periferie

Perché le periferie abbandonano la sinistra (?)

segnalato da Barbara G.

di Matteo Pucciarelli – blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it, 07/06/2016

In un bel saggio uscito un paio di anni fa (Sulle orme del gambero, Donzelli), l’ex vicesindaco di Roma Walter Tocci racconta di quando, da ragazzo, faceva il dirigente del Pci in periferia e vedeva Roma espandersi: la città cresceva, si tiravano su nuovi quartieri popolari, e quando rientrava a casa con l’autobus tra sé e sé pensava che quelli – la gente che abitava lì, o sarebbe andata ad abitare lì – sarebbero stati tutti voti «per noi». Cioè per il Pci e per la sinistra.

Era naturale, ovvio, scontato, pacifico: in periferia, lontani dai lustrini del centro, dalle vie eleganti e dai negozi griffati, lontani dai teatri e dai palazzi borghesi con il portiere, si votava soprattutto a sinistra. Non per moda né per protesta: solo perché la sinistra rispondeva, o diceva di rispondere, in primis alle esigenze di quelli che, cristianamente, si chiamerebbero gli umili. Perché l’essenza stessa della sinistra era quella di lottare contro le disuguaglianze, il che comportava incentrare la propria politica su criteri redistributivi. Brutalizzando: “togliere al centro” per “distribuire alle periferie”. Così ha continuato ad essere fino ad almeno venti anni fa, e ad ogni elezione i numeri più o meno confermavano la tradizione: generalmente nei quartieri chic si votava a “destra”, in quelli popolari a “sinistra”.

E invece lentamente le cose hanno cominciato a cambiare, già lo si vide molto bene ai tempi dell’elezione a sindaco di Gianni Alemanno a Roma: al centrosinistra i municipi blasonati, al centrodestra quelli “sfigati”. Fino ad oggi. La cartina della Capitale, così come quella di Milano, fa impressione: “I confini invertiti tra centro e periferia”, scrive il Corriere della Sera. “Il Pd ha il primato nel salotto delle città. I quartieri già del Pci a grillini e centrodestra”.

Perché? Com’è possibile che il mondo funzioni alla rovescia? E soprattutto, la “sinistra” (quella moderata e quella non) si rende conto del problema oppure la soluzione sarà di derubricare il tutto alla voce “populismo”? Il fenomeno, tra le altre cose, non è solo italiano: in Francia – è stato scritto e riscritto – nelle banlieue il Fronte Nazionale va forte e la sinistra sparisce.

Forse il ragionamento va fatto partire da lontano, da ciò che simbolicamente ha significato la caduta del muro di Berlino. Ovvero la fine senza appelli di quella promessa di eguaglianza già sbiadita e insieme di un contraltare anche solo fittizio al capitalismo. Gli eredi di quella storia hanno scelto due strade: il conformismo peggiore, e non a caso spesso i comunisti di ieri sono oggi i migliori alfieri del neoliberismo di oggi; oppure il rifugio ideologico, nostalgico e sentimentale nelle belle bandiere e nei simboli, che però nel frattempo hanno perso di valore, di corrispondenza con la realtà.

In mezzo a questo dilemma irrisolto c’è stato un mondo che è andato avanti (o forse indietro) e che non ha sanato, anzi ha acuito, le disuguaglianze. La forbice della ricchezza si è allargata e a dirlo sono i numeri e gli studi di svariati economisti. La distanza tra “centro” e “periferia” è aumentata. E in questo contesto la sinistra, senza saperlo o forse sì, si è trasformata nella miglior garanzia dello status quo: perché quella maggioritaria ha sposato in pieno il modello economico che fomenta quella disuguaglianza, quindi da soluzione è diventata essa stessa parte del problema; e quella identitaria, rinchiusa nel velleitarismo, è diventata un fenomeno da avanspettacolo, con le sue scissioni, ricomposizioni, bassezze umane e politicismi fini a se stessi capaci di sconfinare nel patetico.

La disuguaglianza è realtà quotidiana (lavoro precario, disoccupazione, impossibilità di costruire una propria stabilità seppur minima, welfare sempre più scarno, qualità della vita peggiorata, assenza di prospettive) e porta con sé rabbia e frustrazione. Senza un canale interpretativo, senza una sponda politica con al centro quel tema, la massa degli umili (ormai anche incoscienti di esserlo) a sua volta ha scelto altre due strade: al posto del collettivo la supremazia dell’Io, il mito dell’uomo che si fa da sé, una sorta di sdoganamento dell’egoismo per un verso e del si-salvi-chi-può da un altro; oppure l’affidarsi a chi in mezzo a questo caos sapeva urlare più forte, a chi sapeva offrire risposte semplici a problemi complessi, nascondendo come fanno i maghi il tema generale (la disuguaglianza, sempre quella) per offrirne di altri apparentemente più concreti: e da qui il problema della sicurezza e dell’immigrazione, quest’ultima vissuta come una minaccia, a torto e a ragione; oppure la critica alla “Casta”, spesso sacrosanta, ma funzionale allo spostamento dell’obiettivo.

Così ecco la rottura tra la “sinistra” e quello che in teoria doveva essere il suo mondo di riferimento. Sorgono altre domande: ma lo è ancora? E poi: c’è ancora qualcuno desideroso di farsi carico dei bisogni (e delle contraddizioni) di chi sta sotto? I cinque milioni di poveri che vivono in Italia troveranno qualcuno che sappia spiegargli che, se sono tali, non è solo colpa del fato? Troveranno qualcuno disposto a utilizzare parole non discriminatorie? – perché oggi la povertà è una colpa da espiare quando va male e un problema da relegare al volontariato quando va bene. La sinistra, oggi, così com’è, ha ancora senso di esistere?