti, è così. In effetti, tutti loro hanno concordato gli elementi chiave che ci hanno coinvolto in una politica estera europea che stiamo pagando e che ha a che fare con la miseria e l’umiliazione di migliaia di famiglie che vivono sulla soglia dell’Europa.

Oggi si parla, ancora una volta, della guerra e della desolazione alle porte d’Europa, di famiglie a cui si sta rispondendo con il filo spinato. E io dico che noi europei non possiamo dimenticare che cosa significa la guerra, non possiamo dimenticare che cosa significano l’orrore e la povertà e del dovere di abbandonare l’orrore e la povertà. E non possiamo umiliare queste persone, perché ummiliare queste persone significa umiliare l’Europa. Come è umiliare Europa, signor Weber, eliminare il welfare state. Come è umiliare l’Europa eliminare i diritti sociali. E’ umiliare l’Europa consegnare i governi all’arroganza dei poteri finanziari e sferrare un attacco alla sovranità popolare. E’ umiliare l’Europa incoraggiare la frode fiscale, come ha fatto lei, Presidente Juncker. Proprio come lei, che ha favorito, quando era ministro Capo del Governo e Ministro delle Finanze – accordi commerciali segreti con le multinazionali di modo che potessero pagare le tasse al 1%, mentre i cittadini europei devono pagare altre tasse. E poi si parla di bilancio. E ci si siede lì, Jean-Claude Juncker, perché persone come lei, onorevole Pittella, ha permesso al signor Juncker di sedersi lì; perché voi, i socialisti,  state mantenendo una grande coalizione con i popolari in quest’Aula.

Quindi, e non le cito Dante, onorevole Pittella, si schieri con la gente e la faccia finita con questa dannata grande coalizione.

(Applausi)

Io ritorno al mio paese per non avere, perchè in Spagna non ci siano ancora persone come lei nel governo, signor Juncker, ma voglio chiederle una cosa prima di partire: cambi la sua politica.

La crisi dei rifugiati non si risolve con filo spinato. La crisi dei rifugiati non si risolve con la polizia. Quello che funziona è una politica responsabile. Smettere di giocare a scacchi con i popoli del Mediterraneo. Lavorare per la pace, piuttosto che fomentare guerre. Aiutare le persone in fuga dall’orrore. Non continuare a distruggere la dignità dell’Europa, Jean-Claude Juncker.

(Applausi)

QUI il testo originale in spagnolo.