partecipazione

Il governo conta, ma dobbiamo ricominciare dall’opposizione

di Luciana Castellina – manifesto.info, 06/12/2016

Dopo il referendum. Se non vogliamo che domenica sia stata una vittoria di Pirro, il vero impegno per la sinistra comincia adesso. Il governo è importante, ma superato lo slogan «se andremo al governo faremo…». Dobbiamo fare subito, laddove siamo

Evviva. Le vittorie, da un bel pezzo così rare, fanno bene alla salute. E poi questa sulla costituzione non è stata una vittoria qualsiasi, come sappiamo, nonostante le contraddittorie motivazioni che hanno contribuito a far vincere il No.

La cosa più bella a me è comunque sembrata la lunghissima campagna referendaria.

Contrariamente a quanto è stato detto «uno spettacolo indecente», «una rissa», ecc. quel che è accaduto contro ogni attesa è stato un rinnovato tuffo nella politica di milioni di persone che non discutevano più assieme da decenni. Come se si fosse riscoperta, assieme alla Costituzione, anche la bellezza della partecipazione.

In questo senso mi pare si possa ben dire che contro il tentativo di ridurre la politica alla delega ad un esecutivo che al massimo risponde solo ogni cinque anni di quello che fa si sia riaffermata l’importanza dell’art.3, quello in cui si riconosce il diritto collettivo a contribuire alle scelte del paese. Pur non formalmente toccato dalla riforma Boschi, è evidente che la cancellazione della sua sostanza era sottesa a tutte le modifiche proposte. Evviva di nuovo.

Per noi sinistra il vero impegno comincia adesso.

Non vorrei tuttavia turbare i nostri sogni nel sonno del dovuto riposo dopo questa cavalcata estenuante e però credo dobbiamo essere consapevoli che per noi sinistra il vero impegno comincia adesso.

Quella che abbiamo combattuto non è stata infatti solo una battaglia per difendere la nostra bella democrazia da una deplorevole invenzione di Matteo Renzi: abbiamo dovuto impedire che venisse suggellata un’ulteriore tappa di quel processo di svuotamento della sovranità popolare, che procede,  arrestare.

Viene da lontano, si potrebbe dire dal 1973, quando all’inizio reale della lunga crisi che ancor oggi viviamo, Stati Uniti, Giappone e Europa, su sollecitazione di Kissinger e Rockfeller, riuniti a Tokio, decretarono in un famoso manifesto che con gli anni ribelli si era sviluppata troppa democrazia e che il sistema non poteva permettersela. Le cose del mondo erano diventate troppo complicate per lasciarle ai parlamenti, ossia alla politica, dunque ai cittadini.

E da allora che si cominciò parlare di governance (che è quella dei Consigli d’amministrazione prevista per banche e per ditte) e ad affidare via via sempre di più le decisioni che contano a poteri estranei a quelli dei nostro ordinamenti democratici, cui sono state lasciate solo minori competenze di applicazione.

Abbiamo protestato contro molte privatizzazioni, poco contro quella principale: quella del potere legislativo.

Qualche settimana fa Bayer ha comprato Monsanto: un accordo commerciale, di diritto privato. Che avrà però assai maggiori conseguenze sulle nostre vite di quante non ne avranno molte decisioni dei parlamenti.

Ci siamo illusi che la globalizzazione producesse solo una catastrofica politica economica il liberismo, l’austerity e invece ha stravolto il nostro stesso ordinamento democratico. Mettendo in campo per via estralegale quello che dal Banking Blog è stato definito l’acefalo aereo senza pilota del capitale finanziario, impermeabile alla politica.

Per svuotare il potere dei parlamenti, un po’ ovunque, ma in Italia con maggiore vigore, sono stati delegittimati, anzi smontati, quegli strumenti senza i quali quei parlamenti non avrebbero comunque più potuto rispondere ai cittadini: i partiti politici, addirittura ridicolizzati e resi leggeri, cioè inconsistenti e incapaci di costituire l’indispensabile canale di comunicazione fra cittadini e istituzioni.

Si sono via via annullate le principali forme di partecipazione, o, quando non è stato possibile, sono stati recisi i legami che queste tradizionalmente avevano con una rappresentanza parlamentare.

Se adesso vogliamo che la vittoria del No non sia di Pirro dobbiamo ricominciare a costruire la sostanza della democrazia, e cioè la partecipazione

Se adesso vogliamo che la vittoria del No non sia di Pirro dobbiamo ricominciare a costruire la sostanza della democrazia, e cioè la partecipazione, i soggetti sociali ma anche politici in grado di non renderla pura protesta o mera invocazione a ciò che potrebbe fare solo un governo.

Dobbiamo cioè uscire dall’ossessione governista che sembra aver preso tutta la sinistra, e cominciare a ricostruire l’alternativa dall’opposizione.

La democrazia è conflitto (accompagnato da un progetto), perché solo questo impedisce la pietrificazione delle caste e dei poteri costituiti. Se non trova spazi e canali, diventa solo protesta confusa, manipolabile da chiunque.

Tocca a noi aprire quei canali, costruire le casematte necessarie a creare rapporti di forza più favorevoli; e poi, sì, cercare le mediazioni (che non sono di per sé inciuci) per raggiungere i compromessi possibili (rifiutando quelli cattivi e lavorando per quelli positivi).

Del resto, non è stato forse proprio per via delle lotte e dell’esistenza di robusti canali e presenze parlamentari che fino agli anni 70 siamo riusciti ad ottenere quasi tutto quanto di buono oggi cerchiano di difendere coi denti, dall’opposizione e non perché avevamo un ministricolo in qualche governo?

Dobbiamo fare subito, laddove siamo.

Non voglio dire che un governo non sia importante, vorrei solo superassimo l’ossessione che si incarna negli slogan elettorali: «Se andremo al governo, faremo». Dobbiamo fare subito, laddove siamo.

Nella mia penultima iniziativa referendaria, a Gioiosa Jonica (in piazza come non si faceva da tempo) una splendida cantante locale è arrivata a concludere: con la canzone che ben conosciamo Libertà è partecipazione.

Propongo divenga l’inno della nostra area No. (E speriamo anche che quest’area preservi l’unità di questi mesi).

Libertà e partecipazione

di Barbara G.

Nel dibattito relativo, o correlato, al referendum un tema molto importante sta passando in secondo piano, lo si sfiora senza affrontarlo in modo adeguato, quasi fosse un parente antipatico e noioso, da non invitare alle feste comandate: il ruolo dei cittadini nella società, la loro partecipazione (diretta o indiretta) alla vita politica.

La nostra Costituzione, quella che spesso definiamo “la più bella del mondo”, dice, all’art3 c2:

E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Già, qualcuno dirà: “cosa c’entra, la riforma non tocca la prima parte della Costituzione, quella dei diritti fondamentali”. Ne siamo così sicuri?

Come possiamo dire che non viene intaccato il nostro diritto alla partecipazione se veniamo privati del diritto di eleggere i nostri rappresentanti al senato, che continuerà ad esistere con compiti parzialmente diversi da quelli attuali, definiti in modo confuso, ma che continuerà ad esaminare parte delle leggi approvate dalla camera? Come possiamo sentirci adeguatamente rappresentati?

Se i rappresentanti che noi eleggiamo per rappresentarci in consiglio regionale, o peggio il sindaco che abbiamo eletto per amministrare la nostra città, vengono mandati a fare i senatori part time (e quindi male), distogliendoli dalla funzione per la quale sono stati eletti, viene rispettato il nostro diritto ad essere rappresentati?

Che senso ha svilire un Senato pur caricandolo di compiti che, peraltro, non hanno niente a che fare con quelle di una Camera delle Autonomie, spesso citata a sproposito per giustificare un’elezione di secondo livello dei suoi componenti?

Ma l’elezione di secondo livello è ammissibile sulla base dei principi fondamentali della nostra Costituzione? C’è chi dice no: All’art1 c2 si afferma:

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

“La parola chiave è “esercita”. Nei principi fondamentali non compaiono deleghe all’esercizio della sovranità, come invece succede in quella francese, che all’art.3 c3 recita

Il suffragio può essere diretto o indiretto nei modi previsti dalla Costituzione. Esso è sempre universale, uguale e segreto.

Proviamo ora ad allargare lo sguardo.

In seguito al confronto TV fra Renzi e Zagrebelsky in un editoriale su Repubblica Scalfari afferma che l’oligarchia è sempre stata in realtà la forma di governo in Italia, quella praticata dalla Democrazia Cristiana e dallo stesso Partito Comunista: l’oligarchia è quindi auspicabile, perché è, in sostanza, la stessa cosa della democrazia. A mio parere è un’affermazione pericolosissima, perché fa confusione fra il concetto di classe dirigente e le modalità con cui questa arriva al potere. Una classe dirigente è legittimata dai cittadini, mediante le elezioni, l’oligarchia comporta una selezione operata all’interno di un gruppo ristretto da parte dei componenti dello stesso. E c’è una bella differenza, direi…

L’opinione di Scalfari non è isolata, visto che anche un esponente PD come Fiano gli dà ragione. A questo punto mi chiedo: è un caso che all’interno del PD non ci si facciano particolari problemi ad espropriare la cittadinanza di un diritto fondamentale come quello di scegliere i suoi rappresentanti? Forse è per quello che hanno difeso così strenuamente l’Italicum?

E tutto questo avviene mentre i votanti sono in calo. Dall’inizio degli anni ‘80 ad oggi si è passati da un’affluenza sempre superiore al 90% a poco più del 70%, ma ciò non sembra turbare più di tanto la nostra classe dirigente. Evidentemente importa che vadano a votare quelli giusti, e degli altri chissenefrega…

E quindi… chissenefrega se viene creato un senato che è un casino, se si toglie il diritto di voto, se si alzano le firme per presentare leggi di iniziativa popolare. Tutto si deciderà nelle segrete stanze.

E’ l’oligarchia, bellezza.

Democrazia recitativa

Rodotà: quando i referendum diventano un boomerang

Il giurista smonta il mito della democrazia referendaria: “L’errore di Cameron è stato usare la consultazione per fini politici, attenti a non ripeterlo anche in Italia”.
di Jacopo Iacoboni – lastampa.it, 27 giugno 2016
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«Questo referendum è stato brandito da Cameron per ragioni interne al suo partito, un uso del tutto strumentale di uno degli istituti giuridicamente più delicati. Ma così facendo il referendum diventa – da strumento di democrazia diretta e partecipazione – lo strumento distorcente di un appello al popolo, peraltro un popolo disinformato. E muore».

Professor Rodotà, la vicenda del referendum sulla Brexit – e oggi i tre milioni di firme, il premier scozzese Sturgeon che prova a fermare l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue, e anche molti laburisti che ricordano che dovrà comunque decidere un voto del Parlamento – ecco, tutto questo logora definitivamente il mito della democrazia referendaria?  

«Una situazione analoga a quella attuale si creò in Francia nel 2000, all’epoca del referendum sul trattato costituzionale. Io, da estensore della Carta dei diritti fondamentali, partecipai a quella campagna referendaria francese; ero a favore del sì, consapevole dei limiti di quel testo, e mi trovai dinanzi anche tanti amici socialisti francesi, gente con cui avevo collaborato alla stesura, che mi dicevano “eh no, votiamo no perché Fabius…”, “eh no, votiamo no perché l’idraulico polacco…”. Anche allora, come oggi in Inghilterra, il referendum fu strumentalizzato neanche per interessi nazionali, per interessi di un partito. È il primo punto da capire».

Qual è il secondo?  

«Proprio nella carta dei diritti, giugno ’99, ma anche nel Trattato di Lisbona, si scrisse che fondamentale non è solo il “mercato comune”, ma la costruzione di un “popolo comune” europeo. L’Unione avrebbe fallito se fosse rimasta alle procedure economiche, senza creare procedure di legittimazione popolare, cioè senza la politica. Il caso Grecia è stato esemplare. Il principio di solidarietà, che è nel trattato di Lisbona, è stato ridotto all’interesse nazionale; il “popolo comune” non è mai nato».

L’informazione e il sistema dei media non sono stati complici? Il referendum sulla Brexit è stato costellato di bugie scandalose, si è lasciato dire a Johnson che in caso di uscita dall’Ue in Gran Bretagna sarebbero calati d’un colpo i migranti di 350mila unità…  

«Il referendum senza vera informazione è una distorsione. I costituenti italiani erano stati più accorti, previdero una lunga fase, dall’inizio della campagna referendaria e il voto, che generalmente va da gennaio a giugno».

Il Labour ora si appella a un voto del Parlamento, ma la strumentalizzazione di cui Cameron è stato campione forse non ha lasciato del tutto indenne Jeremy Corbyn, troppo silenzioso, non trova?  

«Corbyn ha pensato che non gli conveniva fare campagna dura per il Remain, perché in qualche modo il Remain avrebbe vinto comunque, sia pure di poco, e lui non si sarebbe alienato i voti dei più scontenti. Ma questo è un altro modo di strumentalizzare il referendum, piegare un istituto delicatissimo a calcoli interni a un partito».

Non pensa che bisogna essere meno ottimisti, a questo punto, sull’idea di democrazia diretta, referendaria? In Italia questa idea è agitata molto soprattutto dalla propaganda M5S.  

«Io, tolto quello del 2 giugno, i referendum li ho fatti tutti, e obiettivamente c’è un degrado. Ci sono anche esempi di referendum positivi, che hanno aumentato la partecipazione, penso a quello sull’acqua. Ma un referendum male usato produce un effetto divisivo fortissimo: il rischio qui è creare non uno, ma due popoli europei totalmente separati».

Andiamo verso un referendum italiano in cui penso si scontrino due propagande, quella di Renzi, palese, e quella del M5S, meno denunciata. È possibile, in questo quadro, aspettarsi qualcosa di buono?  

«Ormai l’ambiente informativo è molto più sensibile alle suggestioni, e alla propaganda, di quanto non fosse anche nel passato recente. Siamo, direbbe il titolo di un bel libro di Emilio Gentile, in una Democrazia recitativa, in cui è più la recita che l’informazione. In questo quadro il referendum, da forma di democrazia diretta dei cittadini, si trasforma nell’appello al capo e alla folla. Renzi ha commesso l’errore di cavalcare questo quadro, che gli si può ritorcere contro».

Oltre al Capo, infatti, c’è la Folla informe, diceva Canetti.

Università estiva di Attac 2015

segnalato da Barbara G.

Due elementi emergono dentro la profondità della crisi sistemica che da anni avvolge l’Europa e l’Italia.

Il primo riguarda i prolungati processi di privatizzazione dei beni comuni, che, come un mantra inossidabile, vengono ogni volta evocati come strada di uscita dalla crisi, mentre ne costituiscono una delle principali cause.

Il secondo riguarda la crisi profonda e verticale della democrazia rappresentativa e delle istituzioni pubbliche, spesso ridotte a luoghi di gestione degli interessi privatistici di lobby, famiglie e clan dentro sistemi di corruttele diffuse e pervasive.

E’ il combinato disposto di questi due elementi che ha costretto le esperienze di movimento a non potersi accontentare di un contrasto classico alle politiche di privatizzazione, bensì ad elaborare nuovi concetti e nuovi paradigmi.

La straordinaria stagione referendaria del movimento per l’acqua ha introdotto nel lessico sociale la categoria dei “beni comuni”, che, coniugata alla rivendicazione della gestione partecipativa degli stessi da parte delle comunità territoriali, ha aperto la strada ad una battaglia contro la mercificazione che non si limitasse allo schema “pubblico vs privato”, bensì andasse oltre entrambe le categorie per introdurre il tema della riappropriazione sociale, come elemento costitutivo di un altro modello di società.

Contemporaneamente, le esperienze urbane di occupazione e restituzione all’uso sociale di spazi abbandonati hanno reso pratica concreta la riappropriazione del comune e il tentativo di promuovere la cooperazione contro il profitto e il valore d’uso contro il valore di scambio.

Mentre si affacciano le prime esperienze di autogestione della produzione e di fabbriche recuperate e trasformate. Autogestione, mutualismo, partecipazione dal basso iniziano ad essere tematizzate e praticate come forme di costruzione qui ed ora di un percorso di alternativa.

Indagare il “comune” e la riappropriazione sociale dei beni comuni diventa dunque un primo compito per un’associazione come Attac Italia che fa dell’autoformazione orientata all’azione l’elemento distintivo del proprio contributo alle lotte sociali in corso.

Ma c’è un altro “Comune” su cui occorre puntare l’attenzione, in diretta continuità con la riflessione sopra richiamata: sono gli enti locali e la comunità territoriali concrete, divenute dentro la crisi sistemica uno dei luoghi di precipitazione dello scontro sociale.

Le ricchezze sociali (territorio, servizi pubblici e patrimonio pubblico) prese di mira dai grandi interessi finanziari “appartengono” infatti ai Comuni, che, messi alle corde da anni di vincoli monetaristi declinati attraverso il patto di stabilità e la trappola del debito, sono oggi spinti a vendere e a mettere sul mercato i beni collettivi, su cui si fondano le comunità territoriali.

Indagare il “Comune” , analizzandone la situazione odierna con un approccio “sistemico” è ciò che Attac Italia sta da tempo proponendo come pratica per i movimenti territoriali, suggerendo un salto di qualità nella loro azione di conflitto e di proposta, che, dalle singoli rivendicazioni tematiche, deve progressivamente aprire varchi per la rimessa in discussione di tutti i vincoli liberisti e la costruzione di una nuova funzione pubblica e sociale degli enti locali, alla cui base non può che esserci la conquista di una democrazia radicale, diffusa e dal basso.

In altri termini, potremmo dire che oggi occorre riappropriarsi del comune per riprendersi i Comuni.

E’ a questi temi che dedicheremo la prossima Università estiva di Attac che si terràpresso il camping “Le Tamerici” a Cecina Mare, in Toscana, da venerdì 11 a domenica 13 settembre 2015.

Un appuntamento estivo per coniugare il tempo della riflessione e dell’approfondimento con quello della piacevolezza e dello stare assieme, all’inizio di una stagione sociale che richiederà nuovi impegni collettivi a tutte e tutti noi.

Sarà un’Università, nella quale affronteremo temi come la rivoluzione del “comune” e il paradigma dei beni comuni come strumento per definanziarizzare la società, e porremo l’accento sui “Comune” come luogo odierno del conflitto tra grandi interessi finanziari e bisogni delle comunità in merito a territorio, città, servizi pubblici, fino a mettere in evidenza proposte ed esperienze locali e internazionali su democrazia, partecipazione e autogoverno delle comunità.

Sarà un’Università organizzata come uno spazio aperto, dove chiunque potrà venire ad ascoltare o proporre proprie riflessioni, insieme ad alcune persone più “esperte” che abbiamo invitato per socializzare il proprio sapere e facilitare il confronto collettivo.

Ti aspettiamo.

Il sito: QUI

Per informazioni su costi, prenotazioni e come arrivare, cliccare qui.

Per prenotazioni : segreteria@attac.org

Per contatti : Marco Bersani (3294740620)

La profezia che si auto-realizza

di Adamo

Non è molto che seguo con attenzione gli avvenimenti politici del mio Paese. Ho iniziato a farlo con passione da quando ho scoperto il blog di un tizio che sta nel PD, ho trovato interessanti e, soprattutto, corrispondenti con la realtà le cose che scriveva; ho iniziato a sostenere l’associazione che prima si chiamava People e ora si chiama Possibile con piccole donazioni e a parlarne con gli amici. E poi alcuni militanti mi hanno addirittura convinto a iscrivermi al PD, partito verso il quale ero un po’ diffidente, dopo quello che era successo con il governo delle larghe intese ovviamente, ma anche prima. Ricordo, ad esempio, che alle primarie del 2009 (o forse erano le primarie per le comunali del 2011?… non ricordo), uscito dal seggio, un giovane mi fermò e mi pose qualche domanda per un sondaggio: mi chiese per chi avessi votato, perché, e cosa ne pensassi del PD. In particolare, ricordo questa domanda: ti consideri più a destra o più a sinistra del PD? E c’erano 5-6-7 caselle tra cui scegliere: se barravi la casella centrale, significava che il tuo pensiero era press’a poco in linea con quello del PD; se barravi una delle caselle a destra, significava che per te il PD stava troppo a sinistra (tanto più quanto più era a destra la casella che sceglievi) etc… Mi sono spiegato? Ecco, ricordo che allora io dissi all’intervistatore di barrare una delle caselle a sinistra. Non l’ultima a sinistra, ma forse la penultima, per dire che io rispetto al PD mi consideravo più a sinistra.

Siccome, vi dicevo, in tempi recenti ho iniziato a seguire con attenzione gli avvenimenti politici del mio Paese, ho iniziato a guardare in modo diverso anche al passato, e ho iniziato a pormi delle domande. E man mano che trovo vecchie fotografie e rileggo vecchi articoli, mi chiedo cosa ne sia stato, o meglio quale sia stato il percorso politico di tutte quelle persone che una volta militavano o si identificavano nel PCI, e ora invece provano indifferenza od ostilità verso il PD.

Il PCI era indubbiamente il partito che stava dalla parte dei deboli, degli ultimi, il partito che voleva cercare di coinvolgere tutti (economicamente, socialmente, culturalmente) nel progresso del Paese. Un partito ancorato, però, a un’ideologia che da sempre, non da ora, considero utopistica, che forniva risposte per un riscatto popolare quando l’operaio era ancora uno schiavo, e non c’erano leggi che lo tutelavano, ma nemmeno una struttura sociale organizzata che gli consentisse di immaginare una sua emancipazione, se non attraverso gesta epiche come una rivoluzione e una lotta di classe.

Sulla carta, proprio sulla carta, cioè nel suo statuto – come ci fa spesso notare Pippo Civati -, anche il PD dovrebbe essere una forza politica che, in quanto di sinistra, progressista, sta dalla parte dei più deboli. Ovviamente ciò non significa necessariamente stare contro i più forti, ma semplicemente impegnarsi a coinvolgere tutti nel progresso, non lasciare nessuno indietro, affinché la società funzioni in maniera armoniosa e non sia divisa tra piccoli paradisi e sterminati Far West, che starebbero in equilibrio precario gli uni con gli altri.

Ora purtroppo non è così, il PD non sta proprio proprio dalla parte dei più deboli deboli, e su questo credo di trovare d’accordo la maggior parte dei miei lettori. Che razza di bonus è, per esempio, un bonus dato ai redditi che stanno sotto i 25.000 euro, ma sopra gli 8.000? I più bisognosi, mi dicono, sono quelli che stanno al di sotto degli 8.000 euro di reddito. E che razza di bonus bebè è un bonus dato ai redditi al di sotto dei 90.000 euro? Mi chiedo se anche questo bonus bebè avrà una soglia inferiore sotto la quale non verrà erogato (magari 20.000 euro). Insomma, i più deboli deboli, i più esclusi esclusi, non credo che li si aiuti proprio in questo modo.

Ecco, credo che tutte le persone che stavano nel PCI, quando c’era, e che ora non stanno nel PD, tutto questo un po’ l’avessero previsto. E in parte, comprensibilmente, se ne compiacciono: “Ecco, io l’avevo detto che, mischiandoci con quegli altri, non saremmo più stati gli stessi”. Finché c’era il PCI, c’era anche un’ideologia che ci contraddistingueva, e forse anche col PDS-DS c’era una sorta di post-ideologia, un’ideologia passata in cui riconoscersi (in un quindicennio peraltro fallimentare per la sinistra italiana). Ma il PD è un miscuglio dove tutto si è perso nella nebbia, nell’indeterminatezza. Non c’è nulla di sicuro, di stabile.

Eppure la vittoria della destra, quella destra che ora detiene le sorti del PD, ha avuto tra le sue concause anche questo distacco e questa diffidenza di tanti ex-PCI nei confronti del PD. È proprio il loro starsene fuori ad aver contribuito a rendere marginale il ruolo di una sinistra “dalla parte degli ultimi” nell’attuale PD. Ecco quindi che la profezia dei “diffidenti” non si sarebbe forse realizzata, se non fosse stata espressa.

Perché il PD è un partito indubbiamente diverso dal PCI nella sua concezione di partecipazione. I militanti non sono pianeti che girano attorno a un sole che era, è e sempre sarà, non prendono luce da un’idea precostituita e immutabile, ma sono essi stessi stelle che devono far valere la propria forza di gravità per dare una direzione piuttosto che un’altra alla politica del partito. Non c’è nulla di precostituito e tutto può cambiare, è una concezione diversa di partecipazione, una concezione nuova (quanto sarà efficace lo vedremo, e se si rivelerà più adatta a interpretare lo spirito dei tempi pure, lo vedremo). Certo che entrare nel PD, crederci, significa accettare questa sfida e mettersi in gioco.

Mettersi in gioco e magari perdere. Come ad esempio ora, che Pippo Civati è in bilico sull’orlo del PD, quasi sul punto di uscirne.

Ma cosa ne sarà poi di tutto il movimento? Non credo che avrà molta importanza il dove starà Civati, se dentro o fuori. Ognuno deve fare la sua parte, ognuno ha il suo ruolo. Pippo è in prima linea, e può anche cadere, ma dietro ci sono altri pronti a battersi, ciascuno alla sua maniera, come il “vecchio” Tocci, che vuole lasciare il Senato per fare il semplice militante, o come Mumolo, che vuole fare il segretario dell’Emilia-Romagna. E come, potenzialmente, tutti noi, che dovremmo contribuire con le nostre idee e la nostra determinazione, anche a prescindere dalla nostra tessera di partito.

Festival del Diritto

 segnalato da Ciarli P.

SR Piacenza

Locandina_Piacenza_2014-150x30025 settembre, ore 18.00

Sala dei Teatini – DIALOGHI

L’AUTORITÀ E LE REGOLE

con FRANCO CARDINI, STEFANO RODOTÀ

coordina Geminello Preterossi 

Viviamo una crisi d’autorità, sentiamo ripetere con sempre maggiore frequenza. Ma l’autorità può avere significati molto diversi: può essere autorevolezza che genera riconoscimento, oppure mero comando che si impone. La stessa decisione, oggi continuamente invocata, può essere intesa come un taglio netto, insofferente alla mediazione e ai contrappesi istituzionali, oppure come risultato di un paziente scioglimento dei nodi. La dialettica tra autorità e regole caratterizza l’intera esperienza giuridica e politica occidentale.

26 settembre, ore 10.30

Auditorium Fondazione di Piacenza e Vigevano – FOCUS

DIRITTO ALLA CITTÀ E CAPITALE CIVICO

con SALVATORE SETTIS, introduce Pietro Veronese

Città, paesaggio, opere d’arte sono beni civici, perché in essi fiorisce la possibilità di una comunità che non sia dominata dai particolarismi e dall’illegalità. Per questo tutelare rigorosamente le testimonianze artistiche, la natura, i centri storici non significa avere lo sguardo rivolto al passato, ma ricollegarsi alle promesse emancipative della Costituzione. Senza spazi pubblici nei quali essere liberi e attivi insieme agli altri, nei quali sia possibile un’azione comune per impedire gli scempi e recuperare il territorio dai disastri lontani e recenti, non c’è futuro civile.

QUI la homepage, il programma completo e tutte le informazioni utili.