PD

Il PD ha già perso

segnalato da Barbara G.

Il PD ha già perso, e non c’è coalizione che possa cambiare il suo destino

di Paolo Cosseddu – possibile.it, 18/10/2017

I giornali e i tg di oggi traboccano di reportage embedded dal treno di Renzi, un Renzi che fa gioco di squadra, che punta al 40 per cento, che apre alle coalizioni senza veti, nemmeno per D’Alema. Tutto bellissimo, ma chi ci crede? Senza citare nessuno dei mille possibili precedenti, basta guardare l’articolo di fianco, quello in cui Renzi scarica il barile su Bankitalia, per trovare prove dell’affidabilità e credibilità del personaggio. Ciò nonostante la questione si ripropone nel dibattito mediatico e politico: le aperture di Renzi e la chiamata alle armi per non far vincere gli altri. Peccato che sia tutto completamente falso.

Il centrosinistra, si sa, non è mai stato agilmente maggioranza, in questo Paese (e men che mai la sinistra senza centro, checché ne dicano i revisionisti): ha vinto le elezioni due volte con Prodi, in un contesto rigidamente bipolare e sempre per un soffio, malgrado le temporanee divisioni concomitanti nel campo avverso. Nel 2013 Pierluigi Bersani si presentò come favorito assoluto, in uno schema di centrosinistra classico – con Berlusconi al minimo storico, travolto dagli scandali e dalle pressioni sovranazionali – e pur premiato da un sistema elettorale che gli consegnò la bellezza di 467 parlamentari si fermò al 29,55 per cento, con il centrodestra al 29,18 a un pelo dalla clamorosa remuntada e la grande sorpresa del M5s al 25,56. Nella coalizione Italia Bene Comune, il Pd, pur rinvigorito dall’appassionante sfida delle primarie in cui Renzi arrivò secondo, si fermò al 25,43, con Sel al 3,2 e meno di un punto suddiviso tra Svp e Centro democratico. Le analisi del giorno dopo si concentrarono su due aspetti, indicati come decisivi del mancato successo: il supporto al governo lacrime e sangue di Monti e alle larghe intese, e la cattiva comunicazione di marca bersaniana.

Ora, c’è qualcuno che seriamente può pensare che gli ultimi cinque anni, uniti alla leadership di Matteo Renzi, costituiscano una premessa migliore rispetto a quella del 2013? Tutto qui.

Intanto, come già scritto nei giorni scorsi,  il sistema elettorale è diverso: il Porcellum fu terribile e lungamente osteggiato, ma per assurdo premiò il Pd più di tutti, consegnandogli una gigantesca pattuglia parlamentare che però, per quanto enorme, non bastò a dargli la maggioranza. Con la legge attualmente in discussione, qualcuno ha calcolato che per raggiungere il fatidico 40 per cento il Pd dovrebbe vincere in oltre il 60 per cento dei collegi uninominali. Fantascienza pura, in realtà dovrà lottare anche nei feudi rossi per non arrivare terzo.

Secondo, il centrosinistra non c’è più:. Quello del 2013 era forse discutibile, ma quantomeno esisteva: oggi no. A furia di tagliare ogni questione con l’accetta ci si dimentica che quella formula era la risultante dell’incontro di varie culture politiche che il Pd degli ultimi anni ha sistematicamente e volutamente demolito. La legislatura, non dimentichiamolo, è iniziata con Renzi ancora sindaco che si lanciava contro i cattolici democratici (nell’occasione, per questioni tutte interne di posizionamento in seguito alla candidatura di Marini a Presidente della Repubblica). E questi erano quelli a lui più vicini, la sua area di appartenenza: figuriamoci gli altri. Il Segretario del Pd è uno che interviene alle Feste dell’Unità rivendicando di essere lui la sinistra, lui l’ambientalismo, lui i cattolici in politica, lui tutto. Lui quello che ha riaperto l’Unità, ricordate? Ancora se ne parla, diciamo. Tutte cose di cui poi si è detto che valevano lo zerovirgola, peccato solo che togli uno zerovirgola oggi, togline uno domani, e puf, il centrosinistra non c’è più.

Perché il centrosinistra non era solo far convivere Mastella con Bertinotti, bensì costruire con fatica – enorme fatica – l‘idea che persone provenienti da mondi diversi potessero trovare un terreno comune. E mettersi d’accordo su quale fosse quel terreno comune era il 99,9 per cento di quella fatica, che infatti frustrava tantissimo i potenziali elettori, dava continuamente modo ai giornali di ricamarci e che, ripetiamo, al massimo delle sue potenzialità, insomma nella migliore delle ipotesi, vinceva con stretto margine. Renzi può aprire a D’Alema quanto vuole, ma di quella roba non c’è più niente, e non c’è più niente perché è stato proprio lui, a proporsi come quello che con la leadership avrebbe archiviato quei faticosi caminetti. Cosa che ha funzionato solo fino alle europee del famoso 40,8 per cento, quelle in cui si è creduto che davvero lui avrebbe incarnato, con la sua sola leadership, tutto quanto. Non poteva durare e infatti, dopo di allora, il diluvio: certo i caminetti e le discussioni del vecchio centrosinistra erano brutti, ma con il senno di poi è venuto fuori che anche allontanare i propri elettori a calci in bocca, colpendoli sistematicamente in tutte le loro convinzioni più sensibili (scuola, diritti sul posto di lavoro, ambiente, e così via) alla lunga non paga (eufemismo). Ha avuto l’occasione storica di fare sintesi, con un sostegno senza precedenti, ha preferito asfaltare tutto ciò che non fosse esattamente a sua immagine e somiglianza, e se oggi sembra tornare indietro è solo perché sta ingranando la retro, è semplicemente la sua natura ed è assolutamente trasparente.

Infine c’è la questione comunicativa. Che è interessante, proprio alla luce delle critiche – giuste – fatte a Bersani 2013: forse il Pd, il sistema mediatico e Renzi stesso non si rendono conto dell’effetto che fa Renzi sulle persone, sull’italiano medio. Forse non capiscono che il governo Gentiloni non ha più consenso del precedente per come amministra il Paese, ma perché non compare mai, non si impone tutti i giorni colazione pranzo e cena in tutti i tg, in tutti i talk, su tutti i siti d’informazione, ovunque incessantemente Renzi Renzi Renzi bum bum bum. Renzi che parla parla parla, dicendo sempre le stesse cose, le stesse cose, le stesse cose, tutti i giorni, a tutte le ore, in tutti i luoghi: cose false, e tutti sanno che sono false tranne lui e il giornalista che gli sta davanti, perché purtroppo è stata proprio la sua ossessione per la comunicazione ad averci insegnato che la narrazione e lo storytelling e tutte quelle fanfaronate con cui si camuffa il nulla politico reggono solo se la storia di chi ci parla è coerente con le cose che dice. È soffocante, e verrebbe da buttarcisi sotto al treno, altro che salirci. La lezione del 4 dicembre è stata in questo senso completamente inutile, è stata fatta passare per antirenzismo fraintendendone il senso profondo: che nessuno (se non una minoranza di invasati in una teocrazia) può sopportare un leader politico che pretende l’attenzione del suo popolo 24 ore su 24, 7 giorni su 7. È una cosa umanamente impossibile. Se da qui alle elezioni l’esposizione di Renzi sarà quella vista nelle ultime 24 ore ci saranno anarchici che usciranno dall’astensione che portavano avanti sin dagli anni Settanta, pur di levarselo di torno.

Quindi, per chiudere la questione: non è possibile nessuna chiamata all’unità per non far vincere le destre o altri babau, perché il Pd le prossime elezioni le ha già perse, e non per colpa delle divisioni o della sinistra: le ha perse quattro anni fa quando ha cominciato a cacciare in malo modo non i Civati o i Bersani, ma le persone. E non saranno gli stessi che le hanno cacciate, a farle tornare.

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Rosatellum? Tirare le cuoia tirando a campare

segnalato da Barbara G.

di Tommaso Cerno – espresso.repubblica.it, 11/10/2017 

La politica rischia di soccombere sotto i colpi di quella fiducia invocata proprio per salvare la politica stessa. Roba che farebbe rivoltare nella tomba Giulio Andreotti, perché il Pd è riuscito dove nessuno poté prima, rovesciare il celebre detto “Meglio tirare a campare che tirare le cuoia”. Qui si tirano le cuoia convinti di tirare a campare. Importa poco come sia andata a finire in Aula.

E poco le polemiche e i presidi dei giorni scorsi. Importa poco che il governo abbia tenuto o non tenuto. Ciò che importa è il graffio che lo scontro a colpi di fiducia sulla legge elettorale lascia sulla pelle della democrazia. Quello faremo fatica a coprirlo con del maquillage elettorale. Il bello è che sarebbe bastato portare la legislatura a una dignitosa conclusione.

Consegnare al Paese la bozza di riforma elettorale come il topolino partorito da una montagnola, il Monte Citorio, che altro non era in grado di partorire. Con la sobrietà di una classe dirigente che si rimette al giudizio di un Paese che non si fida di lei. No, perché nemmeno questo si può nell’Italia delle promesse a sei zeri e dei fatti a zero. È tale il convincimento che l’abuso di regole riesca dove le regole da sole non bastano, a fermare cioè l’avanzata della protesta, che la politica scafata a parole e ingenua nei fatti ci casca pure sul Rosatellum, un ghirigoro italico con nome scritto in latino. Nel solito tentativo di mascherare dietro il neutro della lingua dei Cesari, il neutro politico dell’oggi, il nostro vagare nella democrazia, il non andare né avanti, né indietro.

Ciò che colpisce non è dunque l’esito finale. Né le polemiche. È che ci siamo stupiti. Stupiti di come siamo sempre stati. È questo caos il finale giusto, capace di far deflagrare quel che resta del centrosinistra e di aiutare proprio i Cinque stelle adesso che sembravano normalizzarsi. E utile a mostrarci qui dalla terra la cometa Pisapia, che ha lampeggiato in cielo meno del tempo che si sta a pronunciarne il nome. Tutto talmente scontato da farci pensare che non sia vero. Nemmeno il Palazzo – ripetiamo dentro di noi – può essere così lontano dalla gente da non rendersi conto che è meglio perdere con le regole della democrazia, piuttosto che vincere con la forza, anzi la forte debolezza di chi esercita lo strumento della fiducia dove non andrebbe mai utilizzato: riscrivere le regole del gioco. Una scelta che presenterà alla sinistra un conto salato. E creerà un precedente inquietante, perché sfonda il guard rail della prassi parlamentare in un punto critico, quello dove il pilota Paolo Gentiloni, così distante dallo strafare di Renzi, colui che passò per essere la panacea contro populismo e rabbia, nulla può contro il più antidemocratico degli abusi: l’abuso di democrazia.

Poco importa il fatto tecnico, la fiducia usata come ariete per portare a casa qualche modifica al proporzionale uscito dalla Consulta. Quel che pesa è il vulnus politico: il Pd prova a forzare sulla legge elettorale, cioè sull’armatura esteriore che dovrebbe favorire le alleanze alle politiche 2018, perché in cuor suo sa di non essere in grado di far nascere quelle alleanze da dentro, aggregando cioè al nucleo dei democratici chi condivide – pur con dei distinguo – la natura del progetto. Ecco che come topolini, appunto, finiamo per rovistare nella Costituzione. Siamo alla ricerca di soluzioni arrangiate, il modo più sicuro per consegnare il Paese alle destre. Il Pd sembra non capire che l’algoritmo elettorale, anche se scritto meglio, si trasforma in flusso di voti e in maggioranza di governo solo se nasce dentro le regole comuni, senza sospetti, senza equivoci. Se i cittadini non provano questa sensazione, la nuova legge si rivolterà contro l’inventore come un Frankenstein. E anziché aggiustare il Consultellum e aumentare la rappresentanza, scaverà un nuovo solco fra politica e antipolitica. È l’errore più grossolano che avrà l’effetto di rafforzare Grillo e dividere ancora di più la sinistra. Perché così si spegne il nucleo già intermittente del progetto originario. Che se non è più un partito, deve restare almeno democratico. Come scrissero dieci anni fa su quel simbolo.

La nuova sinistra non può allearsi con un partito di destra come il Pd

segnalato da Barbara G.

di Tomaso Montanari – IlFattoQuotidiano, 03/10/2017

tramite temi.repubblica.it/micromega-online

Antonio Padellaro scrive che se la sinistra non sarà rappresentata nel prossimo Parlamento, i responsabili faranno “bene a espatriare”. Sono d’accordo: è per questo che, il 18 giugno scorso, ho lanciato – al Teatro Brancaccio, con Anna Falcone e quasi duemila persone – un appello per “una sola lista a sinistra”.

Ma non parliamo della stessa “sinistra”. Padellaro è convinto che il Partito democratico ne faccia parte, e che le divisioni dentro e fuori quel partito siano tutte imputabili alle “inimicizie personali” di Matteo Renzi e ai simmetrici personalismi dei troppi leader che si contendono il “comando”. Ma se c’è una cosa che appare chiara proprio leggendo il Fatto Quotidiano è che il Pd è un partito che da tempo non ha nulla a che fare con la sinistra: esso ha invece preso il posto della vecchia Democrazia cristiana, senza averne tuttavia la cultura né una sinistra interna altrettanto efficace e preparata. È il partito del potere: perché ha inteso il potere come un fine. L’unico.

L’Italia così com’è (segnata dalla massima crescita europea della diseguaglianza, Regno Unito escluso) è un prodotto del Pd, che – insieme ai partiti di cui è erede, nella formula del centrosinistra – ha governato più a lungo di Berlusconi. Lo smontaggio dello Stato, la distruzione del pubblico e la negazione sistematica di pressoché tutti i principi fondamentali della Costituzione sono da imputare al Pd almeno quanto a Forza Italia.

Arrivati a Renzi, il problema non è stato il “personalismo” (pure odiosamente pervasivo): ma la definitiva distruzione dei diritti dei lavoratori (Jobs act), la spallata finale alla scuola pubblica (la Buona scuola), la mazzata inflitta all’ambiente (lo Sblocca Italia di Maurizio Lupi), la mercificazione completa del patrimonio culturale e la fine della tutela (la “riforma” Franceschini) e via elencando. Con Minniti, poi, siamo arrivati all’eradicazione dell’articolo 10 dalla Costituzione e a una politica securitaria per la quale i militanti di Fratelli d’Italia e Lega si spellano le mani. Un partito che blocca lo Ius soli mentre approva un maxi-condono per l’abusivismo edilizio: è questo il Pd.

A “espatriare” farebbe bene una sinistra pronta a sostenere e prolungare tutto ciò. Votare Pd per fermare la destra vuol dire ripetere l’errore di chi era convinto che la visione di Sanders fosse utopica e minoritaria e ha imposto la Clinton in nome del “realismo”: sappiamo com’è finita. Fermare la destra facendo la politica della destra serve solo a rinviare lo schianto finale, rendendolo ancora più devastante.

In tutta Europa sono nati movimenti radicali di sinistra (che usino o meno questa parola nel loro nome), che contestano alla radice lo stato delle cose e le politiche di centrosinistra degli ultimi vent’anni, rigettano il dominio della finanza sulla politica e rivendicano il diritto di governare puntando al “pieno sviluppo della persona umana” e non obbedendo al mercato. Tutti partiti meno “a sinistra” di papa Francesco, sia chiaro: tanto per dire quanto sia insensato parlare oggi di “centrosinistra” sul piano culturale.

Manca quasi solo l’Italia, e spero che il percorso del Brancaccio possa – con il tempo che ci vorrà – generare qualcosa di simile. Ma un simile progetto non può certo iniziare sostenendo gli alfieri dello stato delle cose. Alle prossime elezioni ci saranno tre, diverse, destre: quella padrona del marchio, i 5stelle di Di Maio e il Pd di Renzi. Una sinistra che voglia rovesciare il tavolo dello stato delle cose non può allearsi con nessuna delle tre.

E i numeri? Si può decidere di rivolgersi solo al 50% che vota, o decidersi finalmente a parlare all’altra metà del Paese, con un linguaggio nuovo e radicale. È la metà riemersa il 4 dicembre, determinando la vittoria del No: laddove i flussi elettorali dimostrano che l’85% dei votanti Pd ha scelto il Sì.

Siamo, dunque, a una scelta di campo. L’oracolare Giuliano Pisapia ha infine detto che sarà al fianco del Pd, mentre MdP deve ancora decidere: tutti gli altri vogliono un quarto polo. Non so come finirà: ma se ci si divide tra chi vuole lasciare tutto così com’è, e chi vuole invertire la rotta non è uno scandalo, è onestà intellettuale. Lo scandalo è non averlo fatto prima: oggi saremmo al 20 per cento. O al governo.

Meglio perdere in Sicilia (?)

Per il futuro di PD e 5 Stelle, meglio perdere in Sicilia

di Paolo Natale – glistatigenerali.com, 20 agosto 2017

Sappiamo ormai tutti che alle legislative del 2018 non vincerà nessuno, e il governo che si formerà sarà sostanzialmente frutto di difficili accordi di legislatura, per poter avere almeno una parvenza di maggioranza stabile, in grado di affrontare i mille problemi che attanagliano il paese. Se questo è l’orizzonte più prossimo, cerchiamo di immaginare la situazione ideale per le più importanti forze politiche, in grado di permettere a ciascuna di loro un vantaggio competitivo nel futuro, che forse diverrà più aperto a possibili vittorie di più ampio respiro.

Al Movimento 5 stelle non si può certo augurare – per il suo bene – una vittoria nelle elezioni siciliane di novembre. Con tutti i problemi che la regione si porta appresso, da decenni, il rischio per il movimento di Grillo è quello di dover fronteggiare una situazione così aggrovigliata che, al confronto, il governo della Capitale sembrerà una bazzecola. Per aumentare i propri consensi, molto meglio che ottengano un buon successo, così come nelle consultazioni politiche, ma senza essere costretti a governare. Dai banchi di opposizione avranno mano libera per denunciare le malefatte altrui, incrementando in tal modo le proprie fila di simpatizzanti.

Per il centro-destra, e in particolare per Forza Italia, una vittoria in Sicilia sarebbe al contrario di buon auspicio, un buon viatico per poter ben figurare anche nelle successive legislative, dove soprattutto la Lega darebbe un ottimo contributo di voti. È probabilmente questa l’occasione migliore per la coalizione di Berlusconi-Salvini-Meloni (se riuscirà a presentarsi abbastanza coesa) di riconquistare la fiducia degli italiani, perché le sue parole d’ordine, in un mondo pieno di paure e di incertezze, sarebbero ben accolte da molti elettori. Le ricette del centro-destra, condivisibili o meno, ridarebbero una qualche speranza di riuscire a fronteggiare i problemi dell’immigrazione crescente, della sicurezza in pericolo e della difficile ripresa economico-occupazionale. Che poi riescano realmente a cambiare le cose, è una cosa tutta da verificare, ma lo spazio per la loro proposta sicuramente esiste.

Per il Partito Democratico, infine, la situazione migliore sarebbe quella di perdere nettamente in Sicilia e di non essere costretto a governare (con qualche partner) alle successive politiche. Ci sarebbe in questo modo la possibilità, per il Pd, di iniziare una decisa ristrutturazione interna, di ripensare definitivamente ad una proposta programmatica precisa, con uno sguardo non soltanto contingente ma almeno di medio periodo, di fare chiarezza su quale idea della società hanno in mente per il nostro paese. Un periodo dunque di grandi confronti e discussioni interne, che questa volta deve risultare scevro da ripicche e conflittualità personalistiche. Inutile sottolinearlo di nuovo ma, a mio parere, per il bene della sinistra e del centro-sinistra, tutto questo non può avvenire senza le dimissioni di Renzi dalla guida del partito. O, almeno, senza un deciso ridimensionamento della sua figura e della sua supremazia nel Pd.

 

De Luca, colpo di Ferragosto

Nel pieno dell’estate esce la delibera che alza gli stipendi di 20-30 mila euro lordi annui ai dirigenti di cui ha preteso la nomina fiduciaria. “L’istruttoria è stata lunga” ma nessuno lo sapeva.
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De Luca, colpo di Ferragosto: aumenti ai manager delle Asl

Sei mesi di braccio di ferro, vinto, con il governo Gentiloni e il ministro Beatrice Lorenzin per ottenere a luglio l’agognata nomina a commissario della sanità in Campania e il governatore Pd Vincenzo De Luca che fa? Reinterpreta a suo modo lo slogan “mai più ultimi” con il quale vinse le elezioni: non lo applica sulla qualità dei servizi sanitari, ma sulle retribuzioni dei dirigenti. Mai più ultimi in termini di stipendio. Come primo atto da commissario, infatti, De Luca ha firmato il 1° agosto una delibera di giunta che incrementa le remunerazioni dei manager di Asl e aziende ospedaliere campane. A tutti. Si va dai 155mila euro lordi per i direttori generali dell’Asl di SalernoNapoli 1 e degli ospedali Ruggi di SalernoCardarelli di Napoli e Colli di Napoli, ai 150.000 euro riservati ai manager di tre Asl e quattro ospedali, fino ai 145.000 euro per i direttori di due Asl e due ospedali.

Aumenti tra i 20.000 e i 30.000 euro lordi che hanno il sapore del blitz ferragostano – la pubblicazione sul bollettino ufficiale della Regione è avvenuta a metà agosto – e che inevitabilmente scatenano critiche. Per i tempi, i modi e le spiegazioni. Una, citata nel corpo della delibera, è che se non si guadagna abbastanza non si lavora bene: “La sanità campana, per le rilevanti sfide future e gli impegnativi processi riorganizzativi in corso, deve poter contare su una classe dirigenziale qualificata, motivata e adeguatamente remunerata, ove ne ricorrano le condizioni. A tal fine occorre adeguare il trattamento economico dei direttori generali agli obiettivi e alle responsabilità connesse all’espletamento delle funzioni”.

Il ragionamento ha una falla: i manager non hanno vinto un concorso ma sono stati nominati direttamente da De Luca senza attingere a graduatorie o terne – abrogate durante questa legislatura regionale – e sulla base di un rapporto fiduciario che poteva presupporre patti chiari e amicizia lunga sulla retribuzione e sulle “motivazioni” a svolgere il compito. Oppure i tecnici della sanità hanno accettato di andare a guidare Asl e ospedali solo perché lusingati dalla promessa di un aumento?

La delibera della giunta De Luca cancella il 20% di risparmio imposto da una legge nazionale del 2008 e ripristina il tetto del 2001, fissato per l’appunto a circa 155.000 euro. I tagli di nove anni fa furono dettati da una legge nazionale per il rientro dal disavanzo. Oggi i conti sono in miglioramento ma sempre in sofferenza. La delibera però chiarisce che gli aumenti di stipendio saranno coperti “da forme di partecipazione alternativa alla spesa sanitaria, attualmente applicate in Regione Campania”. In pratica, dai prelievi sui cittadini campani. Nelle intenzioni di De Luca, così si dovrebbe risolvere alla radice una incongruenza: i manager, si legge, “ricevono un compenso annuo inferiore a quello delle apicalità mediche che coordinano. La situazione ha generato nel corso degli anni numerosi contenziosi legali ancora in corso di definizione non solo per l’aspetto meramente economico, ma anche di immagine legata al prestigio del ruolo”. Mai più dietro ai primari, insomma.

A scoprire la delibera è stato il capogruppo di Forza ItaliaArmando Cesaro: “De Luca non ha compiuto un atto dovuto, ma voluto: ha premiato i suoi fedelissimi”. Replica il consigliere per la sanità del presidente, Enrico Coscioni: “Legittima richiesta dei manager, che avevano stipendi tra i più bassi d’Italia. E non è stato un blitz di Ferragosto: l’istruttoria è durata due mesi”. Intanto, come documenta il sito Stylo24, tre giorni fa sono riapparse le barelle nei corridoi del Cardarelli. A maggio De Luca aveva garantito che “queste situazioni da quarto mondo” non si sarebbero viste mai più.

Renzi a spasso sulla Domitiana

‘Renzi a spasso sulla Domitiana’, un esperimento per i delusi del Pd

Renzi ‘ngopp ‘a Domiziana

di Arnaldo Capezzuto – ilfattoquotidiano.it, 5 agosto 2017

Immaginate Matteo Renzi, ex premier e leader del Pd, a spasso per la Domiziana, l’antica strada romana che collega Pozzuoli a Roma, attraversando i territori degradati del casertano. Una passeggiata per raggiungere Castel Volturno, città simbolo di uno sviluppo mancato, progetti naufragati e promesse elettorali vendute tanto al chilo dove gli ultimi tra gli ultimi sopravvivono e convivono nella quotidiana disperazione.

Il giornalista Vincenzo Ammaliato, rigorosamente in giacca e cravatta, si è preso la briga di accompagnare la sagoma di Renzi(l’originale è troppo indaffarato) in giro e di farlo piombare nella vita di tutti i giorni della gente, registrandone le reazioni. Così è nato Renzi a spasso sulla Domitianaun curioso cortometraggio solo apparentemente guascone, nei fatti costituisce un duro atto d’accusa e fa riflettere.

Emerge uno spaccato interessante, e diventa un esperimento sociologico dove i residenti, i tanti immigrati, pur sapendo di trovarsi di fronte a una provocazione interloquiscono con l’ex premier rinfacciandogli molti provvedimenti del suo governo e non nascondendo la propria delusione nei confronti del Pd. Così, il viaggio si dipana tra ombrelloni e sedie a sdraio, su di un gommone, alla fermata in attesa di un autobus e poi sullo stesso autobus carico di stranieri e nelle deserte arterie stradali.

Il “portantino” Ammaliato, come un moderno Virgilio, mostra alla sagoma di Renzi le piaghe di una terra disperata e tra queste non risparmia il mercato della prostituzione. Il leader del Pd a un incrocio della Domiziana tenta di parlare con qualche ragazza nigeriana, ma il “protettore” lo sconsiglia e lo caccia in malo modo. Indomito però l’ex inquilino di palazzo Chigi continua imperterrito il suo viaggio nel girone infernale della Domiziana. Attraversa campi abbandonati, coltivazioni, allevamenti di bufale, passa tra le rovine di scheletri di cemento e ruderi dimenticati del forsennato abusivismo edilizio fino a raggiungere gli alveari delle palazzine delle case popolari. Le reazioni alla vista della sagoma di Renzi sono diverse.

C’è chi si fa il selfie, chi, invece, sfoga la sua rabbia repressa, chi si rivolge a lui come se fosse davvero in carne ed ossa, manifestandogli le tante promesse non mantenute per risanare un territorio occupato dalla camorra e dimenticato dallo Stato. Ma c’è anche chi ci scherza e si fa una bella risata. Non mancano battute e sfottò indirizzati all’ex sindaco di Firenze. Il tour della sagoma di Renzi è un viaggio surreale che per certi versi acquista forza e slancio.

Sembra davvero di trovarsi di fronte a una vera visita di un rappresentante delle istituzioni. L’idea di costruire il mini documentario Renzi a spasso sulla Domitiana nasce da una telefonata che il 3 maggio scorso l’ex premier Renzi fece al sindaco di Castel Volturno, Dimitri Russo per annunciargli che a breve sarebbe andato a visitare la sua città per comprendere di persona le tante criticità che deve quotidianamente affrontare.

“Tre mesi dopo, in attesa che il segretario del Pd mantenga la sua promessa – dice Vincenzo Ammaliato – abbiamo portato la sua sagoma sulla Domiziana senza alcun intento politico, ma solo per fare informazione, seppure non convenzionale. E il risultato è stato un vero Teatro”.

Dopo quella telefonata – sottolinea, invece, il sindaco di Castel Volturno, Dimitri Russo – l’attesa in città è altissima. E, considerato che mai nella sua storia, Castel Volturo ha goduto di tanta attenzione da parte del Governo, il giornalista ha voluto ‘ammaliare’ l’attesa con un sorriso. Una risposta, seppure virtuale, ai tantissimi che ci chiedono la data dell’evento e che, si spera, possa essere in occasione della festa provinciale del Pd a Castel Volturno programmata per settembre”.

Un cortometraggio pubblicato sul canale Youtube e Facebook che in pochi giorni sta spopolando. Il progetto collettivo Renzi a spasso sulla Domitiana, di Vincenzo Ammaliato, vede il soggetto firmato da Giuseppe Ammaliato e Giovanni Izzo (quest’ultimo cura anche la fotografia), il montaggio è di Eliano Imperato, le musiche realizzate da Gianfranco Voiglio della Mad man factory, mentre il progetto grafico e la sagoma è della Merikarton vietrese, infine la stampa è della Digital graphics.

Legge elettorale e Ulivo 2.0

Le possibili leggi elettorali in vista del voto: dal «tedesco» al Consultellum

Il Parlamento ha sei mesi per approvare un nuovo sistema di voto. Il più in voga è il modello tedesco. Senza un accordo l’unica soluzione è armonizzare i sistemi esistenti.

di Renato Benedetto – corriere.it, 30 luglio 2017
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Rimandata a settembre la legge elettorale, le forze politiche hanno cominciato, senza fretta, a prepararsi, dopo che Sergio Mattarella la scorsa settimana ha ricordato per l’ennesima volta la necessità di trovare un’intesa sul sistema di voto: «È ancora possibile intervenire». La legislatura scade a marzo 2018: il Parlamento ha sei mesi per trovare l’accordo sfuggito a giugno, quando è saltato il patto tra Pd, 5 Stelle, FI e Lega sul modello tedesco.

Proprio da quel modello, pur con correzioni, vuole ripartire Silvio Berlusconi: quella riforma aveva i numeri per passare alla Camera e al Senato e, anche se non ha retto alla prova del voto segreto in Aula, è per l’ex premier l’unica strada. Che però, oggi, appare in salita, dopo che si sono tirati fuori Pd e 5 Stelle. I vertici M5S temono che mostrarsi seduti al tavolo con dem e FI, che della campagna devono essere i bersagli, possa essere nocivo in vista del voto.

Il Pd è diviso. Renzi, pur convinto della necessità di «un accordo con tutte le forze politiche», continua a rimandare la discussione nel merito e ad aspettare proposte: «Pronti a discuterle». La minoranza, più l’area Franceschini, chiede invece il premio di coalizione.

Intanto cresce il partito degli scettici, di chi pensa, come l’azzurro Giovanni Toti, che «alle elezioni prossime andremo con la legge in vigore oggi». Senza accordo non resta che una strada: tradurre in legge le modifiche della Consulta e armonizzare i sistemi per Camera e Senato. Forse anche con un decreto, se in Parlamento fallissero tutte le intese.

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I cattolici dem in fibrillazione: a settembre lancio dell’Ulivo 2.0.

Dario Franceschini, 58 anni, titolare dei Beni culturali

di Andrea Carugati – lastampa.it, 3 agosto 2017

«I Renzi passano, i cattolici democratici restano». Roberto Di Giovan Paolo, ex senatore Pd, è vicino a Dario Franceschini dai tempi della giovanile Dc, quando erano i ragazzi di “Zac,” Benigno Zaccagnini. A differenza dello storico portavoce Piero Martino, passato nei giorni scorsi in Mdp, Di Giovan Paolo, insieme a David Sassoli, fa parte della categoria da lui definita «irriducibili». Di quelli che intendono dare battaglia a Renzi dentro il partito. I cattolici di sinistra contro un segretario che «ha fatto suo il doroteismo di Gava», sorride l’ex senatore. Tappa fondamentale di questa battaglia sarà a fine settembre a Camaldoli, tradizionale location delle settimane della Fuci. «Tra noi cattolici il malessere è forte. E non è solo una questione di posti in lista. Il Pd non può diventare un partito personale, sarebbe fuori dalla sua cultura fondativa». A Camaldoli verrà lanciato un messaggio a Pisapia, ma anche a Renzi: «Serve un Ulivo 2.0 con il Pd come architrave», spiega Di Giovan Paolo.

Beppe Fioroni ieri in Transatlantico ha chiacchierato a lungo con Franceschini: «Ti saluto prima che ti infliggano cent’anni di reclusione…». Il riferimento è al libro che martedì sera «Dario» aveva consigliato a Renzi, “Cent’anni di solitudine” di Garcia Marquez. «Se qualcuno pensa a un Pd senza cattolici democratici non va lontano», avverte Fioroni. L’ex ministro si richiama alle parole del neopresidente della Cei Gualtiero Bassetti (e non è il solo): «Non serve un nuovo partito cattolico, ma una più attiva presenza sui temi della persona». Anche Fioroni ha in programma un appuntamento alla ripresa, il 30 settembre a Orvieto, sui cattolici e «le speranze degli ultimi». Un altro deputato vicino al ministro della Cultura parla di «forte fibrillazione». «A ottobre il Pd compie dieci anni: sarà il momento per fare un tagliando, confrontare il progetto e il manifesto dei valori a cui abbiamo lavorato con Pietro Scoppola con i risultati che abbiamo sotto gli occhi».

Gli ex diccì non ci stanno a passare per quelli che si ribellano per paura di perdere le poltrone. «Chi viene dalla Dc non può aver paura del confronto di linee», assicura Gianclaudio Bressa, sottosegretario agli Affari regionali. «Il Pd non può restare fermo sulle alleanze», insiste Sassoli. Dopo l’addio di Martino, la chat su Whatsapp dei franceschiniani è un fiume in piena. Il messaggio più frequente è «da soli non si fa nulla. dobbiamo muoverci in gruppo». Lo sguardo è rivolto a sinistra, «ma solo se nascerà con Pisapia e Prodi un nuovo Ulivo». «In una ridotta di sinistra che ci staremmo a fare?».

Per ora la linea è tentare di piegare Renzi al premio di coalizione, in asse con la corrente di Andrea Orlando, e contando sui numeri dei gruppi parlamentari. L’incubo di un Paese ingovernabile dopo le elezioni è stato al centro di una discussione una decina di giorni fa alla fondazione “I popolari”, guidata da Francesco Saverio Garofani e Pierluigi Castagnetti, che si è detto «molto pessimista» sugli esiti di un voto col proporzionale. Ieri il ministro della Giustizia ha lanciato l’associazione “Dems”, con l’obiettivo di «tornare al Pd delle origini e guardare a sinistra». Il 5 ottobre Orlando terrà un seminario sulla legge elettorale con Pisapia. Invitato anche Franceschini.

OK del PD a ecomostri e cemento in Sardegna

segnalato da crvenazvezda76

Così il Pd dà il via libera a ecomostri e cemento in Sardegna

Maxi aumenti di volume per hotel e lottizzazioni sul mare: il centrosinistra copia il piano casa di Berlusconi. Renato Soru insorge: “Il Pd ha tradito”.

di Paolo Biondani – espresso.repubblica.it, 18 Luglio 2017

Il Pd di Berlusconi, pardon, il Pdl ha varato nel 2009 il famoso piano casa: più cemento per tutti, senza regole e senza piani urbanistici, sfruttando un sistema di aumenti automatici di volume per la massa dei fabbricati esistenti. Ora la giunta del Pd che governa la Sardegna progetta un inatteso bis, sotto forma di piano alberghi: via libera con un’apposita legge a nuove costruzioni turistiche, ecomostri compresi, perfino nella fascia costiera finora considerata inviolabile, cioè spiagge, pinete, scogliere e oasi verdi a meno di trecento metri dal mare.

Il programma di questo presunto centrosinistra sardo è di applicare proprio il sistema berlusconiano degli aumenti di volume in percentuale fissa (che premia con maggiori quantità di cemento i fabbricati più ingombranti) a tutte le strutture ricettive, belle o brutte, piccole o enormi, presenti o future, compresi ipotetici hotel non ancora esistenti. Una deregulation edilizia in aperto contrasto con la legge salva-coste approvata dieci anni fa dall’allora governatore Renato Soru e dal suo assessore all’urbanistica Gianvalerio Sanna, cioè con una riforma targata Pd che nel frattempo è stata presa a modello da una generazione di studiosi, architetti, urbanisti e amministratori pubblici non solo italiani.

La contro-riforma odierna è nascosta tra i cavilli del disegno di legge approvato il 14 marzo scorso dalla giunta regionale presieduta da Francesco Pigliaru, il professore di economia eletto nel 2014 alla testa del Pd. La normativa ora è all’esame finale della commissione per il territorio: l’obiettivo della maggioranza è di portare in consiglio regionale un testo blindato, da approvare in tempi stretti, senza modifiche, subito dopo l’estate.

Sulla carta avrebbe dovuto trattarsi della nuova legge urbanistica che la Sardegna attendeva da un decennio per completare la riforma di Soru, con impegni precisi: stop all’edilizia speculativa, obbligo per tutti i comuni di rispettare limiti chiari anche fuori dalla fascia costiera, per difendere tutto il territorio, fermare il consumo di suolo e favorire il recupero o la ristrutturazione dei fabbricati già esistenti. All’articolo 31, però, spunta il colpo di spugna: «al fine di migliorare qualitativamente l’offerta ricettiva», si auto-giustifica il testo di legge, «sono consentiti interventi di ristrutturazione, anche con incremento volumetrico, delle strutture destinate all’esercizio di attività turistico-ricettive».

Il concetto chiave è l’incremento volumetrico: la norma approvata dall’attuale giunta di centrosinistra, proprio come il piano-casa del governo Berlusconi, autorizza aumenti di cubatura del 25 cento «anche in deroga agli strumenti urbanistici» in vigore, compresa la legge salvacoste. Insomma, se siete in vacanza in una spiaggia immacolata della Sardegna, fatevi un bel bagno: potrebbe essere l’ultimo.

Hotel, alberghi, pensioni, residence, multiproprietà e lottizzazioni turistiche di ogni tipo vengono infatti autorizzati non solo a gonfiarsi di un quarto, cementificando nuovi pezzi di costa, ma anche a sdoppiarsi, spostando gli aumenti di volume in «corpi di fabbrica separati». «In pratica si può costruire un secondo hotel o residence in aggiunta al primo anche nella fascia costiera in teoria totalmente inedificabile», denuncia l’avvocato Stefano Deliperi, presidente del Gruppo d’intervento giuridico (Grig), che per primo ha lanciato l’allarme. «Ma non basta: i nuovi aumenti di volume si possono anche sommare agli incrementi autorizzati in passato, ad esempio con il piano casa o con le famigerate 235 deroghe urbanistiche che furono approvate tra il 1990 e il 1992 dall’allora giunta sarda», sottolinea il legale, che esemplifica: «Un hotel di 30 mila metri cubi che deturpa una spiaggia, per effetto dei due aumenti cumulativi del 25 per cento ciascuno, sale quasi a quota 50 mila: per l’esattezza, si arriva a 46.875 metri cubi di cemento».

L’ex presidente della Regione, Renato Soru, spiega all’Espresso di essere «molto preoccupato per la cecità di una classe dirigente che sta mettendo in pericolo il futuro della Sardegna». «Con l’assessore Sanna eravamo partiti da una constatazione pratica», ricorda Soru: «Grazie ad anni di studi e ricerche abbiamo potuto far vedere e dimostrare che più di metà delle coste della Sardegna, parlo di circa 1.100 chilometri di spiagge, erano già state urbanizzate e cementificate. Di fronte a una situazione del genere, in una regione come la nostra, qualsiasi persona di buonsenso dovrebbe capire che i disastri edilizi del passato non devono più ripetersi. Oggi tutti noi abbiamo il dovere morale e civile di difendere un territorio straordinario che è la nostra più grande risorsa e la prima attrattiva turistica: le bellissime spiagge della Sardegna sono la nostra vera ricchezza, che va conservata e protetta per le generazioni future. Per questo la nostra legge prevede una cosa molto semplice e logica: nella fascia costiera non si costruisce più niente. Zero cemento, senza deroghe e senza eccezioni per nessuno. E in tutta la Sardegna bisogna invece favorire la riqualificazione dell’edilizia esistente, il rifacimento con nuovi criteri di troppe costruzioni orrende o malfatte. Quindi via libera alle ristrutturazioni, alle demolizioni e ricostruzioni, al risparmio energetico. Con regole certe e uguali per tutti, perché l’edilizia in Italia può uscire veramente dalla crisi solo se viene tolta dalle mani della burocrazia e della politica».

A questo punto Soru confessa di essere uscito dai palazzi della regione, alla fine della sua presidenza, proprio «a causa dei continui scontri sull’urbanistica». E dall’altra parte della barricata, a tifare per il cemento, non c’era solo il centrodestra, ma anche «quella parte del Pd che ora è al potere». Da notare che Soru, per eleganza o per imbarazzo, evita di fare il nome dell’attuale presidente, anche se sarebbe legittimato ad accusarlo di tradimento politico, visto che Pigliaru era stato suo assessore ai tempi della legge salva-coste.

Oggi però lo stop al cemento sulle spiagge più belle d’Italia rischia di trasformarsi in un bel ricordo. Gli avvocati del Grig hanno già catalogato «ben 495 strutture turistico-ricettive della fascia costiera che potrebbero approfittare dell’articolo 31. Stiamo parlando di milioni di metri cubi di cemento in arrivo», rimarca Deliperi, evidenziando che il disegno di legge ha una portata generale, per cui si applica anche, anzi soprattutto alle strutture più contestate, quelle che si sono meritate l’epiteto di ecomostri. Come il residence-alveare “Marmorata” di Santa Teresa di Gallura, l’albergone “Rocce Rosse” a picco sugli scogli di Teulada, la fallimentare maxi-lottizzazione turistica “Bagaglino” a ridosso delle spiagge di Stintino, i turbo-hotel “Capo Caccia” e “Baia di Conte” ad Alghero e troppi altri. Il premio percentuale infatti non dipende dalla qualità del fabbricato, ma dalla cubatura: più l’ecomostro è grande, più è autorizzato a occupare terreno vergine con nuove colate di cemento.

Il progetto di legge, per giunta, equipara agli alberghi da allargare, e quindi trasforma in volumi gonfiabili di cemento, addirittura le «residenze per vacanze», sia «esistenti» che ancora «da realizzare», cioè quelle montagne di seconde case che restano vuote quasi tutto l’anno, arricchiscono solo gli speculatori edilizi, ma deturpano per sempre il paesaggio. Con la nuova dirigenza del Pd, insomma, il vecchio piano casa è diventato un piano seconde case, secondi alberghi e seconde lottizzazioni. E tutto questo in Sardegna, la regione-gioiello che tra il 2004 e il 2006 aveva saputo cambiare il clima politico e culturale sull’urbanistica, spingendo decine di amministrazioni locali di mezza Italia a imitare la legge Soru, fermare il consumo di suolo e limitare finalmente uno sviluppo edilizio nocivo e insensato.

Gianvalerio Sanna, l’ex assessore regionale oggi relegato a fare politica nel suo comune d’origine, ama parlar chiaro: «Questo disegno di legge è una vera porcata. La giunta del Pd sta facendo quello che non era riuscito a fare il governo di centrodestra. Le nostre norme, ancora in vigore, favoriscono con incentivi e aumenti di volume solo la demolizione e lo spostamento dei fabbricati fuori dalla fascia costiera dei 300 metri. Questo vale già adesso anche per gli alberghi e i campeggi. Per allargarli e rimodernarli con criterio non c’è nessun bisogno di cementificare le spiagge».

I dati sono allarmanti già oggi. «Le coste della Sardegna sono invase da oltre 210 mila seconde case: appartamenti sfitti, che mediamente restano disabitati per 350 giorni all’anno», enumera Sanna: «Il nostro obiettivo, condiviso da migliaia di cittadini che proprio per questo hanno votato Pd alle elezioni regionali, era di liberare dal cemento, gradualmente e armonicamente, tutta la zona a mare, che è la più preziosa. La nuova giunta sta facendo il contrario. L’edilizia è tornata merce di scambio: il piano casa, che fu giustificato da Berlusconi come rimedio eccezionale contro la crisi dell’edilizia, diventa la norma. La deroga diventa la regola. Così la politica si mette al servizio delle grandi lobby, degli interessi di pochi, a danno della cittadinanza e di tutte le persone che amano la Sardegna».

Quando allude a scambi, Sanna non usa parole a caso. Nella minoranza del Pd rimasta fedele a Soru sono in molti a evidenziare una singolare coincidenza: la controriforma urbanistica sta nascendo proprio mentre gli sceicchi del Qatar, i nuovi padroni miliardari della Costa Smeralda, annunciano l’ennesima ondata di progetti edilizi per super ricchi, per ora bloccati proprio dalla legge Soru. Per ingraziarsi la classe politica sarda, lo stesso gruppo arabo ha comprato dal crac del San Raffaele anche il cantiere fallimentare del nuovo ospedale di Olbia. E ora gli sceicchi sembrano aspettarsi che i politici, in cambio, aboliscano proprio i vincoli ambientali sulla costa.

«Con questa legge vergognosa il presidente Pigliaru sta contraddicendo anche se stesso», commenta amaramente Maria Paola Morittu, la combattiva avvocata di Cagliari che oggi è vicepresidente nazionale di Italia Nostra: «Per smentire la sua giunta, al professor Pigliaru basterebbe rileggere le proprie pubblicazioni accademiche, in cui scriveva e dimostrava che il consumo di suolo è disastroso non solo per l’ambiente, per il paesaggio, ma anche per lo sviluppo economico».

Carte alla mano, l’avvocata di Italia Nostra e il suo collega Deliperi passano in rassegna la successione di leggi edilizie della Sardegna, per concludere che oggi il Pd sardo sta facendo indietro tutta. La buona urbanistica insegna come e dove costruire case sicure in luoghi vivibili senza distruggere il territorio. In Italia se ne parla solo quando si contano le vittime evitabili di alluvioni, frane, valanghe, terremoti e altri disastri che di naturale hanno solo le cause immediate. In Sardegna, dopo decenni di edilizia selvaggia, la legge Soru e il conseguente piano paesaggistico regionale – studiato da un comitato tecnico-scientifico presieduto da Edoardo Salzano, un gigante dell’urbanistica – hanno fissato per la prima volta due principi fondamentali: basta cemento a meno di 300 metri dal mare; solo edilizia regolata e limitata in tutta la restante fascia geografica costiera, che di norma si estende fino a tre chilometri dalle spiagge. «In campagna elettorale il Pd guidato da Pigliaru aveva promesso di estendere la legge Soru a tutta la Sardegna, obbligando anche i comuni interni ad applicare i piani paesaggistici», osservano desolati i due avvocati. Passate le elezioni, il vento è cambiato.

In Italia, prima della recessione, venivano cementificati a norma di legge oltre 45 milioni di metri quadrati di terra all’anno. Nel 2015, nonostante la crisi, si è continuato a costruire nuovi appartamenti e capannoni per oltre 12 milioni di metri quadrati (dati Istat). «Con la legge salvacoste la Sardegna ha saputo lanciare un nuovo modello di sviluppo sostenibile», rivendica Soru. Ora la grande retromarcia della giunta seduce le lobby dei grandi albergatori, che organizzano convegni esultanti contro «l’ambientalismo che danneggia il turismo». Resta però da capire se, alle prossime elezioni, la maggioranza dei cittadini sardi si fiderà ancora di un Pd che imita il berlusconismo, col rischio di riabilitarlo.

Gli eterni alibi dei Michele Serra

Gli eterni alibi dei Michele Serra

di Andrea Scanzi – ilfattoquotidiano.it, 6 luglio 2017

È spesso un piacere leggere Michele Serra. Lo è per la forma e la sostanza, quando parla di tutto tranne che di politica. Se scrive di quest’ultima, il piacere si limita unicamente alla forma. È sempre meno attratto dalla scrittura politica, e lo capisco ogni giorno di più. Dopo l’ultima batosta patita dal partito che non smetterà mai di votare, Michele ha scritto una settimana fa: “La ingovernabile presunzione di Renzi e il vecchio calcificato settarismo dei suoi odiatori porteranno quasi certamente allo stesso esito anche alle politiche: perché nei miracoli non crede più nessuno, forse nemmeno chi, come Pisapia e Prodi, sta provando a progettarne uno. Nel frattempo i voti di destra tornano a casa, come i bambini dopo le vacanze”. Si noti: per Serra l’unico difetto di Renzi è la presunzione. Un po’ come il traffico in Sicilia in Johnny Stecchino.

Era però la seconda parte del corsivo a contenere la summa del pensiero dei fiancheggiatori del Pd: l’alibi. Il dare sempre la colpa agli altri, perché non farlo li costringerebbe all’autocritica: “Il Movimento di Grillo è servito a tenerli ben custoditi, e a ogni ballottaggio li riconsegna al mittente in ottime condizioni: come nuovi. Alla fine della parabola non stupirebbe scoprire che soprattutto a questo è servito il grillismo: sbarrare la strada alla sinistra dopo il crollo di Berlusconi (chiedere notizie a Bersani) e riconsegnare il paese alla destra. Da un certo punto di vista, un capolavoro politico”.

Capito come funziona? Non è che Berlusconi, e con lui il centrodestra, siano tornati in auge perché tra copia (Renzi) e originale (Berlusconi) è sempre meglio il secondo. Non è che il centrodestra vinca perché il centrosinistra ha una classe dirigente pietosa o perché la sua politica è pressoché identica a quella del centrodestra. E non è che Berlusconi sia sempre lì perché a fine 2011 il partito preferito da Serra ebbe la straordinaria pensata di non andare al voto ma appoggiare quel bolscevico di Monti (che al tempo piaciucchiava anche a Michele).
No: è colpa del Movimento 5 Stelle.

Per carità: i grillini hanno tante colpe, e quando leggo della Lombardi possibile candidata alla Regione Lazio penso che l’Armageddon sia davvero ormai prossimo. La tesi di Serra è analoga a quella che una tal Bresso, dopo essere riuscita a perdere nel 2010 in Piemonte con tal Cota, propinò ai media: non era colpa sua, ma dei grillini che le avevano “tolto” voti. Una sintesi politica così citrulla che infatti Mario Calabresi, al tempo “direttore” de La Stampa e ora (guarda caso) di Repubblica, sposò in pieno. Come se i voti appartenessero per decreto regio al Pd e i grillini si ostinassero a non rispettare odiosamente tale dogma.

Michele Serra è libero di credere che ogni nequizia del Creato dipenda dal suo ex amico Grillo, che il buco nell’ozono sia colpa di Vito Crimi e che il Pd sia ancora il partito di Berlinguer e non di Nardella: ognuno ha le coperte di Linus che vuole. Chissà però se Serra, al buio e nel segreto delle sue stanze curiali, ammette ogni tanto a se stesso che la colpa di tutto questo sfacelo è anche di quelli come lui. Giornalisti, scrittori e artisti “de sinistra”: ieri incendiari e oggi tifosi, che è molto peggio d’esser pompieri. Ieri scudisciavano il potere, o almeno così sembrava. E oggi fanno i supporter finto-critici di uno che, se solo fosse stato iscritto al PSI oppure in Forza Italia, avrebbero combattuto in ogni modo.

Caro Michele, te lo dico con la stima che sai: se Berlusconi è tornato in auge, è perché nel frattempo anche tu hai cominciato a votarlo. E il dramma è che fingi pure di non essertene accorto.