partiti

NazItalia

Il vento fascista dalle periferie al Parlamento

Gli squadristi sono tornati in strada. Soffiano sul fuoco delle migrazioni e della crisi economica. Mentre crescono i consensi, i loro slogan tracimano nelle istituzioni.

di Giovanni Tizian – Foto di Espen Rasmussen – espresso.repubblica.it, 1 agosto 2017
Il vento fascista dalle periferie al Parlamento
*
Braccia tese dietro le barricate. Ombre nere sulle periferie, strette nella morsa del degrado. Scontri con le forze dell’ordine per difendere «il diritto alla casa degli italiani» nelle borgate, sempre più distanti dai centri storici, da Palazzo Chigi, dal Parlamento, dal Campidoglio.

I fascisti sono tornati. Eredi dei “Boia chi molla”, fomentano e guidano le proteste. I loro consensi crescono, e sono entrati anche in diversi consigli comunali. I loro linguaggi e le loro parole d’ordine tracimano dai gruppi minoritari alle forze politiche più grosse, anche in Parlamento. Ostentano saluti romani sul web e nelle strade, organizzano ronde per la “sicurezza urbana” o contro gli ambulanti stranieri sulle spiagge, e perfino navi per bloccare gli sbarchi dei migranti.

Senza-titolo-7-jpg
Mussolini? Un grande urbanista. Ma anche Hitler ha fatto cose giuste. Gli elogi al Duce e a volte anche al dittatore nazista da parte dei rappresentanti delle istituzioni davvero non mancano. In tutto l’arco costituzionale.

Periferie, la prima linea 
“Prima gli italiani”, è il grido dei guerrieri urbani del neofascismo romano. L’avanguardia che ha alzato il livello dello scontro sociale. Soffiano, i militanti neri, sulla miccia della guerra tra poveri delle periferie. «Resistenza etnica», la definisce Giuliano Castellino, ultras della Roma, leader del movimento “Roma ai Romani”, vicino a Forza Nuova. Castellino ha nel suo curriculum anche un apparizione nella Destra di Storace. “Roma ai romani”, insieme a Forza Nuova e CasaPound, si batte per «il diritto alla casa delle sole famiglie italiane».

Il 23 gennaio scorso, al Trullo, quartiere popolare di Roma, il gruppo si è mobilitato per difendere dallo sfratto una giovane coppia di romani abusivi, lei 17 anni e incinta, lui 20 anni e precario: a pagarne le conseguenze una famiglia egiziana, padre, madre e cinque figli, a cui la casa era stata assegnata. Dalla protesta all’azione, con i capi della destra radicale al fianco degli emarginati. A distanza di poco tempo si sono verificati altri due episodi simili. A San Basilio, periferia romana al centro di forti interessi criminali, a una famiglia di origine marocchina è stato impedito di entrare nell’alloggio assegnatole dal Comune: l’azione ha ricevuto la solidarietà di Forza Nuova e di “Roma ai Romani”. Tre settimane fa a Tor Bella Monaca, altro sobborgo dilaniato da spaccio e mafie varie, Howlader Dulal, 52 anni, cittadino italiano ma originario del Bangladesh, è stato aggredito. Aveva finalmente ottenuto l’appartamento popolare, ma il colore della pelle ha fatto la differenza: «Negro, qui non c’è posto per te. Le case sono tutte occupate», gli hanno urlato, ignoti, mentre lo picchiavano.

ESP02581ITA-jpg
Pugni, insulti e cinghiate: i fascisti sono tornati a far paura. Negli ultimi mesi sono aumentate esponenzialmente violenze, blitz, pestaggi. I responsabili, il più delle volte, appartengono a gruppi di estrema destra. I bersagli: migranti, Ong, militanti di sinistra.

Basta un soffio e il focolaio divampa. I movimenti neofascisti hanno trovato il loro campo di battaglia. Ecco cosa scriveva Castellino sulla sua pagina Facebook qualche giorno fa: «Il popolo di Tor Bella Monaca ha dimostrato con i fatti che Roma e i Romani sono sempre più con i fascisti». In un altro post del 15 giugno dettava la linea: «La patria si difende a calci e pugni». Nella foto pubblicata c’è anche il camerata Maurizio Boccacci, 60 anni, capo dell’organizzazione Militia Italia, storico leader dell’estrema destra dei Castelli Romani, già animatore di presidi di solidarietà a favore dell’ex capo delle SS naziste Erich Priebke, tra gli esecutori dell’eccidio delle Fosse Ardeatine.

 

Negli ultimi mesi Boccacci non ha perso un’udienza del processo Mafia Capitale: maglia verde militare, ascoltava in silenzio le accuse rivolte al suo amico Massimo Carminati, il “Cecato” dei Nuclei armati rivoluzionari. Boccacci e Castellino hanno anche un nemico comune: Emanuele Fiano, il parlamentare del Pd riferimento della comunità ebraica. «Fiano delle tue leggi ce ne freghiamo, eccoti il saluto romano», recitava uno striscione sequestrato dalla Digos di Roma al gruppo di Castellino. Dello stesso tenore le esternazioni social di Boccacci: «Fiano, pezzo di … Siamo fascisti e tanto basta».

Skinhead nelle istituzioni 
I gruppi della destra estrema si sentono forti. Sospinti dal vento che spira nel Paese e in Europa, hanno alzato il livello dello scontro. Legittimati dalle campagne xenofobe alimentate da leader dal grande seguito come Matteo Salvini. I flirt tra Lega e forze neofasciste – per quanto Salvini si sforzi di negarlo – non sono, del resto, un mistero.

Un esempio di joint venture politica con queste sembianze ha preso forma a Monza. La nuova giunta di centrodestra, Lega inclusa, ha nominato assessore allo Sport Andrea Arbizzoni. Eletto con Fratelli d’Italia, la comunità ideale da cui proviene è però Lealtà – Azione, gruppo d’area skinhead radicato in Lombardia. Arbizzoni tra il 2009 e il 2012 aveva ricoperto il medesimo ruolo ai tempi del sindaco leghista Mariani. Ma l’assessore – ultras nel tempo libero – non è l’unico ad avere avuto accesso ai palazzi delle istituzioni. Stefano Pavesi, pure lui di Lealtà – Azione, è stato eletto con la Lega Nord nel municipio 8 di Milano. Si è fatto notare fin da subito nel giorno della commemorazione dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, secondo lui «una logica conseguenza del vile attentato dei partigiani». Il 26 gennaio scorso, invece, all’incontro organizzato da una costola di Lealtà – Azione, dal titolo “Come il gender vuol sostituirsi all’uomo e alla donna”, ha partecipato Jari Colla, consigliere regionale del Carroccio. Matteo Salvini ripete spesso che fascismo e antifascismo sono ormai concetti del secolo scorso, che gli italiani vogliono guardare avanti. Salvo, poi, esprimere solidarietà al nostalgico del Duce titolare del lido di Chioggia. E non sembrano guardare oltre i movimenti di estrema destra che hanno trovato una sponda nella Lega. Come i militanti di Lealtà – Azione, appunto, che ogni anno salutano con il braccio teso i caduti della Repubblica sociale italiana nel cimitero Maggiore di Milano.

CM-25-4-2-jpg

Marco Tarchi: «L’estrema destra è sempre più forte per colpa dei partiti». «Il neofascismo è un frutto avvelenato della globalizzazione ed è sempre più forte in Italia e in Europa» dice il politologo, che avverte: «L’estremismo non è il populismo, hanno programmi completamente differenti».

Pugni e cinghiate 
Anche le squadracce sono tornate. E a volte usano le cinghie per punire i detrattori. Il 12 febbraio scorso a Vignanello, in provincia di Viterbo, Paolo, poco più che ventenne, viene aggredito da una quindicina di militanti di CasaPound. Colpevole secondo il branco di aver commentato sui social una vignetta sul movimento: “Chi mette il parmigiano sulla pasta al tonno non merita rispetto”. Versione ironica dello slogan reale con cui CasaPound ha tappezzato alcune città: “Chi scappa dalla guerra abbandonando famiglia, mogli e figli non merita rispetto”.

«Fermati», gli hanno intimato mentre una mano lo trascinava a terra. «Non devi più prendere in giro CasaPound». E giù botte. Sulla scena anche Jacopo Polidori, leader locale del movimento. «Con fare minaccioso batteva la cintura sul palmo della mano e poi sferrava quattro o cinque colpi sulla schiena di Paolo, non desistendo alle sue suppliche», hanno scritto i magistrati. A Paolo hanno fratturato il naso, rotto un dente e le cinghiate gli hanno lasciato delle escoriazioni sul dorso. «La prossima volta ti fai i cazzi tuoi», gli ha detto uno dei picchiatori prima di andarsene. Il 20 ottobre ci sarà il processo a carico di Polidori. Il leader nazionale di CasaPound, Gianluca Iannone, non ha condannato il gesto.

 

Ostia patria nostra 
Nel decimo municipio della Capitale, a Ostia, fra tre mesi si andrà alle urne per scegliere il nuovo presidente. Sarà il primo voto post scioglimento per mafia. Un anno fa alle ultime comunali CasaPound ha ottenuto il due per cento, e in alcuni seggi ha toccato punte del 10. In particolare a Nuova Ostia, zona popolare e con un alto tasso di criminalità. Un risultato che se venisse confermato a ottobre garantirebbe a Casa Pound un consigliere municipale. Nella stessa area di massimo consenso per il movimento, secondo i detective e la procura di Roma comanda il clan Spada. Un gruppo criminale, al centro di molti sospetti e di varie retate, l’ultima il 12 aprile scorso.

A Ostia CasaPound ha organizzato ronde su richiesta per cacciare i venditori abusivi stranieri dalla spiaggia. Sostiene le famiglie italiane che hanno occupato le case popolari a rischio sfratto. Accusa il Pd e commissario prefettizio del degrado in cui versa il municipio. Tra le figure del movimento che hanno riscosso più successo c’è Carlotta Chiaraluce, alter ego del responsabile del litorale romano, Luca Marsella. Candidata alle ultime comunali, ha raccolto più di 1.300 voti. Entrambi non hanno speso una parola sul potere locale del clan Spada. Forse perché in sintonia con i militanti di CasaPound c’è Roberto Spada, fratello di Carmine detto “Romoletto”, ritenuto dall’antimafia di Roma il capo del clan. I contatti con CasaPound risalgono all’anno scorso, titolo dell’iniziativa “Giovinezza in piazza”, promossa dal movimento di Iannone e dalla scuola di danza della moglie del fratello del boss.

Le foto che ritraevano Spada con i referenti locali di CasaPound innescarono polemiche politiche, ma a distanza di tempo i rapporti non si sono interrotti. Anzi, stando ai commenti pubblicati su Facebook, pare l’amicizia sia reciproca. L’ultimo contatto a fine giugno, quando Carlotta Chiaraluce sulla pagina di Roberto Spada ha scritto: «Ro’ più tardi passiamo», riferendosi a una grigliata in spiaggia organizzata da Spada, che vanta tra gli amici anche altri militanti dell’organizzazione di Iannone. Non deve stupire. È lo stesso Roberto Spada che sui social si schiera sulle posizioni del movimento dell’estrema destra. È contrario allo Ius soli, vorrebbe chiudere le frontiere. E condivide lo slogan “Prima gli italiani”. Tolleranza zero. Anche se, per paradosso, la sua famiglia ha origini nomadi.

Tv di Governo

segnalato da transiberiana9

Riforma Rai, Mentana: “Così la tv di Stato ritorna a dipendere dall’esecutivo”

di Luca De Carolis – ilfattoquotidiano.it, 23/12/2015

Il direttore del Tg La7 all’attacco: “Ora è come se l’ad fosse Palazzo Chigi”. E ancora: “La questione principale è che non si può permettere che la tv pubblica sia l’ultimo brandello della comunicazione governata dalla politica”

“Con questa riforma torniamo a prima del 1975, a una Rai che dipende dall’esecutivo. La fonte di legittimazione del Cda è la commissione di Vigilanza, ma soprattutto l’amministratore delegato con pieni poteri è Palazzo Chigi“. Il direttore del Tg La7Enrico Mentana, non usa sfumature. “Non si può dire ‘fuori i partiti da viale Mazzini’ e poi approvare una legge del genere”.

Se l’avesse fatta Berlusconi una riforma del genere cosa sarebbe accaduto?
Sarebbe pure peggio, perché Berlusconi possiede già tre reti televisive. Ma guardi, qui il problema è di sistema.

Spieghi.
Il nodo non è tanto Matteo Renzi, perché lui è un premier pro tempore. Il tema vero è che questa riforma schiaccia ancora di più l’emittente pubblica sotto il peso del potere politico, legandola al governo. E la dipendenza è rafforzata anche dal canone che verrà rastrellato inserendolo in bolletta. Una misura che crea una chiara distorsione nel mercato.

È una norma anti evasione.
E questo è assolutamente positivo. Ma se è vero che il canone in bolletta frutterà a Viale Mazzini 420 milioni in più, che effetti ci saranno sulla concorrenza con le aziende private? Per di più, in una fase in cui c’è un incredibile calo degli introiti pubblicitari, per tutti.

La Rai diventerà invincibile?
Di certo avrà una forza enorme.

Come si poteva, o si potrebbe rimediare?
Fissando un tetto per la Rai. Così com’è, questa misura è lesiva della concorrenza.

Rimane il fatto che unad scelto da Renzi, presente anche alla Leopolda, avrà un potere enorme. E tra sei mesi ci sono le Comunali.
Io non ho mai creduto che le tv decidano l’esito delle urne. In questi anni lo schieramento politico che controllava la Rai ha regolarmente perso le elezioni. E anche la Dc che governava a Viale Mazzini perse il referendum sul divorzio.

E allora la questione principale…
La questione principale è che non si può permettere che la tv pubblica sia l’ultimo brandello della comunicazione governata dalla politica.

Una legge così sembra la sconfessione perfetta del Renzi rottamatore.
Ma no, su questo il premier ha una sua coerenza, che non mi piace ma che pure riconosco. Ha sempre detto che la politica non si deve far sostituire da altro, e che si deve riappropriare di tutti gli spazi. Il problema è Renzi che vede questi spazi anche dove non dovrebbero esserci. D’altronde il crinale è stato superato la scorsa estate, con la nomina del Cda.

Ossia?
In quell’occasione tutti i partiti hanno accettato una logica lottizzatoria.

Tutti?
Spiace dirlo, ma sì, tutti quanti. Anche i Cinque Stelle. E fu l’antipasto di quello che è accaduto oggi. Se tutti assieme hanno varato il Parlamento della Rai, è logico che l’esecutivo decida per una Rai legata all’esecutivo.

Tra pochi giorni verranno nominati i nuovi direttori delle testate Rai. Sarà lottizzazione selvaggia?
Di certo per l’ad sarà molto più difficile, perché ora la politica è seduta in Rai: tutta.

 

Non per “Partito” preso

di Antonio “Boka”

Cerco di mettere ordine tra le cose sparse scritte sul blog. È un po’ che insisto sul ruolo fondamentale del Parlamento (il diritto) come strumento per riprendere in mano i nostri destini. Tormentata la comunità del blog per lungo tempo sul perché la critica dell’economia (e la presa di coscienza che la teoria dominante non ha nessuna ragione per essere l’unica) sia fondamentale per ricominciare a ragionare, vorrei essere più chiaro sui percorsi tortuosi del mio ragionare. Un elemento che sfugge a molti, quando si parla di Teoria Economica, è il “sistema legale”, il “diritto” teorizzato, praticato e applicato nei Paesi in cui il pensiero neoclassico (oggi conosciuto come neoliberismo) si è sviluppato. Infatti, teorie che contemplavano il conflitto come arma risolutrice o possibilità di cambiamento sono nate, invece, in Paesi in cui il sistema del diritto prevedeva un altro impianto, e particolarmente in Europa, come, ad es., Marx.

La contrapposizione fra i sistemi giuridici anglosassoni e quelli di impianto (per generalizzare) tedesco-francese si può sintetizzare con “Common Law” e “Civil Law”. Non entro nel merito: riassumiamo semplicemente la prima con “le sentenze dei giudici fanno testo” e la seconda con “le sentenze dei giudici devono conformarsi ai codici”. Piccole ricerche su google vi offriranno ampia informazione. Ora mi premono queste domande: è un caso che economisti come Hayek siano convinti della superiorità – o maggiore compatibilità – del sistema della “Common Law” nell’adattarsi alle regole dell’economia di mercato? Ed è un caso che molti economisti si siano preoccupati di mettere insieme una mole imponente di dati per dimostrare che i Paesi in cui il sistema del diritto è basato sulla “Common Law” siano quelli dove il mercato si è sviluppato al meglio, ivi incluso l’azionariato di massa, e, punto più importante, che questi Paesi siano quelli che hanno conosciuto una rapida e maggiore crescita economica?

E, infine, è sempre un caso che Weber ponesse l’accento sulla “leggi razionali”, sul “diritto” come elemento fondamentale per garantire che operassero le condizioni di prevedibilità e certezza sempre delle regole del mercato?

Certamente no.

Si tace, infatti, il dato che le più grandi crisi (e frodi) siano partite dal Paese (USA) dove la “Common Law” è imperante (per non andare troppo indietro nel tempo, direi da Enron ai subprime per approdare al robo-signing sugli sfratti di cui ho parlato tempo fa).

Ma il punto chiave è un altro: l’intreccio fra “diritto” ed “economia”. Perché ci sia una “buona” economia, è necessario un “buon” diritto”, e il “buon”diritto” nasce solo dove esiste una “buona” economia. Se pensavate che il mainstream si limitasse solo all’economia (ma non lo pensate, vero?), vi siete pesantemente distratti. Progetti come il TTIP possono essere ideati solo in Paesi in cui il pensiero “legale” si forma sulla “Common law”, come gli USA. Credo sia impensabile per qualcuno formato nell’Europa Continentale dare diritto a una multinazionale di agire contro uno Stato “Sovrano” (non più tanto). Ovviamente storicizzo, perché oggi la diffusione è tale che i nostri “esperti” valutano e decidono senza porsi nemmeno per un momento questioni pregiudiziali come la “fondatezza di una norma” (quando discutono gli accordi economici delle multinazionali, della Banca Mondiale, del FMI, etc.; mentre, se si tratta di patteggiare per un potente alla sbarra, improvvisamente il codice riappare in doppia rilegatura, pronto a essere usato come arma contundente e assolutoria).

Contrariamente a quanto si possa pensare, il sistema della “Common Law” è strutturato in favore del potere dominante, elimina le conflittualità di classe e assicura la stabilità sociale, nel senso di tenere fuori dal gioco elementi non graditi di cambiamento (ci sono generalizzazioni mostruose se pensiamo all’Italia – in merito a quello che sto per dire -, perché ci sono altri elementi fondamentali: struttura della società, civiltà giuridica, integrità come valore, senso della comunità che si rappresenta, e tanti altri elementi). Il nostro sistema, poiché prevede la sistematizzazione della “legge” in un codice, si presta invece a conflittualità enormi (prima della codifica, una volta fatta…) da risolvere nel luogo in cui le leggi si emanano: il Parlamento. Negli USA si va avanti a colpi di sentenze (senza entrare nel merito della formazione dei giudici, ricordo solo che essi provengono dall’ordine degli avvocati) emanate dai giudici (esistono ovviamente le Statutory Law, corrispondenti più o meno al nostro Diritto Pubblico, ma lavoro di scimitarra e non è mia intenzione – non ne ho le competenze – entrare in tecnicismi), sottraendoli al circuito del consenso politico necessario per emanare leggi nel nostro Paese. Intervengono tanti altri fattori, ma il mio scopo, come sempre, è quello di indicare linee di pensiero, di ricerca e anche d’azione, nell’intento di sgombrare il campo da “il mondo così com’è” (e per i più osannanti, fideisti e opportunisti, “com’è sempre stato”).

È per queste ragioni che ho così poca fiducia nelle coalizioni, nei movimenti, nella spontaneità e nelle masse. Non è per tare leniniste o infezioni non curate di “centralismo” e/o mitologie di partito. A meno di sommovimenti bruschi e veramente di massa (in cui il legislatore tiene conto dei cambiamenti sotto la pressione del tenersi cara la pelle, sempre dopo aver tentato di farla alle masse in preda ad agitazione non controllabile con gli ordinari mezzi di repressione), la battaglia si gioca in Parlamento, anche se – e varrebbe la pena di rifletterci un po’ meglio – sono proprio multinazionali e capitale finanziario ad aver spostato il campo sempre più al di fuori dei Parlamenti e degli Stati nazionali. E, che ci piaccia o no, abbiamo bisogno di una forma di lotta politica che trasformi il “sistema del diritto”, e oggi questo avviene (ancora) in Parlamento. Un partito.

Ma guarda un po’ se dovevo sprecare un migliaio di parole per arrivare sempre alla solita e mesta conclusione. In mia difesa, non lo avevo deciso, mi ci sono trovato. Così per caso e per necessità (cit.).