Pippo Civati

Girotondini à la Renzi

Comunali Milano 2016 – Toh, i girotondini: ieri barricaderi e oggi renziani (in incognito)

di Andrea Scanzi – FQ, 24 marzo 2016

Daria Colombo è brava scrittrice e attivista instancabile. Una di quelle persone senza le quali, per esempio, non ci sarebbero stati i girotondi nel 2002. Da pochi giorni è a capo della lista “arancione” per le Comunali di Milano. Venerdì scorso, con il marito Roberto Vecchioni, era a Massafra per ritirare il Magna Grecia Awards 2016. C’ero anch’io. Non la conoscevo personalmente. Donna garbata, elegante e colta. Dopo la premiazione, a fine cena, mi ha detto ironicamente che di lì a poche ore molti avrebbero parlato di lei. Non era difficile intuire che stesse alludendo alle elezioni di Milano: “Ti candidi a sindaco?”, le ho chiesto. Ha sorriso.

Daria-ColomboMagari col Pd?”, ho aggiunto scherzando. Mi ha risposto, sempre con garbo, che con il Pd non avrebbe potuto farlo: è un progetto che sente distante, ancor più con Renzi. Proprio per questo – scelta nobilissima – aveva avvertito il dovere di rimettersi in gioco in prima persona. “Non dentro il Pd, però. Non è un caso che il mio ultimo romanzo si chiuda proprio poco prima che il Pd nasca”. Il suo ultimo romanzo, peraltro bello, è Alla nostra età, con la nostra bellezza. Parte nel 1992 e si chiude nel 2007. “Nel terzultimo e penultimo capitolo si intuisce cosa pensi del Pd”, mi ha detto venerdì. Ecco: non ne pensa benissimo. Quella sera Daria Colombo non ha voluto sbilanciarsi ulteriormente, ma alla luce di quanto da lei affermato era lecito immaginarsi – come minimo – una candidatura alternativa a Sala.

Magari con Civati. La realtà è stata appena diversa. Daria Colombo è sì a capo della lista arancione, dunque non nel Pd renziano. Proprio come aveva anticipato. C’è solo un problema: la sua lista corre in appoggio di Beppe Sala. E quindi di Renzi. Siam sempre lì: alla presunta montagna che partorisce un topolino. Alla “sinistra” che abbaia tanto, ma che non morde mai e alla fine obbedisce puntualmente al Caro Leader. La solita sinistra salottiera e borghese, che gioca ancora a turarsi il naso convinta che il berlusconismo dichiarato (Parisi) sia peggiore, o anche solo veramente diverso, di quello mascherato (Sala-Renzi). Una sinistra ovviamente griffata Sel e doppiamente colpevole, perché si riduce a stampella connivente di Renzi.

Finge di contrastarlo ma, con la scusa sempiterna del “condizionarne le scelte combattendo dall’interno”, non è che l’innocuo cavallo di Troia del renzismo. La Colombo si è detta certa che i voti arancioni saranno decisivi per far vincere Renzi: come se fosse un vanto, come se la cosa non rendesse questa operazione ancora più surreale (e colpevole). A Milano la sinistra poteva vincere, e valeva la pena quantomeno provarci, ma sarebbe stato troppo rischioso o peggio ancora stancante: meglio tornare all’ovile, giocando inizialmente ai ribelli per poi agitare la spauracchio del “rischio centrodestra”.

Non stupisce che la lista pisapiesca-menopeggista piaccia a Gad Lerner, emblema del giornalista indipendente (con la tessera del Pd in tasca) e dell’attivista pensoso che ieri bivaccava al Bar Casablanca di gaberiana memoria e oggi ha un’idea sempre più calcistica della politica: il punto, per quelli come lui, non è essere di sinistra ma tifare – e votare – Pd. A prescindere da cosa faccia il Pd. Come se il partito fosse l’Inter, e pazienza se ieri c’era Mazzola e oggi Kondogbia.

È ogni giorno più avvilente constatare come i girotondini barricaderi di ieri si siano spesso ridotti a renziani (neanche troppo) in incognito. Più che continuare a ripetere che “non ci sono alternative a Renzi”, bisognerebbe dire una volta per tutte che è proprio la “sinistra” a non volere alternative. Se una figura caricaturale come Renzi è stata trasformata nel delirio generale in una sorta di “leader onnipotente”, è anche colpa di questa gauche caviar al livello minimo di coscienza.

È possibile… che funzioni?

Quella di Civati non sarà una “Cosa rossa”, per questo funzionerà

di Roberto Della Seta e Francesco Ferrante – huffingtonpost.it, 26 maggio 2015

C’è spazio nell’Europa di oggi, lacerata tra la persistenza di politiche dell’austerità fine a se stessa e l’avanzata di populismi e neo-nazionalismi; c’è spazio in questa Europa incerta, spaventata, spesso rassegnata, per un’alternativa di progresso che rilanci, ma su basi contemporanee, il progetto solidale e federalista da cui è nata l’Unione? E c’è spazio per un’alternativa così in Italia, per quella nuova “cosa politica” preannunciata in questi giorni, in queste ore, da Civati?

Per noi lo spazio c’è, ma non è quello di una piccola o grande “cosa rossa”, della sinistra tradizionale e novecentesca che conosciamo. Del resto basta leggere con un po’ di attenzione i risultati di molte delle ultime tornate elettorali in giro per l’Unione europea. Dalla Spagna con “Podemos” all’Europa del nord con i Verdi, ad affermare nelle urne la possibilità di una “terza via” tra larghe intese conservatrici e derive populiste non è la vecchia sinistra, ma è l’idea di un cambiamento tanto radicale nella visione quanto estraneo alle gabbie ideologiche della sinistra d’antan.

È l’idea di un nuovo patto sociale incardinato su te grandi pilastri: statuto di cittadinanza, che significa lavoro ma anche molto di più dai diritti civili al reddito minimo per giovani e disoccupati; e poi “green new deal” per uno sviluppo economicamente solido ed ecologicamente sostenibile, e lotta senza quartiere alla selva di privilegi e rendite di posizione, troppo spesso contrabbandati per diritti acquisiti, che paralizzano sia l’ascensore sociale sia quello generazionale.

Di un’alternativa così c’è tanto più bisogno in Italia, dove la società è più ingessata e ingiusta che altrove e dove la politica, pure rinnovatissima nell’anagrafe dei suoi leader massimi Renzi e Salvini, si mostra incapace di ogni vero, sostanziale ritorno al futuro. Per capirci, ecco un unico esempio, più illuminante di mille Jobs act: mentre in Europa e nel mondo si lavora per accelerare la transizione energetica verso un sistema fondato su efficienza e fonti rinnovabili, mentre anche in Italia la parte più dinamica del sistema produttivo scommette sull’innovazione green, invece il governo Renzi insegue da mesi un incredibile programma di perforazioni petrolifere in mare e a terra, che anche lasciando da parte le controindicazioni ambientali è nel tempo presente un totale, irrevocabile non-senso, e ora addirittura con un suo decreto si prepara a colpire al cuore migliaia di imprese impegnate nella generazione distribuita di energia pulita.

Ecco, per noi la “cosa” di Civati potrà essere vincente se saprà nutrire questa ambizione: accompagnare la politica italiana negli anni 2000, lontano da improbabili pozzi di petrolio è vicino alle sfide – sociali, economiche, ambientali – che stanno disegnando il futuro del mondo e anche il nostro di europei e di italiani.