PD

Il primo flop del M5s: fuori dai ballottaggi.

Triskel182

25 capoluoghi al ballottaggio e neanche uno con il candidato grillino in corsa. Nessun commento da parte dei vertici grillini, tranne Toninelli: “I nostri candidati non hanno dietro apparati che si nascondono dietro accozzaglie con i simboli di partito che spariscono dalle liste, vedrete che domani saremo la prima o seconda forza politica nazionale, al di là dello schermo delle finte liste”.

Cinque anni fa Stalingrado, oggi Waterloo. Il simbolo del risultato negativo del Movimento 5 stelle alle elezioni amministrative è Parma. Il sindaco Pizzarotti, ex enfant prodige di Grillo prima di diventare capitan Pizza e di essere cacciato dal Movimento per troppa autonomia, andrà al ballottaggio contro il candidato di centrosinistra. Il M5s, invece, è fuori da tutto: neanche 2500 voti racimolati.

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I gatti frettolosi fecero la riforma cieca

segnalato da Barbara G.

Di Lucia Annunziata – huffingtonpost.it, 08/06/2017

La gatta frettolosa fece i gattini ciechi. Il popolare proverbio, usato dalle mamme per controllare le impazienze di generazioni di bambini, stavolta si è elevato anche a norma politica: la legge elettorale frettolosamente messa insieme con un accordone da Santa Alleanza, fra quattro leader diversissimi tra loro, pur di andare alle elezioni, si è schiantata al primo voto in aula. Schiantata in mezzo a una coreografia – il cartellone che per errore manda in chiaro un voto segreto, accuse reciproche di tradimento fra partiti – che esalta un clima caotico, la mancanza di organizzazione, un’aria da rompete le righe, uno sbando ad alta intensità emotiva. Una scena da sussurri e grida. Insomma aria che parla in tutto di fine legislatura.

La camera ha vissuto così, come nei suoi momenti peggiori, il fallimento di quello che sicuramente possiamo considerare l’ultimo possibile tentativo di fare una legge elettorale. Una sconfitta che condiziona ora il modo di come si chiude la legislatura, ma anche gli equilibri dentro e fra partiti.

Per il Pd e per il suo leader Matteo Renzi, che sono state le forze che più si sono impegnate a portare a casa una legge elettorale, costitusce la seconda battuta d’arresto in pochi mesi. Non è una batosta pubblica come la prima, quella del Referendum, ma rimane una seconda brusca frenata di un progetto mirato a riportare un partito rinnovato (dopo scissione e congresso) e il suo segretario al centro della dinamica politica.

Perché Matteo Renzi e la sua organizzazione non riescano a “rialzarsi” è forse la parte meno visibile, e più significativa, di questa vicenda. Moltissimo ha a che fare con la turbolenta relazione fra il Segretario e il Sistema – intendendo per quest’ultimo in questo caso il complesso istituzionale, economico e politico, dato. Fra le due entità non c’è mai stato idillio, con un giovane fiorentino arrivato brandendo la bandiera della rottamazione e una Roma da tempo, cioè dall’ultimo anno di Silvio Berlusconi nel 2011, in bilico fra richiami europei, crisi economica, scollamento dei partiti, rabbia dei cittadini. La discesa a Roma del Rinnovatore, applaudita, facilitata, e spesso adulata, si è ben presto però rivelata incline anche a colpi testa, forzature, improvvisazioni. Insomma impresa spesso troppo solitaria ed autoreferenziale, per istituzioni molto consapevoli della fragilità degli equilibri complessivi. Al netto di discussioni di merito sulle scelte politiche, che pure hanno contato, è proprio il metodo renziano, la forzatura come cardine dell’azione politica, che ha costituito alla fine il peggior nemico del Premier/Segretario.

Questione, questa della forzatura, di non poco conto. Di questo si è trattato infatti per il Referendum: sarebbe stato diverso il percorso se i contenuti politici molto controversi di quella riforma non fossero stati proposti con la tagliola di un si o un no? A questa domanda, nelle ore della sconfitta, lo stesso Renzi sembrava rispondere con un forte dubbio.

La legge elettorale, anticipatrice necessaria di un ritorno anticipato al voto, è stata segnata dalla stessa voglia di forzare i processi, e infatti portata avanti con la stessa fretta. Incontrando le stesse razionalità, gli stessi dubbi. Nel caso specifico non si è trattato di un processo vasto e popolare come quello del referendum, ma si è trattato comunque di obiezioni pervenute dal mondo istituzionale. Confindustria, Ministero del Tesoro, Palazzo Chigi, Quirinale, in vari modi, hanno additato il pericolo di un voto anticipato in piena Finanziaria, con nodi irrisolti di debito pubblico, e rapporti incerti con la situazione internazionale. Ma quel che forse di più ha frenato la corsa sono state una serie di opinioni pesanti uscite dal seno dello stesso partito del Segretario. Alla fine di una settimana in cui si si sono messe in fila sulle pagine dei media dissensi espressi da Veltroni, Bindi, Prodi, Letta, Finocchiaro, e soprattutto Giorgio Napolitano, si può capire come molti nello stesso Pd cominciassero ad avvertire dubbi su quanto costasse questa legge.

Lo stesso dubbio sul costo ha schiantato il Movimento 5 Stelle, attraversato, a differenza del Pd renziano, da una feroce deriva interna di dissenso. Lo sbarco dei pentastellati fra i quattro firmatari del patto ha avuto in effetti per la organizzazione di Grillo l’impatto di un vero Congresso interno. Con due ipotesi in campo, entrambe rappresentative del bivio di fronte a cui si trova il movimento: la necessità di diventare sempre più istituzionali a fronte di un potenziale ruolo di governo e la fedeltà ai proprio principi di alterità. Alla fine ha prevalso quest’ultima.

Non è un caso che le accuse reciproche siano alla fine volate fra queste due forze, Pd e M5s. In questo processo erano diventate lo specchio di uno stesso drastico e forzato riadeguamento: il primo nella alleanza con Berlusconi, il secondo nella alleanza con il sistema.

La legge lascia entrambi i gruppi scossi, anche se non feriti. Sia Pd che M5s infatti possono ritirarsi, come già indicano che faranno, sulla più sicura spiaggia della identità separata.

In compenso la spericolata manovra lascia una ferita profonda sulla legislatura. Messa in discussione, messa da parte come cosa finita dai legislatori aspiranti stregoni, ne esce segnata dalla sua spendibilità.

Il finale caotico del voto, di cui parlavamo all’inizio, è infatti la rappresentazione di tutto quello che in questi ultimi cinque anni è diventata la politica: un instabile cocktail di ambizioni personali, arrembaggi, privatismo, nutritosi della e nella crisi dei partiti.

Non sarà un caso che l’accordo elettorale è stato formulato da Quattro leader nessuno dei quali siede in Parlamento. Né è un caso che appena arrivato in Parlamento l’accordo si sia liquefatto, come un gelato al sole di questo inizio di estate romana.

Civati c’è

Pippo Civati all’HuffPost risponde all’appello di Massimo D’Alema per un’unica lista di sinistra: “Io ci sono”

“Nelle aree dem vicine a Orlando ed Emiliano c’è disagio per il nuovo Nazareno”

di Claudio Paudice – huffingtonpost.it, 28 maggio 2017

Lentamente, il progetto politico a sinistra del Pd prende forma. All’appello, lanciato con un’intervista al Corriere della Sera, di Massimo D’Alema per un’unica lista alternativa al Partito Democratico risponde Pippo Civati, leader di Possibile e in Parlamento “alleato” di Sinistra Italiana. “Noi ci siamo e siamo promotori di una sinistra alternativa al Pd da quando abbiamo lasciato il principale partito di maggioranza”, dice Civati all’HuffPost. Primo tra i fuoriusciti, poi seguito da tanti altri in rotta con la metamorfosi renziana del partito, Civati guarda favorevolmente non solo ai partiti di sinistra ma anche a chi è ancora all’interno del Pd. In particolare, soprattutto dopo la rottura tra i dem sui voucher, a diversi esponenti delle aree di Andrea Orlando e Michele Emiliano, usciti sconfitti dalle primarie del Pd: “Molti non nascondono il loro disagio per questo riavvicinamento di Renzi a Berlusconi”.

D’Alema ha lanciato un appello per una sinistra unita ma alternativa al Partito Democratico. Come risponde?

Era la mia idea fin dall’inizio. Renzi ha scelto Berlusconi, ed è evidente che la scelta non lascia indifferenti diversi esponenti del Pd, tanto dell’area Orlando quanto dell’area Emiliano. Lo ha detto anche il ministro nella sua intervista di venerdì al Foglio. E anche informalmente sappiamo che, in alcune aree dem, c’è del disagio per la deriva centrista del Pd. La mia proposta in un certo senso supera quella di D’Alema: non solo una lista unica, ma un progetto intorno al quale raccogliere persone che non necessariamente facciano politica, anche perché è inutile far distinzioni tra chi fa parte di un partito e chi di un altro come a Gargonza. Chi vuole cambiare non può votare Renzi o Berlusconi.

D’Alema ha chiamato i Comitati del No, la società civile, il cattolicesimo democratico. Dimentica qualcuno?

Oltre ai soggetti citati ci sono le forze laiche e repubblicane più o meno organizzate. Ma l’esigenza, prima ancora di ricostruire la sinistra, è quella di ribaltare un quadro politico che parla ormai del nulla. In questo senso, le nostre non sono ricette diverse, anzi sono molto simili. Ed è chiaro che raccolgo la sfida. D’Alema dice, ad esempio, che la scissione andava fatta prima. Tutti quei passaggi, qualcuno li ha fatti: prima in solitudine, adesso in un quadro più largo. Ma non è il caso di rivendicare la primogenitura. L’unico punto che contesto è quello che riguarda il partito unico, perché forse sarebbe il caso di costruire prima un contesto culturale e politico dove poter lavorare insieme. Poi le formule verranno dopo, l’importante è che vi sia un unico progetto elettorale. Noi ci siamo e siamo promotori fin da quando abbiamo lasciato il Pd.

Sarebbe singolare che tanti esponenti, prima tutti nel Pd, una volta usciti – e per le stesse ragioni o quasi – non riescano a trovare un accordo su un progetto politico.
In due anni mi sono preso molta solitudine e tante difficoltà, come è ovvio quando esci da un grande partito di maggioranza. Avevo messo in conto che non sarebbe stato facile, ma ricostruire la sinistra è stato sempre il mio progetto.
Siamo nel pieno del dibattito parlamentare sulla legge elettorale. Si parla di una soglia di sbarramento al 5%…
Guardi, io sono dell’idea che sia meglio avere una soglia del 5% che ti sprona a fare il 10%, invece di una soglia al 3% che rischia di portare alla sconfitta. Bisogna puntare a fare più del 5 per cento, può essere uno sprone a costruire un fronte più largo e plurale e nello stesso tempo ad affermare un’idea.

Il Governo sembra voler reintrodurre i voucher, dopo averli cancellati per evitare i referendum promossi dalla Cgil. Avete in cantiere qualche iniziativa nel caso la discussione parlamentare prosegua su questo piano?

Noi siamo stati i primi a denunciare l’uso disinvolto e alternativo dei voucher. Se si tratta di risolvere i problemi delle famiglie, noi ci siamo. Ma in un quadro di chiarezza e tracciabilità. Se poi si vuole estenderli allora non si è capito il vero senso della raccolta delle firme per i referendum della Cgil. Il Governo continua a giocare all’equivoco, e non si capisce il perché. Il problema è che nella politica italiana bluffano tutti.

Venerdì Sinistra Italiana ha fatto una conferenza stampa per contestare un emendamento alla manovrina che favorirebbe la speculazione edilizia in relazione alla costruzione di nuovi stadi. Il ministro per lo Sport Lotti ha replicato affermando che si tratta di un fatto inesistente.

Al di là della polemica di queste ore, quello della speculazione edilizia e dell’abusivismo è un tema. Consumo di suolo, rivoluzione ecologica e gestione dei beni comuni sono tutti argomenti che hanno preso cinque anni di pausa durante i governi di larghe intese.

Caro Matteo, oltre le mamme c’è di più

segnalato da Barbara G.

di Michela Cella – glistatigenerali.com, 08/05/2017

Ieri l’Assemblea Nazionale del Partito Democratico ci ha regalato un viaggio indietro nel tempo quando il neo-proclamato segretario Matteo Renzi ha elencato le tre parole chiave che ha scritto sul foglio bianco (cit) del nuovo mandato: lavoro, casa, mamma.

Sì proprio mamma, non donna, mamma.

Io, che sono figlia degli anni 70 e sono una mamma, crescendo già sapevo che il diventare madre era solo una delle opzioni che avevo davanti. Eppure nel 2017 il leader del Partito Democratico per parlare del genere caratterizzato dai cromosomi con tutte le gambette utilizza un sostantivo che ormai nemmeno i parroci durante le omelie.

Da non crederci, decenni di femminismo buttati al macero e la donna ridotta alla sua sola funzione riproduttiva.

Come se non ci fossero altri modi per mettere un apostrofo rosa nel discorso programmatico.

Come se l’essere madre fosse per forza un requisito di merito per fare politica o essere oggetto dell’azione politica: “Abbiamo portato le mamme a occuparsi di politica. Ora la politica si occupi di loro”.

Come se all’inizio di quest’anno non ci fosse stata un manifestazione mondiale che ha riportato alla ribalta il ruolo delle donne, non delle mamme, in politica e nel mondo del lavoro.

Dubito che sia stato uno scivolone inconsapevole, credo che la scelta sia stata ben ponderata, ed è l’ennesima riprova (tra le più recenti il decreto Minniti o la legittima difesa) che Renzi non si rivolge più alla constituency che ha dato vita al Partito Democratico ma a quel calderone informe di moderati più o meno clericali che erano la constituency della Democrazia Cristiana senza dimenticare qualche strizzatina d’occhio anche un po’ più a destra. Perché anche la parola chiave “casa” a ben vedere (“Casa è anche legittima difesa”) è un richiamo al privato e ai muri. Non proprio la parola chiave della società accogliente e inclusiva che la sinistra-sharing moderna vorrebbe costruire.

Degrado

segnalato da Barbara G.

Salvini è arrivato come un falco

La Rozza, a quanto pare, sapeva.

Majorino casca dal pero.

Bah. Comunque, tutto questo dispiegamento di forze, con ragazzi perquisiti e caricati sui camion (ciò evoca ricordi molto “destri”), e poi i camion della nettezza urbana a raccogliere zaini, effetti personali e masserizie…

Risultato: circa 40 fermati e portati in questura, dei quali 30 in possesso di titolo per restare regolarmente in Italia (anzi, alcuni hanno saputo proprio lì che l’iter per avere la protezione internazionale era andata a buon fine) e dieci con posizione irregolare, dei quali (da quel che mi hanno riferito) in 5 rischiano effettivamente l’espulsione (fonte ufficiosa ma molto attendibile).

Riassumendo: scene da (quasi) film americano, camion da (quasi) deportati, persone fermate perché presenti lì e di pelle scura, un sacco di soldi spesi… per espellere (forse) cinque persone. E (cosa importantissima) benzina sul fuoco dell’intolleranza, con M5S sorpresi dalla maggior velocità (e spudoratezza) con cui l’avvoltoio Salvini è andato a filmare la retata, e PD che si barcamenano fra “c’era bisogno di fare qualcosa” e “bisognava farlo diversamente”. Ma chi ha proposto e votato il decreto Minniti? E’ forse il sistema migliore per gestire il problema dell’arrivo di migranti, e di chi fra loro non riesce ad ottenere protezione internazionale e non può, per un motivo o per l’altro, tornare indietro?

E cosa è il degrado? Vedere persone accampate ai giardinetti o veder calpestare i diritti delle persone e seminare terrore?

Milano, maxi-blitz alla stazione Centrale: polizia a cavallo, blindati ed elicotteri. Salvini tra selfie e slogan anti-immigrati

Imponente operazione della polizia disposta dal questore Marcello Cardona e coordinata dal commissariato Garibaldi Venezia. Nella stessa piazza, venerdì 21 aprile, un gruppo di extracomunitari aveva aggredito i militari dell’operazione Strade sicure e i carabinieri arrivati in loro aiuto.

ilfattoquotidiano.it, 02/05/2017

Decine di uomini, unità cinofile e della scientifica, polizia a cavallo, un elicottero a monitorare la situazione dall’alto. Obiettivo la “criminalità diffusa” e il contrasto alla “situazione di degrado” dell’area. La stazione Centrale di Milano è stata teatro di una imponente operazione della polizia disposta dal questore di Milano Marcello Cardona e coordinata dal commissariato Garibaldi Venezia. Nella stessa piazza, venerdì 21 aprile, un gruppo di extracomunitari aveva aggredito i militari dell’operazione Strade sicure e i carabinieri arrivati in loro aiuto.

Gli ingressi della stazione sono stati quasi tutti chiusi, a parte quelli laterali presidiati dagli agenti per procedere ai controlli e impedire il pericolo di fuga delle persone da identificare ed eventualmente accompagnare in questura. Su piazzale Duca d’Aosta – monitorato dall’alto da un elicottero, dal quale la scientifica ha effettuato riprese aeree – sono state impiegate poliziotti a cavallo e unità cinofile nel controllo dei giardinetti dove stazionano quotidianamente immigrati e senza casa.

Sulla piazza è stato inoltre chiuso l’accesso alla metropolitana, mentre le altre entrate alla linea M2 e M3 sono invece rimaste regolarmente aperte. L’attività ha permesso alle forze dell’ordine di identificare decine di persone, la maggior parte extracomunitari: alcune delle persone sottoposte al controllo sono state fatte salire sui pullman della polizia che stazionavano lungo la piazza, dopo essere state perquisite.

Poco prima delle 16, sulla scena è comparso anche Matteo Salvini, accompagnato da alcune decine di leghisti, non appena saputo del blitz: “Qui ci sono elicotteri, blindati, polizia a cavallo. Potrebbe essere la volta buona per fare un po’ di pulizia su un’area che sembra quarto o quinto mondo”, ha detto il segretario nazionale della Lega Nord, che ha filmato la scena con il telefonino. Tra un selfie con un ammiratore e l’altro, Salvini ha approfittato della scena per sciorinare in diretta Facebook i consueti proclami anti-immigrati: “Tra scippi, furti, rapini, tentativi di violenze sessuali, qua ce n’è da portarne via parecchi, non da fare qualche blitz”. “C’è di tutto e di più qua nei giardinetti – dice quindi il leader del Carroccio inquadrando delle persone di colore – la droga ovviamente la trovi a tutte le ore del giorno e della notte”.

Salvini è anche stato contestato da 4-5 persone presenti. Fra queste, un educatore che lavora con i richiedenti asilo che è stato sbeffeggiato dai leghisti per il lavoro che fa. Il leader della Lega aveva appena finito di indicare davanti alle telecamere un gruppo di migranti seduti auspicando che “vengano identificati ed eventualmente perseguiti quei personaggetti che tutti i giorni infestano le stazioni”. “Quando finisce lo spot elettorale? – gli ha urlato l’educatore – io vengo qui tutti i giorni a lavorare, quelle sono persone che scappano dalla guerra“. “Che lavoro fai, l’operatore dell’accoglienza? Bravo, lo fai gratis?”. “No, è il mio lavoro”, la risposta. A quel punto è partito il coro di scherno dei leghisti.

“Speriamo che non si tratti di una operazione episodica – si legge in una nota del il segretario metropolitano del Pd Pietro Bussolati – ma che si dia continuità a simili controlli, come l’amministrazione e il Partito Democratico chiedono da tempo. Tuttavia, spiace molto vedere che ci sia qualcuno, come Matteo Salvini, che cavalca e strumentalizza situazioni di degrado e difficoltà a fini elettorali, invece di mostrarsi solidale con il lavoro della polizia”.

Questa voglia di disintermediare

Triskel182

Una cosa in comune c’è tra l’ex segretario candidato e il garante padrone del M5S, Renzi e Grillo intendo.
La parola è disintermediazione.

A che serve la libera informazione quando c’è  già pronto il blog con tutte le informazioni?
Da una parte il blog dall’altra il blog, il #Matteorisponde e i quotidiani che fanno da grancassa: entrambi i leader (e i loro fans) dimostrano una certa allergia quando le domande sono scomode. Una esempio fatto già ieri sera durante la trasmissione Gazebo: se le domande sono di Report, ad arrabbiarsi è il Pd e il suo tesoriere, mentre a far la parte del difensore della stampa è il movimento.

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Il congresso dimezzato

segnalato da Barbara G.

Congresso Pd, primi circoli al voto. Precipita l’affluenza, anche nelle zone rosse. Renzi sopra il 60%

di Alessandro De Angelis – huffingtonpost.it, 25/03/2017

Un plebiscito per Renzi, ma in un congresso per pochi. Quotidianamente dal Nazareno viene diramato in agenzia il bollettino del plebiscito: al momento l’ex premier avrebbe raccolto quasi il 70 per cento dei consensi. L’altra faccia dei dati riguarda, però l’affluenza. Elisa Simoni, parlamentare toscana e sostenitrice di Orlando, ci va giù dura: “L’unico partito che era ritenuto tale è stato raso al suolo. Abbiamo perso iscritti e di quelli che abbiamo sta partecipando al congresso il 50 per cento, basta vedere i numeri. Altro che partito della Nazione… È rimasta la nazione, fuori da noi, ma il partito è morto”.

Al momento hanno votato circa 300 degli oltre 6mila circoli del Pd. I dati sono dunque ancora molto parziali in questa fase del congresso che si svolge tra gli iscritti, di qui al 9 aprile. Poi, la fase delle primarie aperte. Ma raccontano di un “trend”, soprattutto perché le zone più avanti nello svolgimento dei congressi sono le zone rosse. In tutti i circoli del bolognese che hanno votato finora, ad esempio c’è una flessione: a Zola Predosa i votanti rispetto allo scorso congresso sono passati da 63 a 17, al Pilastro da 41 a 25, a Minerbio hanno votato solo in 31 su 190 iscritti. Anche in regione, dove ha votato il 13 per cento del totale, si conferma il trend: a Rimini Ghetto Turco 24 votanti su 42 iscritti, a San Clemente 25 su 56, a Sant’Arcangelo-San Martino 31 su 69, a Saludecio 3 su 14, solo per citarne alcuni.

Un “trend” che secondo il vicesegretario del Pd Lorenzo Guerini non rappresenta un flop. Anzi, in un post su Facebook spiega che il tasso di partecipazione sarebbe salito.In verità i più sensibili al tema dell’affluenza, tenuto sottotraccia dai renziani interessati solo al chi vince, sono i sostenitori della mozione di Orlando, dove è confluito il grosso degli ex ds. Dice all’HuffPost il capogruppo in regione Stefano Caliandro: “Gli iscritti che stanno votando sono oggettivamente pochi. E questo è sintomo di un partito poco in salute. Parliamoci chiaro: un congresso avrebbe dovuto parlare al paese, coinvolgendo attori sociali, categorie, il mondo del lavoro e dell’impresa, e invece è stato scelto un altro percorso: una conta che interessa poco gli iscritti e praticamente nulla fuori”.

Effettivamente, questo congresso ha assai meno appeal, tensione politica, interesse mediatico del precedente. Basta leggere i giornali. I numeri lo registrano. Ora, è chiaro che il numero dei votanti è sempre inferiore a quello degli iscritti. Ma il punto è “quanto” inferiore. Stavolta siamo attorno al 50, il che significa che, avanti di questo passo, voterebbero 200 dei 420mila tesserati. Anche perché, tradizionalmente, le zone rosse sono quelle a più alta partecipazione.

Ovunque, nel centronord, Emiliano va malissimo. Su 15 circoli in Piemonte, scrutinati al 24 marzo ha preso un solo voto. Circoli dove si conferma la flessione della partecipazione: Dronero (provincia cuneo) dieci votanti su venti iscritti, Candelo 14 su 31, Bruino 17 su 33. Oggi, in attesa del sud, i primi dati davvero positivi per Emiliano. A Bussi e Spoltore in Abruzzo, feudi del parlamentare a lui vicino Antonio Castricone, ha vinto rispettivamente col 42 per cento e col 59. Votanti: 40 su 54 e 40 su 70.

Ovunque raccontano di un clima assai poco appassionato. In Emilia, terra dove il “segretario” raccoglie sempre percentuali bulgare, perché il partito è il partito e il riflesso d’ordine è forte, non solo non c’è la ressa dentro i circoli, ma il dibattito è moscio: “Un elemento – prosegue Caliandro – fa riflettere. Ci sono più volontari alle feste dell’Unità che votanti ai circoli. Significa che la comunità che si riconosce in un campo vasto della sinistra è più ampia di quella che viene a votare il segretario della Pd”. Finché dura: “Ieri – racconta la Simoni – è venuto un compagno e mi ha fatto vedere tutte le tessere del partito che aveva conservato dai tempi del Pci. Mi ha detto, con dolore: quest’anno non l’ho rinnovata. Che gli diciamo? Questo nelle zone rosse, mentre ci sono casi anomali di tesseramento nel Sud”. A Ribera, provincia di Agrigento, l’edizione palermitana di Repubblica è stata rinnovata la tessera a un morto. Ad Agrigento, Sciacca e Canicatti è stata avviata una verifica di un migliaio di nominativi. Nell’Isola è attesa la vittoria di Renzi con almeno il 65 per cento. Un plebiscito, appunto. Di un congresso per pochi.

Sorpasso e decollo M5S. Il fortino di Renzi restringe i confini del PD.

Dimensione Mendez

Nel giorno in cui il più importante quotidiano del Paese mette in stampa i risultati del sondaggio che sancisce il consenso senza precedenti del M5S (32,3%) e il precipitare del PD ormai quasi a livelli da Bersani 2013 (26,8%), l’uomo solo al comando Renzi decide di impartire al padre-padrone Grillo una lezione di democrazia.

Consolidati o meno che siano, i 5,5 punti di distacco elaborati da Ipsos (ma il sorpasso è comunque un dato comune in diverse rilevazioni), vengono legittimamente evidenziati dal Corriere della Sera come fatto politico di portata assoluta, e provocano in Matteo Renzi una reazione che, sfruttando il congresso PD, prende corpo con queste parole:

“Da Bagnacavallo a San Giorgio a Colonica, da Volpago di Treviso fino a Carpi, da San Martino in Rio che è in provincia di Reggio Emilia fino al circolo Pd di San Paolo del Brasile ieri i primi circoli si sono espressi…

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Il compagno Renzi

segnalato da Barbara G.

di Lucia Del Grosso – nuovatlantide.org, 11/02/2017

E’ uno spasso commentare l’iniziativa di Renzi al Lingotto, a cominciare da quel ridicolo trolley (ma si può scegliere come simbolo di un’assemblea una valigia? Ha un qualche significato politico il cambio di biancheria?). Per non parlare della conoscenza etimologica della parola “compagno” che ha esibito Renzi. Ora, io posso capire un ex comunista convertitosi al renzismo che tenti il recupero di quella bellissima parola per far dimenticare i suoi peccati politici, ma Renzi, quando mai è stato compagno?

Ma in fondo si capisce anche questa intemerata: è stato sotto il suo regno che il PD è entrato a far parte della sinistra socialista europea. Perché aveva capito (o meglio, i suoi pupari gli avevano spiegato) quale banda di liberisti erano diventati i socialisti europei. E i simboli e le parole possono essere passione e sangue o solo volgare paccottiglia, dipende da chi li maneggia.

Perciò Renzi può essere pure compagno, una volta che hai tolto a quella parola tutte le lettere, può essere compagno anche suo padre, Lotti, tutto il Giglio Magico e la quasi totalità della Consip.

Ma anche più a sud del Lingotto c’è la stessa confusione sul perimetro di una proposta di sinistra: Pisapia allarga le braccia sul palco e abbraccia sia Speranza che Cuperlo, purché dica ai suoi compagni del PD che non si devono alleare con Verdini.

E’ il virus dell’ecumenismo di sinistra: ha infettato pure Civati che mette insieme nella compagnia da Boccia a Che Guevara. Poi dicono che la sinistra sa solo scindersi.

E visto che a questo rave party si possono presentare tutti ne approfitta pure Martina perché: “Senza il Pd il centro sinistra non ha futuro e senza il Pd si battono le destre”. Lui porta Renzi, sono in coppia e non lo può lasciare a casa.

Più che la Sinistra del Paese sembra l’appuntamento dei quindicenni del sabato sera: intanto vediamoci sotto casa mia, poi si vede cosa fare, l’importante è non rimanere a casa il sabato sera. In questo caso l’importante è non far vincere i populismi.

E mentre si cazzeggia poche voci isolate provano ad avvertire che non sarà un cartello di sigle che si richiamano alla sinistra, alcune solo nel nome, spruzzato di un po’ di civismo, un po’ di comitati e un po’ di arancione, ad arrestare i populismi, e nemmeno tornare ad “ascoltare” nei luoghi del dolore sociale (per dire cosa?). Fesserie! Occorre invece un’autentica sinistra socialista (in grassetto corsivo, peccato che non ho la funzione del sottolineati) che faccia il suo mestiere di socialista (ancora) e che in quanto socialista (aridaje) proponga un programma socialista senza freni inibitori, della serie no, di nazionalizzazioni non si può parlare, no, dell’ampliamento della spesa pubblica non si può parlare, no, l’Europa è casa nostra.

E’ facile recuperare la parola “compagno”, ci riesce pure Renzi. Più difficile è recuperare il patrimonio di pensiero del socialismo. Ci vuole coraggio, non è roba da ragazzini del sabato sera.

Ps Lucia Del Grosso – 12 marzo 2017 : Al netto di tutto sono scemi. Venerdì tutta quella retorica sui compagni e oggi il pugno chiuso è diventata una macchietta. Io domando e dico: “Che le fai a fare le sceneggiate se poi le smentisci nella stessa assemblea?”. Non sai fare neanche il pagliaccio che è un ruolo che richiede un po’ di competenza.