PIL

Debito pubblico, la proiezione dell’illusione

phastidio.net, 14/04/2017

Tra i punti più interessanti del Documento di economia e finanza appena aggiornato dal governo c’è la previsione dell’andamento del rapporto debito-Pil. Che, come noto a (quasi) tutti, rappresenta l’indicatore ultimo e definitivo per comprendere come e dove sta andando un paese. Nel caso italiano, da alcuni anni leggiamo di previsioni che, dal successivo, vedono l’inizio di un vero e proprio crollo di questa fondamentale metrica, ed ogni volta restiamo delusi. Proviamo a capire perché neppure questa volta sarà diverso, e perché i nostri eroi riescono a vendersi quello che non ha alcuna possibilità di avverarsi.

Partiamo da questa tabella:

Nel 2016 il debito-Pil, al lordo dei “sostegni”, cioè dei contributi italiani al primo programma di salvataggio della Grecia ed ai fondi EFSF e ESM, era al 132,6%. Nel 2017 è previsto pressoché stabile e dal 2018 piega -finalmente- al ribasso. Questo schema previsivo si ripete, tetragono, da parecchi anni. Ci sono tre componenti principali, per analizzare la variazione del rapporto debito-Pil: di massimo rilievo sono l’avanzo primario (l’eccedenza delle entrate sulle spese, escluse quella per interessi), e l’effetto snowball. Che è ‘sta cosa? Si tratta del contributo al rapporto d’indebitamento che deriva dal confronto tra crescita del Pil nominale e costo del debito pubblico. Del terzo elemento, l’aggiustamento stock-flussi, parleremo tra poco.

Ricordate la regoletta aurea? Se la crescita del Pil nominale eccede il costo medio del debito pubblico, lo stock di quest’ultimo si riduce, cioè l’effetto snowball è favorevole. Per contro, se la crescita del Pil nominale è inferiore al costo medio del debito pubblico, l’effetto snowball spiega il proprio curioso nome: è una palla di neve che rischia di diventare valanga. Questo è esattamente quanto accaduto negli anni più acuti della crisi, costringendo l’Italia ad inseguire avanzi primari da soffocamento dell’economia.

Osservate in tabella che, nel 2018, il rapporto debito-Pil cala di 1,5 punti percentuali. Non male, no? Questo calo deriva per oltre la metà, lo 0,8%, da aumento dell’avanzo primario. Ma sapete perché? Perché le previsioni dell’avanzo primario, a legislazione vigente, incorporano l’attivazione delle clausole di salvaguardia, cioè il maxi aumento Iva, che abbatterebbe il deficit-Pil fino all’1,2%, dal 2,1% del 2017. Però noi sappiamo che il governo italiano è già pronto a buttarsi a terra in preda a crisi convulsive (i.e. a “fare il pazzo”) pur di impressionare la Commissione Ue ed ottenere ancora un po’ della magica “flessibilità” (cioè deficit) senza la quale i nostri tossici non riescono a restare in piedi.

E quindi? Quindi, scordatevi che il nostro avanzo primario aumenti il prossimo anno di quasi un punto percentuale. Di conseguenza, anche la componente di calo del debito-Pil imputabile ad esso è una chimera. Veniamo ora all’effetto snowball, iniziando ad analizzarlo dal consuntivo del 2016. Lo scorso anno, questa malefica palla di neve ha fatto aumentare il debito-Pil di 1,8%. Sapete perché? Perché la crescita del Pil nominale è stata ben inferiore al costo medio del debito pubblico. La prima è stata di 1,6%, la spesa per interessi è stata il 4% del Pil, al costo medio di 3,1%. Ripetiamo: sin quando la crescita del Pil nominale non supererà quella della spesa per interessi rispetto al Pil medesimo, la strada resterà in salita. Claro?

Nella previsione Def, l’onere dell’effetto snowball frena alla grande, da 1,8% del 2016 a 0,9% quest’anno, a solo 0,2% nel 2018. Ma ciò poggia su due assunzioni: che il Pil nominale s’impenni, crescendo del 3% nel 2019, ad esempio; che il costo medio del debito freni. Siamo sicuri? Come che sia, speriamo che il concetto vi sia chiaro: da alcuni anni i Def prevedono una progressiva accelerazione nella flessione del rapporto debito-Pil. Ma questo è dovuto in misura preponderante a qualcosa che non si realizza: cioè al raggiungimento dell’obiettivo programmatico di rapporto deficit-Pil. Non solo: l’aumento del Pil nominale regolarmente previsto ed altrettanto regolarmente disatteso è a sua volta imparentato con l’aumento Iva previsto in caso di attivazione della salvaguardia. E si torna al via. Ci sarebbe infine da parlare dell’aggiustamento stock-flussi ma sarebbe troppa carne al fuoco e la vostra pazienza si esaurirebbe. Vi basti però sapere che tale aggiustamento aggiunge al debito-Pil, per i prossimi tre anni.

Per avere l’immagine plastica di questo ottimismo compulsivo del governo italiano osservate la tabella qui sotto, che mette a confronto le previsioni pluriennali del Programma di stabilità 2016 con quello 2017. Osservate la traiettoria del debito-Pil: lo scorso anno si prevedeva che nel 2019 sarebbe stato del 123,8%; quest’anno lo vediamo al 128,2%. Una lieve discrepanza, non trovate? Prendete il Pil: lo scorso anno vedevamo del tutto fattibile una crescita a velocità di crociera di 1,5%; quest’anno siamo scesi all’1%.

Ogni anno proiettiamo nel futuro un’illusione ottica, in pratica. E poi ci diamo pacche sulle spalle per il meraviglioso futuro che ci attende. Se potessimo monetizzare l’autoinganno, saremmo ricchi sfondati.

La nuova Cupola

segnalato da Andrea

Roberto Scarpinato: “La nuova Cupola ora colonizza l’economia legale”

Per il procuratore c’è stato un salto di qualità. Prevale un network criminale che offre sul mercato i suoi servizi.

di Attilio Bolzoni – Repubblica.it, 28 febbraio 2016

PALERMO. Cosa è la mafia oggi? “Non ce n’è una sola. C’è una mafia popolare che è in crisi, ce n’è un’altra che offre sul libero mercato beni e servizi illegali per i quali vi è una domanda di massa, poi c’è un’aristocrazia mafiosa che ha fatto un salto in circoli ristretti che gestiscono legalmente grandi affari”.
Procuratore Roberto Scarpinato, cominciamo dalla mafia che ha fatto il salto.
“Anche nel mondo mafioso c’è stata una selezione della specie. Solo alcune élite criminali partecipano al gioco grande del potere, dove a livello apicale gestiscono le leve della residua spesa pubblica e dei business che richiedono competenze complesse multilivello: dal settore dell’energia a quello delle privatizzazioni. Da anni uso la denominazione “sistemi criminali”, network nei quali esponenti di mondi diversi mettono in comune risorse di potere politico ed economico – e se occorre anche militare – per colonizzare interi comparti economici o territoriali”.
Una mafia lontana da quella che abbiamo conosciuto.
“Non si può capire che cosa è oggi la mafia se si continua a guardarla con gli occhi della Prima Repubblica e con un’ottica regionalistica. Tutti i paradigmi del passato stanno diventando obsoleti, perché è completamente mutato lo scenario socio-economico nel quale le mafie operano e di cui sono una componente organica”.
Mondo legale e mondo illegale che si avvicinano sempre di più confondendosi?
“È dal 2014 che l’Unione Europea ha stabilito che, per calcolare il Pil, il prodotto interno lordo degli Stati dell’Europa, bisogna inserire anche i fatturati dello stupefacente, della prostituzione e del contrabbando. Quando calcoliamo il Pil nazionale, da due anni inseriamo per l’Italia anche i 12 miliardi di euro del fatturato degli stupefacenti e i circa 3 miliardi e mezzo di euro di quello della prostituzione”.
Quali sono le cause che hanno portato grandi cambiamenti nel mondo criminale?
“Nella prima Repubblica la politica governava l’economia, la spesa pubblica era una risorsa potenzialmente illimitata e il Paese aveva ancora la sovranità monetaria. Da qui, derivava una determinata tipologia di rapporti di scambio e di convivenza tra mafia- politica- economia. La mafia offriva il suo sostegno elettorale ai partiti governativi che, in cambio, garantivano la compartecipazione alla spartizione della spesa pubblica e protezioni per il rischio penale derivante dall’attività predatoria sui territori. Il rapporto era “democratico”, nel senso che qualsiasi mafioso di medio livello poteva interfacciarsi con politici e amministratori locali che gestivano in autonomia la spesa pubblica”.
E oggi invece?
“Oggi è l’economia che governa la politica, i centri decisionali si sono verticalizzati e spesso sono sovranazionali, la spesa pubblica è divenuta una risorsa strutturalmente contingentata perché, con l’euro, il Paese ha perduto la sovranità monetaria. Gli appalti pubblici si sono ridotti in percentuali elevatissime. Tutto ciò sta scardinando la tipologia di rapporti preesistenti con la mafia. I mediatori politici hanno sempre meno da offrire in cambio”.
E la mafia come sopravvive a questa crisi profonda?
“Dalle intercettazioni emerge la difficoltà dei mafiosi popolari persino di garantire le spese per il mantenimento delle famiglie dei carcerati e per quelle legali. Le attività criminali predatorie tradizionali proseguono per forza d’inerzia su territori sempre più impoveriti”.
Altre associazioni criminali in questi anni si sono organizzate diversamente, la camorra e la ‘ndrangheta per esempio.
“In Sicilia ancora esiste una struttura mafiosa che tiene l’ordine, anche se in alcune zone si sta sfilacciando. In Campania, dove quella struttura d’ordine non esiste, i vuoti di potere determinati dagli arresti hanno scatenato una guerra per bande. Interi quartieri di Napoli, come le favelas sudamericane, sono isole di un’economia criminale della sussistenza che coinvolge migliaia di nuclei familiari”.
Poi c’è la mafia che ha invaso le regioni da Roma in su.
“Lì operano componenti evolute delle mafie – soprattutto la ‘ndrangheta quelle che non solo si sono de-localizzate ma si sono anche internazionalizzate. È la mafia mercatista, che cavalca la logica del mercato. Offre quello che chiedono migliaia di persone normali: stupefacenti, prostitute, falsi griffati. E ci sono anche tantissimi imprenditori ai quali queste mafie offrono servizi che abbattono i costi o incrementano i profitti, come lo smaltimento illegale di rifiuti o la fornitura di manodopera sottopagata o schiavizzata. Questa è la cosiddetta mafia silenziosa che con i territori non ha un rapporto aggressivo ma collusivo. La violenza viene utilizzata solo se è indispensabile. È uno spaccato che emerge da tante inchieste, come quella recente sulla colonizzazione mafiosa di intere aree dell’Emilia Romagna”.
Uno scenario cupo.
“È solo il più visibile. Poi ve n’è un altro più sofisticato, trasversale ai territori, prodotto dalla trasformazione strutturale del modo di essere del potere nella società. Dopo la chiusura della parentesi democratica del Novecento, che aveva redistribuito ricchezza e potere, è in corso un ritorno alla società delle élite che concentra ricchezza nel 10% della popolazione. Questo fenomeno attraversa anche il mondo criminale. Il ceto medio delle mafie tradizionali sta subendo la stessa parabola discendente del ceto medio legale. La “democrazia” è finita anche dentro la mafia”.
Chi è aristocrazia mafiosa in Sicilia?
“Matteo Messina Denaro”.
Come si fronteggiano queste élite criminali?
“Le categorie penali del concorso esterno e dell’associazione mafiosa mostrano la corda. Non si sa più se si tratti di concorso esterno di colletti bianchi negli affari delle mafie o, viceversa, di concorso di aristocrazie mafiose negli affari loschi di strutture criminali che la stampa definisce cricche, comitati d’affari, P3 o P4. Per fronteggiare il nuovo che avanza serve un salto culturale, come quello compiuto da Falcone 30 e passa anni fa, quando mostrò al Paese la realtà della mafia della Prima Repubblica”.

SBOOM

segnalato da crvenazvezda76

Sboom foto

In libreria per Giovanni Fioriti Editore il nuovo saggio di Roberto Sommella Sboom, siamo ancora capaci di sostenere il cambiamento? Presentazione di Francesco Boccia. Un’analisi dell’impatto della terza rivoluzione digitale della rete su economia, media e società europee. Informazioni e e-book su www.fioriti.it e  www.sboom.eu.

**Roberto Sommella è Direttore delle Relazioni Esterne dell’Antitrust.  I suoi articoli sono pubblicati sul Corriere della Sera, Messaggero, Milano Finanza e Huffington Post.

*Francesco Boccia è presidente della Commissione Bilancio della Camera.

*** 

EDITORIA: ECCO LE CIFRE DELLO ‘SBOOM’, PIÙ CAPITALE MENO LAVORO

Ad un euro di crescita del Pil reale in Europa ne corrispondono quasi due dell’economia digitale; gli occupati di Apple negli Usa sono un decimo di quelli della General Motors negli anni Sessanta, ma la ‘’mela’’ macina profitti dieci volte superiori; il settore editoriale tradizionale in Italia ha perso 2 miliardi di fatturato ma i dati personali di ciascun utente di Google valgono oltre 400 dollari; mentre in Europa i disoccupati sono 27 milioni e in media il 24% dei suoi cittadini è a rischio povertà, i Paperoni in Grecia e in Italia sono aumentati negli anni della crisi più che nel resto del mondo (e solo ad Atene i patrimoni dei nuovi ricchi sono pari a 70 miliardi di euro, quasi il valore del nuovo prestito concesso dall’Unione Europea). Sono solo alcuni esempi di come, il combinarsi degli effetti della rivoluzione digitale con quelli della crisi dell’euro, abbiano prodotto un aumento delle differenze sociali nelle società occidentali: servono sempre meno occupati per creare più ricchezza, più debito e meno investimenti per migliorare le condizioni di tutti i cittadini, meno giornalisti per pubblicare in rete sempre più notizie.  

Che società stiamo costruendo dopo gli anni della grande crisi? È la domanda a cui prova a dare una risposta il nuovo saggio di Roberto Sommella, Sboom, che illustra come la terza rivoluzione industriale, quella della rete, abbia completamente stravolto i meccanismi economici, sociali e informativi. Complice la dematerializzazione di molti processi produttivi, serve sempre meno lavoro per produrre molto più capitale, i ricchi aumentano e i nuovi poveri dilagano, le notizie proliferano anche se i lettori sono sempre meno. L’economia digitale, oltre a mutare i rapporti di forza tra i fattori della produzione,ha infatti trasformato anche lo stesso principio di ricchezza, divenuto intangibile e meno controllabile, consistendo in larga parte in flussi informativi cui si collegano quelli finanziari. E’ in corso una dematerializzazione non solo dei beni, quali i derivati finanziari, i servizi a famiglie e imprese o i dati di chi naviga su Internet, ma degli stessi proventi che giungono dall’utilizzo del web.

Durante l’eurocrisi, a fronte di un’economia reale che a livello mondiale è cresciuta nel 2012 del 3,2% rispetto all’anno precedente, quella internettiana ha presentato un incremento del 5,2%, giungendo a coprire quasi il 6% del Pil mondiale. In Europa il tasso medio di crescita del Pil è stato dello 0,6% ma il peso dell’economia digitale è giunto al 6,8% della ricchezza comunitaria. E in Italia non è andata diversamente: sempre nello stesso arco di tempo, nel nostro paese l’economia reale è calata del 2,4%, mentre il web market ha coperto il 4,9% del Pil nazionale con un valore di quasi 69 miliardi di euro. L’opera analizza anche il pensiero di alcuni guri del momento che cercano di spiegare cosa stia accadendo: da Krugman a Piketty, passando per Roubini e Rifkin, alcuni sembrano totalmente infatuati dalla nuova geografia del potere, altri la temono come la catastrofe finale. La realtà è che la crisi sembra provenire da un’implosione dei valori cardine dell’uomo occidentale. E due considerazioni dimostrano la distonia che esiste in questa fase tra Europa (la grande malata) e Stati Uniti (la patria dell’innovazione distruttiva). Nell’Ue si registra un aumento consistente delle persone a rischio povertà o di esclusione sociale: il dato medio di questo esercito sulla popolazione complessiva comunitaria è salito dal 24,3 del 2011 al 24,5% del 2013 nell’Ue, con picchi in Portogallo (27,5% contro il 24,9% del 2011), Spagna (27,3% contro 24,7%), Italia (28,4% contro 24,7%), Irlanda (29,5% contro 25,7%), Grecia (35,7% contro 27,6%). Persino nel Regno Unito, che cresce meglio di tanti altri paesi, le persone che stanno cadendo nel baratro dell’inconsistenza reddituale sono passate dal 22% del totale al 24,8%. L’indice S&P 500 della borsa di New York, invece, è aumentato in un anno del 20% mentre i salari sono cresciuti solo del 2%. Le divergenze tra economia digitale ed economia reale non si fermano qui. Apple quest’anno potrebbe raggiungere quota 88 miliardi di euro di profitti occupando solo 92.600 persone, mentre negli anni sessanta General Motors raggiungeva i 7 miliardi di dollari di utili dando però un salario a oltre 600.000 dipendenti. E non è finita. Nel libro, che affronta anche alcuni capitoli ancora oscuri della costruzione europea, come la caduta del governo Berlusconi e gli effetti paradossali del Quantitative Easing della Bce, vengono ricordati alcuni dati inediti che spiegano bene la rivoluzione che stiamo vivendo. Se si considera la capitalizzazione di borsa e il numero di clienti, i dati personali valgono 405 dollari ciascuno per Google e 194 dollari per Facebook. Forse anche per questo si spiegano l’acquisizione di WhatsApp e i piani telefonici di Facebook, i progetti bancari di Apple, la scelta di Google di diventare operatore tlc. E’ in atto una generale ritirata dei vecchi processi, che colpisce tutto, anche la società. Ci si accorge del cambiamento solo quando è troppo tardi.

Nella presentazione del volume, Francesco Boccia, esperto dell’economia digitale, scrive che per governare il cambiamento è necessario guardare la trasformazione del nostro mondo e della società europea con occhi diversi. Attualmente quella europea è l’unica importante economia del pianeta a non crescere, configurandosi come un’area che perde progressivamente peso rispetto a tutte le altre, in particolare quella americana, cinese e quelle di altri paesi emergenti. Ma è anche l’area che, a fronte di circa il 25% del prodotto lordo mondiale e del 7% della popolazione, sostiene il 50% delle spese mondiali per il welfare: spese che la bassa dinamica demografica tende a far crescere. Alla fine del 2007, l’area euro si presentava con un debito pubblico mediamente del 66,4% sul Pil nei 17 paesi della zona euro ed una spesa pubblica al 45% del Pil. Sembra, quindi, opportuna una riflessione sulle regole europee.

Se Atene piange, Berlino ride

Atene annuncia: “Raggiunto accordo con i creditori internazionali”

Nel 2015 il deficit primario sarà pari allo 0,25 % del Pil. Passerà allo 0,5 % nel 2016, all’1,75% nel 2017 e al 3,5% nel 2018

Repubblica.it, 11 agosto 2015

L’accordo sugli obiettivi finanziari è un primo passo importante verso un’ intesa globale sul terzo pacchetto di aiuti alla Grecia, per un valore di almeno 82 miliardi di euro, che Atene e i suoi creditori stanno negoziando con la Ue, la Banca centrale europea e il Fondo monetario internazionale nell’ambito del meccanismo europeo di stabilità, da più di due settimane nella capitale greca, e che sperano di raggiungere molto rapidamente, forse nella giornata odierna.

Nel 2015 è stato deciso che la Grecia subirà un deficit primario (saldo di bilancio, esclusi i pagamenti di debito) pari allo 0,25% del PIL, un avanzo primario dello 0,5% del PIL nel 2016, 1,75% nel 2017 e 3,5% nel 2018, ha rivelato la fonte.

*

Se Atene piange, Berlino ride

La crisi greca ha favorito i conti delle aziende e dello stato tedesco. In quattro anni e mezzo di crisi, i benefici economici per la Germania legati alle difficoltà elleniche sono stati calcolati in oltre 100 miliardi dall’istituto tedesco Leibnitz. 

Repubblica.it, 10 agosto 2015

MILANO – ll proverbio di Aristodemo che vuole legate Atene e Sparta sia nella buona che nella cattiva sorte non si addice ai rapporti tra la capitale greca e Berlino. La Germania, infatti, non è uscita danneggiata dalla crisi dell’euro quanto Sparta dopo le guerre del Peloponneso che se da una parte videro Atene soccombere dall’altra videro indebolirsi anche la storica rivale. I tedeschi, a partire da Angela Merkel e Wolfgang Schaeuble, che seguono una linea dura nei confronti della crisi economica e finanziaria della Grecia, hanno ottenuto molti vantaggi dalle difficoltà di Atene.

Secondo uno studio dell’istituto tedesco di ricerca economica Iwh, la Germania è il Paese che più si è avvantaggiato economicamente dalla crisi ellenica. Dal 2010 Berlino avrebbe risparmiato circa 100 miliardi di euro di tassi d’interesse, grazie alle riduzioni decise a più riprese dalla Bce. “Questo risparmio supera i costi della crisi, anche se la Grecia non dovesse fare fronte ai propri debiti”, scrive l’istituto: “La Germania dunque, in ogni caso, ha tratto vantaggio dalla crisi greca”.

Insomma i falchi tedeschi che non mollano la linea dura nei confronti della crisi economica e finanziaria della Grecia, sono gli stessi che per anni hanno ottenuto molti vantaggi dalle difficoltà di Stene. Secondo l’istituto Leibnitz i risparmi di bilancio da parte di Berlino superano il 3% del Pil nazionale. Gli economisti hanno realizzato diverse simulazioni partendo dall’ipotesi che nel pieno di una crisi economica gli investitori realizzano gli investimenti più sicuri possibili.

“Durante la crisi europea del debito, la Germania ha tratto vantaggio da questo effetto in maniera sproporzionata”, afferma Iwh, che spiega “risultano tassi simulati sui bond tedeschi in media tra il 2010 e oggi del 3% più elevati che nella realtà, il che ha comportato risparmi di bilancio globali di almeno 100 miliardi di euro egli ultimi quattro anni e mezzo”. La Germania ha inoltre registrato importanti contratti a seguito della politica di privatizzazioni portata avanti da Atene dal 2011, tra cui l’acquisto da parte della società Fraport di 14 aeroporti regionali greci, incluso quello di Corfù, per circa un miliardo di euro.

Leggi anche

Chiodo e Martello (Il Comunismo nel XXI Secolo)

di Antonio “Boka”

Si parla tanto di secolarizzazione, scristianizzazione, laicità, ma, in realtà, si è sostituito un dio-fuori-dal-mondo con un-dio-nel-mondo. L’economia è la nuova religione. Le parole magiche crescita, progresso, tecnica sono la nuova trinità. La tecnica garantisce il progresso, il progresso si misura con la crescita, ma anche viceversa: la crescita ci informa e ci rassicura che il progresso avanza.

Se il progresso è alla base dell’economia, l’economia è a sua volta necessaria per convalidare il progresso. Senza un sistema di prezzi, sarebbe impossibile stabilire un parametro come il PIL pro capite e, senza l’aumento del PIL, cosa potrebbe convincere la gente che le sorti dell’umanità stanno migliorando? Tutti gli altri parametri sono opinabili e soggettivi, ma il PIL no. Il PIL è misurabile. Una religione che si traveste da scienza e che, con un ribaltamento dialettico stupefacente, in un circolo vizioso, indimostrabile (come nelle funzioni di verità, da una premessa falsa tutte le proposizioni deducibili sono vere), afferma: c’è progresso perché c’è crescita, c’è crescita perché c’è progresso (purché sia misurato da un sistema dei prezzi). Ma c’è un ma… L’economia è un’invenzione storica e, come diceva Gramsci, “la Storia insegna, ma non ha alunni”.

Per partire di nuovo, forse “ciò di cui avremmo realmente bisogno – ha scritto Derk Rasmussen – sarebbe un movimento per l’ateismo economico, un’onda lunga d’incredulità».

Come mi è capitato di scrivere in maniera frammentaria, ciò che veramente interessa alle oligarchie finanziarie è la riscrittura delle regole. Non hanno bisogno di convincerci che la crescita del PIL sia necessaria, che vadano fatti sacrifici per permettere al PIL di crescere, né di convincerci ad accettare come denaro qualsiasi nuova forma sottoscriveremo di obbligazione debitoria. Il passo finale (con un po’ di melodrammaticità) è tatuarci un codice a barre comprensivo degli interessi che i nostri figli dovranno pagare, quando saremo trapassati, in cambio del permesso di averci lasciato vivere e indebitare. Curiosamente, nella piccola micro-economia quotidiana ci sono dei piccoli cambiamenti, così piccoli (e così convenienti), in cui il capitalismo ha già superato la forma della proprietà privata. In un tempo non molto lontano, all’acquisto di un’auto, una casa, uno stereo, un telefonino, si accusavano quei poveretti degli acquirenti d’essersi venduta l’anima al consumismo, alla gioia di possedere persino ciò di cui non avevano bisogno.

Oggi, però, non è più necessario, perché nascono i mutui per il pagamento dei soli interessi. Paghi per tutta la vita, e con la tua vita, il capitale su cui hai pagato gli interessi, più gli interessi sulla tua vita, che hai assicurato per restituire quel capitale che non è mai stato tuo, ma hai potuto usare: è la vittoria del valore d’uso sul valore di scambio! O la morte totale di ogni valore d’uso, la cui esistenza è permessa solo grazie all’esistenza di un valore di scambio, non più esaurito in una sola transazione. Anzi, resta una sola transazione, ma dura tutta la vita. La lavatrice, i mobili, l’auto: tutto può essere usato (non c’è più bisogno di possedere) in cambio del pagamento di interessi su quello che ormai è un unico immenso capitale.

Oh, certo che il comunismo era la fase successiva al capitalismo. La svista (piccola) consiste nel fatto che si è cancellata la proprietà privata e instaurato il comunismo del capitale. “Da ciascuno secondo la sua capacità, a ciascuno secondo il suo credit score“.

“Quando si ha un martello nella testa, si ha la tendenza a vedere tutti i problemi sotto forma di chiodo” (M. Twain), versione nobile della barzelletta che, tristemente, riassume la trattativa di Tsipras in Europa:

– Papà, per quanto tempo devo continuare a girare in tondo?

– Stai zitto, altrimenti ti inchiodo pure l’altro piede!

Le analisi della struttura economica sono importanti per capire le macrovariabili che hanno portato ai cambiamenti, ma non è nell’economia che riusciremo a trovare la soluzione per uscire dalla crisi e dalla sempre maggiore diseguaglianza sociale (e parlo delle opportunità in piena sintonia con gli amanti del “mercato”). E qui si torna, invariabilmente, al primato della politica, la cui dignità (nel senso astratto, generale) è stata abilmente trascinata nel fango al fine di avere una massa sempre più imponente di disaffezionati che della politica percepiscono solo l’inutilità (della partecipazione) o il livello di comitato d’affari cui, lo sanno benissimo, non saranno mai invitati.

Si tratta, come ho già scritto, di ripartire dalla democrazia con la d minuscola e dalla politica con la p minuscola. Quella di tutti i giorni, basata sull’esempio, sul ristabilire il valore del senso di comunità, ma anche sulla disponibilità a pagare i prezzi necessari. Non si tratta di trovare eroi pronti al martirio o al sacrificio personale: si tratta di far capire che opporsi a pratiche aberranti è l’esercizio di un sano egoismo e non di un purissimo altruismo. Non ci interessa costruire la sinistra dei puri e duri, ma quella degli egoisti intelligenti. Lo so, è facile parlare (o scrivere), ma se ogni giorno non ricominciamo daccapo, con pazienza infinita, a rispiegare il perché e il percome di ciò che succede e ciò che si dovrebbe fare, gli imbonitori non avranno nemmeno bisogno di essere astuti nel convincerci che ciò che accade è per il nostro bene, ma si limiteranno a un ammiccamento appena accennato e, come cagnolini ben addestrati, ci metteremo seduti, riconoscenti e pronti a essere imboccati.

Nota finale. Tutto lo sproloquio poteva essere facilmente riassunto con una citazione del buon, caro, vecchio bardo di Treviri:

Il processo di produzione capitalistico, considerato nel suo nesso complessivo, cioè considerato come processo di riproduzione, non produce dunque solo merce, non produce dunque solo plusvalore, ma produce e riproduce il rapporto capitalistico stesso: da una parte il capitalista, dall’altra l’operaio salariato (Il Capitale, libro I, cap. XXI),

dove per operaio salariato (notate che Marx non fa distinzione fra contratti a tempo indeterminato e determinato) s’intende dall’operaio all’ingegnere.

Quel che ho cercato di fare (non mi pronuncio sul risultato) è trovare un modo per spiegarlo senza costringervi a leggere tutto il Capitale.

Il crollo del Pil sulle nostre pensioni

segnalato da Andrea

dal blog http://www.Economy2050.it – 22/06/2014

DECLINO ECONOMICO E PREVIDENZA: IL CROLLO DEL PIL STA RIDUCENDO LE PENSIONI (MA SOLO QUELLE FUTURE)

Dal 2011 i versamenti pensionistici dei lavoratori italiani perdono potere d’acquisto (si rivalutano meno dell’inflazione), a causa del pessimo andamento del Pil dal 2008 in poi. Nel 2013 non si è avuta alcuna rivalutazione, per il 2014 addirittura i contributi versati subiranno un taglio in valore assoluto (rendimento negativo). La decrescita del Pil italiano, se prolungata nel tempo, avrà pesantissime ripercussioni sugli assegni previdenziali futuri.

L’obiettivo dell’Italia deve essere la crescita economica. Dall’incremento del Pil, infatti, dipende la sostenibilità del debito (post “Il debito pubblico italiano è sostenibile?”), l’abbattimento del tasso di disoccupazione a due cifre, l’inversione del trend discendente del reddito medio degli italiani. Insomma, il ritorno sulla via della crescita economica sarebbe la panacea per migliorare il contesto economico/sociale descritto nel post “Lo stato di salute dell’Italia a fine 2013: i dati definitivi”. Meno noto è che dall’evoluzione del Pil dipende in misura rilevante anche l’entità della futura pensione di chi oggi lavora.

IL FUNZIONAMENTO DEL SISTEMA RETRIBUTIVO

In passato il calcolo retributivo della pensione garantiva la maturazione certa e predeterminata di una percentuale della retribuzione per ogni anno di lavoro svolto (il 2%, o anche più per alcune categorie): con 40 anni di lavoro si aveva diritto ad una rendita pari all’80% della media delle retribuzioni degli ultimi anni di attività (quelli normalmente a retribuzione più elevata). Questo meccanismo consentiva l’indicizzazione delle pensioni sia all’inflazione (che veniva recuperata nei salari) che alle dinamiche salariali individuali (avanzamenti di carriera, incrementi retributivi per anzianità di servizio).

Il sistema aveva il pregio di essere chiaro e con numeri sostanzialmente predeterminabili, ma le prestazioni erano completamente scollegate dai versamenti effettuati: pertanto non si teneva in alcun conto l’equilibrio prospettico del sistema stesso, il quale, infatti, è andato in tilt in quanto costretto ad erogare pensioni di molto superiori ai contributi incassati.

Fra i tanti, vanno messi in risalto due aspetti paradossali di tale meccanismo: sono state fortemente agevolate solo alcune generazioni di lavoratori, ovvero chi oggi riceve prestazioni di molto superiori a quanto effettivamente versato; tra costoro i maggiori beneficiari risultano essere le categorie con i redditi più alti, che si sono viste riconoscere anche pensioni più consistenti (pertanto anziché contribuire più che proporzionalmente in ragione della più agiata condizione economica, hanno avuto riconoscimenti previdenziali più che proporzionali).

La conseguenza di tale impostazione è stata la necessità per lo Stato di incrementare in modo consistente le aliquote contributive sui lavoratori attivi per poter far fronte alle generose prestazioni previdenziali riconosciute a vantaggio delle generazioni (diciamo così) più fortunate.

IL FUNZIONAMENTO DEL SISTEMA CONTRIBUTIVO

La riforma previdenziale del 2012 (post “La riforma previdenziale Fornero”) ha esteso il sistema di calcolo contributivo della pensione anche ai lavoratori fino a quel momento legati al retributivo. Tutti gli iscritti all’Inps (in modo integrale o per almeno una parte degli anni lavorati) e buona parte di quelli che fanno capo alle altre casse previdenziali hanno oggi la futura pensione correlata alle trattenute previdenziali effettivamente versate: si tratta della stragrande maggioranza dei lavoratori italiani.

Con il sistema contributivo l’assegno pensionistico si detrmina applicando un coefficiente di trasformazione (che varia in funzione dell’età di accesso alla pensione) al totale dei contributi versati durante la vita lavorativa (cosiddetto montante contributivo individuale); va anche ricordato che la riforma pensionistica Dini del 1995 ha stabilito che i contributi vengono rivalutati in base alla media del Pil nominale nei cinque anni precedenti. In sostanza, quindi, l’importo della pensione lorda annua del lavoratore viene calcolato al momento della domanda di pensionamento moltiplicando l’importo del montante contributivo individuale finale (versamenti rivalutati) per il coefficiente di trasformazione. L’entità del trattamento pensionistico di ogni lavoratore, pertanto, dipende da tre variabili fondamentali: l’entità dei contributi accantonati (su cui incidono la dinamica della carriera e la continuità dei versamenti), l’andamento della speranza di vita (che determina il coefficiente di trasformazione) e la crescita economica del paese (che determina la rivalutazione tempo per tempo del montante contributivo durante la vita lavorativa).

Di seguito si analizzerà l’influenza che la dinamica del Pil ha sulle rendite pensionistiche future dei lavoratori oggi attivi, questione piuttosto tecnica e secondo noi di Economy2050 non sufficientemente nota (il tema era già stato accennato nel post “Pensioni, mattone e spesa pubblica: il tramonto delle certezze degli italiani”). Per chi fosse interessato alla descrizione più analitica dell’impostazione di fondo del sistema previdenziale italiano si rimanda al post “La logica del sistema previdenziale italiano: perchè lo Stato ha salvato l’Inps”.

L’INCIDENZA DEL PIL SULLE PENSIONI

Come vedremo, la crescita dell’economia nazionale incide in modo tangibile sulla rivalutazione del capitale accumulato durante il periodo di contribuzione del lavoratore, tanto più alla luce del consistente allungamento dell’arco di vita lavorativa imposto dalle riforme previdenziali succedutesi in Italia dal 1995 in poi (più anni di lavoro significano più anni di rivalutazione dei versamenti). Il che equivale a dire che l’evoluzione del Pil riveste un ruolo fondamentale nella determinazione delle future rendite previdenziali.

Il meccanismo di rivalutazione prevede che al 31 dicembre di ogni anno il montante contributivo individuale versato (con l’esclusione della contribuzione dell’anno in scadenza) venga rivalutato ad un tasso di capitalizzazione pari alla variazione media del Pil dell’ultimo lustro (come determinata dall’Istat); tale rivalutazione ha effetto per le pensioni aventi decorrenza dal primo gennaio dell’anno immediatamente successivo. In concreto una posizione previdenziale individuale al 31 dicembre 2013 si determina applicando al montante accumulato fino al 31 dicembre 2012 il tasso di capitalizzazione relativo all’anno 2013, poi a tale importo si aggiunge quanto versato nel corso del 2013. Al lavoratore che va in pensione nel corso del 2014 verrà riconosciuto tale montante (incrementato per quanto eventualmente versato nel corso del 2014 stesso). Il Pil preso in considerazione è quello nominale (prodotto fra quantità correnti di beni e servizi finali e prezzi correnti), che include anche l’incremento dei prezzi dovuto all’inflazione.

Utilizzando il Pil nominale il legislatore ha voluto porre i versamenti previdenziali dei lavoratori al riparo dall’erosione del valore della moneta, visto che la variazione dei prezzi viene automaticamente recuperata. Va tuttavia osservato che il vero incremento di valore del montante contributivo dipende dalla crescita reale (quella al netto dell’inflazione) del sistema-Italia: solo se il Pil nominale cresce (in modo significativo e costante nel tempo) più dell’inflazione i versamenti contributivi accumulati salgono di valore al netto della rivalutazione dei prezzi, ovvero il lavoratore al momento del pensionamento disporrà di un capitale superiore alla semplice somma dei contributi versati durante l’intera vita lavorativa.Poter contare su un maggior capitale significa, chiaramente, aver diritto ad una rendita mensile superiore. Va inoltre osservato che l’utilizzo di una media a cinque anni attenua le oscillazioni del Pil, riducendo l’incidenza dei picchi annuali: quel che conta in questo sistema di calcolo, quindi, è la dinamica di medio termine del Pil italiano, visto che un solo anno di recessione (Pil negativo) non può incidere più di tanto sulla rivalutazione del montante.

Per comprendere la centralità della dinamica del prodotto interno in prospettiva previdenziale, basti ricordare che una crescita strutturale media del Pil nominale al 4% annuo implicherebbe un raddoppio del montante contributivo individuale in poco meno di diciott’anni, mentre una crescita bassa (come quella degli ultimi anni) non garantirebbe neanche la protezione rispetto all’inflazione.

COME IL DECLINO STA ERODENDO I VERSAMENTI PREVIDENZIALI

Le riforme previdenziali degli anni scorsi erano basate su previsioni di crescita nominale del Pil almeno intorno al 4% annuo: in tale scenario la rivalutazione dei versamenti previdenziali sarebbe stata accettabile, in caso di crescita superiore anche soddisfacente. Tale presupposto di crescita (peraltro inferiore alla media dei decenni precedenti) non è stato soddisfatto, visto che dal 2000 in poi il prodotto interno è salito poco e che, dal 2008 in poi, l’Italia è addirittura entrata in una fase di declino economico: in ben quattro degli ultimi sei anni (2008, 2009, 2012 e 2013) il Pil reale è arretrato. Ciò sta facendo emergere il grave punto debole dell’attuale sistema previdenziale italiano: se in caso di una strutturale stagnazione dell’economia nazionale le rivalutazioni previdenziali non risultano congrue (inferiori all’inflazione), addirittura in caso di contrazione strutturale del prodotto interno il montante contributivo individuale potrebbe arrivare a ridursi in valore assoluto.

I numeri riportati in tabella mostrano chiaramente la dinamica in atto: la rivalutazione annua dei montanti contributivi fino al 2000 era superiore al 5%, a fine 2006 era sceso sotto il 4%, nel 2009 si era ridotta al 3,3%; nel 2010 si è registrato quasi un dimezzamento a quota 1,8% (primo anno in cui ha inciso il tracollo del Pil al -5,5% del 2009).

Dinamica di PIL, inflazione e rivalutazione degli accantonamenti previdenziali in Italia (periodo 1997-2013).

VARIAZIONE PIL NOMINALE VARIAZIONE PIL REALE % DI RIVALUTAZIONE DEL MONTANTE CONTRIBUTIVO* INFLAZIONE
1997 4,5 1,9 5,5871 2,00
1998 4,1 1,4 5,3597 2,00
1999 3,3 1,5 5,6503 1,70
2000 5,7 3,7 5,1781 2,50
2001 4,8 1,9 4,7781 2,80
2002 3,7 0,5 4,3698 2,50
2003 3,1 0,0 4,1614 2,70
2004 4,2 1,7 3,9272 2,20
2005 2,8 0,9 4,0506 2,00
2006 3,9 2,2 3,5386 2,10
2007 4,1 1,7 3,3937 1,80
2008 1,3 -1,2 3,4625 3,30
2009 -3,5 -5,5 3,3201 0,80
2010 2,1 1,7 1,7935 1,50
2011 1,8 0,5 1,6165 2,80
2012 -0,8 -2,4 1,1344 3,00
2013 -0,4 -1,9 0,1643 1,20

* variazione media del Pil nei cinque anni precedenti; la rivalutazione indicata nel 1997 si applica al montante maturato al 31/12/1996 (e così via)

Elaborazione Economy2050 su dati Istat

 

Dal 2011 la rivalutazione dei versamenti previdenziali è stabilmente sotto il livello di inflazione. Si è arrivati quindi al tasso di capitalizzazione 2013 (utilizzato per rivalutare i montanti maturati sino al 31 dicembre 2012), comunicato dall’Inps ad inizio 2014: appena lo 0,1643%, ovvero nessuna rivalutazione. Dalla tabella scaturiscono tre osservazioni.

In primo luogo si nota che negli ultimi tre anni la massa dei versamenti pensionistici degli italiani ha perso oltre il 4% del potere d’acquisto: ciò in quanto nel sistema previdenziale italiano non è prevista alcuna clausola di salvaguardia che protegga i montanti contributivi dall’erosione dell’inflazione, ovvero che imponga un tasso di rivalutazione minimo almeno pari all’inflazione anno per anno. E’ il caso di ricordare che i versamenti contributivi dei lavoratori sono obbligatori.

Va poi sottolineato che, se di fatto nel 2013 non si è avuta alcuna rivalutazione dei versamenti pregressi, appare certo chel’anno prossimo la rivalutazione sarà negativa: al Pil nominale positivo del 2008 si sostituirà il dato negativo del 2013. Si verificherà, quindi, un ulteriore evento negativo: per la prima volta nella storia d’Italia la rivalutazione dei montanti contributivi smotterà in territorio negativo anche in valore assoluto. Infatti il sistema italiano non prevede neanche una protezione contro tale eventualità: se il Pil nominale scende per più anni ravvicinati fino a divenire mediamente negativo in un quinquennio, tutti i versamenti contributivi accumulati dagli italiani sino a quel momento vengono decurtati anche in termini assoluti (oltre ad essere falcidiati dall’inflazione).

Infine è il caso di evidenziare che sicuramente nei prossimi quattro anni la rivalutazione dei montanti previdenziali rimarrà bassa, poiché dovranno ancora essere smaltiti i Pil nominali negativi del 2009, 2012 e 2013. Peraltro, se l’Italia non saprà far crescere molto rapidamente la propria economia, le rivalutazioni di inizio secolo (peraltro discrete, ma non certo eccezionali) rimarranno molto a lungo una pia ambizione.

CONCLUSIONI

Lo stretto legame fra dinamica del Pil e impegni previdenziali pubblici futuri è una regola in sé logica, visto che il debito previdenziale prospettico (componente sostanziale del più ampio debito pubblico prospettico) è sostenibile se collegato alla crescita dell’economia, piuttosto che ad altri parametri macro. Del resto, anche grazie all’attuale sistema previdenziale, l’Italia ha uno dei debiti pubblici prospettici meno preoccupanti fra i paesi occidentali (post “Il debito pubblico italiano è sostenibile?”). Il rovescio della medaglia è che tale regola protegge meno il potere d’acquisto delle pensioni future, quindi a certe condizioni rischia di produrre gravi effetti negativi per i lavoratori: il sistema pensionistico continuerà a rimanere finanziariamente sostenibile, ma erogherà pensioni modeste (se non addirittura molto basse). Per inciso va evidenziato che l’attuale sistema previdenziale italiano presenta anche altre caratteristiche, oltre al legame a doppio filo con l’evoluzione del Pil, che convergono nella direzione di magre rendite previdenziali future: la precarietà del lavoro (che rende difficoltosa la continuità dei versamenti per tutto l’arco della vita lavorativa), la continua erosione dei salari reali (in particolare per i giovani, ma non solo), i coefficienti di trasformazione. Questi ultimi sono correlati all’età anagrafica e vengono rideterminati ogni tre anni sulla base delle rilevazioni demografiche: se (come prevedibile) l’aspettativa media di vita aumenterà nel tempo, i coefficienti si ridurranno e contribuiranno significativamente a contrarre gli assegni pensionistici.

Secondo noi di Economy2050 è evidente che in termini astratti il sistema previdenziale italiano rimane ben impostato su un binario di stabilità prospettica nonostante la crisi economica, ma in concreto il legislatore ha semplicemente rinviato di qualche decina d’anni (quando verranno a maturazione pensioni da fame per i lavoratori odierni) l’emersione dell’impoverimento grave e generalizzato della società italiana che già oggi può leggersi nei numeri. Nel lungo termine si prospetta uno scenario in cui la previdenza sarà risanata, ma in cui probabilmente gran parte delle pensioni dovrà essere integrata con altre forme di sostegno al reddito: tali risorse dovranno essere reperite al momento del bisogno (si spera in un contesto economico più vitale) e disegneranno un pesante spostamento della spesa pubblica dalla previdenza all’assistenza (contrasto alla povertà). La scelta politica (attuata dal 1995 ad oggi con diverse intensità ma in modo continuo) di chiedere meno sacrifici ai pensionati attuali e impostare un sistema di depauperamento previdenziale con effetti molto dilazionati nel tempo (specie in un paese condannato alla decrescita come da tempo è l’Italia) presenta i gravi rischi sociali e politici di incrinare la fiducia collettiva riposta sulla previdenza pubblica e di minare irrimediabilmente il rapporto di solidarietà intergenerazionale che sta alla base di un sistema previdenziale come quello italiano: difficile ritenere che le giovani generazioni accettino per tutta la vita lavorativa di effettuare versamenti elevatissimi e vedersi riconoscere addirittura meno (in termini di potere d’acquisto) di quanto messo da parte per 30-40 anni, a maggior ragione se si diffondesse la consapevolezza che tali denari sono serviti a pagare pensioni generosissime a generazioni che hanno avuto anche il vantaggio di periodi lavorativi più brevi (e di retribuzioni con maggior potere d’acquisto).

Alcuni interventi correttivi per contenere sin da oggi il prevedibile impoverimento delle pensioni di domani sono possibili. Rimanendo all’interno del settore previdenziale, quantomeno si dovrebbe introdurre da subito una clausola di salvaguardia che impedisca la riduzione in valore assoluto dei contributi versati (obbligatoriamente) dai lavoratori; meglio ancora sarebbe inserire per legge una soglia minima alla rivalutazione annuale del montante previdenziale individuale pari all’inflazione. Il sistema previdenziale ne risulterebbe sicuramente meno solido, ma assolverebbe meglio alla sua funzione di protezione dei cittadini anziani del futuro (epoca in cui i pensionati saranno realmente cittadini in là con gli anni); inoltre, in tal modo, si inizierebbe a correggere lo squilibrio di tutele che le riforme previdenziali italiane hanno accentuato a favore dei pensionati odierni. Tuttavia non sono ipotizzabili in alcun caso interventi tesi a ripristinare lo status di diritto sociale acquisito per le pensioni a prescindere da vincoli finanziari: la correlazione automatica delle prestazioni previdenziali con l’equilibrio dei conti pubblici dovrà rimanere effettiva.

Pertanto l’intervento più efficace da attuare dovrebbe riguardare l’approvazione di misure tendenti a sbloccare le potenzialità di crescita del Pil: le riforme in grado di aumentare la produttività del sistema-Italia sono l’unica via per garantire pensioni dignitose fra qualche decina d’anni. Per di più, se si riuscisse a far ripartire lo sviluppo, automaticamente si ridurrebbe la disoccupazione: in termini previdenziali ciò implicherebbe l’attenuazione del fenomeno della discontinuità contributiva implicita nella precarietà occupazionale. A nostro giudizio oggi sarebbero poco incisivi eventuali stimoli fiscali per incentivare la previdenza integrativa: l’attuale potere d’acquisto dei salari di coloro che godranno delle pensioni più basse è troppo ridotto per consentire adeguati versamenti volontari nel terzo pilastro previdenziale.